Ecco come si salvano i clan nella città che non vede la mafia

Perché i criminali (non tutti i membri della famiglia ovviamente ma solo i delinquenti) appartenenti aiclan dei Casamonica, Di Silvio e Spada continuano ad imperversare dall’Anagnina a Ostia?

Perché ci sono solo film e serie tv ma nessuna sentenza sulla mafiosità del clan?

Queste sono le domande poste dalle immagini pubblicate ieri su Repubblica del vile pestaggio ai danni di una donna disabile e coraggiosa e di un barista rumeno che ha avuto la forza di denunciare.

Era già successo con la testata di Roberto Spada ai danni del collega di Nemo Daniele Piervincenzi e con il celebre funerale in stile ‘padrino’ di Vittorio Casamonica del 2015.

Per rispondere bisogna tornare indietro alla sentenza del luglio 2017 che ha escluso l’associazione a delinquere di stampo mafioso per la (ex) Mafia Capitale.

L’avvocato di Massimo Carminati, Bruno Giosué Naso, commentò che i protagonisti del processo “erano solo quattro cazzari” e che la sentenza era “una sconfitta del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone”. Nel 2012 L’espresso pubblicò una copertina che ha fatto storia: “I quattro re di Roma”. L’inchiesta di Lirio Abbate individuava i quattro capi della criminalità romana in Massimo Carminati, Giuseppe Casamonica, Carmine Fasciani e Michele Senese. L’avvocato Naso dopo l’esclusione da parte della Corte di Appello dell’esistenza di un’associazione mafiosa capeggiata dal boss di Ostia Carmine Fasciani nel 2016 (pronuncia poi rimessa in discussione dalla Cassazione) dichiarò che quella sentenza era l’ennesima conferma della sua linea: “Il processo Casamonica si è concluso con l’esclusione del reato associativo, asserendo l’esistenza di un gruppo dedito al piccolo spaccio di borgata senza alcun controllo del territorio; nel processo sull’omicidio Senese è stata esclusa l’aggravante dell’articolo 7 (cioè quella mafiosa, Ndr); ora nel processo Fasciani si esclude l’associazione si stampo mafioso. Rimane solo Massimo Carminati”.

Naso era stato buon profeta. Il punto è che le conseguenze pratiche della linea interpretativa che piace a Naso non sono indifferenti. La prima conseguenza è nei requisiti chiesti per arrestare. Ai criminali comuni si applica il principio di adeguatezza, secondo il quale il carcere è solo l’extrema ratio. Il giudice deve motivare la ragione per la quale non può fare a meno di arrestare. Mentre per i mafiosi la custodia cautelare è obbligatoria.

L’altra grande conseguenza è la possibilità di applicare le misure di prevenzione personali e patrimoniali. A un criminale ‘mafioso’ (anche se non è stato condannato nel merito) si può limitare la libertà personale in presenza di indizi di mafiosità e pericolosità sociale e i giudici possono anche sequestrargli il patrimonio.

L’associazione mafiosa non è mai stata contestata ai Casamonica perché anche tra i pm è finora prevalso l’orientamento garantista che ritiene di non scomodare l’armamentario dell’antimafia per un clan che si dedica a reati e affari considerati ‘minori’.

A favore dei Casamonica hanno giocato poi due fattori. La loro grande esposizione mediatica ha funzionato come un’esimente di mafiosità. Sulla base del pregiudizio, sbagliato nell’era dei social, che un mafioso vero non minaccia su Facebook la sua vittima.

Inoltre i Casamonica hanno sempre evitato di ricorrere alle armi. Preferiscono le mani che sanno usare molto bene. Talvolta qualcuno è arrivato a sequestrare la sua vittima per ottenere il pagamento preteso ma raramente spunta una pistola.

La forza fisica usata con astuzia e la grande visibilità mediatica, favorita dai film e dalle fiction come Suburra, ha garantito ai Casamonica una capacità di intimidazione allo stesso tempo visibile e invisibile. Certamente efficace. Se il barista romeno non avesse sfidato la famiglia con una denuncia, oggi cosa sapremmo dei due autori del pestaggio? Nulla. E il potere del clan sarebbe aumentato.

La questione dell’esistenza di un’associazione mafiosa è ovviamente rimessa al giudizio delle Corti. E, in assenza di una sentenza in tal senso, i Casamonica non sono mafia.

Certo è che nel caso di Carminati la Procura ha investito per anni molte risorse impiegando molti uomini di alta qualità e le tecniche di intercettazione più sofisticate e costose. Sui Casamonica un simile investimento non sembra esserci stato. E la sentenza di primo grado su Mafia Capitale certo non aiuta.

Botte a una disabile al bar: si riapre il caso Casamonica

La prepotenza sul territorio, quello della periferia sud-est romana, dove alcuni Casamonica hanno picchiato con una cintura una disabile e aggredito un barista. Il motivo? Non hanno rispettato la loro supremazia, che come quella dei re si esplica al meglio davanti ai banconi dei bar.

Per i magistrati romani però questo è un metodo, quello mafioso. È così quattro, tra Casamonica e imparentati, sono indagati, a vario titolo, per minacce e lesioni proprio con l’aggravante del metodo mafioso. La vicenda – rivelata ieri da Repubblica – risale alla domenica di Pasqua, in un bar di via Salvatore Barzilai, alla Romanina. Come racconta il quotidiano, Alfredo Di Silvio e Antonio Casamonica entrano e tentano di passare davanti a una donna invalida civile, in piedi in fila prima di loro. Da casa sua – dove ieri è andata anche la ex presidente della Camera Laura Boldrini alla quale ha detto “Sbrigateve a fa sto’ governo” – Simona, 42 anni, una malattia invalidante e un padre perso quando ne aveva 20, ancora con i lividi sul collo e volto racconta al Fatto ciò che ha vissuto: “Avevo deciso di andarmi a prendere un caffè dopo pranzo. Uno di loro evidentemente ubriaco e alterato si è girato verso di me e mi ha detto ‘Sti rumeni de merda’. Io gli ho risposto: ‘Se non ti piace questo bar puoi andartene altrove’. Lui mi dice: ‘Tu non sai chi sono io’. E io: ‘E tu chi saresti?’. Prima mi hanno insultato e poi hanno iniziato a picchiarmi, anche riempiendomi di calci”. E non solo: perché uno dei due aggressori si sfila la cintura e la colpisce, poi le tolgono il telefonino e le urlano: “Se chiami la polizia ti ammazziamo”. “Io non ho paura – continua Simona –. Questi li conosco di faccia. Rifarei certamente tutto”. Un coraggio il suo, che la madre un po’ le rimprovera: “Se fossi stata in lei non l’avrei fatto. Ho paura che questi ce la faranno pagare. Io non volevo nemmeno che denunciasse, poi la polizia ci ha detto che dovevamo stare tranquilli”.

Quel primo aprile, dopo la prima sfuriata, però, Alfredo con il fratello Vincenzo tornano. Viene aggredito il barista romeno e il locale distrutto. Il motivo? Non essersi occupato subito di loro. Nell’indifferenza totale di alcuni presenti, i due malcapitati hanno la peggio: la prognosi per la donna è di 20 giorni, per il barista, otto. E non è finita, perché dopo questa vicenda un’altra persona sarebbe tornata nel locale per ribadire il concetto. “Denuncerei ancora – dice Roxane, moglie del barista –. Chi ha sbagliato deve pagare. Non ci chiedono il pizzo, ma ogni tanto qualcuno di questi ragazzini viene a fare il prepotente. Era già successo, ma ora sono andati oltre. Mariano lo stavano ammazzando”. “Ho chiesto una risposta ferma e tempestiva. Questi atti non possono rimanere impuniti”, dice il ministro dell’Interno Marco Minniti.

Veneto banca, indagati Viola e i due commissari

In attesadi un pronunciamento del giudice fallimentare di Treviso sull’esistenza tecnica di condizioni di insolvenza di Veneto Banca al momento della sua messa in liquidazione, la Procura ha aperto un nuovo fronte di indagine. Sotto inchiesta i tre commissari liquidatori, Alessandro Leproux, Giuliana Scognamiglio e Fabrizio Viola. L’indagine sarebbe stata innescata da un esposto di una società romana azionista della ex banca popolare, che si ritiene danneggiata da alcune scelte fatte dai commissari. Leproux, Scognamiglio e Viola erano stati nominati nel giugno 2017 da Bankitalia, dopo la liquidazione delle venete e l’acquisizione degli asset “sani” da parte di Intesa San Paolo. Più complessa e di vasto interesse, invece, è l’inchiesta da poco trasferita per incompatibilità territoriale a Treviso dalla Procura di Roma, a carico degli ex amministratori di Veneto Banca, per ostacolo alla vigilanza e aggiotaggio. Se fosse riconosciuto che alla data della messa in liquidazione era già in condizioni di insolvenza, si aggiungerebbe l’incriminazione di bancarotta fraudolenta, che sposterebbe i termini per la prescrizione che per le altre contestazioni, potrebbero arrivare prima del pronunciamento di sentenza definitiva.

Ilva, l’ok dell’Ue non sblocca la vendita

Lo stallo nella vendita dell’Ilva resta per ora senza soluzione. L’Antitrust europeo ha dato ieri il via libera “condizionato” alla cessione del gruppo siderurgico ad Arcelor Mittal (Am), senza che questo portasse gli attori in causa a fare un passo in avanti nella trattativa sindacale, ferma ormai da sei mesi, dove si rischia la rottura.

L’autorizzazione di Bruxelles è vincolata ad alcune cessioni per evitare che Mittal assuma una posizione dominante sul mercato europeo dell’acciaio, di cui ha già circa il 40%: dovrà cedere gli impianti di Piombino, Liegi (Belgio), Dudelange (Lussemburgo), Skopje (Macedonia), Ostrava (Repubblica ceca) e Galati (Romania). Non solo. Il gruppo siderurgico Marcegaglia dovrà cedere il suo 15% della cordata con Mittal che a marzo 2017 ha rilevato il gruppo di Taranto in amministrazione straordinaria. “Ora manca solo l’accordo sindacale”, ha esultato su Twitter il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda. Eppure nessun nuovo incontro è stato fissato al ministero.

Le distanze restano incolmabili. Il nodo riguarda gli esuberi e gli inquadramenti contrattuali. Am è ferma sulle sue posizioni, messe nero su bianco nel contratto firmato col governo (rivelato nei giorni scorsi dal Secolo XIX). Punta a ri-assumere 10 mila dei 14 mila operai diretti, salvo poi far scendere la cifra a 8.500 alla fine del piano industriale, nel 2023. Usando come scusa la discontinuità “legale” tra acquirente e compratore chiesta da Bruxelles, promette di conservare ai neo assunti di fatto solo gli scatti di anzianità, mentre il premio di risultato variabile è agganciato a obiettivi impossibili da raggiungere prima del 2023 (una perdita in busta paga intorno ai 2-3 mila euro annui). Resta poi lo spettro del Jobs act (senza l’articolo 18) per gli operai riassunti. La settimana scorsa Cgil, Cisl e Uil hanno interrotto le trattative, torneranno al tavolo solo con la disponibilità di Am a discutere del futuro di tutti gli operai, compresi i 7 mila dell’indotto, salvaguardando i salari. Ieri lo hanno ribadito, ottenendo in risposta solo l’invito alla “responsabilità di tutti” del plenipotenziario di Arcelor Mittal in Italia, Matthieu Jehl.

Il ministero sembra incapace di rompere lo stallo e premere sull’acquirente. Insieme, gli impianti da cedere superano di poco l’attuale capacità produttiva dell’Ilva (6 milioni di tonnellate annue di acciaio). Un prezzo che Mittal è disposto a pagare solo se otterrà le condizioni di favore che chiede ai sindacati, mettendoli nella posizione perfetta per fare da capro espiatorio in caso di rottura. “Serviva maggiore trasparenza sul contratto firmato con Mittal, che il governo non ci ha mai fatto vedere”, spiegano Rosario Rappa e Mirco Rota della Fiom. Vengono così al pettine i nodi di una cessione con aspetti a tratti inspiegabili. A marzo 2017 la cordata formata da Mittal (85%) e Marcegaglia (15%) ha vinto la gara per l’Ilva contro gli indiani di Jindal – che si presentavano insieme alla pubblica Cassa depositi e prestiti – grazie al miglior prezzo offerto: 1,8 miliardi contro gli 1,2 messi sul piatto dai rivali. Come previsto, Marcegaglia, primo cliente e debitore di Ilva, è stata estromessa dall’Antitrust Ue, ma adesso Cdp è pronta a rientrare rilevando la sua quota insieme a Intesa Sanpaolo, la banca con cui Marcegaglia è pesantemente esposta. Gli strani giri finanziari fanno il paio con quelli industriali: il piano di Mittal prevede esuberi in crescita nonostante punti a riportare l’Ilva a produrre 10 milioni di tonnellate annue. Uno scenario che, dopo sei mesi di trattativa, per i sindacati resta un rompicapo.

Scontro Gentiloni-Padoan sulle ultime nomine da fare

Non è mai troppo tardi per qualche nomina: oltre alla conferma per un anno del capo della Polizia Franco Gabrielli, il Consiglio dei ministri di oggi dovrebbe bloccare due caselle importanti al vertice del ministero del Tesoro, invece che lasciarle al prossimo governo. Il ministro del Tesoro, Pier Carlo Padoan, vuole dare un altro anno al ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco cui mancano giusto 12 mesi alla pensione.

Negli ultimi giorni Padoan ha poi valutato di sacrificare Vincenzo La Via che dal 2012 occupa una poltrona importante che fu un tempo di Mario Draghi, quella di direttore generale del Tesoro. La Via ha sempre mantenuto un profilo molto basso, troppo per i critici, non ha gestito i dossier più delicati del ministero come quello dei salvataggi bancari. Il ministro vuole mettere al suo posto Fabrizio Pagani, oggi a capo della segreteria tecnica. Il prossimo ministro del Tesoro si troverebbe così con la posizione più delicata tra quelle soggette a spoils system già occupata: è molto diverso licenziare un direttore generale appena insediato e sceglierne uno per riempire una casella vuota, l’inerzia prevale. Pagani, 51 anni, è arrivato in quota Enrico Letta nel 2013 ma poi si è ben adattato ai cambi di scenario politico. È ancora pagato dall’Ocse, il centro studi di Parigi per cui lavorava, dal ministero non percepisce compensi. Ma poiché non è un funzionario del Tesoro, non è sottoposto all’obbligo di versare al ministero gli emolumenti che riceve in quanto membro dei consigli di amministrazione di società a controllo pubblico. Siede dal 2014 nel cda dell’Eni, indicato dal Tesoro, da cui riceve 130.000 euro all’anno. E dopo aver coordinato la quotazione in Borsa dell’Enav, la società pubblica che gestisce i servizi e la sicurezza dei voli, il 24 ottobre 2017 Pagani è entrato nel consiglio di amministrazione della Save che controlla gli aeroporti di Verona e Brescia. Ma questo incarico, spiega il ministero al Fatto, è svolto gratis, come quello precedente nella società di fondi immobiliari Serenissima.

Padoan ha deciso di affidare il posto di direttore generale a Pagani. Ma secondo quanto risulta al Fatto, da Palazzo Chigi Paolo Gentiloni ha fatto sapere di ritenere “inopportuna” la nomina (e così i tempi potrebbero allungarsi). Finora il premier ha sempre avallato le scelte di Padoan, anche le più discutibili, ma questa volta pare orientato a rinviare tutto il dossier e fermare il ministro che sulle nomine è attivissimo. In estate ha confermato per tre anni Luigi Ferrara come capo dipartimento degli affari generali (240.000 euro di stipendio) nonostante l’indagine per fuga di notizie nel caso Consip-Tiziano Renzi. E poi, subito dopo le elezioni, ha dato altri tre anni a Valentina Gemignani, direttore generale del gabinetto del ministro (stipendio base di 180.000 euro). Il sindacato UilPa contesta che non è mai stato pubblicato l’interpello per la posizione, il ministero replica che è una posizione fiduciaria, se al prossimo ministro non va bene può rimuoverla entro 30 giorni con lo spoils system.

C’è una partita ancora più delicata nel Consiglio di ministri di oggi: Gentiloni ha deciso di sbloccare la “Fondazione per il capitale immateriale” e nella riunione dei ministri dovrebbe essere discusso il decreto istitutivo atteso da mesi e previsto dalla legge di bilancio 2018, però mai emanato. La fondazione è istituita da tre ministeri, Tesoro, Sviluppo e Istruzione, con Valeria Fedeli che finora ha frenato l’iniziativa che non condivideva, perché aggira il potere del suo dicastero. Cosa faccia è ancora nebuloso, la legge parla di “progetti di ricerca e innovazione da realizzare in Italia a opera di soggetti pubblici e privati, anche esteri, nelle aree strategiche per lo sviluppo del capitale immateriale funzionali alla competitività del Paese”. Molto più chiaro, invece, perché si stia cercando di sbloccare la fondazione: il decreto prevede la nomina di un presidente, un consiglio di cinque membri, un direttore generale, un comitato scientifico di 15 esperti e tre revisori. A loro il compito di decidere come spendere ben 250 milioni annui dal 2019. Chissà se ci sarà abbastanza tempo anche per assegnare le poltrone.

La nuova Tim riparte con Fulvio Conti e Genish

La nuova Tim guarda al suo futuro da public company con un presidente indipendente Fulvio Conti (ex manager pubblico) e garantisce la continuità, rassicurante per i mercati, con Amos Genish riconfermato amministratore delegato. La nota più alta è la ritrovata “unanimità” all’interno del board che assegna le deleghe con l’astensione “soltanto degli interessati rispetto alla propria nomina”. L’unico consigliere non indipendente è Arnaud de Puyfontaine, ceo di Vivendi, che non ha deleghe. Per tutti gli altri il cda ha accertato i requisiti d’indipendenza. Sono stati confermati quale dirigente per la redazione dei documenti contabili il Cfo Piergiorgio Peluso, e quale Segretario del Cda il General Counsel, Agostino Nuzzolo. La costituzione dei comitati interni è invece stata rinviata alle prossime riunioni. Il nodo spinoso della delega alla sicurezza (precedentemente in mano a Franco Bernabè, escluso dal cda) viene temporaneamente assegnata al responsabile security, Stefano Grassi “nelle more – spiega una nota del gruppo – dell’interlocuzione con il Comitato di Coordinamento presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri”. In Borsa il titolo ha chiuso in rialzo dello 0,87% a 0,87 euro.

Lo scaricabarile del regalo alle autostrade

Per i signori delle autostrade l’allungamento delle concessioni senza gara sta diventando una specie di supplizio di Tantalo: è lì a portata di mano, ma quando il regalo sembra pronto, spunta sempre qualche ostacolo. La mattina di venerdì 27 aprile, con una procedura inconsueta, cioè senza aspettare la chiusura della Borsa, dove molte concessionarie autostradali sono quotate, l’Europa ha dato il via libera al piano per le autostrade ricevuto il 5 luglio di un anno fa dal ministro dei Trasporti, Graziano Delrio. Ma neppure il tempo di un brindisi e i signori del casello devono affrontare un’altra curva insidiosa: il Cipe, Comitato interministeriale per la programmazione economica. L’ok della Ue è un autorevole bollo politico sulla decisione a sua volta politica del governo italiano. Ma perché quegli orientamenti ora diventino cosa concreta devono essere tradotti in atti: in contratti tra lo Stato italiano concedente e i signori delle autostrade concessionari. Quei contratti si chiamano atti aggiuntivi, da aggiungere, appunto, agli attuali contratti di concessione che vengono così modificati. Devono essere approvati dal Cipe e preparati da Vincenzo Cinelli, da otto mesi direttore del ministero dei Trasporti per la Vigilanza sulle autostrade al posto di Mauro Coletta, il dirigente che aveva presidiato quell’incarico per 20 anni e fornito il suo assenso all’operazione proroga delle concessioni appena due giorni prima di lasciare l’ufficio, nonostante mancassero l’ok del Consiglio superiore dei Lavori pubblici e la copertura finanziaria.

Di recente Cinelli si è detto contrario alla proroga, ma le pressioni perché firmi sono fortissime proprio mentre prosegue l’indagine della Corte dei conti che si annuncia stringente su tutto il sistema autostradale. Il magistrato, Antonio Mezzera, sta cercando di fare chiarezza su aspetti cruciali: gli investimenti concordati, le tariffe, i criteri per la distribuzione degli utili. Da quasi tre mesi Mezzera sta chiedendo la documentazione e ovviamente pure gli atti aggiuntivi, una volta pronti, farebbero parte dell’atteso faldone. Il direttore Cinelli teme che l’esame delle carte possa portare alla conclusione che l’allungamento delle concessioni produce un danno erariale e che alla fine a pagare sia chiamato chi ha preparato e firmato gli atti, cioè lui per primo. Fissato una prima volta per il 26 aprile con all’ordine del giorno le autostrade, il Cipe è stato rinviato a data da destinarsi.

Materia da indagare per la Corte dei conti ce n’è. In primo luogo l’allungamento delle concessioni voluto dal ministro Graziano Delrio viola il codice per gli appalti scritto dallo stesso Delrio due anni fa che vieta proprio le proroghe. E poi ci sono i costi: i 4 anni di prolungamento dal 2038 al 2042 per Autostrade per l’Italia (Aspi) dei Benetton vale 23 miliardi di euro ed è giustificato dal fatto che Aspi costruirà la Gronda di Genova (4 miliardi e 300 milioni di euro) ed effettuerà investimenti per altri 4 miliardi. All’incirca in totale 3 volte meno di quello che otterrà. Anche i Gavio, i signori delle autostrade del Nordovest, hanno avuto per la Torino-Milano 4 anni di proroga dal 2026 al 2030 del valore di circa 1 miliardo di euro. In cambio dovrebbero completare i 90 chilometri della Asti-Cuneo che, come informa nel suo blog il senatore di Forza Italia Lucio Malan, è già stata pagata dagli automobilisti e dalle imprese cinque volte.

Al ministero dei Trasporti il pacchetto autostrade è stato preparato dalla Struttura tecnica di missione, dai professori Angela Bergantino, Andrea Boitani e Maurizio Maresca. I quali sul Sole 24 Ore si sono autoelogiati presentando la faccenda come una “bella pagina” in ambito autostradale. Tra i tre spicca il ruolo di Maresca, tecnico legatissimo a Fabrizio Palenzona, presidente dell’Associazione concessionari autostradali (Aiscat) e già dirigente di riferimento dei Benetton. Maresca per Aiscat è stato consulente per Autobrennero e Autovie venete, è stato consigliere di Matteo Renzi a Palazzo Chigi e infine nominato alla Struttura di missione da Delrio.

Orfeo: Trattativa? Vecchio film, inutile trasmetterlo

“Èun film vecchio, che non ha avuto successo, inutile mandarlo in onda sulle reti Rai”. Con queste parole Mario Orfeo, direttore generale della Rai, ha chiuso il confronto con il consigliere Carlo Freccero sul film La Trattativa di Sabina Guzzanti. Presentato nel 2014 alla Mostra del Cinema di Venezia, il film è tornato d’attualità dopo che la sentenza di primo grado del 20 aprile scorso ha confermato quello che la video-inchiesta già ricostruiva: la trattativa tra Stato e mafia c’è stata, a colpi di bombe e accordi indicibili.

Dopo la sentenza della corte di assise di Palermo è partita una petizione on line, sul sito Change.org: oltre 17 mila persone chiedono che La Trattativa venga trasmessa in tv, su una delle reti del servizio pubblico. “Sabina mi ha scritto, chiedendo se fosse possibile trasmettere il suo lavoro in Rai, e io, visto che era in corso il Cda, ho posto il problema al direttore generale, chiedendo che fosse posto anche ai direttori di rete”, ha detto Freccero che considera La Trattativa “un gioiellino del cinema”. La sua richiesta si è però scontrata con quelle che Freccero definisce “scuse insulse” e con l’argomento che “la Rai si è sempre impegnata nell’affrontare i temi dell’antimafia, della lotta all’illegalità, che ha sempre coperto con film e fiction questo tema scottante”. Quindi non c’è bisogno di trasmettere anche La Trattativa. Orfeo, comunque, non vuole passare per censore e lascia la decisione ultima ai direttori delle reti Angelo Teodoli di Rai1, Fabiano di Rai2 e Stefano Coletta di Rai3. Spetta a loro proporre di mettere La Trattativa in palinsesto. Il consigliere d’amministrazione Arturo Diaconale, espresso del centrodestra, si è già detto contrario in modo esplicito.

Fin dall’inizio, nonostante gli applausi al festival di Venezia, La Trattativa ha dovuto costruirsi un pubblico quasi in clandestinità: nei cinema è passato per pochi giorni, poi centinaia di persone si sono mobilitate per distribuire il film dal basso; sono state organizzate più di 750 proiezioni in tutta Italia.

Ieri il Cda Rai, in scadenza a fine giugno, ha anche approvato i conti del 2017 con un utile di 14,3 milioni e la previsione di evitare perdite anche nel 2018. Persi i Mondiali di Russia 2018, che si vedranno su Mediaset, la Rai si è assicurata i diritti della Coppa Italia per i prossimi tre anni, staccando un assegno da 35,5 milioni per l’intero pacchetto (compresa la Supercoppa e i diritti radio). Dovrebbe essere confermato Claudio Baglioni per un altro festival di Sanremo, mentre a novembre dovrebbero esserci quattro puntate di uno show con Fiorello.

Resta da capire chi guiderà la Rai, visto lo stallo dei partiti sul governo.

Michele Santoro, che farà un’altra stagione del programma M, si candida per il Cda per uno dei quattro posti che vengono decisi dal Parlamento: “Visto che ci si può candidare al Cda Rai manderò il mio curriculum a Camera e Senato. Non perché pensi di farcela, ma per lo meno li costringerò ad aprire un dibattito”. Due consiglieri – l’amministratore delegato e il presidente – spettano al ministero del Tesoro. E non è affatto chiaro chi sarà il ministro col potere di indicarli in quell’esecutivo “di servizio” che ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha indicato come l’unico sbocco possibile della crisi, prima di nuove elezioni in cui la Rai avrà come sempre un ruolo decisivo.

Foodora, il giudice: “Consegne non sono lavoro subordinato”

I riderdi Foodora “non avevano l’obbligo di effettuare la prestazione lavorativa” e non erano “sottoposti al potere direttivo e organizzativo del datore di lavoro”: così il giudice Marco Buzano, del Tribunale di Torino ha motivato la sentenza con cui l’11 aprile ha respinto il ricorso di sei fattorini che chiedevano il riconoscimento della natura subordinata del rapporto con l’azienda. Natura che il giudice esclude perché “il rapporto di lavoro intercorso tra le parti era caratterizzato dal fatto che i ricorrenti non avevano l’obbligo di effettuare la prestazione lavorativa e il datore di lavoro non aveva l’obbligo di riceverla”. Inoltre “i contratti sottoscritti dai ricorrenti (a differenza di quelli successivi, in cui era stabilito un pagamento a consegna) prevedevano un compenso orario (5,6 euro lordi l’ora): “È quindi logico – si legge – che i ricorrenti fossero tenuti a fare le consegne che venivano comunicate nelle ore per le quali ricevevano il compenso”. Il giudice ha poi fatto un’osservazione sul Jobs Act:”Forse nelle intenzioni del legislatore avrebbe dovuto ampliare l’ambito della subordinazione, includendovi delle fattispecie fino ad allora rientranti nel generico campo della collaborazione continuativa. Ma così non è stato”.

Calabria, il presidente dem Oliverio sotto indagine per abuso d’ufficio

Cambia la giunta regionale ma l’abuso d’ufficio per favorire l’ex sindaco di Acquaro rimane lo stesso. Prima l’assessore all’Agricoltura Michele Trematerra della giunta di centrodestra e poi il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio targato Partito democratico: l’importante era che “l’uomo di fiducia” dei politici non si muovesse da “Calabria Verde”.

Oltre che all’ex componente della giunta Scopelliti (ex Pdl), la guardia di finanza ha notificato ieri l’avviso di garanzia e di conclusione indagini al governatore della Calabria Mario Oliverio (Pd). Con lui, nel registro degli indagati, ci sono il suo capo di gabinetto Francesco Iacucci, l’ex direttore generale di “Calabria Verde” Paolo Furgiuele, il dirigente della stessa società in house Franca Arlia e il sindaco di Acquaro Giuseppe Barillaro (ex Udc poi oggi vicino al Pd).

Al centro dell’inchiesta c’è proprio quest’ultimo che, in qualità di dipendente del Comune di Francica senza nessuna ragione sarebbe stato comandato negli uffici di “Calabria Verde”.

L’inchiesta, coordinata dal procuratore Nicola Gratteri e dai pm di Catanzaro, rischia di provocare un terremoto nella politica calabrese che, stando all’avviso di garanzia notificato ieri, sembra avere come unico obiettivo la conservazione del potere e del consenso elettorale. Un binomio che, da destra a sinistra, passava anche dalla società in house “Calabria Verde” dove il “referente politico” di Oliverio, Giuseppe Barillaro, non è solo stato trasferito dal piccolo comune di Francica in cui lavorava ma è stato nominato addirittura responsabile del distretto vibonese dopo che qualcuno ha indotto il suo predecessore alle dimissioni.

Definito “istigatore e determinatore” dell’abuso, il presidente della Regione Oliverio si sarebbe mosso seguendo “mere logiche e strategie politiche”. L’ex sindaco di Acquaro, infatti, è descritto come “una persona di fiducia in grado di ‘controllare’ e ‘orientare’ il bacino elettorale costituito dai numerosi operai idrauluco-forestali alle dipendenze di Calabria Verde”.

“Considerandomi estraneo ai fatti contestati – è stato il commento di Oliverio – confido di chiarire quanto prima la mia posizione nelle sedi competenti”.