Vita da pusher-rider: “Ne ho una valanga in mezz’ora la porto”

Ore 2 del mattino. Milano girata dal centro alla periferia. Scooter, benzina, cocaina. Consegne a domicilio. Rapide, organizzate. Il pusher corre svelto. Via Bassini 42, zona Città studi. Dice: “Fammelo scendere Bassini (…) sono già qua, ciao”. La strada vale un cliente. Ultima consegna. “Dopo chiudiamo”, conferma il capo. Turno agli sgoccioli. Ma non è ancora finita. Il pusher prima di staccare deve mandare il “report” della serata. Via sms: “Lovers 1.040. Zuretti deve 30, Anzani rende 30 vecchio. A Totò rimane 45 giorni totali”. Dicevamo ogni via un acquirente. Ogni numero, soldi pagati o da pagare. Quel “lovers” sta per gli euro, “i giorni” le dosi che, in questo caso, sono rimaste in tasca a Totò, turnista della mattina successiva.

“Ascoltami – dice il capo a un altro pusher – dietro quanti giorni ti restano?”. Lo spacciatore non è preciso: “Allora 25 sicuri (…) non lo so Fra, saranno all’incirca una decina di giorni credo 5, 7 giorni”. Il capo taglia corto: “Allora ti mando a Fra da te gli dai lover e i giorni che hai dietro!”

Eccolo il diario del pusher raccontato, intercettazione dopo intercettazione, nell’inchiesta “The Hole”, coordinata dal Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, che giovedì scorso ha portato in carcere 23 persone. Fermiamo per un istante le consegne. E torniamo all’inizio, al capo e al “materiale” (droga, ndr). Dice Giuseppe D’Aiello, campano d’origine, residenza milanese e contatti calabresi: “Ne ho una valanga, basta che tu mi chiami e te la porto tra mezz’ora, sono proprio pieno pieno”. Benvenuti a Coca city. E ancora: “Mi ha detto che fa paura, tutta sfoglia, paura. Mi fido, mi ha detto che è micidiale (…) Vieni a spacchettarla, tu hai il bilancino grosso?”.

Dalle case “imbosco” alle strade è tutto un spicciare affari. Per i pusher come Sara S. o Jacopo P (poi uscito dal gruppo). lo stipendio è settimanale. Varia, ovviamente, dalle dosi consegnate. Benzina e scooter per girare la città è a carico dell’organizzazione. E così ecco che si può cominciare. In strada, nascosti nel traffico del centro. Dai locali della movida ai palazzi borghesi fino alla prima periferia. Il capo coordina con il cellulare che lui chiama “della fatica”. “Poi mi dici quanto ti manca per Vallazze? Dopo vai al Bulgari che c’è Dimitri. Hotel Bulgari”. È solo l’inizio. Il lavoro prosegue senza sosta. Il capo fa da centralino, raccoglie le ordinazioni e indirizza le consegne. “Ascoltami – dice – Monza 44? Da lì non riesci a fare subito Zuretti (…). Lascia stare questo ti fai subito Mc Porta Romana, Zuretti 31 e poi Dimitri casa, ok?…”. Il pusher risponde: “Monza al 44 l’ho già fatto”. A volte poi il cliente cambia posizione. Nessun problema. In perfetto stile pony express il capo dice: “Jack, Moscova venticinque si è spostato San Fermo”. E l’acquirente è servito. Ci sono modelle, ex starlette, professionisti. A ognuno la sua dose. “Stelline” o “stellone”. Gergo per definire due confezionamenti. Il primo va a chi ha pochi soldi, il secondo supera i 100 euro. Certo la copertura è buona, ma “i puffi spogliati “ (carabinieri in borghese, ndr) possono sbucare da dietro l’angolo.

Capita a Sara S., soprannominata “sniffer”, pizzicata con decine di dosi addosso. Un po’ di carcere e di nuovo in strada. La ragazza ha un debito con l’organizzazione. Tocca lavorare gratis. Il capo non ha mezzi termini: “Vedi di comportarti come si deve, ti devi fare tutti, la tua piazza e la piazza di qua, quindi vai da Sandro e poi scappi subito a Bollate a farti gli altri. Devo recuperare i soldi Nina, poi ricominciamo, dopo parliamo di ritornare a lavorare come si deve”. Vita dura quella del pusher. Bisogna sempre avere il sangue freddo, soprattutto quando vieni fermato dai carabinieri. Succede a Mario D, il quale dalla caserma finge una telefonata ai genitori, in realtà avverte il capo. “Papà, sono in caserma, passami la mamma, sono in caserma a Rho, che mi arrestano perché avevo della droga addosso”.

Ma non c’è problema. Un po’ di pazienza e si ricomincia. La coca è un affare che non conosce crisi. Certo la ’ndrangheta ha il monopolio, ma da qualche mese in città due gruppi criminali di etnia sinti, come i Casamonica a Roma, gestiscono zone di spaccio nell’area compresa tra Quarto Oggiaro e il campo nomadi di via Negrotto. Da un lato, secondo i pm, la vecchia batteria di Alan S. (solo indagato) e dall’altra un nome di peso, oggi coperto da omissis, soprannominato Nasca. Le due batterie si contendono il territorio. Nasca, però, vuole prendersi tutto. Dice: “Io ti vendo la coca. Tu la paghi 43 io 37. Tu (ad Alan S.) gli dici che lavori con me. Digli che Nasca è tornato. Noi ci siamo agganciati con gli Strangio. Quello ha i ferri (armi, ndr)?. Beh digli che anche io ho i ferri”. In attesa di sviluppi, il pusher ha ripreso le consegne: “Viale Monza, via Vallazze, piazzale Lotto, San Siro…”. Raccoglie “Lovers” e consegna “giorni”.

Botte al pentito “protetto”. De Raho: “Un fatto gravissimo”

Doveva essere un “fantasma”, la sua identità e la casa segreta assegnatagli dallo Stato rimanere nascosta, ma qualcosa non ha funzionato nel meccanismo di protezione. Poco più di un mese fa, il 18 aprile, in pieno giorno e a volto scoperto, tre uomini lo hanno bloccato e picchiato brutalmente per non farlo parlare. E prima di sparire nel nulla gli hanno lasciato il loro messaggio in stile mafioso: “Quando ti riprendi rettifica tutte le dichiarazioni che hai fatto”. La vittima dell’agguato è un collaboratore di giustizia dal 2015, Paolo Signifredi, 53 anni di Baganzola di Parma, commercialista ritenuto dagli investigatori vicino alla ‘ndrangheta. Le sue dichiarazioni sono agli atti di diverse Procure. “È molto grave che si sia verificato un episodio di questo tipo – ha detto Federico De Raho, procuratore nazionale antimafia –, lo Stato ha il dovere di garantire la sicurezza di chi collabora, dei testimoni di giustizia e di chi ha dimostrato la propria vicinanza con la denuncia. Bisognerà comprendere come ciò sia avvenuto”. La notizia del pestaggio è emersa ieri, durante l’udienza a Reggio Emilia del processo su una frode fiscale da 130 milioni di euro nella compravendita di acciaio, che ha come imputato anche Massimo Ciancimino.

Vecchie e nuove cosche, dalle borgate al centro

Una volta le chiamavano batterie, gruppi di pischelli nati e cresciuti nelle periferie sterminate e desolate di Roma, strade polverose negli anni 70, strisce di asfalto distrutte oggi. Gruppi locali, bande che crescono e si spartiscono il territorio. Baretti delle borgate, dove ti incontri, ti allei, prepari “gli impicci”. E su questo terreno – tradizionale, raccontato fin dagli anni 50 da Pier Paolo Pasolini – sono arrivate le mafie che contano, abili nel riciclare, potenti nel contrattare il miglior prezzo per eroina e cocaina, con i numeri di telefono giusti della politica che conta in tasca. Clan che hanno bisogno della manovalanza, di chi controlla la strada.

È La Romanina la roccaforte del clan Sinti dei Casamonica. La casa più bella era la residenza di Nando, detto J.R.. Entrando nel dedalo di vie cresciute senza mai un piano regolatore ci sono le villette arancione della famiglia allargata dei Casamonica: i Di Silvio, gli Spada, gli Spinelli. I camini sempre accesi – raccontano le indagini di qualche anno fa – per far sparire la droga quando arrivano polizia o carabinieri. E poi la fitta rete delle telecamere di sorveglianza, i più giovani negli angoli a guardare chi passa. Il territorio è loro, in quelle vie non entri se non sei invitato.

Non si nascondono, anzi. Mostrarsi è la principale arma per chi deve controllare vie e incroci. E così quando ci sono i funerali arrivano i cavalli per trainare il carro funebre. Lo stesso show lo ha usato il pugile Domenico Spada, detto Vulcano, per la comunione del figlio. Potenza, ricchezza esibita. Una vetrina per attrarre anche quei negozianti in difficoltà economica, che arrivano alla Romanina, in via Barzilai, il cuore del loro impero, per chiedere soldi a strozzo. E se non pagano arrivano i pugili, come è accaduto qualche anno ad un commerciante dei Castelli romani, finito nelle mani di Vulcano. Alla fine basta il nome Casamonica, basta quell’inflessione Sinti, o il loro sguardo e tutti pagano. E ogni tanto devono ricordare chi conta: lo ha fatto Roberto Spada ad Ostia, colpendo un giornalista che faceva la domanda scomoda; lo hanno fatto i quattro Casamonica in un bar lo scorso aprile.

Non c’è mafia senza controllo del territorio. A Roma, da sempre, i clan lo gestiscono in subappalto. Zona est, tra Tor Bella Monaca e Torre Maura. Eppoi San Basilio, la via Casilina che porta al quartiere della movida del Pigneto. I gruppi locali – romani da generazioni – sanno che vuol dire gestire la strada o la piazza. Lo spaccio – business romano per eccellenza fin dagli anni 70 – è militare, con sentinelle, vedette, batterie organizzate. Nessuna competizione, ma alleanze. Con la ‘ndrangheta, prima di tutto, vero dominus a Roma per la cocaina. I calabresi hanno capito che federarsi è la migliore strategia di penetrazione. Ed ecco le alleanze con le famiglie locali o, in epoca più recente, anche con i gruppi di albanesi, potenti e aggressivi non solo nella capitale. A San Basilio il clan dei Gallace si sono alleati da anni con la famiglia romana dei Romagnoli, presenti nella zona con bar e negozi.

C’è poi l’altra Roma, quella dei salotti, veri o da parvenu. È la capitale delle imprese, del cemento, dei negozi chic, dei ristoranti. Nelle periferie spacci, in via Veneto investi. O prendi il pizzo, fino a impossessarti dell’attività. Qui Cosa Nostra, attraverso i Rinzivillo, mandava i pizzini ai ristoratori: “Non puoi fottere i siciliani”. Vicino alla centrale piazza Fiume, o nei dintorni di Montecitorio, le ’ndrine gestivano bar e ristoranti. Nella zona commerciale dell’Appio-San Giovanni i capitali arrivano da San Luca, attraverso i Pelle, i Nirta e i Giorgi, come spiega l’ultimo rapporto dell’Osservatorio regionale per la sicurezza e la legalità. Roma criminale non si ferma al baretto della Romanina.

Raid nel bar: quattro arresti. Il gip: “Casamonica mafiosi”

Sono i “padroni” della Romanina, la periferia sud-est della Capitale – dove si trova il “Roxy bar”, luogo del raid della domenica di Pasqua – i Casamonica e i Di Silvio. E non aver ceduto alla loro prepotenza è costato a Marian, barista romeno, e a una donna disabile una feroce aggressione. Così il gip Clementina Forleo contestualizza ciò che è avvenuto il 1° aprile scorso nell’ordinanza di misura cautelare che ha portato in carcere tre persone (Antonio Casamonica, Alfredo e Vincenzo Di Silvio) e ai domiciliari il più anziano Enrico Di Silvio.

A vario titolo sono accusati di violenza privata, lesioni personali e danneggiamento. Ma è proprio per il dominio criminale del territorio e per la forza di intimidazione, che a tutti viene contestata l’aggravante di “aver utilizzato il ‘metodo mafioso’, consistito nell’ostentare, in maniera evidente e provocatoria, una condotta idonea a esercitare sui soggetti passivi quella particolare coartazione e quella intimidazione proprie delle organizzazioni mafiose”.

Conseguenza di ciò è la paura di chi non interviene neanche quando la vittima è una disabile. E donna, peraltro l’unica presente quel giorno nel Roxy Bar. È lei che ad Antonio Casamonica e Alfredo Di Silvio – i quali esordivano con “questi rumeni di merda non li sopporto proprio” – ha spiegato che potevano andare altrove. A quel punto, secondo quanto ricostruito dal gip, il Casamonica le toglie gli occhiali, mentre il Di Silvio iniziava a picchiare, prima con una cintura, poi prendendola per il collo e poi a calci. A nulla è servito dirgli che era invalida civile. “Pensavo di morire”, dice la donna mentre tutti intorno restavano immobili. Un comportamento “sconcertante”, per il gip, e che uno dei presenti non nega: “Avevamo paura di ritorsioni per noi e le nostre famiglie”.

Ma dopo aver picchiato la donna, la violenza non finisce. Perché Alfredo Di Silvio torna nel locale, questa volta accompagnato dal fratello Vincenzo. “Non ti scordare che questa è zona nostra”, ribadiscono al barista, reo di non averli serviti subito. E dopo le botte e il danneggiamento del locale, la minaccia di “‘chiudere’ il bar”. “Mi dicevano che quella era la loro zona – denuncia Marian – e comandavano loro. Dovevo sottostare alla loro volontà”.

Ma la vicenda non si chiude il 1° aprile. Perché al bar si presenta Enrico Di Silvio, il nonno, il “capo famiglia”, che il gip definisce “persona pericolosa e pluripregiudicata”. Al barista prima dice che vuole “risarcire i danni fatti dai nipoti”, poi, di fronte a un diniego, intima: “Allora volete la guerra”. E da quel momento, per il gip, inizia “un assedio”. “Dopo l’aggressione – racconta la moglie del barista – questi giovani si sono soffermati davanti al bar, con l’intento di intimorire. (…). Abbiamo pensato di chiudere come avevamo fatto il secondo giorno dopo l’accaduto”. Dopo la loro denuncia sono partite le indagini del procuratore aggiunto Michele Prestipino e del sostituto Giuseppe Musarò che, dopo solo due settimane, il 18 aprile, hanno chiesto l’arresto. Eseguito ieri. “Sono più tranquillo? – dice Marian al Fatto – Mica tanto. Ho un po’ di timore. Chi ha fatto quel casino deve pagare, a noi non interessa altro, non vogliamo essere gli eroi”.

Intanto le sue abitudini sono mutate: “Parcheggiamo la macchina lontano da casa – dice Marian alla polizia – e stiamo attenti nel guardarci intorno, per paura di imboscate”.

Così è cambiata la vita di chi non accetta i domini criminali, la violenza. La stessa che, a distanza di oltre un mese, c’è stata anche ieri notte, quando la Squadra mobile è andata ad arrestare i quattro. Durante l’operazione, alcune donne si sono scagliate contro la telecamera della troupe della trasmissione Rai Nemo. L’operatore è stato strattonato. Quelle immagini sono al vaglio degli inquirenti. I guai per le famiglie Casamonica-Di Silvio sembrano non essere finiti.

La neutralità come equivoco: il ruolo filosofico di Mattarella

Neutrale, dice Treccani, “di persona o gruppo di persone che si astiene dal prendere posizione tra due parti contrapposte”. Può un governo essere neutrale? Ovviamente no, anzi tra le istituzioni è la meno neutrale: nel nostro caso, per dire, non potrebbe essere neutrale neanche non facendo nulla. Lasciar aumentare l’Iva è una scelta politica; evitare l’aumento coprendo la differenza con tagli e altre tasse anche; far salire l’imposta e rifiutarsi di abbassare il deficit pure: sono tutte scelte che presuppongono una visione del futuro del Paese (e parliamo di un solo tema). Sergio Mattarella, però, proponendo il governo degli ottimati neutrali non sta prendendo in giro gli elettori: pensa davvero, par di capire, che “rispettare gli impegni europei”, cioè mandare l’Italia in recessione, sia un fatto neutrale, anzi naturale. Il capo dello Stato finisce così per essere simbolo e garante di quella gran parte di italiani che s’è intellettualmente consegnata alla fine della storia, a una sorta di eterno borgesiano in cui un uomo o un Paese, alla lunga, altro non sono che le circostanze in cui si trovano a vivere: fuori dal “si è sempre fatto così” (sempre…) non c’è vita possibile, dentro solo conformismo, la rassicurante coperta della sconfitta e la mascherata delle libertà innocue e dei conflitti che fanno male solo a chi ha già perso. La libertà però – e parafrasiamo Adorno – non è scegliere tra Iva e non Iva, “ma nel sottrarsi alla scelta prescritta”. Come se esistessero ancora la politica e la storia, la quale – com’è noto – siamo noi (bella ciao che partiamo…)

Renzi e B., oramai la sopravvivenza si chiama “governo”

Ebbene sì, lo ammettiamo. La nostra scommessa è quasi persa. Un paio di mesi fa scrivevamo di essere tentati dall’azzardo. Sostenevamo che alla fine, davanti all’arma nucleare del ritorno al voto, un accordo tra i partiti sarebbe stato trovato e che un governo sarebbe in qualche modo sorto. Anche perché per il Pd (e Forza Italia) le nuove urne erano (e sono) un rischio folle. Nel ballottaggio di fatto tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, l’unico risultato ragionevolmente certo, dicono molti maghi dei sondaggi, è l’ennesima emorragia di consensi e seggi per le due formazioni politiche ormai minori. Prospettiva disastrosa, come ripetono ora ai giornalisti frotte di parlamentari forzisti e dem che, dopo aver provato l’ebbrezza di vedersi bonificare a fine aprile i primi 13 mila euro mensili, si chiedono come, in caso di mancata riconferma, rientreranno delle ingenti somme spese durante la vecchia campagna elettorale. Ma tant’è. La strada pare segnata. E se a noi le nuove urne porteranno alla perdita di un’unica puntata, peggio andrà ad altri scommettitori che è giusto definire seriali. Persone in preda a una manifesta ludopatia che hanno fatto del gioco una ragione di vita, finendo così per rovinarla a sé e agli altri.

Ieri, ad esempio, il Corriere della Sera, per la penna di Francesco Verderami, segnalava la storia di un tizio di Firenze, già noto alle cronache per aver puntato e perso un patrimonio sul referendum costituzionale del 2016.

Il giocatore azzardo-dipendente nel pomeriggio di lunedì ha telefonato a Salvini e dopo essersi presentato (“Ciao Matteo, sono di nuovo io, Matteo”) ha chiesto: “Scusa, ma, davvero non riuscite a far fare un passo indietro a Berlusconi?”. Verderami non scrive nulla sul tono utilizzato nella chiamata. Ma immaginiamo che fosse piuttosto preoccupato visto che il Matteo in questione, un giovane politico con un grande avvenire dietro le spalle, nelle scorse settimane aveva giurato ad amici e compagni del Pd che il governo Lega e M5S era ormai cosa fatta e che loro, i Dem, avrebbero ricominciato a crescere stando all’opposizione: “Lì ci hanno messo gli elettori e lì staremo”, aveva sentenziato. Frase bellissima, tranne per un particolare. Per opporsi è necessario un governo.

Così, quando era diventato chiaro che i Cinque Stelle, a causa del pregiudicato Berlusconi, un esecutivo con l’intero centrodestra non lo avrebbero mai formato, il giovane Matteo aveva rilanciato: “Con Di Maio noi Dem non dobbiamo nemmeno discutere di un teorico programma comune per sedere a Palazzo Chigi. Ma non preoccupatevi, ci torniamo lo stesso. Vedrete, governeremo tutti assieme per fare le riforme”.

Ovvio quindi che nella sua telefonata con Salvini il ludopatico Matteo fosse agitato. E che l’agitazione si sia trasformata quasi in disperazione quando, come scrive il Corriere, si è sentito rispondere: “No, non riesco a convincere Berlusconi. Ma Matteo, visto che ci vai d’accordo più di me, prova a convincerlo tu”. Anche per questo oggi ci sentiamo di confessare di non aver perso tutte le speranze. Non per l’Italia ovviamente (questa è un’altra storia). Ma per la nostra puntata. Fare un governo ormai per Berlusconi e Renzi è diventata una questione di sopravvivenza. Il primo teme di essere cancellato dagli elettori. Il secondo è invece certo di venir menato dai suoi: se si torna subito al voto gli ex-amici e i compagni di partito lo andranno a prendere a casa. Sì, forse la nostra scommessa non è ancora persa. Vogliano crederci: sarà il Matteo a convincere Silvio.

Sembra un soap opera, ma trovare 12 miliardi non è una cosa neutrale

Il pasticciaccio brutto del Rosatellum ha prodotto il pasticciaccio brutto del Quirinale, che ha prodotto il pasticciaccio brutto del governo neutrale, che al mercato mio padre comprò. E via così finché ci riuscite, finché la fantasia vi assiste, auguri. Da un punto di vista umano e letterario, il cupio dissolvi ha il suo fascino sublime, c’è un lasciarsi andare lento, quasi un addormentamento, il torpore dell’ibernazione. E sbagliano mira molti commentatori che descrivono il paese nervoso e arrabbiato. Non è vero.

Il paese è piuttosto disgustato e stupito, ha guardato per due mesi quella porta con due corazzieri al fianco come in una frenetica commedia di Feydeau: entra uno, esce l’altro, c’è il teatrino, ed ecco quell’altro ancora, altro teatrino, esce Tizio, entra Caio con il senatore Sempronio, esce Silvio che fa il suo vaudeville. Passa un’ora, ed ecco l’altro spettacolino con i contatti riservati, le chat, le telefonate segrete che restano segrete dieci minuti e te le ritrovi spiattellate sui giornali. L’indiscrezione di Renzi che chiama Salvini nella speranza che si formi un governo Lega-M5s pur di non scomparire (“terrorizzato dal ritorno alle urne”, scrive il Corriere) non l’avrebbe pensata nemmeno Buster Keaton. Silvio invece ripete a macchinetta la sua visione del mondo: quando mai uno sfigato qualunque che si trova a guadagnare 14 mila euro al mese vota per mandarsi a casa? Si vola altissimo.

Insomma, il film è brutto e gli attori fanno schifo. E poi c’è la soap opera del Di Maio che cede terreno e lancia lusinghe al Salvini che però non può lasciare la corte di Arcore, segue melodramma, lacrime, patemi e sfuriate. Stendhal, ma scritto peggio.

Un governo “neutrale” (etimologia: “né dell’uno né dell’altro”) potrebbe essere una soluzione affascinante, qualche anonimo grand commis o “riserva della Repubblica” che non si fa troppo notare e che promette di farsi da parte dopo, rinunciando a eventuali candidature, “discese in campo” e mariomontismi consimili. Attori presi dalla strada che promettono solennemente di tornare sulla strada il giorno dopo. Mah, fingiamo di crederci.

Il punto più debole del cosiddetto governo neutrale è che non sarebbe per niente neutrale, perché dovrebbe trovare subito, al volo, in pochi giorni, una dozzina di miliardi per disinnescare la bomba dell’Iva. Trovare dodici miliardi non è una cosa neutrale, proprio per niente. Prenderli dalla sanità o dagli stanziamenti della difesa, per dire due estremi, sono cose molto differenti, che possono mandare a gambe all’aria qualunque neutralità. Ma comunque sia, alcune paroline già rimbombano: una è “mettere al sicuro i conti”, e l’altra (udite udite) è “manovrina”. Non sono cose che si possono fare in modo neutro, e mettiamoci pure la legge di stabilità che – il governo neutrale dovesse arrivarci vivo – è il vero atto politico di un governo, quello che decide dove si mettono e si tolgono i soldi.

È vero che nessuno degli attori in campo, né Di Maio, né Salvini, né i poveri Silvio e Matteo Renzi hanno detto dove prenderebbero questi soldi, e sarà una buona domanda da fare a tutti in campagna elettorale: magari per uno che sogna la flat tax al quindici per cento, ricordargli che deve trovare qualche spicciolo subito (12 miliardi, una manovra) frugando nelle tasche (nostre) sarebbe un buon bagno di realismo.

Non sfugge l’assurdità del voto in luglio, su cui già abbondano le freddure e i motti di spirito, che vuol dire altre schermaglie, posizionamenti, strategie da qui a tre mesi, e le due forze fino a ieri sull’orlo dell’accordo che si combattono in una specie di ballottaggio, e gli altri che temono l’estinzione con conseguenti crisi da panico e una sola certezza: il vaffanculo, questa volta, è autoinferto.

Ermanno Olmi, come uno dei karamazov

“Caro Massimo, ho cercato tra i volti delle tue età e subito ti ho riconosciuto e ricordato in una mattina del ’78, presso la redazione dell’Europeo su cui scrivevi Motivo: il confronto con un Camon arrabbiatissimo che ce l’aveva con l’‘Albero degli zoccoli’. Da quella volta, siamo diventati amici e in tutti questi anni non è mai venuta meno la salda stima delle ‘affinità elettive’. Grazie dunque di non avermi dimenticato anche in questa occasione: un nuovo libro è un po’ come un nuovo bambino che c’è in noi e vuole essere riconosciuto. Mi terrà buona compagnia. Specialmente adesso, che per me sono cominciati i tempi della sofferenza senza ritorno. Malattie subdole, diaboliche che cercano le loro vittime ignare e sprovvedute d’ogni difesa. Così è andata e così sarà per i prossimi giorni. Ti abbraccio. Ermanno”

(Asiago, 16 febbraio 2015)

Questa è l’ultima lettera che ho ricevuto da Ermanno Olmi. Seguiva un lunghissimo silenzio. Gli avevo mandato la mia autobiografia che in copertina ha le immagini delle varie fasi della mia vita, da me piccolissimo all’atras senectus che lui, ormai più che ottantenne, stava vivendo nelle condizioni più difficili e direi atroci. È da quelle fotografie che Olmi mi aveva “riconosciuto”, come scrive nella lettera, non in un senso banalmente fisico, da uomo d’immagine, ma spirituale. Ero andato a vedere Il posto, il suo primo, vero film (in seguito sarebbero arrivati i due grandi capolavori, L’albero degli zoccoli e Il mestiere delle armi) in un cine di “terza” a Milano. Era il 1961. Avevo 17 anni. L’atmosfera del film, ambientato in un grande luogo di lavoro abitato da impiegati, è di una malinconia dolce, delicata (come delicato è il rapporto tra i due ragazzi) e insieme dolorosa che culmina nella festa aziendale “con ricchi premi e cotillon”. Quell’atmosfera l’avrei ritrovata otto anni dopo, nel 1969, quando entrai come impiegato di seconda alla Pirelli. Ma nella realtà l’atmosfera aziendale era molto più vicina alla crudeltà dei film di Paolo Villaggio. Mi ricordo la scena della festa per gli “anziani Pirelli”, gente che aveva lavorato in azienda per quarant’anni e che si faceva docilmente seppellire.

Il primo incontro con Ermanno Olmi, come lui ricorda, avvenne all’Europeo in un confronto con un altro cattolico, sia pur a sua volta molto singolare, Ferdinando Camon. Ma mi riesce difficile definire Olmi “cattolico”. Dei cattolici non ha la crudeltà, che è di un altro regista, anch’egli mio amico, Pupi Avati o, per salire ai piani più alti, del Manzoni (il lettore ricorderà forse la lunga agonia di Don Rodrigo da quando esce dalla festa con i suoi pari, premonendo, nella sua mente alterata dall’ubriachezza, i sintomi della peste e finisce nel modo più miserabile al lazzaretto). Olmi lo assimilo molto di più all’Idiota di Dostoevskij o ad Alioscia uno dei fratelli Karamazov. Ermanno non è cattolico e forse nemmeno religioso, è qualcosa di molto di più: è spirituale.

Dopo quell’incontro all’Europeo divenimmo amici. Andavo a trovarlo ad Asiago dove viveva con la moglie Loredana Detto, incontrata sul set de Il posto, e il figlio allora poco più che adolescente. Ma la cosa durò pochi anni. Nel 1981 Olmi fu colpito da una malattia cui oggi si saprebbe probabilmente dare un nome ma che allora appariva misteriosa: la pellicola che ricopre i nervi si ritirava gradualmente scoprendoli e paralizzandolo. Si arrestò, alla fine, prima di attaccare i centri nervosi nevralgici ma lui ne uscì gravemente menomato. La malattia per lui non era un cattolico “dono di Dio” per espiare e riscattare chissà quale colpa o un terreno esistenziale fecondo come per Nietzsche. Era sofferenza e basta, “diabolica” come la chiama nella lettera. Da allora non lo cercai più. Mi pareva una indelicatezza vederlo in quelle condizioni. Ma evidentemente un filo sottile mi legava a lui. Lo seguivo attraverso i suoi film. Olmi aveva sicuramente nostalgia del mondo contadino o, per essere più precisi, di un mondo più semplice. Lo conferma una cartolina che mi inviò pochi giorni dopo quella lettera. Dice: “Giuseppe Verdi raccomandava: ‘Torniamo all’antico sarà un vero progresso’”. Ma Olmi non era nel suo essere un radicale e tantomeno un intellettuale, nulla di più lontano da lui. Conosceva o riconosceva le durezze del mondo contadino. Nell’Albero degli zoccoli c’è una scena estremamente significativa quando si ammala la mucca e il contadino entra in uno stato di disperazione, come e forse più se si trattasse di un figlio, perché la morte della mucca vuol dire la rovina.

Nel Mestiere delle armi la scena cruciale, almeno secondo me, è quando Giovanni delle Bande Nere, un uomo coraggioso, forte, con un grande senso della propria dignità, si cala la celata e a cavallo si avventa contro i nemici. Ma è stato inventato il fucile, Giovanni è ferito gravemente, gli si dovrà amputare una gamba. È finito. Come finisce in quel momento, simbolicamente e concretamente, un’epoca, l’epoca della cavalleria per avventurarsi in un’altra, la nostra, dove coraggio, forza, fisica e morale, dignità, i valori preideologici, prepolitici, prereligiosi non contano più nulla sostituiti da droni e, più in generale nella vita civile, dalle macchine.

Io non riesco a considerare Ermanno Olmi semplicemente un regista anche se era quel grande regista di cui oggi tutti van scrivendo. Era qualcosa di più, di molto di più. Era un uomo.

Mail box

 

Meglio tornare subito al voto con un’altra legge elettorale

Che bravi politici abbiamo in Italia, pensano al nostro Paese come se fosse un loro feudo da gestire a vita.

Chi è stato trombato, dopo avere approvato una legge elettorale demenziale, accusa gli antagonisti di maggioranza di non essere capaci di formare un nuovo governo, che sarebbe come infilare la cruna di un ago dopo che il buco è stato otturato.

Chi ha lasciato passare la legge incostituzionale a discapito di una parte politica ora ci dice che urge un governo neutrale, con chi?

Per ora meglio il voto, con una nuova legge elettorale come si usa per i comuni o le regioni.

Omero Muzzu

 

DIRITTO DI REPLICA

La Regione Lazio è in prima fila nella tutela del paesaggio e del patrimonio ambientale: la definitiva approvazione del Piano territoriale paesaggistico regionale rappresenta un aspetto prioritario del programma della nuova Amministrazione regionale e non è compatibile con emendamenti finalizzati alla trasformazione inopinata di “pezzi storici”, “monumenti”, “parchi archeologici” e quanto altro rischia di “svendere il proprio territorio”.

Il Ptpr del Lazio è il primo strumento che tutela, norma e valorizza il paesaggio dell’intero territorio regionale, a differenza di altre regioni: sarebbe quindi un controsenso da una parte “pianificare il paesaggio in toto” e dall’altra produrre “codicilli occulti che svendono le aree”. Vorrei sottolineare che la Legge regionale n.2/2018 mira esclusivamente a fare salvi quei Piani di Assetto dei Parchi regionali già approvati dal Consiglio regionale e conformi pertanto allo stesso Ptpr, dovendone seguire le prescrizioni.

Si evidenzia, al tempo stesso, che questa norma non incide sui beni paesaggistici imposti con decreti specifici (D.lgs 42/2004 “immobili ed aree di notevole interesse pubblico”) per i quali rimangono vigenti le prescrizioni e le tutele riportate nel decreto di vincolo e nel Ptpr adottato.

La norma approvata dal Consiglio regionale, dunque, non ha invertito assolutamente “la gerarchia delle leggi di salvaguardia del territorio”. Per quanto riguarda “le mappe”, invece, viene previsto un aggiornamento della base cartografica del Ptpr adottato (con riferimento alla Carta dell’uso del suolo).

Una revisione resa necessaria perchè la base cartografica del Piano è risalente al volo del 1998, che non risulta più coerente con l’attuale stato dei luoghi. Questo aggiornamento non comporta modifiche ai paesaggi e ancor di più non legittima, né potrebbe mai farlo, interventi abusivi.

Questa revisione, inoltre, non riguarda eventuali condoni e non interessa la Legge regionale sulla rigenerazione urbana, che consente interventi su immobili esistenti: nel caso specifico di quelli ricadenti in zone agricole, non prevede poi alcuna deroga a designazioni diverse da quelle consentite dalle leggi vigenti. La Regione Lazio, infine, concerta con il Mibact tutte le modifiche al Ptpr attraverso un tavolo interistituzionale, previsto dall’Intesa sottoscritta con lo stesso Ministero, che dopo aver chiesto delucidazioni in merito agli emendamenti legislativi introdotti con la Legge regionale n.2/2018 ha ritenuto la legge corretta e non ha proposto nessuna impugnativa.

Massimiliano Valeriani Ass. all’Urbanistica Regione Lazio

 

Come riportato nell’articolo, il tavolo interistituzionale col ministero e altre prescrizioni continueranno a proteggere le aree più a rischio, ma il Piano paesistico è il documento principale per la tutela del territorio e sembra indebolito dalle modifiche introdotte dalla Regione. D’altra parte, per sgombrare il campo da ogni dubbio basterà approvare il Ptpr, come atteso da tempo e promesso anche da questa amministrazione.

Lorenzo Vendemiale

 

 

Con riferimento all’articolo “La camorra al Cardarelli usava dipendenti di Romeo” pubblicato ieri dal Fatto Quotidiano, Romeo Gestioni precisa di aver vinto la gara per le pulizie nell’Ospedale Cardarelli nel 2014 e per legge, le società che subentrano ad altre in quel tipo di appalti devono assumere in toto il personale già operante, e quindi era obbligata ad assumere il personale della precedente ditta, la Florida.

Dal 2014 l’azienda ha fatto infinite operazioni di monitoraggio e di controllo del proprio personale. E – ad oggi – non le è pervenuta alcuna informativa da parte dell’Autorità Giudiziaria che la mettesse in allerta o al corrente di pericoli di genere criminale sul suo personale.

Pertanto è sorprendente, sospetto e gravissimo il tempismo con cui viene lanciata una notizia per chiamare in causa e nei titoli la Romeo Gestioni su fatti di cronaca che non la riguardano. A memoria generale, sottolinea che per propria prassi di corretta gestione, nello specifico caso dell’appalto-Cardarelli, l’azienda ha effettuato nove esposti all’Autorità Giudiziaria – tra ottobre 2014 e aprile 2016 – sui possibili rischi di infiltrazioni criminali, che sono stati tutti, senza distinzioni, archiviati dalle stesse Autorità, tra cui Anac, Prefettura, Questura, Regione oltre al Cardarelli stesso, e oltre 400 provvedimenti di contestazione disciplinare interessanti circa 200 diversi dipendenti, che hanno dato luogo a 6 provvedimenti di ammonizione, 134 applicazioni di multe, 60 provvedimenti di sospensione dal lavoro, 10 provvedimenti di licenziamento, 6 trasferimenti in altri cantieri.

Ufficio Comunicazione Romeo Gestioni srl

Nuovi leader. L’incapacità di risolvere i problemi: oggi basta banalizzarli

Sono passati quarant’annidal crudele assassinio di Aldo Moro. Una figura politica di grande valore e un vero statista come, in quel tragico periodo storico della nostra Repubblica segnato dal terrorismo, lo sono stati Pertini, Berlinguer, La Malfa. Oggi, agli albori della Terza Repubblica, è avvilente verificare che i protagonisti sono Salvini, Di Maio, Renzi, sempre alla ribalta per i loro giochi nefandi e non certo per la qualità della loro politica.

È imbarazzante constatare nel loro agire l’assoluta mancanza di responsabilità civile e di etica istituzionale, per informazioni chiedere al presidente Mattarella: incapaci di qualsiasi analisi politica razionale, puntano esclusivamente a salvaguardare il proprio ego smisurato.

Certo, stiamo parlando di due epoche diverse, però il raffronto viene spontaneo, anche se il compito è arduo: non esiste alcuna correlazione, troppo netto il divario intellettuale e culturale che contraddistingue i leader in questione.

La differenza che determina l’essere uno statista oppure un politicante qualunque, emerge con evidenza quando si fanno scelte coraggiose tralasciando egoistici interessi di bottega, anche se ciò potrà comportare l’eventuale perdita di consenso elettorale. I veri statisti sono coloro che non decidono in base all’umore della piazza, ma vedono oltre e responsabilmente agiscono di conseguenza. Dove sono?

Silvano Lorenzon

 

Il governo è un’attività complessa per definizione, qualunque sia il livello in cui esso si esplica. La decisione, la scelta strategica, per essere adeguata deve essere ponderata. A me sembra che lo spirito del nostro tempo non dia più valore alla ponderazione, che è l’analisi dei costi e dei benefici di ogni singola azione: è una corsa d’istinto a superare le barriere del difficile con un doppio salto.

Ci penserà qualcun altro se la caduta sarà rovinosa. Il nostro tempo appare più veloce di quel che era, e i leader attuali pensano di tenerlo a bada, di gestire cioè le loro decisioni o soltanto le loro opinioni, offrendo sempre una presa di posizione istantanea. Succede così che ogni problema invece che risolto venga banalizzato, estremizzando le soluzioni e offrendole temerariamente come possibili e certe.

Antonello Caporale