L’ Ingv sbarca sulle trivelle “Rischio conflitto d’interessi”

Il ministero dello Sviluppo economico, Assomineraria (associazione di categoria dei petrolieri) e l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) hanno stretto un accordo di 15 anni. “Obiettivo – si legge nel comunicato – è avviare una cooperazione scientifica”. In sintesi: l’Ingv potrà raccogliere in mare dati sismici, piazzare sensori sulle piattaforme petrolifere e realizzare siti pilota da connettere in tempo reale con i centri di monitoraggio a terra. Non senza polemiche.

“L’accordo tra Ingv e petrolieri, che gestiscono per profitto attività rischiose per l’ambiente e per i cittadini per le quali sono obbligatorie forme di controllo autonome, è a nostro avviso totalmente inaccettabile”, dicono in una nota univoca le organizzazioni che si occupano dei problemi degli idrocarburi, dalla Lombardia alla Basilicata passando per Marche, Abruzzo e Molise. “Ormai è scientificamente provato che le attività di estrazione di idrocarburi, re-iniezione di fluidi in profondità, coltivazione di cave e stoccaggio di gas possono in determinate condizioni causare sismicità indotta. Collaborare con chi può causare sismi indotti, con le ovvie conseguenze in termini di verifica delle responsabilità è inaccettabile. L’attività di ricerca scientifica è fondamentale ma deve essere scevra da potenziali condizionamenti, soprattutto quando ci sono in ballo cifre miliardarie”. L’Ingv sta cercando di ampliare la sua rete di osservazione sia a terra sia a mare. Per la parte a terra ha stipulato con Ispra un accordo per il monitoraggio idrogeochimico delle falde acquifere mentre per la parte a mare ha proposto l’accordo contestato. “L’Italia – spiega il presidente dell’Ingv Carlo Doglioni – manca completamente di una rete osservazionale sismica, geodetica, geochimica nei mari circostanti la penisola. Ci sono circa 400 stazioni sismiche a terra e nessuna a mare”. Punto di riferimento è il Giappone, che ha oltre 5 mila stazioni sismiche a terra e una rete di monitoraggio a mare con 50 osservatori sottomarini (costo, 1 miliardo). “Per realizzare il progetto – spiega Doglioni – l’Ingv ha chiesto di poter utilizzare corrente elettrica e ponte radio delle piattaforme in Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia. Tutto con risorse proprie: strumentazioni e personale per l’installazione. In questo modo Ingv incrementerà la propria rete oltre a poter studiare con maggior dettaglio la sismicità nazionale”. Nessun finanziamento diretto, solo ospitalità per le strumentazioni che verranno calate a mare “tra cui – si auspica – anche pressometri per la sorveglianza da tsunami”. Inoltre, da un paio d’anni nello statuto dell’Ingv è stato inserito un articolo che prevede non possano esserci contratti diretti tra aziende e Ingv per il monitoraggio di attività industriali di sottosuolo. Tutto deve passare per ministero o enti locali. “Non c’è nell’accordo quadro un flusso economico previsto in nessun verso – spiega Franco Terlizzese, direttore generale Dgs Unmig del Mise – Nei casi invece dovessero esserci spese, ma saranno cifre limitate e relative all’acquisto di attrezzature scientifiche o ai laboratori, saranno regolate da accordi tripartiti su cui noi vigileremo”.

L’obiettivo italiano è installare almeno una decina di stazioni nei prossimi mesi, ognuno del valore di circa 100mila euro. “L’accordo – spiega Terlizzese – serve al rafforzamento della rete nazionale dell’Ingv. Come ministero siamo in una posizione di controllo e garanzia. Anche se non avessimo sottoscritto l’accordo, i nostri uffici territoriali avrebbero comunque dovuto controllare le attività sulle piattaforme e autorizzarle”. Il Mise metterà a disposizione il network di enti di ricerca e università, laboratori chimici e mineralogici. Mentre per i petrolieri, il ritorno è sia d’immagine sia di monitoraggio: “Potranno disporre di una rete di informazioni e dati che, oltretutto, vogliamo rendere pubblici e che gli consentiranno di relazionare in modo più completo con il ministero dell’Ambiente per le Valutazioni di impatto ambientale”.

Bugie sugli strani affari in Congo L’imbarazzo dei vertici dell’Eni

Dov’è finito Roberto Casula? Sarà la domanda che aleggerà domani, a Roma, sull’Assemblea degli azionisti dell’Eni, mentre sulla compagnia petrolifera italiana incombe la nuova indagine giudiziaria della Procura di Milano sullo “schema di corruzione” in Congo. Casula, 54 anni, è uno degli uomini al vertice di Eni, con il ruolo di “Chief development, operations & technology officer”, uno dei vice dell’amministratore delegato Claudio Descalzi. O forse lo era, perché è sparito, senza alcun comunicato, dal sito web ufficiale dell’azienda, in cui è segnalato soltanto che il ruolo di “Chief development, operations & technology officer” dal 20 aprile “è assunto temporaneamente” da un altro manager, Alessandro Puliti. Interpellata sulla sorte di Casula, l’azienda risponde: “Si è autosospeso temporaneamente dall’incarico”. Quello che è certo è che Casula (già a processo per le tangenti Eni in Nigeria) il 5 aprile è stato uno dei cinque che hanno subìto la perquisizione chiesta dai pm di Milano Fabio De Pasquale, Paolo Storari e Sergio Spadaro, in relazione a “uno schema corruttivo” che – scrivono i magistrati nel decreto di perquisizione – “ha visto protagonisti Eni spa, da una parte, e agenti pubblici congolesi, dall’altra”. Odore di tangenti per le attività di Eni in Congo, dopo quelle in Nigeria e Algeria già finite sotto processo.

Che cosa è successo in Congo? Eni – si legge nel decreto – a partire dal 2013 “ottiene il rinnovo delle concessioni petrolifere e per ottenere tale risultato imprenditoriale trasferisce quote di partecipazione nei permessi di esplorazione a società offshore dietro le quali si celano pubblici ufficiali congolesi, direttamente o indirettamente collegati al presidente Denis Sassou Nguesso”. Non solo: “Nelle transazioni illecite è stata individuata anche una sorta di ‘retrocessione’ al corruttore di una parte della tangente”. Dunque Eni avrebbe corrotto i congolesi, ma una parte del malloppo sarebbe tornata a uomini Eni.

Chi sono? Nel decreto c’è il nome di Casula, che è stato il responsabile per le attività operative e di business nell’Africa subsahariana, dopo essere stato presidente di Eni Congo: il 5 aprile ha ricevuto la visita della Guardia di finanza che gli ha sequestrato documenti e materiale informatico. Ma nelle undici pagine del decreto sono citati anche Ernest Olufemi Akinmade, ex manager Eni in Africa, e Andrea Pulcini, ex dirigente di Agip Trading Services. Altri nomi che si leggono sono quelli di Maria Paduano, moglie di un importante ambasciatore italiano e in rapporti con Casula, e di Alexander Anthony Haly, fornitore di Eni in Congo.

La storia è quella del rinnovo delle licenze petrolifere congolesi. Nel 2013, lo Stato le assegna a Eni Congo, “indicato come operatore dei nuovi permessi”, ma in percentuali che variano, per i diversi campi di esplorazione, dal 50 al 65 per cento. Il resto va alla società di Stato Snpc, Societè Nationale del Petroles du Congo (dal 34 al 40 per cento). Le quote restanti (dall’8 al 10 per cento) alla Africa Oil & Gas Corporation (Aogc), “suggerita dal governo come partner di Eni Congo”: con “molteplici elementi di anomalia” – si legge nel decreto di perquisizione – visti gli “stretti collegamenti tra Aogc e Denis Gokana, politico molto influente in Congo”, fino al 2010 a capo della compagnia petrolifera nazionale Snpc e “successivamente special advisor per gli affari del petrolio del presidente del Congo Sassou Nguesso”. Non basta: Aogc ha anche “tra i propri soci esponenti politici congolesi di spicco”.

Dunque – concludono i magistrati – “Eni spa ha ‘regalato’ a società facenti capo a esponenti politici congolesi quote di partecipazione in licenze di sfruttamento petrolifero”. Una forma raffinata di tangente.

Nel 2015, i rinnovi di licenze di altri campi petroliferi hanno prodotto una riduzione della quota Eni (e della alleata Total), a causa dell’“ingresso di nuovi partner indicati dal governo”: la solita Aogc e due new entry, Kontinental Congo e Petro Congo.

La prima è riferibile a Yaya Moussa, ex rappresentante del Fondo monetario nella Repubblica del Congo, quando il Fmi concesse al Paese una riduzione del debito di 3 miliardi di dollari.

Petro Congo “è posseduta al 36,5 per cento da Aogc (cioè, nuovamente, Gokana) e al 12 per cento da M&A Congo Ressources”. Secondo i magistrati milanesi, questi passaggi introducono “ulteriori elementi di opacità a carico delle nuove società indicate come partner”.

Il decreto di perquisizione a questo punto spiega che nel 2013 entra in scena anche un’altra società: la Wnr, World Natural Resources, che acquista una quota del 23 per cento di un importante permesso estrattivo, il Marine XI. A far spazio a Wnr è la solita Aogc. Ma di chi è Wnr? È “una società di comodo” con sede a Londra – scrivono i magistrati – controllata da alcune società schermo, Sceplum e Oligo. Si riesce a farsi un’idea di chi c’è dietro osservando i directors che si sono succeduti alla guida di Wnr, Sceplum e Oligo: sono Maria Paduano, Alexander Haly ed Ernest Olufemi Akinmade. Tutte “persone vicine a Eni e al suo management”, si legge nel decreto che ha ordinato la perquisizione per tutti e tre.

Maria Paduano è indicata come “persona vicina a Casula”, tanto che nel 2017 firma il contratto preliminare per l’acquisizione di un immobile a Roma, nove vani, valore indicato 1,15 milioni di euro. L’acquisto viene poi perfezionato da Casula.

Haly, cittadino britannico con sede a Montecarlo (dove è stato perquisito il 5 aprile), oltre alle cariche in Wnr e Oligo, è director ed executive manager di Petroserve, società olandese che controlla Petro Services Congo, fornitrice di servizi logistici e di trasporti di Eni Congo, che tra il 2012 e il 2017 ha effettuato pagamenti alla società di Haly per 104,8 milioni di dollari.

“Un ulteriore collegamento tra la World Natural Resources Ltd e Eni” – scrivono i pm milanesi – è costituito dalla figura di Andrea Pulcini”: manager del gruppo fino al 2005 e procuratore di Eni dal 1999, Pulcini è “director della società di Dubai Energy Complex, partecipata dalla società di Mauritius World Natural Resources Development, a sua volta partecipata dalla World Natural Resource”, che come abbiamo visto ha il 23 per cento del giacimento Marine XI.

A questo punto il decreto di perquisizione dei magistrati milanesi si ferma, ma rendendo chiare in filigrana le due ipotesi d’accusa dell’indagine in corso: l’ingresso nel business petrolifero di società come Aogc potrebbe essere la stecca pagata ai politici congolesi vicino al dittatore Sassou Nguesso; la società offshore World Natural Resources potrebbe essere invece il tramite per “una sorta di ‘retrocessione’ al corruttore di una parte della tangente”. Soldi che tornano a uomini vicini all’Eni.

Così, in un clima teso, segnato dalla nuova inchiesta sulle attività in Congo, dopo i processi già in corso su quelle in Nigeria e Algeria, si apre domani l’Assemblea Eni. Senza il desaparecido Casula, ma con i ricercatori di Re:Common (l’associazione che da anni fa inchieste e campagne contro la corruzione e la distruzione dell’ambiente) pronti a porre una serie di domande. Anche per replicare alle risposte reticenti, non pervenute o false date a Re:Common dalla presidente Eni Emma Marcegaglia e dall’ad Descalzi nell’Assemblea dello scorso anno. Nessuna risposta era arrivata sulla società Aogc, che pure era già considerata ad altissimo rischio nel rapporto commissionato dalla stessa Eni alla The Risk Advisory, la quale segnalava i suoi legami con persone politicamente esposte in Congo. Falsa la risposta di Marcegaglia sull’assenza di rapporti contrattuali tra Eni Congo e Petro Services: “Non esistono in Congo, a oggi, legami contrattuali con le società Osm e Petro Services” (che invece ha prestato servizi per 104,8 milioni di dollari in cinque anni). Una curiosità: Petro Services ha la stessa casella postale a Point Noire, in Congo, della Elengui Ltd, società di Marie Madeleine Descalzi, moglie dell’ad di Eni. Non pervenuta la risposta sulla società Kontinent Congo, indicata dal governo congolese in nome del coinvolgimento di società locali (“local content law”): ma è registrata negli Usa ed è riferibile a Yaya Moussa, che non è congolese bensì cittadino del Camerun.

Le domande poste quest’anno da Re:Common riguarderanno ancora le società Aogc, Kontinent Congo e Petro Congo e i loro rapporti con la politica congolese; la World Natural Resources e i rapporti con Eni di Paduano, Pulcini, Haly e Akinmade (sono attualmente impiegati della compagnia?); la misteriosa identità di un azionista portoghese di Kontinent Congo, socio del camerounese Yaya Moussa; il ruolo (e i conflitti d’interesse) di Dieudonné Bantsimba, azionista di Aogc ma anche capo di gabinetto di uno dei più potenti ministri del Congo-Brazzaville. A Marcegaglia e Descalzi, domani, il compito di rispondere e di spiegare silenzi e bugie.

Per chi suona la campana dell’Argentina

“L’Argentina sta sperimentando una ripresa solida dopo la recessione dello scorso anno e, nonostante il consolidamento fiscale programmato e gli sforzi in corso per contenere l’inflazione, si prevede che la crescita si consolidi nei prossimi anni”. Così scriveva il Fondo Monetario Internazionale a dicembre 2017 nel rapporto annuale (noto come “articolo IV”) sul Paese che ieri, nel pieno di una crisi valutaria, ha cercato di arginare la caduta del peso con una richiesta di aiuto proprio al Fmi: una linea di credito da 30 miliardi.

L’inflazione resta sopra il 25% invece che avvicinarsi al 16,3 previsto per quest’anno dal Fmi, da gennaio il peso ha perso oltre il 20% del valore nel cambio con il dollaro e la Banca centrale ha tentato una mossa disperata per sostenere la valuta, cioè alzare i tassi di interesse dal 28 al 40%. Difficile che simili misure non abbiano alcun effetto sulla crescita, come stimava con un eccesso di ottimismo il Fondo monetario. Si può discutere se il governo di Mauricio Macri abbia sbagliato ad attuare riforme tanto applaudite dalle istituzioni internazionali come il Fmi (tra l’altro ha cancellato i sussidi per le bollette dell’energia, che sono triplicate) o se nell’instabilità del peso si debbano vedere moniti a chi sogna un ritorno alla lira in Italia. C’è però una questione molto più urgente: il detonatore della crisi valutaria in Argentina sembra essere stato l’aumento dei tassi di interesse del dollaro – cui il peso è di fatto agganciato – deciso dalla Federal Reserve americana. I ricercatori di tutte le banche segnalano da settimane tensione sui mercati emergenti, dal lato valutario, l’indicatore di Unicredit che misura la salute del commercio globale è ai minimi da due anni.

Se in Argentina stiamo vedendo gli effetti della fine delle misure straordinarie adottate dai banchieri centrali dopo la crisi del 2008, allora c’è da tremare, perché dopo la Fed, nel 2019 anche la Bce inizierà a tornare alla normalità.

Saipem, il falò da 14 miliardi che fa infuriare gli investitori

Un falò da 14 miliardi di euro di valore azionario con migliaia di soci che hanno visto svanire il loro investimento. È l’immagine più rilevante della saga che vede protagonista, ormai da più di cinque anni, la Saipem, il colosso italiano nell’esplorazione del greggio che da quel primo, inaspettato, allarme utili del gennaio 2013 non si è mai ripresa. Trasformandosi da titolo solido, amato dai cassettisti di Borsa, nel peggiore degli investimenti. E questo tra presunti bilanci gonfiati; inchieste e processi per tangenti; aumenti di capitale oggi contestati. E con l’Eni, storico socio forte e controllante del gruppo delle piattaforme e delle escavazioni petrolifere, che non ha trovato di meglio che deconsolidare la società dai suoi conti facendo comprare, nel pieno della crisi, il 12,5% del capitale di Saipem alla Cassa Depositi e Prestiti che si è prestata ad acquistare a caro prezzo una società dai conti sempre più traballanti.

La Consob, dopo un anno di inchiesta, ha bocciato il bilancio 2016 del gruppo. Per l’Autorità di Vigilanza quel bilancio non era veritiero, dato che molte delle svalutazioni pesanti, apportate in quell’anno avrebbero dovuto essere effettuate nei bilanci precedenti. Saipem si è rivolta al Tar contro la decisione dell’Authority che getta un cono d’ombra sull’aumento di capitale da 3,5 miliardi che Saipem effettuò a inizio 2016. Se le svalutazioni delle attività decotte, che fecero chiudere i conti del 2016 con un buco di oltre 2 miliardi, fossero state apportate, come sostiene Consob, l’anno prima le condizioni di quell’aumento sarebbero cambiate. Le richieste di soldi al mercato erano basate su una documentazione contabile non corretta.

E a fine del 2015 arriva la decisione di Eni di liberarsi del fardello Saipem. Eni rischiava infatti un serio contraccolpo dal disastro. La controllata aveva dato segnali di scricchiolio a inizio del 2013. Col primo allarme utili che provocò un calo violento in Borsa, i vertici di allora di Saipem dichiaravano che la società avrebbe dimezzato i margini operativi. Colpa della crisi del greggio si diceva. Con il calo del prezzo del petrolio le oil company hanno tagliato drasticamente gli investimenti in ricerca di nuovi pozzi, di fatto il core business di Saipem. Questa la spiegazione ufficiale. Ma dietro alla versione di mercato c’era anche, come ammisero i vertici successivi, una rappresentazione contabile quanto meno allegra: pur di tenere alti i ricavi si acquisivano commesse a bassa o nulla marginalità; pur di far figurare una crescita dei volumi d’affari la società si accontentava di perdere sui lavori.

A metà del 2013 arriva infatti l’allarme sul bilancio. Altra caduta in Borsa e nuovi ridimensionamenti della redditività. Dopo anni di utili vicini al miliardo, Saipem presenta le prime perdite. Nel 2013 per 159 milioni; l’anno dopo altri 230 milioni, ben 800 milioni nel 2015. Ed è a fine di quell’anno che l’Eni s’inventa la via d’uscita: vende a Cdp il 12,5% del capitale, scendendo dal 42% al 30. Si toglie la zavorra del debito e Cdp sborsa la bellezza di 903 milioni. Peccato che, come ha dimostrato Consob, i conti all’atto della vendita non erano corretti. La pulizia di bilancio successiva fa emergere una maxi-svalutazione che farà perdere a Saipem ben 2 miliardi nel bilancio del 2016. Per Consob quella perdita andava esibita già nel 2015 quando Cdp trattava sul prezzo di acquisto. Prezzo che sarebbe stato certamente più basso rispetto ai 900 milioni versati dalla generosa Cassa pubblica. La Storia dirà che quel prezzo era stratosferico. Cdp equity svaluta già nel 2016 la quota di Saipem per 170 milioni. E deve svalutare ulteriormente, dato che Saipem è in carico a oltre 700 milioni, quando il valore di Borsa per quella quota non va oltre i 400 milioni.

Ora sono sul piede di guerra anche i fondi: ben 141 investitori istituzionali hanno chiesto a Saipem di essere risarciti per “un importo non specificato” a causa di “asseriti ritardi nell’informativa al mercato”. Le cause si aggiungono a quelle presentate, dall’aprile 2015, da oltre 60 fondi per complessivi 343 milioni, e portano a oltre 200 gli investitori che hanno chiesto in via stragiudiziale i danni lamentando una non corretta informativa al mercato. Parte di queste richieste si sono incanalate in due diverse cause civili. Saipem ha “rigettato ogni responsabilità”.

Il disastro è sotto gli occhi di tutti però. Nel settembre 2012, all’apice delle quotazioni di Borsa, Saipem valeva 17,6 miliardi. Oggi, dopo una ricapitalizzazione da 3,5 miliardi, ne vale soltanto 3,2. In mezzo una forte contrazione degli investimenti petroliferi che ha impattato su tutto il settore ma anche le presunte tangenti in Algeria, due profit warning, le contestazioni Consob ai bilanci e al prospetto dell’aumento di capitale. Se la maxi-svalutazione fosse stata apportata, come sostiene Consob, non nel 2016 post-operazione ma nel 2015, le condizioni dell’aumento sarebbero state più onerose per la società. I fondi si considerano ingannati dalle non corrette rappresentazioni contabili. Ora la partita si sposta in Tribunale. Non ci fa una bella figura il Tesoro che tramite Eni e Cdp di fatto è sempre stato il socio di riferimento. Saipem ha chiuso in perdita (per altri 328 milioni) i conti del 2017 e ora tocca al neo-presidente Francesco Caio che va ad affiancare l’ad Stefano Cao provare a invertire la rotta.

Torino, portavoce Appendino costretto a restuire 5.000 euro

Luca Pasquaretta portavoce della sindaca di Torino, Chiara Appendino, restituirà i 5.000 euro percepiti per la consulenza svolta per la Fondazione del Libro. Ad annunciarlo lo stesso portavoce in una nota all’indomani delle polemiche sollevate in Municipio e della difesa fatta in aula dalla prima cittadina, che riferendo al Consiglio aveva sostenuto la correttezza dell’operato del suo collaboratore.

“Come già affermato dagli Uffici, la prestazione finita al centro delle polemiche in questi giorni fu regolarmente autorizzata e, come ribadito dal vice presidente della Fondazione, fu da me svolta ‘col massimo impegno e dedizione”, scrive Pasquaretta nella nota precisando che “il pagamento della stessa è avvenuto, come per molti altri, prima che emergessero i problemi ormai noti della Fondazione”. “Nonostante queste premesse, ho maturato la decisione di effettuare un bonifico al liquidatore della Fondazione, pari all’importo del lavoro prestato per la scorsa edizione”, conclude Pasquaretta evidenziando: “Mon ho mai ritenuto che tale collaborazione potesse scatenare tanto clamore”.

Autobus vecchi e debiti. A Roma l’Atac va in fumo

Le fiamme che ieri mattina hanno avvolto un autobus Atac della linea 63 nella centralissima via del Tritone a Roma, fortunatamente senza conseguenze gravi per passeggeri e passanti, restituiscono l’immagine perfetta delle difficoltà del trasporto pubblico della Capitale.

Dopo decenni di gestione manageriale opaca, l’azienda di trasporto arranca alle prese con una combinazione fatta di mezzi vecchi, deficit di manutenzione e un debito da 1,3 miliardi che ha portato alla procedura di concordato preventivo in Tribunale.

Erano le 10.30 quando una vettura, in attività dal 2003, diretta verso Largo Chigi procedeva con una scia di fumo dal retro. Il conducente ha cercato di spengere le fiamme ma ha compreso che il rogo stava divampando velocemente, così ha invitato i passeggeri a uscire rapidamente. La sua freddezza ha evitato danni ben peggiori. Dopo poco, infatti, le fiamme hanno divorato la vettura, generando diverse esplosioni. Una commessa di un negozio, affacciatasi per vedere quanto stava accadendo, è rimasta lievemente ustionata sul volto e ad un braccio. A generare le fiamme sarebbe stato un corto circuito all’impianto elettrico o forse un guasto al motore.

Più tardi ha preso fuoco, senza danni per l’utenza, anche uno scuolabus Atac vicino al litorale di Castel Porziano. È salito così a 10 il numero delle vetture interessate da roghi, in linea con le 22 andate in fumo nel 2017.

A testimonianza di un parco mezzi piuttosto datato: 2.082 bus (1.617 quelle di proprietà dell’azienda) con un’età media di 11,6 anni. Ogni giorno in città ne circolano tra 1.300 e le 1.400, gli altri restano in deposito tra manutenzione, guasti e attesa dei pezzi di ricambio. Non va meglio con i 174 treni attivi sulle tre linee della metropolitana e sulle tre ferrovie regionali in concessione, su una di queste l’età media dei tram sale alla cifra vertiginosa di 61 anni. Per fare un paragone, a Milano l’Atm, che serve anche i Comuni dell’hinterland, dispone di una flotta di poco inferiore a quella dell’Atac ma con un età media di 6,3 anni.

La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di delitto colposo di danno e attende l’infomativa dei Vigili del Fuoco sulla dinamica dei fatti mentre l’Atac ha avviato un’indagine interna. La sindaca Virginia Raggi ha ammesso: “Il parco mezzi è estremamente vecchio, la vettura di via del Tritone aveva 15 anni, noi abbiamo messo in strada 200 nuovi bus ma non bastano, stiamo stanziando 167 milioni per comprarne 600 nei prossimi 3 anni, nel frattempo rafforzeremo le misure antincendio”.

Nella vicina Colleferro c’è un’azienda che recentemente ha brevettato un innovativo sistema antincendio ad hoc per i motori dei bus. Atac ha un bisogno disperato di rinnovare la struttura aziendale, la flotta e di far crescere il volume di passeggeri e di ricavi da bigliettazione. Il prossimo scoglio è l’udienza del 30 maggio, il Tribunale stabilirà se il piano di concordato può andare avanti o meno.

Turbativa d’asta: nuova condanna per De Donno (ex Ros)

Nuova condanna per l’ex colonnello dei Ros Giuseppe De Donno. Dopo gli 8 anni inflittigli in primo grado a Palermo al termine del processo sulla Trattativa Stato-mafia, l’ex ufficiale dei carabinieri è stato condannato a un anno e sei mesi dal Tribunale di Milano nell’ambito del processo a carico di 26 persone e due società con al centro una serie di presunti appalti pilotati, tra cui alcuni di assistenza legale e tecnica-amministrativa legati a Expo. La condanna più elevata è stata inflitta all’ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde Spa Antonio Rognoni, condannato a Milano a tre anni di carcere. Due anni anche all’ex capo ufficio gare di Infrastrutture Lombarde, Pierpaolo Perez. Condannati anche le due società e più della metà degli imputati. Oltre a De Donno, pene tra un anno e 6 mesi e un anno e 8 mesi per Alberto Chiavretto (ingegnere) e a Nico Moravia (avvocato). Altri due imputati sono stati condannati a 10 e 8 mesi. Per alcuni dei 10 condannati poi sono state disposte le pene accessorie di rito. Tra le 16 assoluzioni, quella dell’ingegnere Salvatore Primerano, del legale Sergio De Sio e di Erica Daccò, la figlia del faccendiere Pierangelo Daccò.

Maurizio Abbatino, il “testamento” del Freddo

“Non so dire quante volte ho ucciso. Ma ricordo i nomi di tutte le mie vittime. La cosa strana è che non riesco a contarle. Eppure davanti a me sono fermi e chiari gli ultimi istanti delle vite che ho interrotto. Ricordo dov’eravamo. Come ho ucciso e perché l’ho fatto… Ricordo tutto. Tranne il numero”.

È la risposta che mi ha accompagnata per tutte le pagine di questo libro (…). Una risposta impressa nella mia mente insieme al sorriso amaro di chi l’ha pronunciata. Un boss stanco, vinto. In attesa dell’ultimo colpo di pistola: “Qualcuno ha già ordinato la mia morte. La mia condanna sarà eseguita ora che questa persona è in carcere a scontare la sua. Lo Stato sarà il suo alibi”. Alla fine di una strada apparentemente infinita, percorsa per uccidere o per non essere ucciso, l’ultimo colpo di pistola sarà per lui. Per il Freddo (…). Gli scorrono davanti gli ultimi istanti di un omicidio che non è ancora stato commesso, il suo. A fare da sfondo, oltre le pareti bianche di un bilocale con pochi mobili e tante medicine accatastate su una mensola in legno, c’è il quartiere di sempre. Quello della Magliana (…).

“Sono tornato dove tutto è iniziato. Perché è qui che deve finire”. Sul tavolo in cristallo di fianco alla sedia ci sarà una pistola con il colpo in canna. La userà. Terrà lo sguardo fisso davanti a sé e lo vedrà entrare anche al buio. Sarà una macchia scura che varcherà la porta in silenzio, o con sfrontato rumore, nella certezza di trovarsi davanti un uomo inerme e malato. Dovrà essere più veloce, non potrà permettersi di sbagliare, perché il Freddo non sarà mai né indifeso né sorpreso. In questa stanza (…) in questo momento non ci sono armi ma un registratore acceso, pronto a fermare i ricordi, le accuse e le confessioni di un uomo che ha attraversato i grandi misteri italiani, che sa della scomparsa di Emanuela Orlandi, che mi racconta di Enrico De Pedis e dei soldi della mafia, dell’amico Franco Giuseppucci e dell’omicidio di Aldo Moro. Confessa, il Freddo. Con attimi di pausa.

“Migranti torturati in Libia”. L’Italia denunciata in Europa

L’accusa è precisa. “C’è una responsabilità diretta del Mrcc di Roma (il centro di coordinamento dei salvataggi in mare, gestito dalla Guardia costiera italiana) e dello Stato italiano per la violazione dei diritti umani dei migranti recuperati dalla Guardia costiera libica”, scandisce Loredana Leo, avvocato dell’Asgi (Associazione studi giuridici sull’immigrazione). La denuncia arriverà alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che già nel 2012 ha condannato l’Italia per fatti analoghi. Le accuse riguardano i trattamenti disumani, la tortura e il respingimento in violazione delle convenzioni internazionali. Sarebbero in Italia e in Europa i mandanti del “lavoro sporco” dei libici: “Gli interventi della Guardia costiera di Tripoli – spiega Leo – sono riconducibili direttamente al governo italiano”.

Il ricorso è firmato da 17 cittadini nigeriani, protagonisti del drammatico confronto in acque internazionali del 6 novembre scorso tra la Ong Sea Watch e la motovedetta “Ras al Jadar 648” della Difesa di Tripoli. L’indagine del Centro di analisi forense dell’Università Goldsmiths di Londra è stata presentata ieri da Asgi, Violeta Moreno Lax (Global Legal Action Network), Talia Lockman-Fine (Yale), Sara Prestianni (Arci) e Giorgia Linardi (Sea Watch). Per loro è stato “un respingimento per procura”.

Il destino dei migranti catturati dai libici in mare è noto. I centri di detenzione in Libia sono oggetto di denunce anche dell’Onu. Così, però, si viola la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e per ricostruire le responsabilità “si tratta di capire – spiega Violeta Moreno Lax, dello staff legale autore del ricorso – chi abbia il controllo effettivo di quei migranti respinti. Chi gestisce i salvataggi è il Mrcc di Roma”, ovvero il centro della Guardia costiera italiana che ha affidato in moltissimi casi il coordinamento alle forze di Tripoli. “Avviene grazie all’accordo Italia-Libia del febbraio 2017 – prosegue la legale – dove l’obiettivo è previsto chiaramente, fermare i flussi di migranti”. Il coinvolgimento delle motovedette libiche è cresciuto esponenzialmente: nel 2015 solo lo 0,5% dei naufraghi erano intercettati dai libici e riportati a Tripoli; numero cresciuto fino a sfiorare il 40% la scorsa estate per un totale di 20.335 migranti “catturati” in mare nel 2017. “E statisticamente c’è una correlazione tra l’aumento degli interventi dei libici con il tasso di mortalità in mare”, ha aggiunto Charles Heller dell’Università di Londra.

Il caso presentato al Tribunale di Strasburgo ha avuto un costo pesantissimo in termini di vite umane. “Almeno 20 persone, forse 40”, spiega il ricercatore londinese Heller. Le immagini riprese dalle telecamere della Sea Watch sono chiare: al momento dell’arrivo della nave dell’Ong la motovedetta libica era ferma e non stava salvando nessuno, mentre diverse persone, cadute in acqua dopo il parziale sgonfiamento del gommone, gridavano. Poco prima i libici, chiamati dagli italiani, avevano chiesto a Sea Watch di non intervenire. Dopo il confronto tra la nave dell’Ong e la “Ras al Jadar 648”, 47 migranti sono stati riportati in Libia. I legali ne hanno incontrati due, che hanno raccontato le torture subìte nel centro di detenzione di Tajoura. I due sono stati poi venduti a una milizia e sottoposti a elettroshock, quindi rimpatriati in Nigeria “senza una valutazione della richiesta richiesta di asilo – osserva l’avvocato Leo – visto che l’Unhcr in Libia può agire solo per otto nazionalità tra cui non c’è la Nigeria”.

Perquisiti Fiorani e Volpi, ipotesi maxi-evasione fiscale

Blitz della Guardia di finanza per l’inchiesta che vede indagati Gianpiero Fiorani, l’ex banchiere e “furbetto del quartierino” allorché era al vertice della Banca Popolare di Lodi, e il tycoon e azionista di Carige Gabriele Volpi. La Gdf ha perquisito e acquisito documentazione in varie parti d’Italia, a Chiavari, Lodi, Legnano, Milano e Bologna, negli studi di commercialisti, consulenti e collaboratori. Per l’accusa, sostenuta dai magistrati Francesco Pinto e Marcello Maresca, Volpi e Fiorani avrebbero fatto rientrare in Italia alcuni milioni di euro frutto di una maxi-evasione fiscale.

Il denaro sarebbe il provento di compravendite immobiliari compiute con lo schermo di un trust con sede legale off-shore. Per questo i due sono stati indagati a Genova per autoriciclaggio e intestazione fittizia di beni. L’inchiesta parte da due spunti investigativi: da un lato alcuni presunti pagamenti in nero ai giocatori della Pro Recco pallanuoto (Volpi è il patron), dall’altro un gruppo di ‘spallonì che dalla Svizzera avrebbe fatto rientrare capitali in Italia. Della vicenda si era occupata la Procura di Como che aveva trasmesso poi gli atti a Genova.