Iva, carceri e molte nomine: nessun governo è neutrale

“Non esistono governi neutrali”. Lo dice Giancarlo Giorgetti della Lega, lo pensano tutti in queste ore di attesa per l’esecutivo nominato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, anche se privo della fiducia del Parlamento, dovrebbe riempire il vuoto di potere creato dallo stallo tra i partiti.

Non esiste il governo neutrale perché la politica è fatta di scelte. Quella di cui si parla di più in queste ore riguarda l’aumento dell’Iva: a gennaio 2019 l’aliquota del 22 per cento salirà al 24, quella del 10 all’11,5. Un incremento di gettito che vale 19,5 miliardi. Salirebbero anche i prezzi, con una contrazione inevitabile di alcuni consumi, per questo protesta Confcommercio, molto meno Confindustria che preferisce un rincaro orizzontale piuttosto che aumenti di tasse su settori specifici. Lasciar salire l’Iva o cercare coperture alternative? La neutralità è impossibile, qualunque scelta finirà per frenare una crescita che sta già rallentando all’1,4 per cento su base annua. Poi c’è la manovra correttiva: bisogna assecondare le richieste della Commissione europea, che contesta una mancata riduzione del deficit strutturale di 5 miliardi, o ignorarle?

L’economia non è tutto. Magistrati e avvocati, per una volta d’accordo, chiedono da mesi al governo Gentiloni di sospendere l’attuazione della riforma delle intercettazioni. Il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Francesco Minisci, parla di una “riforma dannosa” che lede il diritto di difesa, perfino il prudente Procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha detto che gli uffici sarebbero soffocati dai nuovi adempimenti e che la riservatezza di certe informazioni sensibili non sarà affatto garantita, visto che all’inizio di un’indagine gli inquirenti non possono già sapere cosa è rilevante e cosa non lo è. Come si può essere neutrali tra la decisione di sospendere l’attuazione della riforma il 12 luglio e la scelta di rinviarla o addirittura riaprire la discussione di merito?

Il nuovo governo dovrà gestire anche il dossier della riforma dell’ordinamento penitenziario: la commissione speciale (cioè il Parlamentino transitorio in questa fase di transizione) ha lasciato l’esame dei primi decreti legislativi alla commissione Giustizia che a questo punto potrebbe non insediarsi mai in questa legislatura. Il governo neutrale farà propria la linea di M5S e Lega che vogliono fermare una norma “svuota-carceri” o quella del ministro uscente Andrea Orlando (Pd), che preme per far approvare una riforma dell’ordinamento penitenziario che valorizza le pene alternative? La delega al governo scade il 3 agosto, poi si rischia di dover ricominciare daccapo.

Sulle nomine, poi, la neutralità non è un’opzione: anche le proroghe, come quelle decise dal governo Gentiloni per i capi dei Servizi segreti, della polizia e della Ragioneria dello Stato sono una scelta precisa. Il governo neutrale immaginato da Mattarella dovrà avere un ministro del Tesoro neutrale (Carlo Cottarelli? Dario Scannapieco?) cui spetterà il compito di riempire caselle importanti a cominciare dal direttore generale del ministero dopo che ieri il Consiglio dei ministri ha rinviato la scelta (Padoan voleva Fabrizio Pagani al posto di Vincenzo La Via, Gentiloni si è opposto). E poi ci sono i vertici della Cassa Depositi e Prestiti da scegliere ora che Claudio Costamagna e Fabio Gallia sono in scadenza. Perfino il Movimento 5 Stelle, di solito refrattario al risiko delle poltrone, si sta interessando alla questione.

Sulla Rai – con il cda che scade a fine giugno – “neutralità” significa proroga dei vertici attuali, Mario Orfeo e Monica Maggioni: servirebbe un Parlamento che scegliesse i quattro membri che gli spettano in Consiglio e un ministro del Tesoro che indichi presidente e amministratore delegato. Ma se il governo neutrale non prende la fiducia e il Quirinale scioglie le Camere si ferma tutto.

Fascisti? Meglio parlare di begonie

La richiestaera più o meno questa: sindaco Bucci, chi ha autorizzato un consigliere comunale a commemorare i caduti di Salò con il Tricolore? “Io a questa domanda non rispondo”. Marco Bucci, primo cittadino di Genova, annaspa. Ostenta sicurezza e piglio da manager, ma non sa che pesci pigliare. “Non sono don Abbondio”, cerca di difendersi. Ma davanti al consiglio comunale e ai cronisti preferisce il dribbling, arte in cui pare sempre più portato: “Io ho altre priorità. Diciamo che quella (le commemorazioni dei fascisti, ndr) è la due o la tre. È una questione formale. Io mi occupo solo della priorità uno: la città”. Nessuna vera sconfessione dell’episodio contestato: “La fascia tricolore forse è stata fuori luogo. Se qualcuno si è sentito offeso me ne scuso, ma io lavoro per unire”. L’opposizione abbandona il consiglio. Una parte del pubblico canta Bella Ciao.

Applausi a scena aperta invece dai banchi di centrodestra e da sostenitori dell’estrema destra presenti in aula. Non pochi.

Bucci non risponde alle domande di opposizione e cronisti. Non dice chi ha autorizzato l’uso della fascia. Di una sola cosa gradisce parlare: “Io sono quello che ha portato l’Euroflora nei parchi della città”. Di fascisti non si può chiedere. Di fiori sì.

La pazza idea dem: prorogare i vertici della Rai

Il Pd pensa a una proroga per Mario Orfeo, Monica Maggioni e l’intero Cda Rai almeno per altri sei mesi. Fino al 31 dicembre 2018. Così da avere una tv pubblica “dalla propria parte”, e comunque “non ostile”, in vista di nuove elezioni. Perché il rischio – racconta una fonte dal Nazareno – “è che rinnovando i vertici adesso, Lega e M5S replichino sulla Rai quello che si è visto per le presidenze e i vertici delle Camere: facciano asse e si prendano tutto, lasciandoci le briciole”.

Sono giornate strane quelle che si respirano a Viale Mazzini. Da un lato c’è aria di dismissioni: alle ultime riunioni del Cda (che scade il 30 giugno), come quella di lunedì per approvare il bilancio 2017 (chiuso con un utile di 14,3 milioni), c’è un clima da ultimi giorni di Pompei, con Mario Orfeo, Monica Maggioni e i consiglieri consapevoli di essere alle ultime battute. L’iter burocratico per il rinnovo del vertice, d’altronde, è già partito. Con la nuova legge i membri del prossimo Cda saranno 7: 4 nominati dal Parlamento, 2 dal governo su indicazione del Tesoro e uno votato tra i dipendenti. Sui siti di Camera e Senato c’è tempo fino al 31 maggio per inviare i curricula (si candida anche Michele Santoro), poi si passerà al voto in aula. Iter avviato anche per la presentazione delle candidature interne. A questo punto, però, a Viale Mazzini si volge lo sguardo al di là del Tevere, sul colle del Quirinale. Perché se si andrà a votare a luglio, come chiedono M5S e Lega, la proroga dell’attuale vertice è sicura: con le Camere sciolte non si potrà procedere al rinnovo. Se invece si dovesse votare in autunno, l’attuale Parlamento e il governo in via di formazione potranno procedere alle nomine. Ed è questo che il Pd vuole evitare. Al Nazareno l’allarme rosso è scattato una settimana fa, quando Di Maio è intervenuto sulla Rai: “Sostituiremo molto presto i direttori grazie a una legge finalmente meritocratica. I tg avevano iniziato a trattarci con più rispetto, ma ora è ripresa l’offensiva contro di noi”, le parole del leader pentastellato. Contro cui si sono scagliati diversi esponenti dem, in primis Michele Anzaldi. “È passata una settimana e ancora non è arrivata alcuna retromarcia. Ecco il rispetto che il leader dei 5 Stelle ha per il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione”, ha detto ieri Anzaldi, tornando sull’argomento. Le parole di Di Maio hanno avuto il merito di terrorizzare il Pd. “La macchina grillo-leghista sugli uffici di presidenza del Parlamento è stata implacabile. Se si rinnovano i vertici Rai a luglio, Di Maio e Salvini si prendono tutto: presidente, dg e maggioranza in Cda. E a quel punto andremo in campagna elettorale con la Rai contro”, è il ragionamento che si fa al Nazareno.

Da qui l’idea di prorogare l’attuale vertice, giustificata con la difficoltà di procedere a nomine così importanti nel bel mezzo dello stallo politico-istituzionale. L’obiettivo è quello di tenere al timone Orfeo e Maggioni almeno fino a dicembre a garantire lo status quo. Non è un caso che la voce di un possibile rinvio sia iniziata a circolare anche in Viale Mazzini. In questo modo, il Pd potrebbe contare su un’informazione Rai ancora filo-renziana: un Tg1 governativo e “quirinalizio” e un Tg3 pro dem, lasciando a Salvini e Di Maio solo il Tg2. Per la proroga, però, occorre un decreto ad hoc del governo. E su questo, nell’esecutivo “del presidente”, sarà battaglia. Unica vera incognita, è Orfeo. Secondo il sito Dagospia, il dg avrebbe ricevuto un’importante offerta di direzione (Repubblica?). Se va via lui, anche gli altri dovranno fare le valigie.

L’incubo delle liste per Pd e azzurri: quanti posti ci sono?

Tra parlamentari del Pd e parlamentari di FI le chiacchiere vanno avanti per tutto il giorno. Al centro c’è un’unica questione: a che punto sono le quotazioni del governo Cinque Stelle-Lega, con passo di lato di Berlusconi incorporato? Perché questa domanda se ne porta dietro una più stringente: quando si vota? Dem e azzurri sono quelli che hanno più da perdere con il voto subito. Nel Pd, si organizzano. Un caminetto con dentro praticamente tutti i big (tranne Renzi) al Nazareno decide la data dell’Assemblea: sabato 19 maggio. L’idea è quella di provare l’ armistizio e confermare segretario Maurizio Martina fino alle urne. E Paolo Gentiloni candidato premier. Matteo Renzi va a Di Martedì e lancia la candidatura.

Un modo per sottolineare che è lui che comanda. Tutto da vedere se Gentiloni accetterà il ruolo (peraltro solo nominale, visto che pensare a un premier del Pd è quasi nell’ordine dell’irrealtà). L’accettazione passa per la “neutralizzazione” di Renzi. Obiettivo difficile da raggiungere. Come dimostra l’ex premier anche ieri sera. “Io ho aperto a Bersani? Non mi pare proprio…”, dice, a proposito del fatto che Leu potrebbe far parte della coalizione di centrosinistra. Peccato che il ruolo che potrebbe convincere Gentiloni sarebbe proprio quello di “federatore” della coalizione, con LeU dentro. Non è solo Renzi ad andare in tv ieri, ma anche Maria Elena Boschi, a Porta a Porta.

Chi farà le liste nel Pd? La domanda è cruciale, la risposta generica “la direzione”. La Sottosegretaria fornisce la sua versione: “Se andassimo davvero al voto a luglio sarebbe ragionevole confermare le liste delle ultime elezioni”. Si tratta di liste ultra-renziane e la rivolta nel Pd è già dietro l’angolo. Al di là di chi nominalmente guiderà il partito è quella delle candidature la battaglia cruciale.

Dentro Forza Italia la rivolta è già in corso, all’idea di andare a votare. Quando si tratterà di fare le liste, al tavolo saranno seduti come sempre Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini e Gianni Letta. Insieme ai capigruppo: stavolta, oltre alla Gelmini, la Bernini. Per adesso, tra gli azzurri, però, il tentativo è soprattutto quello di evitarle le elezioni. E sono proprio le liste il motivo principale. Perché, lo spiega un dirigente della Lega: “Per quelle del 4 marzo abbiamo utilizzato il criterio di dividere i posti tra noi e Forza Italia sulla base dei sondaggi dell’ultimo mese. Faremo lo stesso questa volta”. Stando alle rilevazioni correnti, la Lega ha già guadagnato oltre 5 punti, andando oltre il 20%, mentre Forza Italia starebbe sotto il 10%. In termini di riconferme per i parlamentari sarebbe una débacle. A via Bellerio si fanno i conti: i leghisti vorranno i circa 30 collegi, tra Camera e Senato, che erano andati a Noi con l’Italia. Oltre a quelli che erano stati persi dal centrodestra per pochi voti. E poi parecchi collegi adesso di Forza Italia.

La questione è aperta anche nei Cinque Stelle. Ma in caso di voto subito, l’idea è quella di derogare rispetto al secondo mandato per i parlamentari e riconfermare le liste del 4 marzo. Con qualche aggiustamento: ovvero la sostituzione dei parlamentari espulsi perché indagati. In teoria, dovrebbe andare liscia. In pratica, in caso di flessione, molti posti da sicuri diventeranno incerti.

Carlo Callieri compra una pagina del Corsera per lodare Mattarella

Carlo Callieri,ex braccio destro di Cesare Romiti alla Fiat (fu tra i protagonisti dei 35 giorni a Mirafiori e tra i promotori della “marcia dei 40 mila”; per il suo ruolo di “duro” era chiamato John Wayne) ha comprato ieri mezza pagina del Corriere della Sera per esprimere la sua solidarietà al Presidente Sergio Mattarella. Callieri, che è stato anche vicepresidente di Confindustria, ha spiegato così la sua scelta: “Basta guardare in faccia il presidente Mattarella per capire che è una persona perbene, per questo mi sono detto: diamogli una mano in questo sforzo disperato che sta facendo per tirare fuori il Paese dalla palude”. “Non è stato un atto di coraggio – ha aggiunto –Ho solo voluto fare un gesto politico, in un momento in cui i partiti fanno solo giochi di potere”. Callieri, che ha paragonato Mattarella a Carlo Azeglio Ciampi, ha definito il presidente “ultimo Padre della Patria”.

Franco Gabrielli confermato capo della Polizia

Franco Gabrielliè stato confermato a capo della Polizia durante l’ultimo Consiglio dei ministri, ieri. Il mandato del prefetto sarebbe scaduto il 19 maggio, la sua conferma non è una semplice proroga, perché ora non c’è più una data di scadenza. In questo modo si cerca di dare continuità al vertice della Polizia, in un momento delicato anche per il contesto internazionale e la continua minaccia del terrorismo: “Era un atto atteso da tempo – spiega Felice Romano, segretario generale del Siulp, il sindacato italiano dei lavoratori della Polizia –. In un momento estremamente delicato per la vita del Paese, in attesa che si concretizzi una maggioranza politica che dia vita al nuovo governo: quando c’è incertezza è importante garantire una guida certa alle istituzioni a difesa dei cittadini”. Lo stesso concetto è stato espresso anche da Enzo Letizia, segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia.

Gabrielli, nominato a capo della Polizia dall’aprile del 2016, è stato in passato prefetto de L’Aquila e di Roma, nonché capo del Dipartimento della Protezione Civile.

Il 22 luglio prima data utile: ecco perché

La prima data realistica, come si dice e si legge ovunque, è quella del 22 luglio. Per l’Italia sarebbe una novità assoluta: le urne aperte in piena stagione balneare. Nella storia della Repubblica si è votato al massimo il 27 giugno, in occasione delle elezioni politiche del 1983.

Per quale motivo non si può votare prima del 22 luglio? La normativa elettorale stabilisce che il decreto di scioglimento delle Camere “è pubblicato nella Gazzetta Ufficiale non oltre il 45° giorno antecedente quello della votazione”. Tra la fine della legislatura e la data delle elezioni, insomma, deve passare almeno un mese e mezzo. Ma in realtà i giorni di distanza devono essere almeno 60: lo stabilisce un regolamento della legge per il voto degli italiani all’estero; sono necessari due mesi per preparare le nuove elezioni a causa degli adempimenti tecnici relativi al voto, che si esercita per corrispondenza.

Anche se il governo “neutrale” varato dal presidente della Repubblica dovesse giurare nell’arco di pochi giorni, per entrare in carica dovrebbe ovviamente passare attraverso il voto di fiducia di Camera e Senato. L’articolo 94 della Costituzione prevede che il nuovo esecutivo si presenti alle Camere entro 10 giorni dalla sua formazione. Vista la fretta richiesta dalla delicata situazione politica, il voto di fiducia potrebbe avvenire già lunedì 14 maggio o martedì 15. Solo dopo questa data, in caso di mancata fiducia, il capo dello Stato potrebbe decretare la fine della legislatura. Aggiungendo al calendario 60 giorni, la prima domenica disponibile è appunto quella del 22 luglio (con l’ulteriore effetto di fissare la prima seduta del Parlamento – entro 20 giorni dalle urne – a ridosso di Ferragosto).

L’alternativa è il voto in autunno: nella seconda metà di settembre (a vacanze concluse) oppure a ottobre. Ipotesi non gradita al Colle: troppo tardi – è il timore – per affrontare legge di Bilancio e aumento dell’Iva.

Una donna premier. E allo Sport l’idea Bebe Vio

“Neutrali”. Ma per non rischiare una eventuale foto di gruppo del toto-ministri troppo opaca, dalle parti del Quirinale ieri si affacciava un nome per “spiazzare”: quello della campionessa paralimpica Bebe Vio, ovviamente per lo Sport. Conferme per il nome di Elisabetta Belloni – segretario generale della Farnesina – per cui si affaccia l’incarico di ministro degli Esteri. E non di premier, casella per la quale ci sarebbe sempre una donna, ma dal nome copertissimo. Marta Cartabia, vicepresidente della Corte Costituzionale (la più giovane), è molto stimata da Mattarella. Come pure l’economista Lucrezia Reichlin. Molto forti per il Tesoro le voci intorno a Salvatore Rossi, direttore generale della Banca d’Italia dal 2013. Agli Interni il nome potrebbe essere quello del prefetto Mario Morcone. In lizza per un dicastero sarebbero anche Enzo Moavero Milanesi – grande esperto dei meccanismi dell’Unione europea ed ex ministro del governo Letta – e il diplomatico Giampiero Massolo.

Di Maio ci crede poco e inizia il tour elettorale

Gli alleati possibili prima o poi si uniranno. Ma dopo una giornata di trattative, finte e leggende metropolitane, il governo tra Lega e M5S si allontana, di nuovo.

Perché questa volta naufraga sulla smentita serale di Silvio Berlusconi, che nega il passo di lato. Ma dai piani alti del Movimento ostentano tranquillità: “È la prova che Salvini è debole. Ma va benissimo, si torna al voto”. E marameo al leghista, che ieri mattina aveva chiamato Luigi Di Maio per assicurargli che c’era ancora margine per convincere Berlusconi all’appoggio esterno: “Abbiamo chiesto più tempo al Quirinale”. Però l’ex candidato premier a 5Stelle si è subito tirato fuori: “Risolvetela voi e Berlusconi se ci riuscite, io non voglio espormi”. Ergo, Di Maio non vuole più bruciarsi, perché al fuoco della partita per il governo si è già rosolato abbastanza. Però ci spera, nel miracolo. “Mi auguro che Salvini tolga i suoi voti dal freezer” dice in mattinata a Rtl. Dove ridendo parla di “relazione complicata” Con il segretario del Carroccio. La riprova che non c’è nessuna vera frattura con la Lega. Ma con i suoi Di Maio tiene la linea. “Ci pensassero loro ora – ripete – noi siamo già in campagna elettorale”. Per questo nel pomeriggio manda a tutti i 331 parlamentari lo screenshot di un articolo dell’Huffington Post, in cui viene annunciata la prima tappa del suo nuovo tour, il 9 maggio a Parma. “Stando ai sondaggi le urne ci convengono” giurano dal M5S. E per dimostrarlo fanno circolare stime in cui il Movimento è al 35 per cento, e Di Maio vincente in un ballottaggio con Salvini (ma c’è anche Alessandro Di Battista in crescita)

Però i suoi parlamentari pensano ad altro, a un accordo di governo sul filo di lana. E sperano nel possibile incidente: ovvero che un gruppo di forzisti, 20 o 30, voti la fiducia al governo tecnico sfornato dal Colle. Il pretesto che potrebbe permettere a Salvini di rompere con Forza Italia, facendo seguito al suo avvertimento di lunedì sera: “Mi auguro che Berlusconi mantenga la parola data”. Ossia che non voti la fiducia all’esecutivo “neutrale”. Nell’attesa, i grillini dentro la Camera parlano fitto con i forzisti, che in giornata assicurano: “Anche i familiari chiedono a Berlusconi un passo indietro”.

E ovviamente è un furoreggiare di telefonate e messaggi incrociati con i leghisti. “Metteremo Berlusconi sotto pressione per 24-36 ore” promette un graduato del Carroccio. Mentre il leghista Giancarlo Giorgetti, possibile premier in un governo M5S-Carroccio, lo dice in chiaro: “Berlusconi faccia un gesto di responsabilità e permetta un governo politico”. Il 5Stelle Danilo Toninelli manifesta scetticismo, ma lascia uno spiraglio: “Al 90 per cento si torna al voto”. Ed è quel 10 per cento che pesa. Di Maio invece si trincera nel suo ufficio. Ma riappare in tv, a Di Martedì, per ribadire: “Se ci sono novità la Lega vada a spiegarle per file e per segno a Mattarella, e comunque io a Salvini ho detto già settimane fa: ‘Se il problema sono io faccio 100 passi indietro”. Torna a chiedere il voto per il 24 giugno (“basta un decreto legge”) e scomunica il governo tecnico: “Un esecutivo non è mai neutrale”. Ma a telecamere spente lui e il segretario della Lega si risentono, più volte. Perché la trattativa c’è. Dentro la Camera Stefano Buffagni, dimaiano lombardo, sostiene: “Rinunciando a Palazzo Chigi Luigi ha già fatto un passo che gli è costato umanamente”. E con il Caimano? È vero che potreste concedergli ministri tecnici? Sorriso, risposta: “I ministri dovrà presentarli Salvini, poi se piacessero anche a Berlusconi…”. A Porta a Porta Giorgetti nega la trattativa su ministri d’area. Ma conferma che “giovedì sarà l’ultimo minuto per sperare”. Poi però arriva B., con la sua nota. E la tela si disfa, ancora.

Arriva l’incarico “neutrale”. Ma il Colle aspetta ancora B.

Da Aspettando Godot: “Non accade nulla, nessuno arriva, nessuno se ne va, è terribile!”. Samuel Beckett. Stesse iniziali – coincidenza letteraria da stallo – di Silvio Berlusconi, Ottuagenario sempre carismatico ma non più leader, ahilui. Tra Lega e Cinquestelle continua ancora così: non accade nulla e nessuno se ne va, cioè l’ex Cavaliere. Il fatidico passo di lato per consentire il parto del governo grilloleghista. Il Colle aspetta l’evento da oltre due mesi e aspetterà fino a stamattina, nonostante il discorso chiaro e duro di lunedì sera del capo dello Stato, dopo il fallimento del terzo giro di consultazioni.

Aspetterà e se non accadrà nulla (sempre Beckett, sempre Berlusconi) già oggi potrebbe dare l’incarico per formare il governo neutrale, di servizio e di garanzia. Ma la telenovela interpretata da Di Maio e Salvini non finirà. E tra consultazioni del premier incaricato e neutrale (una donna, ma non Bellone che andrà agli Esteri), varo del governo, voto di fiducia in Parlamento, la trattativa sul passo di lato di Silvio Berlusconi potrebbe essere usata dall’ex Cavaliere, contrario alle urne, per allungare i tempi e chiudere la finestra elettorale estiva. Soprattutto se l’esecutivo neutrale dovesse essere sfiduciato. Ancora ieri sera, al Colle si è ribadito che a quel punto si scioglierà “due giorni dopo” la sfiducia parlamentare.

C’è però un’ipotesi definita di scuola, fanno notare sempre al Quirinale, che potrebbe prevedere un altro governo. Certo, Mattarella non sarebbe coerente con il discorso dell’altra sera – fiducia oppure voto a luglio o in autunno – ma questa inedita crisi repubblicana subisce evoluzioni a un ritmo quotidiano. E se così fosse, il balletto tra i due vincitori del 4 marzo riprenderebbe nella fase di stallo tra il governo bocciato in Parlamento e le conseguenti scelte del presidente della Repubblica.

Un rompicapo, al momento senza soluzione. Anche se al Colle sale sempre di più l’irritazione per “il quinto” falso allarme sul passo di lato berlusconiano, strombazzato per tutta la giornata di ieri. E che si coglie persino in una frase rivolta a Gigi Buffon (oggi si gioca la finale di Coppa Italia): “Un arbitro può condurre bene la partita se ha un certo aiuto di correttezza dai giocatori”. E l’arbitro Mattarella, ancora una volta, ieri ha aspettato che qualcuno portasse la notizia dell’accordo tra Lega e M5S.

Un film che inizia ad Arcore, in mattinata. Da chi ci ha parlato, Berlusconi viene descritto “furibondo”. Con tutti. Con Salvini e Meloni, “due ragazzotti”. E persino con la mossa del capo dello Stato di fare un governo neutrale.

Altro che passo di lato. Ma il volume di fuoco del pressing è notevole. Non solo da parte leghista. “Silvio, un governo deve nascere, alle elezioni l’unica percentuale che crollerebbe è quella di Forza Italia. Ti conviene? Diventeresti il capro espiatorio del ritorno anticipato alle urne, più di Renzi”.

La cerchia familiare, più il solito Fedele Confalonieri, non sono contrari al passo di lato. Finanche Gianni Letta avrebbe cambiato idea: “Chiedi tre ministri d’area e la presidenza della Vigilanza Rai”. Indi, le proteste e le preoccupazioni di mezzo partito: parlamentari appena eletti che non sarebbero più confermati in base alla nuova ripartizione, a favore della Lega, dei seggi nel maggioritario. È la certificazione del declino. L’avvenuta successione nel centrodestra. B. è un partner, non più leader.

All’ora di pranzo l’ira appena stemperata si riaccende più violenta di prima. Giancarlo Giorgetti, numero due di Salvini, gli chiede “gesto di responsabilità”. È come se gli avesse “messo due dita negli occhi”. L’ex Cavaliere si arrocca totalmente e a sera fa sapere: “Nessun passo di lato e nessun sostegno esterno di Forza Italia a un governo tra Cinquestelle e Lega”.

Calcoli e tattica mischiati con orgoglio e dignità. “Io non voglio nulla, qui è in gioco la mia persona”. Niente da fare, dunque. Anche stavolta. Ma tra il passo di lato e l’incarico di oggi, c’è pur sempre una notte. E comunque la storia non sembra destinata a terminare.  E adesso il prossimo capitolo di Mattarella: incarico; riserva da sciogliere entro sabato; giuramento del nuovo governo neutrale domenica o lunedì; fiducia la prossima settimana. La partita sul voto di luglio è al primo giro.