Revisioni, un certificato contro i furbetti del contachilometri

Una ritoccatina al contachilometri con poche centinaia di euro et voilà: le quotazioni dell’automobile salgano di migliaia di euro facendo scendere i chilometri da 250mila a 80mila. Una pratica illegale fin troppo diffusa nel mercato dell’usato (secondo Alfredo Bellucci, responsabile della community “Non mi prendere per il Chilometro”, in Italia oltre il 50% delle vetture di seconda mano sarebbero state schilometrate) che però ha i giorni contati. Il prossimo 20 maggio, infatti, entreranno in vigore le nuove regole per la revisione dell’auto con il debutto del certificato europeo. Si tratta di un attestato che viene rilasciato dalle officine e dai centri autorizzati in cui vengono riportati i chilometri percorsi e una sorta di pagella del mezzo con tutti i dati tecnici relativi alle prove eseguite. Inoltre, l’esito non rimarrà solo sul certificato dell’automobilista (come attualmente): sarà anche visibile sul sito www.ilportaledellautomobilista.it, gestito dal ministero dei Trasporti, in modo da aumentare il livello di sicurezza e impedire le frodi. Basta pensare che, riporta Facile.it, circa 7,4 milioni di mezzi (cioè il 20% di tutte le auto private in circolazione) è privo di revisione.

Nel dettaglio, il certificato – oltre agli attuali dati – conterrà anche una valutazione generale della vettura riportando le carenze (suddivise in lievi, gravi e pericolose), la data del successivo controllo tecnico o la scadenza del certificato di revisione e il nome del responsabile del controllo. Mentre fino ad oggi i revisori si sono limitati a segnare sul libretto solo l’esito del controllo. Merita, poi, particolare attenzione anche un’altra novità: con il certificato di revisione, viene istituita una responsabilità per il proprietario dell’auto, che diventa quindi “garante dello stato del veicolo”, anche in caso di manomissioni. Quindi, se gli automobilisti acquistassero un’auto con il contachilometri taroccato, rischierebbero grosso rispondendone personalmente. Ma su carta, secondo le intenzioni dell’Europa, questo rischio non si dovrebbe correre visto che venendo modificati gli stessi test, si aumenteranno la qualità e la garanzia. A svolgere, infatti, la revisioni saranno ispettori ministeriali oppure tecnici autorizzati. Mentre in Italia dal 2000 le revisioni dei veicoli sono condotte, oltre che dalla Motorizzazione civile, anche da centri specializzati e officine private, a cui il Ministero rilascia apposite concessioni.

Ma l’ingresso nel business delle revisioni dei centri autorizzati ha gettato un’ombra sull’attendibilità dei test. Per i detrattori, infatti, dichiarare il buono stato di un’auto per le officine è un’occasione in meno di riparare un veicolo guasto. E il giro d’affari è ghiotto: secondo l’Osservatorio Autopromotec, nel 2017 gli italiani hanno speso 2,95 miliardi di euro (in aumento del 2,8%) per far revisionare le loro auto presso le officine private autorizzate. Una cifra che comprende sia il pagamento della tariffa per le revisioni (66,80 euro contro i 45 euro che si spendono presso le Motorizzazioni) che le riparazioni per porre i veicoli in condizioni di superare i controlli.

Tanto che la direttiva Ue fissa regole più severe anche per gli addetti ai controlli: dovranno “possedere un livello elevato di capacità e di competenze, acquisito tramite una formazione iniziale e corsi periodici di aggiornamento o un esame appropriato”. Inoltre, il ministero effettuerà verifiche sull’omologazione delle apparecchiature usate e sulla preparazione del personale, potendo revocare la licenza a chi non rispetterà gli standard.

Quello che non cambia è, invece, la periodicità dei controlli: la revisione va fatta 4 anni dopo la prima immatricolazione e poi ogni due anni. Chiunque circoli con un mezzo di trasporto non revisionato rischia una multa da 169 a 680 euro che può raddoppiarsi in caso di omesso controllo per due volte di seguito.

Per gli automobilisti, però, le novità non finiscono qui. Con due recenti provvedimenti, l’Ivass (l’Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) ha previsto dal prossimo giugno (per i contratti in scadenza dal 1 agosto 2018) l’attestato di rischio digitale (il documento che certifica la presenza o l’assenza di incidenti negli anni e la classe Cu maturata in base alla sinistrosità) che diventerà dinamico per tenere sotto controllo il numero dei sinistri dichiarati per impedire agli automobilisti in cattiva fede di denunciare un incidente solo dopo aver cambiato compagnia assicurativa, così da beneficiare nel passaggio da una all’altra di un prezzo più basso.

Poi, con un anno e mezzo di ritardo rispetto all’approvazione delle unioni civili, l’Ivass ha previsto che ora la classe di merito potrà essere trasferita anche tra persone unite civilmente o conviventi di fatto che dovranno dimostrare di vivere effettivamente sotto lo stesso tetto.

Tutto comincia dalla mitica ragazza con la Leica

Da bambino seguivo la guerra di Spagna come adesso si segue un serial tv. Le persone che amavo e per le quali facevo il tifo me le dovevo inventare. Dalla radio e dai Film Luce (così si chiamava allora il primo cinema di propaganda) conoscevo solo colonnelli franchisti con la faccia fascista, preti che benedicevano salme vestite da fascisti, macerie che, mi avevano già spiegato, erano di bombardamenti aerei, qualcosa che ancora non esisteva, ma indicava il futuro prossimo. Gli espedienti per non rischiare erano due: non condividere con gli altri bambini (sono stato bravo) la “mia” guerra di Spagna, che mi raccontavano e mi spiegavano in casa, assedio per assedio; attribuire il ruolo degli eroi delle Brigate internazionali, nemici del generalissimo Franco, comandanti di quelle mie battaglie, a personaggi dei miei amati fumetti americani: Cino e Franco, Gordon, l’Agente segreto X 9. E persino, data la forza, Braccio di Ferro. Gerda Taro, la mitica ragazza – fotografa che stava in prima fila con Robert Capa e saltava tra le pallottole – era Diana, la fidanzata dell’Uomo Mascherato, arruolato sul fronte della Spagna libera. Ero costretto a fare un mio “casting” della guerra di Spagna, perchè dovevo contrapporre le immagini dei miei eroi a quelle imperversanti nelle foto dei giornali e nelle strisce filmate dei Film Luce. Per fortuna arrivavano in casa giornali francesi e svizzeri.

Perciò io Gerda Taro, la ragazza con la Leica, la conoscevo, e la sua foto sgranata era sul tavolone per disegnare. Per questo accade che adesso, leggendo il romanzo La ragazza con la Leica, di Helena Janeczek (Ugo Guanda Editore) ho la strana impressione di rileggere una storia che so, che è romanzo solo nel senso di genere narrativo. Naturalmente non sapevo nulla della lunga striscia di amore (di amori) che si snoda come una luminaria festosa. Il fatto è che il libro è cronaca di una corsa per metterti in salvo prima che giunga la routine a spegnere quella frenesia della vita che esiste solo in certi spazi, in certi luoghi, e non per tutti. Ma accanto a Gerda Taro io c’ero, perchè prestavo attenzione a quel nodo di vita giovane che prometteva (bello, per uno che sta arrivando) di non finire. Non nel senso di non morire (morire tormenta poco un bambino), ma nel senso di ricominciare sempre. E così per me: La ragazza con la Leica è memoria ritrovata. E non importa se i conti non tornano e i vari episodi non si sovrappongono e se i personaggi non sono esattamente quelli ricordati. Conta che Helena Janaczek, con un piccolo trucco fra storia e memoria, abbia ritrovato e riportato Gerda Taro.

Paolo Ferrari, l’attore che prestava la voce

Aveva legato il suo volto, e la sua voce, a una nota marca di detersivi e questo rischiò di rovinargli la carriera: “Il regista Bolognini era alla ricerca di un attore per doppiare il protagonista di Fatti di gente perbene. Gli suggerirono il mio nome e rispose: Figurati, se apre bocca penso al detersivo”. La parte però, poi, la ottenne: erano gli anni Settanta e Paolo Ferrari aveva ancora una lunga e felice vita artistica davanti a sé. Da ieri non è più così: l’attore è morto a Roma, all’ospedale di Monterotondo. Nato a Bruxelles nel 1929, Ferrari – all’anagrafe Vitta – era figlio del console italiano in Belgio: debuttò nel mondo dello spettacolo da bambino, all’età di 9 anni, in un programma della radio Eiar e nel film Ettore Fieramosca di Blasetti, per poi comparire, due anni dopo, nel Kean di Guido Brignone. Dal teatro al cinema, dal doppiaggio alla televisione, Ferrari fu interprete eclettico e istrionico: nel 1957 Franco Zeffirelli lo scelse per Camping, mentre Dino Risi lo volle per doppiare Jean-Louis Trintignant nel Sorpasso. Poi l’attore prestò la sua voce a David Niven (Scala al paradiso), Franco Citti (Accattone), Humphrey Bogart (Il mistero del falco, Il grande sonno, Agguato ai tropici).

Alla fine dei Cinquanta debuttò in tv: prima nel programma Rai Il Mattatore, con Vittorio Gassman e Marina Bonfigli, poi come conduttore di Giallo club e, infine, come “primattore” del palco dell’Ariston, da cui presentò, nel 1960, una edizione di Sanremo al fianco di Enza Sampò.

La fama presso il grande pubblico arrivò nei Sessanta, grazie anche alla succitata pubblicità del detersivo e a una serie tv: Nero Wolfe. Ferrari era Archie Goodwin, l’assistente del celebre investigatore interpretato da Tino Buazzelli. Passare dal palco al piccolo schermo, e viceversa, non fu sempre facile: “A un certo punto siamo stati classificati con l’etichetta di attori di teatro… Da quel momento non ho più messo piede in televisione. E non certo per mio snobismo”. Alla tv tornò più tardi, in anni recenti, recitando, tra gli altri, in Orgoglio; Incantesimo 9 e 10; Disokkupati; Notte prima degli esami ’82.

Anche in teatro Ferrari ha lavorato coi più grandi, da Giorgio Strehler a Luca Ronconi, ricevendo nel 2006 il Premio Gassman alla Carriera. Di sé dava un ritratto sobrio ed elegante, di un uomo che “amava leggere, ascoltare musica, coltivare rose, andare in bicicletta, meditare… Lo faccio da parecchio tempo. Quando recitavo mi mettevo in camerino e meditavo. Era un modo per concentrarmi sullo spettacolo”.

Dalle scene si ritirò definitivamente nel 2013: “Recito da quando avevo 5 anni, ne ho 84. È tanto no? Così mi sono detto: Adesso basta. Mi fermo qui”.

Un Giro da guerra e turisti. Elia due volte re d’Israele

La terza tappa ed ultima tappa d’Israele si svolge in terra di Abramo, i “girini” sono diretti alle gole di Salomone, più o meno, perché sono a qualche chilometro dal traguardo di Eilat, la piccola Miami del Mar Rosso, rovinata dal pacchiano gusto architettonico dei ricchi emigrati russi, che qui la fanno da padroni. Così siamo passati dai mistici tormenti di Gerusalemme all’epopea di Exodus che Haifa (sede di partenza della seconda tappa) ha riesumato per i 70 anni della nascita di Israele; abbiamo lasciato la laica e postmoderna Tel Aviv, dove la bicicletta è pratica chic ed Elia Viviani ha trionfato: “C’era un vento forte e bisognava fare una volata corta. Ho pensato che Bennett fosse l’uomo giusto da seguire, sono felice ed orgoglioso della mia squadra. Oggi era davvero difficile”, ha poi detto lo sprinter veneto.

Eccoci pronti al via di Be’er Sheba che vuol dire “il pozzo del giuramento”, simboleggia cioè la parola divina. La Bibbia incombe ovunque. Il deserto del Negev la sublima. Ma se qui è festa, alla Striscia di Gaza è tragedia: due palestinesi ieri mattina hanno tentato di varcare il confine, l’esercito israeliano li ha uccisi. Ascolto la notizia da Radio Darom che copre Be’er Sheva e il Negev. E che un paio di minuti dopo parla del Giro.

È qualcosa di schizofrenico: nello stesso Paese, a poche decine di chilometri di distanza dal reticolato che separa la Striscia da Israele dove si muore come in guerra, si preparano battaglie a pedali, ma con ben altro significato: almeno nelle intenzioni proclamate dagli organizzatori, il Giro dovrebbe essere corsa di pace. Giro Shalom, nel significato più autentico di pace-dono.

E tuttavia, qualche giorno fa un cecchino dell’esercito israeliano ha ferito un ragazzo di 21 anni. Era in sella sulla sua bici da corsa a 200 metri dalla recinzione. Alaa al-Dali ha perso la gamba destra. Aveva un sogno, gareggiare per la Palestina ai Giochi Asiatici. Ora condanna la strumentalizzazione israeliana del Giro. Un giovane che mi ha aiutato a sostituire una gomma squarciata a cento chilometri da Eilat, in pieno Negev, mi ha detto: “Il Giro perché è qui? Per politica”.

Ad Eilat, lunghissima e perigliosa volata, squassata da folate di vento che scivola dai Pilastri di Amran e spazzano il golfo di Aqaba – fa tanto Lawrence d’Arabia…

Prima? Solito copione. Fuga a tre fin da subito, con presenza di un corridore della Israel Cycling Academy. Che viene fregato da Marco Frapporti al Gran Premio della Montagna di Faran River. Contesto: polizia onnipresente, militari, cartelli che ammoniscono “state attenti ai cammelli che possono attraversare la strada”, cippi su cui è scolpito “danger”, cicloturisti accuditi dai loro personal trainer che li seguono in vettura, amatori che si squagliano al caldo appiciccoso, nuvole basse cariche di umidità…

In fondo, si rinnova l’esasperato contrasto che dilania Israele: la gran voglia di normalità, in questo caso rappresentato dal Giro d’Italia e dal ciclismo come pratica sportiva evoluta, moda “occidentale”, antidoto al traffico che ammazza le città (il video spot del premier Netanyahu che pedala a Gerusalemme); e la realtà di un Paese che vive in eterno allarme, come in una arcaica fortezza sempre assediata, afflitto da una minaccia esistenziale e dalle divisioni in seno alle istituzioni e alla società, in particolare sulle questioni religiose.

Netanyahu andrà dopodomani a Mosca per discutere degli “sviluppi regionali” con Putin, è il primo incontro tra i due leader dopo le accuse del Cremlino per l’attacco missilistico israeliano di un mese fa contro l’aeroporto militare siriano T-4, vicino ad Homs.

Il Giro che ha visitato Israele, invece, mercoledì ricomincia dalla Sicilia. Chissà, la prossima volta potrebbe proporre una Grande Partenza in Tunisia, o addirittura a Dubai, gli Emirati foraggiano coi petrodollari (chiedere a Fabio Aru…), il Bahrain è sponsor di Vincenzo Nibali (al Giro c’è il surrogato Antonio, il fratello).

La volata è un replay di Tel Aviv, solo più spettacolare e folle, con ondeggiamenti laterali degni del Parco dei Giochi Estremi che si trova prima di Eilat. Vince ancora Viviani, specialista delle gare nei deserti, un testa a testa furibondo con Sacha Modolo e l’irlandese Sam Bennett. Media della corsa (229 chilometri.): 45,474. Avevano caldo, hanno fatto in fretta. Rohan Dennis mantiene la maglia rosa per un piccolissimo secondo su Tom Dumoulin. Viviani domina la classifica a punti. Da domani, il Giro non scherza più. Ed è subito serio.

Juve, neppure il Var ha potuto nulla

Se è vero che ci sono eventi e successi di cui, per il modo in cui si sono svolti e sono maturati, è forse meglio non parlare (si pensi alla Coppa dei Campioni vinta dalla Juventus all’Heysel), lo scudetto che la Juventus si è cucita ieri al petto – col Napoli fermato dal Torino e ormai a meno 6 – rientra a pieno titolo tra i trionfi su cui sarebbe bene stendere un velo pietoso. Anche se il discorso andrebbe allargato: perché più che lo scudetto (il 7° consecutivo, per la cronaca), quel che andrebbe dimenticato è l’intero campionato 2017-2018: il torneo che nelle intenzioni avrebbe dovuto segnare l’inizio della Nuova Era del pallone italico grazie all’introduzione del Var, lo strumento che avrebbe dovuto mettere fine a un secolo di proteste e lamentele per gli errori arbitrali che in Italia non sembravano mai avere il timbro della genuinità (come la bufera di Calciopoli aveva dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio con il suo carico di processi penali e sportivi, radiazioni di dirigenti, designatori e arbitri, condanne definitive per associazione a delinquere e frode sportiva). E diciamolo: chi ama il calcio era rimasto incantato quando il 19 agosto 2017, giorno d’esordio del Var in serie A, per la prima volta nella storia del calcio un arbitro aveva cambiato opinione, dopo aver consultato il Var a bordo campo, e aveva concesso un rigore di cui non si era accorto; la partita era Juventus-Cagliari, l’arbitro era Maresca e il rigore era stato fischiato a favore del Cagliari perché Alex Sandro, della Juventus, aveva atterrato in area Cop, del Cagliari. Le immagini parlavano da sole, tutti potevano vedere che le cose erano andate proprio così: e la partita poteva procedere quindi nel solco della regolarità e della maggiore giustizia grazie alla nuova, attesissima, benedettissima cartina di tornasole. Fiocco azzurro in serie A: è nato il Var!, dissero e scrissero tutti.

Invece no. Invece si capì subito che il marmocchio nella culla ad alcuni non piaceva: una minoranza, certo, ma molto illustre se è vero che a tramare e a tessere la fronda si misero da una parte gli arbitri – che si sentivano spossessati della loro autorità decisionale – e dall’altra i dirigenti, l’allenatore e i giocatori della Juventus a cui l’utilizzo del nuovo strumento era risultato subito indigesto. Il presidente Agnelli tuonò che la Figc aveva commesso un errore definendo il Var un “esperimento affrettato”; l’allenatore Allegri disse che la poesia del calcio era andata persa; il capitano Buffon piagnucolò che il calcio si era ridotto come la pallanuoto; il dirigente Paratici venne squalificato “per insulti al Var” (sic); e la cassa di risonanza delle pay-tv, con gli schieratissimi Mauro e Vialli su Sky e Tacchinardi e Ferrara su Premium, fece il resto, con la sostanziale benedizione dei tre quotidiani sportivi, Gazzetta, Tuttosport e Corriere dello Sport.

Così, senza che nessuno se ne accorgesse, all’età di due mesi il neonato Var venne ucciso nella culla (salvo piangere lacrime di coccodrillo e perorarne l’utilizzo in Champions dopo l’eliminazione della Juve al Bernabeu, attribuita da Agnelli a risibili errori arbitrali); solo che per farlo fu necessario eliminare anche il fratellino: e cioè il Regolamento. Che smise da allora di esistere, naturalmente solo per la Juventus. Correva la stagione 2017-2018. Il calcio italiano moriva un’altra volta e un’altra volta nessuno diceva niente.

Nella terra di nessuno né araba né israeliana

Al centro di Israele e Palestina, proprio al centro, sulla mappa, c’è un luogo che non è né Israele né Palestina e che però racconta più di ogni altro israeliani e palestinesi. Si chiama Shuafat.

Ha 40 mila abitanti in 0,2 chilometri quadrati. Quanto la Central Station di New York. Ed è un campo profughi. Il solo campo profughi di Gerusalemme: è stato fondato nel 1965 per gli arabi che vivevano in quello che è ora il quartiere ebraico della città vecchia. Oltre cinquant’anni dopo è una chiazza di cemento in una Gerusalemme tutta bianca, tutta in pietra. Dall’alto delle colline intorno, sembra uno straccio stinto abbandonato in spiaggia. Non è che cemento, cavi elettrici e spazzatura: e uomini, donne, bambini ovunque, soprattutto bambini dall’aria randagia tra povertà, hashish è violenza: Shuafat è una scheggia di Gaza dentro Gerusalemme.

Una terra di nessuno. In senso letterale. Non è né sotto la giurisdizione di Israele né sotto quella dell’Autorità Palestinese. I rifugiati, qui, sono competenza di un’agenzia delle Nazioni Unite. L’Unrwa che però si occupa solo di istruzione e sanità. Per tutto il resto governano dei comitati popolari, in teoria, espressione di Fatah e Hamas e i vari altri partiti. Ma in realtà a Shuafat comandano le quattro, cinque famiglie più forti. Che controllano tutto, tranne la zona a ridosso del Muro: che è sorvegliata dagli israeliani, è la zona più militarizzata. E quindi è diventata la zona dello spaccio, e della ricettazione: la zona più pericolosa.

A Shuafat si entra attraverso un checkpoint dalle sbarre in ferro, come le gabbie degli zoo: è uno di quei ghetti di cui vorrebbero disfarsi tutti, sia gli israeliani che i palestinesi. Qui nella città che più di ogni altra si contendono.

Tecnicamente, Gerusalemme è divisa in una metà Est e una metà Ovest. Chi non è mai stato qui, immagina Berlino. Immagina una metà israeliana e una metà palestinese. Ma in realtà, non è più così. In questi anni, Israele ha costruito ovunque. Oggi l’86% di Gerusalemme Est è sotto il suo diretto controllo: con 208 mila coloni – a fronte di 420 mila palestinesi. D’altra parte, nel 1980, con la Jerusalem Law, mai riconosciuta dalla comunità internazionale, Israele ha dichiarato Gerusalemme, l’intera Gerusalemme, sua capitale: e ha esteso al suo territorio le sue leggi. Quello che non ha esteso è la cittadinanza: i palestinesi, qui, hanno solo un permesso di residenza. Come gli immigrati. Ed è un permesso che viene revocato se si va via per più di 7 anni, per esempio per studiare all’estero, o se Gerusalemme non è più “il centro della propria vita”, recita la legge. E cioè, per esempio, se si lavora nella West Bank. Che è l’unico luogo, incidentalmente, a cui Shuafat è davvero collegata: sugli altri tre lati c’è il Muro.

Perché per israeliani e palestinesi le leggi, a leggerle, sono le stesse: ma è la loro applicazione, poi, a renderle diverse. E spesso, opposte.

In queste settimane, tutta l’attenzione è per Ahed Tamimi, la 17enne in carcere per uno schiaffo a un soldato.

Anche Yifat Alkobi è finita in carcere per uno schiaffo a un soldato. Ma è ebrea, è di Hebron, e al soldato contestava non la violenza, ma l’inerzia. Ed è stata subito rilasciata.

Tutto, qui, è uguale solo in apparenza. Israeliani e palestinesi pagano le stesse tasse. Ma solo il 52% delle case di Gerusalemme Est è allacciato all’acquedotto.

E quindi, alla fine, tocca alle ong internazionali. Come se Shuafat fosse in Etiopia o in Somalia. L’economia di Israele è la 19ª al mondo. E con circa 8 milioni di dollari al giorno Israele è il primo destinatario degli aiuti esteri americani. Ma è stata l’Italia, per esempio, è stata la nostra Overseas, attiva dagli Anni 70 soprattutto in Africa, a ristrutturare la rete fognaria di Shuafat, perché Shuafat si allaga in continuazione. Israele ha un Iron Dome per ripararsi dai missili: ma qui, intanto, non si è al riparo neppure dalla pioggia.

Quest’anno, per Shuafat la nostra Agenzia per la cooperazione allo sviluppo ha stanziato 400 mila euro. Sono risorse del Fondo Emergenza. Un’emergenza cronica.

E questo non è affatto un contesto semplice. Proprio perché tante ong sono qui da anni, ormai, con strutture, attività rodate, la Palestina, un po’ cinicamente, è consigliata a chi è agli inizi. A chi è alla prima esperienza. In realtà, qui più che altrove ci si misura con tutti i dilemmi dei progetti di cooperazione: perché in zone di conflitto, ogni intervento tecnico è inevitabilmente politico. “In base alle convenzioni di Ginevra, per esempio, chi occupa un paese è tenuto a occuparsi anche della sua popolazione”, dice Mustafa Barghouti, che con Mubadara, un movimento alternativo sia a Hamas sia a Fatah, è stato uno dei primi deputati espressione della società civile. “Quando una ong asfalta strade, allora, ripara tubature, sostituendosi a Israele, in un certo senso, non finisce per ridurre i costi dell’occupazione? Per facilitarla?”, dice. “E però: qual è l’alternativa? Lasciarci vivere nel medioevo, intanto? Vivere male? Una società povera, una società fragile, è anche una società meno capace di resistere”, dice. E poi aggiunge: “E meno capace di negoziare la pace”.

Sono domande che non hanno risposte chiare e definitive. E si capisce proprio qui a Shuafat, nella scuola in cui operano altri italiani, quelli di Educaid. E che è un pezzo di Africa dentro questo pezzo di Gaza: con tutti i ragazzini che ti si accalcano addosso. Le aule, i corridoi sono un viavai. Come anche l’ufficio del preside: i docenti con cui parliamo entrano, escono, si interrompono. Si distraggono. “Il problema principale è la violenza”, dicono unanimi.

La violenza degli israeliani, naturalmente, con raid di notte e di giorno, ma con questo sovraffollamento, e questa economia di sopravvivenza, di lavori alla giornata, anche la violenza tra palestinesi. Perché in condizioni così, la tensione è inevitabile. E costante.

La scuola non ha internet, non ha computer: sono stati rubati. Come tutto quello che si poteva rubare. “Abbiamo bisogno di tutto”, dicono, indicando in cortile dei teli contro il sole squarciati in due. Sono stati comprati proprio dall’Italia: e si potrebbero rammendare con ago e filo. Ma è compito dell’Unrwa. E quindi, aspettano. Stanchi, ormai, e demotivati. Logori. “Molti saltano le lezioni a causa dei raid dell’esercito”, dice un’insegnante. “Ma altri, semplicemente, perché non si svegliano. Un tempo investivamo tutto nell’istruzione: perché era la nostra sola possibilità di una vita migliore. Ora tiriamo a campare e basta”, dice. “Vorrei che i miei studenti venissero qui perché hanno voglia di venirci, e non perché è un obbligo”. Poi, alla mia ennesima domanda, mi guarda, perplessa, e mi dice: “Ma ti ho spiegato quali sono i problemi, qui! Ora sta a voi risolverli”.

Perché Shuafat racconta molto di Israele, e della sua idea di stato unico, ma in realtà, racconta molto anche dei palestinesi. Che pro capite, sono i primi destinatari al mondo di aiuti umanitari. Mentre Fatah e Hamas curano i propri feudi, scontrandosi per denaro e potere, le ong evitano il tracollo. Usate come una forma di welfare, invece che di sviluppo.

Perché né a Gaza né nella West Bank esiste più alcuno spazio politico, ormai. Il Consiglio Legislativo non si riunisce da 11 anni, Mahmoud Abbas governa per decreti: in virtù di un mandato che è scaduto nel 2010. Hamas e Fatah vietano ogni critica sostenendo che ogni problema, al fondo, deriva dall’occupazione: che è comunque colpa di Israele. Con il risultato che i palestinesi, appunto, tirano a campare. Senza più alcuna riflessione su se stessi. Sul futuro. Convinti che tutto si rammenderà da sé, come quei teli. Di questo stato unico che ormai tutti, qui, dicono di volere, ti dicono solo: prima o poi, saremo la maggioranza. Non ti dicono altro. Vaghi e evasivi quanto gli israeliani.

A febbraio a Nablus, due soldati hanno sbagliato strada, e sono entrati per errore in città. Hanno rischiato il linciaggio. Eppure a cinque minuti dalla disastrata scuola dell’Unrwa, c’è il Child care center, sostenuto sempre da Educaid, e da ong di mezza Europa: ed è la prova di quanto il giusto intervento, qui, possa fare la differenza. Shuafat è così sovraffollata che non ha una piazza, uno slargo, niente: questo è il suo unico luogo di ritrovo. E quando è chiuso i bambini stanno con il naso incollato alla porta a sperare che apra. Organizza tutto l’organizzabile, corsi di teatro, musica, fotografia. Danza. Cinema. Cucina. “Ma quando arriva un ragazzino nuovo, la nostra prima domanda è: di cosa hai paura?”, dice Mervat al-Qam, che ha 38 anni ed è l’anima del Child care center. “Perché se sei palestinese, sei abituato a tenerti per te le tue emozioni. Perché sei abituato a difenderti, ma anche perché se sei palestinese, il mondo si aspetta che tu sia forte. Che tu resista. Resista, resista: come i padri e i padri dei tuoi padri. E invece noi insegniamo che essere forti significa non avere paura delle proprie paure. Significa affrontare i problemi, non schivarli. Né prendersela con gli altri”. Perché se sei palestinese, il mondo si aspetta che tu sia stoico, dice. Eroico. Noi invece, dice, insegniamo a essere se stessi. “In genere si dice: l’obiettivo è crescere una generazione consapevole dei propri diritti e doveri. Io aggiungo: e dei propri bisogni. Perché oltre a quello a cui hai diritto, la domanda è: tu cosa desideri davvero?”, dice.

Mervat al-Qam ha il piglio libero delle femministe, è tutta energia, passione, dedizione. E mai immagineresti sia così: è una musulmana praticante, è tutta in nero fino alla caviglie. E infatti, quando si avventura fuori da Shuafat, tutti si scansano. Ma per me Gerusalemme, dice, è la mia città. Anche se è la mia domanda, in realtà, a essere sbagliata: perché forse è Gerusalemme a non considerarsi la sua città. Eppure dice: Ma non è odio, è solo paura. “Qui tutto è reciproca paura”.

Il Child care center non riceve un centesimo né da Israele né dall’Autorità Palestinese. “Anche se qui sono tutti bambini: perché la vita è così dura che non arrivi ai 60 anni. Più che Child center, potremmo chiamarlo Shuafat center”.

Si votava dopo 9 anni: urne snobbate e l’appello dei politici non aiuta l’affluenza

I libanesi sono tornati a votare dopo quasi 10 anni, a causa della paralisi istituzionale sulla nomina del presidente. Nonostante la lunga attesa però solo il 40% degli aventi diritto (poco più di 3 milioni e mezzo di persone) sarebbe andata alle urne, secondo l’agenzia Nna. L’affluenza limitata era prevista e temuta dall’élite politica che si spartisce la torta libanese secondo l’apparteneza religiosa ma non sulle istanze del cittadino. Per convincere i libanesi ad andare ai seggi il presidente della Repubblica, il cristiano Michael Aoun e i rappresentanti di Hezbollah hanno chiesto il prolungamento dell’orario di voto.

La popolazione libanese non crede più alla politica, dopo aver constatato che anche gli sciiti di Hezbollah – l’unico partito forte di questo paese settario – pur contando sempre di più in ambito parlamentare e governativo, non hanno risollevato le sorti del ceto medio. Il loro leader, Hassan Nasrallah, in questi anni ha preferito usare i finanziamenti e le armi inviate dall’Iran per sostenere il regime di Assad nella confinante Siria.

I risultati della consultazione per il rinnovo del Parlamento interessano più ai vicini, specialmente Israele, sempre più nervoso per il consolidamento dell’asse Hezbollah-Ayatollah iraniani. Nel paese senza infrastrutture e sull’orlo della bancarotta, prevale dunque la rassegnazione per una situazione in cui non si prevedono cambiamenti sostanziali e che dovrebbe portare alla riconferma dell’alleanza forzata di governo tra i due schieramenti principali, quelli filo-iraniano e filo-saudita. “Non potete perdere questa opportunità – ha detto Aoun – se volete cambiare le cose, dovete andare a votare”. Intanto il paese, dove resta imponente la presenza dei profughi siriani, è pattugliato da oltre 30.000 tra militari e poliziotti.

In attesa dei risultati, il primo ministro, il sunnita Saad Hariri, sostenuto ancora dall’Arabia Saudita, spera in una riconferma alla guida dell’esecutivo di unità nazionale di cui fa parte anche Hezbollah.

Anche dopo l’intervento pomeridiano del premier israeliano, gli elettori libanesi non sono usciti di casa. Sembrano ormai indifferenti anche alle minacce sempre più serie di Gerusalemme. “Lo Stato ebraico – ha affermato Netanyahu – è deciso a bloccare sul nascere l’aggressività iraniana, anche se ciò includesse una lotta. Meglio ora che in una fase posteriore”. Un nuovo conflitto che vedrebbe inevitabilmente coinvolto Hezbollah e quindi il Libano.

Sempre meno gli italiani, soprattutto i meridionali: il deserto avanza a Sud

Siamo di meno. Siamo sempre più vecchi. E si spopola il Sud. Nei prossimi quarant’anni (tra il 2045 e il 2065) sei milioni e mezzo di italiani mancheranno all’appello dell’anagrafe e la quota di ultrasessantacinquenni sarà del 34 per cento. Pochi dunque, acciaccati e desolati. In un deserto chiamato Sud.

È uno studio dell’Istat e questo prevalere delle bare sulle culle sarà, secondo le stime dell’istituto, soprattutto nel Meridione d’Italia da dove comunque già si scappa via malgrado l’aspettativa di vita si allunghi per gli uomini e per le donne. Meno italiani quindi, ma ancora meno – tra loro – i meridionali. Ed è un paesaggio che anticipa il presagio quello dei tanti centri del Sud dove oggi, senza aspettare il 2065, si scappa via.

Succede come neppure negli anni dell’emigrazione o dell’esodo dei paesani verso le fabbriche dell’Alta Italia quando comunque chi se ne andava via, ogni Ferragosto poi tornava per godersi la festa in piazza e abitare le case pagate con le rimesse sudate a Stoccarda, a Marcinelle o a Sidney, illudendosi di tornare e così evitare ai figli – e ai figli dei figli – la strada che porta lontano.

Succede giusto ora che quella generazione di nostri emigrati – “immigrati” nei luoghi dove sono andati a cercarsi il pane – non torna a casa neppure più a farci la villeggiatura. Figurarsi i loro figli, tutti ben alloggiati nell’altrove del futuro e chi era rimasto, appoggiato alle rendite parassitarie tipiche del Sud, vede esaurire il tesoretto della “roba” i cui spiccioli andranno a squagliarsi nei prossimi quarant’anni. Cresce la cicoria della squillante qualità della vita intorno alle case del Sud.

Tutto è bellissimo ma non basta, c’è un’insufficienza che non determina mai progetto. Col pane che arriva – quello del poco di mutua solidarietà familistica – si può chiudere una giornata ma mai riuscire a fermare le nuove generazioni giustamente proiettate verso la nebbia e lo smog del Nord. Il Meridione è percepito come un sinonimo di “periferia”.

Ma non c’è rammendo di Renzo Piano possibile. La teoria, infatti, al Sud fa pratica di delusioni. La stessa criminalità organizzata cerca nuove rotte, non se ne sta a spremere un limone rinsecchito, e sotto il bel sole – malgrado le “connessioni” facilitate dal web – la vita sociale è ben più asfissiante di quanto non fosse al tempo delle persiane chiuse. E senza neppure più il salvifico controllo del vicinato perché la disintegrazione delle comunità già oggi scivola nell’apnea di un’abulia politica allarmante.

Pino Aprile, certe cose, le sa spiegare benissimo. E però nessuno, per scongiurare questi terribili quarant’anni in arrivo, dal Sud, per il Sud, faccia – per come da sempre aspettano i cafoni – “la tomba del Sistema”.

Il “papa italiano” prega per il Colle, contro il “tradimento” dei partiti

Più che le preghiere servirebbe l’intervento dello Spirito Santo, già invocato dal liberale Benedetto Croce all’Assemblea Costituente nel marzo del 1947: “Veni creator Spiritus, mentes tuorum visita”. Vieni o Spirito creatore, visita le nostri menti”. Appunto.

In ogni caso le preghiere per Mattarella e la conseguente formazione di un governo, politico o istituzionale che sia, sono quelle di monsignor Angelo Becciu, numero due della segreteria di Stato del Vaticano e soprannominato il “papa italiano” per la sua notevole influenza sugli affari della Curia romana nell’era di Bergoglio. Pochi giorni fa, pur definendosi uno “spettatore” – e certamente lo è rispetto all’interventismo conservatore nelle epoche di Ruini e poi Bertone – monsignor Becciu ha detto: “Continuiamo ad assicurare preghiere al presidente Mattarella. Mi pare che le dobbiamo aumentare ancora di più”.

Insomma, la Chiesa spera e prega perché non si vada al voto anticipato in caso di ulteriore fallimento delle consultazioni del capo dello Stato che si terranno oggi. E lo stesso appello si legge nell’editoriale di ieri su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani. A scriverlo il costituzionalista Marco Olivetti, che al Quirinale viene sempre letto con grande attenzione.

Introdotto dal titolo eloquente Dalla parte dei governati, Olivetti svolge la stessa riflessione che, da una posizione diversa, ha fatto Luigi Berlinguer sul Fatto. E cioè che i partiti hanno il “dovere” di trovare un compromesso. Altrimenti la democrazia s’inceppa. Spiega il giurista di Avvenire: “L’invocazione dogmatica del voto anticipato senza che sia formato un nuovo governo potrebbe essere ritenuta quasi un tradimento, da parte delle forze politiche, della funzione che ai sensi dell’articolo 49 della Costituzione loro spetta: quella di concorrere (dunque senza esclusivismi) con metodo democratico (del quale fa necessariamente parte la disponibilità a compromessi) a determinare la politica nazionale”.

E a tradire l’articolo 49 sono stati sinora tutti, non c’è dubbio.

Essere laici significa anche non creare problemi inutili

Davvero cancellare la Festa della mamma, come ha fatto un asilo romano su richiesta di una coppia omogenitoriale, eviterà che i figli di genitori gay si sentano discriminati? Secondo me peggiorerà la situazione: i bambini verranno additati come i figli dei gay rosiconi che hanno imposto l’abolizione della Festa della mamma, che sarà sostituita da una sciapa e generica “festa della famiglia”. Sicuramente l’intenzione dei dirigenti dell’asilo era buona, ma come tante buone intenzioni lastrica la via verso un inferno di polemiche inutili e dannose quanto quella sull’abolizione del presepe a scuola. Perfino negli Usa, dove il Natale viene “sfumato” per non offendere le altre religioni e le famiglie con due papà o due mamme sono ben più diffuse che da noi, il Mother’s Day non si tocca. I genitori gay americani, ricordando di essere stati figli prima che genitori, ritengono giusto festeggiare la maternità e non vogliono privare i loro piccoli della gioia che loro stessi, da bambini, provavano nel portare a Mommy la colazione a letto o il lavoretto amorosamente preparato.

Così celebrano la ricorrenza, ma in senso allargato, inclusivo e tollerante: festeggiando il genitore più “materno”, invitando a pranzo le nonne e le mamme della cerchia familiare, andando a trovare insieme la madre biologica, se c’è. La Festa della mamma è un problema per chi vuole farne un problema. Chi soffre veramente in quel giorno non sono i bambini con due papà, ma quelli cui un brutto male o una disgrazia ha portato via la mamma per sempre. Però nessuna scuola si è mai sognata di abolire la Festa della mamma o quella del papà per l’unico motivo realmente valido, e cioè per non ferire gli orfani di questo o quel genitore, o di entrambi (ce n’è sempre almeno uno o due per classe). Insomma, teniamoci la festa, e soprattutto, e il più a lungo possibile, la mamma. Che sia biologica, surrogata, adottiva o col pisello.