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La difficoltà di essere sindaco, fra responsabilità e pochi fondi

“I sindaci sono il filo più esposto della Repubblica”. È una dichiarazione del presidente della Repubblica Mattarella che descrive con un’immagine suggestiva quello che oggi è il nostro ruolo.

Siamo chiamati in prima fila per ogni emergenza che avviene sul territorio nelle materie più disparate, spesso senza avere alcun mezzo economico e umano per affrontarle.

Siamo i responsabili del territorio quando arrivano i messaggi della protezione civile, che lancia spesso venti allerta meteo al mese che noi dobbiamo fronteggiare dando sfogo a tutta la nostra fantasia. Siano essi incendi, alluvioni, neve o gelo.

Ci chiedono di agire e prendere decisioni, poi se mettiamo una firma di troppo per un lavoro urgente scatta subito l’abuso d’ufficio. Se non interveniamo invece scatta l’omissione. Noi che abbiamo una farmacia comunale con un solo direttore ci è vietato assumere un farmacista per migliorarne l’apertura e gli incassi, ma se chiudiamo quando l’unico farmacista va in ferie o è malato, rischiamo di essere imputati per interruzione di pubblico servizio.

Con i pochi contributi che ci mettono a disposizione per le elezioni siamo responsabili dei luoghi di affissione e di tutta l’organizzazione pure se sono elezioni nazionali o regionali. Nel frattempo se abbiamo strade da riparare qualora riuscissimo a reperire fondi dobbiamo affrontare iter burocratici che durano mesi. Abbiamo responsabilità enormi anche su materie dove non abbiamo un effettivo potere.

Siamo responsabili sulla sicurezza delle scuole, anche quando non abbiamo disponibilità immediata dei soldi che vengono stanziati per esse e che passano attraverso altri percorsi amministrativi. Abbiamo responsabilità sui minori, sugli anziani, sulle persone che improvvisamente si trovano senza tutela e che i Tribunali ci affidino. Tutto ciò inoltre pesa improvvisamente sui bilanci comunali e siamo costretti ad interrompere altri servizi essenziali.

Potrà durare questa situazione in una società cambiata, dove ci sono sacche di povertà che sempre più arrabbiate bussano alle nostre porte per avere un aiuto che non possiamo dargli? Sono queste le risposte che la politica deve dare.

Roberto Barbetti Sindaco di Capena

 

La coerenza del Movimento che ha escluso Berlusconi

Al di là delle simpatie o antipatie personali, credo che tutti dovremmo riconoscere al Movimento 5 Stelle nazionale la coerenza e il coraggio di escludere da accordi di governo Berlusconi che, sarà bene ricordare, sempre al di là delle simpatie o antipatie, è un inquisito e in contemporanea è anche un condannato. Il Pd, che dimostra memoria breve e opportunista, si era dimostrato molto meno schizzinoso e non aveva mantenuto quanto promesso nella precedente campagna elettorale e proclamato in ogni occasione da Bersani: “Al governo con Berlusconi mai”, infatti, tutti sanno benissimo come sia andata a finire, e cioè un “governissimo” con Forza Italia. Credo che al Pd dia fastidio il fatto che il Movimento si stia dimostrando più coerente di loro e credo che desideri vederlo piombare nel fango, in modo da poter dire: “Non sono diversi da tutti noi!”. Di Maio non è né inquisito né condannato, ciò nonostante ha fatto un passo indietro, contrariamente a chi non lo fa nemmeno di lato. Chapeau!

Albarosa Raimondi

 

Troppo veleno contro la Juve: non è tutta colpa degli arbitri

Sono anni che leggo il Fatto Quotidiano. Sono stato sempre o quasi in linea con le sue tesi politiche. Mi sono però posto domande circa articoli monotematici che da qualche tempo escono su un tema non proprio abituale per un giornale come il vostro. Mi riferisco agli articoli che, partendo dal presupposto di parlare di calcio, in realtà, attraverso soprattutto la penna di Paolo Ziliani, continuano soltanto e sistematicamente a sputare veleno sulla Juventus e sui suoi successi. Non pretendo di contestare nel merito le sue affermazioni mosse a mio avviso da totale e assoluta faziosità, sarebbe inutile visto che l’argomento sui favori degli arbitri è quello principe di tutti i non juventini per giustificare i ripetuti insuccessi delle loro squadre. Dopo un anno di Serie B, sei scudetti, tre Coppe Italia, due finali di Champions e un prossimo probabile scudetto e un’ulteriore finale di Coppa Italia, occorrerebbe riconoscere che tutto è nato da favori arbitrali. Continuerò a leggervi ma, scusate se ribadisco che, sul tema, non riesco a capirvi.

Marcello Domesi

 

L’odio per i bianconeri che continuano a vincere

Comprendo la libertà di essere contro e non festeggiare la vincitrice di sette scudetti consecutivi, ma non comprendo lo squalificarsi del quotidiano con il pubblicare parole di odio viscerale di Paolo Ziliani verso la Juve.

Elio D’Atri

 

Cari Marcello ed Elio, io ho festeggiato eccome, da juventino. Però anche mi è dispiaciuto il furtarello contro l’Inter.

M.Trav.

Nucleare. L’Europa rispetta l’accordo anche senza gli Stati Uniti di Trump

A seguito delle affermazionie delle decisioni prese dal presidente Trump rispetto all’Iran, ora mi aspetto che l’Europa prenda una posizione libera e autonoma. Pertanto, se l’Unione e i suoi singoli Paesi membri vogliono instaurare o proseguire i rapporti economici con l’Iran, lo devono fare, per affermare la propria autorevolezza a livello mondiale. L’America di Trump potrebbe avviare un programma di sanzioni e ritorsioni, ma dubito fortemente che ciò possa avvenire senza gravi ripercussioni economiche, politiche e sociali negli Usa, con conseguenza anche sulla permanenza di Trump alla Casa Bianca.

Paride Antoniazzi

L’Unione europea in quanto tale e i suoi tre Paesi firmatari dell’accordo sul nucleare con l’Iran, Gran Bretagna, Francia e Germania, hanno finora tenuto il punto sull’intesa: il presidente Macron, la cancelliera Merkel e il ministro degli Esteri Johnson hanno fatto la processione a Washington nei giorni scorsi per cercare di convincere Trump a non uscire dall’accordo; e, ieri, nell’imminenza dell’annuncio, ci sono stati consulti diplomatici a Bruxelles con l’Iran e un consulto telefonico a tre May-Macron-Merkel. Ne è scaturita una presa di posizione europea, affidata all’Alto Rappresentante Federica Mogherini, che era a Roma, e prese di posizioni nazionali analoghe, se non coincidenti: l’accordo resta valido, l’Iran lo sta rispettando. Anche l’Italia, che pure non fu parte dei negoziati fra l’Iran e i “5 + 1” – i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, potenze nucleari “legittime” e la Germania –, è allineata su questa posizione. A tenere insieme gli europei, c’è la convinzione che l’accordo funziona, nell’evitare una deriva dell’Iran verso il nucleare militare, e che il rispetto dell’intesa giova all’Iran, politicamente, socialmente ed economicamente, e pure all’Europa, specie dal punto di vista energetico e commerciale. L’Iran è un fornitore d’energia importante e un mercato da 80 milioni di abitanti fra i più ricchi, se non il più ricco, del Grande Medio Oriente.

Certo, c’è il rischio di incorrere negli strali di Trump, più che dell’America. Cosa, del resto, già accaduta con il clima e imminente con i dazi. Credo che l’Unione e i suoi Paesi, almeno i maggiori, abbiano la convinzione e le risorse per affrontare questo rischio. Sarei meno fiducioso, invece, sull’impatto che un braccio di ferro con l’Europa avrebbe sulla presidenza di Trump: negli Stati Uniti più che altrove le tensioni internazionali innescano reazioni patriottiche e coagulano il consenso intorno al “comandante in capo”.

Giampiero Gramaglia

Kim incontra Pompeo e libera tre ostaggi statunitensi

La Corea del Nord ha liberato i tre detenuti americani come “segnale tangibile” della volontà di migliorare i rapporti con Washington: la missione a Pyongyang di un solo giorno del segretario di Stato (ed ex capo della Cia) Mike Pompeo ha accelerato la svolta e permesso di perfezionare i dettagli del prossimo storico summit tra Trump e il leader Kim Jong-un, che si dovrebbe tenere quasi certamente a Singapore e la cui data sarà annunciata nei prossimi giorni. Lasciata Pyongyang, l’aereo di Pompeo con i tre liberati ha fatto scalo alla base Usa di Yokota, alle porte di Tokyo, prima di proseguire verso la Andrews Air Force Base, vicino alla capitale Usa. E Trump ha definito la mossa di Kim, “un gesto positivo di benevolenza”.

Nel 2015, Kim Dong-chul, americano di origine coreana, fu arrestato per spionaggio e condannato l’anno successivo a 10 anni di lavori forzati. Nel 2017, invece, è stata la volta di Kim Hak-song, professore alla Pyongyang University of Science and Technology, e Kim Sang-dok, invitato a insegnare contabilità alla stessa università. Per loro due l’accusa è stata di imprecisati “atti ostili”.

Con le sanzioni si fermano gli investimenti italiani in Iran e lo Stato rischia 5 miliardi

Nel migliore dei casi non succederà niente: in queste ore al ministero degli Esteri l’opinione prevalente è che quello di Donald Trump sia un bluff. Dice di ritirarsi dall’accordo sul nucleare con l’Iran del 2015 ma rinvia l’effetto della decisione di tre mesi, così lascia tempo ai partner ragionevoli – cioè il governo di Teheran e l’Unione europea – per ridiscutere le condizioni con impegni più vincolanti e poi presenterà all’opinione pubblica americana il risultato come un successo della Casa Bianca.

Anche l’incertezza però ha delle conseguenze sulle scelte delle imprese italiane che da due anni hanno puntato all’apertura del mercato iraniano. Da agosto, per esempio, le Ferrovie dello Stato guidate da Renato Mazzoncini hanno smesso di parlare del loro maxi-progetto, lo sviluppo dell’Alta velocità iraniana nella tratta Qom-Arak e Teheran-Hamedan. Un contratto da oltre 1,2 miliardi di euro in cordata con la compagnia locale Rai. In questo contesto meglio non fare neppure un comunicato stampa o una dichiarazione, tutto congelato.

Gli scambi commerciali tra Italia e Iran sono arrivati al picco di 7 miliardi nel 2011 per crollare a 3,6 nel 2012 con le prime sanzioni volute dagli Stati Uniti. Tra 2016 e 2017, grazie all’accordo propiziato dall’ex presidente Usa Barack Obama, c’è stato un nuovo boom – da 2,6 a 5,1 miliardi – che rischia però di essere di breve durata.

Il governo Renzi e poi quello Gentiloni hanno scommesso sul legame preferenziale con Teheran (l’Italia è il primo partner commerciale in Europa) al punto da infilare nella legge di Stabilità 2018 una norma che ha molto irritato il governo di Israele, primo avversario dell’Iran nell’area. Il ministero del Tesoro ha preso l’iniziativa per sbloccare 5 miliardi di finanziamenti con questo schema: il soggetto iraniano si impegna nell’acquisto di beni, servizi o infrastrutture dall’impresa italiana e si fa finanziare la commessa dalle banche iraniane Bank of Industry and Mine e Middle East Bank che hanno una garanzia dalla Repubblica Islamica. Ma poiché resta il rischio Paese (tradotto: il governo di Teheran cade o decide di chiudere i rubinetti o è costretto a farlo da eventuali nuove sanzioni), serve anche una garanzia dal lato italiano. Che ammonta a ben 5 miliardi di euro.

Si tratta di un’assicurazione concessa da Invitalia Global Investment, una controllata di Invitalia, società pubblica che deve facilitare gli investimenti esteri. C’è il piccolo problema che le risorse stanziate a fronte dei 5 miliardi di garanzia sono soltanto 120 milioni di euro per il 2018. Se sale il rischio politico – come inevitabile nel caso di nuove sanzioni americane – aumenta anche la possibilità che lo Stato italiano debba pagare somme rilevanti nel caso saltino gli investimenti finanziati.

Perché il vero danno di nuove sanzioni Usa sarebbe proprio sul sistema finanziario: se si torna al livello del 2013, le banche europee e quindi anche italiane, devono scegliere se operare nel mercato americano o in quello iraniano, non possono fare entrambe le cose. Intesa Sanpaolo ha già dovuto pagare una pesante sanzione da 236 milioni di dollari a fine 2016 per non aver vigilato sulle operazioni con controparti iraniane, mancavano cioè i controlli per assicurarsi che i soldi non finissero a soggetti colpiti da sanzioni.

La minaccia delle sanzioni rischia di complicare gli investimenti dell’Iran nel settore strategico per la Repubblica islamica, cioè l’estrazione di petrolio, ma anche in altre fonti di preziose commesse per le imprese europee. Iran Air, per esempio, dopo la fine delle sanzioni aveva ordinato 118 nuovi velivoli Airbus, con il piano di arrivare a 500 nuovi aerei in dieci anni. Ora è tutto in forse.

Dal Marocco all’Iraq la sfida a Risiko degli ayatollah

L’uscita dall’accordo sul nucleare iraniano decisa da Trump, il presidente americano più filo-Israele degli ultimi vent’anni, ha fatto esultare gli iraniani conservatori e anche i parlamentari dell’ala antiriformista fedeli alla Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei che ieri ha definito lo strappo di Trump: “Stupido, superficiale” e frutto di “almeno 10 bugie”. Alcuni di loro, subito dopo l’annuncio di The Donald hanno bruciato la bandiera a stelle e strisce gridando “morte all’America”, tornata a essere il “Grande Satana” dei tempi di Khomeini. Non ha gioito invece il presidente Rohani, espressione dei moderati e del vasto elettorato giovanile in dissenso con le norme repressive imposte alla società dal clero sciita.

Grazie alle rassicurazioni dell’Alto rappresentante dell’Unione europea Federica Mogherini sul mantenimento dell’accordo e, soprattutto, per i prevedibili risultati degli appuntamenti elettorali in Medio Oriente, è scontato che Khamenei e i suoi sodali continueranno a promuovere una politica estera aggressiva attraverso le guardie della rivoluzione, i partiti armati da loro finanziati e le milizie ribelli come gli Houti nello Yemen e i separatisti del Fronte Polisario in Marocco.

Dopo la schiacciante vittoria di Hezbollah – il partito sciita libanese che conta una milizia di oltre 40 mila uomini addestrati, armati e finanziati dall’Iran – e dei suoi alleati nelle consultazioni legislative di domenica scorsa, il 12 maggio sarà la volta dell’Iraq.

Dal quartier generale nel sud di Beirut, il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha celebrato il risultato in diretta tv, definendolo una “vittoria politica e morale per l’asse della resistenza”, ovvero i movimenti sciiti anti-Israele di tutta la regione. Ha spiegato che con i seggi ottenuti dal movimento e dagli alleati sarà “garantita” la protezione del Libano. Alcuni ministri dell’esecutivo israeliano hanno dichiarato che Hezbollah e il Libano per Israele sono la stessa cosa, con tutte le conseguenze del caso. L’ultima guerra tra i due Stati confinanti data 2006, ma rispetto ad allora, Hezbollah è ancora più forte e ancora più armato. Senza i miliziani di Hezbollah sul campo, l’esercito di Assad sarebbe stato sconfitto dall’Isis.

Per quanto riguarda il risultato delle legislative che si terranno in Iraq dopodomani, la vittoria del fronte sciita attualmente al potere è scontata. Pochi mesi fa Ali Akbar Velayati, il massimo consigliere di Khamenei per gli affari internazionali, durante una visita a Baghdad aveva contribuito a scatenare polemiche per alcune dichiarazioni sulle elezioni facendo cadere qualsiasi illusione su chi governi davvero in Iraq. “Non permetteremo ai liberali e ai comunisti di governare in Iraq”, disse Velayati durante la Conferenza per la fondazione dell’Assemblea irachena dell’unità islamica a Baghdad.

È chiaro che Velayati si riferisse all’alleanza elettorale tra il movimento dello sciita ribelle Moqtada al Sadr, il movimento civile e il Partito comunista iracheno. Dopo le ultime elezioni del 2014, il leader del movimento sadrista, ha adottato una posizione indipendente dall’Iran. I suoi seguaci hanno ripetutamente urlato slogan contro l’Iran e i suoi simboli regionali come la Guardia Rivoluzionaria Iraniana comandata dal Generale Qasem Soleimani.

Oltre ai suoi incontri ufficiali con il presidente Fuad Masum e il primo ministro Haider al-Abadi, Velayati incontrò ovviamente i leader sciiti più vicini all’Iran, come l’ex primo ministro Nouri al-Maliki, capo del Movimento della saggezza; Ammar al-Hakim, capo della Organizzazione; Badr Hadi al-Amiri e Sheikh Humam Hamoudi, il capo del Consiglio supremo islamico dell’Iraq. La comunità sciita irachena, pur essendo maggioritaria, è divisa per l’avidità e la brama di potere dei vari capi corrente.

Anche le elezioni in Turchia, anticipate al 24 giugno, vedranno la riconferma del presidente Erdogan e del suo partito, l’Akp, alla guida del Paese. Il Sultano ormai è membro con l’Iran e la Russia della Triplice Alleanza che sta decidendo le sorti della Siria. Pur di soffiare all’Arabia Saudita la guida del mondo islamico sunnita, Erdogan si è avvicinato all’Iran, arci nemico di Ryad. Sia la Turchia sia l’Iran stanno giocando un ruolo importante tra le monarchie del Golfo. Nella grave disputa diplomatica tra Arabia Saudita (in guerra contro i gruppi sciiti nello Yemen sostenuti da Teheran) e Qatar, Ankara e Teheran sostengono Doha.

Intanto Teheran sta cercando di allargare la propria zona d’influenza, anche nel Nord Africa musulmano. Pochi giorni fa il Marocco ha espulso l’ambasciatore iraniano e ritirato il proprio in Iran perché Rabat ritiene i pasdaran colpevoli di addestrare, finanziare e armare i separatisti del Fronte Polisario che combattono per il Sahara Occidentale rivendicato dal Marocco.

La “Legione straniera sciita” e la nuova guerra siriana

“Siamo pronti a qualunque scenario, anche allo scontro”, annuncia il premier Benjamin Netanyahu dopo l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran. Ieri sera per ordine dell’Homeland Front sono stati aperti i rifugi per i civili sulle alture del Golan, poche ore dopo un raid a sud di Damasco ha colpito una base nelle mani di una milizia iraniana.

Israele non abbassa il tiro. La presenza iraniana in Siria è la prima preoccupazione di governo, militari e intelligence. Secondo Israele sono 80.000 gli uomini delle milizie sciite che combattono agli ordini dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Dopo aver “ripulito” dall’Isis il nord della Siria – manca solo la città di Idlib – queste milizie stanno iniziando a scendere verso il Golan dove, in un tratto di 30 chilometri lungo il confine con lo Stato ebraico, rimane una sacca nelle mani di Jabhat al Nusra. È lì che, dopo, Israele si prepara a un possibile scontro. Tre bombardamenti “preventivi” in dieci giorni contro basi iraniane in Siria testimoniano quanto sia alto il pericolo percepito da Israele.

Questa “Legione straniera sciita” che opera in Siria ha attirato combattenti di diversi Paesi secondo Ayman Jawad al-Tamimi, analista del Middle East Forum, “ci sono davvero molti stranieri del Vicino Oriente”. Fra loro i membri della Divisione Fatemiyoun e i seguaci della Brigata Zainab, sciiti reclutati in Afghanistan e Pakistan, Yemen e Iraq. Poi ci sono gli Hezbollah e i membri delle Forze di Difesa Locali. Hezbollah, spiega al-Tamimi, è il gruppo armato con il maggiore turnover, cambia spesso i reparti dei suoi miliziani. Le forze impiegate variano – a secondo del periodo – fra i 5000 e gli 8000 miliziani. A dicembre 2015 c’erano 500 uomini delle Guardie della Rivoluzione dell’Iran impegnati solo come consulenti per la formazione militare, secondo Foreign Policy. Tra il 2013 e il 2015 ci sono state così tante reclute sciite da dover respingere molte richieste, nonostante le perdite. Già a maggio 2016, il numero degli iraniani morti in Siria aveva superato quota 700. Un articolo del Washington Institute for Near East Studies dello scorso febbraio, stimava in 1.214 gli Hezbollah caduti in Siria in 6 anni di combattimenti.

La principale preoccupazione riguardante questi combattenti non è solo il fatto che siano collegati e pagati dall’Iran ma il loro radicamento in Siria. Secondo il think tank di Washington “le milizie filo-iraniane nel sud mantengono il controllo del territorio siriano che conquistano invece di consegnarlo al regime” di Assad.

Le milizie sono state ritirate da alcune posizioni in prima linea nel nord perché il conflitto in Siria si spostando a sud, verso il Golan, per strappare all’Isis quell’ultimo fazzoletto di terra. Finito lo scontro con i jihadisti queste milizie non si ritireranno dalle alture, sono arrivate per restare. Questi gruppi che già controllano le strade in tutta la Siria e l’Iraq con la possibilità di trasferire uomini e mezzi da un luogo all’altro sono per l’Iran molto importanti, una specie di “testa di ponte”, un corridoio di influenza che da Teheran, attraverso Baghdad, arriva a Damasco e Beirut e porta gli ayatollah direttamente sulle rive del Mediterraneo

Per Gerusalemme la presenza e il radicamento di questi gruppi armati sui suoi confini è una “linea rossa” che non può essere oltrepassata, in un futuro non lontano questi combattenti potrebbero rivolgere le loro armi contro Israele. È una minaccia che lo Stato ebraico non può tollerare e si prepara.

Il confronto militare potrebbe avvenire proprio sul fronte nord, dove ieri sono state dislocate due batterie di missili anti-missile Iron Dome. In via preventiva la Difesa ha anche deciso di richiamare un certo numero di riservisti da dispiegare proprio lungo le alture. Dall’alto, droni e caccia sorvegliano con occhi elettronici ogni mossa oltre quel confine. La distanza dallo scontro diretto sembra sottile come un foglio di carta.

Traffico di droga, chiesti 20 anni per Genny ’a carogna

Ancora guai per Genny a’ carogna, all’anagrafe Gennaro De Tommaso, il capo ultrà del Napoli protagonista della trattativa dell’Olimpico durante la finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina del 3 maggio 2014 nelle ore successive all’omicidio di Ciro Esposito. Il pm della Procura di Napoli, Francesco De Falco, ha presentato una richiesta di 20 anni di carcere per Giuseppe De Tommaso, noto come Genny ‘a carogna, con l’accusa di essere il capo di un cartello di narcos dedito allo spaccio internazionale tra l’Olanda, la Spagna, l’Italia e il Sudamerica.

Secondo la ricostruzione dell’accusa, frutto di anni di indagini che hanno interessato le polizie di mezza Europa, Genny non era un soldato semplice ma il vero capo indiscusso di un potentissimo cartello di narcos internazionale con base naturalmente a Napoli. Un uomo che per il pm anticamorra De Falco dettava ordini, assoldava eserciti, decideva strategie criminali su vasta scala, spostava uomini e milioni di euro. E capace di stringere alleanze con narcos dal Sudamerica a Ibiza, dall’Olanda alla Francia.

E l’ex Nar provoca le vittime della strage

Calmo, impassibile, ostinato. “La mia innocenza è completa, nel rispetto di quanto lei ha provato, ma anche io mi reputo una vittima, sono l’86esima vittima della strage del 2 agosto ’80, sono innocente”. Luigi Ciavardini l’ha ribadito senza esitazioni, a dispetto delle sentenze che l’hanno condannato a 30 anni e non all’ergastolo perché era minorenne. Prima ancora di entrare in aula, ieri, si è avvicinato ad Anna Pizzirani, vicepresidente dell’associazione dei familiari delle vittime e madre di Elisabetta che 37 anni fa venne ferita dalla bomba alla stazione, per dirle: “Io non c’entro, è stato Angelo Izzo il mostro del Circeo a tirarmi in ballo ma non ci sono prove sulla mia presenza a Bologna, quando in televisione vedo le immagini di quel giorno penso sempre che chiunque abbia commesso la strage è un pezzo di merda”. Pizzirani replica: “Se lo sta dicendo da solo, la saluto”.

Poi Ciavardini è andato a deporre nel processo a carico di Gilberto Cavallini, il suo vecchio sodale ora accusato di avergli offerto supporto per la strage. E non ha convinto nemmeno i pm e il presidente della Corte, Michele Leoni, che durante l’udienza ha perso la pazienza per il rifiuto del teste a rispondere a diverse domande: chi gli procurò un documento falso, chi lo ospitò nel Trevigiano e gli fornì un motorino per muoversi nei giorni proprio attorno al 2 agosto 1980. “Non l’ho mai detto e non lo dico adesso a distanza di tanti anni, quelle persone mi hanno aiutato per solidarietà non per motivi politici, non sapevano nemmeno tutto e forse adesso sono anche morte”, anche se, in realtà, almeno uno di quei nomi l’aveva fatto in un interrogatorio davanti a Giovanni Falcone. Per la Procura bolognese è un atteggiamento omertoso e infatti sarà aperto un fascicolo “per testimonianza reticente e continuata”.

Libero dopo aver scontato 24 anni sui 30 addebitatigli, Ciavardini non cede e anzi rincara la dose dichiarandosi innocente anche per l’omicidio del giudice Mario Amato, il primo magistrato a tentare una lettura globale del terrorismo nero, per il quale è stato invece condannato a dieci anni. Ha ammesso invece le proprie responsabilità per l’omicidio di “Serpico”, il poliziotto Francesco Evangelista esperto in arti marziali. “Anche mio padre era un poliziotto, la mia vita è stata dettata anche dalla mia famiglia, da una contrapposizione politica in un certo senso, ma non fu certo una battaglia lucida col senno di poi, quel percorso che ho intrapreso non prevedeva gran parte delle cose che sono poi successe. Pensare di poter vivere una vita normale, per i nostri diciotto anni, è stato uno controsenso”. Il 23 maggio toccherà a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, i capi dei Nar, che come Ciavardini sono stati giudicati colpevoli con sentenza definitiva.

“Il cappello è insanguinato”. A Trento anarchici e tirolesi contro l’adunata degli alpini

C’è chi pensa che il loro cappello sia sporco di sangue e chi, al massimo, di vino. E per i tirolesi il loro arrivo è una provocazione “fascista”. A Trento domenica c’è l’adunata degli alpini: una manifestazione simbolica, in una città che cento anni fa tornava italiana alla fine della Prima guerra mondiale.

Le penne nere che sono già a Trento sono state accolte da un centinaio di studenti che hanno occupato, martedì notte, la storica facoltà di Sociologia, quella frequentata da Curcio e Rostagno. Hanno appeso manifesti con scritte come: “Il vostro cappello è sporco di sangue”. Sono anarchici, si fanno chiamare “Saperi banditi” e hanno manifestato contro i valori militari degli alpini.

“Sono manifestazioni fuori luogo – dice Maurizio Pinamonti, presidente locale delle penne nere – la nostra è una festa che promuove la pace, in memoria di tutti i caduti della guerra, anche se con divise diverse”.

Anche a Sociologia non la pensano tutti come gli anarchici: una classe di studenti, guidata dalla professoressa Albertina Pretto, ha analizzato scientificamente l’impatto dell’adunata: “Gli alpini rafforzano il senso di appartenenza e la loro identità sociale, con valori trasmessi attraverso simboli e riti anche a coloro che partecipano come spettatori”, spiega la professoressa.

Ma a Trento il tema è delicato: “L’adunata qui è una provocazione: l’imposizione politica di uno Stato fascista”, si sfoga Paolo Primon, ex candidato sindaco e capitano degli Schützen, l’associazione folkloristica che si richiama alle milizie tirolesi. E che oggi, con le loro bandiere austriache, sembrano quasi i tifosi di una squadra avversaria. Primon domenica andrà in Austria: “Non mi sento italiano, sono trentino-tirolese”.

In realtà gli alpini vogliono soprattutto festeggiare: il Comune toglierà per il weekend i divieti di consumo di alcol nei parchi e gli ospedali da campo sono attrezzati per soccorrere chi supererà i limiti. Gli alpini sembrano estranei alle polemiche: su internet girano i primi video e si vedono uomini con il cappello piumato che cantano in coro, visibilmente ubriachi. Più che del sangue, dunque, il cappello è color vino.

“Grazie fratè”: le amicizie pericolose di Pepe Reina

“Grazie fratè”. Fratello, in spagno-napoletano. Intercettazione del 16 maggio 2014. Così il portiere del Napoli Pepe Reina – che poche settimane dopo si trasferirà al Bayern Monaco a fare la riserva di lusso di Neuer – si rivolgeva a Gabriele Esposito (suo il cellulare sotto controllo), ringraziandolo di avergli organizzato un pomeriggio di relax in un centro massaggi. Un centro che la Direzione Investigativa Antimafia partenopea coordinata da Giuseppe Linares sospetta fornisca “prestazioni sessuali” (non è però questo il caso). Gabriele ha una condanna a sette anni in primo grado perché ritenuto affiliato al clan Sarno, un Daspo ed è uno dei tre fratelli Esposito imprenditori dei giocattoli e della movida arrestati ieri.
La Procura guidata da Giovanni Melillo, pm Francesco De Falco, Enrica Parascandolo e Ida Teresi, li accusa di aver riciclato i soldi dei clan Contini e Sarno. I fratelli Esposito furono già arrestati a giugno dell’anno scorso per trasferimenti fraudolenti di valori e pure all’epoca emersero collegamenti con la camorra. Vicenda che però non deve aver intaccato i rapporti tra Reina e Gabriele Esposito, forse “quelle distrazioni extra campo” criticate dal presidente Aurelio De Laurentiis durante la cena di saluto di un anno fa, parole che fecero infuriare il portiere e la moglie. Infatti otto giorni fa lo spagnolo ha celebrato il suo addio al Napoli proprio nella discoteca di proprietà di Gabriele. E durante la festa ha detto ai compagni di squadra che sarebbe rimasto non fosse stato per De Laurentiis.

La discoteca era intestata a un prestanome ed è stata sequestrata dal Gip Linda D’Ancona. Si tratta del Club Partenopeo, ex Voga, sulla discesa a mare di Coroglio. Una miniera d’oro. Lo dice lo stesso Esposito – ufficialmente dipendente – in un’altra intercettazione del 21 giugno 2017 con un altro calciatore, Fabio Borriello, carriera meno folgorante del più noto fratello Marco: “È il locale più forte del momento Fabio… io incasso 130-140 mila euro ogni tre giorni”. E Fabio appare colpito: “Allucinante”.

Ai complici della camorra piace frequentare i calciatori. E questi, sia pure inconsapevoli dei loro legami con la criminalità, gradiscono le attenzioni di persone disponibili e facoltose. Reina, ad esempio, si faceva prestare da Gabriele Esposito una Porsche Panamera. Lo spagnolo “l’aveva nella sua disponibilità”, annotano gli inquirenti che hanno imbottito quell’auto di cimici.

Gli Esposito sono in ottimi rapporti anche con Paolo Cannavaro, napoletano ex difensore e capitano del Napoli ceduto al Sassuolo nel gennaio 2014: fu lui a suggerire a Gonzalo Higuain di noleggiare un motoscafo degli Esposito per la gita dell’estate 2013 a Capri in cui l’attaccante si ferì al mento scivolando sulla plancetta. Una informativa riassume intercettazioni in cui uno dei fratelli Esposito e Paolo Cannavaro progettano di rilevare una pizzeria della catena “Rosso Pomodoro”, ne viene informato anche Fabio Cannavaro, il fratello capitano degli azzurri campioni del mondo 2006.

Paolo Cannavaro non risulta indagato, ma le carte della Dda sono zeppe delle sue intercettazioni. In una scambia sms e risponde a una telefonata di Massimiliano Amato detto ‘o bandito, ultras del Napoli condannato per reati di droga. È il 18 aprile 2014 e Amato si trova a Lima in Perù. La conversazione è molto affettuosa, i due sembrano amici, l’uomo dice di stare lì per affari in una miniera e al seguito di un tour di una rockstar. Cannavaro jr ovviamente non sa che sei giorni prima un Gip ha firmato un ordine di cattura per Amato, che in quel momento è tecnicamente un ricercato. In un’altra intercettazione del febbraio 2013 Paolo Cannavaro discute col suocero che gli propone di ‘piazzare’ un orologio Zenit da 400.000 euro. “Ce ne sono solo 9 al mondo”. “Posso chiedere a Eddy” risponde Cannavaro. Eddy è Cavani, che gioca ancora nel Napoli e verrà venduto al Psg a fine campionato.