“Stasera vado a vedere Milan-Juve. Mica tocca a noi il governo”. Matteo Orfini, il presidente del Pd, lo dice con una mezza battuta. Ma al di là delle dichiarazioni di circostanza sulla “preoccupazione” per la giustizia e per il Def, l’aria che si respira nel Pd è di deciso sollievo davanti alla prospettiva di un governo Lega-5Stelle. L’ex premier stentava a mascherare la soddisfazione parlando con i fedelissimi. D’altra parte, dall’inizio, è stato il sostenitore della linea dei “pop corn”. Ovvero, “vediamo che fanno”. Ieri si sono riuniti i gruppi parlamentari dei Dem. Alla Camera e al Senato. A Montecitorio tra i partecipanti si registrava addirittura euforia. Il voto pare allontanarsi (condizionale d’obbligo: l’accordo è quasi fatto, ma il “quasi” è fondamentale). E questa appare una buona notizia per tutto il Pd, che temeva di precipitare ancora sotto le ultime percentuali. Renzi che ha tifato dall’inizio per un’intesa Salvini-Di Maio, poi, spera di riuscire a dimostrarne la (presunta) incapacità a governare e soprattutto l’impossibilità di mantenere le promesse. Così quella di Graziano Delrio sembra tanto un’excusatio non petita: “Certo che il Pd è preoccupato per un governo delle destre. Ma se nasce è perché hanno i voti in Parlamento e non perché lo ha permesso il Pd”.
L’altra faccia della medaglia in casa Dem è che adesso ricomincia la guerra. Il 19 maggio ci sarà l’Assemblea nazionale che dovrebbe alfine dare una guida al partito. Nessuno può essere sicuro dei numeri, né l’ex premier, né gli altri. Però quello meno preparato sembra proprio Renzi. Sono stati i suoi martedì durante il “caminetto” dei big al Nazareno a cercare di farla ulteriormente rimandare. Ed è toccato a Marco Minniti pronunciare un durissimo intervento contro l’ex segretario. Martedì sera Renzi è andato a “Di Martedì” a lanciare la candidatura di Gentiloni alla premiership. Piuttosto stonato come endorsement, visto che un governo a guida Pd è nell’ordine dell’irrealtà. Quello che davvero teme è l’ipotesi di una candidatura del premier alla guida del Pd. Ipotesi sulla quale l’interessato era titubante e che adesso che le elezioni si allontanano sembrerebbe ancora più lontana. Ma sarebbe l’unico nome che Renzi avrebbe difficoltà a stoppare. Si vedrà cosa succede da qui all’Assemblea. Lo scenario più probabile è che si indica il congresso. Due strade, due opinioni: Renzi non ha un candidato e vorrebbe che non venisse eletto un segretario e dunque a portare il partito al congresso fosse Matteo Orfini in quanto presidente del Pd; gli altri big sono pronti a puntare su Martina, come segretario di transizione.
Quel che è certo è che si apre anche un’altra partita, con Renzi e Berlusconi insieme all’opposizione (per quanto quella dell’ex Cavaliere sarà relativa): la parte di FI che non verrà inglobata dalla Lega, potrebbe andare con il Pd renziano. D’altra parte Renzi e Berlusconi sono stati in perenne contatto in queste settimane, uniti almeno da un interesse in comune: non andare al voto. “Siete contenti di stare dalla stessa parte di Berlusconi?”. Alla domanda, un alto dirigente del Pd opponeva una non risposta decisamente imbarazzata. Dalla scissione in poi, i giochi sul tavolo sono tanti.