La madre della vittima dell’autobomba: “Datemi una scorta”

A un mese dall’autobomba di Limbadi (Vibo Valentia) che ha ucciso Matteo Vinci, l’avvocato Giuseppe De Pace rilancia il suo appello per assegnare la scorta alla madre della vittima, la signora Rosaria Scarpulla. L’aver puntato il dito contro una parente della cosca Mancuso, infatti, secondo il legale della famiglia Vinci, ha esposto la donna a possibili ritorsioni.

“La mia assistita corre un pericolo imminente di morte” sostiene l’avvocato che nei giorni scorsi si era rivolto alla prefettura: “Non hanno compreso la gravità di quanto accaduto a Limbadi. La signora Scarpulla è l’unico testimone capace di indicare col suo indice i responsabili dell’attentato, sta collaborando attivamente con le forze dell’ordine e ancora non si sono degnati di assegnarle una scorta”. “Altri testimoni di giustizia l’hanno avuta” aggiunge De Pace che si domanda: “La signora è figlia di un dio minore? Se il ministro dell’Interno non provvederà a dare una scorta seria, allora invito le associazioni antimafia a coordinarsi per predisporre una scorta civile a protezione della signora Scarpulla”.

“Accusai i colleghi per Cucchi. Ora ho paura di parlare in aula”

Ha denunciato i suoi colleghi: sulla morte di Stefano Cucchi sapevano più di quello che avevano detto. È andato dal pm Giovanni Musarò e ha messo a verbale i commenti ascoltati in caserma. Ma adesso che dovrà andare in aula a confermare le sue accuse, l’appuntato scelto Riccardo Casamassima ha paura. Il motivo? “Le pressioni non mancano e io non mi sento tutelato”, dice il carabiniere che da due anni lavora nello stesso reparto di Roberto Mandolini, finito a processo a causa delle sue parole. Mandolini è il maresciallo che il 15 ottobre 2009 era a capo della stazione Appia, da dove partirono i carabinieri autori dell’arresto di Cucchi. “Dopo qualche giorno – racconta Casamassima – è venuto nella caserma di Tor Vergata, dove io lavoravo, si è messo la mano sulla fronte e ha detto: “È successo un casino ragazzi, hanno massacrato di botte un arrestato”. Poi è entrato nell’ufficio del comandante Enrico Mastronardi e ha fatto proprio il nome di Cucchi. Nella stanza c’era anche la mia compagna, pure lei nell’Arma”.

Lei dice di aver ricevuto anche le confidenze di un altro carabiniere: quali?

Sabatino Mastronardi, figlio di Enrico (entrambi indagati per false informazioni ai pm ndr), mi disse: “Guarda, non si sono proprio regolati. Non ho mai visto una persona massacrata di botte così”.

Mastronardi ai pm non ha confermato quelle parole.

No, ma io questo lo so solo perché è finito sui giornali.

Poi nel 2015 lei decide di parlare: perché sei anni dopo?

Perché non avevo seguito la vicenda fino ad allora. Non sapevo quanto potessero essere importanti quelle parole.

Quando denuncia era ancora in servizio a Tor Vergata?

No, ero nella compagnia speciale. Poi nel 2016 mi hanno portato nel battaglione Tor di Quinto. Dove lavora anche Mandolini. È per questo motivo che chiedo di essere trasferito per ricongiungimento familiare.

Cosa le rispondono?

Che la mia domanda è inaccettabile perché io e la mia compagna non siamo sposati. Ma le circolari del comando generale equiparano la convivenza al matrimonio.

Ha fatto presente che lavora con un collega da lei denunciato?

Lo sanno. C’è già stata una discussione con Mandolini. Gli ho detto: “Perché non vai dal pm”? Lui mi fa: “Il pm ce l’ha a morte con me”. Ma non c’è solo questo. Da quando si è saputo della mia denuncia io e la mia compagna abbiamo cominciato ad avere paura.

Perché?

Le pressioni non sono mancate.

Che tipo di pressioni?

Appena si è venuto a sapere che avevo testimoniato, hanno aperto a mio carico una serie di procedimenti disciplinari. Solo per fare un esempio: al carabiniere che a Firenze è stato accusato di esporre in ufficio una bandiera nazista hanno dato 3 giorni di consegna. A me già dieci.

Ma questi procedimenti a cosa si riferiscono?

Uno è per un incidente d’auto che non poteva essere aperto perché erano scaduti i termini. È un fatto del 2014 e un procedimento disciplinare può essere aperto entro un anno.

Dieci giorni di consegna però sono tanti: che altri procedimenti ha avuto?

Uno è legato a un post facebook in cui criticavo la rappresentanza militare (una specie di sindacato interno ai carabinieri ndr). Un altro perché ho rilasciato un’intervista senza autorizzazione: volevo replicare alle accuse che Mastronardi mi aveva fatto sui giornali.

Che altre pressioni ha ricevuto?

Continuano a farmi lavorare con un collega che su facebook ha chiamato me e la mia compagna “pezzi di merda”. Ho chiesto quattro volte di parlare con l’allora comandante generale (Tullio Del Sette ndr) senza successo. C’è un rifiuto reiterato a incontrarmi: se non sono pressioni queste, cosa sono? Prima del caso Cucchi io ho denunciato una serie di cose: assenteismo, associazioni onlus gestite da carabinieri, verbali d’arresto falsificati. So come funziona.

Il 15 maggio è fissata la vostra testimonianza in aula: lei e la sua compagna vi presenterete?

Non lo sappiamo, stiamo valutando cosa fare: ci sentiamo abbandonati.

Intendete non andare in tribunale? Rischia l’accompagnamento coatto. Senza considerare che rischiate di minare la vostra credibilità.

È vero, dobbiamo andare per forza. Ma se non è questa volta, andremo la prossima. Vogliamo si sappia che siamo spaventati perché ci hanno lasciati soli.

Si è pentito di essere andato dal pm?

No, perché penso al dolore vissuto dalla famiglia Cucchi. Sono andato dal pm anche perché tutte le più alte cariche dello Stato dicevano: chi sa deve parlare. Noi abbiamo parlato ma siamo diventati carne da macello.

 

Uccide la moglie di 75 anni pochi mesi dopo il matrimonio

Tre colpi di pistola al viso e all’addome. È morta così Maria Clara Cornelli, 75 anni, uccisa in strada in via Alpignano a Rivoli (Torino) dal coetaneo Enzo Giorio, sposato soltanto lo scorso 25 novembre e lasciato dopo pochi mesi. L’uomo ha poi rivolto l’arma contro se stesso. Trasportato con l’elisoccorso all’ospedale Cto di Torino, è in fin di vita. La prognosi è riservata. È l’ennesimo caso di omicidio-suicidio con protagoniste persone anziane che si verifica nell’area metropolitana torinese: negli ultimi tempi a Torino e provincia si è registrato un aumento di casi.

Soltanto nel 2018 si contano tre episodi: il 9 marzo un ex partigiano novantenne Giulio Gauna, ha ucciso la compagna malata di Alzheimer e si è poi tolto la vita con la stessa pistola semiautomatica; tre giorni dopo, proprio a Rivoli, un uomo di 77 anni, Ezio Panattaro, ha sparato alla madre di 101 e poi si è suicidato per disperazione (“Ho il cancro, non posso più assisterla”); il 5 aprile l’ottantenne torinese Norberto Ranaudo ha soppresso a pistolettate la moglie, anche lei affetta dal morbo di Alzheimer, e poi si è ucciso.

Campania, la “scalata” al sindacato giornalisti con 7.500 euro cash

Immaginate la scena: un distinto signore coi capelli bianchi con in mano 7.500 euro in contanti per pagare 150 tessere a 50 euro l’una. Che viene in mente? La scalata di un capobastone a un partito, tante volte raccontata dai giornalisti? No. La scena è avvenuta il 27 aprile nella sede del Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania (Sugc) e stavolta i giornalisti non narrano una presunta “scalata” a botte di pacchetti di tessere, ma ne sono protagonisti.

Infatti il signore in questione è Domenico Falco, Mimmo per gli amici, vicepresidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, presidente del Corecom, leader indiscusso di un esercito di 11.000 pubblicisti e di una sorta di movimento-sindacato alternativo, il Mug (Movimento Unitario Giornalisti). Secondo la ricostruzione in anteprima del sito Iustitia di Nello Cozzolino, dietro l’operazione ci sarebbe Carlo Parisi, padrone assoluto del sindacato calabrese, e la benedizione dell’editore televisivo Lucio Varriale, patron di fatto di Julie Tv e quindi per definizione controparte di un sindacato di giornalisti: nel pacchetto di tessere compaiono quasi tutti i suoi familiari (la figlia, il figlio, la ex compagna del figlio, il genero) e alla consegna del rotolo di banconote erano presenti un collaboratore e un parente di Varriale.

Falco conferma la prima chiave di lettura e smentisce la seconda: “Sì, me lo ha chiesto Parisi, e io con affetto ho acconsentito perché voglio lavorare per l’unità del sindacato. Varriale non c’entra, certe interpretazioni sono delle mascalzonate”. E come è stato accolto al Sugc quando si è presentato coi 150 moduli di adesione precompilati? “Mi hanno trattato malissimo, a calci in faccia, dopo aver fatto mezz’ora di anticamera: ma vi pare che io a 68 anni voglio fare una guerra nel sindacato? Io ho portato 133 pubblicisti a iscriversi (gli altri 17 sono professionisti, ndr), ma i pubblicisti contano come il due di briscola nella Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) e io l’ho fatto solo per chiudere la mia carriera negli organismi di categoria provando a riportarvi unità”. E la presenza di amici e parenti di un editore televisivo? “Sansonni (uno dei due accompagnatori, ndr) è un consigliere dell’Ordine nazionale, Ferraro (l’altro, ndr) è vice presidente collegio dei revisori dei conti, e poi scusatemi, io volevo essere accompagnato perché avevo paura a camminare con 7.500 euro addosso”.

Appunto: come li spiega? “Amici di Avellino hanno fatto le adesioni ad Avellino, amici di Salerno a Salerno, e così via”. Al Sugc in effetti non hanno festeggiato questa infornata e sospettano pratiche da prima repubblica. I dubbi sono tutti nelle parole del segretario, Claudio Silvestri: “Il sindacato è di tutti e chiaramente non ci sono veti sulle iscrizioni. Ma i pacchetti di tessere appartengono a un’altra epoca, distante anni luce dall’attuale dirigenza del sindacato. Ho chiarito ai diretti interessati che non si accettano iscritti per interposta persona e che ognuno dovrà confermare personalmente e formalmente la propria adesione. La trasparenza è un elemento essenziale, direi vitale, nella gestione di una associazione per evitare i disastri del passato”.

Ogni riferimento alla radiazione dell’Assostampa campana, inghiottita nel 2014 in un buco di 3 milioni e mezzo di euro, è puramente voluto. Ora in ballo c’è il congresso di novembre della Fnsi e le ambizioni di Parisi a esserne protagonista, ma fa gola anche il controllo del Sugc: 117.000 euro annui per la gestione dell’ufficio Inpgi e 66 mila della Casagit, e un tesoretto di 120 mila euro di attivo.

Diritti televisivi, dalla Lega di A quasi ultimatum agli spagnoli

La Serie A aspetta MediaPro, la società che si è aggiudicata i diritti tv del calcio italiano per 1,05 miliardi a stagione, ma per il momento non ha ancora pagato (solo un anticipo da 64 milioni). Aspetta i suoi soldi. In attesa del giudizio del Tribunale di Milano sul bando contestato da Sky e sospeso dai giudici, la Lega ha dato 15 giorni agli spagnoli per depositare la fideiussione, congelata dopo il ricorso.

Sembra un ultimatum, ma è anche un’attestazione di fiducia: i presidenti potevano portare subito in tribunale gli spagnoli, ma la loro offerta fa gola. E poi la scadenza non prevede sanzioni: al termine la causa non partirà in automatico, come avrebbero voluto i club pro Sky capeggiati da Roma e Juventus. Ci vorrà un’altra assemblea e non c’è nulla di scontato. Nemmeno la fideiussione, come ha fatto notare il solito Claudio Lotito: “Agli altri non l’abbiamo mai chiesta, perché fare tanto i fiscali con gli spagnoli?”. Un motivo in più per aspettare il giudizio del tribunale (tra oggi e domani) ed incrociare le dita. Le alternative sono poco rassicuranti: o trattativa privata con Sky o canale tematico con MediaPro. Tutto rinviato al 22 maggio, giorno della prossima assemblea, anche la governance.

Il presidente Gaetano Miccichè non può insediarsi fino a quando non saranno nominati i membri del consiglio e dà segni di impazienza: “Non sono venuto a perdere tempo, se non cominciamo a lavorare me ne vado”. Ma la Serie A pensa solo ai soldi dei diritti tv. L’unica buona notizia viene dalla Coppa Italia: per respingere l’assalto Mediaset, la Rai sborserà di 35,5 milioni di euro a stagione fino al 2021 (+60% rispetto al passato), oltre 100 in totale. Comunque spiccioli, in confronto al miliardo del campionato che non fa dormire i presidenti.

“La camorra al Cardarelli usava dipendenti di Romeo”

La camorra al Cardarelli di Napoli, l’ospedale più grande del Sud, avrebbe agito attraverso dipendenti della Romeo Gestioni che mediarono estorsioni a una ditta appaltatrice dell’azienda ospedaliera in nome e per conto del clan Cimmino del Vomero. C’è questo e altro in un’informativa della Squadra Mobile firmata dal dirigente Luigi Rinella, 27 pagine di atti e intercettazioni allegate a un Riesame dell’inchiesta sulla Sma, la società regionale per la tutela dell’ambiente finita al centro dei video-reportage di Fanpage sulla corruzione nel mondo dei rifiuti.

È un filone curato dai pm Carrano e Woodcock, gli stessi dell’inchiesta sull’imprenditore Alfredo Romeo, coinvolto nel caso Consip e sotto processo a Roma e a Napoli per episodi di corruzione. E infatti l’indagine su Andrea Basile, che secondo gli inquirenti avrebbe raccolto l’eredità dei traffici illeciti dei boss Cimmino e Caiazzo, scaturisce proprio dalle attività sugli appalti assegnati a ditte del gruppo Romeo. Intercettazioni disposte secondo la normativa dei reati di associazione mafiosa e di associazione a delinquere con aggravante mafiosa, sulle quali gli avvocati di Romeo stanno conducendo una durissima battaglia legale, contestandone l’utilizzabilità contro il loro cliente. Sul punto c’è attesa per le motivazioni della Cassazione che il 9 marzo ha annullato con rinvio al Riesame l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari dell’immobiliarista napoletano, accogliendo un ricorso degli avvocati Carotenuto, Sorge e Vignola.

I pm poi assegnarono altre deleghe ai carabinieri del Noe e del Nucleo investigativo, che proseguirono su altri binari fino ad arrivare in Consip e nel Giglio Magico dei renziani, ma negli atti della Mobile si ritrovano tracce della genesi di tutto. La Dda ha lavorato su Basile e attraverso una serie di intercettazioni ambientali in abitazioni e autovetture ha captato conversazioni che avrebbero documentato il pagamento di tangenti, come quella versata dal titolare di una impresa di pompe funebri che consegna 3.000 euro nelle mani della moglie del presunto boss (‘”qua sono tremila, come disse lui…”’). Un’altra intercettazione, risalente al 21 settembre 2017, effettuata nell’abitazione di Basile svela il pagamento del pizzo (una tranche di 5.000 euro rispetto a una somma pattuita di 30 mila, da parte dell’emissario di una ditta che aveva ottenuto un appalto dal Cardarelli). Secondo gli investigatori, tre tra esattori e intermediari sono dipendenti della Romeo Gestioni. Uno in particolare è indicato come “organico” del clan e “rappresentante” di Basile.

Macerata: Jennifer, ferita, chiede 750 mila euro a Traini

A tre mesi dalla sparatoria per le vie di Macerata di Luca Traini, simpatizzante fascista e leghista, per “vendicare” Pamela Mastropietro, inizierà domani in Corte d’Assise a Macerata il processo a carico del 28enne di Tolentino. È accusato di strage aggravata dall’odio razziale, sei tentati omicidi e altri reati. Non lievi saranno le richieste risarcitorie. L’unica formalizzata per ora, da 750 mila euro, è quella di Jennifer, 25enne nigeriana, colpita a una spalla. Traini, che non si è pentito e ha mostrato dispiacere solo per aver colpito una donna, è detenuto nel carcere di Montacuto ad Ancona. Nel frattempo lettere di incoraggiamento gli sono arrivate da tutta Italia e anche dall’estero. Non si sa ancora se affiancherà in aula il suo legale, l’avv. Giancarlo Giulianelli, che in ogni caso chiederà il giudizio abbreviato, che dà diritto allo sconto di un terzo della pena. Il procuratore Giovanni Giorgio e il pm Stefania Ciccioli hanno chiesto il giudizio direttissimo atipico, portando Traini in Assise invece che dal gup. La difesa giocherà anche la carta della semi-infermità mentale (con potenziale riduzione della pena di un ulteriore terzo): un disturbo bipolare riscontrato dal consulente di parte, Giovanni Battista Camerini.

La fascia tricolore tra i fascisti agita Genova

Il Tricolore divide Genova. Quella fascia, simbolo della Repubblica, che il consigliere comunale Sergio Gambino (Fratelli d’Italia) ha indossato il 29 aprile per commemorare i caduti di Salò nel cimitero di Staglieno.

E la città, medaglia d’Oro della Resistenza, si è divisa: oggi pomeriggio è previsto un consiglio comunale ad altissima tensione. Il sindaco Marco Bucci, centrodestra, dovrà rispondere a un’interrogazione dell’opposizione. Dovrà dire se è stato lui ad autorizzare il consigliere di destra a indossare la fascia Tricolore. Perché nessun consigliere può utilizzarla in pubblico senza autorizzazione.

Le foto del corteo al cimitero mostrano Gambino, insieme con il consigliere regionale Angelo Vaccarezza (capogruppo di Forza Italia, ma senza Tricolore) seguiti da un gruppo di militanti di estrema destra di Lealtà Azione. Immagini che hanno invaso siti e social. E oggi nella Sala Rossa del Consiglio Comunale ci saranno in tanti: l’Anpi, i sindacati, i partiti di opposizione. È attesa la presenza dei centri sociali. Ad infiammare gli animi l’annunciata partecipazione dei militanti di Lealtà Azione e di CasaPound (ma pare abbiano rinunciato).

Pietro Oddone, presidente dell’Associazione dei parenti dei Caduti di Salò ha promesso: “Sarò in Comune, e con me una decina di persone. È l’ora di finirla di parlare di buoni e di cattivi dopo settant’anni”.

I giovani di Fratelli d’Italia hanno difeso la partecipazione del Comune alla commemorazione: “Pensavamo ottimisticamente che la questione sui caduti della guerra civile fosse ormai archiviata”.

Ma il Tricolore utilizzato per ricordare i fascisti è soltanto l’ultimo passo. “I movimenti di estrema destra, alcuni apertamente fascisti, a Genova si stanno risvegliando. È una questione politica, ma anche di polizia”, racconta un investigatore. Aggiunge: “Pochi giorni fa, alla commemorazione di Ugo Venturini (militante di estrema destra ucciso a Genova nel 1970) c’erano oltre cento persone. In passato erano una decina”. Per non dire delle manifestazioni di estrema destra nel quartiere di Nervi, contrastate da sparuti gruppi di cittadini al grido di Bella Ciao.

Impensabile a Genova, fino a pochi anni fa. Ma ci sono anche episodi di violenza: “Mesi fa un gruppo di ragazzi vicini a CasaPound ha accoltellato un giovane di sinistra che faceva attacchinaggio. La settimana scorsa, poi, una ragazza vicina a CasaPound ha aggredito uno svizzero”, raccontano ancora gli investigatori. “Conosci Hitler?”, ha chiesto la giovane all’ignaro turista. Poi lo ha preso a bottigliate.

Un’altra Genova, dura con gli immigrati e i poveri, come quella emersa dalle dichiarazioni dell’assessore comunale alla Legalità, Stefano Garassino: “Il primo che mi chiede l’elemosina lo prendo a calci nel sedere”. E ancora: “Vogliamo andare a vedere le condizioni igieniche dei centri di accoglienza. Se la prefetta ce lo nega, allora manderemo affanculo… anche la prefetta”.

È la Genova di destra dove il Comune di Bucci nega il patrocinio al gay pride perché non rappresenta tutti i cittadini.

Il sindaco pare chiudere un occhio. La sera della sua vittoria un gruppo di militanti di destra insultò e minacciò i cronisti. Nessuno mosse un dito. Pochi mesi fa arrivò in consiglio comunale la questione della concessione di spazi pubblici a gruppi politici anche di estrema destra. Bucci se la cavò così: “Durante la Seconda Guerra sarei stato in montagna con il partigiano Aldo Bisagno, ma non posso obbligare tutti a stare con Bisagno. Devo essere il sindaco di tutti”. Ma poi il Tricolore del Comune è stato usato per ricordare i ragazzi di Salò. I voti della destra pesano.

Il sindaco de L’Aquila Biondi nella chat che inneggia a Salò

Si può amministrare un capoluogo di regione e nello stesso tempo giocare goffamente con gli stemmi fascisti riesumando i tempi più bui del nostro paese? A L’Aquila si può. Il sindaco Pierluigi Biondi è stato beccato a chattare su Whatsapp in un gruppo contrassegnato da un particolare inquietante, la Bandiera della Repubblica di Salò nell’immagine di profilo della chat. E non si tratta di un gruppo qualunque, ma di quello che il primo cittadino condivide con i capigruppo di maggioranza di centrodestra in Consiglio comunale: Roberto Junior Silveri di Forza Italia, Daniele Ferella di Noi con Salvini, Giorgio De Matteis di Fratelli d’Italia, Daniele D’Angelo detto Parkeller della lista civica Benvenuto Presente, Roberto Sant’Angelo di L’Aquila Futura, Raffaele Daniele dell’Unione di Centro.

Giocare ai soldatini della Repubblica sociale italiana, stretti sotto l’ala protettrice del duce, deve essere sembrata una buona idea ai membri della chat. Eppure si tratta di un gruppo dove i vertici della coalizione che governa la città discutono le scelte politiche da attuare, e quella immagine rappresenta una mancanza di rispetto verso la storia del Paese e delle migliaia di vittime.

Biondi ha 44 anni, nel 2002 inizia la sua esperienza da giornalista pubblicista in Regione Abruzzo con uno stage accanto al senatore Fabrizio Di Stefano, al tempo presidente del gruppo di Alleanza Nazionale. A 30 anni diventa sindaco di Villa Sant’Angelo, nell’Aquilano, per due mandati. Nel 2005 Di Stefano gli rinnova la sua fiducia e il contratto di collaborazione in Regione. Nel 2014 decide di fare lo sciopero della fame per chiedere lo sblocco dei fondi per la ricostruzione post sisma. Oggi è dipendente del Comune di Ocre. Biondi ha sempre guardato a destra, da Alleanza Nazionale al Popolo della Libertà, dal 2011 al 2016 la sua palestra politica è stata Casa Pound, fino all’ultimo approdo a Fratelli d’Italia.

Il messaggio del sindaco che si legge nella chat appare sotto le insegne di una bandiera di combattimento delle forze armate della Repubblica di Salò, un’aquila nera ad ali spiegate poggiata su un fascio. Lo screenshot circola in città da qualche giorno, e la notizia è finita sul quotidiano Il Centro sollevando il dissenso dell’Anpi e del Circolo Sinistra Italiana dell’Aquila. Qualcuno ha parlato, e la foto fascista è venuta alla luce del sole.

“È gravissimo che i vertici delle nostre istituzioni si facciano beffe della Costituzione e usino come icone delle immagini del genere”, affermano dall’Anpi aquilana Fulvio Angelini e William Giordano, “pensano forse che la loro vittoria alle elezioni abbia trasformato la nostra città in una sorta di Saló amministrata da nostalgici fascisti che scimmiottano Mussolini? Sarebbe doveroso un atto pubblico di scuse verso la città e i parenti degli 86 concittadini morti a L’Aquila sotto la Repubblica di Salò”.

Scuse che per ora non si sono sentite. Il primo cittadino e la sua compagnia di whatsapp tacciono. “Il sindaco preferisce non rilasciare dichiarazioni” fanno sapere dal suo entourage.

Un silenzio a cui non è nuovo. Lo scorso 25 Aprile, giorno della Liberazione dal nazifascismo, il sindaco non era alla deposizione della corona al monumento ai Caduti, come non era a rendere omaggio alla lapide dei nove martiri aquilani. Al suo posto ha mandato il vice sindaco. D’altra parte, Biondi è un uomo impegnato, come si legge nella sua autobiografia su internet: “Tra lavoro, politica e pannolini, mi concedo qualche pausa per leggere, per una partita di rugby o per soffrire davanti alla tv guardando il Torino”.

Minacce del boss al giornalista, prima udienza a Siracusa

Prima udienza, ieri, del processo al tribunale di Siracusa che vede imputato Francesco De Carolis per minacce di morte, tentata violenza privata aggravata dal metodo mafioso nei confronti del giornalista Paolo Borrometi. Il sostituto della Distrettuale Antimafia di Catania, Alessandro La Rosa, ha depositato l’audio con l’intercettazione tra De Carolis e Borrometi. De Carolis aveva telefonato al giornalista, dopo alcuni articoli su suo fratello Luciano, già condannato per associazione mafiosa Bottaro-Attanasio, in cui diceva: “Sono Luciano de Carolis, fratello di Francesco, gran pezzo di merda ti dico una cosa, ti vengo a cercare fino al culo di tua madre o di tua moglie e ti spacco il culo con le mie mani. Devo perdere il nome mio se non ti prendo la mandibola e te la metto dietro, sei un essere spregevole (…) E non scordare di quello che ti ho promesso, nomina ancora mio fratello ti vengo a cercare fino a casa e ti massacro e poi mi denunci con sta minchia”.

Si sono costituiti parte civile, oltre a Paolo Borrometi con l’avvocato Vincenzo Ragazzi, la Federazione Nazionale della Stampa, l’Ordine Nazionale dei Giornalisti, l’Ordine Regionale dei Giornalisti.