Dietro quella porta c’è il comunismo. Il mondo di Marx, Engels e Lenin, intatto. È la sede di Lotta Comunista, partito e giornale, che in epoca di crisi stampa decine di migliaia di copie. Per non dire della casa editrice che si sta lanciando nell’impresa di ristampare l’opera omnia di Marx: 35mila pagine che hanno richiesto il lavoro di cento persone.
Siamo a Cornigliano, quella che una volta era chiamata la Genova rossa, il fortino dove il Partito arrivava al 70% dei voti. A poche decine di metri il vuoto lasciato dall’altoforno dell’Ilva demolito nel 2007. Qui negli Anni 70 ogni mattina andavano a lavorare oltre diecimila tute blu. La Genova dell’acciaio, del fumo e dei tumori. Le giornate scandite dalle sirene della fabbrica. Oggi i dipendenti sono un migliaio e Arcelor-Mittal, che ha appena comprato la società, minaccia altre decimazioni. Restano i palazzi operai del dopoguerra, squadrati, intrisi di fumo. Ma non miseri. C’è dignità in quelle case con i panni stesi, le trattorie operaie, il negozio della trippa alla genovese e una brezza che corre nelle strade strette anche d’estate. Un altro mondo, davvero: la vicina sezione del Pci di Sestri Ponente aveva 7 mila iscritti, più di quanti oggi ne raccolga il Pd in Liguria; ora perfino da qui il centrodestra in alcuni seggi ha vinto. Ma dietro quella porta no. È un uscio minuscolo, quasi invisibile, affacciato su via De Cavero. Nessuna scritta. “Sì, questa è la sede di Lotta Comunista”, ti risponde cortese un uomo in giacca e cravatta. Sono aperti 365 giorni l’anno, ventiquattro ore su ventiquattro.
Appena entri, senti l’odore di carta e polvere che respiravi nella vecchie sezioni del partito. Sapore di discussioni infinite, passione. Ti immagini due stanzette disadorne, invece ti trovi davanti un mondo sotterraneo: un corridoio lungo decine di metri, stanze, stanze e ancora stanze. Poi un teatro con centinaia di posti. “Questo è il nostro archivio”, accende una luce Piero Ferrazza – 66 anni, ingegnere e militante dal 1971 – e compare un serpente di scaffali che non finisce più. Una collezione di giornali che ha pochi uguali . Dagli Anni 50 a oggi. Poi decine di testate straniere: Le Monde, Herald Tribune,, Frankfurter Allgemeine, Foreign Affairs. Perfino le bibbie del capitalismo: Economist e Financial Times. Ogni annata perfettamente rilegata. Un lavoro che ha richiesto decine di persone. Tutto autofinanziato e sorretto dal volontariato. In una saletta – niente finestre, solo luce artificiale – ti aspettano Ferrazza e Domenico Saguato, due storici militanti e portavoce. Abiti sobri e curati. Alle loro spalle i ritratti di Marx, Engels e Lenin. Niente Togliatti e Berlinguer. Alt, abbandonate ogni preconcetto o voi che entrate: qui è il comunismo senza Partito, anzi, contro il Pci. Il comunismo allo stato puro. Perfino niente “destra e sinistra”, perché noi non siamo per il parlamentarismo”. Un tuffo nel passato? “No, nel futuro”, sorride Ferrazza. E capovolge ogni prospettiva: “Certo, siamo avversari dell’America. Ma eravamo anche contro la Russia e contro la Cina, che rappresentano il capitalismo di Stato”. Lotta Comunista che organizzò manifestazioni a favore della Primavera di Praga. Possibile? “Sì, e quando cadde il Muro di Berlino fu uno dei momenti più belli ”, ricorda Ferrazza. E ripercorre le tappe di Lotta Comunista, dalla nascita nei giorni della Resistenza. I padri furono due liguri: Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi. Lotta Comunista separa subito le sue sorti dal Pci. Un universo a parte. Anche quando nel 1968 qualcuno nel mondo della sinistra extraparlamentare li definì fascisti perché criticavano la Cina. Negli Anni 70 proprio qui accanto, all’Italsider, poi Ilva, nacquero le Brigate Rosse: “Erano avventuristi, terroristi piccolo borghesi”, li liquida Ferrazza.
Qui nasce il giornale Lotta Comunista. “Proletari di tutto il mondo unitevi!” è scritto sotto la testata. Inchiostro pesante, cinque colonne come i quotidiani di mezzo secolo fa, zero foto. Titoli a caratteri cubitali come: “Collisioni mondiali e nuovo ciclo politico”. Con espressioni che lassù, nel mondo sopra la superficie, non sentivi da anni: proletariato, imperialismo, lotta di classe. Articoli seri, documentati, perché, come diceva Cervetto, “noi dobbiamo essere l’Economist del movimento operaio”. Sembra uscito dal passato ma ogni mese tira decine di migliaia di copie, “siamo arrivati a 40mila”, raccontano i militanti. Più di storiche testate nazionali. Merito dei militanti che ti fermano per strada. Non importa che tiri una tramontana gelida o picchi il sole. Loro sono lì, congelati o madidi di sudore, sempre pronti ad affrontare interminabili discussioni. In giacca e cravatta: “Perché non è che i lavoratori sono straccioni – spiega Ferrazza – L’immagine ha un peso. È giusto dare un’impressione di credibilità”.
I “testimoni di Geova del comunismo”, li liquidavano quelli del Pci. I compagni del Partito a distribuire l’Unità e loro con Lotta Comunista. Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci è finito in polvere, questo va a gonfie vele. Due strade opposte: mentre il Partito afferrava potere e poltrone, veniva coinvolto in scandali, crollava, loro no, “ai ragazzi ho sempre detto che non dovevano sperare in cariche e soldi. Solo passione, impegno volontario”.
Nostalgia del passato, o del futuro: “Noi diciamo che il comunismo vero non si è ancora realizzato. Il comunismo è possibile grazie all’abbondanza, non nella miseria. Il capitalismo ha avuto un ruolo: ha creato il presupposto per dare a tutti secondo i bisogni. Ma non è il capolinea dello sviluppo dell’umanità. Ora deve venire altro, il comunismo”. Un mondo senza classi, raggiunto con la lotta, perché tutti i cambiamenti “sono arrivati dopo rivoluzioni”. Addio proprietà privata? “Noi diciamo no alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Ma io ho un’auto, una casa”. Davvero credete di poter diventare massa? “Noi continuiamo a crescere, ma, certo, non siamo ancora abbastanza”. Un comunismo senza più operai? “Gli operai ci sono ancora, eccome. Comunque noi ci rivolgiamo ai lavoratori. Ai salariati che in Europa sono 200 milioni, nel mondo 2 miliardi”.
Ci sono il giornale, la casa editrice che pubblica decine di libri in italiano, portoghese, spagnolo, francese, inglese, russo, greco. C’è il centro di documentazione Logos e l’Istituto Studi sul Capitalismo. Ci sono le battaglie nelle fabbriche come l’Ilva. Ma soprattutto ci sono i volontari che battono le strade di mezza Italia: da Genova giù fino al Lazio. “I partiti dicono che bisogna riconquistare le periferie e poi pensano di farlo con i social”. Lotta Comunista no, niente Facebook. Bisogna guardarsi in faccia, parlare. C’è anche un partito, ma non si presenta alle elezioni. Le parole d’ordine: comunismo, internazionalismo, anti-fascismo, anti-razzismo, apertura all’immigrazione. L’Europa, anche.
Così, mentre il Pd a Genova annaspa per ottenere qualche centinaio di tessere, alla manifestazione del primo maggio Lotta Comunista ha richiamato più di mille persone. Mentre le sezioni Pd chiudono, la sede sotterranea dei comunisti è sempre aperta: “Ci sono chiese dove i fedeli custodiscono le reliquie giorno e notte”, spiega Ferrazza. Ironia o lapsus freudiano. Una fede? “No, noi crediamo che le nostre convinzioni abbiano una base scientifica”. Ma se cerchi il segreto devi ascoltare i volontari. È scomparsa la parola “odio”. Certo, senti parlare di “rivoluzione”. Più spesso senti “coerenza” e “purezza”.