Biden attacca Putin, ma si affida alla Cina per condurlo alla pace

La guerra in Ucraina altera le coordinate della diplomazia internazionale e avvicina Usa e Cina o, almeno, le induce a parlarsi: i presidenti Joe Biden e Xi Jinping avranno oggi un incontro virtuale sull’Ucraina. E si comprende ora che il lungo colloquio – otto ore – lunedì a Roma tra il consigliere della Sicurezza nazionale degli Stati Uniti Jake Sullivan e il responsabile Esteri del Pcc Yang Jiechi doveva soprattutto permettere di capire se un contatto al vertice poteva essere utile. Biden e Xi non si vedono, sia pure virtualmente, dallo scorso novembre. “Gli Usa sono preoccupati di un allineamento della Russia con la Cina”, aveva ammonito Sullivan, dopo l’incontro con Yang. Oggi, il comandante in capo Usa chiederà al leader cinese di non aiutare direttamente o indirettamente il Cremlino, e ne sollecitarà il sostegno per indurre il presidente Putin a una soluzione negoziale.

La Casa Bianca fa l’annuncio senza enfasi: “Biden parlerà con Xi nel quadro degli sforzi per tenere aperte le linee di comunicazione fra gli Stati Uniti e la Cina”. I due leader discuteranno “la gestione della concorrenza fra i due Paesi, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia “e altri temi”. È probabile che la questione di Taiwan sia posta: Pechino ha verso l’isola Stato una posizione analoga a quella di Mosca verso la Crimea e le auto-proclamate repubbliche separatiste del Donbass. A chiedere l’incontro – precisa Pechino – è stata Washington. Dai prodromi dell’invasione dell’Ucraina, gli Usa s’interrogano sull’atteggiamento della Cina, che, all’Onu, non s’è mai allineata con la Russia, ma ha sempre evitato di condannarla. Pechino ha spesso riconosciuto come fondate le preoccupazioni di sicurezza di Mosca, pur dichiarandosi favorevole al rispetto della sovranità ucraina; ha concluso accordi energetici con partner russi, ma ha negato di avere concordato forniture militari alle forze armate russe; e ha recentemente inviato aiuti umanitari all’Ucraina. Inoltre la Cina, la cui crescita economica trae vantaggi dalla pace, è contraria alla politica delle sanzioni e non vuole farsene coinvolgere né risentirne le conseguenze. Secondo l’Ap, nonostante l’invasione dell’Ucraina e la crisi in Europa, Biden ha appena deciso di andare avanti con un aggiustamento da tempo previsto della politica estera degli Stati Uniti chiamato pivot to Asia, ricentrando sulla Cina, considerato il maggiore interlocutore economico e militare, l’attenzione e le priorità. Con Xi, Biden non ha mai usato un linguaggio così aspro come con Putin, definito a suo tempo “assassino”, mercoledì “criminale di guerra” e ieri “un dittatore omicida, un puro criminale”; il che ha innescato l’inevitabile replica del Cremlino.: “Parole imperdonabili”. Stando ai sondaggi, l’opinione pubblica negli Stati Uniti condivide l’appoggio all’Ucraina, ma la popolarità di Biden non migliora, mentre perde colpi Donald Trump, che ha definito Putin “un genio” quando riconobbe le repubbliche del Donbass e “uno sveglio” quando invase l’Ucraina.

“Russi respinti, per ora abbiamo salvato Odessa”

Qui a Voznesensk, dove il vento freddo e tagliente del nord soffia senza sosta, c’è stata una battaglia cruciale per il sud dell’Ucraina, vinta dagli uomini della difesa territoriale coordinati dall’esercito. Il sindaco della città Yevheni Velichko è ancora molto soddisfatto e ride e scherza con i suoi uomini, persone che conosce sin da quando erano ragazzini. La vittoria è stata netta ed ha per adesso salvato Odessa e Mykolaiv dal fabbisogno energetico perché l’obiettivo dell’armata russa era quello di prendere Voznesensk per mettere le mani sulla preziosa centrale nucleare del Sud che dista dal centro solo trenta chilometri. Presa quella, il governo di Putin avrebbe ottenuto il coltello necessario da puntare alla gola di Odessa.

Nei giorni scorsi i primi lampi dei bombardamenti nella costa ad ovest di Odessa e gli avvistamenti satellitari indicano un possibile sbarco nell’area di Tyzla, dall’altra parte Mykolaiv resiste, ma le persone rimaste hanno bisogno di medicine e alimenti e sono disposti a fare lunghe code per ottenere gli aiuti ottenuti grazie al lavoro di migliaia di volontari accorsi da tutto il paese. A Nord, gli abitanti di Voznesensk hanno letteralmente cacciato i carri armati russi dai loro giardini, sparando anche con i propri fucili, perché sapevano che mentre il mondo guardava Kiev, loro ignorati da tutti stavano salvando il sud del paese a costi altissimi. Entrambi i ponti che sono diretti a sud, quello ferroviario e quello stradale sono stati fatti saltare. Se arrivi da Mykolaiv sei costretto a fare una mezz’ora di macchina in mezzo a strade minate per raggiungere il centro della città diviso da quattro metri di acqua. A Voznesensk sono isolati ma felici e oggi un imprenditore locale che da anni lavora con l’Italia dice persino: “Siamo ottimisti”. Il viaggio in questo avamposto del fronte meridionale era iniziato quando una collega fotografa mi aveva chiamato da Odessa: “Ho saputo che Voznesensk dove l’esercito russo è stato respinto sembra possibile arrivarci”. Ero a Mykolaiv, insieme a un collega giornalista della tv, a scattare immagini delle interminabili code per gli aiuti alimentari, lo avverto di questa cosa e in cinque minuti decidiamo di avviarci salendo la statale H-24 che collega Mykolaiv con Voznesensk. Non fidatevi dei fotografi che parlano sempre al singolare, nei territori di conflitto è tutto un chiamarsi e scriversi, oltre che muoversi insieme, sia per sicurezza sia per diversi motivi logistici; se siamo arrivati a destinazione è perchè abbiamo parlato tra noi. E ora a Voznesensk da una parte c’è la comunità che si unisce per respingere l’invasore, dall’altra c’è la testimonianza di una battaglia con i nemici uccisi. Undici corpi deposti in un vagone piombato sonostati adagiati nei loro sacchi di plastica. Indossano ancora le loro divise mimetiche e sembrano statue di cera. Sono i soldati russi caduti nell’assalto che è fallito. Il nemico respinto, quella figura che la popolazione chiama “gli orchi”. Il sindaco Velichko in piazza ride con i giornalisti arrivati a intervistarlo, disponibile con tutti a rilasciare dichiarazione e raccontare di questa straordinaria vittoria, ma nella stazione ferroviaria del suo paese ci sono quei ragazzi russi senza vita, l’altra parte della tragedia. Si può anche essere il nemico, ma dentro un vagone di piombo ci sono uomini che avevano una famiglia, e adesso si spera che saranno riconsegnati alla loro patria per una degna sepoltura. Questa è la guerra, quella vera, dove non ci sono trionfalismi, ma persone in carne e ossa che hanno bruciato la loro vita in un attimo. Un cellulare vibra e ti riporta alla realtà, il paese festeggia e tu così comprendi che fai parte dei fortunati, quelli ancora in vita.

Kiev: “10 giorni per la tregua”. Uccisi 21 civili vicino Kharkiv

Civili senza pace. Sono almeno 21 i morti – 25 i feriti – nell’attacco aereo russo avvenuto ieri a Merefa, la cittadina vicina a Kharkiv, nel nord-est dell’Ucraina, una delle aree dove l’avanzata russa è rallentata con più successo dalla resistenza ucraina. Secondo fonti locali una serie di missili hanno colpito una scuola e un centro culturale. Sul fronte diplomatico la notizia più importante la fornisce Kiev con il capo-negoziatore e consigliere del presidente Zelensky, Mikayl Podolyak: “Potrebbero volerci da dieci giorni a una settimana e mezzo per spianare le controversie nei negoziati con la Russia per un accordo di pace. Poi avvieremo i preparativi per un eventuale incontro tra i presidenti”. A fare da garanti per tale intesa, fa sapere la Turchia che si propone come luogo di incontro tra Zelensky e Putin, dovrebbero essere diversi Paesi, tra cui i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (compresa dunque la Russia), la stessa Turchia e la Germania. Tornando alla pressione sui civili, da Mariupol arrivano testimonianze di circa 130 persone estratte ancora vive dalle macerie del teatro colpito mercoledì nella città che è uno snodo strategico per l’avanzata russa a ovest della Crimea, ed è ormai allo stremo dopo settimane di assedio.

Per ora, dicono le autorità, non è possibile quantificare il numero delle vittime perché il Drama Theatre, diventato rifugio antiaereo, accoglieva fra 1.000 e 1.200 persone, in maggioranza donne, bambini e anziani. Secondo Lesia Vasylenko, la commissaria per i diritti del Parlamento ucraino, per il momento ci sarebbero conferme di feriti ma non di morti. Si continua a scavare a mani nude perché gli apparati di soccorso a Mariupol non esistono più. Sarebbero circa 30 mila le persone che sono riuscite a lasciare la città, mentre stime dell’amministrazione locale calcolano che almeno 350 mila siano ancora intrappolate sotto gli incessanti bombardamenti russi, senza cibo, elettricità, riscaldamento e medicine ormai da due settimane.

Il 90% degli edifici è stato distrutto, secondo la Bbc. I bombardamenti russi continuano anche nella città di Chernihiv, dove le vittime sarebbero 53 da mercoledì. Fra queste un cittadino americano come confermato da Washington. E secondo la polizia un bambino di due anni sarebbe morto nel bombardamento russo di Novi Petrivtsi, un villaggio ucraino a nord di Kyiv: quattro i feriti. Liberato invece, in cambio di 9 soldati russi, il sindaco di Melitopol Ivan Fedorov, che era stato preso prigioniero venerdi scorso. Sul piano della propaganda, ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha reiterato il messaggio del presidente Vladimir Putin, dicendo che “l’operazione militare in Ucraina porterà alla luce i traditori all’interno della Russia. In situazioni come questa, molte persone si rivelano come traditori. Alcuni lasciano i loro posti, altri lasciano il Paese. È così che sta avvenendo la purificazione”. Peskov ha però ribadito che la “stragrande maggioranza della popolazione” sostiene il presidente. Malgrado i toni risoluti di Putin, l’avanzata delle sue truppe procede con difficoltà; per gli Usa, i russi avrebbero perso almeno 7.000 combattenti, inclusi 4 generali, e il 10% degli equipaggiamenti. Scrive il Guardian che, secondo analisti occidentali, la situazione sul campo “fa dubitare che Mosca intenda sferrare un attacco deciso su Kiev”, visto che le truppe russe non sembrano fare progressi decisivi nel tentativo di accerchiare la città. Lo stallo dell’avanzata potrebbe favorire un compromesso negoziale, anche se nel suo ultimo messaggio lo stesso Putin ha usato toni aggressivi, parlando della possibilità che ‘il regime filo-nazista di Kiev’ potrebbe aver ‘messo le mani su armi di distruzione di massa”. I tecnici stanno lavorando alla bozza di un trattato di pace; secondo il ministro ucraino della Difesa, Oleksii Reznikov, nessun compromesso è possibile fino a che Mosca continua i bombardamenti.

Scemi di guerra

Dall’inizio della guerra i veri esperti, come Caracciolo, Mini e Orsini (che da oggi scriverà sul Fatto), spiegano che uno dei primi guai dell’Ucraina è l’enorme quantità di armi. Lo era già prima dell’aggressione russa. Lo è durante le ostilità (difficile distinguere gli obiettivi civili da quelli militari). E lo sarà vieppiù nei negoziati che – come molti, ma non tutti, sperano – potrebbero chiudere la guerra. Per paura di dare ragione a Putin (mission impossible), le nostre Sturmtruppen hanno negato quest’evidenza, finché il loro spirito guida – il sempre lucido Biden – l’altroieri ha confessato: da almeno sette anni, cioè dalla rivolta spintanea che cacciò il presidente filorusso Yanukovich (vincitore delle elezioni nel 2010), gli Usa armano Kiev. E – come osserva Caracciolo – Putin ha attaccato adesso perché tra un anno l’armamento ucraino avrebbe rappresentato una seria minaccia per la Russia. Ora, non contenti, Biden manda altre armi per 1 miliardo di dollari e la Ue per 1 miliardo di euro, senza che nessuno si domandi a chi, visto che l’esercito regolare ne già ha a sufficienza.

Gli scemi di guerra raccontano che armiamo la gente comune per resistere. Ma il trasporto è affidato ad agenzie private di mercenari, che non le consegnano certo al ragioniere di Kiev o al panettiere di Mariupol aspiranti partigiani: le passano a gente del mestiere, come le milizie paramilitari che affiancano le truppe regolari senza che il governo faccia un plissé. Incluso il battaglione Azov, la milizia neonazista inquadrata nella Guardia nazionale, che sventola vessilli con la svastica e bandiere Nato, segnalata da Onu e Osce per crimini di guerra, torture e stragi di civili in Donbass e non solo. L’altroieri un miliziano di Azov s’è fatto un selfie con un mitra Beretta Mg42/59 appena giunto dall’Italia. E il sottosegretario ai Servizi Franco Gabrielli, su Rete4, ha candidamente ammesso che sappiamo bene di armare anche i neonazi, ma “quello è un ragionamento che faremo dopo: ora urge portare Putin al tavolo delle trattative”. Già, ma se ci sarà un “dopo”, chi glielo spiega a quei gentiluomini che devono ridarci le armi? E, se non ce le ridanno, non saranno un ostacolo alla pace, che inevitabilmente passa per il ritiro delle truppe russe e il disarmo di queste opere pie? Non sarebbe il caso, mentre il negoziato procede, di bloccare le armi non ancora partite, onde evitare che al prossimo giro – come al solito – qualche amico divenuto nemico ce le punti contro e ci spari?

Ps. Resta da spiegare la malattia mentale che ha portato tutti i partiti ad aumentare la spesa militare italiana da 26 a 38 miliardi l’anno, quando non c’è un euro neppure per il caro-bollette. Ma lì servirebbe un esercito di psichiatri e la sanità è quella che è.

Hernández, il poeta “cabrero” che fu “folletto” della Resistenza

“Sono un’aperta finestra in ascolto,/ da cui veder tenebrosa la vita./ Ma c’è un raggio di sole nella lotta/ che lascia per sempre l’ombra sconfitta”. Sono alcuni degli ultimi versi composti in carcere dallo spagnolo Miguel Hernández (Orihuela, 1910 – Alicante, 1942), uno dei maggiori poeti del Novecento. Il dittatore fascista Francisco Franco lo definì il poeta “cabrero”, poeta capraio, perché veniva da una famiglia di pastori e da ragazzo fu pastore a sua volta. Lo fece morire nel Reformatorio de adultos du Alicante, il 28 marzo del 1942, stroncato dal tifo, dalla tubercolosi e dalla malnutrizione.

Amato da Pablo Neruda, comunista, aveva preso parte alla guerra civile spagnola militando nel leggendario Quinto Regimiento, facendosi “poeta del pueblo”, poeta del popolo. Lo cantò così: “Venti del popolo mi portano,/ venti del popolo mi incalzano,/ e spargono il mio cuore/ e gonfiano la mia gola”. A distanza di sessant’anni dalla prima silloge della lirica hernandiana, pubblicata da Feltrinelli nel 1962 e curata da Dario Puccini, le Edizioni dell’Asino dirette da Goffredo Fofi propongono “una nuova e necessaria traduzione delle poesie” di Hernández, frutto del lavoro dell’ispanista Giovanna Calabrò: Le tre ferite (pagine 280, euro 17).

Rammenta la Calabrò nell’introduzione che Neruda descrisse il collega “mentre s’arrampica sugli alberi, in città, e si mette a fischiare e trillare come gli uccelli del suo Levante natale: Miguel terrestre e aereo, poetico folletto”. È poeta della natura, della terra e degli uccelli, poeta di lotta politica e umana e della vita contro la morte. Ma è anche tenerissimo verseggiatore d’amore per le donne amate, per i figli. Splendide, tra le tante, sono le poesie dedicate al bimbo neonato, con il quale dalla cella intrattiene un dialogo immaginario. Come nella bellissima Ninna nanna della cipolla: “Ridi piccino,/ quando ti servirà/ ti porterò la luna”. E ancora: “Il tuo riso è la spada/ più vittoriosa,/ vincitore dei fiori/ e delle allodole./ Rivale del sole./ Avvenire delle mie ossa/ e del mio amore”.

Scrive sempre Calabrò: “C’è un dettaglio della sua morte che riportano i biografi: le palpebre di Miguel, pur morto, resistettero al tentativo, più volte ripetuto dai presenti, di chiuderle; i medici ne hanno spiegato la causa scientifica; noi preferiamo leggerlo simbolicamente come il segno di una tenace volontà di vita”. Quella volontà espressa in questo modo: “Io non vorrei che tutta/ quella luce se ne andasse/ via dal letto ormai sconfitta”.

Zingaretti: “Il Re” del carcere, dei delitti e delle pene (feroci)

Hanno ucciso il commissario Montalbano, chi sia stato lo si sa: Bruno Testori. Il nome, del direttore del carcere più pericoloso d’Italia, vi dirà qualcosa solo domani, allorché su Sky Atlantic e in streaming su Now debutta Il Re, la serie in otto episodi con protagonista Luca Zingaretti.

È lo stesso attore a certificare la transizione da “un’esperienza volontariamente lunga, meravigliosa e trionfale, ma non devo né far dimenticare Salvo né cercare un riscatto”. Insomma, Il Re corre con le sue gambe e, sopra tutto, corre un’altra specialità. Del resto, è “difficile compararli: Montalbano è stato costruito nella commedia dell’arte, è una maschera, il trucco con cui Andrea Camilleri ci ha trasmesso la sua visione della vita. Rispetto a Bruno, che è un uomo vero con problemi reali, Salvo sembra il lupo cattivo di Cappuccetto rosso”. Già, Testori non è fatto della materia dei sogni né delle fiabe, “ha perso la strada e la bussola nel mezzo del cammin di nostra vita”, sicché il paragone non va cercato a Vigata, bensì sul Mekong: “Il colonnello Kurtz di Apocalypse Now, partito per una missione chiara che, dopo tanti errori visti e commessi, trascolora in ossessione. Questa è la sua parabola, ma può essere di tutti”.

Prodotto da Sky Studios con Lorenzo Mieli per The Apartment e Wildside, il prison drama è diretto da Giuseppe Gagliardi (1992, 1993 e 1994) e scritto, con Stefano Bises, Bernardo Pellegrini e Davide Serino, da Peppe Fiore: “Il carcere è la cartina al tornasole dello stato di salute della democrazia. In tutti i momenti cruciali, dal terrorismo a oggi, della storia italiana è stato un fronte emergenziale”.

Tra aderenza al genere, anche il thriller e la spy-story, e volontà di verosimiglianza, Il Re trova nel panopticon del San Michele il correlato architettonico “dell’idea di giustizia tetragona e monocratica di Bruno”. Tra connivenze e corruzione, spietatezza e misericordia, il direttore la fa da padrone, anzi, di più: “Ha deciso di farsi Dio e sostituirsi al giudice. Il quarto grado di giustizia – rivendica Zingaretti – è il suo: stabilisce la pena, decide chi far stare male e chi bene. È la degenerazione del pensiero”. Ma c’è un beneficio, il nostro: “Testori ci permette – osserva Nils Hartmann di Sky – di dormire bene la notte”, nonché – aggiunge Mieli – “spalanca cose complesse e attuali, dall’uso della violenza per evitare la violenza alla necessità di negoziare con i criminali per ottenere la pace”.

Lo spettro di Putin aleggia, e Zingaretti non lo elude: “Sono attonito. Di fronte alla crisi interna della Russia, stretta tra sanzioni e Cina, s’è deciso a fare questa cosa, che dire? Dopo due anni e mezzo di incubo, la primavera del 2022 avrebbe dovuto sancire l’uscita dal tunnel, invece siamo un’altra volta sprofondati nelle notizie di morte dei tg”.

Meglio volgersi alla fiction, sebbene Il Re veicoli poco rassicuranti certezze: “Il male è contagioso, molto più del bene. È difficile starvi vicino, essere impermeabile: lo dice la storia del mondo”. Ma Zingaretti sa dove fermarsi: “L’attore non fa il giudice, semmai l’analista rispetto al personaggio, per più adeguatamente restituirlo”. E per spalancare allo spettatore la domanda delle cento pistole: “Ma io che farei al suo posto? Il conflitto, i chiaroscuri, in definitiva, la sua umanità, questo vorremmo trasmettere”.

Mentre fioccano i morti tra agenti e detenuti, Testori deve relazionarsi con tre donne che a vario titolo lo metteranno alle corde: l’ufficiale Sonia Massini di Isabella Ragonese, il pm Laura Lombardo di Anna Bonaiuto, che “per la giustizia ha rinunciato alla vita: ha messo la corazza e va avanti come un tank, con potenza morale e indole sarcastica”, e l’ex moglie Gloria di Barbora Bobulova, che “insieme alla figlia rivela il lato intimo di Bruno”. Nel cast anche Giorgio Colangeli, Ivan Franek e Alida Baldari Calabria, Il Re prova a fare (quadrare) i conti tra spettacolarità e credibilità: dura lex sed Sky. Scrittura funzionale ma non alimentare, regia svelta ma non banale, e Zingaretti. Non è più Salvo, ma è giusto.

 

Rosa rossa tra ribelli e oche. Luxemburg letta da Arendt

Anticipiamo stralci della biografia “Rosa Luxemburg” di Hannah Arendt (1966), da oggi in libreria con Mimesis e la curatela di Rosalia Peluso.

Ogni movimento della Nuova Sinistra, quando è giunto il momento di trasformarsi in Vecchia Sinistra – di solito quando i suoi membri hanno raggiunto i quarant’anni – ha seppellito prontamente il primo entusiasmo per Rosa Luxemburg insieme ai sogni di gioventù; e dato che di solito non ci si è preoccupati di leggere, e tanto meno di capire, quanto lei aveva da dire, si è trovato facile liquidarla con tutto il filisteismo condiscendente del loro status appena acquisito.

Il “luxemburghismo”, invenzione postuma degli scribacchini del partito per motivi polemici, non ha mai ottenuto nemmeno l’onore di essere denunciato come “tradimento”; è stato trattato come una malattia innocua e infantile.

Nulla di ciò che Rosa Luxemburg ha scritto o detto è sopravvissuto, a eccezione della sua critica, sorprendentemente accurata, della politica bolscevica durante le prime fasi della Rivoluzione russa: questo solo perché coloro secondo i quali “dio aveva fallito” potevano usarla come un’arma conveniente, sebbene del tutto inadeguata, contro Stalin. (“C’è qualcosa di indecente nell’uso del nome e degli scritti di Rosa come una specie di missile da guerra fredda” ha sottolineato il recensore del libro di Peter Nettl, che firmò una prima biografia sulla Luxemburg, ndr). I suoi nuovi ammiratori non avevano più cose in comune con lei dei suoi detrattori. Il suo senso, altamente sviluppato, per le differenze teoriche, il suo infallibile giudizio sulle persone, le sue personali propensioni e idiosincrasie, le avrebbero impedito di confondere Lenin e Stalin in qualsiasi circostanza, a prescindere dal fatto che non è mai stata una “credente”, non ha mai usato la politica come un sostituto della religione ed è stata attenta, come nota Nettl, a non attaccare la religione anche quando si è opposta alla Chiesa. In breve, la circostanza che “la rivoluzione fosse vicina e reale, per lei come per Lenin” non costituì mai un suo articolo di fede, a differenza del marxismo. Lenin era per essenza un uomo d’azione e sarebbe entrato in politica in ogni caso, mentre lei, che, nella sua semiseria autovalutazione, si considerava nata “per badare alle oche”, avrebbe potuto benissimo immergersi nello studio della botanica o della zoologia, della storia, dell’economia o della matematica, se le contingenze del mondo non avessero offeso il suo senso di giustizia e libertà.

Ciò comporta naturalmente riconoscere che lei non sia stata una marxista ortodossa, talmente poco ortodossa da far dubitare che sia stata un’autentica marxista. Nettl afferma giustamente che per lei Marx non era altro se non “il miglior interprete della realtà con cui tutti loro avevano a che fare”, ed è rivelatore della sua mancanza di coinvolgimento personale il fatto che abbia potuto scrivere: “Provo ora orrore per il tanto decantato primo volume del Capitale di Marx a causa dei suoi elaborati ornamenti rococò à la Hegel”. Ciò che veramente contava per lei, perfino più della rivoluzione stessa, era la realtà, in tutti i suoi aspetti meravigliosi e terribili. La sua non-ortodossia era innocente, non polemica; “raccomandava volentieri agli amici di leggere Marx per la freschezza del suo stile e l’ardimento dei suoi pensieri, e perché non dava nulla per scontato. Gli errori che aveva commesso nell’analisi politica erano evidenti e inevitabili; per questo non si preoccupò mai di scrivere una critica di ampio respiro”.

Tutto ciò risulta meglio espresso nell’Accumulazione del capitale, che solo Franz Mehring ha avuto la spregiudicatezza di definire un “risultato veramente magnifico, affascinante, impareggiabile dalla morte di Marx in poi”. La tesi centrale di questa “curiosa opera di genio” è abbastanza semplice. Dal momento che il capitalismo non mostrava alcun segno di cedimento “sotto il peso delle sue contraddizioni economiche”, lei cominciò a cercare una causa esterna per spiegarne la continua esistenza e crescita. La trovò nella cosiddetta “teoria del terzo fattore”, cioè nel fatto che il processo di crescita non era semplicemente la conseguenza di leggi innate che governano la produzione capitalistica, ma della continua esistenza di settori pre-capitalistici in Paesi che il “capitalismo” aveva catturato e portato nella sua sfera di influenza… Lenin si accorse subito che questa analisi, indipendentemente dai suoi pregi o difetti, era essenzialmente non marxista.

C’è un altro aspetto della personalità di Rosa che Nettl evidenzia, ma di cui non sembra cogliere tutte le implicazioni: il suo essere “coscientemente donna”. Questo dato poneva da sé diversi limiti a qualsiasi sua ambizione. Significativa, ad esempio, la sua idiosincrasia per il movimento di emancipazione femminile, che attraeva irresistibilmente tutte le altre donne della sua generazione e di stesse convinzioni politiche; all’uguaglianza reclamata dalle suffragette, sarebbe stata tentata di rispondere: Vive la petite différence. Era una outsider, non soltanto perché era e rimase un’ebrea polacca in un Paese che non le piaceva e in un partito che presto avrebbe disprezzato, ma anche perché era una donna… Rosa Luxemburg non è vissuta abbastanza a lungo per vedere quanto avesse ragione e per osservare il terribile, e terribilmente rapido, decadimento morale dei partiti comunisti, prodotti diretti della Rivoluzione russa, in tutto il mondo.

Guerra: bene Tg2, Tg5 e Tg La7, male Tg1 e Tg3

La guerra non fa bene ai Tg Rai. Che, nonostante la fame di notizie dei telespettatori, perdono ascolti. Non tutti, però. Calano Tg1 e Tg3, aumenta il Tg2. Guadagna pure il Tg5 e il Tg La7, mentre affondano Studio Aperto e i Tg regionali Rai. La fotografia dei primi dieci giorni di marzo (il conflitto è scoppiato il 24 febbraio) la dà un report interno all’azienda che ha fatto alzare il sopracciglio ai vertici, visti anche gli sforzi della tv pubblica per seguire il conflitto ucraino con inviati e corrispondenti. Rispetto allo stesso periodo del marzo 2021 (quando direttore era Giuseppe Carboni), il Tg1 di Monica Maggioni alle 13.30 cede lo 0,17% e alle 20 cala dello 0,35%, ovvero circa 652 mila telespettatori in meno. La media è però piuttosto alta, con il 25,8% di share. Peggio fa il Tg3 diretto da Simona Sala: -1,8% alle 14.15 e -1,4% nell’edizione delle 19, con una media serale del 12,1 contro il 13,6 di un anno fa (quando al timone c’era Mario Orfeo). Aumenta gli ascolti, invece, il Tg2 di Gennaro Sangiuliano, registrando un +0,83 alle 13 e un +0,86 alle 20.30. La media dell’edizione serale è del 6,8%.

La crisi internazionale sembra poi penalizzare le edizioni locali: la Tgr delle 14, infatti, registra un -3,4% e quella delle 19.30 un -3%. Guadagna, invece, il Tg5: alle 13 il telegiornale di Clemente Mimun ottiene un +1,8%, mentre alle 20 registra un +1,4%, attestandosi su una media serale del 20,5%. Cinque punti sotto il Tg1, dunque. Lieve aumento anche per il telegiornale di Enrico Mentana: +0,52% di giorno e +0,43% nell’edizione serale, con una media del 5,7%. Risultato negativo, invece, per Studio Aperto, che perde 2,1 punti di share alle 12.30 e 1,2 alle 18.30. Guardando a talk e approfondimenti, i numeri assomigliano a quelli ante guerra, con buone performance però di Piazza pulita (6,4% giovedì scorso), Presa diretta (7,7% lunedì scorso), Di Martedì (6,5% due giorni fa) e Porta a Porta (12% giovedì scorso).

I miracoli di Mario, che non fece nulla e divenne “Super”

Dopo anni in cui ci siamo dovuti sorbire “a reti unificate” gli elogi sperticati di Mario Draghi, “il quale avrebbe (e lui solo avrebbe potuto farlo!) salvato l’euro, l’Europa e, se fosse passato per New York, chissà, avrebbe dato anche una sistemata all’Onu o cos’altro”, come è scritto nel prologo, finalmente esce un libro che rimette le cose nella loro giusta dimensione. Il volume in questione è Santo subito – Mario Draghi è veramente un fuoriclasse dell’economia? di Giovanni La Torre, edito da PaperFirst, la casa editrice del Fatto Quotidiano, che esce oggi in tutte le librerie (16,50 euro).

Tali elogi esagerati e acritici dedicati a SuperMario, secondo l’autore, sarebbero il frutto di un vizio atavico di noi italiani che periodicamente risorge: il “trombonismo”. Secondo questo vezzo quando un italiano va all’estero (nella fattispecie Draghi alla Bce) sistema sempre tutto e si impone all’attenzione del mondo intero, il quale da quel momento penderebbe dalle sue labbra e dai suoi ordini. La Torre fa notare che autorevoli commentatori avevano pronosticato, non si capisce bene sulla base di quale ragionamento fondato, la leadership del Nostro in Europa, e che lui avrebbe impartito ordini all’Unione europea, cosa che ovviamente non è accaduta perché stava solo nella mente dei commentatori medesimi.

Come non dare ragione all’autore se, per esempio, in occasione della crisi ucraina il nostro capo di governo ha svolto solo il ruolo di spettatore?

La narrazione del libro, dopo qualche breve cenno biografico, parte dalla formazione di Draghi e già qui viene smontato uno dei miti costruiti intorno a lui: quello di essere un allievo di Federico Caffè. Non che non l’abbia avuto come professore, ma il punto è che si è trattato solo di una mera coincidenza biografica senza alcun seguito nel pensiero e nella prassi successiva dell’allievo. Infatti Draghi, negli anni trascorsi negli Stati Uniti al Mit, dopo la laurea in economia alla Sapienza di Roma, ha maturato una formazione fondamentalmente neoliberista, contraria al pensiero di Caffè, formazione che spiega le esternazioni e i comportamenti successivi.

Prima di giungere alla Bce, SuperMario è stato Direttore generale del Tesoro e Governatore della Banca d’Italia e in queste cariche, secondo La Torre, non ha svolto il suo ruolo come i commentatori e biografi attuali ci vogliono far credere. Nel primo caso vi è stata la gestione del dossier privatizzazioni, dove trova posto anche il discorso tenuto sul panfilo Britannia. Sul punto l’autore riporta la dichiarazione tranchant di Cossiga, secondo il quale “Draghi? Un vile affarista, il liquidatore dell’industria pubblica italiana”.

Nel secondo caso vengono esaminati tre fatti che hanno caratterizzato il suo governatorato: l’autorizzazione nel marzo 2008 all’acquisto di Antonveneta da parte del Monte dei Paschi di Siena a un prezzo spropositato, e che è stata la causa principale del successivo dissesto della “banca più antica del mondo”, la poco canonica partecipazione a una cena “segreta” a casa del giornalista Bruno Vespa nell’aprile 2010, e la lettera che ha firmato insieme all’allora presidente della Bce Trichet nell’agosto 2011 e indirizzata al presidente del Consiglio italiano dell’epoca Silvio Berlusconi.

Ma l’analisi più sorprendente, per noi che siamo stati indottrinati da tempo sul periodo passato dal Nostro alla Bce, ci pare che l’autore la riservi proprio a questi anni, che poi sono quelli della santificazione di SuperMario. La Torre dimostra, con considerazioni affatto originali e illustrati in modo comprensibile anche per chi non è economista, che nel quasi decennio passato a Francoforte l’attuale presidente del Consiglio ha fatto semplicemente gli interessi della Germania, facendoci sorgere perfino il dubbio se non abbia arrecato più danni che benefici all’Italia e all’intera Unione europea. Lo stesso comportamento di Angela Merkel, in questi anni glorificata come saggia mediatrice tra il Quantitative easing di Draghi e i cani da guardia dell’ortodossia tedesca, Weidmann e Schäuble, in realtà si spiegherebbe, secondo l’autore, più semplicemente con il fatto che il nostro attuale premier alla Bce perseguiva proprio la politica che la cancelliera desiderava per la sua Germania. I lettori potranno convincersene agevolmente leggendo le pagine dedicate a quel periodo della vita di SuperMario. In queste pagine, inoltre, l’autore sfida Draghi (e i draghiani) proprio sul suo terreno, quello dell’economia.

Roma, sabato si parla di “Visione comune”

Clima e giustiziasociale: se ne parlerà all’evento collettivo e di rete “Visione comune” in programma sabato a Roma, al Parco delle Energie. L’iniziativa è stata lanciata lo scorso 21 febbraio sui profili social di centinaia di persone, fra cui Elly Schlein, Marta Bonafoni, Annalisa Corrado, Rossella Muroni, Alessandro Zan, Pierfrancesco Majorino, Arturo Scotto, Marco Grimaldi, Anna Falcone, Ferruccio Sansa e Massimo Bugani. Sette panel intersezionali accoglieranno le opinioni di 70 relatori tra amministratori, esperti, lavoratori, politici, giornalisti, intellettuali e attivisti. Si partirà da un collegamento con un cooperante da Chernivtsi, in Ucraina, per discutere della situazione del Paese. Più di mille le richieste di partecipazione pervenute.