Al centro di Israele e Palestina, proprio al centro, sulla mappa, c’è un luogo che non è né Israele né Palestina e che però racconta più di ogni altro israeliani e palestinesi. Si chiama Shuafat.
Ha 40 mila abitanti in 0,2 chilometri quadrati. Quanto la Central Station di New York. Ed è un campo profughi. Il solo campo profughi di Gerusalemme: è stato fondato nel 1965 per gli arabi che vivevano in quello che è ora il quartiere ebraico della città vecchia. Oltre cinquant’anni dopo è una chiazza di cemento in una Gerusalemme tutta bianca, tutta in pietra. Dall’alto delle colline intorno, sembra uno straccio stinto abbandonato in spiaggia. Non è che cemento, cavi elettrici e spazzatura: e uomini, donne, bambini ovunque, soprattutto bambini dall’aria randagia tra povertà, hashish è violenza: Shuafat è una scheggia di Gaza dentro Gerusalemme.
Una terra di nessuno. In senso letterale. Non è né sotto la giurisdizione di Israele né sotto quella dell’Autorità Palestinese. I rifugiati, qui, sono competenza di un’agenzia delle Nazioni Unite. L’Unrwa che però si occupa solo di istruzione e sanità. Per tutto il resto governano dei comitati popolari, in teoria, espressione di Fatah e Hamas e i vari altri partiti. Ma in realtà a Shuafat comandano le quattro, cinque famiglie più forti. Che controllano tutto, tranne la zona a ridosso del Muro: che è sorvegliata dagli israeliani, è la zona più militarizzata. E quindi è diventata la zona dello spaccio, e della ricettazione: la zona più pericolosa.
A Shuafat si entra attraverso un checkpoint dalle sbarre in ferro, come le gabbie degli zoo: è uno di quei ghetti di cui vorrebbero disfarsi tutti, sia gli israeliani che i palestinesi. Qui nella città che più di ogni altra si contendono.
Tecnicamente, Gerusalemme è divisa in una metà Est e una metà Ovest. Chi non è mai stato qui, immagina Berlino. Immagina una metà israeliana e una metà palestinese. Ma in realtà, non è più così. In questi anni, Israele ha costruito ovunque. Oggi l’86% di Gerusalemme Est è sotto il suo diretto controllo: con 208 mila coloni – a fronte di 420 mila palestinesi. D’altra parte, nel 1980, con la Jerusalem Law, mai riconosciuta dalla comunità internazionale, Israele ha dichiarato Gerusalemme, l’intera Gerusalemme, sua capitale: e ha esteso al suo territorio le sue leggi. Quello che non ha esteso è la cittadinanza: i palestinesi, qui, hanno solo un permesso di residenza. Come gli immigrati. Ed è un permesso che viene revocato se si va via per più di 7 anni, per esempio per studiare all’estero, o se Gerusalemme non è più “il centro della propria vita”, recita la legge. E cioè, per esempio, se si lavora nella West Bank. Che è l’unico luogo, incidentalmente, a cui Shuafat è davvero collegata: sugli altri tre lati c’è il Muro.
Perché per israeliani e palestinesi le leggi, a leggerle, sono le stesse: ma è la loro applicazione, poi, a renderle diverse. E spesso, opposte.
In queste settimane, tutta l’attenzione è per Ahed Tamimi, la 17enne in carcere per uno schiaffo a un soldato.
Anche Yifat Alkobi è finita in carcere per uno schiaffo a un soldato. Ma è ebrea, è di Hebron, e al soldato contestava non la violenza, ma l’inerzia. Ed è stata subito rilasciata.
Tutto, qui, è uguale solo in apparenza. Israeliani e palestinesi pagano le stesse tasse. Ma solo il 52% delle case di Gerusalemme Est è allacciato all’acquedotto.
E quindi, alla fine, tocca alle ong internazionali. Come se Shuafat fosse in Etiopia o in Somalia. L’economia di Israele è la 19ª al mondo. E con circa 8 milioni di dollari al giorno Israele è il primo destinatario degli aiuti esteri americani. Ma è stata l’Italia, per esempio, è stata la nostra Overseas, attiva dagli Anni 70 soprattutto in Africa, a ristrutturare la rete fognaria di Shuafat, perché Shuafat si allaga in continuazione. Israele ha un Iron Dome per ripararsi dai missili: ma qui, intanto, non si è al riparo neppure dalla pioggia.
Quest’anno, per Shuafat la nostra Agenzia per la cooperazione allo sviluppo ha stanziato 400 mila euro. Sono risorse del Fondo Emergenza. Un’emergenza cronica.
E questo non è affatto un contesto semplice. Proprio perché tante ong sono qui da anni, ormai, con strutture, attività rodate, la Palestina, un po’ cinicamente, è consigliata a chi è agli inizi. A chi è alla prima esperienza. In realtà, qui più che altrove ci si misura con tutti i dilemmi dei progetti di cooperazione: perché in zone di conflitto, ogni intervento tecnico è inevitabilmente politico. “In base alle convenzioni di Ginevra, per esempio, chi occupa un paese è tenuto a occuparsi anche della sua popolazione”, dice Mustafa Barghouti, che con Mubadara, un movimento alternativo sia a Hamas sia a Fatah, è stato uno dei primi deputati espressione della società civile. “Quando una ong asfalta strade, allora, ripara tubature, sostituendosi a Israele, in un certo senso, non finisce per ridurre i costi dell’occupazione? Per facilitarla?”, dice. “E però: qual è l’alternativa? Lasciarci vivere nel medioevo, intanto? Vivere male? Una società povera, una società fragile, è anche una società meno capace di resistere”, dice. E poi aggiunge: “E meno capace di negoziare la pace”.
Sono domande che non hanno risposte chiare e definitive. E si capisce proprio qui a Shuafat, nella scuola in cui operano altri italiani, quelli di Educaid. E che è un pezzo di Africa dentro questo pezzo di Gaza: con tutti i ragazzini che ti si accalcano addosso. Le aule, i corridoi sono un viavai. Come anche l’ufficio del preside: i docenti con cui parliamo entrano, escono, si interrompono. Si distraggono. “Il problema principale è la violenza”, dicono unanimi.
La violenza degli israeliani, naturalmente, con raid di notte e di giorno, ma con questo sovraffollamento, e questa economia di sopravvivenza, di lavori alla giornata, anche la violenza tra palestinesi. Perché in condizioni così, la tensione è inevitabile. E costante.
La scuola non ha internet, non ha computer: sono stati rubati. Come tutto quello che si poteva rubare. “Abbiamo bisogno di tutto”, dicono, indicando in cortile dei teli contro il sole squarciati in due. Sono stati comprati proprio dall’Italia: e si potrebbero rammendare con ago e filo. Ma è compito dell’Unrwa. E quindi, aspettano. Stanchi, ormai, e demotivati. Logori. “Molti saltano le lezioni a causa dei raid dell’esercito”, dice un’insegnante. “Ma altri, semplicemente, perché non si svegliano. Un tempo investivamo tutto nell’istruzione: perché era la nostra sola possibilità di una vita migliore. Ora tiriamo a campare e basta”, dice. “Vorrei che i miei studenti venissero qui perché hanno voglia di venirci, e non perché è un obbligo”. Poi, alla mia ennesima domanda, mi guarda, perplessa, e mi dice: “Ma ti ho spiegato quali sono i problemi, qui! Ora sta a voi risolverli”.
Perché Shuafat racconta molto di Israele, e della sua idea di stato unico, ma in realtà, racconta molto anche dei palestinesi. Che pro capite, sono i primi destinatari al mondo di aiuti umanitari. Mentre Fatah e Hamas curano i propri feudi, scontrandosi per denaro e potere, le ong evitano il tracollo. Usate come una forma di welfare, invece che di sviluppo.
Perché né a Gaza né nella West Bank esiste più alcuno spazio politico, ormai. Il Consiglio Legislativo non si riunisce da 11 anni, Mahmoud Abbas governa per decreti: in virtù di un mandato che è scaduto nel 2010. Hamas e Fatah vietano ogni critica sostenendo che ogni problema, al fondo, deriva dall’occupazione: che è comunque colpa di Israele. Con il risultato che i palestinesi, appunto, tirano a campare. Senza più alcuna riflessione su se stessi. Sul futuro. Convinti che tutto si rammenderà da sé, come quei teli. Di questo stato unico che ormai tutti, qui, dicono di volere, ti dicono solo: prima o poi, saremo la maggioranza. Non ti dicono altro. Vaghi e evasivi quanto gli israeliani.
A febbraio a Nablus, due soldati hanno sbagliato strada, e sono entrati per errore in città. Hanno rischiato il linciaggio. Eppure a cinque minuti dalla disastrata scuola dell’Unrwa, c’è il Child care center, sostenuto sempre da Educaid, e da ong di mezza Europa: ed è la prova di quanto il giusto intervento, qui, possa fare la differenza. Shuafat è così sovraffollata che non ha una piazza, uno slargo, niente: questo è il suo unico luogo di ritrovo. E quando è chiuso i bambini stanno con il naso incollato alla porta a sperare che apra. Organizza tutto l’organizzabile, corsi di teatro, musica, fotografia. Danza. Cinema. Cucina. “Ma quando arriva un ragazzino nuovo, la nostra prima domanda è: di cosa hai paura?”, dice Mervat al-Qam, che ha 38 anni ed è l’anima del Child care center. “Perché se sei palestinese, sei abituato a tenerti per te le tue emozioni. Perché sei abituato a difenderti, ma anche perché se sei palestinese, il mondo si aspetta che tu sia forte. Che tu resista. Resista, resista: come i padri e i padri dei tuoi padri. E invece noi insegniamo che essere forti significa non avere paura delle proprie paure. Significa affrontare i problemi, non schivarli. Né prendersela con gli altri”. Perché se sei palestinese, il mondo si aspetta che tu sia stoico, dice. Eroico. Noi invece, dice, insegniamo a essere se stessi. “In genere si dice: l’obiettivo è crescere una generazione consapevole dei propri diritti e doveri. Io aggiungo: e dei propri bisogni. Perché oltre a quello a cui hai diritto, la domanda è: tu cosa desideri davvero?”, dice.
Mervat al-Qam ha il piglio libero delle femministe, è tutta energia, passione, dedizione. E mai immagineresti sia così: è una musulmana praticante, è tutta in nero fino alla caviglie. E infatti, quando si avventura fuori da Shuafat, tutti si scansano. Ma per me Gerusalemme, dice, è la mia città. Anche se è la mia domanda, in realtà, a essere sbagliata: perché forse è Gerusalemme a non considerarsi la sua città. Eppure dice: Ma non è odio, è solo paura. “Qui tutto è reciproca paura”.
Il Child care center non riceve un centesimo né da Israele né dall’Autorità Palestinese. “Anche se qui sono tutti bambini: perché la vita è così dura che non arrivi ai 60 anni. Più che Child center, potremmo chiamarlo Shuafat center”.