Caos Raisport, sciopero per l’ultima giornata

Ultima giornata di campionato di calcio senza servizi Rai. E salterà anche la diretta della 15ª tappa del Giro d’Italia. Domenica 20 maggio i giornalisti sportivi della tv pubblica incroceranno le braccia in polemica con il direttore, Gabriele Romagnoli, e con il vertice Rai, colpevoli, secondo loro, di aver svilito una testata e una redazione che un tempo era il fiore all’occhiello di Viale Mazzini.

L’astensione dal lavoro avviene “per la situazione di sfacelo della testata per chiara responsabilità della direzione che si accompagna al grave ritardo dell’ammodernamento tecnologico (…) così da limitare pesantemente la possibilità di svolgere una reale attività di servizio pubblico”, si legge nel comunicato del comitato di redazione.

Raisport da almeno un paio d’anni sta vivendo una situazione difficile. Il problema principale è che la redazione non si è mai presa con Romagnoli, il direttore voluto da Campo Dall’Orto (e in scadenza nel 2019), unico sopravvissuto tra quelli chiamati dall’ex direttore generale. Incomunicabilità totale con la redazione, mancanza di un piano editoriale e assenza nel quotidiano confezionamento del prodotto: queste le accuse dei giornalisti al direttore, sfiduciato un anno e mezzo fa ma ancora al suo posto. La chiusura di un programma storico come il Processo del lunedì e del secondo canale di Raisport, poi, ha contribuito a esacerbare il clima. Che è pesantissimo, con i fedelissimi (pochi) del direttore da una parte e il resto dei giornalisti dall’altra. Qualcuno ha provato a mediare, senza successo. E in qualche assemblea sono volati pure dei “vaffa”.

La situazione è precipitata lo scorso novembre quando, dopo la partita Italia-Svezia che ha eliminato la Nazionale dai Mondiali, Raisport si è vista scippare il dibattito post match per fare spazio al programma di Fabio Fazio. Aver perso i diritti sulla Formula Uno e sui Mondiali in Russia, poi, ha fatto il resto. Ciliegina sulla torta, il calo di ascolti.

La Domenica sportiva, per esempio, se regge sullo share (8,5%) perde telespettatori (1 milione 137 mila di media contro 1 milione e 328 mila della passata stagione). Anche 90º minuto è in calo e tiene solo nella parte in cui vengono mostrati i gol. Mentre martedì scorso è tornato su Rai2 Antidoping: il programma condotto da Alessandro Antinelli che dovrebbe essere il fiore all’occhiello di Romagnoli ha racimolato solo 1,9%. “Siamo allo sbando, con la redazione demotivata e senza una strategia. I Tg non ci chiedono nemmeno più i servizi e fanno da soli”, racconta un cronista di Raisport. Altra scelta opinabile è stata quella di chiudere il Processo, lasciando una prateria di ascolti a Tiki Taka (Mediaset). Nelle ultime ore, però, una buona notizia: la Rai si è aggiudicata i diritti per la Coppa Italia anche per il prossimo triennio (per 35,5 milioni), battendo proprio la tv del Biscione. Intanto però, causa sciopero, il campionato di calcio per mamma Rai finirà con una giornata di anticipo.

Figc, l’eterno ritorno di Abete per disfarsi del padrone Malagò

Il futuro è il passato, il nuovo è il vecchio, l’erede il predecessore: la Federcalcio ripartirà da Giancarlo Abete. Proprio il fratello di Luigi, presidente di Bnl, che aveva guidato la Figc prima di Tavecchio. Per uscire dal pantano e dal commissariamento del Coni, il mondo del pallone non ha trovato di meglio che rivolgersi al suo ex, ex presidente. Quattro anni dopo l’addio che sembrava definitivo, Abete in estate sarà candidato unico: dai Dilettanti alla Lega Pro, dai calciatori agli arbitri, tutti d’accordo nel liberarsi di Malagò.

Il 24 giugno 2014 un minuto dopo la disastrosa spedizione ai Mondiali in Brasile, Abete si dimetteva col ct Prandelli. Gesto raro, che il tempo ha rivalutato. Anche perché dopo sono venuti Tavecchio e Lotito, Ventura e la mancata qualificazione ai Mondiali, mentre lui tornava ad affacciarsi nei palazzi del pallone. Pure il commissariamento del Coni è stato un fallimento: i modi autoritari di Malagò, la flemma del reggente Fabbricini, lo strapotere del direttore Uva hanno scontentato tutti. E le componenti si sono riorganizzate, guidate da Cosimo Sibilia (Dilettanti) e Gabriele Gravina (Lega Pro).

L’obiettivo è tornare al voto il 1° agosto, data in cui scade il commissariamento. Resta da sentire Fabbricini (Malagò non sarà contento), ma di fronte a un numero così alto di firme (73% dell’assemblea) sarà difficile resistere. Il programma è fatto, l’accordo pure: i Dilettanti mantengono la vicepresidenza, l’altra spetta alla Serie A, il Club Italia va ai giocatori (si parla di Maldini), forse cambierà il direttore generale. Mancava solo il nome del presidente, e qui le parti si stavano spaccando ancora. Era stato proposto un outsider come Vito Cozzoli, ex capo di gabinetto del Mise. Meglio affidarsi a un uomo di esperienza, democristiano doc e maestro del compromesso, apprezzato perché nemico giurato di Malagò. È l’eterno ritorno di Giancarlo Abete.

Serie A, rischio esordio al buio: annullato il bando di MediaPro

Illegittimo, distorsivo della concorrenza, iniquo nei confronti degli operatori: il bando di MediaPro viola le regole dell’Antitrust ed è da rifare. Ammesso che gli spagnoli siano interessati a farlo. Il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso di Sky e confermato la sospensione emessa a metà aprile: per i pacchetti elaborati dalla società di Barcellona, che si è aggiudicata i diritti tv della Serie A per la cifra record di 1,05 miliardi a stagione, è una bocciatura pesante. Forse definitiva. E il pallone italiano si ritrova senza televisione e senza soldi, ad appena tre mesi dall’inizio del prossimo campionato.

Nella guerra dei diritti tv che si trascina ormai da mesi, Sky vince la prima battaglia in tribunale (e chissà se sarà l’ultima). Per guadagnarci, MediaPro puntava a rivendere i diritti come prodotti preconfezionati, con tanto di telecronaca e spot pubblicitari già monetizzati. Ma questo non si può fare. La sentenza del giudice Claudio Marangoni smonta il bando nel suo impianto: così com’è concepito – si legge – rischia di avere un “effetto distorsivo, in grado di determinare gravi squilibri nel mercato e in danno dei singoli operatori”.

Le perplessità erano “fondate”: MediaPro assume una “forma di responsabilità editoriale, al di fuori dell’ambito di attività dell’intermediario indipendente”. Proprio quello che l’Antitrust aveva già vietato di fare. I prodotti da 270 minuti di trasmissione assomigliano tanto a dei palinsesti, visto che le partite spalmate su più fasce orarie coprono l’intera giornata. E poi l’obbligo di acquistare il prodotto finito, che gli spagnoli avevano pensato per favorire l’ingresso sul mercato di operatori più piccoli su piattaforme alternative (come lo streaming internet), finisce per ledere la libertà delle emittenti, costrette a pagare servizi non richiesti.

La linea di Sky è stata accolta in pieno e infatti il colosso di Murdoch esulta, spiegando che “la decisione del Tribunale ha confermato che era necessaria una verifica”. Da Barcellona, invece, silenzio tombale, anche sull’eventuale ricorso (15 giorni per presentarlo). MediaPro potrebbe anche ripubblicare il bando corretto, lo stesso giudice sottolinea che “i tempi sembrano consentire la ripresa della procedura”: senza prodotti preconfezionati e raccolta pubblicitaria, però, sembra impossibile rientrare dell’investimento. È più facile immaginare che il patron Jaume Roures torni a spingere per il canale tematico, suo vero obiettivo, mettendo subito sul piatto la fideiussione che aveva congelato dopo la notizia del ricorso.

Tutto ruota intorno ai soldi, vitali come l’ossigeno per i presidenti delle squadre. Al momento “MediaPro è inadempiente”, sottolinea il commissario Giovanni Malagò. La Lega ha concesso due settimane di tempo per onorare il contratto e “la scadenza resta valida, ora più che mai”, ha aggiunto il capo del Coni. La Serie A è a un bivio, si ritroverà spaccata in assemblea il 22 di maggio (o forse anche prima, già il 15) : da una parte c’è il ritorno rassicurante nelle braccia di Sky che ribadisce di “essere pronta a fare un’offerta importante” (ma quanto?), dall’altra la prospettiva allettante del miliardo dagli spagnoli, che però pare sempre più legato al canale. Per farlo, la Lega dovrebbe risolvere il contratto, rientrare in possesso dei diritti e mettersi in proprio, con MediaPro come partner commerciale. Operazione rischiosa e complessa. Un buon numero di club sarebbe favorevole (anche Urbano Cairo del Torino ieri si è sbilanciato a riguardo), a patto di ricevere garanzie economiche. Bisogna però superare le resistenze interne della fronda pro Sky capeggiata da Juventus e Roma e prepararsi a un’altra battaglia in tribunale. Ma il calcio italiano ora non può più perdere.

Leroy Merlin, blocchi e tensione dopo i licenziamenti

Mattinata di tensione davanti al Logistic Park di Castelsangiovanni i cui ingressi sono stati bloccati dalle 6,30 da una cinquantina di lavoratori del sindacato Usb in protesta contro Leroy Merlin, a causa di alcuni licenziamenti e sospensioni avvenute nel polo logistico di Rozzano. All’interno sono state fermate decine di camion che hanno scaricato e i cui autisti, impossibilitati a uscire, hanno avuto vivaci confronti con i manifestanti. Solo dopo ore di mediazione sono stati fatti uscire diversi mezzi bloccati all’interno. Poi, intorno alle 12, sembrava che la situazione fosse tornata alla normalità: i camion che non conferiscono a Leroy Merlin stavano per uscire sotto il controllo della polizia, ma alcuni manifestanti hanno bloccato i tir sdraiandosi sulla strada e la tensione è cresciuta. Un nuovo blocco ha fermato tutto. Altre decine di camion che dovevano scaricare merce sono stati fermati all’esterno, lungo la statale che porta al Logistic Park creando caos. Il sindacato ha spiegato i motivi della mobilitazione: protesta legata al “licenziamento di 3 colleghi di Usb e alla sospensione di 25 di loro che venerdì scorso hanno occupato la direzione Leroy Merlin di Rozzano”. I facchini incontreranno il Prefetto.

Studente 16enne, ferito grave durante lo stage

Per il mondo del lavoro friulano, ma non solo, anche solo immaginare due giorni peggiori di quelli appena passati era impossibile. Nella sola Regione del Nord-Est, in sole 48 ore sono accaduti tre incidenti: tutti coinvolgono ragazzi molto giovani e in due casi sono costati la vita a chi ne è stato protagonista. Un trentenne è morto martedì schiacciato da un muletto, mentre nelle prime ore di ieri, alla Fincantieri di Monfalcone (Gorizia), la caduta di due blocchi di cemento ha ucciso un lavoratore di appena diciannove anni. Sempre ieri mattina, uno studente sedicenne impegnato in uno stage ha subito un’infortunio alla mano il quale ne ha causato la semi-amputazione; è stato operato ieri sera. Ma non è solo il Friuli a piangere: nel drammatico bilancio di ieri si conta anche un caso di decesso a Torino e un altro a Crotone, dove un uomo ricoverato da un mese a seguito di un infortunio su un cantiere stradale si è dovuto arrendere.

L’emergenza sottovalutata della sicurezza sul lavoro, insomma, continua a farsi spazio tra le pagine di cronaca. La preoccupazione dei sindacati è del tutto giustificata dal dati dell’Inail, ma ancora non riesce a trovare il giusto peso nell’agenda politica. Intanto, cantieri, fabbriche e strade sono pericolose sia per i lavoratori più anziani sia, come abbiamo visto proprio negli ultimi episodi, per i più giovani.

Il ragazzo infortunato durante il tirocinio ha soltanto sedici anni, frequenta un centro di formazione professionale, l’istituto salesiano Bearzi Don Bosco. Circa quattro settimane fa, aveva iniziato il suo stage alla Emmebi di Pavia di Udine, azienda che produce prodotti per la lavorazione dell’alluminio. Il periodo di pratica sarebbe finito domani, ma ieri mattina l’incidente lo ha costretto suo malgrado ad anticipare: mentre stava utilizzando la fresa e si è semi-amputato la mano. Ieri sera ha subito un’operazione, ancora in corso mentre scriviamo. I carabinieri sono al lavoro per ricostruire la dinamica. Il Fatto Quotidiano ha chiesto la versione della Emmebi, contattata telefonicamente e via mail, ma l’azienda non si è resa disponibile a rilasciare dichiarazioni. Non è chiaro se il ragazzo, mentre svolgeva le sue mansioni, fosse solo o affiancato da personale dipendente dell’impresa.

Nella vicenda di Monfalcone, per quanto non esistano morti più inaccettabili di altre, c’è l’aggravante del fatto che sia accaduta in presenza di un committente pubblico. Il ragazzo aveva 19 anni e lavorava per un’azienda di cui è titolare suo padre, quest’ultimo presente mentre suo figlio perdeva la vita. La ditta fornisce servizi di manutenzione in appalto per l’impresa navale di proprietà statale. Anche qui, le autorità sono al lavoro per capire la dinamica: dalle ricostruzioni finora disponibili, sembra che l’incidente sia avvenuto mentre il giovane svolgeva una manovra per spostare alcuni fasci di tubi e questa avrebbe provocato la caduta di due blocchi di cemento che pesavano 700 chili. La morte è avvenuta dopo il ricovero all’ospedale Cattinara di Trieste. Subito dopo, i sindacati hanno proclamato lo sciopero, ponendo l’accento sui problemi della sicurezza nel sistema degli appalti e dei subappalti Fincantieri. “È necessario – affermano dalla Fiom – aprire una discussione ampia e una vertenza sul tema degli appalti nel gruppo, in merito alla gestione della sicurezza, perché episodi come questo devono finire”. Proprio la galassia di aziende che lavorano come satelliti di Fincantieri è da tempo al centro dell’attenzione dei sindacati locali, che denunciano da tempo l’assenza di diritti. A queste segnalazioni, tra l’altro, si è recentemetne unita la sindaca leghista di Monfalcone, Anna Maria Cisint.

La lieve ripresa dell’occupazione, insomma, sta presentando un conto molto pesante. I dati ufficiali dell’Inail dicono che da gennaio a marzo 2018 il lavoro in Italia è costato la vita a 212 persone, 22 in più rispetto ai primi tre mesi del 2017. A morire durante il tragitto tra la casa e la fabbrica sono stati in 67, mentre quelli deceduti proprio in servizio sono stati 145: solo due in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando però le tragedie di Rigopiano e Campo Felice hanno da sole provocato una grossa impennata nella statistica. Tra le esistenze spezzate dal lavoro ci sono anche quelle di chi aveva ancora tutta una vita davanti: nel primo trimestre 2018 sono morti 14 under 30, tre dei quali hanno addirittura meno di 20 anni. Parliamo sempre di statistiche sottostimate, perché l’Inail ovviamente non tiene in considerazione i lavoratori in nero e quelli che non sono assicurati presso l’ente pubblico. L’Osservatorio indipendente di Bologna cerca di quantificarle tutte: i radar dell’associazione, nata dieci anni fa dopo l’incidente alla ThyssenKrupp di Torino, segnalano in tutto tra gennaio e aprile 450 casi (220 sul lavoro e 230 nel tragitto).

Da via Caetani al Quirinale, omaggio di Stato per Moro

Le più alte autorità dello Stato ieri mattina hanno reso omaggio ad Aldo Moro nel giorno del 40esimo anniversario del ritrovamento del suo corpo, dopo un sequestro durato 55 giorni da parte delle Brigate Rosse. Le celebrazioni si sono tenute prima in via Caetani, nel luogo in cui il cadavere fu trovato nel bagagliaio di una Renault 4 il 9 maggio del 1978, sia al Quirinale. Durante la commemorazione di via Caetani è stato osservato un minuto di silenzio e sono state deposte corone di fiori, tra cui quella del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al Quirinale invece si è svolta la cerimonia per celebrare il giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo. “Oggi a 40 anni dalla quella tragedia – ha detto il presidente della Repubblica – sentiamo il bisogno di liberare il pensiero e l’esperienza politica di Aldo Moro da quella prigione in cui gli aguzzini hanno spento la sua vita e pretendevano di rinchiuderne il ricordo”. L’ex premier Giuliano Amato ha invece ricordato quei giorni sottolineando “la debolezza dello Stato”: “Uno Stato forte avrebbe reagito diversamente, trattando anche con il diavolo, salvo andare ad arrestarlo un attimo dopo”.

Pasticcio Nardella: più nomi che poltrone

Un pasticcio a cui il renzianissimo sindaco di Firenze, Dario Nardella, dovrà trovare rimedio il prima possibile. L’elezione del nuovo presidente del Consiglio comunale fiorentino si è trasformata da subito in un caso politico, che adesso rischia di diventare un boomerang per il primo cittadino.

Lunedì scorso, infatti, era prevista l’elezione del nuovo presidente dell’assemblea dopo le dimissioni di Caterina Biti (eletta con il Pd al Senato lo scorso 4 marzo) e per la poltrona erano candidati due consiglieri del Partito Democratico: Andrea Ceccarelli e Massimo Fratini.

Come da consuetudine, il gruppo consiliare democratico si è subito spaccato sui due nomi e così alla fine ha deciso il sindaco, cercando di tenere unito il partito: Ceccarelli eletto e Fratini nuovo assessore (senza indicarne le deleghe). Problema: secondo l’articolo 47 del Testo Unico degli enti locali, nei Comuni con una popolazione tra 250 mila e 500 mila abitanti come Firenze, la giunta può essere composta al massimo da dieci assessori più il sindaco. E Fratini sarebbe stato l’undicesimo.

Così, gli uffici di Palazzo Vecchio hanno comunicato allo staff di Nardella che il nuovo ingresso non era possibile e che la nomina di un nuovo assessore dovrà comportare obbligatoriamente la fuoriuscita di un altro. Appena la notizia è diventata pubblica, le opposizioni sono andate subito all’attacco: “Siamo su Scherzi a Parte: una giunta con un assessore a tempo e messa alla berlina dalle lotte interne allo stesso partito che la sostiene” ha commentato il capogruppo di Forza Italia, Jacopo Cellai. “Nardella è un segugio a circondarsi di veri incompetenti in materia di regole e leggi” ci va giù duro Tommaso Grassi di Sinistra Italiana.

Adesso, dopo l’errore marchiano e le polemiche che ne sono scaturite, Nardella si è preso qualche giorno per decidere: “Nessun rimpasto, ci sarà un avvicendamento” ha chiarito stizzito martedì.

Eppure è già partita la caccia all’uomo, anzi all’assessore da licenziare. Sì perché, nonostante l’evidente errore amministrativo, su Palazzo Vecchio aleggia ancora lo spettro del Giglio Magico: Fratini, vicinissimo all’ex ministro Luca Lotti, entrerà in giunta a ogni costo e Nardella dovrà silurare uno dei suoi più stretti collaboratori ad un anno dalla fine del mandato. Il più indicato a lasciare sembra essere Andrea Vannucci (Sport) che a marzo è stato rinviato a giudizio con l’accusa di turbativa d’asta e falso per l’inchiesta sugli appalti delle piscine comunali e per questo sembra l’anello debole della giunta. Ma nelle ultime ore nella black list è finita anche Anna Paola Concia, attivista Lgbt con delega alle Relazioni internazionali e al Turismo. In ogni caso l’assessore sacrificato potrebbe trovare posto alla presidenza di Publiacqua (la partecipata per la gestione della rete idrica) per succedere a Filippo Vannoni, malvisto dai renziani per aver accusato Luca Lotti nell’inchiesta Consip, il cui mandato scade tra due settimane.

Siena col rottame di Mps non interessa più ai partiti

Due eretici e un outsider. A Siena tra un mese si vota. Ma la città, ancora tramortita dalla devastazione del Monte dei Paschi, è in balia pure delle incertezze politiche uscite dalle urne di marzo. Così i senesi si trovano a dover scegliere tra un esercito di nove aspiranti sindaci, nessuno espressione diretta di un partito. Persino il Movimento 5 Stelle, che sin dal 2011 e in solitudine ha denunciato le nefandezze di Rocca Salimbeni, è senza candidato. Mentre il centrodestra, dopo litigi e veti, ha deciso di accodarsi e sostenere la lista civica dell’avvocato indipendente Luigi de Mossi ma poi una parte di Lega è fuoriuscita, ha creato un nuovo movimento per sostenere un’altra civica di un altro candidato: Massimo Sportelli.

Infine il Pd, che prima ha rinnegato il suo sindaco uscente, Bruno Valentini, sostenendo che non lo avrebbe ripresentato (tanto che lui annunciò una sua eventuale lista civica) e poi nel tentativo di epurarlo ha indetto le primarie alle quali però non è riuscito a presentare nessuno, quindi le hanno cancellate e dopo la Caporetto del 4 marzo il Pd si è accontentato di Valentini senza renderlo pubblico. Lo ha fatto lui: “Ci abbiamo messo un po’ troppo, ma il Pd alla fine ha deciso, sarò il candidato sindaco”. Un eretico a metà. Ma non è l’unico. Tra i nove aspiranti sindaci oltre a De Mossi e Valentini ce n’è un terzo che a dire dei sondaggi può realisticamente puntare al ballottaggio ed è Pierluigi Piccini, l’eretico del centrosinistra per eccellenza.

Già sindaco dal 1990 al 2001, recordman assoluto di preferenze con il 60% dei voti conquistati nel 1997 con l’Ulivo, prima Pds poi Ds, Piccini venne espulso nel 2004 perché accusato di aver appoggiato alle amministrative di quell’anno candidati esterni al partito. Segretario provinciale dei Ds era Franco Ceccuzzi, l’ultimo sindaco dell’epoca d’oro di Mps, dei tempi in cui il Comune nominava la maggioranza dei consiglieri della Fondazione, allora padrona della banca. Tale era il potere esercitato dal primo cittadino che Ceccuzzi per sedersi alla guida del Comune si dimise da Montecitorio e lasciò la commissione Finanze. Ma rimase in carica appena un anno: nel giugno 2012 il suo stesso partito, il Pd, gli fece mancare i numeri in aula. Perché? Perché Ceccuzzi non aveva eseguito le direttive ricevute per le nomine Mps e la componente ex Margherita non la prese bene.

Erano altri tempi. Altri interessi. Un’altra Siena. Un altro Mps.

“Credo sia per questo che la politica mostra meno impegno qui da noi”, dice sconsolato Luca Furiozzi, il candidato in pectore del Movimento 5 stelle: sarebbe il decimo a correre per la poltrona di sindaco ma lo staff nazionale non ha ancora deciso se concedergli l’uso del simbolo e ormai sembra rassegnato: “Sono piuttosto pessimista, il termine per raccogliere e depositare le firme per le liste è sabato mattina”. Ha fatto quasi tutto da solo, invece, Valentini. Che nonostante il tentativo di boicottaggio da parte del Pd, martedì ha comunicato che “dopo mesi di liti interne” è persino riuscito a far approvare la lista dei suoi 32 candidati. L’eretico a metà punta al ballottaggio. Pure Piccini, l’altro eretico, ritiene scontato arrivarci. Idem l’outsider De Mossi che seppur abbia perso un pezzo di Lega confida nel rinsavimento dei senesi. “Se non cambiano ora, dopo tutto quello che è successo”.

Di fatto è dal 1946, dalle prime elezioni comunali dopo il fascismo, che il sindaco di Siena è sempre stato espresso dal centrosinistra. “La questione è molto semplice: bisogna evitare che il partito che ha distrutto questa città, le sue eccellenze, la sua storia e la Fondazione, facendola capitombolare da un valore di circa 5 miliardi di euro a poco più di 400 milioni, e, nel contempo, ha polverizzato praticamente l’intera partecipazione nella banca Monte dei Paschi, continui a fare danni”, attacca De Mossi. Da settimane invita Valentini a partecipare a un confronto pubblico. E da settimane Valentini glissa. “In un mondo normale il Pd si sarebbe vergognato e ritirato in buon ordine”, dice ancora l’avvocato.

Magari il sindaco uscente condivide. E magari avrebbe preferito essere eretico non a metà ma per intero.

Come Piccini. Che ha ricevuto il sostegno di molti ex (ex Pd, ex Forza Italia, ex M5S) e guarda con distacco i due litiganti sperando di spuntarla.

Del resto lui, cacciato dal partito e dal partito sbarrato nel 2001 sulla soglia della presidenza della Fondazione, conosce bene Siena e senesi, banca e politici.

“C’è da ricostruire tutto, quindi non ci vogliono persone inesperte come De Mossi, ma nemmeno chi ha contribuito al degrado come Valentini: serve concretezza”. Ma certo, come scriveva Dante già nel 1300: “Or fu già mai gente sì vana come la sanese?”.

Altra fumata nera per il nuovo giudice della Consulta

Niente da fare.Altra fumata nera alla Camera ieri per l’elezione del giudice della Corte costituzionale e di due componenti del Csm, il Consiglio superiore della magistratura. Con il Parlamento riunito in seduta comune, nessuno dei candidati ha raggiunto il quorum richiesto per l’elezione. Si dovrà quindi procedere a un terzo scrutinio: per la Consulta sarà necessaria la maggioranza dei due terzi dei componenti dell’Assemblea e per il Consiglio superiore della magistratura dei tre quinti.

Il Parlamento deve sostituire Giuseppe Frigo, che ha lasciato la Consulta un anno e mezzo fa. Dovrà quindi nominare i sostituti di Maria Elisabetta Alberti Casellati e di Pierantonio Zanettin, che si sono dimessi dal Consiglio superiore della magistratura dopo essere stati eletti, la prima al Senato (dove è anche la presidente), il secondo alla Camera, con Forza Italia.

La votazione è segreta e a oggi non c’è nessun accordo politico sui nomi da eleggere. Dal quarto scrutinio per eleggere il giudice della Corte costituzionale sarà sufficiente il voto di tre quinti del Parlamento.

Ci vorrebbe Freud, basta pure Recalcati

Ma lo psicanalista della Leopolda professor Recalcati, neo-conduttore della sua brava trasmissione lacaniana-pop su Rai3, non può fare proprio niente per Matteo Renzi? Non è una battuta: bastava vederlo l’altra sera a Di Martedì, dove è andato a inaugurare l’ennesima campagna elettorale in qualità di leader che non è di un partito che non c’è più, per essere preoccupati circa il suo equilibrio mentale.

Da cosa o da chi è guidato Renzi? Se davvero fosse mosso dall’amore per il suo Paese (con la maiuscola, non Rignano sull’Arno), avrebbe ormai dovuto rendersi conto che il sentimento non è ricambiato. O quantomeno prendere atto di non essere all’altezza di cambiare alcunché non riguardi lo statussuo e della manciata di compaesani che si è portato a Roma a spese dei contribuenti.

Non lo sfiora il sospetto di essere caduto in disgrazia, come dovrebbe suggerirgli il fatto di comparire in seconda serata dopo una intervista a Di Maio lunga quanto un film cecoslovacco, nello spazio di solito riservato alla Fornero. Già nell’anteprima, mentre lo stanno microfonando, ostenta lo stile da guappo. Entra in studio imitando la camminata di Putin (braccio destro fermo, sinistro ondeggiante); frangetta da Augusto di Prima Porta, guanciotte dei periodi stressanti, corruccia la fronte: “Quello di Lega e 5Stelle non mi sembra un atteggiamento serio”, senti chi parla.

Promuove Gentiloni candidato premier (simultaneamente manda la Boschi, s’immagina in qualità di deputata di Bolzano, a lanciarlo, povero conte, a Porta a Porta), per mostrare al popolo che lui dispone dei suoi uomini come un generale in battaglia e soprattutto per mettere Paolo accanto a Di Maio e Salvini e dunque farne semanticamente un politico bruciato dalle trattative a vuoto, come se non fosse lui, invece, il responsabile dell’impotenza dell’onnipotenza del Pd.

Propone di cambiare la legge elettorale che porta il nome di uno dei suoi più fedeli scudieri e poi, incredibile a dirsi, una riforma costituzionale, che adesso chiama “istituzionale” per introdurre una novità (“Con un equivoco con un sinonimo qualche garbuglio si troverà”, come ne Le nozze di Figaro), evidentemente ignaro dell’opinione di 20 milioni di elettori a riguardo. Snobba le riunioni di partito per parlare direttamente al popolo: “Cari italiani, la flat tax non esiste! Italiani, il reddito di cittadinanza non lo faranno mai!”, urla guardando in camera, e pare che sotto i piedi gli manchi un balcone.

“Se noi avessimo fatto il governo avremmo perso totalmente la faccia”, dice come se ne avesse ancora una. “Hanno fatto una campagna elettorale piena di promesse a vuoto, lo ammetta Floris!”, gigioneggia teatrale, ed è lo stesso che agitava in Tv una falsa scheda per un Senato che con la sua riforma non sarebbe stato più elettivo. Lancia numeri a protesi dell’ego: “Quando noi abbiamo preso il 41%, Di Maio ci urlava ‘abusivi’. Lui ora ha preso il 32…”, ma mette insieme cose eterogenee e imparagonabili, elezioni europee con elezioni politiche, e la stessa cosa fa con Macron, presidente di una Repubblica presidenziale “col 23%”. “Noi non prendiamo in giro gli italiani”, ridice, e fa un certo effetto pronunciato da un tizio che ha dato dimissioni post-datate come gli assegni falsi e che dopo aver indossato tutte le maschere oggi, nella bio di Twitter e ovunque gli capiti, usa il titolo di “senatore di Firenze” come se fosse una diminutiodi sé dovuta a naturale umiltà e non una funzione da adempiere con disciplina e onore.

Ma Renzi è talmente bugiardo che finisce per dire la verità: non vuole andare al governo né alle elezioni. Nel suo narcisismo anacronistico, confida di poter tornare credibile per contrasto, quando Salvini e Di Maio avranno fallito. Questo alchimista all’incontrario, che ha dimezzato i voti del Pd portandolo al 18%, questo contafrottole (pardon: storyteller) che elargiva 80 euro a categorie a caso usando risorse pubbliche per prendere voti, rivendica una “diversità profonda tra populisti demagoghi e Pd”, e non intende che i primi vincono mentre il secondo perde. Intende proprio che il suo vestigiale partito di furbastri o di nullità senza spina dorsale è in grado di fare l’interesse degli italiani, che si ostinano a non capirlo. Ci vorrebbe Freud, ma forse anche Recalcati può bastare.