Tavecchio e Lotito via dalla “cassaforte” della Federazione

Urla, suppliche, minacce. Protagonisti dello show, Carlo Tavecchio e Claudio Lotito: la coppia che ha governato a lungo il calcio italiano e fino a ieri era ancora al comando di Figc Srl, cassaforte del pallone che controlla gli immobili. Dopo mesi di resistenze, la gestione commissariale di Roberto Fabbricini ha deciso di rimuoverli, resettando i vertici della società. E i due non l’hanno presa benissimo. Sarà per l’indennità (25 mila euro lordi l’anno per il presidente, 10 mila i consiglieri), per il potere o solo la brutta sensazione di esser messi da parte. Dopo le dimissioni dalla Figc, Tavecchio aveva rifiutato di abbandonare gli altri incarichi, e con lui l’intero Cda: oltre a Lotito, pure Antonio Cosentino dei Dilettanti, e persino Mario Macalli, ex padre padrone della Serie C, uscito di scena da tempo e a processo per appropriazione indebita.

Il mansueto Fabbricini all’inizio ha soprasseduto. Ora che il suo commissariamento è agli sgoccioli e non riuscirà a cambiare il futuro del pallone, almeno ha deciso di chiudere i conti col passato. Via Tavecchio & Co., a capo del nuovo Cda ridotto ci sarà Tiziano Onesti, già presidente di Trenitalia.

E l’Italia del calcio resta pure senza magazzinieri

Insieme al nuovo Ct degli Azzurri, la Federcalcio dovrà fare in fretta a trovare anche i nuovi magazzinieri della Nazionale, per il trasporto di maglie, tute, attrezzature sportive e sanitarie al seguito della prima squadra e di tutte le Rappresentative giovanili in giro per il mondo.

Il Tar del Lazio ha annullato gli atti della gara da oltre 1 milione di euro aggiudicata dalla Figc in “violazione – si legge nel provvedimento – delle regole e dei principi di pubblicità e trasparenza sottesi al regolare espletamento delle procedure a evidenza pubblica”. In più, scrivono nella loro sentenza i giudici amministrativi richiamando anche le direttive dell’Autorità anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, “è pacifico che nel caso di specie la Federazione Italiana Giuoco Calcio abbia proceduto a un mero confronto tra le ditte interessate senza seguire le regole suddette”, quelle cioè che in casi del genere fanno rientrare la Figc “nella nozione di organismo pubblico”.

Oltreché nel palazzo di via Allegri sede della Figc – dove verosimilmente si prepara un ricorso in appello – la notizia è esplosa con l’effetto di una bomba anche negli uffici di Giovanni Malagò e dell’allora segretario generale Roberto Fabbricini (oggi Commissario Figc e presidente di Coni Servizi) perché il ricorso al Tar aveva come secondo destinatario il Comitato Olimpico, accusato in sostanza di non aver esercitato il “controllo pubblico sulla gestione” della Federcalcio che come tutte le Federazioni è soggetta alla vigilanza del Coni.

Presentata e sostenuta dal direttore generale della Figc Michele Uva nella seduta del 30 maggio 2017 del Comitato di presidenza, la gara per il servizio di trasporto e facchinaggio aveva spaccato in due lo stesso Collegio dei Revisori dei conti, tanto da arrivare a un doppio verbale: il primo a firma del solo presidente Luca Galea, il secondo a firma degli altri due sindaci (Valter Pastena e Silvio Salini). Questi ultimi hanno sollevato prima in Comitato di presidenza davanti al n. 1 federale, Carlo Tavecchio, e poi in sede di revisione, alcune perplessità, segnalando tra l’altro che la ditta aggiudicatrice della gara da oltre 1 milione di euro, la società consortile Ge.Se.Av (capofila) “ha solo 3 dipendenti e che a fronte di attività che prevedono mezzi e immobilizzazioni notevoli ne ha solo per 80 mila euro, mentre a fronte di un fatturato di 2,3 milioni, l’80% è fatto acquisendo prestazioni da terzi”.

Con un richiamo ai criteri di trasparenza e corretta amministrazione, “vale la pena ricordare – si legge nel verbale dei due revisori dissenzienti – che i 48 milioni di contributi del Coni sono soldi pubblici e sottoposti al vaglio della Corte dei conti”.

Di qui, il ricorso al Tar del Lazio presentato contro la Figc di Tavecchio e Uva e nei confronti del Coni dalla ditta De Vellis, esclusa dalla gara anche a seguito di un ribasso della concorrente pari al 32,81%.

In primo grado, i giudici amministrativi della Sezione Prima Ter (presidente Panzironi, consiglieri Petrucciani e Romano) hanno dato ragione a De Vellis, disponendo in sentenza l’annullamento degli atti impugnati.

“Non vi preoccupate delle cose politiche, quelle sono opinabili e si può discutere”, ha sempre ammonito con la sua esperienza Gianni Petrucci, per 12 anni alla guida del Coni e prima segretario generale della Figc dopo una militanza nella Cisl: “È su quelle amministrative che bisogna stare molto attenti perché lì si sbatte il grugno e ci si fa male”.

Nazionale, arriva Mancini. Ancelotti un sogno mai voluto

Passerà in questi giorni all’incasso chi ha scommesso che per il dopo Ventura l’unico vero candidato alla panchina della Nazionale è sempre stato Roberto Mancini.

Se lo Zenith di San Pietroburgo lo libererà subito e senza penali, nonostante la delusione di un quinto posto in classifica, la Figc chiuderà rapidamente l’accordo con un contratto di 2 anni e un’opzione per il secondo biennio, fino ai Mondiali 2022 in Qatar.

Non possono essere le vicende politiche della Figc, con la rivolta delle componenti contro i metodi e le prepotenze del commissariamento Malagò-Fabbricini, a bloccare una scelta che arriva già in ritardo. La Nazionale non può più aspettare, 6 mesi senza Ct titolare sono 6 mesi persi per chi deve ricostruire una squadra dopo il disastro dei Mondiali mancati.

Anche perché tutte le altre voci e le altre ipotesi (in particolare quella di Carlo Ancelotti) sono da considerarsi diversivi, finte piuttosto maldestre o autentici bluff, insomma perdite di tempo con buona pace di Alessandro Costacurta, che credeva di più nella scelta di Ancelotti per rifondare tutta la filiera delle Nazionali, a partire dall’Under 15. E da settembre si fa sul serio con la National League, una sorta di campionato europeo per Nazionali, che ci vede nel girone contro il Portogallo di Cristiano Ronaldo e la Polonia di Lewandowski.

Ma Carlo Ancelotti non ha detto no alla Nazionale, ha detto no a questa Figc commissariata, dal futuro incerto, con interlocutori che lui conosce bene dai tempi del crac del Parma di Tanzi. E la messinscena per far apparire Ancelotti come l’uomo del rifiuto, prevedeva infatti un contratto pari a meno della metà di quello firmato con Antonio Conte, che sul mercato non ha le sue stesse credenziali.

Con l’intervento dello sponsor Puma (aspramente rinfacciato a Tavecchio da Renzo Ulivieri nel Consiglio federale del 18 agosto 2014), a Conte la Figc garantiva clausole da top level: 4 milioni fino a luglio 2016; altri 500 mila euro per il coordinamento dell’attività giovanile; 1 milione per la qualificazione a Euro 2016; un altro mezzo milione per la fase finale; altri 500 mila euro legati al miglioramento del ranking internazionale di almeno 5 posizioni. E in più, il pezzo forte dei diritti di immagine: 4 milioni per ogni anno di contratto.

Al suo staff, sei persone tra tecnici, preparatore dei portieri e preparatori atletici, 890 milioni complessivi, al netto degli oneri previdenziali e fiscali.

Fu il prezzo pagato da Tavecchio per rilanciare se stesso, con un salto economico senza precedenti: prima di Conte, Cesare Prandelli incassava 1,5 milioni di euro all’anno, 800mila euro lordi per i diritti di immagine e per i 4 tecnici del suo staff la Federazione spendeva in tutto 493 mila euro lordi.

Se non ci saranno intoppi, dalla prossima settimana comincerà l’era Mancini sulla panchina azzurra.

Come Capo del Coni, Commissario della Serie A e della Figc per interposta persona (Roberto Fabbricini, suo braccio destro promosso anche alla presidenza di Coni Servizi), Giovanni Malagò ha sempre pensato a Mancini come candidato unico per Nazionale: di Roberto Mancini è amico personale, consocio del Circolo canottieri Aniene (dove si sono incontrati ancora martedì scorso, come ha rivelato La Stampa), ex gregario sul campo di calcetto, frequentatore degli stessi salotti romani.

Da giocatore, con la maglia azzurra, Roberto Mancini non ha avuto la fortuna e il successo che avrebbe meritato. Ha le carte in regola per rifarsi da Commissario tecnico: capacità tecniche, esperienza internazionale, standing professionale e una dote che di questi tempi hanno in pochi e fa molto comodo: è anche un ottimo allenatore di giornalisti.

Il sindaco: “Vietate unioni gay al Chiostro di San Francesco”

“Il chiostro di San Francesco non è il posto giusto”, dice il sindaco di Sorrento Giuseppe Cuomo. Ciò che non si può fare è il matrimonio fra Vincenzo D’Andrea, 27 anni, e il suo compagno Beto, anche se al chiostro si celebrano ogni anno in media 200 matrimoni civili. Ma l’unione fra due omosessuali, secondo il primo cittadino, non si può celebrare a causa della vicinanza con il monastero: “Piena disponibilità, semmai, per altri luoghi. Siamo disponibili per altri siti abitualmente utilizzati per le nozze civili, come il Museo Correale, Villa Fiorentino o lo stesso municipio”. “Il monastero ha una storicità e una sacralità particolare e, siccome la Chiesa è contraria all’unione di persone dello stesso sesso, abbiamo concordato di non far celebrare lì i matrimoni gay”. Vincenzo e Beto non hanno accettato le controproposte del sindaco. Hanno preferito spostare il matrimonio di qualche chilometro, a Piano di Sorrento. “Ma la battaglia deve andare avanti – dice Vincenzo –. Non per noi, ma per gli altri. In futuro qualsiasi coppia di cittadini italiani dovrà potersi sposare dove vuole. Anche al chiostro di San Francesco”.

La parte civile gioca a fianco dell’imputato De Luca

La parte civile si oppone all’acquisizione di documenti prodotti dai pm e sottoposti all’attenzione del Tribunale per approfondire la posizione di un imputato. Può succedere. Ma è raro e fuori prassi. Di solito pm e parte civile di un processo giocano nella stessa squadra, e lavorano per formare in dibattimento le prove a carico degli imputati. Ma siamo a Salerno, alla 49sima udienza del processo Crescent, il colosso di cemento a firma dell’archistar Ricardo Bofill che ha modificato radicalmente il lungomare di Santa Teresa, e forse non c’è da meravigliarsi. Perché l’imputato di abuso d’ufficio è il governatore Pd della Campania ed ex sindaco Vincenzo De Luca (alla sbarra con altre 21 persone), la parte civile in questione è il Comune di Salerno a stretta osservanza deluchiana, e i documenti riguardano i collegamenti tra le imprese costruttrici del Crescent, facenti capo al gruppo Rainone, e la Ifil, la società di consulenza risucchiata in un crac per il quale è in corso un altro processo che vede imputato anche il figlio del governatore, il deputato dem Piero De Luca.

Si avvicina il giorno della sentenza – prevista poco dopo l’estate – e i pm salernitani Guglielmo Valenti e Rocco Alfano vogliono chiudere il cerchio. Così ieri hanno provato a introdurre nel processo attività integrative di indagine provenienti dalle inchieste sulla bancarotta Ifil e sulla variante di piazza della Libertà. Lo scopo era quello di dimostrare rapporti pregressi tra i Rainone e De Luca. In particolare attraverso una fattura di 20 mila euro dell’aprile 2010 pagata da Rainone Costruzioni Generali a Ifil.

Quest’ultima è la società di consulenza dove, secondo l’accusa, De Luca junior avrebbe scroccato – non si capisce a che titolo – viaggi gratuiti in Lussemburgo per la sua attività di referendario della Corte di giustizia europea. Dunque Piero De Luca avrebbe contribuito alla bancarotta fraudolenta della Ifil, quasi sempre presente nel ‘sistema appalti’ di Salerno. L’istruttoria dibattimentale del processo Crescent si è conclusa e i pm hanno chiesto l’acquisizione in base all’articolo 507: le ritengono nuove prove indispensabili. Gli avvocati degli imputati si sono opposti e questo era abbastanza ovvio. Meno ovvia l’opposizione dei legali di parte civile del Comune, che hanno ritenuto la documentazione non attinente al processo.

Il Tribunale, presidente Vincenzo Siani, dopo tre ore di camera di consiglio, ha respinto l’istanza dei pm. Che non si sono arresi, e hanno chiesto la mera acquisizione senza “indispensabilità”. Alla prossima udienza sapremo se porteranno a casa almeno questo piccolo risultato.

Affari e outlet, i pm: “I genitori di Renzi vadano a processo”

I genitori di Matteo Renzi, Tiziano e Laura Bovoli, devono essere processati per emissione di fatture false. Ieri i magistrati della Procura di Firenze, Luca Turco e Christine von Borries, hanno trasmesso al giudice delle indagini preliminari la richiesta di rinvio a giudizio per Renzi, Bovoli e per Luigi Dagostino, imprenditore pugliese attivo nel settore degli outlet. Ed è proprio per le attività relative all’outlet The Mall di Reggello, sorto a tre curve da casa Renzi di Rignano sull’Arno, che i genitori dell’oggi senatore Pd sono finiti all’attenzione dei magistrati toscani.

I due sono accusati di aver emesso due fatture per “operazioni inesistenti” nei confronti della Tramor Srl, all’epoca amministrata da Dagostino, incriminato anche per truffa. La prima fattura ammonta a 20 mila euro ed è stata emessa dalla Party srl, società fondata da Tiziano Renzi (40%) e dalla Nikila Invest (60%) amministrata da Ilaria Niccolai, compagna di Dagostino. La seconda, da 140 mila, emessa dalla Eventi 6, società della famiglia Renzi di cui è oggi presidente Laura Bovoli che detiene l’8% delle quote mentre le figlie Matilde e Benedetta possiedono rispettivamente il 56 e il 36%.

L’intera vicenda è stata portata alla luce ormai due anni fa dai colleghi Pierluigi Giordano Cardone e Gaia Scacciavillani del fattoquotidiano.it che hanno rivelato la ragnatela societaria e di interessi dei genitori Renzi attorno al fortunato outlet The Mall. All’inchiesta giornalistica Tiziano Renzi rispose minacciando querele. Poi Giacomo Amadori sul quotidiano La Verità ha rivelato l’esistenza della fattura da 140 mila euro emessa dalla Eventi 6. La Guardia di Finanza ha perquisito la sede dell’azienda e il 22 marzo è emerso che i coniugi Renzi erano iscritti nel registro degli indagati.

Il padre dell’ex premier scelse di difendersi sui giornali con una nota a pagamento: “All’improvviso dal 2014 la nostra vita è stata totalmente rivoluzionata: da cittadino modello a pluri-indagato cui dedicare pagine e pagine sui giornali”, scrisse. “Ribadisco con forza e determinazione che non ho mai commesso alcuno dei reati per i quali sono stato, e in alcuni casi ancora sono, indagato. Se devo essere processato che mi processino il più velocemente possibile, se possibile”.

Concetto ribadito il 18 aprile quando i magistrati hanno trasmesso l’avviso di chiusura indagini e l’avvocato dei coniugi Renzi, Federico Bagattini, ha annunciato la decisione di non voler presentare memoria difensiva. Così, ieri, sono stati accontentati: i pm hanno chiesto il processo. “Siamo certi di poter dimostrare in sede processuale l’assoluta correttezza dei comportamenti tenuti dai signori Renzi”, ha commentato l’avvocato Bagattini. L’inchiesta relativa al “The Mall” non è l’unica che coinvolge direttamente i genitori dell’ex premier e soprattutto l’unica società di famiglia sopravvissuta ai fallimenti: la Eventi 6. Questa ditta è stata sempre messa in salvo.

Qui venne trasferito dalla Chil Srl (destinata al fallimento) il “dipendente” Matteo Renzi, unico assunto a tempo indeterminato e nominato dirigente poche settimane prima che diventasse presidente della Provincia di Firenze. E qui è stato accantonato e graziato dai vari creditori il trattamento di fine rapporto che poi nel 2014, appena nominato premier, il beneficiario ha incassato: circa 48 mila euro lordi. Ma non accantonati dalle aziende: tutti contributi figurativi, dello Stato quindi, versati prima dalla Provincia e poi dal Comune di Firenze negli anni in cui ha guidato questi enti. Un tesoretto messo miracolosamente al riparo, considerati i numerosi epiloghi negativi registrati nei dieci anni dalle aziende di famiglia e definiti dai pm fiorentini un “sistema di fallimenti dolosi”.

La Eventi 6, finora, era sempre stata solo sfiorata dalle indagini. A lei, oltre Firenze, è recentemente arrivata anche la Procura di Cuneo che contesta una bancarotta fraudolenta documentale a Laura Bovoli già amministratrice della Party Srl. I magistrati piemontesi guidati da Francesca Nanni hanno individuato una serie di operazioni effettuate tra la società e la Direkta srl, un’azienda cuneese fallita nel 2014 e guidata da Mirko Provenzano. Gli inquirenti hanno scoperto che negli anni tra il 2011 e il 2012 c’è stato un fitto rapporto tra le due aziende. Fitto quanto poco chiaro: la Direkta pagava la Eventi 6 con assegni coperti da versamenti che la Eventi 6 prima faceva alla Direkta. Gli atti sono in parte state trasferiti a Firenze. E, a quanto si apprende, anche la Procura di Genova dovrebbe aver ricevuto documenti da Cuneo relativi ai rapporti finanziari tra le due aziende: la magistratura ligure si è occupata anni fa delle aziende di famiglia Renzi e ha indagato Tiziano per bancarotta in relazione alla Chil per poi archiviare la sua posizione.

Il reggente Martina riparte dai poveri: va a Sant’Egidio

“Essere qui è un modo per ringraziare personalmente i tantissimi volontari che tutti i giorni rendono possibile questo servizio fondamentale per molte persone. Ma è anche un modo per essere più consapevoli del tanto lavoro da fare. Bisogna ripartire da temi centrali come quello della lotta contro la povertà e conoscere concretamente che cosa accade ogni giorno in luoghi come questi è per noi fondamentale”. Il segretario reggente del Partito democratico, Maurizio Martina, sempre in bilico, lo ha detto ieri pomeriggio in visita alla mensa di Sant’Egidio a Roma.

Il Reggente del Pd ha deciso di interpretare il suo ruolo a partire da alcuni “capisaldi” della sinistra, tipo la vicinanza ai poveri. E ieri ha cominciato a parlare da “guida” dell’opposizione, promettendo quello che il Pd in realtà non ha mai fatto: una legge sul conflitto d’interessi. E poi, ha anche rivendicato la presidenza della Vigilanza Rai e del Copasir, in quanto i Dem sono all’opposizione. Commissione, quest’ultima, che però vuole anche Silvio Berlusconi.

Quei diecimila voti recuperati e l’assist sui figli delle coppie gay

“I pop corn? Mai”. Il segretario metropolitano del Partito democratico e consigliere comunale di Torino, Mimmo Carretta, non segue l’idea di Matteo Renzi: “La nostra opposizione a Chiara Appendino è sempre stata dura – afferma -. Per salvare la città abbiamo offerto la nostra collaborazione soltanto su alcuni temi, il recupero dei fondi per la metropolitana, il salvataggio dell’azienda di trasporti Gtt e per le olimpiadi invernali”. C’è poi la registrazione dei figli di coppie omosex all’anagrafe, voluta dalla sindaca dopo la denuncia della consigliera comunale Pd Chiara Foglietta e della sua compagna. Per il resto, invece, il Pd attacca i pentastellati appena può: dalla mancanza di visione per il futuro della città, passando per i bilanci e i tagli alla cultura, fino alla gestione del traffico. A due anni dalla sconfitta di Piero Fassino, il Pd ha cercato di rilanciarsi: “Il 4 marzo abbiamo avuto 10mila voti in più (sia rispetto il 2016, sia rispetto il M5s, ndr) e siamo di nuovo il primo partito in città. Abbiamo recuperato nelle zone semiperiferiche, ma non ancora nelle periferie”. Come a piazza Montale, dove la sindaca aveva chiuso la sua campagna elettorale e domani il capogruppo Pd Stefano Lo Russo andrà per parlare con gli abitanti di quanto fatto da Appendino.

L’anti-Nogarin è un ex grillino. E per il 2019 cresce la Lega

Un partito senza segretario, le guerre interne a tempo pieno, un mini-gruppo in consiglio. Come dopo un uragano, a Livorno, l’orologio del Pd si è fermato al 2014 quando la città decise di affidarsi al M5S: i dem hanno cavalcato le polemiche (come sull’Aamps, l’azienda dei rifiuti), ma senza trovare né la risposta alla sconfitta né una visione da raccontare agli elettori persi anno dopo anno, perché la rendita non basta più e la bandiera del Pci del 1921 è ben riposta nel museo della città appena inaugurato. In consiglio comunale il più feroce con Nogarin è un ex grillino fuoriuscito, Marco Valiani. Sui social e nei circoli il più attivo del Pd è un consigliere regionale, Francesco Gazzetti, probabile candidato-sindaco il prossimo anno. Ma i risultati si vedono nelle urne: alle Politiche il “Partitone” si è fermato al 29%, un po’ meno di 26 mila voti, 15 mila in meno del 2013 e 20 mila in meno delle Europee 2014 (allora la percentuale fu del 52). Dopo il disastro del 4 marzo si è dimesso il segretario renziano e alla guida c’è un gruppo di garanti. Il portavoce unico è Andrea Romano, che frequenta più gli studi della tv. Non si è ancora capito se nel 2019 Nogarin si ricandiderà, non è affatto sicuro che il M5S rivinca: lo spettro che si aggira sopra ai Quattro Mori, ha la forma del Carroccio.

Campagna social contro la Raggi. Ma il partito esiste solo in centro

In Campidoglio da due anni, a eccezione di alcune iniziative di un paio di consiglieri, il gruppo degli 8 Dem risulta sostanzialmente irrilevante nei lavori d’aula, limitandosi a una sterile critica dell’attività della giunta M5S di Virginia Raggi. Le proposte più interessanti dai banchi dell’opposizione vengono da Fratelli d’Italia e da Stefano Fassina (LeU). I Dem arrancano con la debole segreteria cittadina di fede renziana, in balìa dei vecchi capicorrente e con l’attività dei circoli ridotta al minimo. Un partito arroccato nel centro città, dove alcuni giovani militanti attivi nelle periferie vengono spesso tenuti in disparte. Tra un post contro la sindaca e una presenza sempre meno palpabile sul territorio, manca il lavoro per far crescere una nuova classe dirigente. Risultato: dopo la defenestrazione di Ignazio Marino a fine 2015, il Pd ha perso le Comunali 2016 contro i 5Stelle, è arrivato terzo alle Municipali di Ostia prendendo appena 2.500 voti in più di CasaPound e ha visto sconfitti entrambi i suoi candidati alle primarie del centrosinistra per i Municipi 3 e 8. Un tracollo. Alle Politiche del 4 marzo i Dem hanno toccato il 28% alla Camera solo nei due collegi del centro, attestandosi tra il 17 e il 20% in tutte le periferie dove, per la prima volta nella Capitale, la Lega è salita oltre il 10%.