Si chiama Scott Fairlamb ed è proprietario di una palestra in New Jersey; a sua volta è un ex combattente di arti marziali miste. È toccato a lui il primato negativo: essere il primo condannato a 41 mesi di prigione per aver colpito un poliziotto nell’assalto al Congresso del 6 gennaio. Per Jacob Chansley, lo sciamano cospirazionista di QAnon immortalato nelle foto a petto nudo durante l’irruzione nell’edificio, i procuratori hanno chiesto 51 mesi. Si tratta della pena più alta finora proposta per gli assalitori del Congresso. Sulle responsabilità politiche, la commissione d’inchiesta procede con i lavori e ieri un giudice federale ha stabilito che i documenti della Casa Bianca che potrebbero coinvolgere l’ex presidente Donald Trump possono essere messi a disposizione dei senatori. I legali dell’ex presidente si erano opposti.
Kabul voleva vincere sui Talib con una armata di “fantasmi”
300 mila soldati inventati. Migliaia di truppe non esistevano davvero: lo rivela l’ex ministro delle Finanze che ha denunciato la frode dei generali afghani.
Perché l’esercito afghano – per il cui addestramento sono stati spesi oltre 83 miliardi di dollari –, non è riuscito a frenare l’avanzata talebana la scorsa estate? Perché era in parte composto da spettri. Lo ha svelato ieri all’emittente britannica Bbc l’ex ministro delle Finanze, Khalid Payenda, fuggito da Kabul appena gli islamisti hanno preso il controllo della Capitale: la maggior parte delle 300 mila truppe a libro paga della Difesa statunitense non esisteva. Della frode Payenda ha accusato gli alti vertici dell’esercito afghano, che hanno pompato – aumentando di almeno sei volte –, le cifre del reale numero di divise sotto il loro controllo. Quando venivano contattati dal governo centrale, ha continuato l’ex ministro, i generali inflazionavano i numeri degli uomini in servizio per ottenere più salari, fondi, attrezzatura. E di quei soldati fantasma erano i generali a intascare i salari. Anche i disertori non venivano dichiarati come tali e nemmeno i morti: “I generali trattenevano le loro carte di credito per continuare a riscuotere lo stipendio”, ha detto Payenda. Questi alti ufficiali, nonostante abbiamo frodato gli alleati occidentali, non si sono rifiutati poi di accettare soldi anche dagli islamisti per arrendersi senza combattere. Arriva un’eco dal passato a rafforzare le parole dell’ex capo del dicastero dell’Economia: si tratta di un report della Sigar (Ispettore generale ricostruzione dell’Afghanistan). Già nel 2016 l’agenzia esprimeva “profonde preoccupazioni per la corruzione diffusa nel paese: né gli Stati Uniti, né i loro alleati afghani sanno con certezza quanti soldati e poliziotti davvero esistono nel Paese, quanti rimangono effettivamente in servizio, quali siano le loro reali capacità”.
Presidenziali, che show: la strategia di Zemmour
Quando Eric Zemmour si candiderà ufficialmente alle elezioni presidenziali di aprile? Tre giorni fa, il polemista che incarna sempre di più l’estrema destra francese, rubando potenziali elettori a Marine Le Pen, diceva, sentito da Bfm Tv, che “tutto è pronto. Devo solo premere sul pulsante invio e decidere il giorno”. A fine ottobre già girava voce che l’ufficializzazione della candidatura sarebbe arrivata nei primi di novembre: “Sto aspettando il momento giusto”. E il tempo passa. L’associazione Les Amis d’Eric Zemmour sta raccogliendo i fondi per finanziare la campagna e le firme di eletti locali necessarie per presentarsi alle elezioni. Il non-candidato ha già un “quartier generale” nell’elegante ottavo arrondissement di Parigi.
Che aspetta? La suspense che Zemmour lascia planare, di fatto, non fa altro che catalizzare tutte le attenzioni su di lui e alimentare i dibattiti quotidiani nei media. Una strategia che paga. Quando a fine ottobre Marine Le Pen è volata a Budapest per incontrare il presidente ungherese Victor Orbán, alla fine si è parlato soprattutto del fatto che la leader del Rassemblement National era in ritardo su Zemmour, che aveva incontrato Orbán in privato un mese prima di lei. Il 23 settembre, Zemmour ha già partecipato a un intenso dibattito tv dal sapore preelettorale, con Jean-Luc Mélenchon leader della France Insoumise (sinistra radicale), riuniendo milioni di telespettatori. Ha ricevuto pure la benedizione di Jean-Marie Le Pen, il vecchio “patriarca” del Front National, che rimprovera alla figlia di aver tradito i valori fondamentali del partito, e così i suoi elettori. Elettori che quindi potrebbero preferirle Zemmour alle urne.
La “tentazione Zemmour” comincia a insinuarsi anche nella destra conservatrice. Il risultato è che nel giro di poche settimane il voto Zemmour si è imposto nei sondaggi. L’ultimo, di martedì, dell’istituto Harris, pubblicato da Challenge, gli attribuisce il 18-19% dei voti al primo turno dell’elezione di aprile, sorpassando Marine Le Pen (15-16%), prendendo le distanze da Xavier Bertrand (14%), candidato favorito Les Républicains (il voto dai militanti è fissato al 4 dicembre), e permettendogli di accedere al ballottaggio contro Emmanuel Macron, che resta in testa col 23-24%. Zemmour, 63 anni, ex editorialista di Le Figaro, ex volto di Cnews, nato in una famiglia ebrea di origini algerine, fa campagna contro l’Islam e l’immigrazione. Crede nella “sostituzione etnica” ed è solito riscrivere la storia francese prendendo le difese del governo collaborazionista di Pétain, durante l’occupazione tedesca. È già stato condannato più volte per incitazione all’odio razziale. Ma non seduce tutti. Innanzitutto le donne. Stando a uno studio dell’istituto Jean Jaurès, solo il 13% delle elettrici voterebbe per lui. Zemmour è apertamente misogino e avverso alla parità tra i sessi. L’Ifop apprende che il 66% delle francesi teme per i diritti acquisiti dalle donne e per le conquiste della lotta al sessismo se Zemmour arrivasse all’Eliseo.
Poi ci sono i giovani. Ancora un altro studio, Odoxa, indica che solo il 10% dei giovani tra i 18 e i 34 anni voterebbe per lui. Il loro voto andrebbe piuttosto a Marine Le Pen (23%), ma soprattutto a Macron (28%), che ha molto puntato sui social tipo Tik Tok per conquistare questa fascia di elettori, che potrebbe rivelarsi preziosa: l’Ifop, che ha intervistato 500 giovani a ottobre, indica che l’87% di loro ritiene molto probabile o è sicuro che andrà a votare ad aprile.
Scontri al confine. L’ue: “Putin prema sull’alleato che ci minaccia”
Migliaiadi migranti rimangono ammassati al confine tra Polonia e Bielorussia, dove ieri i soldati di Minsk hanno aperto il fuoco, ma verso il cielo, per intimidire i rifugiati che rimangono “in una situazione disperata e a temperature gelide”, ha detto l’Alta commissaria Onu per i diritti umani, Michelle Bachelet. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha invece chiesto al presidente russo Putin di fare pressione sul presidente Lukashenko che “strumentalizza i migranti in maniera disumana e inaccettabile come arma contro l’Europa”. Solo due giorni fa, però, il premier polacco Morawiecki ha accusato proprio Putin di essere il regista della crisi e la Bielorussia di “terrorismo di Stato”.
Mentre l’Europa prepara un quinto pacchetto di sanzioni contro Minsk, contro la crisi “bisogna agire come una comunità politica unita” ha detto il presidente del Partito popolare europeo Tusk in una lettera indirizzata a tutti i capi di governo. Per la prima volta, l’Unione valuta anche la possibilità di finanziare un muro ai suoi confini esterni, ma è un’opzione non condivisa dalla presidente Ursula von der Leyen e dalla Commissione Ue: “I fondi Ue non dovrebbero essere usati per finanziare recinzioni e fili spinati”.
“Nella crisi dei migranti Lukashenko si gioca tutto: se perde è finito”
Ottenere informazioni affidabili dalla Bielorussia sulla crisi dei migranti ammassati al confine con la Polonia è difficile. Le voci indipendenti o critiche con il regime sono state silenziate o si sono allontanate da Minsk. Tra loro c’è l’analista Franak Viacorka che fa base a Vilnius, in Lituania. È uno dei consiglieri più stretti di Svetlana Tsikhanouskaya, la leader dell’opposizione in esilio. Viacorka è diventato così una delle fonti più attendibili per capire cosa accade al confine con la Polonia.
Le tensioni di questi giorni erano prevedibili?
La crisi non è iniziata questa settimana. È stata preparata e orchestrata dallo scorso maggio. Dal dirottamento aereo per arrestare il giornalista dissidente Roman Protasevich. Ma quello che sta accadendo forse è andato oltre le previsioni. Stiamo assistendo a una crisi fuori controllo, non è più solo nelle mani del regime. Forse avevano preventivato che la situazione sarebbe stata drammatica, ma adesso sembrano incapaci di poterla contenere.
Che elementi ha per fare questa affermazione?
Si stanno formando diversi accampamenti vicino al confine con la Polonia. Ed è molto probabile che parte di questi migranti a breve decideranno di tornare indietro, verso est. Magari verso la Russia, dove potrebbero avere una vita migliore che in Bielorussia. Anche le forze di Lukashenko non saranno in grado di contenerli.
Quanto durerà questo stallo al confine?
Ci sono due date chiave. La prima è il 15 novembre, quando i ministri europei decideranno sulle sanzioni contro Minsk. L’altra è l’8 dicembre, data in cui entreranno in funzione quelle americane. Lukashenko può bloccare o rallentare la crisi intervenendo sugli aerei in arrivo. Esattamente come ha fatto per farla scoppiare, con i voli dal Libano e dall’Iraq. Può bloccare gli aerei anche adesso. Inoltre l’esercito potrebbe impedire, invece che facilitare, gli attacchi alle recinzioni polacche.
Questa settimana sono stati aggiunti 50 nuovi voli verso Minsk, da dove arrivano?
Dal Medio Oriente, ma i più problematici sono quelli in arrivo da Istanbul, dagli Emirati e da altri Paesi dell’ex gruppo sovietico. Su questi ultimi è difficile poter distinguere i voli commerciali da quelli che chiamiamo ‘voli per migranti’. La Bielorussia sta concedendo visti e trasformando il Paese in luogo di transito nel flusso migratorio. Danno a queste persone il diritto di arrivare in Bielorussia e poi le accompagnano al confine con la Polonia e la Lituania. Finché ci saranno voli e visti la crisi continuerà.
Cosa vuole ottenere Lukashenko?
Vuole vendetta, dare fastidio a Bruxelles. L’intenzione è dividere l’Unione europea. Lukashenko spera che il presidente polacco Andrzej Duda, o meglio ancora, che il futuro cancelliere tedesco Olaf Scholz lo chiami e gli chieda di fermarsi, di iniziare una collaborazione.
Lukashenko vuole diventare un nuovo Erdogan?
Il meccanismo è simile a quello usato dalla Turchia con la Grecia, ma il contesto è diverso. La Bielorussia non è la Turchia di Erdogan. Il potere di Lukashenko è limitato, cerca sempre di esagerare la sua importanza. Ma a oggi non ha nemmeno un interlocutore in tutta Europa.
E in Bielorussia cosa pensa l’opinione pubblica di questa crisi?
Le persone sono ancora terrorizzate dalla violenza della polizia usata nelle manifestazioni di pochi mesi fa. Adesso vedono le strade piene di migranti accampati, mentre le forze dell’ordine si girano dall’altra parte. A Minsk non ha mai visto così tanti mediorientali. Per molti è scioccante, per altri proprio spaventoso. Questi profughi dormono per strada o nella metro. Con la temperatura sotto lo zero vedere delle famiglie con bambini sdraiate per terra è quasi una scena apocalittica.
Quindi può diventare anche un problema sociale interno alla Bielorussia?
Lukashenko non si aspetta che questa situazione duri per sempre. Credeva che la Polonia si arrendesse subito, magari sotto la pressione europea. Che Varsavia facesse entrare i migranti ammassati al confine. Invece hanno chiuso tutto e militarizzato l’area. Adesso il dittatore è diventato ostaggio della sua stessa politica.
La Polonia vuole fare da sola. Sulla frontiera non c’è Frontex, né tantomeno operatori umanitari e giornalisti. Che ne pensa?
Il governo polacco ha i suoi problemi con l’Unione. Quindi agisce prima per sé e poi per l’Europa. Ma Bruxelles deve supportare Varsavia. La questione è Lukashenko. È una minaccia per tutti. Per lui non si tratta dei rapporti con i Paesi confinanti o di reputazione. Sta lottando per sopravvivere. Ha scommesso tutto scatenando questa crisi ed è pronto a tutto. Se perde su questo fronte inizierà per lui l’effetto domino.
La manovra s’è allargata: ora ha 34 articoli in più
Mentre i presidenti delle Camere fischiettano e quello della Repubblica lascia fare senza neanche la mitica moral suasion, la legge di Bilancio per il 2022 continua a essere desaparecida: pare che sarà in Parlamento stasera, forse addirittura domani. Se si tiene conto che la manovra di finanza pubblica dovrebbe arrivare per legge alle Camere entro il 20 ottobre e che la sua approvazione in Consiglio dei ministri risale al 28 si capisce l’enormità della situazione.
Com’è noto, Mario Draghi ha fatto sapere l’altroieri che non c’è alcun bisogno di fare un nuovo Cdm per approvare il ddl Bilancio nella sua forma attuale (come prescriverebbero leggi e regolamenti), visto che “il disegno di legge di Bilancio è stato approvato formalmente dal Consiglio dei ministri nella riunione di giovedì 28 ottobre”. Da allora, però, quel testo viene riscritto al Tesoro e nella bozza (quasi definitiva) di ieri mattina misurava 219 articoli contro i 185 di quella uscita dal Cdm del 28 ottobre: sono 34 articoli in più, dai quali – volendo essere generosi – si possono detrarre i 16 dedicati allo “stato di previsione” dei vari ministeri.
In ogni caso, il ddl Bilancio si è decisamente allargato da quando Draghi ritiene di averlo approvato. Per non fare che un esempio: una richiesta di soldi per la magistratura onoraria della Guardasigilli Marta Cartabia – avanzata come auspicio in Parlamento il 4 novembre (una settimana dopo il Cdm) – oggi è l’articolo 196 della bozza di Bilancio. Questo, come ripetuto allo sfinimento in questi giorni, prefigura un iter largamente illegittimo del voto sulla manovra in Consiglio dei ministri, checché ne dicano le note diffuse dalle “fonti di Palazzo Chigi”. A non dire, ovviamente, della quantità di articoli riscritti dopo l’approvazione, soprattutto quelli sui temi più importanti e attesi: il Reddito di cittadinanza (ad esempio l’obbligo per i percettori di presentarsi tutti i mesi nei centri per l’impiego), le pensioni (l’età per accedere a Opzione donna abbassata), il fisco (il superbonus al 110% e i suoi fratelli), eccetera eccetera. Cosa hanno votato i ministri? Non certo il testo attuale.
L’epic fail del ministro dell’Economia Daniele Franco e del suo staff, che evidentemente non hanno iniziato per tempo le interlocuzioni con la maggioranza sulla manovra, potrebbe non essere finito: nell’ultima bozza, due articoli (Reddito di cittadinanza e un fondo per le pensioni di Forze armate e di polizia) sono ancora evidenziati in giallo, cioè oggetto di lavoro “politico”, e non mancano neanche gli errori formali nei rinvii interni (agli allegati, ad esempio).
La legittimità della procedura non è certo l’unico problema in questa vicenda. Un altro, forse ancor più grave e ormai un’abitudine degli ultimi governi, è la contrazione assurda del tempo concesso al Parlamento per esaminare una legge da 219 articoli che va approvata, pena l’esercizio provvisorio del bilancio, entro il 31 dicembre. Il ritardo rispetto alla previsione di legge (entro il 20 ottobre) supera ormai le tre settimane e, di fatto, lascia alle Camere una quarantina di giorni per la doppia lettura. Un risultato evidente di questo comportamento è che il ddl Bilancio sarà esaminato e modificato solo dal Senato, da cui partirà l’esame: alla Camera non ci sarà tempo per fare alcunché, se non eventuali correzioni concordate che dovessero rendersi necessarie (a volte capita). Scontato anche il ricorso alla fiducia con relativo, ennesimo maxi-emendamento da mille e dispari commi, dopo il passaggio in commissione.
Questa non è un’ossessione del Fatto. Quello che segue è il parere del presidente della commissione Finanze di Montecitorio, il renziano Luigi Marattin: “La Camera su questa manovra non toccherà palla, così come l’anno scorso è successo al Senato. È un’anomalia, come il fatto che i provvedimenti ci mettano un mese e mezzo a passare dal governo al Parlamento. Forse c’è qualcosa da mettere a posto nella sala macchine della Repubblica”.
MailBox
I dati in tivù divergono dalla nostra percezione
Seguo nei telegiornali delle varie reti televisive i bollettini giornalieri sui contagi. Si parla di trasparenza, perché comunicano i dati (bontà loro) dei tamponi, dei morti (suscitando il sospetto se siano o non siano morti “per” Covid), dell’indice Rt, dei posti occupati nei reparti Covid degli ospedali. Ma non hanno mai comunicato e non comunicano mai, quanti tra i contagiati sono i vaccinati e quanti sono i non vaccinati. Gli italiani non sono persone che non capiscono che i dati possono essere manipolati a seconda della situazione generale, e comprendono anche che coloro che sbarcano sono subito vaccinati gratis, mentre chi si reca al lavoro deve pagarsi il tampone ogni due giorni. Sui social si è poi scatenata una guerra fra vaccinati e non vaccinati, con interventi autorevoli di personaggi più o meno noti che propongono, in caso di ricovero per chi non è vaccinato, di sostenere le spese dimenticando che il vaccino inoculato gratuitamente gli è stato pagato anche dai non vaccinati. Inoltre tanti sono costretti a vaccinarsi, pur non condividendo l’imposizione del lasciapassare, non per il buon cuore verso gli altri, ma perché 200 euro al mese sono una cifra che non possono permettersi. La mascherina, la temperatura corporea misurata all’ingresso degli esercizi, il distanziamento tra le persone, sono le regole fondamentali, se impariamo tutti a rispettarle forse non c’è bisogno di tanti vaccini, che alla fine fanno ricche solo le case farmaceutiche.
Mario Terreno
No, caro Mario: dei vaccini c’è bisogno. È il Green pass per lavorare che è un’assurdita inutile unica in Europa.
M. Trav.
Che rabbia le notizie su Silvio al Colle
Purtroppo ogni giorno la rabbia aumenta e vorrei scrivervi sempre ma evito. Apprendo dal nostro giornale assurdità che, da sole, sarebbero bastate a scatenare rivolte e guerre civili in momenti storici particolari. Credo che il nostro sia proprio un momento storico particolare perché sono ormai troppi gli scandali, le corruzioni, le falsità e i danni e i paradossi che dobbiamo ingoiare ogni mattina. Oggi la mia rabbia è partita dall’apprendere che, oltre a pagare lo stipendio di 15mila euro al mese a Marta Fascina, assenteista in Parlamento, le paghiamo anche le missioni per assistere il fidanzato B. Non posso continuare con altri esempi perché mi tremano le mani. Penso allo scenario del puttaniere che, in gruppo con amici nudi, ma eleganti, rincorre tutte le prostitute nude, ma eleganti, per i corridoi del Quirinale fra gli arazzi che hanno visto passare onorevoli veri che non posso proprio citare per correttezza. Se penso che i suoi lecchini candidamente lo propongono alla presidenza della Repubblica, senza alcuna vergogna…
Biagio Stante
Non c’è mai stato alcun “Conte-suicidio”
Riprendendo l’articolo di Selvaggia Lucarelli – mai troppo rimpianta – dello scorso 20 settembre, vi chiedo, dopo aver visto Giuseppe Conte a Otto e mezzo, un parere sul “Conte-suicidio” (“se va avanti così, il prossimo Conticidio sarà a opera di Conte stesso”, scriveva Lucarelli). Non è andata così. L’altra sera ha sistemato, in modalità “19 agosto contro Salvini”, Palmerini e De Angelis, ridicolizzando il loro pseudo-giornalismo fazioso, non facendosi mai interrompere e stroncando ogni provocazione. Anche Gruber – che insisteva sulla subalternità di Di Maio per l’adesione al Pse – è stata rintuzzata a dovere. Grandissimo finale, con asfaltatura totale di mister Zero Virgola, standing ovation. Che ne pensate?
Valerio Avanzi
Caro Valerio, la critica intelligente di Selvaggia (e prima di Padellaro) a un Conte troppo conciliante e “forlaniano” coglieva nel segno, tant’è che Conte ha modificato la sua comunicazione. A riprova del fatto che, quando la critica è costruttiva, può giovare al criticato, se è intelligente.
M. Trav.
Lanciamo preservativi a B. e monetine a Matteo
Dalle mie parti c’è il detto “l’è brev ma cuioun”. Tradotto: “È bravo ma coglione”. Ecco, gli italiani sono così. Non mi so spiegare come ancora sopportino le arroganze di Renzi e Berlusconi. Al primo bisognerebbe buttare, come a Craxi, le monetine. Al secondo i preservativi.
Paolo Benassi
Caro Paolo, eviterei le monetine, anche perché l’Innominabile raccoglierebbe pure quelle.
M. Trav.
Dal Cnr. “Noi 400 ricercatori precari rischiamo di perdere presto il lavoro”
Tic tac. Tic tac. Il conto alla rovescia è iniziato per 400 lavoratori precari del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), il più grande ente di ricerca italiano, che ancora non vedono alcuna garanzia di assunzione e rischiano di rimanere senza contratto da dicembre. Questa perdurante condizione di incertezza è in netto contrasto non solo con le dichiarazioni della presidente del Cnr Maria Chiara Carrozza sull’abolizione del precariato, ma anche con le reali disponibilità finanziarie dell’ente per concludere definitivamente le procedure di stabilizzazione iniziate ormai tre anni fa. Sulla base del Dlgs 75/2017, noto anche come “legge Madia”, il Cnr ha stabilizzato negli anni circa 1.500 persone, ma restano ancora 400 lavoratori in attesa dell’assunzione a tempo indeterminato, di cui circa 330 idonei in graduatorie di procedure concorsuali riservate e ormai a un mese dalla scadenza. Le risorse economiche per concludere il processo di stabilizzazione “Madia” non rappresentano un problema per l’ente. Se è vero che con il Dm n. 614 del 19.05.2021, emanato dal ministero dell’Università e Ricerca e approvato lo scorso luglio, erano stati destinati al Cnr solo 3,3 milioni di euro per le stabilizzazioni su 9,6 complessivi, le successive proteste dei precari davanti alla sede centrale del Cnr a Roma hanno scongiurato, almeno per il momento, l’approvazione di un piano assunzionale che farebbe rimanere senza contratto quasi 400 lavoratori della ricerca. L’amministrazione del Cnr può tuttavia contare su altri fondi del cosiddetto decreto Rilancia Italia (22,8 milioni) che consentirebbero l’assunzione di tutti gli aventi diritto entro dicembre. Si tratta quindi di concretizzare quanto la presidente Carrozza ha più volte dichiarato nel corso delle tavole rotonde, degli interventi ufficiali in Parlamento e degli incontri con gli stessi precari del Cnr: abolire il precariato per aver accesso ai diritti fondamentali di ogni lavoratore, e poter essere professionalmente e socialmente gratificati. Infatti, già all’interno dello stesso Cnr, stante l’impossibilità di un percorso di reclutamento ordinario, si è già formata un’altra sacca di personale precario che ha maturato i requisiti alla stabilizzazione grazie all’estensione della “legge Madia”. In un momento storico in cui la lotta alla pandemia richiede uno sforzo massimo proprio da chi svolge attività di ricerca, e a valle dell’approvazione del Pnrr, l’assunzione dei lavoratori precari della ricerca in Italia è non solo il riconoscimento di un diritto normato dalla legge, ma un segnale forte per dare nuova linfa al mondo della ricerca che, in caso contrario, sarebbe depredato di una risorsa fondamentale che contribuisce al progresso e al benessere di ogni Paese moderno.
Precari Uniti CNR
No-Vax fragile? Pigliati ’na pasticca
Mentre il virus non sembra intenzionato a lasciarci e la sua circolazione a livello mondiale persiste a momenti indisturbata, la corsa agli armamenti continua. Il vaccino resta, a oggi, l’arma più efficace a preservarci dalle forme gravi e dal decesso, ma non basta. Si sono aggiunti i monoclonali, somministrabili per via endovenosa, in regime ospedaliero. Proprio in questi giorni, come è stato riportato il 4 novembre anche dal Fatto, ecco arrivare un farmaco orale, somministrabile, quindi, anche fuori dall’ospedale. Il vanto è del Regno Unito che non finisce di stupire per i suoi slanci, a dimostrare come la Brexit abbia permesso di raggiunge mete prima improbabili. A noi di questa benvenuta novità interessa l’aspetto sanitario, che non si ferma all’efficacia, ma anche alla sicurezza di somministrazione, caratteristiche queste che si confermano dopo una review attenta delle sperimentazioni effettuate. Pare, però, che si stia viaggiando su due strade con velocità diverse. Da una parte il Regno Unito con il suo entusiasmante annuncio, dall’altra il resto dell’Europa che ancora non si è pronunciato, anzi, che dice di dover attendere ulteriori prove. Ricordo che si tratta del primo farmaco orale anti-Covid. Lagevrio (nome commerciale di Molnupiravir), prodotto da Merk è un antivirale che agisce inducendo il virus a compiere errori nella sua moltiplicazione. Il risultato è che la riproduzione virale viene rallentata, appunto, per gli errori che vengono a prodursi. Neanche questo è un salvavita, ma una buona chance per curare il Covid, a patto che si assuma entro i primi 5 giorni della positività al Covid o al comparire dei primi sintomi e a patto che se ne autorizzi l’uso. È dichiarato che riesca a dimezzare le probabilità di ricovero e di decesso, in assoluta assenza di effetti collaterali. Al momento, ma è lecito pensare che poi le indicazioni saranno più ampie, è consigliato nei soggetti che abbiano almeno un fattore di rischio, quali l’età, il diabete o particolare fragilità.
Prof. Cacciari anima in pena in tv: ma che voleva dirci?
Il professore Massimo Cacciari è stanco. Tremendamente. Arcistufo di parlare di questo nebbione del Covid. Lui in tv non ci vorrebbe più stare poi però si lascia convincere, da persona civile qual è, ma già nella prima inquadratura da un altrove astratto vorrebbe essere altrove. Si agita, si arruffa, si storce, sbuffa, alza gli occhi al cielo, li strabuzza, mostra il capo penitente, si dimena, le membra tormentate, spasmi che parlano, che dicono lo sapevo lo sapevo che non dovevo venirci, che diavolo ci faccio qui?
Il professore è spossato, sfinito, estenuato, arcistufo di dover ripetere sempre le stesse cose, con il corpo che asseconda il fastidio e che sbanda di lato, si raddrizza e poi si affloscia rassegnato. Ma visto che dallo studio insistono a ripetere sempre le stesse cose, a citare i numeri del prima e del dopo il vaccino, tot ricoverati e tot morti, allora basta così, lui non parla più.
Muove le mani come per scacciare mosche moleste in forma di parole, lo volete capire che l’informazione è parzialissima e che lui s’informa navigando sul web dalla mattina alla sera? Argomento definitivo che apre l’intermezzo del suvvia professore non faccia così, con lodi e riverenze all’autore del Labirinto filosofico, lieti come sempre di averla con noi, già che ci fa un maestro del pensiero con quei mattoidi dei no-vax? Come un petardo in una cristalleria, la parolaccia deflagra e lo ripiomba nella realtà mediocre di chi non vuole intendere. Ma basta! Sa benissimo che il vaccino serve, sta parlando di immunologi come il professore emerito dell’Università di Nottingham che è critico sul vaccinare i bambini. Voce mielata da studio: però stanno aumentando i contagi tra i bambini. Il tuono rimbombò di schianto: se vuole parlare lei parli, lei perché m’invita? Noi da casa facciamo di sì col capino come gli studenti somari che fingono di aver capito. Il professor Massimo Cacciari voleva dirci qualcosa di molto importante. Ma cosa?