Il sospiro di sollievo dem: ora può iniziare la guerra

“Stasera vado a vedere Milan-Juve. Mica tocca a noi il governo”. Matteo Orfini, il presidente del Pd, lo dice con una mezza battuta. Ma al di là delle dichiarazioni di circostanza sulla “preoccupazione” per la giustizia e per il Def, l’aria che si respira nel Pd è di deciso sollievo davanti alla prospettiva di un governo Lega-5Stelle. L’ex premier stentava a mascherare la soddisfazione parlando con i fedelissimi. D’altra parte, dall’inizio, è stato il sostenitore della linea dei “pop corn”. Ovvero, “vediamo che fanno”. Ieri si sono riuniti i gruppi parlamentari dei Dem. Alla Camera e al Senato. A Montecitorio tra i partecipanti si registrava addirittura euforia. Il voto pare allontanarsi (condizionale d’obbligo: l’accordo è quasi fatto, ma il “quasi” è fondamentale). E questa appare una buona notizia per tutto il Pd, che temeva di precipitare ancora sotto le ultime percentuali. Renzi che ha tifato dall’inizio per un’intesa Salvini-Di Maio, poi, spera di riuscire a dimostrarne la (presunta) incapacità a governare e soprattutto l’impossibilità di mantenere le promesse. Così quella di Graziano Delrio sembra tanto un’excusatio non petita: “Certo che il Pd è preoccupato per un governo delle destre. Ma se nasce è perché hanno i voti in Parlamento e non perché lo ha permesso il Pd”.

L’altra faccia della medaglia in casa Dem è che adesso ricomincia la guerra. Il 19 maggio ci sarà l’Assemblea nazionale che dovrebbe alfine dare una guida al partito. Nessuno può essere sicuro dei numeri, né l’ex premier, né gli altri. Però quello meno preparato sembra proprio Renzi. Sono stati i suoi martedì durante il “caminetto” dei big al Nazareno a cercare di farla ulteriormente rimandare. Ed è toccato a Marco Minniti pronunciare un durissimo intervento contro l’ex segretario. Martedì sera Renzi è andato a “Di Martedì” a lanciare la candidatura di Gentiloni alla premiership. Piuttosto stonato come endorsement, visto che un governo a guida Pd è nell’ordine dell’irrealtà. Quello che davvero teme è l’ipotesi di una candidatura del premier alla guida del Pd. Ipotesi sulla quale l’interessato era titubante e che adesso che le elezioni si allontanano sembrerebbe ancora più lontana. Ma sarebbe l’unico nome che Renzi avrebbe difficoltà a stoppare. Si vedrà cosa succede da qui all’Assemblea. Lo scenario più probabile è che si indica il congresso. Due strade, due opinioni: Renzi non ha un candidato e vorrebbe che non venisse eletto un segretario e dunque a portare il partito al congresso fosse Matteo Orfini in quanto presidente del Pd; gli altri big sono pronti a puntare su Martina, come segretario di transizione.

Quel che è certo è che si apre anche un’altra partita, con Renzi e Berlusconi insieme all’opposizione (per quanto quella dell’ex Cavaliere sarà relativa): la parte di FI che non verrà inglobata dalla Lega, potrebbe andare con il Pd renziano. D’altra parte Renzi e Berlusconi sono stati in perenne contatto in queste settimane, uniti almeno da un interesse in comune: non andare al voto. “Siete contenti di stare dalla stessa parte di Berlusconi?”. Alla domanda, un alto dirigente del Pd opponeva una non risposta decisamente imbarazzata. Dalla scissione in poi, i giochi sul tavolo sono tanti.

Per Renzi ci vorrebbe Freud, ma forse basta pure Recalcati

Ma lo psicanalista della Leopolda professor Recalcati, neo-conduttore della sua brava trasmissione lacaniana-pop su Rai 3, non può fare proprio niente per Matteo Renzi? Non è una battuta: bastava vederlo l’altra sera a Di Martedì, dove è andato a inaugurare l’ennesima campagna elettorale in qualità di leader che non è di un partito che non c’è più, per essere preoccupati circa il suo equilibrio mentale.

Da cosa o da chi è guidato Renzi? Se davvero fosse mosso dall’amore per il suo Paese (con la maiuscola, non Rignano sull’Arno), avrebbe ormai dovuto rendersi conto che il sentimento non è ricambiato. O quantomeno prendere atto di non essere all’altezza di cambiare alcunché non riguardi lo status suo e della manciata di compaesani che si è portato a Roma a spese dei contribuenti.

Non lo sfiora il sospetto di essere caduto in disgrazia, come dovrebbe suggerirgli il fatto di comparire in seconda serata dopo una intervista a Di Maio lunga quanto un film cecoslovacco, nello spazio di solito riservato alla Fornero. Già nell’anteprima, mentre lo stanno microfonando, ostenta lo stile da guappo. Entra in studio imitando la camminata di Putin (braccio destro fermo, sinistro ondeggiante); frangetta da Augusto di Prima Porta, guanciotte dei periodi stressanti, corruccia la fronte: “Quello di Lega e 5Stelle non mi sembra un atteggiamento serio”, senti chi parla.

Promuove Gentiloni candidato premier (simultaneamente manda la Boschi, s’immagina in qualità di deputata di Bolzano, a lanciarlo, povero conte, a Porta a Porta), per mostrare al popolo che lui dispone dei suoi uomini come un generale in battaglia e soprattutto per mettere Paolo accanto a Di Maio e Salvini e dunque farne semanticamente un politico bruciato dalle trattative a vuoto, come se non fosse lui, invece, il responsabile dell’impotenza dell’onnipotenza del Pd.

Propone di cambiare la legge elettorale che porta il nome di uno dei suoi più fedeli scudieri e poi, incredibile a dirsi, una riforma costituzionale, che adesso chiama “istituzionale” per introdurre una novità (“Con un equivoco con un sinonimo qualche garbuglio si troverà”, come ne Le nozze di Figaro), evidentemente ignaro dell’opinione di 20 milioni di elettori a riguardo. Snobba le riunioni di partito per parlare direttamente al popolo: “Cari italiani, la flat tax non esiste!  Italiani, il reddito di cittadinanza non lo faranno mai!”, urla guardando in camera, e pare che sotto i piedi gli manchi un balcone.

“Se noi avessimo fatto il governo avremmo perso totalmente la faccia”, dice come se ne avesse ancora una. “Hanno fatto una campagna elettorale piena di promesse a vuoto, lo ammetta Floris!”, gigioneggia teatrale, ed è lo stesso che agitava in Tv una falsa scheda per un Senato che con la sua riforma non sarebbe stato più elettivo.

Lancia numeri a protesi dell’ego: “Quando noi abbiamo preso il 41%, Di Maio ci urlava ‘abusivi’. Lui ora ha preso il 32%…”, ma mette insieme cose eterogenee e imparagonabili, elezioni europee con elezioni politiche, e la stessa cosa fa con Macron, presidente di una Repubblica presidenziale “col 23%”. “Noi non prendiamo in giro gli italiani”, ridice, e fa un certo effetto pronunciato da un tizio che ha dato dimissioni post-datate come gli assegni falsi e che dopo aver indossato tutte le maschere oggi, nella bio di Twitter e ovunque gli capiti, usa il titolo di “senatore di Firenze” come se fosse una diminutio di sé dovuta a naturale umiltà e non una funzione da adempiere con disciplina e onore.

Ma Renzi è talmente bugiardo che finisce per dire la verità: non vuole andare al governo né alle elezioni. Nel suo narcisismo anacronistico, confida di poter tornare credibile per contrasto, quando Salvini e Di Maio avranno fallito. Questo alchimista all’incontrario, che ha dimezzato i voti del Pd portandolo al 18%, questo contafrottole (pardon: storyteller) che elargiva 80 euro a categorie a caso usando risorse pubbliche per prendere voti, rivendica una “diversità profonda tra populisti demagoghi e Pd”, e non intende che i primi vincono mentre il secondo perde. Intende proprio che il suo vestigiale partito di furbastri o di nullità senza spina dorsale è in grado di fare l’interesse degli italiani, che si ostinano a non capirlo.

Ci vorrebbe Freud, ma forse anche Recalcati può bastare.

Il notista politico molto urbano

Quanto si diverte Urbano Cairo a fare l’editore puro e il commentatore spurio sui fatti politici. Quando gli chiedono se un domani, neanche troppo lontano, può ricalcare le orme di Silvio Berlusconi (imprenditore, editore televisivo e di giornali, proprietario di una squadra di calcio), lui smentisce, però si corregge, afferma che “mai dire mai” è sempre la risposta più saggia, e forse anche quella meno vincolante. Poteva Cairo, dunque, non intromettersi con la sua ormai pesante parola sul dilemma governo del presidente o governo politico, voto anticipato a luglio o a settembre? Non poteva. E difatti, a margine di un premio alla memoria di Giacinto Facchetti, l’editore puro ha spiegato: “Mi sembra che ci sia una situazione caotica. Non credo che tutto questo invocare elezioni possa sortire quale novità rispetto a quello che è stato fatto soltanto due mesi fa. C’è bisogno di un nuovo governo”. Il pensiero di Cairo è incastonato a pagina quattro del Corriere della Sera in perfetta sintonia o empatia con gli editorialisti del quotidiano di via Solferino. Aspettando un futuro in politica, ci si accontenta di un presente da notista politico. Arte dei mestieri.

Se lo fanno bene, sennò si voti a luglio

È del tutto ovvio che rivotare subito non piaccia a nessuno. Però vanno trovate delle alternative. Se siamo dentro lo stallo perfetto, e il povero Mattarella si trova dentro la tempesta perfetta, significa che una situazione indolore non c’è. Se un governo tecnico – votato da nessuno e appoggiato (per ora) solo dall’unica forza che fino a ieri diceva che sarebbe stata all’opposizione e ora sgomita pur di appoggiare un governo – è la “soluzione migliore”, allora ci si accontenta di poco. E soprattutto non si è capito che M5S e Lega hanno vinto a marzo perché veniamo da 7 anni di governi con dentro tutto e niente: credete davvero che queste forze, adesso, appoggerebbero ciò che hanno combattuto fino a ieri? I “populisti” dovrebbero votare tecnici & inciucio? Di colpo dovrebbero dimostrarsi scemi? E per cosa, poi? Dovrebbero suicidarsi per non fare uno “sgarbo” a Mattarella e per permettere al Pd di ricaricare le pile in attesa del voto? Di che diavolo stiamo parlando?

Votare subito è il male minore, a meno che non spunti un governo politico. E qui, stante l’ottusità di Renzi che si sta comportando col Pd come quei Reverendi che ordinano alle loro sette di suicidarsi, rimane solo una strada: M5S e Lega. Dipende solo da Salvini. Salvini vuole? Lo fanno. Salvini non vuole? Si va al voto.

Detto poi che autunno sarebbe più indicato, finiamola anche con questa recita insopportabilmente snob e questa menata oltremodo offensiva del “non si vota col caldo”. Se uno tiene al voto, lo fa tanto a marzo quanto a luglio o a dicembre. Si tratta di fare una “x” su una scheda, non di scalare l’Everest. Cos’è questa posa fighetta generalizzata tipo “d’estate non voto perché non ci ho voglia”? Se davvero siamo un Paese che non vuol votare d’estate perché a luglio si suda ed è scomodo, e poi in fondo votare vale meno di un ghiacciolo sul bagnasciuga, allora siamo davvero un Paese piccolo piccolo, col senso civico di una ciabatta morta.

La politica del tantopeggismo da Gramsci a Silvio & Matteo

Negli ultimi giorni (a quanto si legge sui giornali) i gemelli diversi Salvini-Di Maio, benché impegnati nella formazione del cosiddetto governo gialloverde, sono continuamente molestati da un tizio che chiede notizie sul buon esito del concepimento. Con la stessa trepidazione con la quale un paparino si rivolge alla puerpera dopo la rottura delle acque. Allora ci siamo? Tutto a posto? Quanto manca? Posso fare qualcosa? Che dice Berlusconi? Ci parlo io? Il tizio risponde al nome di Matteo Renzi la cui sollecitudine (pelosissima, che ve lo dico a fare) è ispirata alla residua, superstite, disperata strategia a cui aggrapparsi dopo aver ridotto il Pd all’ombra di se stesso.

Si chiama politica del tanto peggio tanto meglio. Attenzione, del tantopeggismo già scrisse Antonio Gramsci nei suoi Quaderni come di una forma nefasta di opportunismo, peggiore perfino del deprecato male minore. È dal 4 marzo che Renzi e i suoi accendono ceri votivi affinché Lega e M5S coronino il sogno d’amore, con una speranza evidente. Che un simil governo “populista”, una volta messo alla prova, produca tanti ma tanti di quei disastri da convincere una parte almeno degli elettori ex pidini in libera uscita a ritornare contriti sui propri passi.

Dicono che la vista di quei poveretti che fustigandosi l’un l’altro, a piedi scalzi se non addirittura ginocchioni ripercorrono all’incontrario la strada per Rignano sull’Arno gli procurerebbe un orgasmo perfino superiore a una acquisizione di Goldman Sachs da parte di Banca Etruria. Qualcuno arriva al punto di ipotizzare che l’odierno senatore di Firenze abbia provocato a bella posta il crollo dei Democratici pur di assistere alla rovina, sia pure in condominio, dei disprezzati 5stelle.

Il suicidio per odio non è forse contemplato nei manuali di psichiatria? Del resto, la convinzione che il Salvini-Di Maio rappresenti un concentrato di ignoranza, incompetenza, inettitudine, imperizia, imbecillità (a essere indulgenti) è la sola fiammella che può riscaldare gli sconfitti in queste tristi e solitarie notti.

Dopo che per settimane a lenire le ferite del renzismo era rimasto il balsamo del Foglio, con una serie di approfondite analisi politologiche del tipo: “Teppisti”, “grillozzi”, “rutti” (mancava solo “Di Maio è un ciuccio” e “Salvini ha le corna”) ieri, finalmente, è arrivata la cavalleria. Sotto forma di un editoriale sul Corriere della Sera, a firma del professore Ernesto Galli della Loggia e dal titolo evocativo: “Tre leader frutto dei tempi”. Il cui passaggio fondamentale così recita: “Nella loro vita di tutti i giorni né Renzi, né Salvini, né Di Maio, fatto salvo il tifo per una squadra di calcio, hanno mai prestato attenzione a qualsiasi altra cosa che non fosse la politica o ciò che la riguarda (…) A quel che è dato di sapere e di vedere nulla di ciò che si fa e si agita nel mondo dei libri, degli studi, dell’arte, della scienza, della musica, ad esempio ha mai riscosso un minimo reale interesse da parte loro”.

Direte: ma in questo trittico di buzzurri, tutto feroce stupore davanti a un dipinto di Raffaello e incapaci di distinguere Mozart da Pupo c’è anche lui, Renzi. Giusta osservazione ma, come si sa, non si può avere tutto dalla vita.

Secondo le ultimissime, anche Berlusconi si starebbe facendo convincere dalla dottrina del tantopeggismo. Dopo che influenti consiglieri gli hanno proposto l’immagine di Salvini-Di Maio, ospiti del loro primo vertice europeo, che si aggirano smarriti come Totò e Peppino nella famosa scena dei fratelli Caponi a Milano “noio volevan savoir”. Che facciano pure un giro di giostra, e se non si sfracellano prima quando ci va gli posso sempre togliere la corrente. Quindi, pacificato, l’ex Cavaliere avrebbe ordinato una confezione extralarge di pop corn.

Biancofiore, il sud e i pezzenti grillini

C’è un disegno diabolico che spinge verso le elezioni balneari di fine luglio: vogliono far vincere il Movimento 5 Stelle. Il ragionamento è ineccepibile e si regge su due cardini: i grillini sono più forti al Sud, e i poveri terroni non possono permettersi di andare in vacanza, quindi nelle regioni dominate dal M5S l’affluenza sarà più alta. L’autrice di questa straordinaria intuizione politica è Michaela Biancofiore, bionda amazzone berlusconiana. Non ci inventiamo nulla, la deputata altoatesina di Forza Italia l’ha detta proprio così, in questi termini: “Elezioni a luglio? Al Sud, purtroppo, non si possono permettere di andare in vacanza, chi ha votato i 5Stelle è il Sud sostanzialmente, quindi sarebbe una consegna immediata del governo al M5S”. L’affermazione è talmente bislacca e offensiva che le si sono rivoltati contro anche alcuni dei colleghi di partito, come il tarantino Michele Di Fonzo: “Questa bella ed elegante signora ci umilia e si permette di trattarci come un popolo di pezzenti. Ma vorremmo rassicurare la nobilissima e benestante Biancofiore che anche nel nostro Sud siamo saliti dalle grotte carsiche e ora abitiamo in confortevoli abitazioni”. Più tardi Biancofiore, nella migliore tradizione, ha fatto sapere che le sue parole sono state “strumentalizzate”.

Ruby ter, udienza sospesa: si va verso riunione dei processi

Il filone del processo Ruby ter a carico di Silvio Berlusconi e di altre 4 “olgettine” – Giovanna Rigato, Aris Espinosa, Elisa Toti e Miriam Loddo – si è aperto ieri davanti ai giudici della quarta sezione penale ed è stato subito rinviato al 21 maggio. Gli imputati sono accusati di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza. Berlusconi, in particolare, è accusato di aver versato quasi 400 mila euro alle ragazze fino all’autunno del 206 in cambio del loro silenzio su quanto accadeva alle “cene eleganti” di Arcore.

Ora questa tranche del processo potrebbe essere riunificata al filone principale del Ruby Ter: i giudici infatti hanno accolto l’istanza in tal senso del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e del pm Luca Gaglio. Il filone principale è in corso davanti ai giudici della decima sezione penale e vede imputato ancora il leader di Forza Italia insieme ad altre 23 persone (tra cui la stessa Ruby). La decisione definitiva sulla riunificazione dei due filoni spetta al presidente del tribunale di Milano. Nel frattempo, il processo è stato aggiornato al prossimo 21 maggio.

La difficile partita per Palazzo Chigi: c’è pure l’ipotesi “staffetta grillo-leghista”

La partita più complessa sarà quella di trovare un premier che vada bene a tutti. Matteo Salvini e Luigi Di Maio lo vorrebbero politico: al leghista piacerebbe il “suo” Giancarlo Giorgetti, tra i Cinque Stelle c’è chi teorizza addirittura il ticket, la staffetta tra i leader del Carroccio e del Movimento. E poi c’è Berlusconi, che chiede un nome terzo, uno con cui anche lui potrebbe interloquire direttamente. In base a dove si sposterà l’asse di Palazzo Chigi, poi, si determinerà la composizione del governo. A Forza Italia verrebbero garantiti tecnici d’area, tra i papabili c’è il generale Leonardo Gallitelli.

Rischio manovrina e meno Pil. E aumenta la povertà assoluta

Mentre si trattaper il governo, in Parlamento arriva il Def, il testo in cui viene descritta l’evoluzione dei conti pubblici nel prossimo triennio. Nelle Commissioni speciali sono in corso le audizioni che, quanto a ieri, possono essere condensate così. Il presidente Istat Giorgio Alleva (nella foto) ha raccontato un Paese in cui nel 2017 sono cresciuti ancora i poveri assoluti (5 milioni circa, l’8,3% della popolazione contro il 7,9% del 2016 e il 3,9% del 2008) e il lavoro giovanile è soprattutto precario. L’istituto, ma anche Banca d’Italia, ha poi sottolineato come la non selvaggia dinamica della crescita del Pil (su cui si misurano i livelli di debito e deficit) osservata finora stia decelerando (e ulteriori rischi, dice la banca centrale, arrivano da “guerra dei dazi” e possibile aumento dell’Iva). L’Ufficio parlamentare di bilancio, infine, sottolinea come la Commissione Ue potrebbe – a norma degli accordi sottoscritti dall’Italia – chiedere una manovra pari allo 0,3% di correzione del deficit, circa 5 miliardi di euro.

Il contratto e il premier: ora è battaglia M5S-Lega

Il miracolo, cioè il governo, è lì, a un passo. Ma dopo il gesto del Caimano Luigi Di Maio, il capo dei Cinque Stelle che era e non sarà più candidato premier, non esulta e non celebra. “È prevalsa la responsabilità, domani (oggi, ndr) vedo Salvini” commenta. Punto. “C’è cauto ottimismo, ma serviranno pazienza e nervi saldi” riassumono ai piani altissimi del Movimento. Perché prima c’è da affrontare il corpo a corpo con il probabilissimo alleato, Matteo Salvini. E non sarà una formalità, anzi. Lo conferma proprio lui, Salvini: “O si chiude velocemente, o si vota”. Insomma, sarà dura. Perché innanzitutto va scritto un contratto di governo, sui punti per lavorare e reggere assieme. “Un testo dove dovranno esserci i nostri temi, il reddito di cittadinanza, ma anche una legge anti-corruzione e una sul conflitto di interessi, e Berlusconi dovrà adeguarsi” giurano i 5Stelle.

Perché questa è la linea, “prima i temi poi i nomi”. La rotta per non perdere del tutto l’anima, di cui ieri Di Maio ha discusso con il garante e fondatore, Beppe Grillo, e con Davide Casaleggio. Poi, certo, i nomi. A cominciare da quello del presidente del Consiglio, che potrebbe essere Giancarlo Giorgetti, vicesegretario e motore della Lega: ma anche no. Però intanto il governo tra Carroccio e M5S non è più un miraggio. Merito o colpa del Silvio Berlusconi che ha ceduto il passo. Accendendo di entusiasmo gli oltre 300 parlamentari a 5Stelle. Perché tantissimi di loro temevano un nuovo voto. E allora di sera tardi già ragionano di ministeri, programmi e pure degli ovvi problemi di convivenza, con la Lega. Invece Di Maio dice e fa dire che non è ancora fatta per il governo. Perché prima c’è da discutere con il Carroccio, di quasi tutto. E sarà dura. Lo si nota già ieri, perché per tutto il giorno Lega ed M5S duellano di finte e controfinte. Con i salviniani che raccontano a tutti di un veto del Movimento su Giancarlo Giorgetti, vicesegretario e motore del Carroccio. E i 5Stelle che negano, accusando il probabilissimo alleato di mentire: “A noi Giorgetti va bene, è lui che non se la sente più, che fa storie”. Dimostrazione evidente di quanto sia delicata e nervosa la partita, con il Salvini che sorride e pretende, apre e chiude. Ma si può fare, si deve fare. Anche perché Di Maio si è esposto, sfiorando il limite. Quasi toccato ieri mattina, quando il capo del M5S ha reso omaggio, all’ormai ex arcinemico: “Non c’è un veto su Berlusconi e su Forza Italia, solo volontà di dialogo con la Lega. E comunque lui è meno responsabile degli altri per questa situazione”. Così scandisce il capo del Movimento entrando alla Camera. Prodigo di sillabe quasi devote per colui che Beppe Grillo chiamava “lo psiconano”.

Ma era un’altra era, per il M5S. E il governo val bene un’abiura. Così Di Maio la pronuncia volentieri, perché per trovare la quadra serve anche far sapere a Berlusconi che la guerra è finita. Più tardi, riceve Salvini. Parlano un pugno di minuti, e il leghista gli conferma che Berlusconi si sta quasi convincendo. “Però Luigi dobbiamo chiedere più tempo al Quirinale, altre 24 ore, e dobbiamo farlo assieme”. Il segretario del Carroccio vuole tirarlo dentro la trattativa, da cui poche ore prima Di Maio giurava di voler restare lontano (“Se ci sono novità la Lega informi il Colle, noi siamo in campagna elettorale”). E il 5Stelle accetta.

Nel pomeriggio appare in Transatlantico, con un sorriso largo. “Non stiamo discutendo dei ministri con la Lega” ripetono gli ufficiali grillini. Ma i rispettivi sherpa si vedono e si sentono. Mentre i pontieri Vincenzo Spadafora ed Emilio Carelli parlano fitto con il forzista Sestino Giacomoni, vicinissimo a B. Dal M5S invece spiegano: “Come premier preferiamo un nome politico, e su Giorgetti non esiste nessun veto”. E per Di Maio, è chiusa? I volti si fanno corrucciati. Nella Camera che è un formicaio impazzito gira voce di una possibile staffetta a Palazzo Chigi tra il capo del Movimento e Salvini. Ma dal M5S smentiscono. Poi provvede Di Maio a ribadire il passo indietro: “Non c’è nessuna volontà di tradire la parola data pubblicamente domenica”. Ossia quando il fu candidato ha detto di essere disponibile a scegliere con alla Lega un terzo nome. Poi nega anche “qualsiasi litigio su premiership”. Deve farlo, perché la consegna è ripetere che “prima ci sono i nostri temi, per cambiare davvero il Paese”. È quello che gli ripete anche Grillo, il guardiano dell’ortodossia, o di quel che ne è rimasto. Nel frattempo Di Maio annulla gli eventi di oggi a Parma e Imola. Doveva essere l’inizio della campagna elettorale. Ma da stamattina si tratta, con Salvini. E con l’ombra di B. che chiede nomi e garanzie. Il contrapasso, per il governo.