Di Battista: “Gli elettori leghisti sono simili ai nostri”

“Se mi fido di Salvini? Io non mi fido neanche di me stesso. Una cosa però voglio dirla: non mi piace il termine ‘elettorato’, i cittadini che hanno sostenuto in passato, anche agli albori, la Lega sono molto più simili ai nostri”. Lo ha detto l’ex deputato dei Cinque Stelle Alessandro Di Battista ad Accordi&Disaccordi, il nuovo talk show prodotto da Loft per Discovery, con la conduzione di Andrea Scanzi e Luca Sommi. La puntata andrà in onda su La Nove lunedì alle 21:25 ed è la prima intervista a Di Battista dopo le elezioni.

Nel format, intorno allo stesso tavolo, due persone con idee diverse cercano di arrivare a un accordo comune. Insieme a Di Battista lunedì ci sarà lo scrittore, ex magistrato e senatore Pd Gianrico Carofiglio.

“Il rapporto che la Lega, soprattutto di Salvini, ha avuto con il suo elettorato, non è del tutto dissimile dal nostro – ha detto Di Battista – c’è un rapporto molto più diretto. Perché il Pd è franato in agonia perenne? Perché ha perso il contatto diretto con i cittadini. E questo alla fine lo ha fatto tramontare”. Di Battista ha anche detto che Di Maio gli ha chiesto più volte di non partire per il Sudamerica: “Ma non mi ha convinto”.

A B. non è passata: FI all’opposizione

Finalmente Silvio Berlusconi fa la vita che dovrebbe fare e, già che c’è, ce la fa raccontare pure via social dal suo staff: “Oggi pomeriggio ho visitato #AMART, la mostra dell’antiquariato al Palazzo de @la_permanente a Milano, riscoprendo la mia passione per l’arte”, ha twittato qualcuno a suo nome.

In nome di quella passione che negli anni ha spesso reso felici gli antiquari di via dei Coronari a Roma, specialmente i venditori di grosse sfere in pietra, il fu Cavaliere s’è comprato un disegno di Chagall.

Purtroppo, ché il destino è cinico e baro, non ha potuto non incappare nella solita frase poi smentita. Mentre passeggiava per la mostra evitando le domande dei cronisti (“Salvini ha tradito?” “No no”; “E il governo?” “Vediamo come va”), Berlusconi non ha però evitato – e ci mancherebbe – di fare due chiacchiere con gli altri presenti. È così che – scrivono tutte le agenzie di stampa – conversando con un espositore che gli mostrava la sua collezione, il Caro Leader s’è lasciato andare all’umor nero: “Speriamo che questi due non vadano avanti perché mettono la patrimoniale”. Frase non proprio in linea con l’astensione benevola o critica o guardinga o come sarà: e infatti lo staff di Berlusconi – forse la stessa persona che twitta al posto suo – la smentisce nel giro di un’ora, “parole mai pronunciate e che non corrispondono al pensiero del presidente”. Non possiamo, a questo punto, che fidarci della smentita e pensare che tutti i cronisti delle agenzie presenti abbiano preso un abbaglio.

E dire che quella frase aveva un suo senso in una giornata in cui aveva ripreso piede quella parte di Forza Italia che vuole fare opposizione dura e pura all’esecutivo gialloverde. La capogruppo in Senato Anna Maria Bernini, ad esempio, ci tiene a dirsi assai preoccupata per “la tenuta dei conti pubblici” e una possibile “deriva giustizialista” del prossimo esecutivo.

Il partito guerriglia, per così dire, interno a Forza Itali dei Brunetta, Gasparri, Bernini appunto, eccetera è stato rivitalizzato – si dice – dall’autorevole appoggio di Marina Berlusconi, presidente di Mondadori e figlia di, che avrebbe consigliato al papà una posizione di rigida avversione al nascente governo tra i grillini e i leghisti.

È il primo membro della famiglia e il solo dell’inner circle in questo momento che spinga l’anziano Caimano alla guerra: il partito Mediaset e i sondaggi in declino hanno convinto Berlusconi a dare il via libera al governo anche se non avrebbe voluto. Ora Silvio può prendersela comoda, visitare le mostre e stare con le persone care: l’arrabbiatura, però, non gli è ancora passata.

Grosso guaio per il premier. Al Colle con una rosa di nomi

Il sogno, per i Cinque Stelle, resta il solito: portare Luigi Di Maio a Palazzo Chigi. Ma il faro che ha guidato questa lunga traversata nei 68 giorni trascorsi dalle elezioni del 4 marzo, ormai, è ridotto a un lumicino. Se il Movimento chiede Di Maio, la Lega ribatte con Salvini; se i grillini fanno il nome di un altro politico, quelli ribattono con Giorgetti… Insomma, serve il terzo. E nel Movimento cominciano a temere che, alla lunga, finirà come spesso accade tra due litiganti: a godere sarà un altro. Non è solo questione di prestigio, ormai non c’è remora a scomodare un requisito evidentemente considerato raro: “Affidabilità”. Tradotto: come si fa, ragionano i Cinque Stelle, a essere sicuri che poi il “terzo” non tradisca? Il pensiero si è fatto largo tra i parlamentari, soprattutto tra quelli più scettici sull’intesa con Matteo Salvini e ieri ha preso forma in un tweet del neo senatore Elio Lannutti: tutto, scrive, “purchè non sia un tecnico, che si venderebbe alla prima occasione utile”.

Per questo – ancora ieri incontrando Giorgia Meloni, con cui è in corso una trattativa per adesso piuttosto agitata – Luigi Di Maio prova ancora a giocarsi la carta del “politico” alla guida del governo. “Ci costa parecchio rinunciare”, riflettono ai piani alti, “ma ormai ci rendiamo conto che è una speranza vana”. Così, in separata sede, Lega e Movimento stilano l’elenco dei possibili nomi su cui cementare l’intesa. Ma sanno già che non sarà cosa facile: Salvini e i suoi vogliono che non sia troppo “di sinistra”, Di Maio e gli altri che non sia troppo “di destra” e soprattutto che non abbia alcun grado di parentela politica o professionale con il convitato di pietra di tutta questa storia, Silvio Berlusconi.

Per dire quanto siano in alto mare, basti sapere che l’intenzione è quella di presentare al Quirinale una “rosa di nomi”, anche per testare le reazioni del Colle sui papabili premier. Il “contatto” è in agenda per domani: certamente i due alleati faranno avere a Sergio Mattarella il testo dell’accordo che le due forze politiche stanno ancora scrivendo. Ma al Capo dello Stato vogliono anche dare (almeno) l’idea che pure la trattativa sui nomi sia in fase avanzata: per questo presenteranno “la rosa”, riservandosi poi qualche altro giorno per il via libera definitivo. Vogliono dare segnali concreti, al Quirinale: “Altrimenti non ci crede”, spiegano, lasciando trapelare il timore che, al netto delle dichiarazioni ai microfoni, il presidente della Repubblica non sia ancora così persuaso del fatto che la partita sia chiusa.

Le urne, le evocano ancora pure i due protagonisti: “Speriamo di chiudere il prima possibile perché se non si chiude si torna al voto”, dice Di Maio, ripetendo in sostanza quanto aveva già dichiarato Salvini.

Non è ancora stato deciso se il “contatto” con il Colle sarà solo telematico o se Salvini e Di Maio saliranno di persona al Quirinale. Oggi i due si vedranno a Milano, probabilmente nella sede della Regione Lombardia. Un modo, spiegano, per fuggire dalle “pressioni romane” e ragionare con più calma. Ieri, all’ora di pranzo, l’incontro si è tenuto alla Camera: poco più di un’ora, in cui le delegazioni di Lega e M5S avrebbero discusso di alcune delle questioni più spinose del contratto, in particolare come armonizzare le due proposte che avevano caratterizzato le loro campagne elettorali, flat tax e reddito di cittadinanza.

Sui temi, sembra che la discussione viaggi abbastanza spedita. Perfino le rogne peggiori (quelle che riguardano i “benevoli astenuti” di Forza Italia, uno in particolare) vengono descritte come già superate: “Ci sarà tutto, vedrete”, dicono a proposito del decalogo che Il Fatto ha pubblicato ieri in prima pagina, “anche loro (i leghisti, ndr) hanno le mani libere”.

È che se non si trova la quadra sul nome, il contratto conta fino a un certo punto. Nelle due riunioni tenute finora, nessuno si è voluto esporre, entrambi preoccupati dal fatto che qualsiasi proposta potesse finire bruciata dagli avversari. Le ipotesi circolate sui giornali non sono in campo per la premiership, anche se non è escluso che facciano parte del governo: Giampiero Massolo, per dire, potrebbe andare agli Esteri.

D’altronde, l’ex capo del Dis, era già stato contattato dai Cinque Stelle in occasione della formazione della lista dei ministri da presentare prima delle elezioni. Non sarà l’unico “tecnico” in squadra, semmai. Il Movimento, tolte le pedine più politiche (per esempio, Alfonso Bonafede alla Giustizia) sembra intenzionato a riempire di esterni anche altre caselle.

La minoranza permalosa

Vista l’ombra di B. e certi connotati di Salvini, il governo Salvimaio ci stava veramente sulle palle. Poi i giornali, Macron, Renzi e i suoi boy&girl in libera uscita hanno iniziato a far di tutto per rendercelo simpatico. Non c’è giornalone, da Repubblica al Corriere, da La Stampa al Messaggero, che non si appassioni a un argomento che pensavamo interessasse solo a noi: il conflitto d’interessi. A furia di non sentirne parlare, ci eravamo fatti visitare da uno specialista, per accertarci di non avere una brutta patologia di tipo monomaniaco, e il medico ci aveva rassicurati, raccontandoci anzi i conflitti d’interessi negli ospedali. Per 24 anni abbiamo chiesto una legge sul conflitto d’interessi, ma né B. (comprensibilmente) né il Pd (incomprensibilmente, o forse no) hanno mai voluto saperne. Figurarsi quando B.&Pd cominciarono a sgovernare insieme: Monti, Letta, Renzi. Eppure non ricordiamo perorazioni o intimazioni ai vari sgoverni perché provvedessero. Se ne escono tutti adesso bel belli, trafelati e sudaticci, a scoprire l’orrore (financo il Messaggero del palazzinaro Caltagirone che, scevro da conflitti d’interessi, discetta di Olimpiadi, Metro C, Acea e di stadio della Roma).

La scena fa un po’ sorridere, e anche un po’ schifo: perché puzza tanto di strumentalità. Comunque, siccome Di Maio tutto vuole fuorché il linciaggio, è probabile che il conflitto d’interessi nel contratto di governo ci sarà (vedremo poi con che legge, e se questa verrà approvata). Con buona pace di Repubblica, che l’altroieri ne annunciava la dipartita: una delle tante fake news. Renzi, superato il terrore di non veder nascere un governo e di ritrovarsi di nuovo tra le mani degli elettori, non sta più nella pelle. Vuole godersi lo spettacolo del Salvimaio “con i pop corn” (forse per festeggiare il merito storico di averlo reso inevitabile). E sfida i grilloleghisti a “mantenere le loro folli promesse”. Ora, a parte il fatto che un politico sano di mente, se ritiene folli certe promesse, dovrebbe augurarsi che non vengano mai mantenute, piacerebbe sapere quali promesse, più o meno folli, abbia mai mantenuto lui: al governo ci andò all’insaputa degli elettori, che avevano votato Bersani con un programma che lui cestinò per copiare quello di B. Che, diversamente da Renzi, l’aveva promesso ai suoi elettori: se anche Renzi l’avesse promesso ai suoi, non avrebbe avuto nemmeno quelli di Bersani, e non sarebbe andato al governo neppure col trucco del Porcellum. Aldo Cazzullo, in perfetto coordinamento con l’amato Matteo, non ha ancora letto né il programma di governo né le coperture.

Ma già sa che, se “i sovranisti (qualunque cosa ciò significhi, ndr) faranno le cose che hanno promesso, apriranno una voragine nel bilancio dello Stato”. E lui vigila da sempre sui conti pubblici, anche quando incensava gli ultimi quattro governi che portavano il debito pubblico da 1.912 a 2.318 miliardi in 7 anni. Poi c’è il Giornale: ci aveva raccontato per 7 anni che lo spread era una bufala pretestuosa per rovesciare lo splendido governo B.. Ora invece, titola: “Lo spread torna a far paura. Segnali di insofferenza dei mercati che vorrebbero garanzie su programmi e ministri”. Contro il Salvimaio non si butta via niente, neppure lo spread. Intanto Macron, questo bidone ambulante già costretto dopo un anno a barricarsi all’Eliseo per difendersi dai francesi pentiti e inferociti, paragona il voto degl’italiani alla Brexit e lancia “campanelli di allarme sull’Italia”, manco fossimo una colonia francese. Fosse accaduto contro un governo Pd o FI, avremmo i vertici dello Stato e dei giornaloni sulle barricate in difesa della Patria violata. Invece, siccome il pisquano transalpino ce l’ha con Lega e M5S, è l’oracolo di Delfi.

Repubblica è impegnatissima a spiegare che il problema del governo Salvini-Di Maio non è che potrebbe esserci dietro il Caimano (per usare un’espressione cara alla vecchia Repubblica), di cui infatti non parla se non per accreditare la leggenda della sua sdegnosa estraneità al nuovo governo, sotto l’incalzare di Marina, nota franca tiratrice in famiglia, che vorrebbe Papi all’opposizione dura e pura, altro che astensione. No, il vero pericolo è che, dietro Salvini, c’è Salvini. Il Caimano, malgrado le apparenze, per Repubblica non è mai stato un problema: con lui ci si mette sempre d’accordo. Invece Salvini, siccome è incensurato e ha quadruplicato i voti in cinque anni, non deve governare. Resta da capire quale governo auspicasse Repubblica, che dal 4 marzo s’è impegnata allo spasimo per demolire qualunque vagito di dialogo fra M5S e Pd e per enunciare la teoria dell’Eterno Torto: se Di Maio non fa alleanze, è settario e sa solo protestare; se vuol allearsi col Pd, è incoerente e vuole solo le poltrone; se si allea con Salvini, è razzista e fascista. Ezio Mauro spiega infatti che Lega e M5S sono accomunati da “un diseguale ma comune istinto di destra”. Ora, che la Lega sia di destra non c’è dubbio, mentre piacerebbe sapere cosa ci sia di destra nel M5S. Mauro elenca tre prove piuttosto fumose: il solito “populismo” (quasi che l’avessero importato Di Maio e Salvini dopo 25 anni di anti-populisti del calibro di B. e Renzi); “la guerra alle élite” (quasi che la sinistra dovesse stare dalla parte delle élite, come in effetti è da 20 anni grazie ai preziosi consigli di Repubblica, che ora non si dà pace per la fuga dei ceti popolari); e l’“azzeramento del sapere” (prima invece l’Istruzione era in mano a un premio Nobel come la falsa laureata Fedeli, per non parlare dei sapientissimi Lotti, Madia, Boschi, Renzi, Alfano, Lorenzin ecc.). Riusciranno i nostri eroi a farci dimenticare B. e a renderci simpatico il Salvimaio? Sarà dura, ma ce la possono fare.

Il libro maledetto di Marco Galli, la preveggenza della malattia

Per la prima volta Marco Galli decide di inserire se stesso in un fumetto: sceglie di essere un tizio con i capelli rasati e la cresta nell’episodio “La ronda” del suo volume Èpos appena pubblicato da Eris edizioni. In una pagina si vede il tizio a terra, bloccato, immobile, con il suo compare che gli urla: “Oh, che fai lì per terra? non sarai mica morto!? Alzati!”. E lui resta a terra. Era il 2015, il 22 marzo 2016 Galli viene colpito dalla rara sindrome di Guillain-Barré, si trova completamente paralizzato nel giro di due giorni, tenuto in vita dalla respirazione artificiale, “come essere gettati di colpo, senza nessuna spiegazione, in un pozzo profondo e buio, senza conoscere quale colpa è così grande per meritare una tale condanna”. Per questo Galli considera Èpos il suo “libro maledetto”: la trama è evanescente, una serie di storie si intrecciano e coagulano intorno a un orrore percepito, qualcosa è successo ma si intuisce soltanto che cosa (e come in ogni tragedia c’è un’inevitabile sfumatura di farsa). Personaggi allo sbando cercano, in un caos interiore quanto di contesto, una via, una priorità, “oltre il vetro affumicato del presente”. Una busta di plastica che volteggia nell’aria pare una citazione, o forse una parodia, della celebre scena del film American Beauty. Le tavole in bianco e nero di Marco Galli sono taglienti e grumose, il bianco sembra quasi fare rumore nell’assediare col suo vuoto vignette che risultano sempre cariche di tensione anche se magari raffigurano soltanto la silhouette di un albero. In quel senso di angoscia che pervade le pagine di Èpos, a posteriori, Marco Galli ha intravisto un avvertimento del suo inconscio per il dolore imminente.

 

 

Storia di Sofia, professione spadaccina (di Leonardo)

Accettereste se Leonardo da Vinci vi proponesse di diventare sua spadaccina? Sofia dei Conti Guidi ha avuto questa occasione e non se l’è lasciata sfuggire. Tutto incomincia quando la ragazza si reca a Roma per mostrare al papa la sua abilità con la spada. All’inizio si traveste da maschio perché non si è mai vista una ragazza spadaccina, ma poi, quando si presenta, tutti scoprono che è una femmina e rimangono a bocca aperta. Dopo un’emozionante esibizione viene chiamata dal papa per conoscere un grande inventore: Leonardo da Vinci. Lui le chiede di diventare sua spadaccina, ma in incognito. Per il “pubblico” sarà la modella per i suoi lavori. Lei inizia subito a lavorare per Leonardo che le fa vedere i suoi disegni e progetti e le dice molti trucchetti, tipo quello di scrivere a specchio così nessuno riesce a capire cosa c’è scritto. Lavorando con il maestro Sofia conosce Giangiacomo Capriotti o Salai (diavolo), un piccolo delinquente salvato da Leonardo. Un giorno l’inventore riceve una visita speciale: Karim El Rashid, l’ambasciatore nipote del re Bayezid II.

Così inizia la strepitante avventura del maestro Leonardo e del cuore coraggioso di Sofia.

Questo libro è bellissimo e molto emozionante.

 

Roma 1968: mestiere fotoreporter

Un anniversario infinito. Come infinite furono le “prime volte” di quel 1968 che rivoluzionò molti aspetti o molti modi di vedere il mondo.

Tra le pietre miliari, anche il mestiere di “fotoreporter da battaglia urbana”, quello che non solo ritrae gli scontri tra studenti e polizia all’Università di Roma La Sapienza, dalla sede di Lettere a Valle Giulia, ma “quello che per tutti gli anni successivi sarebbe uscito dalle agenzie per andare a ‘prendere le botte’”. Ora a Roma quegli scatti – tratti dall’archivio Riccardi e scelti attentamente tra i più rappresentativi del momento da Maurizio Riccardi, figlio del fotografo Carlo con l’aiuto di Giovanni Currado e Marino Paoloni – si mostrano nella loro forza e in tutta l’innocenza del primo sguardo al Museo di Roma in Trastevere fino al 2 settembre. Si può ammirare allora la potenza dei poliziotti schierati in assetto antisommossa in cappotti lunghi e caschetti che oggi indosserebbero i bambini in bicicletta. O le corse degli universitari a volto scoperto attraverso Villa Borghese: un “Quarto Stato” in jeans e maglietta. Una corsa “verso l’obiettivo del fotografo che simboleggiava il desiderio di raggiungere, in fretta e tutti insieme, quella rivoluzione sociale da troppo tempo attesa, ma che, come sappiamo, produrrà solo ulteriore scontro sociale e inutile violenza”.

Oggi certo tutto è già visto. Ma scorrere le immagini in bianco e nero dei primi feriti nel fuoco incrociato delle rivolte ancora colpisce. Almeno quanto lo scatto di quei fotografi mandati ad arbitrare con una macchina fotografica senza filtri come arma.

Dreamers. 1968: come eravamo, come saremoMuseo di Roma in Trastevere

Quei destini intrecciati come ciocche di capelli

“Rendi cosciente l’inconscio, altrimenti sarà l’inconscio a guidare la tua vita e tu lo chiamerai destino”, diceva Carl Gustav Jung. Smita, Giulia e Sarah lo sanno. Tre donne diverse, tre diversi continenti, tre esperienze di vita lontanissime eppure, a loro insaputa, legate insieme come in una treccia di capelli. Delicata e al tempo stesso forte, come lo sanno essere – appunto – soltanto le donne. Laetitia Colombani, regista e sceneggiatrice francese, nel suo romanzo d’esordio intreccia quei fili con l’abilità di un mondo che si è perso, con l’immediatezza di un linguaggio semplice, diretto, emozionante. Quasi una fotografia in bianco e nero, scattata da un occhio allenato a scovare i particolari.

Smita è una donna indiana, una dalit, un’intoccabile. Vive nel villaggio di Badlapur, nello Stato indiano di Uttar Pradesh insieme con suo marito Nagarajan e alla loro piccola figlia Lalita. Non hanno nulla, se non un altare dedicato a Visnu. Per sopravvivere, Smita è costretta a pulire le latrine dei ricchi jat; lo faceva sua madre, lo fa lei, ma la stessa puzza, lo stesso vomito e la stessa sorte non devono toccare a Lalita. Nessuno dovrebbe pulire la merda degli altri, in cambio di pochi avanzi di cibo. Sua figlia dovrebbe andare a scuola, questa è l’unica certezza che Smita ha. È l’unico inconscio che diventa conscio.

Giulia è una ragazza palermitana, figlia di una famiglia che da tre generazioni realizza parrucche. Lavora con suo padre nel laboratorio in cui sono occupate, da che lei ricordi, sempre le stesse operaie. Capelli siciliani trattati con una formula che suo nonno aveva rivelato a suo padre e che questi, poco prima di avere un incidente stradale, fa in tempo a rivelare a lei. È da lì, da quegli incantesimi sul terrazzo del laboratorio che Giulia può ripartire, dopo aver scoperto che l’azienda è sull’orlo del fallimento. Da lì, e da quel ragazzo indiano conosciuto per caso, Kamal, con il quale fa l’amore in una grotta lontano dagli occhi indiscreti e razzisti della comunità. Sarà lui a offrirle la chiave, a permetterle di continuare a intrecciare i fili delle sue parrucche.

Sarah, invece, è un’avvocata di successo. Vive a Montréal, ha tre figli da due padri diversi, ma ha abdicato al ruolo di madre e a tutto ciò che è “altro” per dedicarsi anima e corpo allo studio legale più importante della città. È l’unica che è riuscita a sfondare il soffitto di cristallo di un universo maschile e spietato. Ma, proprio nei giorni in cui un’ulteriore promozione è nell’aria, Sarah scopre di avere al seno un cancro maligno grande quanto un mandarino. Uno simile si è portato via sua madre. Suo malgrado e per quanto si sforzi di tenere nascosta la patologia, Sarah capisce che il mondo si divide in sani e malati e che c’è un muro invalicabile, fatto di finto compiacimento e di feroce lotta tra animali. Le serve uno scatto, ma più di tutto le serve comprendere il peso reale delle cose. Le serve rendere conscio l’inconscio.

E così nelle ultime pagine del romanzo si scopre che le vite di queste tre donne, apparentemente lontane, sono in realtà legate da un filo. Anzi, da una treccia di capelli. Venduto in 26 Paesi ancor prima della pubblicazione e rimasto per un anno ai vertici delle classifiche francesi, La treccia è dedicato a tutte le donne. Alla loro forza, alla determinazione e al loro comprendere, spesso prima degli uomini, che il destino non è altro che la nostra presa di coscienza.

 

Stefano Accorsi ancora nei panni del campione

Dopo la pluripremiata prova in Veloce come il vento Stefano Accorsi tornerà a recitare per la produzione Groenlandia e per Rai Cinema interpretando Il campione insieme ad Andrea Carpenzano, il 22enne attore romano rivelato da Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni, e a Massimo Popolizio. Per la prima volta dietro la cinepresa lo sceneggiatore Leonardo D’Agostini che da fine mese dirigerà a Roma una storia ambientata nel mondo del calcio ideata da Giulia Steigerwalt, anche sceneggiatrice e Antonella Lattanzi.

Paul Verhoeven torna al thriller erotico con Blessed Virgin, un film sul set in estate tra Perugia, Gubbio, Bevagna e Montepulciano in cui si ispirerà al saggio storico del Paul Verhoeven XVII secolo di Judith C. Brown Immodest Acts – The life of a lesbian nun in Renaissance Italy. Il regista olandese di Basic Istinct porterà in scena la vera storia della badessa mistica Benedetta Carlini che soffre di inquietanti visioni religiose ed erotiche e viene assistita da una suora, Bartolomea, con la quale nasce una romantica storia d’amore. Le due protagoniste saranno Virginie Efra, l’attrice belga 41enne già diretta da Verhoeven in Elle con Isabelle Huppert e Daphne Patakia, la 26enne greco-belga già interprete di Djam di Tony Gatlif. Nel cast anche su Charlotte Rampling, Lambert Wilson e Clotilde Courau.

Sul set in Puglia nei prossimi giorni Il mio corpo vi seppellirà opera seconda di Giovanni La Pàrola con Guido Caprino, Miriam Dalmazio, Antonia Truppo, Margareth Madée Giovanni Calacgno prodotta da Ascent Film,Cinemaundici e Cinemorgana con Apulia Film Commission. Ambientato in Sicilia nel 1860, alla vigilia dell’unificazione italiana, il film racconterà la vendetta di una giovane donna trovata sotto i resti di una baracca bruciata.

Paolo Borsellino, il diario di un uomo che si aggiorna da quindici anni

Quindici anni prima della storica sentenza sulla trattativa Stato-mafia, Ruggero Cappuccio sul palco non aveva già dubbi: “Quando sul territorio ci sono due poteri aspiranti alla sovranità, o nasce una guerra o nasce un accordo. E qui da noi c’è un accordo di guerra o una guerra d’accordo”.

Paolo Borsellino – Essendo Stato è uno spettacolo del 2003, che da allora non ha smesso di replicare per l’Italia, diventando anche un film documentario per Rai Storia: scritto e interpretato da Cappuccio – romanziere, drammaturgo, direttore del Napoli Teatro Festival – e curato nell’impianto scenico da Mimmo Paladino, il monologo sarà al Parenti di Milano dal 15 al 20 maggio.

Non è una cronaca, ma un “diario immaginario di Borsellino – eroe ‘naturale’ – un attimo prima di morire, quando ripercorre, dall’angolo della morte, tutta la sua vita di magistrato e di uomo. Nel 2012 ho potuto aggiornare il testo, inserendo parte delle deposizioni di Falcone e Borsellino nell’88 di fronte al Csm, che minacciava provvedimenti disciplinari: è stato lo stesso Csm ad autorizzarmi a utilizzare questi materiali per fini culturali. Tra i paradossi politici della vita italiana questo è uno dei più insostenibili: non si può che essere indignati della solitudine cui furono condannati i due pm”.

Negli anni, oltre alle recite tradizionali, Cappuccio ha “prestato” il canovaccio a molti magistrati, “tra cui Franco Roberti, che mi chiedevano di poterlo leggere pubblicamente, in spazi non teatrali”. Di mafia, però, in Italia si parla ancora poco, o solo in occasione degli anniversari: “Passiamo dal desiderio di analizzare e affrontare il problema al desiderio di contemplarlo in una commemorazione sterile. Siamo bravi a saltare dalla richiesta di giustizia all’incenso, alla preghiera. C’è un rifiuto inconscio di capire la verità: si sposta tutto dalla ragione al sentimento”. Ma a quel punto non resta che piangere.