Il “Panorama” della diaspora

Qui si parla di migrazione, ma scordiamoci per un attimo i barconi: un migrante è anzitutto uno che parte, un fratello, una sorella, un figlio, un fidanzato, un cugino, un nipote, un topo di campagna che si trasferisce in città, altrove, fuori dai confini del paese, del Paese, della Ue, del Patto Atlantico…

“Who are you”, al di là delle tue radici, recise chissà come e chissà dove? Su questo si interroga Panorama, l’ultima creazione dei Motus, coprodotta da La MaMa di New York: l’America non poteva che essere il vetrino di laboratorio privilegiato attraverso cui leggere l’intero “panorama” globalizzato, fluido, esodato, dove sono saltati i confini – del capitale, del lavoro, della droga, di qualsivoglia commercio lecito e illecito (dagli organi agli esseri umani) e persino della circolazione dei batteri, che viaggiano liberi e garruli in business class, a differenza di uomini e donne sprovvisti di passport.

Ideato e diretto da Enrico Casagrande e Daniela Nicolò, con la consulenza drammaturgica di Erik Ehn, lo spettacolo, dopo Manhattan, ha debuttato in Italia: gli interpreti – Maura Nguyen Donohue, Richard Ebihara, John Gutierrez, Valois Mickens, Eugene the Poogene, Zishan Ugurlu – provengono dalla Great Jones Repertory Company del celebre teatro nel Village fondato da Ellen Stewart, e molto del testo è costruito a partire dalle loro biografie meticce.

Il progetto è il secondo dei Motus sul tema dell’identità: se in Mdlsx (del 2015) si sondavano gli abissi del genere, in Panorama si testa la resilienza dei muri geografici, etnici, religiosi, linguistici, culturali. I performer tengono famiglie sparse per il continente, dal Congo alla Corea, dai Caraibi alla Turchia: molti sono entrati in Usa illegalmente, tutti hanno una storia di inadeguatezza da raccontare.

“Tu non sembri americano”, si sentono dire i protagonisti di questa “diaspora furiosa”: una è per metà asiatica e per metà ebrea ucraina; un’altra, pur di “non vestirsi come una rifugiata”, si spoglia nei nightclub; uno si sente donna, un altro si accorge di essere nero solo una volta messo piede in America.

“I am the others potrebbe essere il sottotitolo dello spettacolo”, che mette all’indice le società “cosiddette democratiche, ma profondamente ineguali e razziste al loro interno”: ne esce una “biografia plurale e visionaria, dove il nomadismo diventa una proprietà intrinseca dell’esistere”.

Esteticamente impeccabile, la performance mescola video in presa diretta a immagini da fumetto, musica elettronica e amplessi con un pacchetto di patatine. Quello che non funziona sono le riflessioni politiche: l’anti-trumpismo, se non scontato, suona di maniera, o comunque poco interessante in questo contesto e consorzio umano. Perché è dell’umano che qui si parla; lasciamo la politica alle bagatelle da bar: barconi sì o barconi no.

Bologna, Arena del Sole, fino a stasera; Festival di Santarcangelo di Romagna, 13-14 luglio; Grec Festival di Barcellona, 18-20 luglio; RomaEuropa Festival, 31 ottobre-3 novembre – Panorama Motus

La fiaba nera di Amal e gli altri superstiti a Gaza

Come raccontare la guerra, come ritrovare chi va in chi rimane? Come rendere l’enormità, e l’aberrazione, di una interruzione di vita, legami, speranze, corpi? Primo italiano a passare a Cannes 71, il regista Stefano Savona porta alla Quinzaine des Réalisateurs La strada dei Samouni (Samouni Road), un toccante e valente ibrido di documentario e animazione, quella graffiata con sgorbie e punte di Simone Massi, già premiato cortista e autore di poster e sigle per Venezia.

I Samouni, una solida e retta comunità di contadini alle porte di Gaza, Savona li aveva incontrati nel 2009, quando era entrato clandestinamente nella Striscia durante l’operazione delle Forze israeliane Piombo Fuso, di cui avrebbe poi intestato un doc (2009). Erano freschi di tragedia, una unità di élite ne aveva falcidiato 29 membri, in gran parte donne e bambini, distrutto le case e i campi. Questa storia di vite spezzate Savona non vuole mollarla, ci torna su, si mette in ascolto, spostando la camera dal massacro ai sopravvissuti: la piccola Amal, i suoi fratellini Fuad e Faraj, orfani, ma non privi della visione del mondo, e dello stare al mondo, dei loro genitori. Minuta, spaurita, non doma, Amal dipana una fiaba nera, con una denotazione impavida e un’immaginazione pietosa: non se ne va dagli occhi, e anche da un po’ più giù. “È cominciata lì, nei visi di Amal e degli altri, che raccontano con dolcezza una storia tremenda: i Samouni mi hanno adottato, siamo con loro e qualcosa inaspettatamente succede, questo è il cinema”. Commovente ma faticosa, questa prima parte di interviste lascia spazio all’animazione, desunta sul piano documentale dai lavori delle commissioni d’inchiesta dell’Onu (Goldstone) e dell’IDF e affidata alla rielaborazione artistica di Massi, che basandosi su ricostruzioni 3D e potendo contare su 25 giovani disegnatori ha tirato fuori dal buio, quello materico della terra e quello storico sui fatti, la mattanza. Ci sono voluti cinque anni di lavoro, ma ne è valsa la pena: si potrebbe pensare a Valzer con Bashir, ma qui manca intenzionalmente l’allitterazione artistica, a favore della realtà. E dell’etica, della deontologia: “La distruzione è fotogenica, ma non deve esserci compiacimento, sarebbe colpevole”. Ripercorsa anche attraverso le riprese dei droni israeliani, l’epica dei Samouni s’imparenta alla civiltà contadina, già cara a Massi e Savona, nonché alla Resistenza, la nostra: “A differenza dell’Italia partigiana, però, qui è subita oltre che scelta”. Votato a “trasmettere, senza indulgere nell’idolatria del passato, la memoria, quella di padre in figlio interrotta dalla guerra”, La strada dei Samouni trova un’elaborazione del lutto che ha la secchezza della testimonianza, la supplenza del cinema, la sutura dell’immaginazione. Avercene.

Inaugurazione con lunghe code, lezioni civili e le solite ovvietà politiche

Alessandro Galante Garrone e Norberto Bobbio la definivano “l’altra Italia”, quella delle minoranze virtuose, dal Risorgimento alla lotta di liberazione e del Dopoguerra, che si sono opposte all’eterna Italia dei furbi e dei corrotti. Al Salone del Libro, che ha aperto i battenti con lunghe code agli ingressi (anche di cento metri) e moltissimi giovani, quell’Italia che non si arrende si è manifestata ieri. Lo ha fatto con i dibattiti di civile sentire: dalla Costituzione alla morte della politica (con Gustavo Zagrebelski), dalla lotta al terrorismo (con Gian Carlo Caselli) a una nuova biografia di Bobbio (Carrocci), e agli incontri con Javier Cercas e Petros Markaris.

Se ne sono accorti persino gli esponenti politici e istituzionali, pur snocciolando le consuete ovvietà. La presidente del Senato Casellati per esempio, ha scoperto che la kermesse del Lingotto è “un vero e proprio spazio di confronto”. E il presidente della Camera Fico ha detto qualcosa che potrebbe essere utile, se fosse davvero fatto, in un Paese di non lettori come il nostro, affermando che bisogna “incentivare l’accessibilità per tutti alla lettura”. Ma chi dovrebbe sostenere la lettura, con leggi ad hoc, i “lor signori”, come diceva Fortebraccio, dei Palazzi della politica, non fa nulla. Per fortuna sopravvivono gli editori indipendenti e pochi mecenati. Uno di loro è il piemontese Nino Aragno. Pubblica libri raffinati, ha dato una mano a Rosellina Archinto per rilanciare la casa editrice e sta per ridare vita alla libreria Fogola, una delle più vecchie di Torino.

Licia Troisi “Vedo i fantasmi e li svelo ai ragazzi”

“Lancio una provocazione: in questa guerra tra Torino e Milano, ciò che manca è un grande Salone al Sud, pieno di fermenti culturali che non trovano un punto intorno al quale coagularsi. Ecco, fermo restando che il Salone è un’istituzione e non può scomparire, faccio una proposta agli editori: una grande fiera al Sud”. Licia Troisi sarà nel capoluogo piemontese domenica prossima, per presentare la sua saga di Pandora, l’ultima nata, con Fabio Geda e Cristina Poccardi (ore 14:30, Arena Bookstock). Astrofisica di studi, è l’autrice fantasy italiana più venduta nel mondo. “Ma anche in Italia vado bene”, scherza…

Qual è il segreto per essere letti dagli adolescenti?

Non l’ho ancora capito. Ho sempre prodotto storie che sentivo il bisogno e la voglia di raccontare. Ho cominciato a scrivere che avevo 20 anni, oggi ne ho 37, ma c’è una parte della mia testa che è rimasta in quel periodo lì. Forse allora può essere questo il segreto.

C’è il fascino della saga?

La serialità in generale affascina – pensi alle serie tv –, ti permette di fidelizzare il pubblico. Essendo archi narrativi lunghi e un’impresa dispendiosa, l’autore può sviluppare mondo e personaggi, tirare fuori tutto il possibile.

Una domanda che sicuramente le faranno i suoi lettori giovani: quali sono i personaggi cui è più legata?

Ho un affetto particolare per tutti, ma sento più mio Ido, delle Cronache del Mondo Emerso: mi ricorda un po’ la figura di mio padre. Adesso sono molto affezionata ad Acrab della saga del Dominio: un personaggio strano, cattivo ma non completamente, molto incasinato. Mi ci ritrovo e mi fa divertire.

Ma come riesce a partorire questi personaggi?

La mia testa è fatta così: è come se vedessi in trasparenza nel mondo qualcosa di fantastico. Un esempio: una sera, in treno, ero molto stanca. Avevo gli occhi chiusi e sentivo arrivare addosso folate di vento gelido. Era banalmente la porta dello scompartimento che si apriva e si chiudeva, ma io già mi figuravo un fantasma nel vagone. È il modo in cui vedo il mondo.

E ci si trova bene?

Forse c’è il rischio straniamento. I miei familiari mi accusano di vivere su un altro pianeta. Ma è il mio lavoro, ed è simile agli altri. Un analista programmatore non vive in un universo tutto suo?

L’editoria per ragazzi sta trainando l’intero settore.

La fascia di lettori più forte è quella dei preadolescenti, mi chiedo se manterranno questo piacere. Me lo auguro.

Che rapporto ha con loro?

La scrittura è un’esperienza che si fa in solitudine e per capire come sta andando un romanzo non puoi stare dietro alle vendite o ai commenti su Internet. L’incontro con i lettori è importante per conoscere l’effetto che le mie storie hanno. I ragazzi sono un pubblico appassionato, arrivano a dirti: ‘I tuoi libri mi hanno cambiato la vita’. Ed è vero, perché è l’età in cui tutto ciò di cui fruisci ti forma.

Cosa le domandano?

Mi fa ridere: nelle scuole elementari e medie mi chiedono quanto guadagno. Oppure quanto l’astrofisica c’entra con la scrittura.

Quanto?

Sono forme diverse con le quali l’uomo interpreta il mondo. C’è creatività nella scienza e disciplina nella scrittura.

E il rapporto con i genitori?

Di solito mi ringraziano, perché riesco a far leggere i loro figli. Però i commenti degli adulti sono più filtrati, si vergognano a farti domande.

Tutti?

No. Una volta una ragazza ucraina mi ha confessato di aver imparato l’italiano grazie ai miei libri. Sono fiera di essere una scrittrice per ragazzi, ma mi fa piacere che mi leggano anche gli adulti.

Br, così Moro “chiamò” per trattare la liberazione lo 007 del patto con l’Olp

La drammatica evoluzione del sequestro Moro fu condizionata da un secondo aspetto di politica estera segreta, quello che riguardò i rapporti con i palestinesi. Accanto al nodo della sicurezza atlantica concernente le rivelazioni intorno a Gladio, infatti, Moro in alcune sue lettere fece riferimento a degli accordi di intelligence, il cosiddetto “lodo Giovannone”, stipulato nell’ottobre 1973 con i palestinesi, nei giorni in cui infuriava la Guerra del Kippur tra Israele ed Egitto. Si trattava di un’intesa che il governo italiano, allora guidato da Mariano Rumor, mentre Aldo Moro era ministro degli Esteri e Paolo Emilio Taviani degli Interni (tra le carte del suo archivio personale sono stati ritrovati documenti relativi alla questione risalenti già al dicembre 1972), strinse grazie all’azione del colonnello Stefano Giovannone, che da circa un anno occupava l’incarico di capocentro dei Servizi segreti militari italiani a Beirut. Il lodo prevedeva di salvaguardare l’Italia da attentati della guerriglia palestinese e di evitare che il nostro territorio, in quegli anni già dilaniato dallo stragismo neofascista con regolare puntualità, si trasformasse in un campo di battaglia del conflitto tra arabi e israeliani, portato avanti dai rispettivi servizi di intelligence.

In cambio di questa tutela, volta a garantire il più possibile la sicurezza quotidiana e l’incolumità dei cittadini italiani sul loro territorio nazionale, il nostro Paese si impegnava, per cause di forza maggiore inerenti la ragione di Stato, ma in dispregio del dettato costituzionale che prevede l’obbligatorietà dell’azione penale, ad assicurare alla controparte mediorientale due condizioni: anzitutto a concedere dei salvacondotti giudiziari ai guerriglieri palestinesi catturati sul suolo nazionale dalle forze dell’ordine nell’atto di compiere attentati verso obiettivi italiani o stranieri (in particolare israeliani e statunitensi); in secondo luogo, a “chiudere un occhio” sul continuo traffico d’armi che dal Nord dell’Europa, utilizzando l’Italia come una passerella, i palestinesi utilizzavano per combattere gli israeliani in Medioriente.

Naturalmente si trattava di accordi segreti, a conoscenza di selezionati vertici militari e politici, i quali ritennero pro bono patriae che corrispondesse al supremo interesse nazionale stipularli. Oggi sappiamo che il ministro degli Esteri Aldo Moro svolse un ruolo nella definizione di questo lodo, la cui titolarità, a livello pubblicistico, gli fu maliziosamente attribuita da Cossiga. Ad esempio, l’ambasciatore Luigi Cottafavi ha testimoniato che i giuristi Leopoldo Elia, Renato Dell’Andro e Giuseppe Manzari, tutti legati a Moro da stretti rapporti di fiducia e di stima, furono utilizzati nel 1973 nelle vesti di consulenti per definire i termini dell’accordo.

Nel corso del suo sequestro, Moro indirizzò proprio a Cottafavi, Dell’Andro e Manzari delle lettere sull’argomento, certamente scritte tra il 22 e il 23 aprile, ma distribuite dalle Brigate rosse in modo riservato soltanto il 29 aprile 1978. A questi testi vanno aggiunte le due missive spedite all’allora capogruppo della Dc Flaminio Piccoli e una al presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi di informazione, sicurezza e sul segreto di Stato Erminio Pennacchini, anch’esse redatte come le precedenti negli stessi due giorni e recapitate soltanto una settimana dopo dai sequestratori. Il fatto che i brigatisti abbiano distribuito in modo riservato questo fascio di lettere è importante perché dimostra come fossero consapevoli che esse riguardavano un nodo segreto della diplomazia estera italiana che, in quel frangente, avevano interesse a tutelare, in quanto era in corso, proprio in quei giorni, una trattativa occulta che a parole, nei loro comunicati, avevano negato “perché nulla deve essere nascosto al popolo”.

Tra queste lettere è lo stesso Moro a dirci che la “più importante” è quella rivolta a Piccoli in cui si affermava: “Si tratta della nota vicenda dei palestinesi che ci angustiò per tanti anni e che tu, con il mio modesto concorso, riuscisti a disinnescare”. In essa Moro aggiungeva: “Vorrei che comunque Giovannone stesse su piazza”, ossia richiedendo la presenza del colonnello dei Servizi a Roma in quei giorni. In un’altra missiva aggiungeva: “Dunque, non una, ma più volte, furono liberati con meccanismi vari palestinesi detenuti e anche condannati, allo scopo di stornare gravi rappresaglie che sarebbero state poste in essere, se fosse continuata la detenzione” e ribadiva la necessità che “se è in Italia (e sarebbe bene da ogni punto di vista farlo venire) il Col. Giovannoni (sic), che Cossiga stima”.

Queste due lettere a Piccoli sono importanti anche per un altro motivo: nei dattiloscritti corrispondenti ritrovati in via Monte Nevoso nell’ottobre 1978 compaiono una serie di errori di ortografia tipici che consentono di attribuire l’attività di battitura a macchina con sufficiente certezza a Prospero Gallinari. Inoltre, uno dei due dattiloscritti, è l’unico che riporta un segno autografo a penna di un brigatista (la perizia grafologica ha dimostrato essere la mano di Mario Moretti) che aggiunse e corresse, peraltro in modo impreciso, gli incarichi di governo attribuiti da Moro a Pennacchini.

Ma le due missive sono tra le più rilevanti dell’intero epistolario perché attestano l’esistenza di un canale di ritorno riservato tra la prigionia e l’esterno e quindi contribuiscono a potenziare la dimensione spionistico-informativa del sequestro. Infatti, in entrambe si richiedeva la presenza di Giovannone in Italia e le due missive furono sicuramente recapitate il 29 aprile, ma con altrettanta certezza vennero scritte dal prigioniero nel pomeriggio del 23 aprile. Ora, a partire dalla declassificazione di documenti dei servizi avvenuta soltanto nel 2014 grazie alla cosiddetta “Direttiva Renzi”, sappiamo che Giovannone, in base al foglio di viaggio che non fa alcun riferimento alla vicenda Moro, già il 24 aprile era in viaggio verso l’Italia (“su piazza”, come richiesto dallo scrivente), facendo uno scalo tecnico a Creta “causa rifornimento dovuto a fortissimo vento contrario”. Dal momento che le lettere uscirono dalla prigione soltanto il 29 aprile, è evidente che qualcuno dal suo interno fu in grado di avvertire i Servizi della richiesta di Moro e della necessità della missione di Giovannone dal momento che i brigatisti tergiversavano nel distribuire le missive, impiegando, diversamente da altri casi accertati, quasi una settimana.

Sul cosiddetto “lodo Giovannone” e sulla trattativa segreta che riguardò i palestinesi in funzione di intermediazione per ottenere la liberazione a Beirut di quattro capi militari della Raf, legati all’organizzazione terroristica internazionalista di Illich Ramirez Sanchez, detto Carlos, sono usciti validi recenti contributi di Francesco Grignetti (Salvate Aldo Moro. La trattativa e la pista internazionale, Editore Melampo) e, sulla scorta dei lavori della Commissione Moro che ha presieduto nell’ultima legislatura di Giuseppe Fioroni e Maria Antonietta Calabrò (Moro il caso non è chiuso. La verità non detta, Lindau).

I quattro tedeschi, autori di svariati omicidi in Germania nel 1977, erano detenuti in quei giorni in Jugoslavia e lo spionaggio italiano, o almeno la parte di esso leale a Moro, si impegnò, direttamente con il presidente Josip Broz Tito per promuovere la loro liberazione, si può facilmente immaginare con quale reazione da parte di Bonn. Sappiamo che durante il sequestro il collaboratore di Moro, Sereno Freato, si recò in missione segreta a Belgrado dal presidente Tito viaggiando su un aereo privato messogli a disposizione dall’allora giovane e rampante imprenditore milanese Silvio Berlusconi. Inoltre, siamo a conoscenza che, all’alba del 9 maggio 1978, il vicecapo del Sismi, Fulvio Martini, si recò in macchina in Jugoslavia partendo da Venezia arrivando fino alla cella dove i quattro giovani erano detenuti. Proprio lì fu raggiunto dalla notizia della morte di Moro e fece rientro in Italia. Nell’agosto 1978, sarebbe stato allontanato dal servizio segreto militare ormai egemonizzato dal piduista Giuseppe Santovito, ma ritornò ai massimi vertici della struttura, nominato nel maggio 1984 dal premier Bettino Craxi, dirigendola sino al 1991, ormai in un’altra Italia. Le sue memorie, Nome in codice Ulisse, sono dedicate alla veneranda memoria di Giovannone che perse la furibonda partita per salvare Moro.

Alla luce di questi dati, fa sorridere che, a distanza di quarant’anni dai fatti, i protagonisti o i testimoni di allora ancora discettino nell’ormai rituale occasione degli anniversari sulla cosiddetta linea della fermezza (i più colti si spingono a citare Creonte e Antigone), continuando a ignorare la realtà, ormai accertata, delle trattative che intervennero in quei giorni, il che obbligherebbe a interrogarsi sulle ragioni politiche del loro presunto fallimento per la parte riguardante la vita dell’ostaggio. Speriamo che in occasione del prossimo decennale, costoro possano trovare il tempo di leggere qualche serio libro di inchiesta e dei buoni libri di storia

10 – fine

18 anni di carcere per il capo del colosso assicurativo Anbang

Wu Xiaohui, fondatore ed ex numero uno del colosso assicurativo Anbang, è stato condannato a 18 anni di carcere per frode, tra pratiche ingannevoli e storno di 65,25 miliardi di yuan (pari a 10,4 miliardi di dollari) a società da lui direttamente controllate. Anbang ha promosso negli ultimi anni uno shopping aggressivo a livello mondiale, mettendo le mani nel 2014 su un’icona di New York come il Waldorf Astoria, l’hotel dei “presidenti”, pagato quasi 2 miliardi di dollari. Wu vantava anche rapporti con la famiglia del presidente Usa Donald Trump, con il cui genero, Jared Kushner, trattò senza portare a termine a marzo 2017 una transazione immobiliare da 4 miliardi di dollari. La Shanghai No.1 Intermediate Peoplès Court l’ha riconosciuto colpevole di raccolta fraudolenta, confiscando asset per 10,5 miliardi di yuan (1,6 miliardi di dollari). Con la compagnia assicurativa Wu, 51 anni, ha “ingannato” gli investitori e usato i fondi ottenuti “per scopi personali”. In arresto dallo scorso anno, il gruppo fu commissariato a febbraio per gravi problemi finanziari e gestionali. A marzo, le tv cinesi mostrarono Wu dichiararsi colpevole rispetto agli addebiti contestati, ribaltando quanto aveva detto all’inizio del processo.

Roma, stretta alle demolizioni dei palazzi storici

Arriva una svolta nella vicenda dei venti edifici, tra villini in stile liberty e palazzine dei primi del ‘900, che rischiano di essere abbattuti e ricostruiti in stile moderno e con un aumento di volumetria negli eleganti quartieri Coppedè e Trieste a Roma. Il Campidoglio e la Soprintendenza Speciale per la Capitale hanno fissato dei nuovi vincoli per tutelare gli edifici delle aree di pregio della città dove sussistono gli ultimi progetti autorizzati dal piano casa, che consente aumenti di cubature fino al 35% in caso di demolizione e ricostruzione.

Per i progetti già autorizzati le ruspe non potranno essere fermate ma le eventuali nuove edificazioni andranno eseguite senza possibilità di deroga dalle norme sulla densità edilizia dei palazzi circostanti e con un aspetto esterno che dovrà essere armonico con il contesto. Tradotto: non sarà possibile sostituire i villini attuali con avveniristiche palazzine di cinque piani in vetro, cemento e metallo, come prevedevano alcuni dei progetti in discussione. “Stiamo lavorando per redigere un vincolo paesaggistico sui quartieri d’interesse storico di Roma”, ha spiegato il soprintendente Franco Prosperetti. Con l’assessore all’Urbanistica Luca Montuori che puntualizza: “Nelle altezze e nelle cubature non si può andare oltre per motivi, estetici e urbanistici, ma la città non va congelata”.

Dopo la sbornia di nuove edificazioni destinate alla fascia di popolazione media e popolare avvenute nelle periferie nei primi anni Duemila, ora l’imprenditoria del mattone a Roma punta alle case di pregio: meno costruzioni ma di migliore fattura. Ma la mobilitazione di alcuni comitati di cittadini sorti negli ultimi mesi, come quello per salvare Villa Paolina di Mallinckrodt (Nomentano), ha sollecitato le istituzioni frenando il rischio di un nuovo sfregio urbanistico nel cuore della Capitale.

Fiumicino, governo e Regione fermano i piani dei Benetton

Si allungano nuvole nerissime sul raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino nei terreni di proprietà dei Benetton che sono pure gestori dello scalo. La Presidenza del Consiglio dei ministri e la Regione Lazio hanno detto con due atti distinti che va bene così com’è la perimetrazione della Riserva naturale del litorale romano, voluta cinque anni fa dal ministero per l’Ambiente. Quella perimetrazione ampliava le zone cosiddette di tipo 1 soggette a tutela integrale dove per legge non può essere posato neanche un mattone, escludendo di conseguenza la possibilità che sui terreni della Riserva potessero essere asfaltate nuove piste, costruite stazioni, hotel, centri commerciali e negozi.

Forse su tutta la vicenda del raddoppio non cala definitivamente il sipario, gli interessi in ballo sono giganteschi ed è improbabile che dopo una sfiancante azione di lobby durata anni ora i diretti interessati si rassegnino senza tentare colpi di coda. In ogni caso il doppio pronunciamento di Palazzo Chigi e Regione Lazio diventa un ostacolo enorme sulla strada del progetto da 20 miliardi di euro per l’ampliamento dell’aeroporto nei circa 1.300 ettari della Riserva statale e della tenuta di Maccarese. Al momento quelle aree sono agricole e protette, ma in funzione del raddoppio verrebbero espropriate e ovviamente pagate a peso d’oro con soldi pubblici per consentire la realizzazione di una grande opera presentata come strategica.

La doppia bocciatura del raddoppio fa diventare sempre più interessante la proposta alternativa e molto più economica per Fiumicino (4 miliardi di euro circa invece di 20), avanzata dall’intraprendente Comitato Fuoripista. Gli esponenti di questa associazione non si oppongono alla necessità di aumentare la capacità dello scalo romano in previsione di un augurabile aumento del traffico nei prossimi anni e decenni. Sostengono però che questo obiettivo fondamentale per Roma e l’Italia possa essere raggiunto utilizzando le aree disponibili nell’attuale sedime aeroportuale, senza andare a occupare i terreni pregiati della Riserva naturale statale. E per dimostrare che non si tratta solo di chiacchiere, il Comitato Fuoripista ha approntato con progettisti e tecnici di fiducia un piano per l’efficientamento dell’aeroporto e un miglior utilizzo delle aree anche con nuove costruzioni, mettendolo gratuitamente a disposizione sia della società Aeroporti di Roma-AdR dei Benetton sia dell’Enac, Ente nazionale per l’aviazione civile guidato da Vito Riggio.

I pronunciamenti della Presidenza del Consiglio e della Regione Lazio sul perimetro della Riserva sono stati innescati da un ricorso straordinario inoltrato nel 2014 al Presidente della Repubblica proprio dall’Enac. L’Ente dell’aviazione due anni prima aveva sottoscritto un contratto di programma con Adr che prevedeva un aumento delle tariffe aeroportuali (circa 12 euro a biglietto aereo) per finanziare il raddoppio dell’aeroporto da realizzare entro il 2044. L’operazione dava per scontato che l’ampliamento dello scalo potesse avvenire utilizzando i terreni di Maccarese dei Benetton nonostante su parte di essi gravassero i vincoli della Riserva naturale istituita vent’anni prima. La nuova e più stringente perimetrazione della stessa Riserva voluta dal ministero dell’Ambiente ostacolava ulteriormente il progetto raddoppio, l’Enac si riteneva danneggiato e quindi si rivolgeva al Presidente della Repubblica chiedendo l’annullamento del decreto ministeriale.

Secondo la prassi il presidente si era rivolto al Consiglio di Stato che prima di decidere ha preferito che si esprimessero la Presidenza del Consiglio e la Regione Lazio. In tre pagine il Direttore regionale Vito Consoli ha “riconfermato la valenza ambientale delle aree” e riconosciuto “la correttezza della perimetrazione attuale”, mentre per Palazzo Chigi si è pronunciata la consigliera Elisa Grande, capo del Dipartimento per la programmazione economica. Grande ha ritenuto il ricorso dell’Enac “infondato nel merito” e inoltre “del tutto inammissibile per carenza di interesse” in quanto il decreto ministeriale per la riperimetrazione “non appare lesivo della sfera giuridica” dello stesso ente. La consigliera di Palazzo Chigi precisa inoltre una circostanza importante, da anni sotto gli occhi di tutti, ma che Enac e Adr avrebbero voluto fosse ignorata, e cioè che il decreto con la nuova perimetrazione interviene su aree che fin dal 1996 (anno di istituzione della Riserva) “risultavano precluse alla realizzazione di interventi infrastrutturali”.

Aldo Moro, la Rai ha avuto due idee buone (e originali)

“Pronto, chi parla?” “Brigate rosse”. Non era facile dire qualcosa di nuovo sui quarant’anni dall’assassinio di Aldo Moro; a parte Moro e gli uomini della sua scorta, ne hanno parlato tutti, ex brigatisti in testa, in modo così assillante da parere sospetto. Non era facile, ma Rai1 c’è riuscita. In modo più scontato nell’orazione civile I 55 giorni letta da Luca Zingaretti su testo di Stefano Massini (la cui bravura, causa inflazione, stinge nello storytelling coatto); in modo più originale nella docufiction Il professore. Insolito il taglio dell’operazione che ibrida testimonianze, filmati d’epoca e ricostruzioni sceneggiate (dove Moro è Sergio Castellitto); originale il punto di vista, quello del docente di Istituzioni di diritto, attività mai abbandonata perché politica e insegnamento erano per Moro due facce della stessa vocazione, servire lo Stato. Già nella Prima Repubblica “il professore” faceva eccezione, dava nell’occhio, forse anche per questo era la perfetta vittima sacrificale: di fronte alla sua umanità non restarono umani né le istituzioni, né i terroristi. Toccante il momento in cui gli ex studenti hanno rievocato il loro inascoltato appello in favore della trattativa, non potevano rassegnarsi all’idea di perdere il loro prof. Che succederebbe oggi, nel caso malaugurato del sequestro di un politico? Ci sarebbe l’appello di Floris, Bianca Berlinguer, Porro, Del Debbio, Formigli… trattate vi prego, non vogliamo perdere il nostro assiduo ospite.

Governo, adesso è il Caimano alle prese con Loro

Con Silvio Berlusconi è impossibile fare un governo. Su Silvio Berlusconi è impossibile fare un film. Il Movimento 5 stelle è alle prese con Matteo Salvini per cercare di far nascere un governo che – ripete Luigi Di Maio – deve lasciar fuori Berlusconi: ma quanto fuori? Sull’ex Cavaliere di Arcore, Paolo Sorrentino ha fatto un film, anzi due: Loro 1 e Loro 2. Più di dieci anni dopo Il Caimano di Nanni Moretti. Più che un film su Berlusconi, quello di Moretti era già un film sull’impossibilità di fare un film su Berlusconi, tanto che c’era un film dentro il film: quello che Silvio Orlando tenta di produrre, con Silvio 1 interpretato da Elio De Capitani. Un inserto un po’ sguaiato in cui ragazze Coccodé si dimenano in un luccicante studio televisivo e un Berlusconi-macchietta è sorpreso dalla caduta dall’alto di una valigia da cui escono mazzette di soldi. Un film tentato ma impossibile, dentro un film di cui alla fine resta nella memoria la cupa scena finale, con un Silvio 2 incarnato da Nanni Moretti che esce condannato da un Palazzo di giustizia illuminato dai bagliori dei fuochi. Il film di Sorrentino non prova nemmeno a costruire una narrazione della storia berlusconiana. Si limita a suggerire atmosfere, evocare intrighi, suggerire inganni, di soldi, di sesso, di potere, con un Silvio ormai in declino. Nello scenario ovattato della Puglia di Gianpi Tarantini fornitore di escort, e poi della Roma estetizzata in cui la Grande Bellezza diventa un Grande Crepuscolo. Con Silvio e Veronica sospesi in una villa in Sardegna ritratta come un non-luogo della ricchezza.

Quello stesso Silvio, 1 e 2, è ora alle prese con il governo più difficile della sua carriera di imprenditore & politico. In declino perché sconfitto alle elezioni, costretto a subire il bruciante sorpasso dentro il centrodestra da parte di Matteo Salvini. Abituato a trattare con tutti, a destra e soprattutto a sinistra, questa volta ha ottenuto un risultato elettorale che avrebbe dovuto – grazie a una legge elettorale demenziale che aveva confezionato insieme a Matteo Renzi – tenere fuori dall’area di governo i Cinquestelle e favorire l’accordo tra Forza Italia e Pd. Invece ha ribaltato il tavolo. Ora le carte le danno i giovani Salvini e Di Maio. Lui è ineleggibile e interdetto, “delinquente naturale” (così secondo i giudici in sentenza) e ancora indagato per i rapporti instaurati con Cosa Nostra, attraverso il già condannato Marcello Dell’Utri. I Cinquestelle? “A Mediaset sarebbero a pulire i cessi”, ipse dixit. Quei cessi invece erano puliti dalle cooperative ben pagate messe su dagli amici e parenti di Vittorio Mangano, indimenticato “stalliere di Arcore”. Ma ora i Cinquestelle potrebbero entrare a Palazzo Chigi, e insieme all’alleato Salvini. Che fare? Le elezioni sarebbero peggio, perché ridurrebbero ulteriormente il peso politico e il potere negoziale del vecchio Caimano. Meglio provare a trattare, allora, cercando le garanzie che ha sempre ottenuto, a destra e a sinistra. Non è difficile immaginare le richieste: non ostilità nei confronti delle sue aziende, non una vera legge sul conflitto d’interessi, non interventi decisi e netti in materia di giustizia, anticorruzione e antimafia; al governo, uomini non (troppo) sgraditi; uomini graditi invece per una quota delle 600 nomine che il governo dovrà fare, a cominciare dalla Rai. A proposito: Salvini in campagna elettorale aveva detto che voleva “mandare in galera gli evasori”, ma Silvio è guarda caso condannato definitivo proprio per frode fiscale. Insomma, Berlusconi pone un problema a Salvini: che fare dell’ingombrante alleato a cui vorrebbe scippare gli elettori?; ma lo pone anche a Di Maio: cedere qualcosa al “delinquente naturale” per tenere insieme il governo con Salvini? Gli elettori Cinquestelle di certo non gradirebbero.