Al via il processo all’ex numero uno Caloia. La banca è parte civile

È iniziato ieri in Vaticano il processo all’ex presidente Ior, Angelo Caloia, e al legale Gabriele Liuzzo, accusati di peculato e autoriciclaggio in relazione a dismissioni immobiliari fatte dell’Istituto tra il 2001 e il 2008, con un danno per lo Ior di 57 milioni di euro. Nel processo la Banca Vaticana si è costituita parte civile, ed è la prima volta che accade nella storia.

L’indagine vaticana, nata su denuncia dello Ior, ritiene che i prezzi reali di vendita fossero maggiori rispetto a quelli indicati e la differenza sottratta. Il capo d’accusa parla, per i due imputati, di sottrazione, distrazione e appropriazione indebita di 57 milioni derivanti dalla cessione del 71% degli immobili Ior negli anni 2001-2008. E poi, per quanto riguarda l’autoriciclaggio, l’aver detenuto il denaro presso i rispettivi conti Ior fino al 27 ottobre 2014, data del sequestro. Tra gli aspetti sottolineati in udienza, da parte dell’avv. Benedetti, legale di parte civile dello Ior, il fatto che alla Sgir esiste solo una parte delle fatture (che ha definito “interessanti”) per le consulenze di Liuzzo, mentre per quanto riguarda i contratti preliminari delle vendite “non ce n’è nessuno”.

Sangue e coltelli, il duello rusticano per una donna

Innamorati della stessa donna. Anzi, fidanzati entrambi. Sempre con lei. Ma entrambi all’insaputa l’uno dell’altro. Doppio gioco, doppia relazione. Segreta, ma non per sempre. Capita, infatti, che uno dei due uomini venga a sapere del tradimento. La contesa inizia così. A far da sfondo una fetta di Milano. Piazza Napoli, crocevia di circonvallazione e oltre lo storico Giambellino. È febbraio. Verso la metà. I conti si regoleranno qua. Finiranno entrambi a San Vittore. Lo vedremo. Il duello tra loro inizialmente corre su Facebook.

A dar fuoco alle polveri è Maurizio Moxedano, 27 anni, professione tatuatore e alcuni precedenti alle spalle. Lui ha saputo di quel tradimento inconfessabile. Il guanto di sfida lo lancia il 19 febbraio sui social. Messaggi di fuoco rivolti a Nicolas Del Bianco, 23 anni, magazziniere a Buccinasco, anche lui con la fedina non proprio immacolata. “Se sei un uomo – scrive – trovati stasera alle 21 davanti al cinema Ducale. Devo picchiarti. Io vengo da solo, ti consiglio di portarti gli amici”. Ma quali amici! Del Bianco arriverà da solo. Il “duello rusticano”, così ribattezzato dagli investigatori del commissariato Porta Genova guidati dal dottor Manfredi Fava, inizia così. Lo scontro, per come ricostruito dalla polizia, sarà durissimo e durerà a lungo. Tracce del duello si ritroveranno addirittura a decine di metri di distanza, all’incrocio con via Savona. Testimone uno scooter bianco che al mattino farà bella mostra imbrattato di sangue. Il motorino sta sul passaggio verso la vicina scuola elementare di via Foppette. Bambini e mamme guardano esterrefatti. Pensano a un incidente. Ma non è così. Torniamo alla sera prima davanti al Ducale. Le parole volano veloci. Presto saltano fuori le armi bianche. Coltelli a serramanico. I fendenti sono violenti. Tirati senza pensare se ferire o uccidere. Moxedano parte per primo. Il duello rusticano si trasforma in un regolamento di conti metropolitano. Del Bianco sente freddo sulla guancia sinistra. Basta poco per accorgersi di avere un taglio dall’orecchio alla bocca. Reagisce in modo folle. Usa la lama di una pinza da carpentiere che penetra fino al cuore, perforando un ventricolo al rivale amoroso. Il sangue resta sull’asfalto. Barcollano. Le armi a terra. Vanno verso la fermata della 90. Qualcuno che aspetta il bus chiama il 118. L’ambulanza arriva. Moxedano è in condizioni disperate. Portato all’ospedale Niguarda finirà in coma per dieci giorni. Si salverà. Del Bianco si ritroverà invece con un taglio permanente e decine di punti per ricucirlo.

Mesi dopo il duello, la polizia ha ricostruito ogni passaggio e sentito soprattutto la donna contesa che ha confermato la doppia relazione. Così ieri, su disposizione del giudice del Tribunale, ha eseguito l’arresto di entrambi i contendenti. Per Del Bianco l’accusa è di tentato omicidio. Moxedano invece se la cava, si fa per dire, con lesioni gravissime. Tutto passato dunque? Ospedale e ferite avranno annacquato gli animi? A sfogliare la pagine Facebook di Del Bianco non parrebbe. Tanto che il 6 marzo posta il suo volto con la cicatrice e aggiunge un piccolo post. Scrive: “Ci vuole ben altro per buttarmi a terra. Soprattutto per uno come te. Per la gioia degli haters due traumi cranici e 107 punti in faccia”. Tre giorni fa quel taglio apriva il suo profilo. Da ieri sono entrambi al grand hotel di via Filangeri.

Blindati i conti Ior. Il Vaticano respinge i sequestri italiani

Da una parte la Svizzera, dall’altra il Vaticano. In entrambi i casi, alle autorità giudiziarie italiane che chiedono di recuperare denaro conservato sui conti nei loro Stati, è stato risposto picche. E stesso esito ha avuto la richiesta di estradizione di tre persone che si trovano in Svizzera, sulle quali pendono ordinanze di custodia cautelare emesse dal Tribunale di Roma per bancarotta. Il motivo del diniego risiederebbe nell’articolo 7 della Legge Federale svizzera sull’assistenza internazionale penale “con la quale – spiegano dal ministero della Giustizia – la Svizzera ha stabilito di rifiutare l’estradizione dei propri cittadini”. Ma per il Tribunale quei reati sono stati commessi in Italia.

Non è andata diversamente per ciò che riguarda i depositi bancari. Il 26 aprile, il pm Stefano Rocco Fava in qualità di magistrato che ha seguito le indagini, ha scritto una lettera al ministero di via Arenula per riaccendere i fari su due conti svizzeri. Uno sarebbe riferibile a una società non italiana riconducibile all’imprenditore Angelo Capriotti e sul quale ci sarebbero 25 milioni di euro. Denaro oggetto di un sequestro preventivo (non definitivo) che risale a circa tre anni fa. A oggi Capriotti si trova in carcere, ma per altre vicende: è stato arrestato a inizio aprile per impiego di denaro e beni di provenienza illecita. I conti sarebbero bloccati ma “non è avvenuta la materiale consegna poiché – spiegano dal ministero – la Svizzera ha rifiutato il trasferimento dei fondi in assenza di un provvedimento definitivo di confisca”. Stessa cosa per i circa 2,3 milioni che, secondo quanto scrive il pm Fava nella lettera al ministero, sarebbe su un conto riconducibile a Piercarlo Rossi, ex compagno dell’ex giudice del tribunale fallimentare di Roma Chiara Schettini, a febbraio 2016 rinviata a giudizio a Perugia per peculato, falso e corruzione.

In Vaticano la situazione non è differente. La Procura di Roma da tempo tenta di recuperare 1,4 milioni di euro da tre conti allo Ior, la banca della Santa Sede, di Angelo Proietti, l’imprenditore romano noto per aver ristrutturato una casa a Roma messa a disposizione, in passato, dell’ex ministro Giulio Tremonti. Quel denaro è stato “congelato”, ma per il pm Fava deve essere consegnato all’Italia perchè rappresenta “profitto del reato” di bancarotta fraudolenta. Proietti viene condannato, con rito abbreviato, a ottobre 2016 per la bancarotta di due società a 3 anni e tre mesi. Nel frattempo ci sono state due rogatorie (19 maggio 2016 e 26 ottobre del 2017, quest’ultima dopo la confisca).

Il 14 aprile da Oltretevere arriva una risposta, ma è negativa. Scrivono che quei conti erano già sequestrati dalle autorità vaticane. Così “la successione dei fatti evidenzia la riserva a favore della giurisprudenza vaticana che peraltro (…) si accinge a chiedere il rinvio a giudizio del Proietti”. Inoltre, continua la lettera, “l’eventuale esecuzione della richiesta” potrebbe “interferire con il procedimento in corso dinanzi le competenti autorità dello Stato”. In altre parole: i soldi restano sui conti Oltretevere. Tuttavia, è prevista “la possibilità di un riesame della richiesta rogatoriale, all’esito del procedimento avanti all’autorità giudiziaria dello Stato”. Insomma, si vedrà. E l’erario italiano (qualora dovesse prevalere la linea della Procura di Roma) può attendere.

“Per un film bastano cinque settimane e un milione solo”

Frank Matano, diretto da Matteo Martinez, che di Frank è autore, braccio destro e migliore amico, è da oggi al cinema col suo primo film da sceneggiatore e protagonista.

Hai detto che un film è bello quando lo si può raccontare in 5 secondi. Mi racconti Tonno spiaggiato in 5 secondi?

La mia ragazza mi lascia e per riconquistarla cerco di uccidere un suo familiare.

È un film low budget, un milione di euro. A cosa hai dovuto rinunciare?

Al tempo. Avevamo 5 settimane per finirlo, per alcune scene ci sono stati solo un paio di ciak.

Tu e Matteo Martinez lavorate insieme da anni. Come vi siete conosciuti?

Alle Iene. Davide Parenti ha detto: ‘Voi due vi potreste piacere’. La sera stessa siamo andati a cena e non abbiamo mai smesso di ridere.

Che ricordi hai del primo periodo alle Iene?

Ho vissuto per tre anni a casa di Parenti, dormivo sul suo divano. Lui è il mio secondo padre. Le cene con lui a casa erano un corso universitario. Vedevamo la tv, gli facevo mille domande.

Cosa ti ha insegnato?

Un giorno gli feci vedere un sito su cui avevo scritto ‘Questa è la pagina che ho creato…’. Lui mi fulminò: ‘Dio crea, tu al massimo fai’. Da quel momento ho fatto e basta. Il mio lavoro è aria che diventa parola o al massimo un film, ma non è così importante.

Come va la tua timidezza?

Va a giorni, dipende da come sta il mio ego.

Che problemi hai col tuo ego?

So che nei miei confronti ci sono ancora pregiudizi perché sono quello che è arrivato da Internet. È legittimo, ma questo mi mette addosso un senso di inadeguatezza che non se ne va mai.

La co-protagonista, Lucia Guzzardi, ha 90 anni e le devi molte delle risate nel film.

Lei è stata un miracolo. Al provino la parte la leggeva malissimo, ma poi quando parlava io e Matteo morivamo dal ridere.

Sul set come si è comportata?

È stata tosta. Quando recitava in piedi si ricordava tutto, ma in orizzontale perdeva la memoria. Nella scena in cui è a letto in ospedale io alla fine avevo dei cartelli sulla fronte con su scritte le sue battute. Poi era in competizione con l’altra attrice anziana, dovevamo tenerle lontane. Però ha regalato tanta poesia al film, ne è valsa la pena.

Un regalo che ti sei fatto coi primi soldi?

Una Mustang, ma è stato uno sbaglio in un momento in cui dovevo nutrire un po’ il mio ego. Sono andato a sbattere contro un muro a Carinola e l’ho lasciata rotta.

Perché dici che ti serve tempo per informarti?

Non mi piace l’idea che chi fa la comicità sia ritenuto un coglione. Attraverso la risata io non voglio lanciare messaggi, ma so che la cultura aiuta a fare cose più belle, anche nella comicità.

Checco Zalone ti fa ridere?

Tantissimo. Siamo andati a cena insieme quando giravamo il film, mi ha dato consigli. Lui ha quella comicità trasversale, che fa ridere tutti. Chi lo snobba ha quello snobismo che ti fa amare una band finché è sconosciuta e ti fa smettere di amarla solo perché improvvisamente la scoprono tutti (interviene Matteo: “Checco anche la battuta più semplice la porta in cielo”).

Paolo Sorrentino ha fatto un video spassoso con te in cui promuove il tuo film. Come lo hai convinto?

Gli ho mandato la sceneggiatura sapendo già che avrebbe detto di no. Mi ha telefonato mentre ero in metro: ‘Sono Paolo, la cosa che mi hai mandato fa molto ridere. Vengo a casa tua a girarla!’. Tre giorni dopo io e Matteo eravamo affacciati al terrazzo di casa per vedere quando arrivava. Lo abbiamo visto parcheggiare col sigaro e un motorino con la sella rotta, era fighissimo, ci siamo vergognati e siamo corsi dentro per non farci notare.

Com’è stato sul “set”?

Gentilissimo. Quando si scordava la battuta ci diceva ‘Giuro che ieri ho studiato!’. È stato tre ore con noi, un sogno.

Cosa fai se il film va male/se va bene/se incassa più di 5 milioni di euro.

Se va male mi dispiace ma resto orgoglioso del film perché è bello. Se va bene ne faccio un altro. Se va benissimo vado un anno in America per tentare la stand up comedy.

Non hai già provato l’estate scorsa?

Ero annebbiato dall’emozione, sapevo che mi trovavo dove si era trovato Robin Williams, sono riuscito a far ridere solo con la prima battuta.

Che era?

‘Mi chiamo Francesco, sono italiano, è la prima volta che faccio stand up in America, ho provato in Italia ma è andata male e allora sto provando in tutte le nazioni’.

Perché in America?

Davide Parenti un giorno mi disse che se volevo fare il comico, dovevo pensare all’attore comico che stimavo di più, che so, Ben Stiller, e ricordarmi sempre che stavo facendo il suo mestiere.

Ti fa sentire vecchio vedere i nuovi youtuber, tu che sei stato il primo in Italia?

Vecchio no, ma mi sento tagliato fuori dalla festa. Musical.ly per dire non lo capisco, e non so usare Snapchat.

Questo weekend, mentre il tuo film esce in 300 sale, che farai?

Sabato a mezzanotte vorrò sapere subito come va nei cinema. Però sono tranquillo, quel senso di inadeguatezza lo sento meno, mi dico che forse sono bravo. Non sono sicuro, però i convinti fanno più gol nel calcio. Fa bene pensarlo.

“Petrolio e spopolamento ci uccideranno”

Vecchi e badanti, e basta. E poi case, la maggior parte chiuse in diecimila chilometri quadrati.

Tanto è grande la Basilicata.

Davvero, è proprio grande.

Il doppio della Liguria – dice Ulderico Pesce, attore e autore di Asso di Monnezza, in scena con Petrolio – solo che i liguri sono un milione e seicentomila, mentre noi siamo sempre meno. Cinquecentomila? Per non dire della Campania, grande tredicimila chilometri quadrati con sei milioni di abitanti…

Si svuota sempre di più la Lucania.

È un allarme ancora più grave di quello ambientale; i paesi se ne muoiono; ci si ritrova a dannare le proprie radici; mia nonna, contadina, e mio nonno, arrotino, lavorano senza tregua per dare una casa ai tre figli, ma tutte le generazioni venute dopo, sono tutte fuori dalla Basilicata, e le case – rimaste ad aspettare i nipoti e i figli dei nipoti – fanno da sentinella al vuoto; mi affaccio dalla finestra di casa mia, a Rivello, scruto la rotta dei fenicotteri, le tracce delle lontre, e mi trovo davanti un altro paese, Nemoli, altrettanto vuoto; ci sono solo i nostri vecchi e le bulgare, le rumene, le moldave….

La ghigliottina ha due lame…

La prima – spiega appunto Pesce, direttore del Centro Mediterraneo delle Arti – è quella dello spopolamento; la seconda si chiama petrolio, con tutto quello che ne consegue di veleni e scorie tossiche. Le trivelle, a cinque chilometri di profondità, trovano il bendidio..

La Basilicata è il Kuwait d’Italia.

Settecentocinquanta chilometri di tubi, quanto la distanza che separa noi da Bologna.

Proprio un bendidio di lavoro, prosperità e futuro.

E certo, solo che quando il greggio sale in superficie, questo bendidio si trascina l’H2S, ovvero, l’idrogeno solforato col suo inconfondibile odore di uova marce… il cianuro. A Viggiano, la fiammella che lo brucia, riesce a neutralizzare solo lo 0,0006 al milionesimo di particella di H2S quando il parametro in tutto il mondo – mai diventato legge in Italia – stabilisce il 5%; lo racconto attraverso Petrolio, la storia di Giovanni, addetto alla sicurezza dei serbatoi del Centro Oli di Viggiano. Ma le battaglie si scontrano con il muro opposto dall’Eni; segreto commerciale, dicono, manco si trattasse della ricetta della Coca Cola e non di dare risposte alla gente flagellata da altissime incidenze tumorali.

Tutto questo si racconta in scena.

Ed è ogni volta come una sorpresa, soprattutto per i lucani, per quelli che già dovrebbero saperle queste cose e mi dicono: davvero è così? Davvero è così, rispondo.

Il Comune è senza progetti: nel dubbio taglia la testa ai pini

Gli alberi danno luce o ombra? A Matera semplicemente fastidio. Cosicché il Comune, in campo per attrezzare la città a divenire vera capitale della Cultura dell’Europa nel 2019, ha deciso di farli sloggiare. Gara d’appalto per realizzare una mega rotonda e un mega parcheggio, trasferire di qualche metro la strada che, lungo il declivio naturale, conduce ai Sassi e smantellare il parco storico, l’unico polmone verde della città costituito da 86 pini d’Aleppo.

Finora l’amministrazione ha avuto poche idee ma questa è la stata la prima ad essere attuata. O quasi. Già le ruspe erano pronte a disinfettare il rettangolo verde ammorbato da una malattia, detta del “picchio rosso”, che rendeva fragili le radici dei pini e pericolosa la loro esistenza. “Quando abbiamo saputo ci siamo detti: ma quanti sono gli alberi malati? Uno, nessuno, centomila?”, racconta l’avvocatessa Beatrice Genchi. Anche a Pirandello è infatti stato tolto di recente il suo pino, perché da qualche tempo in Italia si provvede alla decapitazione. Meglio ghigliottinarli che curarli, si spende meno e si fa più luce.

I materani si sono per fortuna ribellati: “Ci siamo dati il nome della malattia descritta, e dunque abbiamo formato l’associazione Picchio Rosso”, dice Michele De Novellis. Presidio diurno e notturno e una semplice domanda: prima di decretarne la morte almeno visitare il malato. L’hanno avuta vinta perché quattro giorni fa il municipio ha accettato di far esaminare lo stato degli alberi da specialisti e valutare chi merita di vivere e chi di morire. Pena sospesa, procedura interrotta.

Tolti gli alberi da abbattere a Matera finora è stato fatto poco. Meglio sarebbe dire: nulla. Strade, sottopassi, nuovi raccordi. Ampliamento dei teatri, cavee da attrezzare, recuperi o riconversioni. Tutto bloccato. “Ho fatto da pronto soccorso. C’è bisogno di me ed eccomi qua. Con la Fondazione faremo grandi cose”, dice Salvatore Adduce, l’ex sindaco chiamato in corsa dal nuovo sindaco, Raffaello De Ruggiero, a puntellare la periclitante piattaforma espositiva.

Le pietre di Matera sono così preziose da aver sviluppato, nell’ultimo quinquennio, un enorme fatturato (45 milioni di euro nelle sole casse della Fondazione, oltre a 250 milioni di ulteriori investimenti pubblici, di cui 114 milioni di competenza comunale) e un notevole transito turistico. “Siamo già oltre il 170 per cento dei visitatori rispetto a quattro anni fa. E la curva s’impennerà non appena inaugureremo l’anno della cultura, del primato materano in Europa”, si allieta Adduce.

E invece di qua, ai tavolini del bar di piazza Vittorio Emanuele, il timore è proprio questo. “Io chiedo: non è che stiamo realizzando uno straordinario luna park? Un luogo da azzannare, magari scorticare, e dal quale fuggire via dopo aver ingoiato un panino col würstel?”, chiede Michele.

Dov’è la rivoluzione materana? Fermiamoci un attimo a leggere l’andamento demografico nel periodo 2011-2016, l’ultimo pubblicato dall’Istat. 59.859 i residenti nel 2011. Cinque anni dopo sono divenuti appena 60.351. Linea piatta, incrementi irrisori.

E come è possibile se questa città ha conosciuto successo e soldi che non hanno pari nel Mezzogiorno? “Io non vedo un futuro per i miei figli qui, tutto inizia e muore nei Sassi”, dice Valentino Blusone.

E dunque i Sassi sono solo una suggestione? La potenza culturale del presidio naturale, la forza espansiva di quelle pietre preziose che emozionano e fanno correre verso Sud divengono il paniere per pochi portafogli, una ennesima Gardaland dove far fiorire pochi imprenditori?

Siamo ai Sassi di Matera o al botteghino di Sassiwood? Il rischio c’è, e si vede.

Già la Lucania con il petrolio è riuscita a fare affari ma si è sporcata tutta. I danni ambientali sono visibili, il traino economico dell’attività estrattiva ancora non percepito come tale. L’Università è in declino, perde studenti e se regge la cassa lo deve alle royalties del petrolio, abbondanti, non alla sua capacità di conquistare il mercato del sapere. La classe dirigente ha subito uno scossone senza pari. Fino all’altro ieri il potere era nelle mani della famiglia Pittella, l’uno capogruppo al Parlamento europeo per i socialisti l’altro governatore. Il 4 marzo Gianni Pittella, candidato da Renzi col proposito di sostenere il flusso dei voti storici, è stato battuto. Sconfitta sconcertante oltre che cocente, e pietra tombale per quel che è stato e non sarà più.

Il prossimo novembre si rinnova il Consiglio regionale. All’orizzonte i Cinquestelle che a marzo hanno fatto man bassa. Oppure la Lega che con un loro neodeputato, il sindaco di Tolve Pasquale Pepe, promette di dare la Lucania a un nuovo podestà: Matteo Salvini.

“L’abbandono vi ha salvati. I miliardi rubano identità ai luoghi”

Visitando la Vostra città mi sono reso conto della fortuna che avete avuta, vostro malgrado, abbandonando i Sassi. Ora ve li trovate senza che mani interessate abbiano potuto rovinarne la qualità originaria (…) Ci sono città dove una quantità enorme di miliardi spesi da privati ed enti pubblici non hanno prodotto che avvilimento al vivere civile invece che accrescimento alla dignità del presente. (…) Difendiamoci dalla bruttezza. Il brutto è solo spreco di possibilità. Un migliore risultato non sempre richiede una maggiore spesa. La fantasia è gratis. Il bello non è un superfluo ma una necessità. Rivendichiamo una città del necessario: una città come giardino dell’intelligenza.

 

Il giornale Eni: direttori, lobbisti e sociologi schierati con la compagnia

Si chiama Orizzonti, idee dalla Val d’Agri il mensile che l’Eni ha commissionato a Mario Sechi, che lo guiderà con l’obiettivo di “aprire le porte” della compagnia petrolifera e avvicinare così i diffidenti lucani alle attività di estrazione. Spiegare, persino attraverso il modello del fact checking, i metodi e l’impegno che si profondono per rendere “pulita” un’azione che invece, nel giudizio collettivo, sporca e inquina.

Sechi ha cooptato nel comitato direttivo, fra gli altri, il sociologo Domenico De Masi, consulente dei Cinque Stelle nella formulazione del reddito di cittadinanza, e Claudio Velardi, noto lobbista e conoscitore della Basilicata per aver guidato, negli anni lontani della sua militanza nel Pci, la federazione regionale.

Lucania felix

C’è la Lucania e c’è Matera. L’unica cosa che non esiste è la Basilicata.

Per giungere nei Sassi da ovest bisogna superare i piedi di Potenza. Che non è ancora una città e non più un paese. I palazzi della periferia piazzati in campagna stringono alla gola la Basentana, la via traversa che segna in due la Lucania edificata grazie a quell’uomo di Stato che fu Emilio Colombo, il dandy padre costituente, british nei modi, nel doppiopetto blu a righe, una sorta di principe Carlo del Mezzogiorno. Occhiali metallici, parola di velluto dalla foggia curiale, e democratico despota della sua terra alla quale, tra le altre cose, fece avere appunto questa strada a scorrimento veloce. Più modesta di una autostrada, più larga e comoda di una camionabile.

Potenza si presenta impettita, dai fianchi larghi perché – essendo sede del potere regionale, e la finanza pubblica è l’unico soldo che corre da queste parti – ha mangiato a sazietà ogni prato e spiazzo, iniettando cemento armato nella corsa sciagurata alla modernità. Vedendo alla tv la periferia romana, il grande Serpentone della Capitale che tumula in chilometri lineari le vite di molte migliaia di sciagurati, si è fatta venire voglia di erigere una sua mini muraglia dove sono reclusi i lucani in debito di conto corrente. Una fucilata di case popolari che chiudono l’orizzonte, riducono la veduta e immiseriscono gli altri palazzotti, discretamente brutti, che si ergono ai lati.

Superata la gola potentina e quella magnifica delle cosiddette Dolomiti lucane, si giunge a Matera. Le due città un po’ si odiano un po’ si invidiano e un po’ diffidano e la questione oggi non si fa banale perché la prima, cioè Potenza, che è pure capoluogo di Regione e giostra i soldi di Roma e quelli del petrolio, è costretta a fare i conti con la forza dei Sassi. Non c’è gara! Sono le pietre a vincere sul cemento armato, le pietre a fare di Matera la regina del Mezzogiorno, il presidio culturale più avanzato, spilla preziosa della geografia interna. Sono state quelle pietre, fino a quarant’anni fa recinto miserabile dei pastori, luogo insalubre, casa per uomini e capre, ad attribuire a Matera la nomination di Capitale europea della Cultura per l’anno 2019.

Che significa un bel bottino: 45 milioni di euro per la Fondazione che gestirà l’anno culturale e altri 250 milioni di euro per sostenere le infrastrutture da attrezzare per chi verrà a visitarla. C’è città più ricca oggi in Italia? E c’è una città più lontana dall’Italia di Matera? Non ha la ferrovia, che dal Dopoguerra è in gestazione, non ha un aeroporto, non ha strade veloci. La si raggiunge prendendola alle spalle, cioè atterrando a Bari, oppure sfidandola di fronte, e quindi passando per Potenza. Essendo tanti i soldi da spendere però, e qui il vizio ha morsicato la virtù, la faccenda gioiosa si è complicata cosicché a oggi nulla è stato edificato, aggiornato, trasformato, riabilitato, recuperato. Niente di niente. L’unica novità è che in Comune, dove regna una coalizione arcobaleno di centrodestra guidata da un brav’uomo, colto e di età avanzata, sprovveduto il giusto. Si chiama Raffaello De Ruggieri, e si è deciso di sperimentare il governissimo, un patto del Nazareno in salsa locale. Il sindaco attuale tenterà di spendere e appaltare (finora zero carbonella) i milioni disponibili per il territorio (in teoria 114 milioni) e a quello bocciato dalle elezioni (Salvatore Adduce del Pd) è stata affidata la curatela della Fondazione, quindi un’altra borsa di 45 milioni, da spendere per la Cultura nei prossimi ventiquattro mesi.

Il riconoscimento di capitale europea – Matera 2019, Open Future – forse risarcisce l’attesa millenaria della città dei Sassi. E tant’è: “Si chiude un quinquennio che comincia il 17 ottobre 2014 – spiega Valentino Blasone, economista che gira il mondo per vendere i divani Natuzzi – ma immaginare il futuro dei figli, qui, è proprio difficile quando già con 30.000 visitatori, o abitanti culturali come li chiama il sindaco, va in tilt il depuratore della città”.

A capovolgerla, Matera, dalla periferia garbata – strade ampie, caseggiati di composto decoro – si ricongiunge con la sua stessa identità, quella del laboratorio per eccellenza del Meridione, e il rione Lanera, progettato da Marcello Fabbri e Mario Coppa, inaugurato il 22 dicembre 1957, è pur sempre il quartiere dove ebbero a mobilitarsi Adriano Olivetti, Ernesto De Martino e Manlio Rossi-Doria, affinché i contadini – per dirla con Rocco Scotellaro – “potessero entrare nella storia” e oggi è il punto chiave del confronto politico.

Tant’è, Matera. Un ex ragazzo di oltre ottant’anni cammina a passo svelto sul marciapiede di via Lucana. Pasquale Doria, direttore della raffinatissima rivista Mathera, lo saluta, lo presenta: “Si chiama Lucio Pesce. Olivetti lo incontrò proprio qui, su questa stessa strada, era solo un ragazzino lucano, e se lo portò a Ivrea, per farne lo storico capo del personale della Olivetti”.

Tant’è, Matera. La tecnica di telemetria laser del Centro di Geodesia Spaziale inaugurato nel 1983 registra l’astrometria, la radioastronomia e la navigazione satellitare lassù, nel cielo stellato, ma due ben precise inquadrature fissano il film di ciò che fu, quaggiù. La storia ha due fotogrammi. Questo è il primo: un giovane Emilio Colombo mostra ad Alcide De Gasperi, in visita in Basilicata, le condizioni di vita nei Sassi con i bimbi dalle palpebre come pustole, zuppe di tracoma e il presidente del Consiglio – è uno che arriva dal Trentino, tutto di aria salubre – rompe in pianto.

E questo è il secondo: Palmiro Togliatti, il capo del Partito comunista, inghiotte le pagine di Carlo Levi – “sembra di essere in mezzo ad una città colpita dalla peste” – e reclama la cancellazione della “vergogna d’Italia” a colpi di piccone. E anche di dinamite, se necessaria.

Il passato passò e oggi il Vangelo secondo Matera, a prescindere anche dal patrocinio Unesco – o da Pier Paolo Pasolini, o da Mel Gibson che vi ambientarono il loro Cristo – è Sassiwood.

Francis Ford Coppola – che è lucano, autore dello spot che rilancia la Lucania nel mondo – prevale sull’immaginario imposto dal Cristo di Levi: “Vedi la terra così come deve essere”, dice il regista de Il Padrino mentre la macchina da presa indugia sui vigneti, gli alloggi rupestri dei falchetti e gli sbreghi di cime su cui planano – finché lo sbuffo di idrogeno solforato di Viggiano non li atterri – i fenicotteri.

E l’intera Lucania, con Craco, la città fantasma perfetta per le produzioni cinematografiche, con l’incantevole Venosa, o con le sue Dolomiti – a Pietrapertosa dove ad Arabat, nel quartiere saraceno, ancora sgorga il canto del muezzin, e a Castelmezzano sulle cui rocce proiettano i film – partecipa dell’industria terrona chiamata “bellezza”. “La Lucania non è Firenze – dice Franco Arminio, il paesologo che dirige il Festival di Aliano, La luna e i Calanchi –. Non è una terra che tutti vanno a conoscerla”. Arminio sperimenta la freccia del tempo che porta con sé – a favore di vento – il cuore arcaico di questi luoghi: “Quando qua uno muore sa poi di averlo un funerale, e in vita sa dove andare a comprare un bicchiere di vino”.

Ma il sangue può anche diventare trama, sottile, di un racconto che va a ripetersi, e lo si legge in un pomeriggio di struscio di via Pretoria a Potenza osservando le impalcature che oggi vanno a coprire la chiesa della Santissima Trinità, ormai chiusa per sempre.

È il 17 marzo 2010 quando il corpo di Elisa Claps, 16 anni, è rinvenuto nel sottotetto di questa chiesa. Profanata dall’orribile delitto, una petizione cittadina ne scongiura la riapertura per tenersi piuttosto il magone. È il posto dove il passato cerca sepoltura. E il futuro? La giunta regionale, a suon di quattrini, si è aggiudicata il Capodanno di Rai1 per quattro anni di fila. Questo del brindisi in tv è l’evento più triste che esista nel palinsesto televisivo, ma fa una bella scena, e comunque è meglio apparire che essere. Amaro lucano.

Gli immobili pubblici valgono 283 miliardi, quelli inutilizzati 12

L’Italia dispone di 1 milione di immobili pubblici, per un totale di 325 milioni di metri quadri e un equivalente valore patrimoniale di 283 miliardi di euro. Ma per la stragrande maggioranza si tratta di fabbricati utilizzati direttamente dalle pubbliche amministrazioni e quindi non disponibili, nel breve-medio termine, per progetti di “valorizzazione e dismissione”. C’è poi una parte di immobili, per un controvalore di 12 miliardi di euro, che non viene utilizzata. Questa è la foto scattata dal censimento sui dati dichiarati da circa 7.500 Amministrazioni coinvolte nella rilevazione dei beni immobili riferita all’anno 2015, condotta dal ministero dell’Economia nell’ambito del progetto Patrimonio della PA.

Emerge che il 77% del valore patrimoniale stimato degli immobili pubblici è riconducibile a fabbricati utilizzati direttamente dalla P.A. (217 miliardi di euro). Il restante 23% è dato in uso, a titolo gratuito o oneroso, a privati (51 miliardi). In particolare, il 74% del valore del portafoglio immobiliare stimato è riconducibile a fabbricati di proprietà delle amministrazioni locali, il restante 26% del valore complessivo è invece ripartito tra amministrazioni centrali (17%).