Via 2500 navigator. Sul Reddito la linea è quella di Brunetta

Le premesse erano già pessime, ma così è deprimente. Sul Reddito di cittadinanza sono bastati due giorni per dare la cifra del trionfo di quella “narrazione ideologica sulla misura anti-povertà che non ha alcuna evidenza empirica”, per usare le parole della sociologa Chiara Saraceno.

In manovra si è aggiunto l’obbligo ai beneficiari di recarsi ogni mese nei centri per l’impiego, pena lo stop al sussidio. Problema: i Cpi versano in stato pietoso e le Regioni hanno assunto solo una minima parte degli 11mila rinforzi previsti, eppure la manovra non proroga i 2500 navigator, che scadranno in dicembre. “Al loro posto ci penseranno le agenzie private”, ha detto ieri Renato Brunetta al Corsera, definendo “una vera riforma” la stretta alla misura operata in legge di Bilancio (“prima era un’accozzaglia”). Gli esperti anti-povertà concordano che le agenzie private (cui andrà il 20% del beneficio) non si occupano di figure come i percettori del Rdc, che hanno profili bassissimi. Se va bene, si prenderanno la parte più qualificata, una minoranza, lasciando ai Cpi il resto. È tutto così desolante. I membri della commissione nominata dal governo per riformare il Rdc, guidati da Saraceno, hanno bollato come “inutilmente punitive” le misure in manovra. Il governo le ha decise una settimana prima che la “sua” commissione pubblicasse le proposte, quelle sì una “vera riforma”. Ieri a Brunetta non ha replicato nessuno. Evidentemente va bene così: parlava a nome di tutti.

La manovra-miracolo e il culto mariano

Dice che la legge di Bilancio l’ha approvata “formalmente” il Consiglio dei ministri il 28 ottobre e quindi perché dovrebbe riapprovarlo un altro Consiglio dei ministri? E se lo dice Lui, e s’intende Lui-Lui, non possiamo che fidarci. Da quel giorno lontano di due settimane fa, peraltro, Lui-Lui non se n’è proprio più occupato della manovra: d’altronde l’aveva approvata “formalmente”… Solo che poi al ministero dell’Economia – dove dovevano solo sistemare le virgole, le cifre e qualche rimando sbagliato a norme precedenti – si sono dimenticati di mandare ’sto benedetto ddl Bilancio al Parlamento, che per legge lo aspettava entro il 20 ottobre. Il problema, adesso, è che si sa come va quando stai al Tesoro per un po’, maturi interessi anche se non vuoi: nomen omen. E infatti la manovra, pur non toccata da nessuno visto che era approvata “formalmente”, ha cominciato a moltiplicarsi: la bozza entrata e uscita dal Cdm era di 185 articoli e quella che ieri aspettava la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato ne aveva 219 e parecchi di quelli vecchi erano pure riscritti. Come questa immacolata concezione normativa sia avvenuta non si sa, ma il periodo dell’anno è quasi quello e non staremo a questionare: è un miracolo che non sorprenderà alcun adepto del culto Mariano, e se i ministri quegli articoli non li hanno proprio visti e votati – come invece prescrivono leggi e regolamenti – vabbè, ne avevano certo l’intenzione. Pare poi, lo leggiamo un po’ ovunque, che Lui dovesse “sventare l’assalto dei partiti”, gente brutta, tipo i Farisei della vecchia versione del Vangelo: per questo ha generato non creato la manovra, aiutato dallo Spirito Santo nella persona di Daniele Franco (vabbè, è un sant’uomo privo di spirito, ma qui si parla della funzione). A sanare eventuali problemi di legittimità democratica ci pensa infine la Pentecoste draghiana del “formalmente”, l’avverbio che tutto cura e giustifica. E il Parlamento? Quando gli arriverà la manovra (oggi, domani?) il Senato avrà 600 milioni con cui giocare e la Camera niente perché mancherà il tempo per farli giocare: il pastore ha altro da fare che pensare al divertimento delle pur onorevoli pecore.

Anche con i server israeliani gli italiani non ci sono cascati

Le recenti rivelazioni dell’inchiesta Open svelano il lato più tragico del dibattito pubblico in questo disgraziato Paese, che si riassume nella barzelletta dell’ubriaco che va a sbattere contro l’albero e poi se la prende con l’albero. Siccome però alla bugiardissima obiezione – “il Fatto ha pubblicato il conto corrente di Matteo Renzi” – hanno già risposto il direttore e altri colleghi, ci asteniamo dal farlo a nostra volta. Abbiamo avuto però un “istante déjà vu” come cantava Guccini e siamo tornati al 2016, nel pieno della campagna referendaria per quel capolavoro che fu la riforma Renzi-Boschi. Tutti conoscevano a menadito “le ragioni” del Sì, balle (alcune criminali, come quelle sulle malattie che si sarebbero curate meglio) ripetute ogni giorno a reti unificate dall’allora premier e dal suo seguito senz’alcuna possibilità di smentita, perché il no è stato lasciato totalmente senza voce. Roba tipo che dal 1º al 31 luglio 2016 Renzi nei telegiornali italiani aveva parlato più delle opposizioni tutte insieme: 11 ore e 6 minuti contro le 10 ore e mezzo del resto del mondo. I dati erano stati pubblicati da Geca Italia, la società che fornisce le rilevazioni all’Agcom, la quale poi era intervenuta, seppur con una “raccomandazione”.

Questo episodio ci è tornato in mente leggendo sul sito del Fatto i carteggi tra “Renzi e i suoi”, come si usava dire ai tempi del regno del Rignanese. C’è uno scambio meraviglioso con Fabio Pammolli, all’epoca consulente del governo, il quale spiega al premier che in quel momento avevano la possibilità di interagire con un’ottantina di pagine Facebook per un totale di 20 milioni di contatti e che avevano individuato una strategia basata su messaggi indirizzati da persone non associabili alla campagna per il Sì. C’era però un timore sulla privacy, che il presidente del Consiglio liquidò con “Non perdete tempo e partite. Altro che privacy. I nomi li sappiamo. Dài!”. A’ la guerre comme à la guerre? Ma va’, per vincere lo squadrone del Sì decide di avvalersi anche di costosi software israeliani, come Tracx e Voyager analitics, che misurano il “sentiment” sui social e individuano gli utenti più seguiti su certi argomenti. Secondo Carrai servono per “monitorare e influenzare la campagna”, visto che riescono a trovare per ogni singola persona il gruppo di riferimento, cosa pensa, chi la influenza e come. Fino rintracciare “possibili Benigni” (l’attore si era dichiarato a favore del Sì). “Sarà una cosa mai vista”, scrive Carrai. Ma questi sistemi costano assai: Voyager 260mila dollari, Tracx 60mila euro. Se ne occupa e preoccupa anche Alberto Bianchi, presidente di Open, a causa del conquibus che arriva quasi tutto dalla fondazione. Ed è questa la ragione (gli indagati, solo Renzi e Carrai, sono tali per altri fatti) per cui oggi conosciamo l’edificante storiellina: secondo l’accusa dimostra che Open si comportava come un’appendice del partito.

Non ripeteremo qui le contraddizioni in cui è caduta la difesa di Renzi, quel che diceva sui troll, sul condizionamento democratico, sui conti correnti milionari dei politici (affermazioni fatte in televisione con tanto di proprio estratto conto proletario alla mano). La verità è più forte del rumore che fanno le unghie sugli specchi, anche se queste unghie appartengono a un politico che ancora oggi gode di un’attenzione mediatica non proporzionale al suo peso politico. Il retroscena sulla campagna referendaria ci dice proprio che nonostante la forzatura del confronto, i cittadini non si sono fatti infinocchiare. Da un lato una buona notizia per la nostra democrazia, dall’altro l’ennesima conferma del livello della nostra classe politica. Nota finale: quale sarebbe stato il risultato del referendum del 4 dicembre se ci fosse stato un dibattito vero e democratico?

 

“Errì”, quel pezzo di mondo che crede in qualcosa ti ringrazia

“Spero sia tutto ok e che prima o poi possiamo farci una bella litigata telefonica…”. Le volte in cui si faceva sentire – e quando Enrico chiamava sapevi a che ora la telefonata iniziava, meno quando finiva – diceva così. Perché “abbiamo discusso, ci siamo pure incazzati neri, ma i giornali questo sono (o almeno io li ho sempre vissuti così): luoghi di parole, dette o scritte”. Avere a che fare con Enrico Fierro voleva dire questo. Significava, in questo nostro mondo sempre più selvaggio, come lo definiva lui, farsi prendere dalle parole. Da quelle che lui non risparmiava a un certo modo di fare il nostro mestiere, e a una certa sinistra, a quelle che usava per prendersi cura delle tante umanità dolenti che nella sua vita aveva incrociato, e ricercato. Lo avevo conosciuto da giovanissima nella redazione del Diario di Enrico Deaglio, per i documentari girati con Ruben H. Oliva che scoperchiavano O’ Sistema della camorra o la ’ndrangheta sconosciuta de La Santa. Era un altro mondo. Ma lui, dopo tanti anni, re-incontrato al Fatto, era lo stesso. Era sempre Errì. Con quella sua capacità immediata di farti incazzare, di farti sentire che le cose, nonostante le denunce, difficilmente cambiano. Ma anche con la pienezza che ti lasciava quando riattaccavi il cellulare, perché non si sa come, non si sa per quale dei vari brontolii espressi o per le parolacce amare, Enrico era capace sempre di riaccendere umanità in uno sguardo impigrito (il tuo, non il suo).

È stato così, per quei pochi anni in cui abbiamo lavorato assieme al Fatto alle Storie del sabato o alle inchieste di Sherlock. Col volto e le lacrime che vedevi segnare la piccola Desireé Mariottini; coi palloncini bianchi del funerale a Colleferro di Willy; con gli occhi spauriti della sorella di Chaffar, ultimo tra gli ultimi, trentenne tunisino che in un paesino vicino a Campobasso venne ucciso di botte per aver chiesto la paga per le giornate di lavoro in campagna. Ogni volta, nelle sue email con incollato il pezzo, quelle due o tre righe di chiusura: “Dimmi come va, spero di non averti deluso. Perché a volte anch’io perdo la fiducia sulla possibilità di venirne fuori. Ma dobbiamo andare avanti”.

Come di tutti i pezzi – mi ha insegnato lui – di un pezzo si può dire che è buono o cattivo, fuori tempo o altro, “ma c’è un dato: il pezzo è uscito, ed è uscito esattamente come volevo io, oggi ho scritto la cosa che volevo scrivere”. E per lui che conosceva quanto la libertà in questo mestiere sia sempre più un lusso, tanto bastava per dire “e oggi è una bella giornata”. Perché? “Perché mi hanno scritto. Dopo il pezzo mi hanno scritto il comitato, le associazioni, i ragazzi, Mimmo (Lucano)… Quella che chiameremmo una porzione di società civile. Non sono personalità, non gestiscono talk, né offrono occasioni. È semplicemente un pezzo di mondo che crede in qualcosa. So bene che queste cose possono essere catalogate come illusioni, che il giornalismo moderno è altro, che il concetto di successo è altra cosa, ma io sono fatto così, da sempre, e non posso cambiare in vecchiaia”.

Come un moderno Prospero di shakespeariana memoria, ora che il suo esperimento è volto alla soluzione, che i suoi incantesimi non falliscono, e il tempo avanza retto, con un peso più lieve, ci si domanda “che ore sono?”. “L’ora in cui il nostro lavoro doveva finire”.

L’ultima volta in cui ci siamo parlati, Enrico mi raccontò del suo amico fraterno Giovanni Ladiana, prete gesuita e missionario. “Ogni tanto mi chiama per dirmi che vuole dedicarmi una preghiera, io rifiuto, ma posso sempre approfittare di lui e dirgli di dedicare le sue preghiere a te. Una preghiera per preservare il futuro”. Nonostante la Tempesta. Grazie, Errì.

 

Presidentessa Casellati, ora faccia luce su Open

La querelle sulla pubblicazione delle somme versate su un conto intestato a un senatore ripropone l’annosa questione dell’accesso, da parte della collettività, a dati economici di soggetti investiti di una funzione pubblica.

Il problema deriva dall’inchiesta penale sulla fondazione Open, notoriamente legata al parlamentare. La peculiare circostanza implica che gli atti relativi, depositati in sede istruttoria dall’Autorità giudiziaria, siano conoscibili dalla collettività. Il senatore non può opporre ai media impedimento analogo al privilegio dell’esecutivo, cioè alla pretesa al mantenimento di un grado d’indispensabile riservatezza (fino alla copertura con segreto di Stato) su vicende e contegni di coloro che esercitano potestà di governo. In verità quel privilegio non potrebbe essere invocato nemmeno dalla più alta carica dello Stato per informazioni che si riversano su accertamenti penali, come è nell’inchiesta sulla fondazione Open. Lo ha insegnato la Corte Suprema degli Stati Uniti, che il 24 luglio 1974 ingiunse al presidente Nixon di non frapporre ostacoli al deposito delle registrazioni ufficiali relative all’affare Watergate. Nella sentenza (n. 73-1766 Us v. Nixon, sub C) si legge che il rispetto della “confidentiality” non opera se l’azione penale viene totalmente frustrata per il mancato accesso a fatti rilevanti perché, nel sistema giudiziario, deve comunque prevalere “il duplice fine di non consentire vie di scampo alla colpa e di non far soffrire l’innocenza”.

Fuori dal peculiare contesto valgono per il senatore Renzi le garanzie apprestate dall’articolo 68 della Costituzione a tutela delle libertà relative all’esercizio delle prerogative parlamentari, anche a contrasto delle limitazioni che possano illegittimamente inficiarne l’operatività. Adempimento complementare di segno positivo rispetto a quelle previsioni è il doveroso deposito della dichiarazione dei redditi dei parlamentari quale strumento utile per acclarare la piena trasparenza dell’operato degli eletti. Non si tratta di soddisfare sterili curiosità, bensì di acquisire, attraverso quei dati, notizie indispensabili per valutare credibilità e coerenza dell’eletto con l’impegno istituzionale.

In questo quadro va collocata la questione etica (come sottolineato dal Linceo Gianfranco Pasquino) dei versamenti di imprese o comunque di soggetti interessati all’attiva normativa del ricevente, anche quando, si aggiunge, lo stesso espleta un’attività da iscritto ad albo professionale. Laddove manchi pure questa giustificazione, come è nel caso di specie, non si può escludere il sospetto.

A questa stregua, si può ritenere conforme agli impegni assunti con il giuramento alla Costituzione una prestazione pagata a un parlamentare da uno Stato straniero? Si sono levate in proposito voci assai critiche di importanti figure politiche che mettono in dubbio l’onorabilità della condotta. Pur se non emersa nel corso di una discussione, la vicenda potrebbe essere facilmente riportata alle previsioni dell’articolo 88 del regolamento del Senato, che abilita il componente a chiedere al Presidente la nomina di una Commissione che indaghi e giudichi sul fondamento dell’accusa di fatti tali da ledere la sua onorabilità. Perché di questo, in fondo, si tratta e sarebbe apprezzabile gesto di responsabilità e di trasparenza se il parlamentare ricorresse a quel mezzo anche per rassicurare i propri colleghi.

Limitarsi a parlare di illazioni e di rancori personali è troppo poco e poco convincente. In mancanza di questa opportuna iniziativa, la Presidente Casellati dovrebbe attivare ex officio una procedura conoscitiva (modello hearing statunitense). Il perché è di tutta evidenza: il silenzio su una vicenda del genere non giova all’Istituzione per la potenziale idoneità a minarne l’autorevolezza. La piena comprensione dei fatti, peraltro, potrebbe disinnescare le critiche, riducendole a incomplete e imprecise interpretazioni. A chi opponesse alla proposta la mancanza di un’espressa previsione regolamentare, è agevole rispondere, con Massimo Severo Giannini, che una norma interna, votata alla salvaguardia dell’Istituzione, dei componenti e di primari valori costituzionali, può essere coerentemente introdotta in ragione della novità del caso.

 

La “bestia” di Chappelle macina stereotipi, banalizzazioni e falsità

I sei show Netflix del comico Dave Chappelle hanno suscitato le proteste della comunità Lgbtq+ e delle associazioni per i diritti civili a causa delle loro gag transfobiche e omofobiche. Transfobia e omofobia sono forme di razzismo. L’uditorio superficiale ride a quelle gag come fossero acqua fresca, legittimandone il contenuto, mentre i capziosi ci marciano (per esempio le destre, e i comici che lavorano con Netflix). Chappelle è uno degli stand-up comedian più famosi negli Usa, e questo aumenta la pericolosità dei suoi monologhi, quando per far ridere una platea di 180 milioni di persone (il pubblico di Netflix) si serve di falsità fattuali, stereotipi denigratori e banalizzazioni reazionarie.

Falsità fattuali. Chappelle contrappone di continuo le persone trans e queer alla comunità nera, per presentare le battaglie delle minoranze sessuali e di genere come ridicole e fasulle rispetto alle battaglie della comunità di colore (“Se gli schiavi avessero avuto olio per bambini e pantaloncini corti, avremmo potuto essere liberi cento anni prima”), nonché viziate da “privilegio bianco” (“Nel nostro Paese, puoi sparare e uccidere un negro, ma è meglio non ferire i sentimenti di una persona gay”; “Non ho problemi con le persone transgender. Il mio problema è il discorso sulle persone transgender. Queste cose non dovrebbero essere discusse davanti ai neri… Puzza di privilegio bianco”). Questa antitesi è assurda: le due lotte non sono mutualmente esclusive. Inoltre, molte persone queer sono nere (come Patrisse Cullors e Alicia Garzia, due delle tre fondatrici di #BlackLivesMatter); e le donne trans di colore sono da anni in prima linea nella lotta per i diritti delle persone trans (basti pensare a Laverne Cox, la star di Orange is the New Black, e alla sceneggiatrice Janet Mock). Infine, nella comunità Lgbtq+ sono soprattutto le persone transgender di colore a subire violenza e a venire uccise (bit.ly/3GzI5tI).

Stereotipi denigratori. All’origine della violenza contro le donne trans c’è spesso la convinzione che siano un inganno. Chappelle reitera spesso questo stereotipo, per esempio con la gag del ballo in discoteca: “Poi si sono accese le luci e ho visto le nocche. Ho detto, ‘Oh no!’. E tutti ridevano di me”.

Banalizzazioni reazionarie. In un’intervista radiofonica, al Washington Blade, periodico della comunità Lgbtq+, che gli chiedeva perché “insiste nel dire battute oltraggiose quando le donne trans nere gli hanno chiesto di non farlo, dato che quelle battute portano a violenze e omicidi contro di noi”, Chappelle rispose: “Non mi considero transfobico perché non sono neanche sicuro di cosa significhi di preciso il termine. Non mi oppongo allo stile di vita di nessuno, purché non ferisca me o le persone che amo, e non credo che quello stile di vita lo faccia”. Monica Roberts, attivista trans black, replicò: “Essere transgender non è uno ‘stile di vita’. È l’essenza di chi siamo come persone. E alcune persone transgender sono nere e subiscono l’inferno per essere entrambe le cose”. In scena, Chappelle afferma: “Non mi sento mai in colpa per quello che dico qui”, come se non ci fosse alcun legame tra cultura transfobica e violenza transfobica. Non c’è bisogno di ricordare la propaganda nazi per sapere come funzionano queste cose. Negli Usa la violenza contro le comunità transgender e di genere non conforme è raddoppiata negli ultimi sei anni. Le persone transgender hanno una probabilità quattro volte maggiore delle persone cisgender di essere vittime di crimini violenti, inclusi stupro e omicidio. Quest’anno sono già 41 le persone trans e non-binarie uccise negli Usa, in maggioranza di colore. Questo contesto rende incendiarie le gag di Chappelle.

(12. Continua)

 

“È la giunta dei capibastone. Così Roma non può cambiare”

Roma e Philadelphia sono distanti 7mila chilometri, ma l’ex sindaco Ignazio Marino, che vive e lavora in America, pensa ancora alla Capitale: “Nel 2014 ottenni da un filantropo 2 milioni per restaurare due ordini di colonne nel Foro di Traiano. Ho lasciato soldi e progetto. Se Roberto Gualtieri lo realizzasse rimarrebbe nella storia”.

Come giudica la giunta Gualtieri?

La giunta rivela un’attenta valutazione delle correnti del Pd e delle coalizioni con altre forze che dovranno sostenerla. Sono stati nominati personaggi che hanno militato in partiti opposti alla sinistra come l’Udc. Uno di essi ha rapporti professionali con un signore che a Roma chiamano Er Faina. Fatti che mi fanno prima sorridere e poi rattristare. La presidente del consiglio comunale (Virginia Celli, ndr) è un’astuta politica: eletta nel 2013 nella lista “Marino”, poi andò dal notaio per far cadere il sindaco e ideò una lista chiamata “Roma torna Roma”. Ognuno dei capibastone romani ha avuto la sua quota. Non a caso Gualtieri ed Enrico Letta hanno affermato di non temere tradimenti o sgambetti. Tutto legittimo, ma credo che la città avesse bisogno di energie nuove. Invece girano sempre gli stessi nomi, anche se dietro scrivanie diverse. Così è impossibile cambiare Roma.

Gualtieri doveva essere più autonomo?

L’autonomia per un sindaco, come per ogni altro leader o manager, non dovrebbe essere vista come fonte di inaffidabilità.

Vede i suoi “accoltellatori” nel Pd in Comune?

Sono passati anni e quella vicenda ha perso ogni valenza personale per me. Ne ho molto sofferto, ma il mio dolore non conta. Non so cosa pensino i 700mila romani che avevano eletto il sindaco e videro 19 dem andare festosi da un notaio per cestinare il loro voto. È chiaro invece il pensiero del Pd. Li ha protetti ricandidandoli oppure offrendo loro posizioni che garantiscano un salario. Con l’esclusione di pochissime eccezioni, vivono di politica. Nei loro confronti non provo alcun sentimento. Mi dispiace che Roma non possa avere una classe dirigente diversa.

Michetti non ha voluto entrare in Consiglio, Calenda dopo un ripensamento sì.

Ogni volta che ho corso per una posizione, l’ho fatto credendoci fino in fondo. A oggi resto l’unico parlamentare che si è dimesso rinunciando al seggio di senatore e allo stipendio, prima ancora di sapere se avrei vinto le Comunali. Volevo correre da sindaco senza poltrone di riserva. L’attuale sindaco ha cessato le funzioni da deputato due settimane dopo l’elezione in Comune. Rispetto Gualtieri, di indole integra, ma è un modo di pensare diverso dal mio. La presenza di Carlo Calenda in aula è positiva, alzerà il livello del dibattito. La sua lista ha ottenuto la percentuale di voti più alta: è giusto che sia ben rappresentata in Consiglio.

Gualtieri vuole ripulire Roma entro dicembre.

La sfida non è ripulire entro dicembre, ma mantenere Roma pulita, trasformando Ama, l’azienda che gestisce i rifiuti. Quando chiusi la discarica di Malagrotta nel 2013, lo feci con un piano strategico che mi auguro venga attuato. Si basava su tre linee: autonomia degli impianti, riduzione dei costi con incremento della produttività e aumento della raccolta differenziata. Avremmo realizzato “ecodistretti” per trasformare tutti i rifiuti in prodotto industriale anche grazie a oltre 300 milioni di euro di investimenti. Dò un consiglio al sindaco: rimetta in funzione il tritovagliatore che acquistai. Si trova a Ostia, ma andrebbe spostato nuovamente a Rocca Cencia. Il governatore Zingaretti autorizzò l’uso di quello di proprietà dell’avvocato Cerroni e non di quello che acquistai con i soldi pubblici. Può trattare 300 tonnellate al giorno: certamente un aiuto. Inoltre, con la guida di un grande servitore dello Stato, individuammo un’area dove realizzare una discarica di servizio e produrre energia dai rifiuti. Sono pronto a mettere la documentazione a disposizione di Gualtieri.

Un nuovo stadio serve?

Roma ha perso un’occasione per i cittadini e i tifosi. Il progetto che votammo nel 2014 garantiva l’interesse pubblico, grazie all’obbligo del privato, prima di poter utilizzare lo stadio, di investire centinaia di milioni di euro in opere che avrebbero tutelato il territorio e migliorato la vita dei cittadini. Il proponente privato era tenuto a potenziare i trasporti su ferro, a realizzare un nuovo ponte, a mitigare il rischio idrogeologico, a costruire un parco. Interventi che Roma aveva preteso in cambio della costruzione dello stadio. Il dibattito è stato offuscato da ignoranza, malafede o peggio ancora.

Abuso d’ufficio, Brunetta ci prova: “Ora va abolito”

L’annuncio non è arrivato da una persona qualunque ma direttamente dal ministro della Pubblica amministrazione Renato Brunetta: “Non so se ce la farò ma vorrei abolire il reato di abuso d’ufficio, siete in trincea” ha detto riferendosi ai sindaci l’esponente di Forza Italia concludendo il suo intervento all’assemblea Anci di Parma. Un evento a cui tra ieri e oggi partecipa mezzo governo (da Gelmini a Lamorgese, da Franceschini a Cingolani), il presidente Sergio Mattarella e i sindaci di tutta Italia. Oggi è atteso anche Mario Draghi. Oltre a parlare di come spendere i soldi del Pnrr, dei poteri e delle retribuzioni, il dibattito si è concentrato sulle responsabilità penali dei sindaci. La promessa di Brunetta di “abolire l’abuso d’ufficio” è stata accolta con favore dal sindaco Pd di Pesaro Matteo Ricci e da Maurizio Lupi (“Va restituita serenità ai sindaci”). Contrari i 5S: “Da Brunetta un pessimo segnale a chi governa con onestà e trasparenza” dice Mario Perantoni. Al Senato sono in discussione tre disegni di legge di Pd, M5S e Lega.

Colle, Draghi ora è nervoso e se la prende col capo di Iv

Che Mario Draghi non sia il candidato di Matteo Renzi al Quirinale s’è capito chiaramente martedì a Bruxelles, quando il leader di Iv ha snocciolato tutte le cose che in alternativa il premier potrebbe fare (da restare a Palazzo Chigi a fare il presidente della Commissione europea o del Consiglio europeo). E la cosa non è passata inosservata nei Palazzi. Tanto che ieri girava vorticosamente la voce che – in caso di mancata elezione al Colle – Draghi si dimetterebbe. Il ragionamento che si fa da giorni a Palazzo Chigi è che il premier non potrebbe restare al suo posto se venisse eletto un Presidente con una maggioranza di centrodestra o di centrosinistra (cosa che esclude praticamente tutti, salvo lui stesso e Sergio Mattarella). Ma il fatto che ieri tale posizione fosse fatta filtrare con un certo vigore è una sorta di risposta al fu Rottamatore.

I rapporti tra i due sono quasi inesistenti. Dopo l’avvio del governo dell’ex Bce (al quale Renzi ha spianato la strada defenestrando Conte) non c’è notizia di alcun incontro ufficiale tra loro. Qualche volte si sono sentiti al telefono, in modo più o meno privato. In generale, i referenti a Palazzo Chigi sono altri, a seconda dei dossier. Renzi stesso non ha mai insistito per incontrare Draghi. Sapeva dall’inizio che le cose sarebbero andate così. Ma alla luce dell’attività non politica che dal 2018 al 2020 gli ha portato guadagni per 2,6 milioni di euro, il non rapporto tra i due evidenzia come le motivazioni del leader di Iv siano ormai perlopiù non politiche. Deve restare centrale nelle dinamiche italiane per accrescere il proprio potere come consulente e conferenziere. Contare nella partita del Colle è la prossima occasione.

L’incontro a Chigi per presentare i software israeliani

“We’ll meet in Rome, Palazzo Chigi, next monday at 10:30. Please send to Marco the names for the pass”. È l’1 giugno 2016 e Giampaolo Moscati gira al suo socio Marco Carrai il testo di un messaggio ricevuto da tale Avi. Si tratta probabilmente di Avi Korenblum, fondatore di Voyager analitics, uno dei due “software fenomenali”, comprati a caro prezzo dalla fondazione Open: secondo Carrai quei due programmi erano in grado di “monitorare e influenzare la campagna” per il referendum costituzionale. Dai messaggi agli atti dell’inchiesta della Procura di Firenze, si evince che l’incontro tra l’imprenditore e gli informatici israeliani viene fissato a Palazzo Chigi. A indicare la location è lo stesso Carrai, l’uomo che solo sei mesi prima Matteo Renzi avrebbe voluto al vertice dell’unità di Cybersecurity del suo governo. Una nomina poi saltata a causa delle polemiche. È il 30 maggio 2016 quando l’imprenditore spiega a Moscati che l’incontro “si fa lunedì, digli che comincino a lavorare su referendum è questo che interessa”. Il suo socio chiede: “Palazzo Chigi?”. “Sì”, risponde l’esponente del Giglio Magico.

Dalle carte in mano alla Gdf non è chiaro se alla riunione, a parte Avi, abbia partecipato anche Ofer Malka, socio di Carrai nella Cys4 e assiduo interlocutore dell’imprenditore toscano anche per la questione dell’acquisto dei software. Della vicenda Carrai informa Renzi: “Lunedì a Roma alle 10 saranno in riunione con me gli israeliani di voyager-analytics. La riunione serve a far vedere le potenzialità dei due prodotti che ho preso”, scrive il 31 maggio. Poi invia un messaggio simile a Fabio Pammolli, ex consulente del governo, aggiungendo che ci sarà anche “l’uomo comunicazione di Matteo”.

Secondo la Finanza, all’incontro con gli israeliani ha partecipato “verosimilmente nella prima parte anche lo stesso Renzi”, visto che nel primo pomeriggio del 6 giugno Carrai gli invia una mail scrivendo: “Ciao, dopo che siete usciti siamo entrati nell’operativo”. Fonti vicine all’ex premier spiegano che all’epoca Renzi faceva molte riunioni con Carrai e Pammolli e che non ricorda di aver partecipato all’incontro. Di sicuro l’amico imprenditore lo informava. Nella stessa mail inviata dopo la riunione, Carrai propone di “mettere in piedi una task force di 5/7 persone”, sostenendo di avere “persone, uomini e software che nessuno ha” e chiedendo al premier: “Dammi solo il via”. Che deve essere arrivato, visto che i due software verranno acquistati e usati non solo per la campagna elettorale per il referendum, ma anche in momenti successivi.

È l’8 novembre del 2018 quando Carrai chiede sempre al suo socio: “Si riesce ad avere un accesso a tracx per Nardella?”. Tracx serviva per analizzare le conversazioni online in modo da creare poi messaggi in linea con il sentiment della web. Costato 60mila euro, ora non è più sul mercato. Voyager, invece, permette di acquisire e rendere fruibili informazioni estrapolandole da un’enorme quantità di dati che provengono dalla rete. Viene pagato 260mila dollari. “(…) Sono quasi 300mila euro, non so se mi spiego, come disse il paracadute al paracadutista… speriamo servano”, scrive Alberto Bianchi, ex presidente della Open. I soldi, infatti, li mette sempre la fondazione ed è per questo che agli investigatori interessa questa storia: per i pm dimostra che Open era un’articolazione della corrente renziana del Pd.