Neutrale sarà lei

Fervono febbrili le selezioni per il premier e i ministri del governo neutrale, detto anche – parlando con pardon – gabinetto di servizio. I provini si svolgono in un salone del Quirinale, a caccia di figure il più possibile neutre, come richiesto espressamente dal Presidente. Ricerca complicata dalla massiccia e molesta presenza d’imbucati.

“Buongiorno, signori e soprattutto signore: sulla mia neutralità fra mafia e antimafia, essendo prematuramente scomparsi Bontate, Teresi, Mangano, Riina e Provenzano, può testimoniare l’amico Dell’Utri, ma solo se gli date la grazia. Interessa l’articolo?”. “Come se avessimo accettato, dottor Berlusconi. Grazie, ora abbiamo parecchio da fare”.

“Salve, sono l’onorevole Rosato, ma tutti mi chiamano Rosatellum, espressione latina notoriamente neutra: posso servire?”. “Guardi, non ci provi neppure: se siamo in questo casino è soprattutto colpa sua. Sparisca”.

“Signori miei, ve l’avevo detto che prima o poi da me dovevate tornare. Non credo di dovervi dimostrare la mia neutralità: io tra Bersani e Verdini, tra Saviano e Berlusconi, tra Rai e Mediaset, tra la Carta costituzionale e la carta igienica, non ho mai fatto differenze. E ora tifo per il tanto peggio tanto meglio. Neppure la Svizzera è più neutrale di me. Che dite, vado bene?”. “Senatore Renzi, ancora lei?”. “In subordine, vi segnalo Maria Elena Boschi, assolutamente neutrale fra i banchieri di Etruria e le vittime di Etruria”. “Si accomodi alla porta, e alla svelta: se la vede Mattarella, fa uno sproposito”.

“Insigni esaminatori, sarò breve: la mia esperienza di governo si contraddistinse per la più rigorosa neutralità, quindi credo di aver diritto a una seconda chance, con la mia valida collaboratrice qui a fianco”. “Senatore Monti, professoressa Fornero, pietà: voi non siete neutrali, siete dei neutralizzatori. Se si viene a sapere che siete qui, la gente dà l’assalto al Quirinale. Tornate a casa coi vostri cetrioli che magari, quando partono, sono neutrali, ma quando arrivano a destinazione… beh lasciamo perdere”.

“Greggi siggniori, amici cari, se cercate pessoni neutrale, non dimenticato ché io mi candidabbi in Svizzero, la nazzione asciatica più neutrala della storia”. “Grazie, onorevole Razzi, la terremo presente, abbiamo giusto un buco all’Istruzione, Università e Ricerca scientifica”.

“Concittadini, penso di fare proprio al caso vostro: come capo politico, volevo allearmi sia con la Lega sia col Pd, perché non sono né di destra né di sinistra. Quindi neutrale”. “Scusi, onorevole Di Maio, ma lei è dei 5Stelle”.

“Ah, già, non ci avevo pensato. Chi l’avesse mai detto”. “Ci stia bene”.

“È qui che si fanno i provini di neutralità?”. “Sì, signora, ci dica”. “Io sono neutrale in quanto esperta di neutrini”. “Neutrini?”. “Sì, quelli che fanno su e giù nel tunnel dal Cern di Ginevra ai laboratori del Gran Sasso”. “Ah, ma lei è la Gelmini”. “E uso sempre il sapone neutro”. “Interessante”. “Vi faccio la faccia neutra? Mi dicono tutti che, quando la faccio, ho la vivacità di un termosifone spento”. “Grazie, non si incomodi, ci basta così al naturale. Torni pure sul Gran Sasso e resti in attesa di una nostra chiamata”.

“Ehilà, ragazzi, serve una mano neutrale? Io sto con Berlusconi e contemporaneamente voglio allearmi con Di Maio che vuole allearsi con tutti tranne che con Berlusconi. Franza o Spagna, purché se magna. Più neutrale di così! Dite al babbione di darmi l’incarico, due minuti e ci penso io”. “Onorevole Salvini, sono due mesi che chiede due minuti. Quella è la porta”.

“Ehm, buongiorno. Scusate se parlo…”. “Ma si figuri, siamo qui apposta per ascoltarla. Lei chi sarebbe?”. “È una parola, mica è facile a dirsi, diciamo che sarei un reggente, o così almeno mi han detto al partito”. “Che partito?”. “Mah, una volta si chiamava Democratico, ora francamente non saprei: quelli cambiano tutto e non mi dicono mai niente”. “Cosa desidera?”. “Io niente, ma un amico mi ha detto che cercate gente neutrale e allora chi meglio di me: io non ho idee e, le rare volte che ne ho una, me la fanno subito cambiare”. “Guardi, siamo talmente disperati che potrebbe pure andare. Le va di rispondere a qualche domanda?”. “Se reggo…”. “Gelato alla frutta o alle creme?”. “Non saprei, lascio sempre fare al gelataio”. “Milan o Inter?”. “Sono felice quando vincono entrambe”. “Con sua moglie come va?”. “Benino, anche se, da quando sono reggente, mi hanno detto di non sbilanciarmi e così, la sera, insomma… lei vorrebbe… ma io niente: ‘No, cara, in questi frangenti preferisco non espormi’…”. “Come ha detto che si chiama?”. “Non ve l’ho detto, perché non ne sono così sicuro. Però mi è parso di sentire qualcuno chiamarmi Martina”. “Ma di nome o di cognome?”. “Ah non chiedete a me. Quelli dicono ‘Martina’ e basta”. “Ok, le faremo sapere (sottovoce) Maronn’ come sta messo questo…”.

“Ciao, sono Rocco e non ho mai fatto politica”. “Uhmm, interessante… però lei ha una faccia un po’ parziale”. “Impressioni. Interrogatemi”. “Mare o montagna?”. “Preferisco i laghi”. “Perfetto! Slip o boxer?”. “Le mie dimensioni mi precludono l’uso di entrambi”. “Fantastico! Carne o pesce?”. “Né carne né pesce, inteso come animale acquatico”. “Sta andando benissimo, lo sa? Donne o uomini?”. “Eheh, domanda a trabocchetto, me l’aspettavo: fino a ieri avrei risposto donne. Ma ora tengo troppo all’incarico, dunque: donne, uomini, ma anche capre, quel che capita capita, purché respiri”. “Magnifico! Lei è il nostro premier ideale. Assunto! Come fa di cognome?”. “Siffredi”. “Quel Rocco Siffredi?”. “Sì, quello, perché?”. “Mannaggia, e mo’ chi glielo dice a Sergio?”.

Come James Bond: nella berlina c’è la moto

Ricordate lo scooterino Honda Motocompo degli Anni 80? Si ripiegava e si sistemava comodamente nel portabagagli di un’auto, per poi essere utilizzato all’occorrenza. Ebbene, 37 anni dopo (il Motocompo è del 1981) Ford ha deciso di alzare molto più in alto l’asticella concettuale, depositando presso lo U.S. Patent and Trademark Office il brevetto di un veicolo a quattro ruote (che somiglia parecchio a una Focus) nel quale è integrata una moto a batteria, completamente elettrica.

Non è uno scherzo, e nemmeno un gadget alla James Bond: si tratta di una vera e propria opera d’ingegno registrata in un documento contrassegnato col numero US 2018/0111540 A1, in cui viene descritta con dovizia di particolari la futuristica auto-moto: dal collegamento meccanico tra i due veicoli fino all’alimentazione e al sistema infotelematico.

Quando i due mezzi sono, per così dire, uniti, la batteria del motore elettrico che spinge la due ruote viene collegata alla vettura e ricaricata. Parimenti, comandi e strumentazione (nonché infotainment) della due ruote vengono integrati nella plancia, all’interno dell’abitacolo. Una volta rilasciata, tuttavia, la motocicletta a emissioni zero è completamente autonoma e in grado di viaggiare da sola, fino alla successiva reunion con questa sorta di simil-Focus.

La domanda, a questo punto, è d’obbligo: arriverà mai in commercio? A lume di naso anche no, perlomeno in tempi accettabili. Il fatto di aver depositato un brevetto non significa che poi quell’invenzione venga realizzata. Specie se farlo comporta esborsi economici ingenti a fronte di un futuro commerciale incerto. Ma la suggestione di immaginare un mezzo polivalente, alla 007, rimane.

Meno diesel in Europa, Germania a batteria

In Italia ce ne accorgiamo meno, perché poco è cambiato nelle abitudini degli automobilisti: da gennaio ad aprile più della metà delle auto vendute (54,8%) continuava ad avere motori a gasolio. Ma lo Stivale è una (pen)isola felice per il diesel rispetto al resto d’Europa, anche se stando agli addetti ai lavori prima o poi toccherà anche a noi adeguarci al trend continentale. Che ha visto il diesel perdere ben il 17% nel primo trimestre 2018, fermandosi al 37% di quota di mercato. Un ridimensionamento forte, figlio dello scandalo emissioni e della campagna denigratoria nei confronti di una tecnologia che, allo stato dell’arte, ha molte meno controindicazioni di quanto si vorrebbe far credere.

Comunque sia, al passo indietro del gasolio nel Vecchio Continente ha fisiologicamente corrisposto quello avanti della benzina (+14,6% e 55,5% del totale), come pure delle alimentazioni alternative: metano e Gpl, ibrido (anche plug-in) ed elettrico puro. In particolare, le vendite di vetture elettrificate sono aumentate del 41%. Con un segnale da non sottovalutare: la Germania ne è divenuto il primo consumatore, superando addirittura la Norvegia. La patria dei motori a gasolio, dunque, si sta pian piano aprendo alla mobilità a elettroni. Resta da stabilire se per coscienza verde o per reazione a tutte le balle che hanno raccontato finora i costruttori locali. Che si stanno già attrezzando per non perdere la partita commerciale, pronti a inondare il mercato di modelli a batteria.

L’altro Salone di Torino

Oltre 40 marchi espositori, più di 30 meeting ed eventi dinamici di club e case automobilistiche, 700 mila visitatori attesi e più di 1.000 supercar provenienti da tutta Italia: sono questi i numeri del Salone dell’Auto di Parco Valentino 2018, quarta edizione del motor show organizzato nell’omonimo giardino torinese dal 6 al 10 giugno prossimi (aperto dalle ore 10 alle 24).

Un evento che trova sempre più consensi fra il pubblico grazie alla sua formula “democratica”: l’esposizione si svolge all’aperto e si configura come una piacevole passeggiata fra le automobili parcheggiate su apposite pedane. Niente stand enormi dedicati ai vari marchi, niente effetti speciali e niente biglietto: l’ingresso è libero per tutti. Esiste, però, un ticket elettronico gratuito (scaricabile sul sito www.parcovalentino.com) indispensabile per accedere a contenuti ed eventi esclusivi all’interno del Cortile del Castello del Valentino, nonché alla Mostra dei Prototipi in viale Mattioli (dove saranno esposti modelli storici iconici dell’automobilismo).

La grande novità del 2018 sarà il coinvolgimento di tutta la città di Torino che darà vita a un “Salone diffuso”, trasformando piazze e vie in punti di ritrovo di supercar, prototipi, one-off e auto storiche da collezione: a piazza Castello ci saranno le Porsche e i collezionisti che festeggeranno i 70 anni del brand di Stoccarda, mentre piazza San Carlo ospiterà il focus sulle auto elettriche e ibride plug-in.

In piazza Carlo Alberto si potranno ammirare pezzi storici rari di Ferrari, Maserati e Lamborghini.

In piazza Bodoni si racconterà la storia dell’utilitaria italiana per eccellenza, la Fiat 500.

Piazza Vittorio Veneto, invece, sarà dedicata alla mitica Lancia Delta Integrale. Si festeggeranno pure alcuni importanti compleanni: dal 70° anniversario di Land Rover, per continuare con gli 80 anni del Maggiolino Volkswagen e il 70° della celebre Citroën 2 CV.

Da non perdere il “Gran Premio Parco Valentino”, in programma domenica 10 giugno: 40 chilometri di passerella panoramica che, dopo aver attraversato le strade del centro cittadino, continuerà tra i tornanti della collina per giungere alla Reggia di Venaria.

Il pubblico potrà assistere alla sfilata di 200 equipaggi che rappresentano la storia dell’industria automotive: da modelli del 19° secolo alle auto elettriche del domani, passando per le regine del motorsport.

Confermato l’accordo tra Trenitalia e il Salone dell’Auto: chi sceglierà di usare le Frecce, gli Intercity e gli Intercity Notte per raggiungere la manifestazione, usufruirà di uno sconto del 30% (rispetto al prezzo base) sui biglietti di andata e ritorno per Torino.

McKennitt, dopo dodici anni ritorna al passato

Nell’arco di una carriera che dura da oltre 20 anni, la cantautrice canadese Loreena McKennitt ha venduto oltre 14 milioni di dischi e ha ricevuto riconoscimenti e onorificenze che non basterebbe lo spazio di questa rubrica per indicarli tutti. Non a caso è considerata la regina del pop folcloristico, con quel suo stile caratterizzato da una voce da soprano particolarmente acuta e da buone doti di polistrumentista dimostrate al pianoforte e all’arpa. Inutile dire che c’è grande attesa per l’uscita (11 maggio) del suo nuovo album di inediti, a 12 anni dall’ultimo, intitolato Lost Souls . Composto da nove brani (su tutti A Hundred Wishes e Spanish Guitars and Night Plazas), Lost Souls è sì un arazzo di canzoni frutto di una vasta gamma di influenze che l’artista non ha mai smesso d’assecondare (in particolare la musica celtica e mediorientale). Ma dopo 12 anni era lecito aspettarsi qualcosa in più: ripescare pezzi dal passato, poi, non è stata un’idea brillante, e la sensazione del “già sentito” è difficile da negare.

Carl Brave è più grande o è solo in gruppo?

Sembra esser lì in bilico, tra una malinconia che mastica Goleador e una legittima domanda: “Sarà ora di andare oltre?”. Cioè, “s’è fatta ’na certa?”. Se voglia o meno crescere, Carl Brave, non lo sa manco lui.

Il rapper, in uscita l’11 maggio con Notti brave (Universal) già militava nelle scena capitolina come solista prima dell’esplosione in un duo con Carl Brave x Franco 126. Era maggio del 2017 quando la Bravo Dischi presentava una decina di canzoni che Carlo Luigi Coraggio e Franco Bertolini avevano composto e pubblicato online, riscuotendo milioni di visualizzazioni. Polaroid, poi diventato Polaroid 2.0 con l’aggiunta di quattro brani, per Universal: pubblico e critica impazziscono per quelle foto di una vita semplice, inno alla quotidianità. Visibilio per quelle rime che mettono parole a centrifugare nello slang di Trastevere e le stendono ad asciugare nelle case dei ragazzi. Gente che va ai concerti, mica che guarda da casa: l’anno scorso al Siren Festival di Vasto per riuscire a vedere i due, toccava diventare rugbisti. Il prossimo 12 luglio sarà loro l’Ippodromo delle Capannelle (Rock in Roma). Perché dal vivo funzionano, suonano con una valida band e stemperano l’auto-tune.

E va bene: forse crescere non conviene, per questo Brave nell’album prende una sfilza di nomi di punta e li porta di peso a casa sua. Ci sono Francesca Michielin con Fabri Fibra – sarà una hit, ma quanta nostalgia di Pamplona – Coez, Emis Killa, Gemitaiz, Giorgio Poi, Frah Quintale e altri, compreso il socio Franco, trascinati a cavallo tra la notte e il quinto superiore, con la malinconia degli squilletti sul cellulare quando qui, un tempo, era tutto sms e prepagate.

Special guest portati sul terreno del rap che si tiene stretto il pop, più che la rabbia della lotta. E invece, Brave funziona anche quando è lui a farsi trascinare altrove, back to the roots, come in Borotalco al fianco Noyz Narcos, nel suo recente Enemy.

Sulle ultime due tracce in solitaria del disco, Pianto Noisy e Accuccia, sembra quasi farci un pensierino. Magari sarà per la prossima volta.

Cd, ma per poco: la zampata finale dello streaming

È una battaglia senza esclusione di colpi. La combattono i Liquidi e i Fisici, entrambi nel nome della Musica, ma con intenti diversi. I Liquidi ascoltano le canzoni in streaming su Internet, o le scaricano dai siti a pagamento. Sono abituati a isolarsi nel proprio hobby, senza condividerlo troppo. Le loro truppe sono composte da fans giovanissimi, a volte idolatri, altrimenti distratti quanto pragmatici: non credono che il rock o il pop cambieranno il mondo, al massimo renderanno più gradevole la giornata mentre si trastullano sui social. I Fisici sono nostalgici più agée, passatisti persuasi che il Disco (cd o vinile) sia lo scudo dietro il quale affrontare questa guerra di religione motivata dalla centralità della Musica, così come l’hanno vissuta in anni migliori o se la sono sentita raccontare da padri e nonni che vagheggiavano rivoluzioni con il soundtrack della cultura alternativa.

Chi sta vincendo la titanica campagna per la conquista del Mercato? Dipende dai punti di vista, o dai freddi numeri sciorinati dall’IFPI (la Federazione Internazionale dell’Industria Discografica) attraverso il Global Music Report. Un florilegio di dati che raccontano due cose: 1) che dopo tre lustri di costante calo, il settore è tornato per il terzo anno in crescita, anche se non c’è da esultare: i ricavi mondiali del 2017 equivalgono al 68,4% di quelli del 1999. 2) che i rilevamenti dello stesso periodo vedono il sorpasso dello streaming (38,4% e una performance del +41) sui supporti fisici (30% e -5.4) mentre cala drasticamente il download (16% e -20.5 rispetto al 2016) e si difende alla grande il redivivo vinile (+22,3%). Questo, a monitorare la situazione nell’intero pianeta, dove i Paesi più affamati di Musica sono Usa, Giappone e Germania. In Italia (uscita dalla Top Ten del mercato globale) la situazione è più articolata: anche da noi lo streaming fa la parte del leone con un +45% nel 2017, ma i dischi (52%) prevalgono tuttora, seppur di poco, sull’opzione digitale (48%). Intanto la filiera nazionale continua a rotolare giù per la china della crisi, con un ulteriore calo del 6,37%, per un’industria che fattura 165 milioni di euro (i vinili valgono un decimo dei ricavi, circa 16 milioni). Occhio: da noi, numeri alla mano, il mercato è saturo, e anche nel resto nel mondo la “digital disruption”, cioè il fattore Web che da 20 anni fa il bello e il cattivo tempo nel comparto delle sette note provoca più sconquassi che benefici. Gli artisti medi e piccoli hanno conquistato visibilità sula Rete, ma incassano pochissimo. E le case discografiche, dal canto loro, non possono rischiare investimenti eccentrici. È la tagliola del “value gap”: ogni mille visualizzazioni, YouTube paga un dollaro in diritti. Spotify sette. Ad ogni clic su un suo brano, un artista incassa la ridicola somma di 0,00058 dollari: per guadagnare lo stipendio medio di un dipendente di Spotify, l’aspirante star dovrebbe sperare in 300 milioni di ascolti. La guerra della Musica si prevede lunga, e con troppe vittime sul campo.

“L’onestà dei padri fu il vero fondamento della Carta”

Era agosto 2014 e il nostro giornale stava raccogliendo le firme “Contro i ladri di democrazia e il Parlamento dei nominati, per riforme che facciano contare i cittadini”. Ne arrivarono 250 mila in poco più di un mese. Tra queste, anche quella del regista bergamasco, che insieme alla sottoscrizione inviò un breve pensiero. Lo ripubblichiamo di seguito

C’è un articolo che non è stato scritto alle origini della nostra Costituzione: non per dimenticanza, ma perché era già radicato in ciascuno dei padri costituenti. Costoro avevano l’onestà come primo comandamento. E con quel puntiglio hanno scritto tutti gli altri articoli. Oggi è sceso il buio della indifferenza e della rinuncia alla propria dignità. Solo pochi sentono il dovere di tenere acceso il lumicino di una coscienza civile. Abbiamo appena trascorsa tutta l’estate con la riforma del Senato e per tutte le altre riforme che si faccia almeno in modo di tener presente una raccomandazione di Albert Camus: “Perché un pensiero cambi il mondo, bisogna prima che cambi la vita di colui che l’esprime. Che cambi in esempio”.

Chi è Cannes? La crisi d’identità dopo-Weinstein e senza grandi nomi

Si parte stasera con Todos los saben dell’iraniano Asghar Farhadi, che al suo esordio in lingua spagnola dirige Javier Bardem e Penelope Cruz, ma è una Cannes listata a lutto.

Oltre a dedicare questa 71esima edizione a Pierre Rissient, cinematografaro, talent scout (Jane Campion, Quentin Tarantino) e aficionado della Croisette appena scomparso, il festival francese omaggerà il compianto Ermanno Olmi, che 40 anni fa vinse la Palma d’oro con L’albero degli zoccoli.

Gioie passate e odierni dolori, eppure sono altre le spine nel fianco del delegato generale Thierry Fremaux, chiamato a raddrizzare in corso d’opera una manifestazione che lui stesso ha compromesso con alcune scelte sindacabili se non incomprensibili. Dalla querelle – Cannes sottomette l’inserimento in concorso all’uscita in sala in Francia, sicché per le leggi francesi il titolo in questione arriverebbe in streaming solo dopo tre anni – con Netflix, che ha infine deciso di non portare i propri film, al divieto di farsi selfie e foto sulla celebre Montée des marches; da una selezione, forse coraggiosa, di certo senza grandi nomi e grandi star alla decisione di cancellare le anteprime stampa, affinché la proiezione di gala con il cast non venga funestata da critiche e tweet al vetriolo – “Possono spaventare alcune produzioni” – dei giornalisti.

Aggiungeteci un film, l’atteso e ancor più tribolato The Man who Killed Don Quixote di Terry Gilliam, appeso a una controversia legale – il produttore Paulo Branco ha litigato col regista, sapremo solo domani se chiuderà il festival il 19 maggio come programmato oppure verrà stralciato – e un altro, The House that Jack Built, che riporta in cartellone il già persona non grata (le dichiarazioni pro Hitler nel 2011) Lars von Trier, e ce n’è per increspare le acque. Per tacere di due colleghi dissidenti, il russo Kirill Serebrennikov e l’iraniano Jafar Panahi, che per l’esplicito divieto dei rispettivi governi non potranno accompagnare i propri lavori, Leto e Se Rokh.

Ma i cavalloni più impetuosi riguardano la rappresentazione e la presenza femminile in tempo di #MeToo, Time’s Up e compagnia militante: qui Harvey Weinsten era di casa, le sue feste facevano furore, il suo potere sfaceli, Fremaux ha definito lo scandalo “un terremoto”, ieri ha rivendicato l’opzione Cate Blanchett, “una grande attrice che s’è battuta contro il sistema”, quale presidente di giuria e annunciato per sabato 12 maggio un red carpet di registi e attrici.

Nondimeno, il Guardian si chiede se Cannes abbia imparato la lezione, e lamenta che su 179 film selezionati solo 18 abbiano donne dietro la macchina da presa. Tra queste ci sono Alice Rohrwacher, che dopo il Grand Prix 2014 de Le meraviglie torna in competizione con Lazzaro felice, e Valeria Golino, che porta l’opera seconda Euforia a Un Certain Regard.

Se la parallela Quinzaine des Réalisateurs ospita Gianni Zanasi (Troppa grazia) e Stefano Savona (Samouni Road), tra i più seri contendenti per la Palma d’Oro viene dato Dogman di Matteo Garrone, che trae liberissimo spunto dal delitto del Canaro della Magliana e dirige Marcello Fonte ed Edoardo Pesce. Attivato un numero verde anti-molestie, in campo le solite, accurate misure di sicurezza, più del terrorismo stavolta spaventa la crisi d’identità: chi è Cannes?

La contadina di Mubarak. Il film che non vedrà la luce

Così un giorno mi chiama e mi dice: “Ho in mente un film. Se hai tempo ne parliamo. Ti interessa?”. Ermanno Olmi aveva una sua gentilezza speciale, senza fronzoli, di camminatore con macchina da presa in spalla, di viaggiatore che ha visto molto, le macerie della guerra e le periferie polverose di Milano, le luci del miracolo economico e i vasti tramonti che hanno inghiottito il mondo contadino, quella miseria pulita che non ha mai smesso di amare, anche se prima degli alberi ha raccontato le dighe e le fabbriche, nate nella stessa inquadratura della sua giovinezza. Che era giovinezza in bianco e nero.

E dunque vado a trovarlo sugli altopiani di Asiago, dove dopo la malattia Olmi era andato a respirare quella luce che a Milano non trovava più, e quei silenzi di boschi e di paesaggio che sempre aveva condiviso con il suo amico Mario Rigoni Stern. Nei cinema era appena uscito il suo ultimo film, “Torneranno i prati”, che era la storia di una trincea a 1800 metri di altezza, anno 1917, assediata dalla neve e dalla guerra, dove una manciata di ragazzi in divisa provava a vivere aspettando di morire. “Ogni guerra è un crimine – mi aveva detto quando ero andato a trovarlo in sala di montaggio a Milano –. I miei soldati parlano la lingua dei poveri, la lingua universale che è insieme sofferenza e speranza”. Nel film accade tutto in quella notte di plenilunio, tutto l’essenziale, il disegno degli uomini e il disegno di Dio che sempre coincidono, secondo Olmi, sebbene per misteriose traiettorie. Mi aveva detto: “Borges cercava il nome segreto di Dio nei libri. Io lo cerco negli uomini. Nelle cose fabbricate e in quelle create, nella luce della luna e in quella di un forno dove cuoce il pane”.

La sua casa di Asiago stava sopra ai boschi. Era quasi inverno, prima neve, ultime margherite. Loredana, la moglie, aveva preparato il tè, il caffè, i fogli. Lui aveva in mano un copione che non era un copione, ma i verbali di un processo nientemeno che del Sedicesimo secolo. Sapeva sempre come sbalordire: un film in costume, sei sicuro?

“Siediti e ascolta – mi aveva detto –. Il costume è relativo. Possiamo anche fregarcene”.

Mi raccontò che erano i verbali del processo a un nobile veneziano che si era incapricciato di una bella ragazza contadina, se l’era presa con la forza, l’aveva liberata dopo due giorni e due notti con la noncuranza della lenta digestione. Pensava di passarla liscia, come era consuetudine. Invece venne denunciato dal padre della ragazza e a sorpresa il tribunale della Serenissima non archiviò il sopruso in omaggio al potere del nobile, ma mise sotto processo l’ingiustizia, in omaggio alle lacrime della vittima.

“Non la trovi una storia fantastica? Non la trovi una storia istruttiva?”.

Lo era allora. Lo è a ripensarla oggi con il soprassalto dell’attualità in corso, le nostre modernissime ragazze imprigionate dai riti antichi del potere maschile, da quel senso di impunità così comune tra gli uomini, padroni di giocare con il corpo altrui, senza neanche accorgersene.

Per Olmi quella storia antica era un prototipo. Era teatro del mondo e della vita. Ma naturalmente era anche un po’ la recente storia tra il signore di Arcore e Ruby, la contadina di Mubarak, quelle notti di penoso arbitrio, di potere, di noncurante impunità.

Olmi pensava di girare l’intera storia negli interni di quel mondo antico, cercando tutti i riverberi possibili sul nostro, per il quale provava “inquietudine e rabbia”, masticato com’è dai consumi che ci masticano la vita, dalle troppe luci che ci accecano, dai troppi rumori che ci lasciano sempre più soli. Diceva che avrebbe voluto farne un film bello, ma soprattutto utile: “C’è un cinema per sognare e un cinema per capire. A me interessa il secondo”.

Avremmo dovuto trovare un buon traduttore dal veneziano antico, anche se molto si capiva. Avremmo dovuto tagliare, cucire, inventare. Rivederci presto, parlarci molto al telefono. Poi la malattia ha fatto il resto.