Di grandi registi ce ne sono stati tanti, di grandi uomini divenuti grandi registi meno. Ermanno Olmi apparteneva ai secondi, ed era un bene comune: girava con la macchina da presa all’altezza del cuore, chi altri? Il suo cinema non rivendicava mai una superiorità estetica, morale, stilistica, bensì parlava un lessico familiare, non si dava del lei e dava del tu. Si sentiva e si voleva sempre agli esordi, sul set come nella vita: Ermanno Olmi è morto a 86 anni, dopo avere lottato a lungo con la malattia. Pensare a un’eredità altrettanto vasta, profonda e però discreta non è facile, anzi, è impossibile, perché non ci ha lasciato film a tesi, bensì un’Ipotesi Cinema, che ha intestato la scuola fondata nel 1982 a Bassano Del Grappa.
A differenza delle verità spacciate, delle sicurezze esibite, l’ipotesi chiede fiducia, condivisione, presa in custodia: di fronte ai suoi film non si era mai semplici spettatori, ma compagni di strada, quella umana e umanista che oggi è sempre più dissestata e diserta. Ha vinto tanto – Leone d’Oro alla carriera nel 2008, Leone d’Oro nel 1988 per La leggenda del santo bevitore, Palma d’Oro per L’albero degli zoccoli nel 1978 – e ha convinto di più: Il posto (1961), Il mestiere delle armi (2001) e Torneranno i prati (2014), film dopo film ha conservato la capacità di stupire, in primis se stesso.
Negli occhi di Olmi, lo stupore è rimasto intatto, generoso, contagioso. Se i suoi film sono puri, senza essere puristi, le mani decise di sporcarsele, da subito: La diga del ghiacciaio, Tre fili fino a Milano, Un metro è lungo cinque non sono lavori sulla fabbrica, ma lavoro in fabbrica. Una differenza sostanziale, buona a smarcarsi dalle ideologie. Nato il 24 luglio 1931, cresciuto tra Milano, la Bovisa dei gasometri, i tram, l’asfalto e un papà ferroviere “che sapeva sempre di olio di macchina”, e l’aria di Treviglio, “dalla nonna, tra le mucche e la vita libera”, Olmi non ha mai inteso il campo senza controcampo, entrambi poeticamente dissodati dal papà che la sera andava a curare l’orto cittadino e “portava un fiore a sua moglie”.
Quel fiore ha continuato ad abitare il cinema di Olmi, che abbraccia e canta la natura sin dai titoli: La mia valle e L’onda (1955); Il frumento (1958); Il pomodoro (1961); L’albero degli zoccoli; Lungo il fiume (1992); Il segreto del bosco vecchio (1993); Terra Madre e Rupi del vino (2009); Torneranno i prati e Il Pianeta che ci ospita (2015). L’ultimo film Vedete, sono uno di voi – Il Cardinal Martini è del 2017: si ritrovano, Olmi e Martini, entrambi buoni ma non buonisti, giacché sosteneva Camus “se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso”. Un traguardo, credeva Ermanno, a cui tutti si è chiamati, senza distinzione di censo, cultura, estrazione: “Bisogna voler bene alla democrazia, è un patrimonio di tutti e per tutti. Purtroppo, nemmeno la cultura aiuta, perché spesso il rischio degli uomini di cultura è che parlino di cultura senza avere cultura per capire la cultura”.
A differenza di tanti altri, non lanciava strali per poi ritirarsi dietro eleganti e ipocriti omissis: “Premesso che la presunzione è la crosta della stupidità di chi si sente superiore, mi ricordo che Alberto Moravia sanzionò L’albero degli zoccoli, ovvero i contadini che non si ribellano: ‘Solo il cavallo si è ribellato’, diceva con tanto sussiego. Volevo vedere se i contadini avessero commentato un suo libro, dato che lui si permetteva di parlare di contadini senza averne mai visto uno”.
Colti e dialoganti, intellettuali e popolari insieme, minimali e però arditi, i suoi film non si fanno dimenticare, e ognuno di noi ha il suo preferito: l’elegia contadina de L’albero, l’exemplum cristico di Centochiodi (2007), il monito contro la guerra di Torneranno i prati, la preziosa grammatica sentimentale del Posto, la disobbedienza civile della Leggenda del santo bevitore, il corpo a corpo dolente del Mestiere delle armi (2001) e, chissà, l’immaginato Il paese che cammina, un villaggio del Friuli che nel 1880 decise di trasferirsi in Nuova Caledonia, che Olmi voleva affidare all’amico e allievo Maurizio Zaccaro. Se n’è andato nella sua casa di Asiago, attorno l’adorata moglie Loredana, gli amati figli e il prediletto bosco, quegli abeti che “quando sono vecchi e stanchi l’anno prima di morire fanno molte pigne, ma molte, perché sanno che non toccherà più a loro ma a quelle sementi che resteranno”.
@fpontiggia1