Matteo aprirà l’assemblea: s’è dimesso ma “darà la linea”

“Naturalmente abbiamo molte cose da dirci e molti argomenti da approfondire. Lo faremo anche sabato 19 maggio in occasione dell’Assemblea Nazionale del Pd in cui aprirò i lavori spiegando quali sono a mio avviso le cause della sconfitta e come ripartire”. La butta lì in una e-news, Matteo Renzi, neanche fosse la cosa più naturale del mondo. La motivazione che viene fornita è questa: il segretario dimissionario di regola apre l’Assemblea.

Una “regola” che illumina la complessa situazione politica del Pd: Renzi si è dimesso oltre due mesi fa, ma resta il segretario “dimissionario” in una sorta di vuoto di potere nel quale continua di fatto a fare il leader. Alle sue parole replica solo Cesare Damiano (“siamo oltre le regole della decenza”), mentre il Reggente Maurizio Martina non commenta, ma fa filtrare che si tratta dell’ennesima forzatura. Per il 19 si annunciano le (solite) liti: con i big anti-renziani che pensano di confermare Martina fino al congresso e Renzi che cerca soluzioni alternative.

In tutto questo, ci sono una serie di dati “materiali” ed economici che illuminano la reale situazione del Pd, un guscio sempre più vuoto. Martedì al Nazareno c’è stata una riunione tra il tesoriere, Francesco Bonifazi, e i rappresentanti sindacali dei lavoratori. I 175 dipendenti del Pd sono in cassa integrazione dal 1° settembre scorso. La causa? I 9 milioni di rosso nel bilancio causati dalla campagna referendaria. Bonifazi ha detto di essere disponibile a un rinnovo della cassa per un altro anno (il primo ciclo termina il 31 agosto), ma ha anche comunicato che solo 35 dipendenti saranno salvaguardati. E gli altri 140 saranno messi in cassa integrazione a zero ore fino al 31 agosto e ci resteranno per l’anno successivo. Ammesso che il provvedimento sia rinnovato.

Il tesoriere spera di riuscire a chiudere con un piccolo attivo il bilancio del 2017. Evidentemente insufficiente.

Mentre il partito viene di fato liquidato, è stata messa all’asta anche la testata dell’Unità, che era stata pignorata per pagare gli stipendi degli ex dipendenti: con 300 mila euro, chiunque potrà aggiudicarsela. E “chiunque” significa che la storia della testata potrebbe essere completamente bypassata. D’altra parte, il Pd renziano l’ha già sostituita con la testata online Democratica. La vendita inizierà il 21 maggio e finirà il 24. Questo sempre se la cosa non dovesse essere fermata prima con il pagamento degli stipendi.

E poi ci sono i soldi: il crollo di voti ed eletti costerà al Pd 19 milioni di euro. Ogni parlamentare eletto ogni mese deve infatti versare al partito un contributo di 1.500 euro: nella scorsa legislatura lo facevano 378 tra deputati e senatori, i cui contributi, moltiplicati per i cinque anni, hanno superato i 34 milioni. Ora, gli eletti dem sono 165, con una proiezione sui 5 anni di circa 14,8 milioni di contributi.

Questo potrebbe portare all’addio della sede del Nazareno visto che l’affitto costa mezzo milione di euro l’anno. Dati da tener presenti per chi pensa a una scissione: il Pd è sempre più “leggero”. Peraltro, ha appena chiuso anche la cassaforte del renzismo, la Fondazione Open. Nel frattempo, però, lo stesso Bonifazi è diventato presidente della Fondazione Eyu, quella che sarebbe la Fondazione del Pd. I movimenti si incrociano.

Sabotaggi anarchici contro gli alpini: “Non ci fermeranno”

L’allarme è scattato ieri notte intorno alle tre e mezza, lungo i binari della linea del Brennero e poi della ferrovia della Valsugana, in Trentino. Usando del liquido infiammabile, ignoti hanno danneggiato i sensori della linea ferroviaria a nord di Trento, mentre in altri due punti sono stati manomesse le apparecchiature, facendo scattare le procedure di emergenza. Il gesto non è stato rivendicato, la Digos segue la piste anarchica. I disagi alla circolazione dei treni sono rientrati solo nel pomeriggio.

I sabotaggi sono collegati all’Adunata degli alpini che si tiene in questi giorni proprio a Trento. Già nei giorni scorsi c’erano stati altri episodi. La facoltà di Sociologia era stata occupata dagli anarchici e all’esterno erano state appese scritte contro gli alpini. La vetrina del negozio ufficiale dell’adunata è stata presa a sassate. “Non ci fermeranno, l’adunata è una festa”, ha detto il presidente della Provincia Ugo Rossi. Solidarietà anche dalle regioni vicine: “In un Paese civile gesti come questi non dovrebbero accadere”, secondo Luca Zaia, governatore del Veneto. “È un fatto di assoluta gravità”, ha aggiunto Massimiliano Fedriga, neoeletto in Friuli.

“L’intesa Lega-M5S è rischiosa. Il Pd ha puntato sul fallimento”

Merito, competizione, solidarietà. Compiti in classe, gite, interrogazioni. È la scuola, lodata o criticata (spesso a vanvera), di certo troppo spesso riformata. Da un’inchiesta di un anno è nato Ultimo banco, ultimo libro di Giovanni Floris e primo titolo della nuova casa editrice Solferino. Con il conduttore di DiMartedì parliamo di politica – il difficile accordo tra i partiti dopo le elezioni – e di politiche della scuola.

Che voto diamo alla crisi di governo?

Il governo neutro che sembrava il risultato di una crisi irrisolvibile, potrebbe rivelarsi l’elemento che la scioglie. E fortunatamente mi sembra che il Quirinale segua con attenzione ogni passaggio di questa crisi. Se si farà il governo Lega-5 Stelle vedremo scontrarsi con la complessità del Paese chi ha vinto le elezioni semplificando. Io sono molto critico sui programmi di questi due partiti: hanno costi difficilmente sostenibili e non sono nemmeno tutti condivisibili. Non amo il linguaggio della Lega, o l’approccio dei 5 Stelle alla competizione politica. Gli ultimi segnali di Salvini all’estrema destra, le parole di qualche giorno fa di Grillo sull’euro non lasciano ben sperare. Su di loro pesa poi la ‘benevolenza’ di Silvio Berlusconi, che non è cosa da poco per chi vuole governare. Bisogna però riconoscere che la determinazione ad andare a governare di Lega e 5 Stelle è un segnale di buona fede: se si andasse ora a nuove elezioni, avrebbero solo da guadagnarci.

La crisi del Pd è anche una crisi di valori?

Il Pd sconta la crisi di una leadership forte, che ha svuotato il partito. La scelta di non dialogare con i 5 Stelle ha favorito l’alleanza del Movimento con la Lega, e i soggetti che il Pd reputa il peggio che possa capitare al Paese ora potrebbero governare. Non mi pare un gran successo per il partito. Non credo che avrebbero dovuto fare per forza il governo con Di Maio, ma che sarebbe stato utile avere una strategia, saper dove guardare.

Il tanto meglio, tanto peggio.

È sbagliato il punto di vista: non ci si può augurare un clamoroso fallimento come se non costasse qualcosa al Paese. Non credo che riusciranno ad abolire tout court la legge Fornero, né che faranno la flat tax insieme al reddito di cittadinanza, ma mettiamo che riescano a fare tutto ciò, tutto insieme: rischieremmo la bancarotta. Per il Pd dire ‘avevamo ragione’ non sarebbe una gran consolazione.

La scuola è l’argomento più politico che si possa immaginare. E non a caso la politica se n’è occupata moltissimo, pur con risultati rivedibili.

Praticamente ogni governo ha varato una riforma. Nessuna di queste però ha cambiato il destino della scuola, perché al fondo non c’era mai una visione. Si deve partire dall’idea che lo strumento culturale sia la bussola per affrontare problemi sempre più complicati. Il mio professore diceva ‘non c’è nulla di più pratico di una buona teoria’. Oggi in politica si tende a semplificare i linguaggi e le chiavi di lettura: non so se questo è l’effetto o la causa della situazione. Ma vedo un’aria di famiglia tra il modo in cui la politica tratta i problemi e quello in cui trattiamo la scuola.

E cioè?

Immaturità, superficialità, impreparazione, improvvisazione. La sottovalutazione del ruolo che l’approfondimento e lo studio dei problemi possono avere nella soluzione. La tendenza a demonizzare quello che non ci fa comodo.

“La classe dirigente che si è proposta alla guida del Paese negli ultimi tempi rischia di essere ricordata come approssimativa, sempre a caccia di una scorciatoia o di una battuta brillante che supplisca alla fatica di farsi un’idea approfondita su un problema”. È un’autocritica generazionale?

Mettiamola così: quelli della mia generazione che hanno avuto la possibilità di governare il Paese hanno tradito i propri tratti culturali. La formazione che hanno ricevuto avrebbe dovuto renderli pragmatici ma rispettosi del ruolo della cultura e della tecnica. Avrebbero dovuto distinguere tra percezione, desideri e realtà. Tra politica e potere. Eppure questa generazione si è lasciata attrarre dalla superficialità e dal populismo.

La riduzione di tutto a slogan – uno dei tratti distintivi del dibattito pubblico di questi anni – è un espediente vantaggioso: costa meno fatica.

La semplificazione è utile se dietro c’è conoscenza, è una tragedia se dietro non c’è nulla. Ci insegnavano il riassunto, esercizio in cui l’abilità si manifesta nel sintetizzare tutte le circostanze importanti, non eliminandone alcune a caso. La povertà di linguaggio veniva mal giudicata, oggi è la caratteristica comune di gran parte delle operazioni politiche e di molte operazioni culturali. La capacità di comunicare è importante, ma non è esorcizzando la complessità che si ottiene un buon risultato. Non si elimina il problema se si dà del “gufo” (o del “componente della casta”, o del “servo di Berlino”…) a chi lo individua. Dare autorevolezza alla scuola vuol dire restituire valore alla competenza, alla responsabilità, al lavoro collettivo. Quindi al Paese e alle sue istituzioni.

Di chi è la colpa?

Non è più il tempo di parlare di responsabilità, urgono rimedi. Subito un atto pratico e nel contempo simbolico: aumentare lo stipendio agli insegnanti, perché sia evidente che si dà un alto valore alla funzione che esercitano. A forza di provare ad abbassare gli stipendi a chi non ci piace abbiamo dimenticato di alzarli a chi lo merita. Se una collettività perde la capacità di governare il presente, bisogna semplicemente rimettersi a studiare.

Davide Casaleggio eredita dal padre solo 73 mila euro

L’eredità di Gianroberto Casaleggio al figlio Davide? Non è miliardaria, ammonta solo a 73.283 euro. Non c’è nessun immobile, 3.283 euro sono di “azioni, obbligazioni e quote societarie”, mentre 70 mila euro derivano da “altri cespiti”. È quanto ha scoperto il Corriere dell’Umbria, che ha consultato un documento della Agenzia delle Entrate, depositato alla Camera di commercio di Milano. Il documento – datato 9 settembre 2016 – è la “dichiarazione di successione” di Casaleggio, morto qualche mese prima, il 12 aprile. I coeredi sono tre: Davide, nato dal matrimonio con Elisabeth Birks da cui Gianroberto divorziò, la nuova moglie Elena Sabina del Monego e il figlio Francesco, nato nel 2006.

Le azioni rappresentano il valore nominale del 30% della Casaleggio associati e il loro valore può naturalmente variare sulla base dell’andamento della società, che in realtà è in perdita da anni e nel 2016 ha chiuso con un fatturato inferiore al milione di euro. I 70 mila euro sono crediti vantati da Casaleggio padre nei confronti della società.

Recalcati, dal renzismo alla Rai

Massimo Recalcati è riapparso in Rai con un programma nel quale esporrà la sua visione della famiglia. Egli è da tempo impegnato in un’opera di sdoganamento del lessico analitico nel tentativo di verificarne l’applicabilità a questioni extra cliniche. Il primo tentativo di usare televisivamente il frasario freudiano risale alla Leopolda 2016.

La teoria da validare all’epoca era il Complesso di Telemaco, riassumibile in uno stato di attesa impaziente a cui è costretto il figlio-erede, penalizzato dell’evanescenza delle figure paterne, quando addirittura non ostacolato dalla loro inamovibilità. Il tentativo di passare dalla teoria alla prassi si rivelò allora alquanto fallimentare. Egli individuò malauguratamente in Renzi l’indomito rottamatore dei padri e corroborò questa tesi attraverso una torsione del frasario analitico. La teoria non reggeva: Telemaco si rivelò ben presto essere un politico vecchio stampo, a suo agio con Berlusconi e con i bizantinismi da Prima Repubblica. Le mazzate elettorali invalidarono una teoria che non fondava, ma si innestava su di una prassi già in piena corsa, nel tentativo di darle un minimo di fondamenta ideologiche e toglierla dalla strada.

Vano fu il coinvolgimento forzato di un padre nobile come Pasolini, che fece della dissonanza col potere la cifra del suo essere intellettuale, a cui venne intitolata la erigenda scuola politica del renzismo, vissuta il solo giorno dell’inaugurazione. Per validare questa teoria venne fatto un indebito ricorso alle categorie diagnostiche, utilizzate per denigrare l’avversario. Nel primo tentativo di creare un lessico politico, si impastò un grand guignol

clinico dove termini come masochista, schizofrenico, psicotico venivano scagliati fuori dalla Leopolda, dove tramava un movimento caratterizzato da una patologia bipolare, o si radunavano le mummie. La malattia, oggetto di cura e manutenzione dell’analista, veniva così disinvoltamente utilizzata come strumento di offesa dialettica.

Ora che il renzicalcatismo è tramontato, la psicoanalisi torna al suo posto, indagando in seconda serata il ruolo della madre, lasciando tuttavia aperto un interrogativo. Recalcati ha in diverse interviste ricordato di essere tornato a Gesù diventando padre. È lecito domandarsi se il suo mostrare pubblicamente i propri afflati religiosi, non possa anche in questo caso sfociare in un elemento pregiudiziale e inibente per chi va sul lettino.

Come entreranno nel suo studio, o come si sentiranno da telespettatrici, tutte quelle donne che non riescono a restare gravide, o che il bambino lo hanno perso, sapendo che il desiderio di maternità viene subordinato ad una scelta divina che non le contempla?

Quando è nata mia figlia non ho pensato a convocare un Dio che avrebbe scelto me, dimenticandosi di tutti quegli uomini e donne visti in seduta, che quel sogno non lo hanno potuto coronare. Alla fine, ciò che importa è che Recalcati abbia potuto rivolgersi a tutti gli italiani, anche a coloro i quali orientano il loro voto verso formazioni politiche da lui accusate di psicopatologia, godendo di quella tolleranza verso il pensiero divergente che, sul palco della Leopolda calcato assieme a Renzi, mancava.

*psicoanalista, responsabile del centro di psicoanalisi applicata LiberaParola di Modena

L’Italia, una Repubblica fondata su Gianni Letta

L’Italia è una Repubblica fondata su Gianni Letta. Se avremo un governo, lo dobbiamo a lui. Nei palazzi di Roma, stando ai retroscena, non si muove foglia che Gianni Letta non voglia. Presidente di una Repubblica parallela (quella venerea e baldanzosa del Tinto dal Signore), Sua Eminenza Grigia disegna scenari, ammette alleanze, disfa accordi, suggerisce tattiche e strategie. Con cosmetica presenza, emette il suo potere ultravioletto su ogni ganglio delle Istituzioni, ancora tenute sotto schiaffo dal Decaduto, guidato da Letta come Nicola II dal monaco mistico Rasputin. Pallore nobiliare, un figlio Giampaolo condotto nei salotti come sua emanazione platonica, è ritratto mentre zompetta da Montecitorio a Madama e poi da Giustiniani a Grazioli, dove si reca dentro auto protette da vetri oscurati e silenziosissime che sembrano camminare sulle pattine invece che sulle buche di Roma; non per riferire, ma per effondere, non per raccomandare ma per emulsionare, non per esporre ma per definire. Un movimento impercettibile di un suo sopracciglio ad ala di gabbiano decreta un’opposizione radicale, che con un tocco alla cravatta diventa cauta apertura, che con una sbottonata alla giacca diventa astensione benevola. E governo sia. Un po’ la Sophia Loren della premistica romana, non c’è premio autorevole che non venga chiamato a consegnare. L’altroieri, alla cerimonia del premio Guido Carli a Montecitorio, ha promulgato: “Sono giorni difficili”. E sere fa, a un convegno su Andreotti, ha rivelato: “Siamo al degrado delle istituzioni”, senza manco un ex premier ai servizi sociali. Poi ha fatto gli auguri al Paese, avviso eloquente per Di Maio e Salvini. Pare tratti direttamente con Luca Lotti, l’aspirante Gianni Letta di Renzi. Il quale, con la mancanza d’eleganza che lo contraddistingue (eh, questi giovanotti della provincia), è dovuto passare per il rito plebeo delle elezioni (benché truffaldine) e nominare ministri gli amici del cuore per contare qualcosa.

Al terzo uomo del Salvimaio io dico: “Ti vedo e ti piango”

Già a tempo debito questo diario si era occupato del cosiddetto premier Terzo Uomo, immaginandone sembianze e caratteristiche. Mai osando sperare, tuttavia, che un simile prodigio potesse avverarsi. Da quando però ha appreso che il governo Salvini-Di Maio (d’ora in poi Salvimaio) sta per estrarre dal cilindro un premier “né Lega né Cinquestelle” (Bonafede), né di qua né di là, né sopra né sotto, insomma né carne né pesce, l’estensore di queste righe non sta più nella pelle.

In preda alla stessa eccitazione di un cercatore di diamanti del Transvaal che, stremato, disilluso e sul punto di arrendersi s’imbatta in un abbagliante giacimento. Felicemente sbalordito come deve essersi sentito Allegri davanti alla prima e poi alla seconda papera del portiere del Milan (“Donnarumma uno di noi”). Poiché, come c’insegna il film di Sorrentino, Loro, la finzione può anche tradursi in un capolavoro, che difficilmente però raggiungerà la realtà sovrastante. Per acconciarsi degnamente a codesta chimerica figura governativa il diario si è dunque messo a scartabellare tra le antiche reminiscenze affastellando riferimenti banalmente scolastici. Mitologici (l’ircocervo, metà capro metà cervo). Beffardi (“Al re Travicello piovuto ai ranocchi mi levo il cappello e piego i ginocchi”). Goldoniani (Arlecchino servo di due padroni). Commedia leggera (Georges Feydau, e la batteria di mariti adulteri, mogli cornute, amanti negli armadi). Citazioni insoddisfacenti che hanno convinto chi scrive a fare da sé, a misurarsi direttamente con l’imprevedibile natura umana. Poiché solo un sadismo compulsivo potrebbe affidare la guida del Paese a un qualunque galantuomo imponendogli il tormento di un Giano bifronte (ecco il rimando che mancava) costretto non a guardare il passato e il futuro, ma Luigi Di Maio e Matteo Salvini, contemporaneamente.

Pensate all’inferno del pover’uomo in quel di Palazzo Chigi, vessato dai due spocchiosi leader che gli entrano e gli escono dalla stanza e non fanno altro che strillare ordini contraddittori. Subito la flat tax. No, prima il reddito di cittadinanza. Cosa si aspetta a imbarcare i 600 mila irregolari che abbiamo promesso agli elettori di rispedire al paesello? Lo ha promesso lui non certo noi, il conflitto d’interessi del Delinquente ha la precedenza. Qui comando io. Figurarsi, senza i nostri voti quello torna a fare lo steward allo stadio. E così via senza tregua. Nella tragedia che declina in farsa e in opera buffa, il nostro non potrà cantare “questa e quella per me pari sono” perché nel Rigoletto il duca di Mantova è un libertino padrone delle sue dissolutezze. Mentre nel Salvimaio (orchestrato su libretto di Sergio Mattarella) è il Terzo Uomo che soggiace alle altrui voglie. Fuor di metafora e provando a tornare seri, pur non tifando per la bizzarra coalizione giallo-verde, questo diario si permette un consiglio.

Si abbia il coraggio di scegliere una figura politica perché il governo del Paese non è l’Isola dei Famosi da cui estrarre, con tutto il rispetto, il diplomatico navigato, la giurista sui codici assisa o il manager per tutte le stagioni. La politica non s’improvvisa perché è la geometria che trasforma il quadrato in un cerchio. Esperta in lingue (biforcute) e l’arte di tradurre le parole in cose da fare. La politica è fatica, pazienza, il pugno nel guanto di velluto e la carezza capace di graffiare. L’arte della sintesi non s’improvvisa e se diventa talent chissà poi come finisce. Infatti al primo destinato a essere il Terzo rivolgeremo riverenti ma rassegnati lo stesso augurio (questo è l’ultimo sfoggio, giuro) di Teofilatto dei Leonzi quando sfida Brancaleone da Norcia: “Ti vedo e ti piango”.

Davide Casaleggio: “Il contratto verrà votato su Rousseau”

La cosa era quasi scontata, ma ieri l’ha annunciata ufficialmente Davide Casaleggio, presidente dell’associazione Rousseau, che gestisce l’omonima piattaforma che è la sede immateriale del Movimento 5 Stelle: “Noi chiederemo agli iscritti M5S di votare online su Rousseau sul contratto di governo. Il voto degli iscritti è l’indirizzo principale da cui il movimento prende le sue decisioni. Il sistema di voto su Rousseau è sempre stato determinante”. Il figlio di Gianroberto, co-fondatore del Movimento con Beppe Grillo – lo ha dichiarato in Senato, presentando una nuova funzione della piattaforma Rousseau detta “Scudo della rete”: “Quando si parla di governo è importante che vengano attivati strumenti di partecipazione attiva dei cittadini stessi, come in Estonia o altri Paesi. Noi stiamo sperimentando alcune forme di partecipazione da parte degli iscritti 5 Stelle.

Anche in Germania dalla parte il contratto di governo con la Cdu è stato ratificato dagli iscritti della Spd. Noi lo faremo in modo diverso chiedendo agli iscritti di votarci online e non su schede di carta”.

La Cei come il Colle: su migranti e Ue “basta coi proclami”

Non avranno il peso dei “paletti” di Sergio Mattarella, ma anche i vescovi italiani nel loro linguaggio felpato mandano avvertimenti al possibile governo 5 Stelle-Lega: su politiche migratorie e Ue devono cambiare registro. A parlare, a margine della presentazione di un libro della Fondazione Migrantes, è monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, timoroso di “quelle politiche che fanno dell’avversione al migrante la loro bandiera”. Facile, visto il contesto del discorso, cogliere un riferimento a Matteo Salvini. I toni comunque non sono ancora ostili: “Non ho letto ancora il programma, non ho capito quali sono i punti di non ritorno del governo rispetto a questi temi, compreso quello della mobilità umana”. Sul quale, però, “la posizione della Chiesa è nota ed è legata non a scelte politiche ma al mandato evangelico. Gesù ha detto ‘ero straniero e mi avete accolto’, non è compito della Chiesa decidere chi deve entrare, chi restare o chi deve essere mandato via. Questo è compito della politica”, ma “la povertà, il bisogno, la fatica di vivere, non hanno colore di pelle né condizione sociale. Esiste soltanto ed esige una risposta. Noi non possiamo rimanere inerti”.

Anche sull’Unione europea monsignor Galantino pare in sintonia col capo dello Stato: parlando delle posizioni antieuropeiste di leghisti e grillini, il segretario della Cei mette a verbale che “la Chiesa guarda con grande attenzione e speranza alle nazioni e ai popoli uniti. Non penso che le condizioni politiche, economiche e sociali permettano oggi di fare i navigatori solitari. Non mi riferisco soltanto alle singole persone ma anche ai singoli popoli. Non esistono realtà che possono essere gestite in proprio”.

Insomma, se fanno un governo 5 Stelle e Lega dovrebbero cambiare i loro programmi per essere potabili per i vescovi: “Mi auguro che questo esecutivo abbia come punto di partenza la voglia di mettere orecchio alle condizioni concrete e alle attese reali delle persone. Perché le ideologie, le prese di posizione, i proclami pre-elettorali devono essere ridimensionati e tarati sulla realtà e sui bisogni reali”.

Di Maio: “No ministri a Meloni”. E lei: “E ora che dice Salvini?”

L’alleanza giallo-verde resta tale: i ministri del prossimo governo saranno solo di Lega e Movimento 5 Stelle. Non c’è spazio per Fratelli d’Italia: la questione è stata oggetto di un vivace scambio di vedute – eufemismo – tra Luigi Di Maio e Giorgia Meloni ieri sera. Nel pomeriggio, al termine della riunione a Montecitorio tra i due leader di partito, il capo dei Cinque Stelle aveva fatto sapere che si era trattato solo di un “incontro di cortesia”: “Siccome si stava parlando di un loro eventuale ingresso nel governo, volevo spiegarle (a Meloni, ndr) perché il contratto sarà solo tra Lega e M5S. È stato un incontro cordiale”.

Molto meno cordiale invece la ricostruzione dell’ex ministra: “Ho ricevuto Luigi di Maio su sua richiesta. Nel corso dell’incontro durato quasi un’ora e mezza, lui mi ha chiesto il sostegno di Fratelli d’Italia ad una premiership sua o di un altro esponente del M5S in cambio di un via libera a un nostro ingresso nel governo”. Meloni quindi ribalta completamente la prospettiva della trattativa: “Fratelli d’Italia non ha avanzato alcuna richiesta di ingresso nel nuovo esecutivo. Non potremmo mai far parte di un governo a guida grillina. La risposta che ho ricevuto è che in questo caso lui avrebbe posto un veto sulla nostra presenza perché saremmo una forza troppo di destra”.

Con le categorie del gossip si potrebbe raccontare più o meno così: Di Maio ha provato a tradire Salvini corteggiando l’alleata Meloni con l’offerta di poltrone da ministro in cambio dell’appoggio a una premiership a 5Stelle. Rifiutato, avrebbe sbattuto la porta del governo in faccia a Fratelli d’Italia.

La versione dei 5Stelle è sostanzialmente speculare: Meloni – si legge tra le righe delle dichiarazioni di Di Maio – ci ha provato per un ministero, ma è stata respinta (e si capisce che non l’ha presa bene).

In verità la prima ricostruzione non ufficiale da parte grillina era stata molto più felpata: Di Maio avrebbe sì negato a Meloni l’ingresso formale nel governo, ma lasciando aperta l’ipotesi di qualche poltrona meno nobile, magari da sottosegretario. Anche perché i numeri di Fratelli d’Italia in Parlamento farebbero molto comodo: 18 senatori e 32 deputati che potrebbero rendere decisamente più solida la tenuta dell’esecutivo grillo-leghista. Soprattutto a Palazzo Madama, dove il margine di M5S e Carroccio è di appena 6 unità: la compagine giallo-verde può contare su 167 eletti, la maggioranza dell’assemblea è a quota 161.

Per questo l’ipotesi fatta filtrare dai 5Stelle, ancora pochi minuti prima del furibondo comunicato di Giorgia Meloni, era la seguente: qualche poltrona da sottosegretario in cambio dell’appoggio esterno. Una tempesta perfetta: l’alleato “troppo di destra” sarebbe rimasto formalmente fuori dall’esecutivo ma avrebbe contribuito alla causa, la consistenza parlamentare della maggioranza sarebbe stata molto meno fragile e il centrodestra si sarebbe spaccato in tre tronconi: l’alleato Salvini, la non ostile Meloni e un sempre più marginale Berlusconi.

Poi è arrivata la sfuriata dell’ex ministra. Che fa calare il gelo anche tra Fratelli d’Italia e il leader leghista: sarebbe stato proprio Salvini, sostiene Meloni, a chiedere ai Cinque Stelle di allargare il governo alla sua alleata di coalizione.

A questo punto diventa molto complicato immaginare che i giallo-verdi possano contare in qualche modo sul contributo di Fratelli d’Italia. L’umore degli ex missini lo riassume il questore Edmondo Cirielli: “La Lega ci ha sorpreso e deluso. Si sono fatti il programma da soli, si stanno facendo i ministri da soli, si votino pure da soli”.