L’incarico neutrale sospeso fino a lunedì

L’incarico al premier neutrale, previsto ieri, evapora in una decantazione breve, almeno per questa settimana. Da qui fino a domenica, infatti, il Quirinale aspetterà in silenzio l’esito della trattativa finale tra Lega e Cinquestelle per il nuovo governo. A congelare l’iter per l’esecutivo tecnico è stata la richiesta congiunta di Di Maio e Salvini per avere altre 24 ore di tempo. E il Colle ha detto di sì con un comunicato asciutto e stringato.

Niente incarico neutrale, dunque. Tutto rinviato a lunedì. Anche perché il capo dello Stato ha una serrata agenda in giro per l’Italia: oggi a Firenze per un vertice europeo, domani a Palermo per i 70 anni della Corte dei conti siciliana e poi da lì direttamente in Piemonte, a Dogliani, per l’anniversario del giuramento di Einaudi da presidente della Repubblica. Se però nel frattempo i leader di Lega e M5S avessero bisogno di comunicare la notizia decisiva a Sergio Mattarella i tempi si possono pure anticipare.

L’ipotesi di un governo politico è tornata quindi in auge al Quirinale. Senza, ovviamente, farsi illusioni dopo i “falsi allarmi” di questi due mesi e oltre. A differenza del suo predecessore, il presidente della Repubblica non è incline a costanti e quotidiani contatti diretti con le varie forze interessate. Il suo esercizio maieutico si basa sulle opportunità che gli offrono la Costituzione e la prassi delle consultazioni, senza la ricerca di formule ex novo.

Come il discorso duro di lunedì sera, quando ha certificato l’ennesimo fallimento dei suoi colloqui con le delegazioni degli schieramenti parlamentari. Mattarella ha poggiato la tradizionale arma del voto anticipato sul tavolo e lo ha fatto in un contesto mai verificatosi prima: uno stallo diventato quasi crisi di sistema, con il rischio di non far partire la legislatura. A quel punto i due vincitori Di Maio e Salvini hanno caricato l’arma contro B., invocando insieme la data dell’8 luglio. Tanto è bastato per riaprire il negoziato su B. ed arrivare a un risultato già ieri sera.

Tutte le condizioni di B. per un governo “amico”

Il Giovane Matteo e l’Ottuagenario all’atto finale. Nessuno dei due vuole assumersi l’onere della rottura e così la fantasia politica partorisce una varietà di posizioni per accoppiare Lega e Cinquestelle e sistemare Forza Italia e Silvio Berlusconi tra i guardoni di una finta opposizione. È il passo di lato, inafferrabile araba fenice di questi due mesi di stallo e trattative. Diventato realtà alle nove di ieri sera, dopo 48 ore di pressing sovrumano sull’ex Cavaliere ad Arcore, giorno e notte.

In mattinata, la prima formula, sublime, la conia Giovanni Toti, governatore della Liguria e teorico del salvinismo azzurro: “Astensione benevola”. Poi c’è l’opzione degli ex capigruppo Brunetta & Romani: non rompere l’alleanza e seguire i precedenti del 2011 e del 2013 quando, a parti invertite rispetto alle speranze di oggi, i forzisti votarono i governi Monti e Letta e i leghisti no.

Tutti segnali nella direzione del matrimonio gialloverde con il placet berlusconiano, negato per due mesi.

E alle nove di sera, dopo un altro giorno di alti e bassi, di ragionamenti e sfoghi, ecco la lunga nota che contempla le varie formule e dà il via libera alla trattativa tra i due vincitori del 4 marzo, Di Maio e Salvini.

La premessa iniziale di B. registra un’esplicita critica al Colle, colpevole di non aver voluto dare un incarico al centrodestra: “Il Paese da mesi attende un governo. Continuo a credere che la soluzione della crisi più naturale, più logica, più coerente con il mandato degli elettori sarebbe quella di un governo di centodestra, la coalizione che ha prevalso nelle elezioni, guidato da un esponente indicato dalla Lega, governo che avrebbe certamente trovato in Parlamento i voti necessari per governare. Questa strada non è stata considerata praticabile dal Capo dello Stato. Ne prendo atto”.

Indi un’altra critica. Stavolta per il M5S: “Non possiamo dare oggi il nostro consenso ad un governo che comprenda il M5S, che ha dimostrato anche in queste settimane di non avere la maturità politica per assumersi questa responsabilità. Questo lo abbiamo sempre detto, e per quanto ci riguarda non è mai neppure cominciata una trattativa, né di tipo politico, né tantomeno su persone o su incarichi da attribuire”.

E finalmente si arriva al punto cruciale che si attendeva da due mesi, favorito dall’ipotesi del voto anticipato che B. teme ché Forza Italia dimezzerebbe i voti o quasi: “Se però un’altra forza politica della coalizione di centrodestra ritiene di assumersi la responsabilità di creare un governo con i Cinquestelle, prendiamo atto con rispetto della scelta. Non sta certo a noi porre veti o pregiudiziali”.

È in questo punto che si squarcia il velo. Anzi, il veto dell’ex leader del centrodestra.

Ad Arcore, da due giorni, Berlusconi è stato circondato da familiari e consiglieri favorevoli al via libera. Da Confalonieri a Letta e Ghedini. Con una differenza. L’ala più dura, quella di Ghedini, gli suggerito di porre a Salvini (e quindi Di Maio) la condizione di “un riconoscimento vero”. Cioè la possibilità di aver comunque a Palazzo Chigi un premier terzo con cui interloquire direttamente. Un paletto pesantissimo ma che potrebbe essere il punto di partenza per una trattativa tra Salvini e Berlusconi sui nomi dei ministri nei dicasteri chiave: dallo Sviluppo economico, che ha in pancia le Comunicazioni, alla Giustizia. Da scelte su premier e governo e rassicurazioni (nessuna patrimoniale, nessuna legge sul conflitto d’interessi) verrà data la gradazione alla benevolenza dell’astensione. Senza dimenticare che all’opposizione Forza Italia avrà la guida di commissioni di garanzia come la Vigilanza Rai.

Sostiene B.: “Non potremo certamente votare la fiducia, ma valuteremo in modo sereno e senza pregiudizi l’operato del governo che eventualmente nascerà, sostenendo lealmente, come abbiamo sempre fatto, i provvedimenti che siano in linea con il programma del centrodestra e che riterremo utili per gli italiani. Se invece questo governo non potesse nascere, nessuno potrà usarci come alibi di fronte all’incapacità – o all’impossibilità oggettiva – di trovare accordi fra forze politiche molto diverse. Di più a noi non si può chiedere, anche in nome degli impegni che abbiamo preso con gli elettori”.

È il sigillo alla dichiarazione che consacra il centrodestra come coalizione finta che però non si rompe. Una nuova fase è cominciata.

Le larghe fraintese

Una sola cosa, nel caos generale, è certa: oggi avremo i dettagli del governo targato 5Stelle-Lega, oppure di quello “neutro” e “di servizio” targato Mattarella. E dunque sapremo se le elezioni sono vicine o lontane. Intanto già sappiamo che, comunque vada, sarà un pastrocchio. Perché da che mondo e mondo, persino nel Paese più bizantino dell’Occidente, i governi devono avere una maggioranza (o una minoranza, se destinati alla sfiducia o alla non sfiducia) chiara. E tutto si può dire sia del governo Di Maio-Salvini, sia del governo Mattarella, fuorché nascano all’insegna chiarezza. Il governo “neutro” altro non è che un ministero tecnico alla Monti, benedetto dal Quirinale e chiamato a scelte squisitamente politiche (Iva, svuotacarceri, intercettazioni, nomine Rai e Cdp…). Con la differenza, rispetto a Monti, che questo partirebbe già morto perché l’unico partito disposto a votarlo è il Pd, quello che giurava opposizione a tutto e tutti. Il governo 5Stelle-Lega, salvo chiarimenti dell’ultima ora, rischia di essere ancor più oscuro, perché poggia le fondamenta su un equivoco grosso come una casa: il ruolo di Berlusconi, delinquente naturale, pregiudicato ineleggibile e interdetto.

Finora Di Maio aveva condizionato l’accordo con la Lega alla rottura del centrodestra, “coalizione finta”, cioè al divorzio tra Salvini e l’imbarazzante alleato. “Salvini scelga fra restaurazione e rivoluzione”, aveva detto, spiegando che “con Berlusconi non si potrà mai cambiare nulla”. Perfetto. Senonché ieri il Caimano, sfoggiando il suo ultimo travestimento, ha fatto sapere che Salvini può fare il governo con i 5Stelle – che lui considera peggio di Hitler e manderebbe tutti a lavare i cessi di Mediaset – senza rompere la coalizione di centrodestra. Deciderà poi lui, dopo aver visto il premier e i ministri, cosa farà FI: se darà l’appoggio esterno astenendosi (“astensione critica”, anzi “benevola”: ahahahah) o non partecipando al voto, o addirittura voterà contro il governo dell’alleato e passerà all’opposizione (finta, visto che la coalizione resterebbe intatta con Salvini leader). Una pagliacciata mai vista neppure in Italia. Tipo quei bei matrimoni dove il marito autorizza la moglie a mettergli le corna, e magari si diverte pure a guardare da dietro la porta. E questa sarebbe solo la parte visibile dell’accordo. Poi, come sempre quando c’è di mezzo B., c’è quella invisibile. Che è ancora peggio: oscena, nel vero senso della parola (fuori scena). Per scoprirla basta porsi una domanda: perché oggi B. autorizza Salvini a fare ciò che per oltre due mesi gli ha furiosamente proibito?

Delle due l’una. O solo perché ha paura del voto. O anche perché ha ottenuto quelle “garanzie” che ha sempre preteso dai governi non suoi per non scatenare la guerra termonucleare: favori a Mediaset e nessuna norma contro le quattro ragioni sociali della sua banda (corruzione, evasione fiscale, mafia e conflitto d’interessi). E chi può avergliele date? Ovviamente Salvini che, con Di Maio, tratta per conto di tutto il centrodestra. E qui casca l’asino con tutta la foglia di fico: trattare con Salvini-e-basta è un conto, trattare con Salvini che tratta anche per conto di B. è tutt’altro. Un governo M5S-Lega-e-basta, oltre alle tante controindicazioni (dalla xenofobia di Salvini&C. al passato ignobile di un partito appiattito da 18 anni sugli affari di B. alle proposte demenziali tipo flat tax), almeno un vantaggio ce l’avrebbe: l’estraneità del Carroccio salviniano (l’inciucione Giorgetti è già tutt’altra cosa) a molte delle mille lobby che bloccano l’Italia e che han sempre trovato protezione all’ombra di Pd&FI. Ma proprio qui sta il punto: Salvini ha le mani libere o no? L’ultima giravolta di B. fa sospettare di no. E un governo che nasce sul non detto è destinato a non fare. In ogni caso, se nascerà, lo capiremo subito. Dal nome del premier, e soprattutto da quelli dei ministri della Giustizia e delle Telecomunicazioni. E dal testo del “contratto” fra i due alleati: se recepirà le storiche battaglie del M5S contro i conflitti d’interessi, le concentrazioni televisive e pubblicitarie, la corruzione, la prescrizione e le mafie, e anche l’ottimo proposito annunciato da Salvini in campagna elettorale di “mandare in galera gli evasori”, sapremo che B. è davvero fuori gioco e ha subìto il governo M5S-Lega per il terrore del voto, senza contropartite.

Se invece avrà ministri forzisti travestiti da leghisti o da tecnici “di area”, più posti in prima fila nel nuovo Cda Rai e nel nuovo Csm, oltre alle commissioni di garanzia che gli spetterebbero come (finto) oppositore (Vigilanza Rai? Antimafia?), e se le leggi contro ogni malaffare che attendiamo invano da 25 anni sparissero dai radar, vorrà dire che B. non è affatto “esterno”: è più che mai interno, tipo cetriolo. Ma c’è anche una terza ipotesi: che Salvini e B. siano d’accordo a menare il can per l’aia, facendo partire il governo e poi rinviando alle calende greche le scelte scomode (per B.), contando sull’istinto di sopravvivenza dei parlamentari e rendendo vieppiù impopolare una rottura. La cui colpa ricadrebbe sul M5S gabbato. Per la gioia del Pd renziano, che infatti ieri sprizzava gaudio da tutti i pori per un governo che lo lascerebbe solo all’opposizione a lucrare sugli auspicati litigi e pasticci di un governo tanto eterogeneo. Al momento, con tutte queste ambiguità, il governo M5S-Lega conviene a Lega, B. e Pd, ma non al M5S e – quel che più conta – neppure agli italiani. Starà all’abilità di Di Maio rinunciare a ruoli ministeriali e guidare il gruppo parlamentare per stanare Salvini, incalzare il governo sul contratto e staccargli la spina al primo cenno di tradimento o di logoramento. Peggio delle larghe intese ci sono soltanto le larghe fraintese.

Attore, rapper, anti Trump: Cannes ha già il suo eroe

Cannes 71 ha già il suo eroe, il 34enne autore, attore e rapper afroamericano Donald Glover. Sulla Croisette sbarcherà il 15 maggio per l’anteprima fuori concorso di Solo: A Star Wars Story, eppure, da Oltreoceano già arriva prepotente la sua ultima performance da rapper, con il nome d’arte Childish Gambino: This is America prende di mira le violenze e le discriminazioni subìte dai neri, e tra piani sequenza, rimandi alti e choc non gratuito ha conquistato tutti. Lui balla, canta e incanta, e chissà quanto sarebbe piaciuto averlo al proprio fianco a Cate Blanchett, che da presidentessa ha imposto “parità di genere e diversità razziale” in giuria. Perché Donald dispensa da ogni poro quel che serve alle buone cause: più dell’impegno, il talento. Da rapper si divide(va) qualità e serietà con il più sdoganato Kendrick Lamar, e ora i 32 milioni di visualizzazioni in quattro giorni di This is America ne hanno drasticamente accresciuto la popolarità; da attore, dopo Girls, The Martian e Magic Mike XXL, sta appunto per incarnare, al fianco di Alden Ehrenreich (Han Solo) e Emilia Clarke (Qi’ra), Lando Calrissian nello spin-off di Guerre stellari, diretto da Ron Howard e dal 23 maggio nelle nostre sale; in tv la serie Atlanta, di cui è showrunner e interprete, ha convinto pubblico e critica (in America la seconda stagione è in onda e in odore di santità), per la capacità di prendere in esame originalmente e lateralmente temi quali hip hop, integrazione razziale, povertà giovanile. Insomma, come Glover oggi nessuno mai. E pensare che nemmeno è figlio d’arte: con il Danny di Arma letale alcuna parentela.

Ferrara “casa per casa”, tra lustri fobie e il cadavere di Federico

Pagine scritte tra la via Emilia e il West, ma partendo dalla Napoli-Bari. Luoghi che si mescolano, personaggi che accompagnano il lettore in giro per Ferrara con le loro storie semplici, fatte di scarsi successi, rare gioie, tanti fallimenti. È Casa per casa (Rubbettino editore, pagine 306, 18 euro), il nuovo romanzo di Sandro Abruzzese. Il giovane autore meridionale emigrato a Ferrara per lavoro (insegna materie letterarie) non ama le etichette, quelle che ti appiccicano addosso gli altri spesso senza conoscerti, e che rischiano di accompagnarti per una vita, ma se proprio deve sceglierne una gli piace quella di “sradicologo”. Brutto neologismo (per cacofonia), che però rende l’idea. Abruzzese sente di aver perso le sue di radici, ma non se ne fa una pena, e allora con avida curiosità scruta quelle degli altri.

E lo fa non attardandosi sulla stanca descrizione dei luoghi, la città e le sue geometrie, ma attraverso il racconto delle persone, sono loro i veri protagonisti di una Ferrara che vive dei suoi antichi fasti, culturali, storici, civili. “…Anche lei ormai sembra trascinarsi stanca, senza sapere cosa rappresentare. Anche lei appare estranea”.

Tutto inizia in un grigio appartamento piccolo borghese, qui una donna ha tentato il suicidio, gesto causato dal fallimento di una banca che ha coinvolto, bruciandoli, i risparmi di una vita della sua e di altre famiglie. “Da quando è arrivata la crisi, praticamente l’Istat non rivela più le statistiche annuali sui suicidi…”. Piccolo fatto di cronaca, se si vuole, che si trasforma nella scintilla di una lunga riflessione sulla città e mettendone a nudo le sue imperfezioni. Il protagonista, che cerca di mettere ordine nei suoi sentimenti dopo la fine di una relazione, è a casa di Filippo, autore di un libro che celebra la “Città è perfetta”. “…Tutto simmetrico, magico, prospettico. C’è solo equilibrio nella tua città… è tutto omogeneo… nel tuo libro la città è sogno”. Ma siamo a Ferrara, la città che la sera del 25 settembre 2005 diventò un incubo infernale per Federico Aldrovandi, pestato a morte da agenti della polizia dopo un fermo. “Solo un ragazzo” si intitola il capitolo che Sandro Abruzzese dedica a quella tragedia. La scrittura è volutamente piatta, senza enfasi, assente ogni minima traccia di retorica. Il viandante protagonista del romanzo è nei pressi dell’ingresso dell’Ippodromo e rivede un giovane “corpo tumefatto, sdraiato supino sull’asfalto, con le braccia allargate a croce”. È quello del ragazzo Federico, morto (l’autore cita le parole del giudice Francesco Caruso) come “nessuno muore”, “dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione”.

Parole dure come pietre, perché Casa per casa è “un romanzo vero e intenso, leggero e profondo, un viaggio appassionato in una Ferrara che è metafora dell’Italia e dell’Europa, con le sue fobie e le sue generosità e un generale senso di spaesamento e di una costante ricerca di senso”, scrive l’antropologo Vito Teti.

“Il buonismo democristiano è finito persino sui palchi”

Difficile con quel nome – Lo Stato Sociale – rifuggire dall’etichetta di “artisti politici”. Sia chiaro, loro detestano le etichette, a partire da quella di “musicisti indie” contrapposti a un altrettanto generico “mainstream”, ma non esitano a sbilanciarsi sul presente e dintorni: “Fare cultura è sempre un atto politico: esprimersi davanti ad altre persone è una possibilità e un privilegio. Dire loro che dovrebbero leggere di più, informarsi di più significa metterli in guardia: perché più cose sai meno sei vulnerabile. E poi l’edonismo, che non è intrattenimento scemo, è un bellissimo modo per metterla in c. al potere”.

Ospite ieri a Milano per lanciare Facile, ultimo singolo tratto dall’album Primati, Lo Stato Sociale – al secolo Alberto Cazzola, Francesco Draicchio, Lodovico Guenzi, Alberto Guidetti, Enrico Roberto – ha fatto il punto, e messo un punto, tentando un cauto bilancio dopo il travolgente successo sanremese, le ospitate televisive e la conduzione del concerto del Primo maggio.

“Non siamo spariti dopo il Festival; siamo stati in giro per l’Italia a presentare il disco, in mezzo al pubblico. Ma ora ci siamo rotti ufficialmente le scatole di essere dappertutto. Avevamo bisogno di sgonfiare l’attenzione che ci aveva travolti, di allentare la tensione post-sanremese. Negli ultimi anni abbiamo suonato ininterrottamente”, accantonando vite e progetti personali e artistici, che oggi intendono riprendere in mano.

“Perciò faremo poche date questa estate”: cinque, a Milano (8 giugno); Padova (4 luglio); Collegno (11 luglio); Roma (13 luglio); Molfetta (14 luglio). Live promettono “un grande circo: più di due ore di musica. Andiamo nel campionato di Bruce Springsteen”, mentre il singolo passerà in radio e sulle piattaforme digitali dal 25 maggio in una versione “inedita”, cioè senza l’accompagnamento di Luca Carboni, come nel disco.

A chi paventa una possibile crisi post successo, il gruppo risponde: “No, abbiamo avuto la fortuna di anticipare la crisi: l’anno scorso è stato un anno complicato. Siamo ripartiti riorganizzando l’amicizia anche in relazione al lavoro. Ci siamo detti: ‘Se uno non ha voglia di fare una determinata cosa, andranno avanti gli altri quattro’. La forza della band è sì stare assieme, ma anche capire le esigenze del singolo. Certo andare a Sanremo da solisti sarebbe stato drammatico per chiunque di noi: noi siamo abituati a giocare in cinque, con la palla che sta sempre lì, al centro. Facciamo melina”.

In generale è un momento felice per la musica “indie”, etichette permettendo: perciò, i “regaz” hanno gioco facile a dirsi “contenti anche per gli amici e i colleghi. Le vecchie regole, grazie alla tecnologia, si sono rotte: si è frantumata una logica di potere culturale. È un momento fortunato, ma persino delicato, se non pericoloso: abbiamo montato una torta, e ora la torta è esplosa. Oggi è più facile diventare popolari, ma c’è chi è disposto a tutto pur di farcela”.

Alle polemiche su “Talent sì o Talent no” preferiscono non tornare, rivendicando di essere “cinque persone, cinque teste, ciascuna con un’opinione diversa”. Non si tirano indietro, invece, nel “prendersi la responsabilità” di parlare di politica da un palco: “Fa parte del nostro dna. Non si può ignorare quel che succede intorno: l’impegno non è demodé e, dopotutto, anche non parlare di politica è un atto politico”.

“Il limite vero dell’Italia è la melassa buonista – conclude Lodo –, ma da spettatore, come gli antichi di fronte alla tragedia greca, vorrei potermi identificare con uno o l’altro degli eroi; vorrei sapere da che parte stanno; vorrei conoscere cosa un artista pensa della vita, della società, della politica, anche se poi non condivido le sue opinioni. In America, ad esempio, persino nel pop, tutti sanno esattamente da che parte sta un musicista, se è pro o contro Trump. Da noi, invece, c’è un diffuso buonismo democristiano, chiuso nel recinto delle relazioni, nella vaghezza sentimentale”.

“Il miracolo è che sono diventato un attore”

Raccomandazione iniziale della sua collaboratrice: “Per favore, non gli dia del sex symbol, si sente male”. Va bene, con un “però”: Guido Caprino è difficile da non notare, famoso o meno, riconoscibile o meno, è comunque un ragazzone poco oltre i 40 anni, poco sotto il metro e 90, fisico atletico, aria da dannato, capelli lunghi, barba incolta, baffi importanti (“è per il prossimo personaggio”, quasi si giustifica). In carriera ha interpretato una gamma articolata di umanità: dal leghista cinico e trucido in 1993 (“ci sarà anche nella prossima stagione”), alla fiction de Il commissario Manara, fino a quello di presidente ne Il miracolo, la bella serie tv scritta e diretta da Niccolò Ammaniti, in onda su Sky.

Al momento è uno degli attori più apprezzati…

Davvero? Pensare che all’inizio volevo pure mollare.


Non era soddisfatto?

Le prime volte lavoravo con dei tempi lenti, iper riflessivi, fino a quando, senza troppa retorica, mi hanno detto: “Hai rotto le palle, di’ ’sta battuta”.

Un trauma.

Appena fuori dal set mi sono seduto su un muretto, e in stato di autocommiserazione: “Non so recitare, non è il mio futuro”. Poi è passata una signora…

E l’ha consolata.

Ha chiesto l’autografo, ma le ho risposto: “Non sono un attore”.

Perché?

Mi sono sempre sentito inadeguato, non all’altezza, figuriamoci in quel momento di sconfitta.

Lei è cangiante.

Amo scegliere personaggi che non mi aspetto, quelli che temo maggiormente; amo i ruoli che mi spaventano: un attore che non rischia, non arriva al pubblico.

Dalla Sicilia a Milano.

Sì, ma più di vent’anni fa: un’avventura continua vissuta con la sana incoscienza di un ventenne.

Sesso, droga e festini.

Eventualmente spingerei più sul sesso.

Lavorava come modello.

Esatto, e non era una scelta di vita, solo pratica, solo per guadagnare il necessario; però ho viaggiato tanto, imparato le lingue, e ho capito come gestirmi nelle varie situazioni.

I primi soldi guadagnati?

Ho fatto la spesa.

In “Novecento” Bertolucci racconta il modo differente di affrontare il set: Depardieu tranquillo e bevitore, De Niro serio e sofferente.

Di formazione sono più alla De Niro, riguardo al metodo non credo al modello unico: se hai preparato bene la scena, puoi anche portare sul set l’attimo prima del ciak. Comunque in un film ho interpretato Bertolucci…

Bertolucci soddisfatto?

Ha commentato: “Questo attore ha più testosterone di tutta la mia famiglia”.

È un complimento?

Non credo, e lui lo adoro, anzi gli domando scusa per la mia performance.

Recitare è la sua ragione di vita?

È al centro, mi sarebbe dispiaciuto non riuscirci.

Non è una “ragione”…

Amo anche altri lati dell’esistenza, ma spesso questo aspetto viene frainteso, come se non me ne importasse abbastanza.

Quindi?

Se sono sul set mi impegno al massimo, non vedo sfumature; quando finisce non sono ossessionato dal ciak, riesco a staccare.

Non ama le tournée.

Perché è un periodo molto lungo, troppo lungo e ripetitivo: spettacolo, ristorante, albergo e in luoghi sconosciuti. E a patto di trovarsi bene con la compagnia, altrimenti è l’inferno. Con la cinepresa giri, e arrivederci alla prossima.

Si rivede?

Molto dopo l’uscita, prima attendo le reazioni del pubblico, cerco di carpire il loro giudizio, e dopo, non sempre, mi siedo e analizzo.

La confondono mai per i suoi personaggi?

È successo ai tempi della fiction Il commissario Manara, una volta mi hanno fermato: “Commissario mi dia la patente”.

Allora è andata liscia.

No, è scattata la multa.

È famoso?

La fama è quella che ti cerchi, e nelle giuste dosi è piacevole; troppa credo sia difficile da gestire.

Complessi?

Fisici non credo di averne mai avuti, sul piano professionale eccome: all’inizio mi giudicavano solo per l’aspetto esterno, “ecco è arrivato il bello”, mi incazzavo tantissimo; a causa di questo ho perso tempo utile.

Bentivoglio si è imbruttito, apposta e per anni.

Lo capisco, e infatti non temo i ruoli da non-bello, come per il leghista in 1993.

Per “Il miracolo” non si sarà ancora rivisto.

Caso strano, questa volta ho affrontato le prime due puntate…

Sta diventando adulto.

Ora non esageriamo.

 

Boom degli stage in azienda, ma solo uno su quattro avrà un posto fisso

Alle imprese italiane il tirocinio piace sempre più: dal 2012 a oggi sono più che raddoppiate quelle che lo usano per reclutare giovani e non solo. Le opportunità che l’esperienza di stage, un misto tra lavoro e formazione, si trasformi in un impiego vero e proprio, però, restano scarse. A sei mesi dalla fine del periodo in azienda, nel 2016, solo due persone su cinque hanno trovato occupazione e, all’interno di essi, solo un quarto ha un contratto stabile. Tutti gli altri si dividono tra precari, collaboratori a progetto e apprendisti; quindi – in quest’ultimo caso – sono costretti ad altri anni di formazione on the job. Questa la sintesi del primo monitoraggio dei tirocini extra-curriculari, diffuso dall’Agenzia delle politiche attive del lavoro (Anpal). Parliamo degli stage svolti da chi non è uno studente e vuole imparare il mestiere sul campo, sperando nell’assunzione. Per le imprese, però, sono sempre più un modo per avviare un periodo di prova per i lavoratori e nel frattempo risparmiare sui loro stipendi. Ai tirocinanti si riconosce solo un rimborso spese tra i 400 e gli 800 euro al mese, a seconda della Regione. Dal 2014, con l’inizio del programma Garanzia Giovani, le aziende hanno un altro vantaggio: le indennità sono pagate con fondi pubblici. Gli oneri già miseri, insomma, si avvicinano a zero. Quindi, dice il report Anpal, se nel 2012 si contavano 186 mila stage, nel 2016 siamo arrivati a 318 mila. Nel primo semestre 2017 siamo già a 186 mila: se il trend sarà confermato anche nella seconda metà dell’anno, supereremo il record realizzato nel 2015, quando – subito dopo l’avvio di Garanzia Giovani – abbiamo toccato quota 348 mila.

Gli sbocchi lavorativi stanno migliorando, ma partivano da dati molto bassi: nel 2012, a sei mesi dalla conclusione, risultava assunto – non necessariamente nella stessa azienda ospitante – solo il 13,3% dei tirocinanti; nel 2016 siamo arrivati al 39,1%. Maggiori opportunità vanno ai laureati, che trovano un posto nel 46,7% dei casi, contro il 41,6% dei diplomati e il 30,3% di chi ha la terza media. Immancabili le differenze territoriali: al Nord-Ovest lo stage porta lavoro entro sei mesi nel 42,5% dei casi, al Sud ci si ferma al 32,3%, nelle Isole al 27,7%. Il posto fisso, comunque, è ottenuto solo dal 26,1% degli ex stagisti ora occupati, mentre il 32,8% ha un contratto a termine e il 37,5% è diventato apprendista. Insomma, quando il tirocinio non ri-spedisce nella disoccupazione, funge o da anticamera o da totale sostituto dell’apprendistato: un contratto che comunque è finalizzato alla formazione, ma è più tutelato (e costoso) e quindi subisce la concorrenza (sleale) dello stage.

Altro che liberismo, serve una rivoluzione “liberale”

La Rivoluzione industriale, che è stata strettamente correlata all’apertura dei mercati e all’avvento di regimi democratici, in Italia è arrivata non solo in ritardo, ma anche con scarsi contenuti di innovazione “autoctona”: anche il nostro decollo industriale avvenuto dopo la seconda guerra mondiale si è basato sulla produzione di massa di prodotti sviluppati altrove (automobili, elettrodomestici ecc.).

La struttura industriale che ne è seguita si è basata sul lavoro a basso costo per prodotti “maturi”, e gli imprenditori italiani, non essendo capaci di innovare, hanno anche puntato molto sugli aiuti pubblici e le svalutazioni finché hanno potuto, se si fa eccezione per alcune nicchie iper-specializzate ma a basso contenuto tecnologico. Una struttura la cui fragilità è apparsa molto evidente dopo l’esplosione del debito, l’entrata nell’euro, la crisi del 2008 e la concorrenza di altre aree con lavoro a costo ancora più basso (con effetti miracolosi per quei lavoratori).

Le dimensioni dello Stato sociale sono cresciute in proporzione alla rapida crescita del reddito del Dopoguerra, ma quando questa si è arrestata, ovviamente le risorse che avevano generato quello Stato sociale non ne hanno consentito una crescita ulteriore. I bisogni invece sono cresciuti, per far fronte a problemi nuovi: la crisi occupazionale stessa, il basso tasso di attività della popolazione, e il suo invecchiamento. I nodi sono venuti al pettine.

Altro che struttura neoliberistica trionfante, come alcuni sostengono senza alcun dato di conforto, alle loro tesi tutte ideologiche: la pressione fiscale è al 45% del Pil, tra le più alte del mondo, e lo Stato continua a proteggere tutti, come ai tempi della rapida crescita del reddito: sanità, scuola, trasporti, pensioni, imprese pubbliche (queste le uniche con alti salari) e private, agricoltura, pesca, rendita fondiaria con normative compiacenti (questa forma di rendita ama molto i vincoli, da cui dipende, al contrario di una assurda vulgata italiana). Accanto ad alcuni effetti positivi di questa perdurante protezione, sono da sottolineare anche quelli disincentivanti, per i lavoratori protetti e le imprese poco capaci di innovare.

L’altissimo debito pubblico, frutto avvelenato di questa dissimmetria di crescita, ci impedisce ovviamente di attuare politiche keynesiane di lungo respiro, e in caso di choc esterni (cfr. le politiche di Trump, le minacce di guerra, ecc.), rischia di rendere necessari interventi drastici di breve periodo, che hanno generalmente effetti devastanti proprio sulle categorie più deboli. E come non vedere che l’onda protezionistica nel mondo arriva soprattutto da una destra bellicosa ed egoista? L’Unione europea è nata certo come mercato comune per aumentare la concorrenza e la dimensione dei mercati, ma soprattutto ricordando lo strettissimo nesso tra i nazionalismi protezionistici (di destra e di sinistra) e le guerre. Non sarebbe stato meglio che la Germania avesse invaso i Paesi confinanti con luccicanti Volkswagen e Bmw, come fa adesso, invece che con i panzer?

Oggi è più importante creare lavoro o proteggere chi ce l’ha già? Adesso purtroppo è una drammatica alternativa, nei decenni della crescita rapida e del debito basso non lo era. E solo la crescita della domanda di lavoro può proteggerlo realmente. Proteggere il lavoro ope legis è illusorio, e lo Stato comunque non ne ha più le risorse: il risultato sarebbe il contrario di quello sperato (fuga delle imprese più labour intensive e rialzo del costo del debito “via spread”).

L’alternativa sembra essere per alcuni un “sovranismo di sinistra”, con il rilancio dei consumi condito da un po’ di “turbokeynesianesimo” ad altissimo rischio (se arriva prima lo spread, cioè l’esplosione del debito, della “turbocrescita” attesa, si finisce rapidamente in Grecia o in Argentina, con tutti i costi sociali relativi).

Simmetricamente sono emerse proposte di automatismi dal lato dell’offerta: un rapido calo di imposte alle imprese e ai ceti più ricchi garantirebbe rapidi investimenti produttivi in Italia (è la nota “curva di Laffer”, che si è dimostrata alla lunga molto poco efficace, e che da noi farebbe esplodere rapidamente, oltre alle diseguaglianze, solo il debito, in analogia alla ricetta “di sinistra”).

È invece solo l’accelerazione dell’innovazione tecnologica che può prospettare la crescita di una domanda di lavoro qualificata. E questa innovazione è già molto rapida altrove, quindi è destinata ad arrivarci comunque, quindi è meglio “cavalcare la tigre”: si pensi all’intelligenza artificiale, alle innovazioni logistiche, alle energie alternative, alla genetica applicata all’agricoltura e all’allevamento, con buona pace dei nostri passatisti anti-Ogm, e molto altro.

L’innovazione può e deve certo essere supportata da politiche pubbliche orientate in questo senso (tutto il contrario di quelle attuali, strettamente ancorate a un passato che non ritornerà, e a pressioni protezionistiche molto forti, sia da parte dei segmenti più protetti del lavoro che da parte di molti nostri arditi imprenditori). Ma il grosso dello sforzo di innovazione lo deve fare poi l’industria privata esposta alla frusta della concorrenza, per il noto fatto che gli “spiriti animali” del profitto non sono presenti nei settori protetti, e tanto meno in quelli pubblici. La rendita, in tutte le sue forme, pubbliche e private, è il vero nemico della crescita, non il profitto, che in un contesto concorrenziale tende comunque a mantenersi in limiti fisiologici. Non si può dimenticare che quasi la metà dello spostamento dei redditi in favore dei ceti più ricchi è stato generato da fenomeni di rendita, come dimostrano molti studi recenti “post-Piketty”.

In extremis Delrio piazza i fedelissimi. E Boschi il suo braccio destro

Le nomine last minute del governo Gentiloni fanno discutere, specie quelle spinte dai renziani dell’esecutivo.

Il Movimento 5 Stelle, per bocca del deputato Davide Zanichelli critica il ministro dei Trasporti e capogruppo Pd alla Camera, Graziano Delrio che “ha piazzato” alla Corte dei Conti il fedelissimo ex capo di gabinetto al ministero Mauro Bonaretti, mentre l’ex capo di gabinetto di Delrio quando era sindaco di Reggio Emilia e collaboratore fidato Maurizio Battini è andato all’Agenzia del Demanio. Bonaretti è stano nominato il 16 marzo consigliere della Corte dei Conti su proposta di Gentiloni. Il decreto di nomina di Battini è invece del 27 febbraio, ma è stato notificato solo il 28 marzo, denuncia Zanichelli che presenterà un’interrogazione parlamentare.

Polemiche anche per le nomine alla Presidenza del Consiglio, dove il Fatto ha già raccontato l’attivismo del sottosegretario Maria Elena Boschi. Nei giorni scorsi è stato nominato il nuovo coordinatore della segreteria della Commissione per le adozioni internazionali (Cai), vacante da due anni. La scelta – risulta al Fatto – è caduta su Mauro Antonelli, già capo i gabinetto della Boschi quando era ministro per le Riforme. A fargli maturare il curriculum giusto è stata anche la nomina a componente della Cai a novembre scorso. I sindacati di Palazzo Chigi, hanno protestato con una lettera al segretario generale contestando il fatto che nell’interpello non si sia trovato nessuno con i titoli adeguati tra i 4mila interni. Dall’Unadis, il sindacato più rappresentativo, piegano: “Vigileremo sull’attribuzione degli incarichi che non tengono conto del merito”.