Basta “Province”, Facciamo i cantoni

Cento fantasmi si aggirano per l’Italia: le Province. Che andassero abolite lo sosteneva Licio Gelli e poi altri padri della patria, insistendo su questa indispensabile (per loro) misura di risparmio. Quanto fosse il risparmio non fu dato sapere fino alla lettera del Ragioniere Generale dello Stato (28 ottobre 2014) da cui risulta che “i risparmi di spesa che deriverebbero dall’abolizione delle Province non sono quantificabili” dato che “le funzioni svolte dovranno essere riallocate ad altri livelli di governo”.

Eppure la legge Delrio (2014), dando per scontata l’approvazione della riforma costituzionale Renzi-Boschi, già aboliva le Province, determinando l’attuale mostruosità giuridica, secondo cui le Province esistono, perché lo dice l’art. 114 della Costituzione vigente, e non esistono, perché così fantasticavano Renzi, Boschi e Delrio. Oggi le Province sono “enti di secondo livello” governati da un presidente (il sindaco del capoluogo) con un’assemblea di sindaci e consiglieri comunali. La riforma Delrio (una sorta di eiaculatio praecox in attesa della riforma costituzionale poi abortita) prefigurava a livello locale lo stesso meccanismo di cooptazione, senza elezione diretta, previsto per il nuovo Senato, ma è rimasta in piedi anche dopo la solenne bocciatura di quel modello istituzionale. Risultato: non sono state abolite le Province, bensì gli elettori delle Province, cioè i cittadini. Per giunta restano al loro posto i prefetti (uno per ogni Provincia), che rappresentano il governo centrale. Anzi la legge Madia ne accresce enormemente i poteri, per esempio ponendo alla “dipendenza funzionale dai prefetti” le Soprintendenze preposte alla tutela del paesaggio e dei beni culturali. Insomma, nelle Province manca un organo di governo eletto dal popolo, ma si è rafforzata l’autorità del governo centrale.

Ma le Province sono state veramente abolite? C’è da dubitarne. Due restano in piedi con identico nome (Trento e Bolzano), una (Aosta) continua a coincidere con la Regione, dieci cambiano etichetta diventando altrettante Città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Roma, Napoli e Reggio Calabria), a cui le leggi regionali ne aggiungono altre cinque (Palermo, Catania, Messina, Cagliari, e ora Trieste). In Sicilia le Province sopravvivono travestite da “liberi consorzi”, in Friuli sono ribattezzate Uti (Unioni territoriali intercomunali), mentre le cinque Province della Sardegna sono state recentemente riordinate (2017), e in tre diverse regioni si sono riciclate alcune Province chiamandole “montane” (Belluno, Sondrio, Verbano). Su 106 Province, ne sussistono di fatto 34 (il 32% del totale), mentre il caos nel trasferimento di personale e competenze sta avendo pesanti conseguenze sui servizi pubblici (scuole, musei, biblioteche), anche secondo la Corte dei Conti. Tale disastro istituzionale, coperto nella legge Delrio dalla giaculatoria “in attesa della riforma del Titolo V della Costituzione”, ha nella Carta vigente un solo tenue appoggio, la menzione delle Città metropolitane nell’art. 114 secondo la riforma del 2001. Pessima idea di una pessima riforma, il concetto di “città metropolitana” par fatto apposta per promuovere l’espansione a macchia d’olio delle città, l’urban sprawl che devasta aree preziosissime come la Pianura Padana o la Campania.

Eppure, se l’idea di abolire le Province ha avuto una sua popolarità una ragione c’è. La sottoarticolazione territoriale in Regioni e Province non ha mai funzionato bene, anzi ha creato a livello regionale potentati locali e mini-stati, come testimonia l’impropria etichetta di “governatore” prelevata di peso dal federalismo americano. Forse una riforma istituzionale ci vorrebbe davvero, e dovrebbe partire dalla Costituzione, che ovviamente può e anzi talvolta deve essere cambiata, ma un pezzo per volta e non all’ingrosso come usa in casa Renzi-Boschi. Questa riforma (proviamo a ragionarne come se questo Paese avesse un governo, come se vi fosse qualcuno che traguarda verso il futuro non solo in termini di alleanze) dovrebbe cominciare con l’abolire la distinzione fra le Regioni a statuto ordinario e quelle a statuto speciale. Ma dovrebbe ripensare alla radice l’assetto territoriale, sostituendo alla doppia articolazione Regioni-Province un’unica suddivisione in entità intermedie fra Stato e Comuni, e rivedendone le competenze attraverso una sapiente comparazione fra gli statuti delle Regioni alla luce della giurisprudenza costituzionale. Si potrebbero conseguire due risultati importanti: rilanciare il rapporto fra cittadini e territorio rivedendo confini, nomi e natura delle nostre “piccole patrie”. E rimescolare le carte delle sclerotizzate manovre politiche a orizzonte regionale, inaugurando una fase in cui i cittadini ripensino il destino dei territori a partire dai loro problemi e non dalle clientele di partito.

Il numero di queste nuove entità dovrebbe essere a metà fra Regioni e Province, intorno a quaranta. In alcuni casi (Aosta, Bolzano, Trento) esse potrebbero coincidere con le attuali Province. In altri, potrebbero essere “ritagliate” secondo criteri storici o geografici, con riferimento ad antiche ripartizioni d’area di cui l’Italia abbonda, per esempio Romagna, Casentino, Cadore, Marca Trevigiana, Polesine, Maremma, Sila. Nuove aggregazioni di cui si è spesso parlato, come l’ipotesi Lunezia che sommerebbe Parma, La Spezia e Massa-Carrara. Entità raccolte intorno ad antiche città-Stato, da Mantova a Siena a Lucca. In una fase di discussione e progettazione, che dovrebbe coinvolgere i cittadini, si potrebbe ad esempio sostituire alla “città metropolitana” di Catania, etichetta che invita all’urbanizzazione sfrenata, un “Comprensorio dell’Etna”, che suggerisce il rispetto del paesaggio. “Comprensorio” potrebbe essere appunto il nome di queste nuove entità, ma la nostra storia offre numerose alternative (circondario, circoscrizione, cantone…).

Sarà sognar troppo in un Paese che nemmeno sa darsi una legge elettorale decente, per non dire di un governo? Ma annotiamole, questa e altre fantasie o messaggi in bottiglia. Chissà che non aiutino a pensare, e che un giorno o l’altro non vengano buone.

Il grande accusatore di Weinstein si dimette dopo le denunce di 4 donne

Il procuratore generale di New York, Eric Schneiderman, 63 anni, si è dimesso dopo che quattro donne lo hanno accusato di aggressione e abusi. Democratico e strenuo oppositore di Donald Trump, di cui ha contestato varie misure tra cui su clima e immigrazione, Schneiderman è noto per la dura posizione presa nei confronti del produttore hollywoodiano Harvey Weinstein, accusato da decine di donne di violenze sessuali, e a favore del movimento #MeToo. Schneiderman è stato al centro del caso Weinstein, prendendo forte posizione contro le violenze sessuali denunciate da oltre cento donne e affermando di non aver mai visto “nulla di così spregevole”. A febbraio, il procuratore aveva fatto causa alla Weinstein Company per non aver protetto i suoi dipendenti da anni di presunti abusi sessuali, nonostante le molte lamentele ricevute. Ieri ha prima spiegato che i rapporti erano consenzienti, poi ha annunciato le dimissioni. Due accusatrici hanno parlato al New Yorker ‘on the record’, Michelle Manning Barish e Tanya Selvaratnam, raccontando di essere state strozzate e picchiate ripetutamente da Schneiderman, sempre senza il loro consenso e mentre avevano relazioni sentimentali con lui.

L’ora esatta in cui Regeni fu preso nella metro

Gli 11 minuti che spostano le lancette degli ultimi battiti di libertà di Giulio Regeni al Cairo. Si è sempre sostenuto che fossero le 19 e 41 del 25 gennaio 2016 quando Regeni e il suo cellulare escono dai radar dell’inchiesta sul suo rapimento, sulle torture subìte e sull’assassinio. In realtà il tempo si allunga alle 19 e 52, un tempo in cui il nostro connazionale potrebbe aver coperto la maggior parte del percorso a bordo della metropolitana, dove, tra l’altro, la linea internet di cellulari e smartphone funziona abbastanza bene. Martedì la nostra Procura arriverà al Cairo per incontrare i colleghi egiziani, sicura di ricevere qualcosa di concreto, altrimenti non sarebbe neppure salita sulla scaletta dell’aereo.

Per concreto si intende il contenuto delle telecamere interne della metropolitana cairota. Gli avvocati della famiglia Regeni, specie quelli dell’Ecrf, l’organizzazione che la segue sul posto, hanno chiesto per oltre un anno le immagini al procuratore Nabil Sadek. Quando si pensava che del registrato non ci fosse più traccia, ecco l’annuncio dell’altroieri. I tecnici, esperti chiamati dalla Germania e dalla Russia, dovrebbero aver recuperato la registrazione di quei minuti, decisivi per la sorte dell’inchiesta. L’entourage dei Regeni ha alcune certezze: Giulio è entrato nella metro di el-Bahoos, quartiere di Doqqi, a meno di 300 passi da casa sua. Abbiamo percorso quel tratto sulle rotaie, calcolando i minuti trascorsi dalla chiusura delle porte fino a Naguib: poco meno di un quarto d’ora. Con ogni probabilità, dal profondo dei sotterranei Regeni è uscito già accompagnato dai suoi aguzzini che potrebbero averlo agganciato appena due passi fuori dal convoglio, magari, apparentemente, per un normale controllo documentale. Controllo, al contrario, finalizzato ad avvicinare l’obiettivo da far sparire. Se dal sistema di videosorveglianza interna della Cairo Metro emergesse che Giulio è uscito dalla stazione di Mohamed Naguib (quella precedente di Sadat, in piazza Tahrir, la sera del 25 gennaio era chiusa per motivi di sicurezza in occasione del 5° anniversario della rivoluzione) con le sue gambe, le immagini servirebbero solo a spostare il momento e il luogo della sua sparizione. Un’eventualità difficile.

Chi conosce il Cairo sa che all’esterno di Mohamed Naguib c’è un enorme movimento di mezzi e di persone, siamo su una piazza molto frequentata e la strada verso Tahrir, Bab al-Louq o Talaat Harb è affollatissima, specie di sera. Impossibile che nessuno si sia accorto del prelievo di una persona in mezzo a così tanta gente.

Trump: “Iran bugiardo” stop all’intesa atomica

Da ieri sera, il mondo è un posto un po’ meno sicuro. Trump ha annunciato la decisione di uscire dall’accordo sul nucleare con l’Iran e di reintrodurre, inasprendole, le sanzioni contro Teheran. Il presidente Usa ha avvertito: “Tutti i Paesi che aiuteranno l’Iran sul nucleare subiranno le sanzioni”. Il ministero del Tesoro ha precisato che la reintroduzione delle sanzioni sarà effettiva in due stadi, tra 90 e 180 giorni.

In un discorsetto apodittico di neppure 10 minuti, inanellando affermazioni gratuite, se non false, Trump ha accusato Teheran di finanziare e alimentare il terrore, di esportare “missili pericolosi”, di non rispettare l’intesa (un accordo “orribile”, “disastroso”, “imbarazzante”, che “non doveva essere firmato” e che non fa nulla “per fermare l’attività destabilizzante”): “Abbiamo prove sicure che il regime iraniano ha cercato, per tutta la sua storia, di dotarsi dell’arma atomica” – prove date una settimana fa dal premier israeliano Netanyahu e già screditate.

Per il presidente, si poteva raggiungere “facilmente un’intesa costruttiva, ma ciò non è stato fatto” – colpa, ovviamente della passata Amministrazione Obama: gli Usa , ora, “non saranno ostaggio del ricatto nucleare iraniano”. La tesi dell’Amministrazione Trump, contestata dagli altri firmatari europei, è che l’accordo non funziona. Mentre c’è speranza che vada a buon fine il negoziato con la Corea del Nord, dove si sta recando il segretario di Stato Mike Pompeo, con il compito di preparare gli incontri di Trump con Moon il 22 a Washington e con Kim a giugno a Singapore.

Sull’Iran, Trump non dà ascolto a nessuno: non agli europei, che sono andati in processione a dirgli di non uscire dall’intesa, ma ha orecchie solo per i suoi amici e partner d’affari nella regione, Israele e Arabia saudita. Israele percepisce una minaccia per la presenza di milizie iraniane ai suoi confini in Libano e Siria – ieri sera, sono stati aperti i rifugi sulle alture, dopo che erano state notate attività militari anomale, ed è iniziato il richiamo di riservisti -; e l’Arabia saudita mira all’egemonia regionale, sullo sfondo del perenne contrasto tra sunniti e sciiti. Da Gerusalemme e Riad vengono gli unici echi positivi.

L’accordo nucleare venne concluso nell’autunno 2015 tra l’Iran e i 5 Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, le potenze nucleari ‘legittime’, Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina, più la Germania. Negli ultimi dieci giorni, i leader di Francia, Germania e Gran Bretagna sono andati a Washington per chiedere a Trump di non denunciare l’intesa. Ieri mattina, prima dell’annuncio, Trump ha fatto loro qualche telefonata. E sempre ieri, a Bruxelles, ci sono stati consulti di Ue, Francia, Germania e Gran Bretagna con una delegazione iraniana; e, poi, una tele-conferenza tra Macron, Merkel e May. L’Ue e i tre Paesi firmatari ribadiscono “il sostegno all’attuazione dell’accordo da parte di tutti”; “l’intesa funziona ed è basato sui fatti”. Per Mosca, la situazione grave, ma accordo resta.

Gli iraniani confermano di volere continuare a rispettare l’accordo, se gli altri contraenti lo faranno, ma si tengono pronti a riprendere l’arricchimento dell’uranio; e i Pasdaran si dicono preparati a fare fronte “agli scenari più pericolosi”.

“Non ho neanche i pezzi di mio figlio per il funerale”

Pochi giorni fa si è celebrato il funerale di Pamela Mastropietro. Sono stati seppelliti i suoi resti, ma i titoli a effetto sullo scempio che si è fatto del suo corpo continuano a campeggiare. “Massacrata”, “Fatta a pezzi”, “Smembrata”, “Mutilata” da orchi, mostri, macellai, nigeriani. Poi c’è la storia del 25enne napoletano Vincenzo Ruggiero, che come Pamela è stato ammazzato e fatto a pezzi, ma è una storia che non è da tifo e schieramenti e quindi è finita nello sgabuzzino di quelle buone solo per qualche talk televisivo. Perché non solo l’assassino di Vincenzo era italiano – mica uno straniero brutto e cattivo – ma pure un ex ufficiale della Marina. Ed era gay, come la vittima, per cui non c’è politica, non c’è immedesimazione, non c’è spiraglio per la demagogia da bar. La mamma di Vincenzo ha scritto un post su Facebook spiegando che a quasi un anno dall’omicidio del figlio le indagini non sono ancora concluse. Che la testa e l’avambraccio del figlio non sono stati individuati e che se va avanti così “dovrò fare i funerali in due puntate”.

Vincenzo, a detta di tutti, era un bravo ragazzo. All’epoca dei fatti, viveva a casa della trans Heven Grimaldi, sua cara amica, che lo ospitava. Heven aveva un fidanzato, Ciro Guarente, con cui attraversava un periodo burrascoso e che provava una grande gelosia verso Vincenzo. Il 7 luglio 2017, Ciro attese Vincenzo nella casa di Aversa della sua fidanzata, che era fuori, lo uccise con due colpi di pistola, trasportò il corpo in un garage affittato poco tempo prima e qui lo fece a pezzi per poi scioglierlo parzialmente nell’acido. Oggi Ciro è in galera (lo hanno incastrato delle telecamere di sorveglianza mentre caricava il corpo in auto) ed è stato individuato il complice che gli ha procurato la pistola. Il processo, a dieci mesi dall’assassinio, non è ancora iniziato. “Vorrei fare il funerale a mio figlio per intero, chiedo solo questo, oltre all’inizio di un processo”, mi dice la signora Maria Esposito, mamma di Vincenzo.

Quali sono gli intoppi?

Ciro ha tagliato il corpo di mio figlio che era alto 1 metro e 87, l’ha in parte sciolto nell’acido, infilato in un pozzetto largo 36 centimetri e ricoperto con della spazzatura, della calce e pietre mischiate a cemento. Quando è stato individuato il pozzetto, è stato preso a picconate. Ci sono 50 sacchi da cui sono stati ricavati una novantina di frammenti grandi quanto un’unghia che dovrebbero essere le parti del corpo mancanti, ma io attendo da mesi gli esami del Dna.

Potrebbe celebrare i funerali di Vincenzo?

Sì. Mi hanno suggerito di farli, ma poi quando avrò tutti i resti del corpo cosa faccio? Dovrei farli smaltire come rifiuti speciali, non ci penso proprio.

Ciro è stato collaborativo in carcere?

Per nulla. Io sono convinta che abbia avuto complici nell’occultamento del cadavere, ma non parla.

Le ha fatto arrivare qualche messaggio?

Ho ottenuto di fargli sequestrare i beni, mi è arrivata una lettera del suo avvocato in cui mi si garantiva che Ciro avrebbe venduto un appartamento per darmi soldi, ma io che me ne faccio se non mi dice tutta la verità?

Lei aveva conosciuto Ciro prima dell’omicidio?

No, ma venne a casa mia con Heven quando cercavamo Vincenzo, dopo quattro giorni che lui lo aveva ammazzato. Mi diceva che era sicuramente scappato con qualcuno coi soldi. Non mi piacque a pelle, ma mai avrei pensato che fosse l’assassino.

Invece conosceva Heven?

Sì, e sebbene non abbia ucciso Vincenzo, la ritengo la causa di quel che è successo. Sapeva quanto Ciro odiasse Vincenzo, non doveva metterlo in condizione di fargli male.

Lei e Ciro si erano lasciati.

No, continuavano a frequentarsi e chiamarsi. Non si deve presentare al funerale di Vincenzo, non ce la voglio.

Le ha fatto male la voce secondo la quale Vincenzo stava da Heven perché lei e suo marito non accettavate la sua omosessualità?

Certo, perché non era vero. Io ho capito prestissimo che mio figlio era gay, Vincenzo era così gentile, così sensibile, era così attento al suo aspetto. Poi un giorno un ragazzo mi disse che voleva fidanzarsi con mio figlio davanti a Vincenzo. Io gli dissi che non lo doveva chiedere a me, ma a lui e Vincenzo mi baciò. Quello fu il modo in cui me lo disse.

E suo marito?

Portai mio marito in discoteca con Vincenzo, per fargli capire che non c’era nulla di strano nella sua vita. Aveva accettato tutto.

Lei ha altri tre figli, come stanno?

Uno dei maschi ha perso otto chili, la femmina soffre di tachicardia, erano tutti legatissimi a Vincenzo. Mio marito sta male, non si rassegna all’idea che sia stato ucciso per un motivo così futile, ma io temo di no, era solo gelosia mista a invidia.

Cosa chiede a dieci mesi dalla morte di Vincenzo?

Di avere finalmente mio figlio per intero. E l’inizio del processo. Mi dicono che Ciro chiederà il rito abbreviato, spero che non abbia sconti di pena. Se gli danno 30 anni, uscirà che io ne avrò 84. Mi auguro di esserci, per sapere che se li è fatti tutti.

L’intervista si chiude, poi la signora Esposito richiama e chiede di aggiungere questo messaggio per Ciro, sperando che lo legga in carcere: “Ti auguro una vita lunghissima, ma piena di sofferenze”. Lei non chiuderà la bara fino a che non le verrà restituito l’ultimo frammento del corpo di Vincenzo, anche il più piccolo, finito tra polvere e ghiaia, in cinquanta sacchi neri.

 

 

Gladio-Br, la fuga di notizie e lo Stato “contro Moro”

Il rapimento di Aldo Moro ha avuto due dimensioni: la prima relativa alla gestione del prigioniero che seguì le procedure di un normale sequestro di persona; la seconda, di carattere spionistico-informativo, funzionale a raccogliere il maggior numero possibile di dati sensibili sulla sicurezza interna dell’Italia e quella atlantica, oltre, ovviamente, a notizie sulle stragi e sugli scandali, che avevano caratterizzato la vita politica nazionale negli ultimi trent’anni. A drammatizzare la situazione concorse il 29 settembre 1978, dopo la parallela consegna delle lettere di Moro al suo collaboratore Nicola Rana e a Francesco Cossiga, il fatto che le Brigate rosse vollero creare le condizioni per istituire un canale di ritorno da dentro a fuori la prigione e si impegnarono a tutelarne il segreto. Non abbiamo la certezza che questo canale di ritorno abbia funzionato, ma sicuramente l’antiterrorismo lo temette e lo stesso Moro era convinto nelle sue lettere che fosse attivo.

Dalla sera del 29 marzo 1978, l’antiterrorismo si preoccupò in particolare di due aspetti. Anzitutto, di abbassare l’attendibilità dell’ostaggio avviando una spietata campagna di denigrazione della sua persona giudicata drogata, matta o in preda alla sindrome di Stoccolma e priva di qualsiasi informazione sensibile. Naturalmente, come in seguito lo stesso ministro Francesco Cossiga ammise e il vicedirettore del Sismi Fulvio Martini ribadì, si trattò di un comune espediente di controinformazione con l’obiettivo di sminuire il valore del prigioniero e dunque di depotenziare il ricatto brigatista. La seconda strada fu quella di provare a intercettare le lettere del prigioniero combattendo una guerra senza quartiere con la magistratura e con gli stessi familiari e collaboratori di Moro. Il timore era che l’esistenza di una nuova lettera, sfuggita a ogni controllo e giunta a destinazione, potesse stabilire un altro canale di comunicazione, quello effettivo, ancora più riservato del precedente, ma completamente autonomo.

Il punto strategico era che nella prigione si era aperta una falla informativa che andava chiusa. Il solo sospetto che fosse attiva rendeva la dimensione spionistico-informativa del sequestro un’incognita incontrollabile perché l’anomalia della vicenda italiana risiedeva nel fatto che un ex presidente del Consiglio e futuro capo di Stato non era stato ucciso, come tante volte avvenuto nella storia, ma preso in ostaggio, un evento questo eccezionale, e per di più sottoposto a un interrogatorio dalla durata indefinita e dalle modalità e finalità sconosciute.

Sul piano della sicurezza internazionale, l’aspetto principale riguardò l’esistenza della struttura “Stay-behind”, un’organizzazione atlantica allora segreta attiva in tutta Europa e in Italia denominata Gladio. Le sue attività nel 1978 erano conosciute soltanto a pochi vertici militari e politici informati soltanto dopo avere raggiunto un determinato livello di carriera o di responsabilità istituzionale. Il tema entrò frontalmente in gioco il 10 aprile quando le Brigate rosse decisero di rendere pubblica la parte degli interrogatori di Moro, il cosiddetto “memoriale”, dedicata a Paolo Emilio Taviani. I giornali allora posero l’accento sulla stranezza del coinvolgimento da parte di Moro di questa personalità ormai defilata dalla vita pubblica attiva, ma non potevano sapere che egli era stato l’istitutore, il garante e il responsabile politico di Gladio in Italia dalla metà degli anni Cinquanta in poi. Non è difficile immaginare con quale preoccupazione pochi e selezionati interlocutori italiani ed esteri accolsero la notizia che le Brigate rosse, mediante Moro, avessero preso di mira proprio questa figura. Riguardo a Gladio esistono due episodi che provano come la questione fosse centrale. Il primo è un furibondo scontro, che in quei giorni vide opporsi il ministro della Difesa Attilio Ruffini e il vicecapo del Sismi Martini quando quest’ultimo si accorse che dalla cassaforte del ministero erano scomparsi dei documenti segreti che sarebbero riapparsi al loro posto soltanto nel luglio 1980. L’allora responsabile militare di Gladio, il generale Paolo Inzerilli, negli anni Novanta, ha testimoniato che nella documentazione sparita e da lui redatta “c’erano tutti i segreti della struttura supersegreta della Nato Stay-behind”, un dossier “che conteneva segreti di enorme importanza, allora a conoscenza di pochi eletti”.

Questo episodio, se non dimostra che quei documenti entrarono nella disponibilità delle Brigate rosse, rivela però che le massime autorità dello Stato lo sospettarono fortemente e si regolarono di conseguenza. Tra l’altro, i sequestratori si mostrarono interessati a questi temi, prova ne sia che, tra le carte trovate in via Monte Nevoso nell’ottobre 1978, si rinvenne un dattiloscritto di 17 fogli riflettente la strutturazione e la consistenza delle forze Nato a livello europeo.

Il secondo episodio riguarda la formula utilizzata nel 1990 da un anonimo archivista della Digos di Roma che, per catalogare dei materiali ritrovati in via Monte Nevoso nell’ottobre di quell’anno, ritenne ragionevole scrivere “Sequestro Moro. Via Montenevoso. Elenchi appartenenti organizzazione Gladio”. In questo faldone i nomi in ordine alfabetico degli aderenti alla struttura si trovavano su dodici pagine che recavano l’eloquente intestazione dattiloscritta “Moroelenco”. Un appunto manoscritto del 2 gennaio 1991 collegato al faldone recitava “Fare Cr (n.b. cartellini di riferimento) per tutti i nominativi, comprese le date di nascita, al fascicolo “Sequestro Moro via Montenevoso elenchi”. L’originale del fascicolo, classificato “segretissimo” si trova in cassaforte (inserire anche questa annotazione)”. Tali documenti lasciano supporre che in via Monte Nevoso siano stati recuperati anche degli elenchi di gladiatori entrati in possesso delle Brigate rosse durante il rapimento.

L’apertura della falla informativa si registrò il 29 marzo 1978; il 1° aprile il dipartimento di Stato statunitense autorizzò la missione in Italia del consulente Steve Pieczenik, il quale atterrò a Roma il 3 aprile trovando alloggio presso l’hotel Excelsior, lo stesso in cui risiedeva il piduista Licio Gelli quando si trovava nella capitale che quindi poteva agevolmente informare sull’andamento delle indagini. Il 15 aprile i brigatisti dichiararono che l’interrogatorio di Moro era terminato e l’ostaggio condannato a morte. Lo stesso giorno Pieczenik rientrò negli Stati Uniti dopo meno di due settimane di missione.

Gli estremi cronologici della sua missione rivelano che, intorno al 15 aprile, l’antiterrorismo ritenne di essere riuscito a chiudere la falla informativa che sospettava si fosse aperta il 29 marzo, almeno per l’aspetto concernente la sfera atlantica. Iniziò allora una seconda fase del sequestro Moro, in cui la partita non riguardò più la dimensione spionistica dell’operazione, ma la gestione dell’ostaggio. Questo secondo periodo si concluse, il 9 maggio di quarant’anni fa, con la morte del prigioniero e la scomparsa degli originali dei suoi scritti, proprio quando Moro riteneva di essere giunto a un passo dalla liberazione, attesa nelle stesse ore anche da Paolo VI e dai suoi principali collaboratori.

(9/continua)

Diritti tv, l’ennesima sfida oggi si gioca anche in tribunale

È atteso per oggi il verdetto del Tribunale di Milano sul bando per i diritti tv della Serie A pubblicato da MediaPro e sospeso dai giudici, dopo il ricorso di Sky. Il colosso di Murdoch contesta l’assenza del minimo di base d’asta (previsto anche dalla Legge Melandri) e la presenza di prodotti preconfenzionati con tanto di telecronache e raccolta pubblicitaria autonoma, con cui gli spagnoli agirebbero da veri editori e non da semplici intermediari come previsto dall’Antitrust. Due le possibilità per il giudice Claudio Marangoni: revocare la sospensione (così il bando tornerebbe operativo e le emittenti dovranno fare le loro offerte), oppure confermarla. In questo caso molto dipenderà dalle motivazioni, che potrebbero imporre solo piccoli ritocchi o modifiche sostanziali. La Lega calcio attende col fiato sospeso, e ha concesso a MediaPro 15 giorni per depositare la fideiussione che gli spagnoli hanno congelato dopo la sospensione del bando. La prossima assemblea è fissata per il 22 maggio e sarà decisiva, in un senso o nell’altro.

Figc per una volta unita: contro Malagò

Con un contropiede fulminante il mondo del pallone prova a riconquistare l’indipendenza e a liberarsi di Giovanni Malagò. Il commissariamento della Figc guidato dal braccio destro Roberto Fabbricini non ha concluso nulla, tra rese dei conti interne e un paio di provvedimenti autoritari sgraditi a tutti.

Così le componenti si sono riorganizzate per convocare l’assemblea elettiva e tornare al voto già in estate. Le firme ci sono, manca il nome del nuovo presidente e non è cosa da poco: si parla di Giancarlo Abete, già n. 1 prima di Tavecchio, legato al passato ma stimato (unico a dimettersi dopo i Mondiali 2014); la new entry è Vito Cozzoli, ex capo di gabinetto del Ministero dello Sviluppo, avvocato che conosce i palazzi della politica e pure quelli del pallone (già componente della Commissione licenze Uefa della Figc), ma i veti incrociati sono già ripartiti. Per questo non si possono escludere Demetrio Albertini (sostenuto dai calciatori), o altre carte coperte (magari una donna).

Malagò ha comunque fatto un miracolo, ricompattando i dirigenti che a gennaio avevano fatto saltare le elezioni e neanche si rivolgevano più la parola. I protagonisti sono Cosimo Sibilia, capo dei Dilettanti, che contano per il 34% e si sono visti scippare il calcio femminile, e Gabriele Gravina della Lega Pro. Ma ieri a Roma c’erano pure i calciatori di Tommasi e gli arbitri di Nicchi a cui il Coni ha tolto il diritto di voto.

Oltre agli allenatori di Ulivieri, mancano Serie A e B, ma la manovra ha l’appoggio di vari club, come dimostra la benedizione di Urbano Cairo: “Questi commissariamenti non sono mai portatori di cose positive”. Il Coni nel calcio non lo vuole più nessuno, l’unico ostacolo è trovare il candidato giusto che metta tutti d’accordo: oggi si cercherà l’intesa decisiva. Fabbricini potrebbe scovare dei cavilli per resistere, ma con un numero di firme molto alto (si parla dell’80% dei consensi) non gli resterà che farsi da parte. Malagò, convinto di essersi impadronito del pallone, rischia di rimanere beffato, la sua rivoluzione rinviata. Persino la nomina del nuovo ct della nazionale può essere in discussione: Fabbricini e Costacurta hanno l’accordo con Roberto Mancini e sono pronti alla firma (Zenit permettendo), ma le componenti chiederanno di aspettare, per “non impegnare la Figc su una scelta che spetta al nuovo presidente”.

Calcio Carnevali: business, Sassuolo e l’asse con Marotta

Apensar male, nel pallone italiano, si racconta la carriera di Giovanni Carnevali, proprietario di quattro aziende di marketing sportivo e direttore generale del Sassuolo di Giorgio Squinzi. Capelli fluenti, mascella volitiva, esteta del calcio (affari, non schemi): Carnevali, chi era costui? No, forse è poco, troppo poco. Banale, suvvia. Carnevali è tante cose, tante facce, tante poltrone. E un legame solido con radici piantate da trent’anni con Giuseppe detto “Beppe” Marotta, il capo della Juventus. Quello che compra e cede calciatori, li prende in prestito, li opziona per il futuro, li fa svezzare o svernare un po’ di qua e un po’ di là.

Ai tempi di Monza, Ravenna e poi Como, tra gli Ottanta e Novanta – la stagione che trascina il campionato dall’epica di Sandro Ciotti al denaro gonfiato con le televisioni – Marotta allestiva squadre e Carnevali vendeva magliette. Beppe non ha smesso, e adesso sta per celebrare il settimo scudetto di fila. Giovanni ha compiuto un giro più largo e ancora più proficuo. Ha fondato la Master Group Sport, l’ha declinata di recente con la Master Group Media e l’ha ampliata con la Star Biz e la Believent: organizza eventi per palle di ogni genere e ogni federazione, pure la pallavolo femminile, raduna sponsor, fa brillare i marchi (pardon, i brand) sui cartelloni, ingaggia ex calciatori e cantanti, organizza cerimonie sportive e fattura oltre 12 milioni di euro.

Con un anno di servigi al marketing, Master Group ha ammaliato la famiglia Squinzi e così il patron di Mapei nonché ex presidente di Confindustria, ormai quattro anni fa, gli ha consegnato la totale gestione del Sassuolo. E l’amicizia con Marotta, sempre sincera, riconosciuta con orgoglio da Giovanni, di quelle amicizie che s’alimentano in luoghi pubblici e privati, l’ha spinto un po’ nei meandri del dietrologismo, chissà degli imbarazzi, di certo dei sospetti dei tifosi, degli addetti ai lavori e ai livori. E poi le coincidenze, maledette coincidenze, non aiutano, non salvano Carnevali. Ronzano le domande, ronzano parecchio, in questi ambienti saturi di mostri più o meno reali. Non soltanto perché Marotta ha assunto la figlia di Giovanni al marketing della Juve, per emulare – che male c’è? – le imprese di papà. Non soltanto perché Carnevali è il testimone di nozze di Beppe. Non soltanto perché per tanti giocatori gli spogliatoi di Juventus e Sassuolo s’assomigliano: tra chi saluta e ritorna, è un affollato andirivieni fra bianconeri e neroverdi.

E ancora, per concludere l’estenuante e magari pretestuoso elenco, l’ultima coincidenza si consuma stasera all’Olimpico di Roma. Per la quarta edizione consecutiva con la Juventus in finale di Coppa Italia, la Master Group Sport di Carnevali – per la quarta volta consecutiva – è titolare (leggiamo dagli annunci ufficiali) dei “diritti promo pubblicitari e delle attivitità di pubbliche relazioni”. Più prosaicamente: Carnevali è il tramite che gli sponsor – tra cui la Mapei di Squinzi – hanno arruolato con la Lega Calcio per far luccicare la Coppa, non proprio un pezzo attraente, davanti allo sguardo di milioni di spettatori/consumatori. Un servizio da mezzo milione di euro. Celebrata la funzione in campo, Master Group monta un palchetto ai piedi della tribuna vip, fa librare in volo centinaia di palloncini tricolori, fa lanciare l’Inno di Mameli e affida il trofeo al capitano dei vincitori. O la Juve o il Milan. Tra un paio di settimane, però, Carnevali non può sbagliare: per l’ennesimo campionato, Master Group organizza la festa allo stadio di Torino per lo scudetto di Buffon e compagni. Calma, niente mugugni. Il baldacchino per il tricolore è un’invenzione di Master Group da un decennio. Il dirigente più esposto di una squadra di Serie A può lavorare per la Lega che rappresenta anche il Sassuolo e per la Figc che rappresenta anche la Lega e dunque anche il Sassuolo? Qui o c’è un odorino di conflitto di interessi o c’è una gigantesca coincidenza. Con Carnevali si propende per la seconda ipotesi. Master Group è il plenipotenziario dell’immagine della Lega pallavolo femminile. Dov’è la sede della Lega? Nello stesso palazzo milanese di Master Group Sport. Vabbè, coincidenze.

Il sindaco di Nettuno ricorre al Tar contro il “metodo Marino”

La telenoveladella Giunta grillina di Nettuno, grosso Comune vicino Roma, rischia di allungarsi assai e con un clamoroso colpo di scena. Il sindaco M5S Angelo Casto era infatti stato disarcionato col “metodo Marino”, cioè le dimissioni in massa dei consiglieri dal notaio (13 di cui 4 di eletti coi 5 Stelle in questo caso) con cui Pd e opposizioni fecero fuori l’allora sindaco di Roma: secondo lui e i suoi legali, però, in quegli atti ci sarebbero errori, imprecisioni e vizi formali rispetto a quanto previsto dal Testo unico degli enti locali per la procedura “Marino”.

Casto sta dunque per presentare un ricorso al Tar che potrebbe rovesciare del tutto la vicenda: se fosse accolto, infatti, lui tornerebbe sindaco, ma senza che non cancelli le dimissioni dei 13 consiglieri comunali, i quali – a quel punto – andrebbero “surrogati” (cioè sostituiti) dai primi dei non eletti delle rispettive liste. Insomma, se il ricorso avrà buon fine, Casto (di lavoro vicequestore di polizia) tornerà sindaco e si sarà pure liberato dai “ribelli”. Il tutto con l’appoggio dei vertici nazionali del Movimento, che non hanno gradito il metodo dei “traditori” e li hanno deferiti ai probiviri.