Addio Olmi, controcampo del cinema senza dogmi

Di grandi registi ce ne sono stati tanti, di grandi uomini divenuti grandi registi meno. Ermanno Olmi apparteneva ai secondi, ed era un bene comune: girava con la macchina da presa all’altezza del cuore, chi altri? Il suo cinema non rivendicava mai una superiorità estetica, morale, stilistica, bensì parlava un lessico familiare, non si dava del lei e dava del tu. Si sentiva e si voleva sempre agli esordi, sul set come nella vita: Ermanno Olmi è morto a 86 anni, dopo avere lottato a lungo con la malattia. Pensare a un’eredità altrettanto vasta, profonda e però discreta non è facile, anzi, è impossibile, perché non ci ha lasciato film a tesi, bensì un’Ipotesi Cinema, che ha intestato la scuola fondata nel 1982 a Bassano Del Grappa.

A differenza delle verità spacciate, delle sicurezze esibite, l’ipotesi chiede fiducia, condivisione, presa in custodia: di fronte ai suoi film non si era mai semplici spettatori, ma compagni di strada, quella umana e umanista che oggi è sempre più dissestata e diserta. Ha vinto tanto – Leone d’Oro alla carriera nel 2008, Leone d’Oro nel 1988 per La leggenda del santo bevitore, Palma d’Oro per L’albero degli zoccoli nel 1978 – e ha convinto di più: Il posto (1961), Il mestiere delle armi (2001) e Torneranno i prati (2014), film dopo film ha conservato la capacità di stupire, in primis se stesso.

Negli occhi di Olmi, lo stupore è rimasto intatto, generoso, contagioso. Se i suoi film sono puri, senza essere puristi, le mani decise di sporcarsele, da subito: La diga del ghiacciaio, Tre fili fino a Milano, Un metro è lungo cinque non sono lavori sulla fabbrica, ma lavoro in fabbrica. Una differenza sostanziale, buona a smarcarsi dalle ideologie. Nato il 24 luglio 1931, cresciuto tra Milano, la Bovisa dei gasometri, i tram, l’asfalto e un papà ferroviere “che sapeva sempre di olio di macchina”, e l’aria di Treviglio, “dalla nonna, tra le mucche e la vita libera”, Olmi non ha mai inteso il campo senza controcampo, entrambi poeticamente dissodati dal papà che la sera andava a curare l’orto cittadino e “portava un fiore a sua moglie”.

Quel fiore ha continuato ad abitare il cinema di Olmi, che abbraccia e canta la natura sin dai titoli: La mia valle e L’onda (1955); Il frumento (1958); Il pomodoro (1961); L’albero degli zoccoli; Lungo il fiume (1992); Il segreto del bosco vecchio (1993); Terra Madre e Rupi del vino (2009); Torneranno i prati e Il Pianeta che ci ospita (2015). L’ultimo film Vedete, sono uno di voi – Il Cardinal Martini è del 2017: si ritrovano, Olmi e Martini, entrambi buoni ma non buonisti, giacché sosteneva Camus “se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso”. Un traguardo, credeva Ermanno, a cui tutti si è chiamati, senza distinzione di censo, cultura, estrazione: “Bisogna voler bene alla democrazia, è un patrimonio di tutti e per tutti. Purtroppo, nemmeno la cultura aiuta, perché spesso il rischio degli uomini di cultura è che parlino di cultura senza avere cultura per capire la cultura”.

A differenza di tanti altri, non lanciava strali per poi ritirarsi dietro eleganti e ipocriti omissis: “Premesso che la presunzione è la crosta della stupidità di chi si sente superiore, mi ricordo che Alberto Moravia sanzionò L’albero degli zoccoli, ovvero i contadini che non si ribellano: ‘Solo il cavallo si è ribellato’, diceva con tanto sussiego. Volevo vedere se i contadini avessero commentato un suo libro, dato che lui si permetteva di parlare di contadini senza averne mai visto uno”.

Colti e dialoganti, intellettuali e popolari insieme, minimali e però arditi, i suoi film non si fanno dimenticare, e ognuno di noi ha il suo preferito: l’elegia contadina de L’albero, l’exemplum cristico di Centochiodi (2007), il monito contro la guerra di Torneranno i prati, la preziosa grammatica sentimentale del Posto, la disobbedienza civile della Leggenda del santo bevitore, il corpo a corpo dolente del Mestiere delle armi (2001) e, chissà, l’immaginato Il paese che cammina, un villaggio del Friuli che nel 1880 decise di trasferirsi in Nuova Caledonia, che Olmi voleva affidare all’amico e allievo Maurizio Zaccaro. Se n’è andato nella sua casa di Asiago, attorno l’adorata moglie Loredana, gli amati figli e il prediletto bosco, quegli abeti che “quando sono vecchi e stanchi l’anno prima di morire fanno molte pigne, ma molte, perché sanno che non toccherà più a loro ma a quelle sementi che resteranno”.

@fpontiggia1

Inflazione e delusione l’Argentina ha paura di un nuovo crac

L’Argentina pare ripiombare nel caos economico e sociale del 2001, con la Banca centrale costretta finora ad aumentare i tassi d’interesse del 40% da inizio anno, ma secondo il governo di Buenos Aires la situazione è ben diversa da quella del crac finanziario del 2001. Però intanto riecco la fuga di capitali, dopo l’impennata del cambio col dollaro, arrivato a superare i 24 pesos per poi scendere a 22,30 dopo l’immissione sul mercato di un massiccio quantitativo di valuta statunitense.

La situazione, che i mercati internazionali definiscono rischiosa per l’Argentina, rivela le difficoltà nelle quali si trova il governo Macri, che sta attraversando la sua peggiore crisi dal 2015, anno della sua elezione. Ciò che preoccupa è l’impatto su un tessuto sociale già lacerato da una politica di rincari energetici che questa manovra ha accentuato e che mette a nudo il principale difetto del governo: la mancanza di una comunicazione in grado di spiegare le decisioni che si aggiunge al sostanziale fallimento della politica di gradualismo delle riforme di uno Stato ereditato in condizioni economiche disastrose.

Fin dall’insediamento, Macri ha promesso diminuzione della povertà, più sicurezza e la lotta a narcotraffico e corruzione. Anche attraverso l’instaurazione di un vero Stato di diritto: cosa che però non è stata raggiunta proprio a causa della gradualità nella riforma di un sistema che invece necessità di misure di cambiamento drastiche. Perciò a esempio la Giustizia manca di un decreto che velocizzi i processi, in modo da poter anche dare inizio alla promessa operazione “Mani Pulite” sulla gigantesca corruzione non solo del sistema politico ma pure di quello sindacale. Sul fronte economico, dopo un inizio costellato di successi (Tango bond, cambio del dollaro e inflazione controllata, soluzione di gestioni fallimentari di Aerolineas Argentinas e Banco Nacion, con i responsabili di questi risultati inspiegabilmente allontanati) e l’inizio di grandi opere necessarie ma mai realizzate negli ultimi 15 anni (anche se pagate interamente dallo Stato, causa della gigantesca corruzione) le cose hanno cominciato a mettersi male a partire dagli iperbolici aumenti delle fatture energetiche.

Se durante i governi kirchneristi, attraverso gigantesche sovvenzioni statali, nella sola Buenos Aires le bollette di luce e gas costavano in media meno di una tazzina di caffè, gli aumenti iniziali anche del 500%, poi ulteriormente incrementati dal ministro dell’Energia Aranguren, ex dirigente Shell, uniti a una politica fiscale altrettanto onerosa, hanno colpito soprattutto quella classe media e le piccole e medie imprese, settori che hanno costituito il bacino dell’elettorato macrista. E sono la causa dell’aumento dei prezzi al consumo con conseguente spirale inflazionistica che, sebbene lontana dal 40% del 2016 è attualmente al 24% (ben superiore al 15% promessa).

Nonostante i tassi di disoccupazione e di povertà siano diminuiti, anche se di poco, la mancanza di riforme ha di fatto allontanato quella “pioggia di investimenti stranieri” promessa ma mai realizzatasi nei fatti. Crisi non paragonabile al tragico 2001, e pure a un peronismo che possa far saltare il governo come già accaduto sia ai tempi di Alfonsin (1987) che De La Rua nell’anno di quel default. Secondo molti osservatori l’Argentina, come accaduto in altri Paesi latinoamericani, deve puntare su piani di sviluppo, con relativi sacrifici, con la più alta condivisione possibile sia politica che sindacale e imprenditoriale. Il governo deve riuscire a rimediare al più presto agli errori sconfiggendo il suo principale nemico: se stesso.

Siria, la verità della strage chimica nei morti nascosti

Le prove-chiave per stabilire se c’è stato un attacco chimico su Douma il 7 aprile e chi sono i responsabili, potrebbero arrivare dall’analisi dei corpi delle vittime del raid. Gli esperti dell’Opac, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche con sede all’Aia, hanno concluso la loro attività di raccolta di tracce e indizi per stabilire cosa sia realmente accaduto esattamente un mese fa alla periferia orientale di Damasco. Secondo i chimici olandesi un aiuto concreto potrebbe arrivare dai prelievi biologici effettuati su alcuni cadaveri sepolti in luoghi segreti dalla popolazione del luogo. Un’azione tutt’altro che casuale, quanto studiata da parte degli attori coinvolti in quella pagina drammatica. Alcune organizzazioni non governative avrebbero denunciato l’uso di cloro e sarin durante l’attacco contro la popolazione civile, avvenuto di notte, che fece quasi 50 vittime. La Russia, accusata dai ribelli di quel raid, ha sempre negato l’uso di armi chimiche, portando allo scoperto una ventina di testimoni, abitanti di Douma, per dimostrare la falsità di alcuni video messi in circolazione. La missione degli 007 dell’Opac è stata più volte rinviata, addirittura con spari contro la spedizione. Ora le operazioni si sono concluse con i prelievi biologici su alcuni corpi, una novità assoluta: “È la prima volta che, durante la nostra attività, ci siamo trovati di fronte alla necessità di esumare dei cadaveri da cui prelevare dei campioni”, ha rilevato il direttore generale dell’Organizzazione, il turco Ahmet Uzumcu. Entro maggio l’Opac riferirà sui risultati dei prelievi acquisiti sul terreno, un esito molto atteso dalle parti coinvolte nella vicenda.

Intanto l’evoluzione del conflitto siriano continua e i motivi di preoccupazione per il presidente Assad sono molteplici. Bonificata dalla presenza dei ribelli la parte orientale della capitale, il suo esercito sta trovando molti più ostacoli di quanto immaginato per riprendere il controllo anche dell’area a sud di Damasco, attorno al campo profughi palestinese di Yarmouk e al quartiere di Hajar al-Aswad. Dai ribelli delle fazioni islamiste sunnite di Douma e della Ghouta orientale a daesh.

Da una decina di giorni il governo siriano sta bombardando le postazioni finite nelle mani dello Stato Islamico, che però non molla. Brutta botta quella subita da Assad ieri, quando una durissima controffensiva dell’Isis ha prodotto la morte di 31 soldati governativi. E il regime non riesce a occuparsi delle sacche di resistenza rimaste in vita a Dara’a, Hama e soprattutto a Idlib, dove le operazioni militari si preannunciano complesse. Proprio nella provincia di Hama, a Qalaat al-Madiq, ieri è arrivato un convoglio di ribelli, e relative famiglie, evacuati dai quartieri meridionali di Damasco in base agli accordi stipulati con la Russia.

Nella “Londra di sotto” dove si uccide per vincere

Nella “Londra di sopra”, quella dei parchi curati, dei ristoranti pieni, dei quartieri residenziali, è stato un lungo fine settimana – ieri era vacanza – festoso, rilassato, con atmosfera e temperature estive. Nella “Londra di sotto”, quella della violenza urbana e delle vendette fra gang, uno dei weekend più sanguinosi degli ultimi anni, in varie zone della Capitale. Sabato, Southwark: a colpi d’arma da fuoco ignoti freddano il 17enne Rhyhiem Ainsworth Barton. O anche: numero 64 nella contabilità dei morti ammazzati a Londra dall’inizio dell’anno. Domenica: Harrow, periferia nord-ovest, due ragazzini ci vanno vicino, ma i colpi non sono letali. Hanno 15 e 13 anni. Un 43enne viene accoltellato nel nord-ovest, dopo un litigio. In serata qualcuno spara a un 22enne a New Cross, ferendolo.

Lunedì, prime ore del mattino: a Dalston, quartiere hipster di East-London, due ventenni e un 17enne riportano ferite permanenti dopo un attacco con una sostanza nociva, probabilmente acido. Le statistiche sono raggelanti: da aprile 2017 ad aprile 2018, gli omicidi sono stati 157, il 44% in più dell’anno precedente, incluse le vittime del terrorismo.

Due terzi dei casi coinvolgono giovani sotto i 24 anni. Pistole, ma soprattutto lame.

Venerdì scorso, per ingraziarsi i ricchi finanziatori della National Rifle Association, Donald Trump ha suggerito per Londra: più armi da fuoco contro i coltelli. Provocazione largamente ignorata qui, dove la controffensiva è un po’ più articolata e parte dallo sforzo di individuare le cause.

Certo, c’è una recrudescenza della guerra fra gang per il territorio, legata al traffico di droga. Ma molte delle vittime e dei responsabili non sono membri di gang. E sono sempre più i giovanissimi: negli ultimi cinque anni gli accoltellamenti di minori dai 10 ai 16 anni sono aumentati del 63%.

“Sono ragazzi che girano con un coltello per paura e autodifesa e poi perdono il controllo. Se un accoltellamento finisce su YouTube o Snapchat, centinaia o migliaia di ragazzi cominciano a considerarlo normale. Questo da una parte desensibilizza, dall’altra attiva una nuova dinamica: la vittima si vendica, perché è stata umiliata pubblicamente. Prima dei social vedevamo casi isolati, ora si attiva un ciclo di violenza senza precedenti”, spiega Virginia de Colombani dell’associazione Catch22.

Il dettaglio atroce lo rivela Chris Preddie, che dopo un passato ai margini si batte contro la violenza giovanile. Molti dei ragazzi che segue gli hanno parlato dell’esistenza di un sistema a punti, un gioco chiamato Scores: una competizione a chi fa più male. Perché uno vinca, un altro deve morire.

Le responsabilità? “Complesse, Ma i tagli alla sicurezza pesano”, spiega Lazzaro Pietragnoli, consigliere del municipio di Camden. “Nel mio quartiere c’è il 30% in meno di poliziotti in strada rispetto a qualche anno fa. Se nessuno interviene all’esordio di una faida, ecco l’escalation”.

Ma i tagli, negli anni dell’austerity, non hanno riguardato solo la sicurezza: ci sono meno fondi per i servizi alle famiglie in difficoltà, per integrare le comunità più chiuse, per attività con cui impegnare questi adolescenti, per fornire loro prospettive di lavoro. “La ragione profonda dietro questa violenza è l’ineguaglianza, che a Londra è in aumento. In una città così ricca, ci sono troppe sacche di povertà, alienazione e disperazione”, spiega Abdul Hai della Camden Task force contro la violenza giovanile.

Il disagio si concentra nei complessi di edilizia popolare costruiti in tutti i quartieri londinesi – anche i più centrali – per facilitare l’integrazione con il resto della popolazione. Utopia in gran parte fallita. Non sono tutti sinonimo di criminalità, ma in alcuni è difficile proteggere un figlio: la polizia non ci mette piede. Al suo posto gang, droga, violenza. E ragazzini terrorizzati che si armano, senza capire cosa rischiano e cosa provocano.

Spesso le vittime sono studenti innocenti, finiti nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ogni morte prematura devasta intere comunità: ma siccome vittime e carnefici appartengono per lo più a minoranze etniche, il loro lutto entra raramente nell’agenda di governo. Almeno finora: l’emergenza ha spinto il ministro degli Interni Amber Rudd a lanciare un piano contro la violenza giovanile, con un finanziamento di 40 milioni di sterline.

Già l’anno scorso il sindaco Sadiq Khan aveva creato un fondo di 45 milioni, con una strategia che comprende interventi della polizia – un’unità speciale di 120 agenti specializzati, maggior controllo dei recidivi, l’aumento dei fermi – ma anche progetti di prevenzione e integrazione, in partnership con scuole e associazioni di comunità.

Coinvolti anche i commercianti: chiunque venda coltelli è chiamato a segnalare acquisti sospetti; i dipendenti di locali frequentati da giovani borderline ricevono un addestramento specifico per gestire situazioni difficili. La campagna si chiama London needs you alive. Londra ha bisogno che restiate vivi.

Paolo Ferrari, il paradosso dell’eternità in un Dash

Cosa resterà di noi? Ce lo chiediamo ogni volta che scompare un personaggio pubblico, quasi ogni giorno visto che sta scomparendo la prima generazione multimediatica (per questo abbiamo l’impressione che “si muoia di più”), e ogni volta ci ripetiamo che la memoria di chi va resterà nella memoria di chi resta. Nel caso di Paolo Ferrari, c’è solo l’imbarazzo della scelta; attore di classe per più di mezzo secolo in radio, cinema, televisione e soprattutto a teatro. Dalle commedie sofisticate in coppia con Valeria Valeri, fino a Strehler, Ronconi, Zeffirelli… In Tv è stato un perfetto Archie Goodwin, dandy farfallone e sciupafemmine, esatto doppio del Nero Wolfe di Tino Buazzelli.

Eppure. Eppure, per una strana alleanza tra la vita e la memoria, la stessa per cui Lucio Battisti ha più chance di Beethoven – e Orietta Berti più chance di Lucio Battisti – la prima cosa per cui Paolo Ferrari continua a vivere è un umile spot, il padre di tutti gli spot sui detersivi. Lo spot del Dash che lava così bianco “che più bianco non si può”, girato nel bianco e nero degli anni 60 (che più bianco e nero non si può). Impeccabile e signorile come sempre, ci prova in tutti i modi a scambiare il Dash con i due fustini che si trascina dietro, ma non una massaia accetterà lo scambio. Mai e poi mai: altro che il due di picche di Salvini. Ecco la vera lezione di un vero attore. Per quanto ci diamo da fare, cosa è destinato a rimanere di noi? Un fustino di detersivo. Due sono già troppi.

L’errore più grave di Di Maio: aver dato fiducia a Renzi

Giusto una settimana fa, Ferruccio de Bortoli ha detto a DiMartedì che Luigi Di Maio le aveva indovinate tutte in campagna elettorale per poi sbagliarle tutte nei due mesi post-voto. Non è il solo a pensarlo. Domenica da Lucia Annunziata e ieri dopo l’ottocentesimo giro di consultazioni, il leader 5 Stelle ha dato la sensazione di aver ritrovato lucidità. Sin dal 4 marzo, Di Maio avrebbe dovuto sapere bene due cose: che non c’era nulla da esultare e che l’unica strada (bruttina) era un governo di scopo con Salvini (e basta) per poi andare in fretta al voto. Non a caso, dopo due mesi di straziante e palloso balletto democristianissimo, Di Maio è tornato lì: un contratto (solo) con la Lega con tre cose da fare – reddito di cittadinanza, abolizione legge Fornero, seria legge anticorruzione – e voto. La proposta politica di Luigi Di Maio si riassume così: “Salvini, facci vedere se hai le palle”. Scontato, quindi, il fallimento di una trattativa che – per verificarsi – presupporrebbe la miracolistica trasformazione di Salvini da cazzaro brontolone a statista credibile. Di Maio, così facendo, sta spaccando ancora di più ciò che è di per sé crepatissimo, ovvero centrodestra e centrosinistra.

Era ovvio che Di Maio non sarebbe mai stato premier, come era pressoché certo che – in questa assai ipotetica “Terza Repubblica” – tutti sarebbero potuti andare al governo tranne i 5 Stelle. C’è però un punto su cui Di Maio è indifendibile. Venerdì scorso, nella bella intervista concessa a Luca De Carolis per il Fatto, Di Maio ha detto: “Pensavo che il senatore semplice Renzi potesse permettere un processo di rinnovamento nel Pd, accettando un’autocritica dopo la batosta elettorale. Poi però è andato in tivù e ha rotto tutto, prima della direzione del Pd”. Sono parole sconcertanti: se speri in un’autocritica di Renzi (???), vuol dire che non hai capito nulla di Renzi e dello scenario contemporaneo. Di Maio con Renzi non doveva neanche parlare, men che meno con quell’atteggiamento parso oltremodo dimesso: Renzi va trattato come Berlusconi. Così come i 5 Stelle stanno meritoriamente dicendo no a prescindere a Berlusconi, allo stesso modo dovevano rifiutarsi di sedere a un tavolo che contemplasse la presenza di Renzi e renziani. Bastava dire: “Caro Pd, finché comanda ancora questo qua, tu per noi non esisti. Se invece te ne libererai, allora saremo felici di parlare con voi”. Invece Di Maio ha dato la sensazione di voler governare a tutti i costi. Eppure lo sa, che chi lo ha votato preferisce un’opposizione rigorosa a un annacquamento inaccettabile (e le “tavole di Giacinto della Cananea” restano un momento di mestizia politica assoluta). Ora Di Maio spera di votare a luglio (macché), settembre (difficile), dicembre o primavera 2019 (boh). È sua convinzione che, anche col Rosatellum, il voto si trasformerebbe in un ballottaggio M5S-centrodestra: possibile. Il punto, però, è che se a chiedere il voto non ci sarà anche Salvini allora avrà luogo una mostruosità purulenta: il Renzusconi in salsa leghista. In quel malaugurato caso, il M5S dovrà fare un’opposizione senza sconti: i numeri (enormi) per bloccare quasi tutto ciò che va bloccato, li avrebbe. Questi due mesi democristianissimi (“doppio forno” de che?) sono stati il frutto di ciò che Di Maio aveva anticipato in campagna elettorale (dialogo, contratto), ma sono anche stati caratterizzati da un mix di ingenuità, dabbenaggine e ambizione mal controllata. Riporre fiducia su Renzi, o sulla di lui autocritica (???), è un errore gravissimo da matita blu: se lo ricordi in futuro, onorevole Di Maio.

Ai cittadini serve una nuova legge elettorale

L’accordo di governo tra 5 Stelle e Pd – purtroppo – non ci sarà. Accordo sulle cose da fare, non l’entrata del Pd nel governo, che non era né proposto né richiesto. Poteva essere un chiaro confine verso destra. Dobbiamo a Renzi e a una resistenza troppo debole dentro il Pd anche questo fallimento. Le elezioni anticipate sono sempre più probabili e comunque accompagneranno qualunque soluzione politica si riesca a trovare. Il presidente della Repubblica può essere contrario alle elezioni anticipate ma ha margini limitati per evitarle.

Occorre usare il tempo a disposizione per i problemi urgenti (occupazione, povertà, blocco aumenti Iva, nuove regole europee, ecc.) e per approvare una nuova legge elettorale, evitando di votare di nuovo con il Rosatellum. La legge elettorale non ha l’attenzione che merita, eppure è fondamentale, è regolata dalla Costituzione e deve rispettarne i principi. Ad esempio, una legge elettorale truccata può trasformare una minoranza di voti in una maggioranza parlamentare, come con il porcellum. Un premio di maggioranza avvicinerebbe anche la soglia dei 2/3 di parlamentari necessari per cambiare la Costituzione escludendo il ricorso al referendum abrogativo. La legge elettorale può aiutare la ricostruzione di un rapporto di fiducia tra parlamentari ed elettori, oggi in grave crisi. Il parlamento è l’architrave istituzionale del nostro sistema costituzionale. Se i cittadini continuassero a non avere fiducia nel parlamento e i parlamentari ad essere percepiti come casta da punire si potrebbero creare le condizioni per un attacco al ruolo del parlamento, con la conseguente possibilità di modificare in senso presidenzialista la Costituzione. La legge elettorale è una scelta strategica, strettamente legata alla Carta, e deve stabilire chi elegge veramente i parlamentari e fare in modo che il Parlamento sia rappresentativo del Paese reale.

Da 12 anni i parlamentari non sono scelti dai cittadini ma dai capi partito che li mettono nella posizione giusta in lista per essere eletti. Se gli elettori non scelgono i loro rappresentanti il risultato è che gli eletti rispondono delle loro scelte ai capi partito, non a loro. Altro aspetto fondamentale è eleggere parlamentari che rappresentino il paese reale. La Corte costituzionale ha già detto che un premio di maggioranza non può squilibrare la parità dei voti degli elettori. Inoltre con il Rosatellum i partiti che hanno conquistato i seggi del maggioritario hanno già beneficiato di un premio di maggioranza. Dopo il 4 marzo è cresciuta la pressione per ottenere un ulteriore premio di maggioranza, garantendo a una minoranza di voti la maggioranza del Parlamento.

Con due conseguenze: verrebbe alterata la rappresentanza del Paese reale e continuerebbe la scorciatoia maggioritaria tesa a evitare la ricerca di intese tra soggetti diversi, che è l’esercizio normale della democrazia. Nei due mesi trascorsi è risultato chiaro che con troppa confusione e ritardo ci si è posti il problema della ricerca di accordi politici, che se hanno obiettivi chiari e trasparenti non sono affatto una bestemmia. È durata fin troppo l’equazione: diversi uguali a nemici. Se invece – come poteva accadere tra 5 Stelle e Pd – soggetti diversi iniziano a confrontarsi si può tentare un’intesa, certo difficile, parziale ma positiva. Prevedendo il possibile stallo il nostro Coordinamento ha messo in campo da tempo una proposta di legge elettorale per spingere il parlamento a discutere, a confrontare le opinioni, a definire con serietà le regole elettorali. Infatti l’urgenza di andare al voto potrebbe diventare l’alibi per inserire premi di maggioranza ingiustificati che porterebbero di nuovo a problemi di costituzionalità e prima o poi a mettere nel mirino la stessa Costituzione. Questa discussione il Parlamento deve farla subito.

Capi e democrazia: l’ossimoro post-voto

È possibile prendere una boccata d’aria meno greve di quella nella quale siamo immersi e, sottraendoci al ruolo di voyeur costretti a seguire una politica politicante e un’antipolitica non meno politicante impegnate in mosse e contromosse varie, affrontare qualche questione politica più seria: democrazia partitocrazia, capi-partitocrazia (brutto nome di ancor più brutta cosa, come il trasformismo per Carducci)… cose così, sia pure partendo proprio da quella patologia della politica che abbiamo davanti?

Il discorso potrebbe cominciare dall’ennesima uscita di un personaggio evidentemente poco amato dai suoi adoratori, i quali, se oltre ad adorarlo gli volessero bene overamente, al solo vederlo arrabattarsi per farsi ritrarre aggrappato a un Salvini, dovrebbero fare di tutto per indurlo a uscire di scena al più presto, magari con l’altera dignità di Gloria Swanson nel finale di Viale del tramonto, per rifugiarsi, con cortigiani, cortigiane e compagnia cantante al seguito, in qualche isola dei mari del sud dove aver pace co’ seguaci sui in un susseguirsi di cene eleganti. Tanto ormai, come ha rilevato la figlia con comprensibile orgoglio –perché anche i padri so’ piezz’e core – è entrato nella storia (cosa innegabile, ammetteranno i suoi detrattori, ma non dirimente, visto che è riuscita anche a un Erostrato o a Jack lo Squartatore). Parliamo di Berlusconi, naturalmente, l’unto del popolo stavolta non bisunto, che il 20 aprile si è detto disgustato perché “gli italiani hanno votato molto male!”

Pur non osando esprimerla con la stessa franchezza perché non sono ancora arrivati a uguagliarne la faccia in similbronzo, nello stato maggiore del Pd hanno dimostrato di condividere in pieno l’opinione di Berlusconi. Al loro partito, come si sa, è riuscita un’impresa storica: dimezzare o quasi i consensi ottenuti quattro anni fa alle Europee. Ma è nelle avversità che rifulge la tempra degli uomini. Con non comune stoicismo, tutti i cavalieri che fecero l’impresa sono rimasti saldi in sella come se nulla fosse (squadra che perde non si cambia) con la sola eccezione del loro alquanto smargiasso capintesta, che ha accennato a scendere da cavallo, ma solo per finta, tanto che nessuno ha sospettato che facesse sul serio. Per fortuna, comunque, non è più come una volta, quando in casi analoghi c’era il rischio che uno si chiudesse in una stanza e si facesse saltare le cervella: oggi i complessi di colpa hanno lasciato il campo a un diffuso complesso di innocenza, o a una pura e semplice mancanza di complessi (almeno di inferiorità). Pur bofonchiando di sfuggita le parole più note di un suo quasi omonimo (Posso aver fallato) il capintesta alquanto smargiasso non ha potuto però fare autocritica (e i suoi reggicoda idem) perché non ha trovato niente da autocriticare, avendo il suo governo fatto sempre e solo cose meravigliose. Corollario implicito: se il partito del piccolo gradasso (non possiamo chiamarlo sempre smargiasso) ha subito una débâcle è stato perché gli italiani sono una massa di ingrati e mentecatti.

Buone notizie sugli italiani, invece, da un altro fronte, quello del (non)partito della democrazia diretta, che si è dato un capo politico (sì, una democrazia diretta… da un capo politico, e allora?) il quale ha inteso il proprio ruolo come quello di un qualsiasi capo-partito autorizzato a fare e disfare di tutto, salvo sottoporlo a ratifica a posteriori, cioè a cose ormai fatte o disfatte. Nel susseguirsi di fughe in avanti, marce indietro, cambiamenti di fronte della sua strategia non sono mancati gli errori, ma si sa che sbagliando si impara: e il giovanotto ha molto da imparare. Basti pensare alle prime righe della sua lettera al Corriere della Sera di qualche giorno fa: “Ho girato… ho ripetuto… avrei proposto… avevo ribadito…”. Viene in mente il titolo di uno degli ultimi film di Blasetti, Io io io… e gli altri, ma con una variazione minima della punteggiatura: Io io io. E gli altri?. L’uso della prima persona singolare era sconsigliato da Gadda per il suo carattere “esibitivo, autobiografante o addirittura indiscreto”. De gustibus, ovviamente. Ma qui non è solo questione di gusti. È che, se un capo politico finisce (anzi, comincia) con l’identificare non solo se stesso col suo (non)partito, ma anche il suo (non)partito con se stesso, ne può nascere, e difatti ne sta nascendo, una buriana perché c’è ancora gente – questa la buona notizia – che intende democrazia, partecipazione ecc. non come parole di cui riempirsi la bocca, ma come valori da mettere in pratica. A questo punto sarebbe ora di passare all’agognata boccata d’aria di cui si diceva, se non fosse che non solo il tempo è tiranno, ma anche lo spazio di un giornale, e quello concessoci è già finito, per cui la cosa va rinviata a un’altra volta. Con la premessa/promessa che se si ricomincerà da Berlusconi, non sarà per buttargli la croce addosso, ma per dimostrargli comprensione. Anche perché sarà del “Berlusconi che è in noi” che in realtà parleremo.

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Il deterioramento politico quando non ci sono più ideali

E se lo stallo politico derivasse dallo stallo civile? Cioè da un Paese che non sa più chi è e cosa vuole? È forse questa la chiave di lettura – più profonda – del lungo deterioramento della politica nazionale. Che fa sempre più fatica a trovare soluzioni di governo. Un’involuzione dovuta al fatto che noi cittadini non ammettiamo di essere stati la causa principale del nostro declino collettivo, per mancanza di dedizione civile. Sono gli ideali che tengono insieme un popolo, che lo fanno essere orgoglioso dei propri doveri e geloso dei propri diritti.

Ma gli ideali non sono innati. Ci vogliono esempi precoci di educatori per accenderli ed esempi maturi di chi ha responsabilità per non farli estinguere. In entrambi i casi, devono provenire da persone credibili. Cioè da chi rispetta impegni e regole (disciplina) e mette l’interesse comune prima del proprio (onore). Senza questo patrimonio diffuso di ideali non c’è coesione. La competizione elettorale si immiserisce a offerte al massimo ribasso delle tasse e il politico decadente si propone per quelle che ha ridotto, non per quante ne ha fatte pagare ai grandi evasori, per consentire alla Stato di funzionare. Lo stallo della democrazia inizia quando si vota chi promette di ridurre i doveri e non chi si impegna a rendere effettivi i diritti. E noi ci siamo fino al collo.

Massimo Marnetto

 

Salvini si trova a un bivio: cosa vuole essere da grande?

Dopo il passo di lato di Di Maio (utile comunque, se non altro a recuperare, in caso di elezioni anticipate, l’eventuale perdita di consenso legata al sospetto di ambizioni di potere personali) ora tocca a Salvini decidere cosa vuol fare da grande.

Finora si è dato per scontato che da uno strappo con Berlusconi avrebbe tutto da perdere. Ma è davvero così? Dopotutto l’altro strappo da lui operato (quello con la tradizionale matrice nordista della Lega) contro ogni previsione gli ha fatto guadagnare consensi. È possibile che lo strappo dall’ex-cavaliere possa sortire un effetto analogo, facendogli perdere elettori nell’ala più conservatrice e destrorsa della Lega ma compensando in parte tale perdita in un elettorato che invece mostra di condividere le sue posizioni assunte in contrasto con le scelte del suo alleato forzista (sostegno al governo Monti, patto del Nazareno ecc.).

Salvini si trova a un bivio: o persegue nel suo progetto politico di diventare “capo” del centrodestra (un capo che comunque fa i vertici a casa di B. e si fa dettare la linea politica da B.: diciamo una specie di “Martina” del centrodestra) andando peraltro incontro all’inevitabile destino di marginalizzazione governativa di tutte le forze estremiste, anche quando vedono impennare i propri consensi elettorali (vedi Marine Le Pen ma, anche a sinistra e più in casa nostra, lo stesso Pci, quasi maggioranza relativa ma a solo beneficio di forze più moderate e meno consistenti come il Psi di Craxi).

Oppure, cambiando prospettiva, contribuisce a dar vita a un asse grillo-leghista (più esattamente grillo-salvinista) che si contrappone al polo “renzusconiano” nel disegno di un nuovo sistema bi-polare che vede le forze del vecchio sistema contrapposte a quelle che non si sono compromesse con le politiche dei governi degli ultimi anni. Pensaci, Salvini!

Salvatore Zipparri

 

Non l’ho fatto con i figli, ma ai nipoti dirò di andarsene

Ho letto e apprezzato la lettera di V.B. sul Fatto di domenica. La condivido in ogni frase e in ogni parola, eccetto le seguenti: “Meriti di cadere in una crisi che ti faccia perdere tutto, perfino la dignità”. Io direi: “Da anni sei caduta in una crisi che ti ha fatto perdere tutto, perfino la dignità”. Non ho consigliato ai miei figli di andare a lavorare all’estero, lo farò sicuramente con i nipoti, che sono già adolescenti. Con infinite tristezza e rabbia, e con vergogna di essere italiano.

Piero Pacchiarotti

 

La Lega non è così diversa dal sistema a cui si oppone

La recente posizione assunta da Di Maio che ha dichiarato pubblicamente di essere disposto a fare un passo indietro rispetto alla candidatura alla Presidenza del Consiglio (anche se afferma che a Salvini aveva già manifestato questa disponibilità molto prima) scopre il gioco (doppio, triplo o quadruplo) che il politico Salvini sta conducendo da due mesi pensando di prendere per il naso tutti o di continuare a galleggiare come fa da vent’anni proponendo fuffa o slogan che non reggerebbero nemmeno il tempo di uno spot pubblicitario. Infatti non sarà difficile verificare già dai prossimi giorni che quello su cui il Salvini non si può realmente impegnare sono i temi proposti da Di Maio perché la Lega non è cosa diversa dal “sistema”, la Lega è ormai da anni “parte integrante del sistema”. Quindi per questo non potrà mai staccarsi da Berlusconi né dal centrodestra perché al di là delle chiacchiere e degli slogan ha smesso da anni (caso Bossi docet) di essere un motore del cambiamento di questo Paese. E se con nuove votazioni dovesse prevalere il centrodestra direi proprio che il Pd e la sua squinternata dirigenza avrà realizzato un capolavoro politico che avrà fatto resuscitare un politicamente morto (Berlusconi) e avrà rimesso in sella una coalizione che ha procurato già tanti disastri all’Italia.

Leonardo Gentile

Giovani e vecchi. L’unica via d’uscita per salvare l’Italia è lottare insieme

ABBIAMO LETTO IN FAMIGLIA con molto interesse, sul Fatto di domenica, “Lasciatemi urlare contro l’Italia” la lettera della quindicenne V.B. con piena ragione arrabbiata contro l’Italia. È una lettera che anch’io, che di anni ne ho 68, avevo nel cuore e che sottoscrivo pienamente. La stiamo facendo leggere ad amici e conoscenti con i quali discutiamo sempre di come l’Italia, matrigna ingrata, non meriti i tanti giovani in gamba che ha. Questa non è una lettera, è un manifesto di una generazione abbandonata a se stessa dalla noncuranza della politica con la p minuscola. Anch’io, padre di due ragazze di 31 e 33 anni, conosco bene le frustrazioni e la rabbia di chi s’impegna con risultati eccellenti ma rimane al palo, perché deve sempre far posto alla mediocrità e al familismo. Anch’io vorrei che i giovani se ne andassero da questo paese (la p minuscola è voluta) a cercare la loro strada altrove. È l’unico atto di protesta per far capire all’Italia tutti i suoi atavici errori. È l’unico modo per il proprio riscatto sociale e per vivere una vita vera. In fondo si rimane in Italia solo per due motivi: per il paesaggio stupendo, merito del Padreterno e della Natura e per l’arte e la storia, che i nostri antenati ci hanno lasciato e che, quando non la deturpiamo, noi facciamo una gran fatica a conservare. Cara V.B. ti chiedo scusa anche a nome della mia generazione perché di fronte a queste e ad altre ingiustizie e soprusi non siamo ancora scesi in piazza a urlare, ma come avrai capito, gli italiani non sono un popolo ma una somma di individui abituati a trovare sempre una scappatoia per ogni loro problema. Non lo dico io: lo diceva un grande, Giuseppe Prezzolini, nel 1958.

Mario Cappagli

 

Caro Mario, non sono completamente d’accordo con lei. E non lo sono neppure con la lettera scritta giorni fa dalla nostra lettrice quindicenne. Ho figli che studiano e capisco lo sconforto di chi non vede via d’uscita. Ma c’è un punto: se le energie migliori andranno via da questo Paese, le cose certo non miglioreranno. Chi ha più degli altri, chi può offrire ai figli gli studi migliori e un sistema di relazioni sociali in grado di garantire successi e carriere, resterà e continuerà a coltivare privilegi e ingiustizie. “Le vecchie generazioni hanno rubato il futuro ai giovani” è uno slogan odioso, coniato proprio da chi da sempre è al centro del potere in Italia. Non eravamo tutti uguali a vent’anni, c’erano gli indifferenti, gli opportunisti e quelli che lottavano per un Paese più giusto. Sono d’accordo col finale della sua lettera. Lottare insieme, giovani e vecchi, Nord e Sud, “stranieri” e italiani. È l’unica via d’uscita per salvare l’Italia e i suoi giovani.

Enrico Fierro