Arcore, cene eleganti. Condannati di nuovo Emilio Fede e Minetti

Condannati di nuovo, Emilio Fede e Nicole Minetti, per il loro ruolo nelle feste del bunga-bunga ad Arcore. La Cassazione nel settembre 2015 aveva cancellato le prime condanne, sostenendo che nella sentenza ci fosse “un vuoto motivazionale” e che la prima Corte non avesse spiegato “in concreto” le condotte contestate ai due imputati. Ora, al termine del nuovo processo, la Corte d’appello di Milano ha lievemente ridotto le pene – 4 anni e 7 mesi per l’ex direttore del Tg4, 2 anni e 10 mesi per l’ex consigliera regionale e showgirl – ma ha confermato le condanne.

Fede era accusato di favoreggiamento della prostituzione, per aver contribuito a organizzare nel 2010 le “cene eleganti” di Arcore, e di tentata induzione alla prostituzione, per aver portato alle feste alcune ragazze (Ambra Battilana, Chiara Danese e Imane Fadil) che si erano poi rifiutate di partecipare ai giochi erotici. Minetti rispondeva soltanto di favoreggiamento della prostituzione per il suo ruolo nell’organizzazione delle feste e nella “gestione” delle ragazze. La diminuzione delle pene significa che la Corte li ha ritenuti colpevoli soltanto per alcuni dei fatti contestati, poiché alcune ragazze (come per esempio Raissa Skorchina) erano autonome e per arrivare alla villa di Silvio Berlusconi, l’“utilizzatore finale”, non passavano dalla “mediazione” di Fede e Minetti. Ma saranno soltanto le motivazioni, depositate entro 90 giorni, a spiegare quali sono state le valutazione dei tre giudici d’appello. I difensori, Pasquale Pantano e Paolo Righi (per Minetti), Salvatore Pino e Maurizio Paniz (per Fede), avevano chiesto l’assoluzione sostenendo che quello che avveniva nelle serate del bunga-bunga non può essere propriamente definito prostituzione. Pantano ha paragonato Nicole Minetti a Marco Cappato. “I fatti, è chiaro, sono diversissimi, ma identico è il meccanismo giuridico”: Cappato può rivendicare di non aver commesso un reato perché quando ha aiutato dj Fabo ad andare in Svizzera per il suicidio assistito, ha agevolato non un reato, ma il libero esercizio di un suo diritto. “Ma se Cappato non può essere condannato per aver aiutato chi esercita un suo diritto, anche Minetti non può essere condannata per aver eventualmente agevolato la libera scelta di chi, di sua volontà, voleva avere comportamenti sessuali a pagamento: non può essere perseguito chi esercita un suo diritto, né chi lo agevola”. Per questo l’avvocato Pantano aveva chiesto alla Corte di sollevare la questione di illegittimità costituzionale della legge Merlin, nei casi in cui “non c’è costrizione ma libero esercizio”. E l’avvocato Pino aveva sostenuto che “se non c’è violazione della sfera di libertà, come avviene invece nella tratta delle prostitute ‘schiave’, non c’è reato”.

I giudici non li hanno seguiti e hanno invece accolto le argomentazioni del sostituto procuratore generale Daniela Meliota che ha ribadito l’esistenza di quel “sistema prostitutivo” impiantato ad Arcore che era stato delineato in due processi paralleli. Il Ruby 1, con imputato Silvio Berlusconi accusato di prostituzione minorile, per aver fatto sesso a pagamento con la minorenne Karima El Mahroug detta Ruby, e di induzione indebita per aver fatto pressioni sui funzionari della Questura di Milano affinché rilasciassero la ragazza che era stata fermata per furto. E il Ruby 2, che aveva portato a giudizio gli organizzatori delle feste, cioè Fede e Minetti, insieme all’impresario tv Lele Mora. Poi Berlusconi in appello è stato assolto, con la motivazione che avrebbe potuto non sapere che Ruby era minorenne e che le pressioni in Questura erano state soltanto gentili richieste. Quanto a Mora, accusato anche di bancarotta, ha chiuso separatamente i suoi conti con la giustizia, accettando una pena di 6 anni e 1 mese di reclusione che sta scontando in affidamento alla comunità Exodus di Don Antonio Mazzi.

La vicenda delle feste di Arcore non si chiude comunque con la sentenza di ieri. Mentre al primo piano del palazzo di giustizia di Milano si concludeva il Ruby 2 bis, in un’aula del terzo piano iniziava il Ruby 3, che vede imputato Berlusconi di corruzione in atti giudiziari, per aver pagato, nell’ipotesi d’accusa, le dichiarazioni false o reticenti di molti testimoni dei processi Ruby 1 e 2, tra cui Karima e una ventina di ragazze che partecipavano alle feste. Il dibattimento è stato subito rinviato al 28 maggio, dopo la richiesta dei pm Tiziana Siciliano e Luca Gaglio di riunirlo con il nuovo filone che riguarda quattro “olgettine”, Aris Espinosa, Elisa Toti, Miriam Loddo e Giovanna Rigato, alle quali Berlusconi avrebbe fatto versamenti, per un totale di circa 400 mila euro, fino all’autunno del 2016.

M5S, imbarazzo per l’incarico al portavoce di Chiara Appendino

Nuove polemiche per la sindaca di Torino, la Cinque Stelle Chiara Appendino. Ieri in Comune i carabinieri del pool di giudiziaria hanno acquisito la documentazione relativa alla consulenza da 5mila euro ottenuta dal suo capo ufficio stampa, Luca Pasquaretta, per il Salone del Libro del 2017. Un incarico di supporto della durata di 15 giorni (ottanta ore di lavoro, al di fuori dell’orario di servizio) assegnato a Pasquaretta dal presidente della Fondazione, l’ex ministro Massimo Bray. Appendino difende il suo collaboratore, sostenendo che “la procedura è stata eseguita in modo corretto”: “L’autorizzazione è arrivata dal responsabile dello staff di giunta che ha valutato che non ci fosse conflitto d’interesse tra l’attività di collaborazione con il Salone e il suo ruolo in Comune”. In aula sono arrivate le proteste di tutta l’opposizione, ma anche i 23 consiglieri grillini hanno di fatto contestato la decisione della sindaca con una nota: “Il gruppo consiliare ritiene che sia stato inopportuno il conferimento di detto incarico soprattutto alla luce del ruolo rivestito allora e a tutt’oggi dallo stesso Pasquaretta”.

I peones tremano, Caiata già abbraccia

La sinistra potrebbe andare meglio dell’ultima volta: perché quella parte del nostro elettorato che ha votato Cinque Stelle e li ha visti trattare con la Lega, magari la prossima volta vota noi”. Federico Fornaro, deputato di Liberi e Uguali, è abituato a calcolare percentuali e variabili di tutti i sistemi elettorali, in ogni contesto. “Voi ci tornate in Parlamento, se si vota presto?”. La domanda a bruciapelo gli provoca all’inizio una reazione istintiva: “Ma un approccio un po’ meno lugubre non si può avere?”. Poi si riprende. Argomenta: “Per noi i voti tra la sopravvivenza e la morte non sono tantissimi”.

A Montecitorio, ieri, la parola elezioni sembra rimbalzare da ogni angolo. I peones non si sono ancora ambientati, ma si guardano già intorno con una specie di nostalgia preventiva.

Su un divanetto è seduto un gruppetto di Cinque Stelle. Tra di loro, C’è Angelo Tofalo, salernitano al secondo mandato. C’è Luigi Iovino, che a 25 anni è il più giovane eletto del Movimento. Con loro un piccolo drappello di parlamentari si interroga su presente e futuro. “Ma al posto di Di Maio, voi cosa fareste? La cosa migliore non è votare?”, chiede retoricamente uno di loro. Sui Cinque Stelle pende la spada di Damocle del doppio mandato: oltre quello, in Parlamento non si torna. Aria di sfida: “Prima di tutto, se non torniamo pace. Ma poi, visto che la legislatura non è partita, il tema della deroga si pone tutto”. Votare a luglio per molti del Movimento sarebbe sicuramente meglio. Si avvicina Simone Baldelli, Forza Italia. Scherza sulle presunte prove di dialogo. Chi invece arriva dai Cinque Stelle, ma è stato espulso perché indagato, come Salvatore Caiata, ora vice Presidente del Gruppo Misto e Coordinatore del Movimento Associativo Italiani all’Estero per l’accordo si impegna proprio. Sale al Colle per dire che serve un governo politico e non tecnico, poi a Montecitorio abbraccia forzisti, si intrattiene con Maurizio Lupi.

Dalle parti del centrodestra, già si fanno i ragionamenti. Spiega Alessandro Cattaneo, ex sindaco di Pavia, neo eletto: “Quello che possiamo fare è uno studio di come sono andate le elezioni nei singoli posti: cosa ha funzionato, cosa no, orientando su questo le scelte. Fermo restando che il voto locale è stato molto influenzato da quello nazionale”. Scherza: “Ho un solido radicamento da ex amministratore”. Ma tra gli azzurri non è che regni l’ottimismo. Anzi. “Cambieremo gli equilibri dei collegio uninominali”, spiega Marco Liuni, neo segretario d’aula della Lega, alla prima legislatura. “Se prima abbiamo fatto 50 e 50, adesso ne prenderemo più noi. Lo sta dicendo anche Salvini”. E poi spavaldo: “Noi non abbiamo paura di niente”. Nel Carroccio si sentono commenti che disseminano indizi sulla campagna elettorale che verrà: “Non è stato mica così bravo questo Mattarella”.

Per trovare qualcuno del Pd bisogna cercarlo bene. L’aria dalle parti del Nazareno è funerea. Luigi Marattin, già consigliere economico di Renzi, ora neo eletto, prova a fare un ragionamento: “Qui siamo in 600. Dobbiamo fare una scelta: o si fa una legge che è veramente proporzionale, o se ne fa una maggioritaria. Questa cosa ibrida non funziona”. Da qui, anche qualche indizio sul futuro del Pd dalle mille correnti. “Quello era un partito che aveva senso in un’ottica maggioritaria, con il proporzionale, cambia tutto”. Solo un pensiero, ma sembra la strada per la liberazione collettiva.

Col “governo qualsivoglia” si ignorano gli elettori dei 5S

Il governo di servizio annunciato da Sergio Mattarella sarà molto probabilmente a mezzo servizio e ci porterà diritti a nuove elezioni. Se a luglio o a in autunno o a dicembre si vedrà. Non ha torto il capo dello Stato quando accusa i partiti tutti di aver prodotto, a colpi di litigi e disaccordi il mostro, senza precedenti, di una legislatura morta ancora prima di cominciare. Dalla sera del 4 marzo, del resto, la campagna elettorale non si è mai interrotta un attimo con i vari leader pronti a rinfacciarsi l’un contro l’altro le peggiori nefandezze. Un modo per portarsi avanti col lavoro.

Come sempre, da qui al prossimo voto, ci sarà un continuo richiamarsi alla sacra volontà del corpo elettorale, salvo poi disconoscerne il valore un minuto dopo la proclamazione dei risultati, se è conveniente non tenerne conto. È spettacolo di queste ore. Non è certo una novità… Non è certo una novità che nel vasto armamentario del partito preso contro i 5Stelle il giudizio di chi vota non conti nulla e anzi venga visto come un fastidioso problema di cui liberarsi al più presto. Del resto, alla desertificazione del proprio elettorato, il Pd renziano già lavora con eccellenti risultati. Così come ha fatto Silvio Berlusconi, in attesa di consegnare la nuda proprietà di Forza Italia a Matteo Salvini.

Fatti loro, e neppure intendiamo immischiarci troppo nelle perorazioni del professor Angelo Panebianco, convinto che “i leader dei partiti antisistema” non debbano farsi “ricattare dai fan contrari a qualsiasi cedimento”, pericolosi fanatici che “rischiano di compromettere il rapporto con i loro elettori”. Visto che, scrive papale papale Panebianco, occorre dare vita a un “governo qualsivoglia”, ecco che pur di realizzare questo sogno i circa 11 milioni di elettori del M5S dovrebbero mobilitarsi nelle piazze e, se necessario, sfilare sotto le finestre di Luigi Di Maio invocando per l’appunto “un governo qualsivoglia”. Anche con Berlusconi? Certo che sì. Presieduto dalla Casellati o dalla professoressa Tarantola?

Da chi vi pare, anche dal mago Otelma, purché sia un governo qualsivoglia o un qualsivoglia governo. Ma vi prego fate presto, lo chiede il professor Panebianco. Purtroppo quel buzzurro di Di Maio (definito anche dalla vasta platea di odiatori “bamboccio”, “pupazzo” “ignorante”, “miserabile” “che vada a pulire i cessi”) non solo si mostra ignaro delle sottigliezze della scienza politologica, ma osa anche insinuare (da Lucia Annunziata) che tenendo fuori dall’area di governo “chi ha votato una forza come la nostra, quegli stessi elettori possano allontanarsi dalla democrazia rappresentativa, che la gente non ci creda più, che aumenti la disaffezione verso le istituzioni della Repubblica”. Orrore. Seguono a schiovere reazioni indignate di Pd e Forza Italia con Di Maio descritto come un pericolo per la democrazia a cui mancano solo i baffetti alla Hitler.

Costoro, par di capire, avrebbero gradito ben altre valutazioni dal capo politico del movimento. Qualcosa del tipo: cari quasi 11 milioni di elettori, benché sia vero anzi sacrosanto che la stragrande maggioranza di voi ci ha dato il voto perché schifati da tutti gli altri partiti e che dunque rappresentate l’ultima fermata del treno della democrazia, fallito il quale o non voterete più neppure sotto tortura o darete man forte alla destra pistolera o vi iscriverete direttamente al Ku Klux Klan, vi annunciamo che di voi non ce ne frega una cippa.

Infatti, cari mammalucchi, nel nome dell’interesse nazionale non solo rinunceremo a guidare il governo ma parteciperemo di buon grado a una qualsivoglia maggioranza con Berlusconi o con la famiglia Renzi, ma anche con Pietro Gambadilegno, sempre per senso di responsabilità. Gettando, s’intende, nel cesso, reddito di cittadinanza, modifica della Fornero, legge sul conflitto d’interessi e tutti gli altri impegni del nostro programma che vi siete bevuti. Ci vediamo alle prossime elezioni, allocchi che non siete altro. Con i saluti del professor Panebianco.

Ps. A questo diario, ovviamente, non importa un fico secco di passare per grillino. Sempre meglio che da imbecille.

L’intervista eroica del Fedele Cazzullo

Momenti di altissimo giornalismo al “Festival della tv” di Dogliani: Aldo Cazzullo intervista Fedele Confalonieri. La firma del Corriere della Sera e il presidente di Mediaset, storico amico di Berlusconi. Chi se l’aspettava: il giornalista incalza Confalonieri, costringendolo a un ritratto tutt’altro che agiografico: le domande sono cattivissime. Del tipo: “Con Silvio andava all’oratorio?”, “giocavate a pallone insieme?”, “È vero che da ragazzi andavate in tram a San Siro?”. Anche su Mediaset Cazzullo è scomodo: “Quando hanno arrestato Bolloré in Francia a voi non è dispiaciuto molto… Qualche problemino giudiziario ce l’ha…” (B. invece è incensurato). Si arriva per inerzia alle questioni scottanti. “Del caso Dell’Utri che idea si è fatto?”, “È uno scandalo” risponde Confalonieri. Il fatto che sia in carcere, ovviamente ( Cazzullo muto). Poi si fa intraprendente e inchioda: “Lei ha mai avuto sentore di mafia attorno alle sue aziende?”. Risposta: giammai. Trattativa Stato-mafia, Confalonieri contrattacca: “Le sentenze non si discutono ma visto che non ci sente nessuno”… Cazzullo incoraggia: “Discutiamone!”. La trattativa, va da sé, è un’invenzione. Ma il giornalista ha un asso nella manica: “Certo però Mangano…”. Confalonieri non si scompone: “Marcello è di Palermo e ha preso Mangano, fosse stato di Bergamo avrebbe preso un bergamasco”. Chapeau.

Riecco Di Battista: “Chi dà la fiducia tradisce la Patria”

Alessandro Di Battista – in attesa della partenza per l’America Centrale annunciata a fine mese – continua a commentare gli sviluppi della crisi politica. E lo fa scrivendo parole molto dure in un post su Facebook: “Chi voterà la fiducia a un governo tecnico è semplicemente un traditore della Patria”. Lo sfogo dell’ex deputato romano, che resta uno dei punti di riferimento dei 5 Stelle” è molto commentato in Rete (è diventato uno dei trending topics su Twitter): “In un Paese che intende ancora mostrarsi minimamente democratico – conclude Di Battista – le opzioni sono due: o un governo portato avanti da chi ha vinto le elezioni o nuove votazioni il prima possibile. Bivaccare è ignobile!”. Sui social network non manca chi fa notare che i termini “bivaccare” e “nemico della patria” attingono a una terminologia da ventennio fascista. A rispondere polemicamente a Di Battista è una vecchia “nemica”, l’ex presidente della Camera Laura Boldrini: “Fallita la breve parentesi istituzionale di Di Maio il M5S ritorna con Di Battista ai soliti toni intimidatori. Non sono riusciti a formare un governo e adesso bollano come ‘traditore della patria’ chi dovesse sostenere la proposta del presidente Mattarella”

Di Maio, la rabbia contro Salvini: “Falso anche nel privato”

Nel pomeriggio l’ex candidato premier a 5Stelle sibila in faccia all’alleato mancato la sua stizza: “Questa situazione è colpa tua, abbiamo perso due mesi, sei legato mani e piedi a Berlusconi”. E in serata, nell’assemblea con i parlamentari, rincara la dose: “Matteo Salvini è falso anche nel privato”.

Però un soffio dopo il discorso di Mattarella, Luigi Di Maio e il segretario della Lega tornano a parlare la stessa lingua. Con il 5Stelle che twitta: “Nessuna fiducia a un governo neutrale, sinonimo di governo tecnico. Al voto a luglio!”. E Salvini che suona la stessa nota: “Mattarella vuole un governo neutrale? Per carità, o si cambia o si vota”. Così dopo mesi di incontri e dichiarazioni al miele si rompe l’idillio tra Di Maio e il Quirinale. Mentre dal Movimento già sussurrano che l’intesa con il Carroccio è solo rimandata di qualche settimana. Quando magari la Lega sarà uscita molto più forte dalle urne, e Forza Italia invece verrà “svuotata dall’astensione”, come auspicano i 5Stelle. Pronti a una campagna elettorale che punterà ai voti moderati, proprio quelli del Caimano. Con una linea chiara: “Volete ancora Renzi e Berlusconi o il cambiamento?”. E con Di Maio ancora candidato premier, come lui stesso di fatto ammette: “Mi auguro di essere ancora io”. E addio al totem del doppio mandato, “anche perché questa legislatura non è iniziata”. Però intanto bisogna tenere compatto il gruppo. E non è affare da poco, visto che nel Movimento hanno paura di “traditori” tra i neo-eletti, sottoposti a un fortissimo corteggiamento da FI. E l’allarme è concreto, tanto che Di Maio ne parla anche in assemblea. Ma prima della riunione il M5S passa ore lunghissime.

Sin dalla mattina, quando Salvini chiama Di Maio prima del vertice del centrodestra: “Dammi tempo, riprovo a convincere Berlusconi”. Ma il Caimano non si smuove. Mentre Di Maio torna al Colle per le consultazioni. E invoca un nuovo voto se la situazione se non si sbloccasse. Per l’8 luglio, o addirittura per il 24 giugno, il giorno del ballottaggio delle amministrative. Però c’è la norma sul voto all’estero, che prevede un preavviso di almeno 60 giorni. “Per superarla basterebbe un decreto legge presidente”, prova il capo del Movimento. Mattarella prende nota. Ma in serata respingerà la richiesta (“Non si può votare entro giugno”). Quel che conta però è il dopo, il Salvini che chiede l’incarico e non molla Berlusconi. Di Maio non la prende bene. Come non può gradire la battuta del leghista Giancarlo Giorgetti, ai cronisti che lo assediavano nel ristorante dove era a pranzo con Salvini: “Di Maio non conta un cazzo”. Pochi minuti dopo, con aria un po’ imbarazzata, i due leghisti entrano nello studio del capo del Movimento, per concordare un asse per il voto anticipato a luglio. “Era solo una battuta, Luigi” si giustificano. Ma Di Maio è di ghiaccio. E accusa Salvini di non potersi staccare da Berlusconi per motivi che non c’entrano con la politica. Ma il leghista nega: “Soldi o altri interessi non c’entrano nulla, il tema è che se strappo rischio di non reggere coi miei, e poi con Forza Italia governiamo in città e regioni”. Di Maio ascolta, e quasi provoca: “Siamo sicuri che non voterai un governo con Berlusconi e Renzi?”. Il segretario del Carroccio nega, con forza. Poi si salutano, senza calore. Mentre nel Transatlantico si formano crocicchi di grillini, in ansia.

Ma ai piani alti pensano già alla campagna elettorale: “Il primo mese punteremo sul Nord. I sondaggi ci danno già al 35 per cento, ma per alcune stime che valutano le opzioni di voto superiamo il 40”. E Salvini? “Per due mesi ha continuato a chiederci tempo. Ma non quagliava mai, non abbiamo parlato di ministri”. Però di premier sì. Perché il Movimento, giurano, era disponibile ad avere a Palazzo Chigi Giorgetti o lo stesso Salvini. Ora è una fase diversa. Ma nel M5S sanno che la Lega potrebbe essere l’alleato necessario anche dopo il nuovo voto. E lo ammettono. Però non possono dirlo ora.

Ecco perché Di Maio schiva in assemblea, quando due senatori domandano: “Dopo il nuovo voto potrebbe essere ancora stallo, e allora quale sarà la nostra proposta politica?”. E lui replica: “Se spieghiamo bene le nostre ragioni possiamo prendere il 40 per cento”. Perché l’obiettivo è rassicurare i suoi. Quindi conferma: “Le liste per le nuove elezioni saranno probabilmente le stesse, ma la decisione finale spetterà al garante, a Beppe Grillo”. Che ha già dato il via libera, spiegano. Come è certo il muro al governo tecnico: “Sarebbe come appoggiare un governo Monti” . Un no ripetuto da Di Maio in assemblea, assieme agli attacchi contro Salvini: “Ha fatto solo gli interessi di Berlusconi”. Però gli eletti restano agitati. “Ma il Quirinale consentirà di votare così presto, a luglio?” chiedono. Lui giura di sì, e promette: “Cambieremo il Paese”. Con Di Maio, che nella sera più lunga si blinda. Come candidato premier. E come capo.

Segretario e candidato premier: la carta Gentiloni smuove il Pd (Renzi permettendo)

“Il governo presieduto dall’onorevole Gentiloni, che ringrazio per il lavoro che ha svolto e sta svolgendo in questa situazione anomala, ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato in quanto espresso da una maggioranza parlamentare che non c’è più”. Durante quello che è in tutto e per tutto un atto di accusa contro i veti incrociati dei partiti, Sergio Mattarella dedica un pensiero non solo rispettoso, ma anche premuroso, a Paolo Gentiloni. “Ce lo ha restituito per impegnarsi nel Pd e fare la campagna elettorale”, commenta a caldo un big dem. E infatti, nell’ottica di una due giorni che ha visto il presidente del Consiglio andare da Fabio Fazio ad affermare che “dire di no a Mattarella è dire di no all’Italia” la scelta del presidente è anche un modo per preservarlo, Gentiloni. Negli ultimi giorni sta crescendo il pressing sul premier per convincerlo a essere lui il frontman della campagna elettorale, il candidato premier (anche se il Rosatellum non ne prevede l’indicazione), il “federatore” della coalizione che comunque andrà costruita, stavolta a partire da Liberi e Uguali. E Renzi? Sembra destinato ad essere sempre più marginalizzato, a meno di colpi di coda.

Le giornate sono convulse per tutti, per il Pd sono doppiamente caotiche. Il partito è ormai diviso a metà tra renziani e anti renziani, con un ex segretario, che fa il leader ombra e il Reggente, Maurizio Martina non legittimato dagli organismi dirigenti del Pd. Così, al Nazareno si susseguono le riunioni. In mattinata, c’è un vero gabinetto di guerra: Franceschini, Orlando, Cuperlo, Fassino e Antoci in rappresentanza di Michele Emiliano. Presenti anche Ettore Rosato, i capigruppo Graziano Delrio e Andrea Marcucci, Lorenzo Guerini, Andrea Romano, Matteo Orfini e i ministri Marco Minniti e Carlo Calenda. L’ex premier è a Firenze.

Prima di tutto c’è un’Assemblea da fare. Dovrà essere convocata a stretto giro di posta: data cerchiata sul calendario, il 26 maggio. Se il voto sarà a luglio, eleggerà un segretario, ma non indirà il congresso. Se si dovesse votare a settembre, i renziani spingeranno per le primarie a luglio.

In Assemblea, la scelta della minoranza, ma anche dei big anti renziani e di molti ancora ufficialmente vicini a Renzi (un’area che va da Orlando a Zingaretti, da Franceschini a Richetti) ricadrà su Gentiloni. Sempre che lui accetti: Renzi non si esprime: non gli è piaciuto il fatto che, da Fazio, Gentiloni abbia criticato il suo stop al dialogo con i Cinque Stelle. Un candidato non ce l’ha, ma su Gentiloni non vuole convergere. A queste condizioni, però, il premier non è disponibile: se non può esercitare una vera leadership, il tema non si pone.

La prima reazione al discorso di Mattarella arriva da Martina: “Il Pd non farà mancare il suo sostegno all’iniziava preannunciata ora dal presidente”. L’aveva detto anche all’uscita dalle consultazioni. Renzi stavolta non vuole essere da meno e fa filtrare “apprezzamento”.

Il Pd è il partito che più rischia di essere penalizzato dalle elezioni. E poi c’è un tema: chi fa le liste? Girano varie ipotesi: c’è chi parla di un triumvirato. Ma Renzi fa diffondere il suo progetto: soprattutto in caso di voto a luglio, non ci sarebbe tempo di fare liste completamente nuove, quindi andrebbe confermato almeno l’80% dei parlamentari. Evidentemente un modo per cercare di mantenere a oltranza la presa sui gruppi parlamentari. Ennesima battaglia all’orizzonte. Anche perché ormai nel Pd la convinzione è che comunque non si può andare avanti così, che sarebbe molto meglio andare verso una scissione ulteriore. Peccato che – per ora – nessuno si senta in grado di intraprendere l’operazione. Per Renzi con il voto subito non ci sono i tempi. Senza contare che il timore è che non ci sarebbero i voti.

Governo “neutrale” o voto a luglio: il Colle spera ancora nel M5S

Tutto in linea con le posizioni maturate in questo infinito stallo di due mesi, compresa l’ipotesi concreta ed estrema di votare sotto il sole di luglio, tra l’8 e il 15.

Mancano venti minuti alle sette di sera quando al Colle Sergio Mattarella si presenta ai giornalisti e svolge a modo suo, con tono asciutto da gentiluomo siciliano, una dura requisitoria contro i partiti incapaci di dare vita a una maggioranza politica.

Anche il terzo, veloce giro di consultazioni ieri al Quirinale è andato a vuoto. In totale, tre giri più le due esplorazioni dei presidenti delle Camera. “Una verifica concreta, attenta e puntuale”. Risultato: nessuno dei “tre schieramenti principali dispone della maggioranza”.

La prima decisione del capo dello Stato respinge la richiesta della delegazione del centrodestra uno e trino, Salvini Berlusconi e Meloni in ordine d’importanza. In mattinata, la coalizione ha reclamato un incarico al buio per il leader leghista, dopo l’ennesimo fallimento della trattativa con i Cinquestelle. Durante il colloquio, B. si è pure impegnato a trovare i cinquanta Responsabili necessari alla Camera. Mattarella ha ascoltato e lasciato perdere. Senza dimenticare che l’incarico al capo del Carroccio è la foglia di fico per coprire l’enorme caos nel centrodestra: Salvini che ha cercato fino all’ultimo Di Maio, Berlusconi invece già pronto per aprire un forno con il Pd e in ogni disponibile a un governo ispirato dal Colle. La mediazione appunto, dopo due vertici tesi e inutili, è stata quella di andare con questa posizione.

In merito le parole di Mattarella sono state sferzanti: “Un governo politico di minoranza (guidato da Salvini, ndr) condurrebbe alle elezioni e ritengo, in queste condizioni, che sia più rispettoso della logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte”.

Fuori uno.

Poi tocca all’esecutivo Gentiloni, dimissionario. Anche se si dovesse votare a luglio non sarà un governo della XVII legislatura a preparare la XIX: “Ha esaurito la sua funzione e non può essere ulteriormente prorogato in quanto espresso, nel Parlamento precedente, da una maggioranza che non c’è più”.

Ed è a questo punto che il presidente della Repubblica delinea la sua strategia, da qui a domani mattina, quando conferirà l’incarico per “un governo neutrale, di servizio e di garanzia”.

Che cos’è?

È l’esatta definizione di quello che nei giorni scorsi è stato chiamato governo di tregua.

Salvo sorprese dell’ultimo momento (ieri Salvini ha dapprima richiesto l’incarico per il centrodestra alle 11 e poi è andato di nuovo a trattare con Di Maio alle 14), il Colle offrirà ai tre schieramenti un nome “neutro” per un governo composto da tecnici. E a tutti, premier e ministri, Mattarella chiederebbe l’impegno a non candidarsi alle elezioni (considerato il precedente di Monti). Secondo il Quirinale questo esecutivo dovrebbe durare sino a fine dicembre, per affrontare le scadenze dell’Unione Europea e poi varare la fatidica manovra per scongiurare l’aumento dell’Iva.

Non solo. Qualora questo governo dovesse partire in Parlamento, tra sostegno e astensioni, svolgerebbe anche la funzione di esecutivo di decantazione: “Laddove si formasse nei prossimi mesi una maggioranza parlamentare, questo governo si dimetterebbe, con immediatezza, per lasciare campo libero a un governo politico”.

Il Pd è sinora l’unico partito che ha detto sì e adesso Mattarella spera soprattutto, e nonostante le prime feroci reazioni a caldo, nello “spirito di responsabilità” di Luigi Di Maio, con cui ha costruito un rapporto “proficuo” in questi due mesi di stallo (si pensi alla conversione atlantica dei grillini). Dicono al Colle: “Il M5S ha l’occasione per diventare il partito del presidente della Repubblica”.

Se come è probabile, il governo “neutrale” non avrà la fiducia del Parlamento, la prossima settimana, ecco che si trasformerebbe in un governo elettorale, sempre con lo stesso premier. Il primo mese utile è luglio, non giugno: il 22 è la più gettonata. Poi ci sono settembre e ottobre. Il capo dello Stato è comunque contrario al voto in piena estate o in autunno: ché resterebbe la questione della finanziaria e dell’Iva e perché con il Rosatellum c’è “il timore che si riproduca la situazione attuale”. Cioè: altre elezioni e altro stallo. Tenendo conto che “sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica che una legislatura si conclude senza neppure essere avviata”.

Per il momento, questo governo neutrale nasce gi à morto. Di Maio e Salvini vogliono luglio ma nel centrodestra c’è l’incognita B. che chiede l’autunno, generando altri sospetti nell’alleato leghista: “Spero che Berlusconi mantenga la parola data”.

Domani mattina il nome. Forse sarà una donna, in grado di tentare il M5S.

È già ieri

Siccome la politica ricorda ormai È già ieri, il film con Antonio Albanese condannato a rivivere ogni giorno lo stesso giorno, sopraffatti dalla noia abbiamo saltato a pie’ pari le prime 4-5 pagine dei quotidiani e siamo passati oltre. Purtroppo è cambiato poco: stesse bugie, slogan, discorsi vuoti e assurdi dei politici, ma in bocca ad altri soggetti – un giornalista e un magistrato – che da quel mondo (e da quel linguaggio) dovrebbero tenersi a debita distanza, essendone teoricamente gli arbitri. Su La Stampa, nella stessa pagina, parlavano Mario Orfeo, il giornalista più importante d’Italia (per la carica che occupa: è ad e dg della Rai), e Rita Sanlorenzo, sostituta Pg della Cassazione, ex segretaria di Magistratura democratica, ora candidata al Csm. Orfeo sta per scadere dal vertice di una Rai mai così disastrata e, come tutti gli uscenti, potrebbe finalmente raccontarci – da ex cronista – quale mission impossible sia governare il “servizio pubblico” con la legge Gasparri-Renzi che l’ha consegnato, se possibile, ancor più nelle mani del governo. Alla Rai lo sanno anche le pietre che l’ossessione di Renzi e dei suoi sgherri per il controllo della tv è stata persino più asfissiante che ai tempi di B. Infatti tutt’e tre le reti e i tg sono di stretta obbedienza renziana (B. – forte dell’altra metà dell’etere – subappaltava almeno Rai3 e Tg3 alla sinistra). Via Gabanelli, Giannini, Giletti e Porro.

Ora Di Maio nota la metamorfosi dei notiziari e dei programmi Rai da prima a dopo la cura: prima del 4 marzo erano un assalto all’arma bianca e a reti unificate contro i 5Stelle, ora sono una gara di moine e carezze coi guanti bianchi al partito più votato. Nella migliore tradizione del trasformismo e del salto sul carro del vincitore. Soffietti imbarazzanti a Di Maio, a Fico, a Grillo firmati dagli stessi che fino al 3 marzo li massacravano (scomparse le rubriche quotidiane “caos Raggi” e “caos Appendino”, insieme ai topi e ai rifiuti di Roma e alle indagini su piazza San Carlo). E grandi ritorni in prima serata di personaggi in odor di “populismo” che fino alle elezioni non potevano neppur avvicinarsi a viale Mazzini. Anziché farsi una risata, condita da una battuta alla napoletana, e suggerire qualche buona regola che risparmi al suo successore le figuracce toccate a lui, Moiro Orfeo s’è inalberato, raccontando tutto impettito: “Mai subìto pressioni, i politici sapevano che avrebbero bussato invano alla nostra porta e ai nostri cellulari”. Se fosse vero, sarebbe pure peggio: vorrebbe dire che i politici non chiamano più perché il loro agente all’Avana obbedisce agli ordini prim’ancora di riceverli.

Infatti ieri Orfeo ha respinto sprezzante la richiesta del consigliere Freccero e di una petizione su Change.org perché la Rai trasmetta il bel docufilm La Trattativa di Sabina Guzzanti, molto applaudito nel 2014 al Festival di Venezia ed elogiato dalla critica, per colmare 10 anni di vuoto informativo sulla trattativa Stato-mafia. Forse gli conveniva dire che gli ordini sono ordini, anziché rivendicare anche l’ultima censura e raccontare che il numero 1 della Rai lo porta la cicogna.

Ancor più istruttiva, su come la lunga buia stagione berlusconian-renziana ha ridotto i poteri “terzi”, è l’intervista della Sanlorenzo, che parla di Piercamillo Davigo (pure lui candidato di Cassazione al Csm) come un Orfini o uno Scalfarotto parlano di Di Maio e di Salvini. Con la differenza che lei parrebbe essere un magistrato. Davigo – uno dei pm che diedero lustro alla magistratura italiana nel mondo con la più grande inchiesta anticorruzione mai vista e ha sempre resistito alle sirene della politica – sarebbe colpevole, nell’ordine, di: “Ipocrisia”, “strumentalizzazione elettorale”, “cinismo”, “fisionomia ideologica precisa”, “formazione di destra… una destra che cavalca l’illusione securitaria con slogan semplicistici che vogliono solo più reati (dunque Davigo sogna che si delinqua ancor di più, ndr), pene più alte, più carcere. Priva di ogni cultura delle garanzie”, “un’ideologia permeata di pulsioni vagamente autoritarie” (ecco: Davigo vuole il golpe militare, tipo Pinochet e i colonnelli greci). Senza contare le frasi “agghiaccianti e rivelatrici” (naturalmente mai pronunciate), tipo questa: “Di fronte a un imputato dichiarato innocente bisogna chiedersi se non sia un colpevole che l’ha fatta franca”. E, quel che è peggio, la “sovraesposizione mediatica” e “disponibilità televisiva”: cioè la Sanlorenzo dà un’intervista per rimproverare un collega di dare interviste. A un certo punto, a parte il timore che Davigo prenda più voti di lei per il Csm, si capisce dove questa brava donna vuole andare a parare: Davigo vuole riformare il Csm per evitare nomine scandalosamente politicizzate, correntizie e antimeritocratiche, quando non addirittura illegali, tipo quella dell’ex parlamentare Pd Donatella Ferranti, non più eletta e subito paracadutata dal Csm in Cassazione (coi voti della corrente della Sanlorenzo) senza uno straccio di concorso. Come se fare politica, per un giudice, non fosse un handicap, ma una medaglia al valore che giustifica corsie preferenziali e promozioni speciali. Una sconcezza che, se avesse riguardato una toga ex forzista, avrebbe visto i compagnucci di Md sulle barricate. Le barricate intermittenti dell’Anm e del Csm che protestavano e scioperavano contro le leggi vergogna di B., salvo poi accoccolarsi mansueti sulle leggi vergogna del centrosinistra (magari firmate Ferranti). Ora che il danno è fatto e il re è nudo, la Sanlorenzo s’interroga pensosa su tre fenomeni per lei inspiegabili: “La disaffezione di molti magistrati verso il Csm”, l’“evaporare dell’impegno associativo” e le “platee osannanti” quando parla Davigo. Ma va? Chissà mai perché.