Riprendiamoci la famiglia, aboliamo la festa della mamma

Chi è madre lo sa: ogni maggio arriva dalla scuola il solito lavoretto, con contorno di fiori e cuoricini e su scritto “sei la mamma migliore del mondo”, “mamma ti voglio bene” e via dicendo. Non c’è dubbio, è un regalo che fa piacere, ma una certa sensazione di stereotipo la avvertiamo in molte, e quasi quasi di quel disegnino sempre uguale faremmo anche a meno. A favore, per esempio, di qualche attività un po’ meno conformista. Se poi qualche asilo, perché ormai in verità sono tanti, comincia a sostituire la festa della madre e del padre con una ben più allegra festa della famiglia non possiamo che esserne contente, per una serie di ragioni.

Primo, ci scordiamo sempre che padre o madre potrebbero non esserci più. Capita, nella vita reale. Invece una famiglia in qualche modo ce l’hanno tutti. Secondo, in questo modo si potrebbero celebrare anche tutte le altre figure che hanno contribuito a crescere il bambino con fatica e amore assoluto: nonni, zii, cugini etc, mettendo fine, al tempo stesso, al monopolio affettivo della madre, che non aiuta né i bambini né le madri stesse. Infine, si va incontro alle famiglie che cambiano vorticosamente. Genitori single, fratelli figli di genitori diversi, infine, soprattutto, coppie omosessuali che sempre più possono smettere di vivere clandestinamente il loro essere genitori.

Parlare di famiglia invece che di madre e padre c’entra poco con la teoria “minacciosa” del gender, è solo una scelta più inclusiva che non penalizza certo chi invece ha un padre e una madre “normali”. E perché mai poi cattolici e politici di destra protestano tanto? Non erano loro i paladini del Family Day? Comunque tanto meglio. Potrebbe essere un’occasione per i laici di riprendersi la famiglia, tanto dimenticata dai progressisti. Non sia mai che dalla festa si passi pure a un welfare (per la famiglia) degno di questo nome.

Emmanuel Macron, “super leader” nato già vecchio

Nelle ultime settimane Emmanuel Macron ha imperversato sui palcoscenici internazionali, dal Parlamento Europeo di Strasburgo al Congresso Usa, tra le ovazioni. Poco importa che la Francia sia paralizzata dalle proteste, come ha spiegato su queste pagine Filippomaria Pontani. Juncker ha salutato il suo discorso di Strasburgo esclamando: “È tornata la vera Francia!”. E Verhofstadt ha parafrasato Danton, nientemeno: “Audacia, ancora audacia, sempre audacia e l’Europa sarà salva!”. Quanto a Macron stesso, nelle sue orazioni è riuscito a scomodare Voltaire e Benjamin Franklin, Simone de Beauvoir e i due Roosevelt. Tanto si è detto delle sue proposte per l’Europa. Ed è bene continuare a rileggere il discorso di Strasburgo, perché sarà il perno della campagna per le europee del 2019, soffermandoci sull’impalcatura storica e concettuale che lo governa.

Per Macron, pare, siamo nel 1914. Sull’orlo della catastrofe, addirittura. Il presidente tiene a farci sapere che ha buone letture e auspica che i leader della sua generazione non avanzino verso la catastrofe come sonnambuli. “Sonnambuli” (Sleepwalkers) è il titolo del pluripremiato libro di Christopher Clark sulle origini della Prima Guerra Mondiale. Giornalisti ben informati su Le Monde ci spiegano che Angela Merkel lo “divorò”, e speculano che quello di Macron sia un velato messaggio alla Cancelliera. Il sogno di ogni accademico: i grandi della terra che si parlano obliquamente per allusioni a saggi storici!

Ma la citazione è solo cosmetica. Perché quello dei “sonnambuli” di Clark non è un mondo di responsabilità nette, di cause chiare, di forze inarrestabili. È un mondo gaddiano nel quale la categoria di causa si rivela insufficiente e gli eventi si dispiegano spinti passo a passo da un garbuglio – uno “gnommero” – di ‘causali’. Mille piccole scelte, distrazioni, passi falsi, opportunità non colte che, una ad una, spingono il mondo verso l’abisso.

Per Macron invece è tutto chiaro, le responsabilità nette: c’è un nemico, il nazionalismo autoritario e illiberale, e una guerra civile sotterranea tra le forze della luce (lui e i suoi) e quelle dell’oscurità che includono indiscriminatamente Orban e Mélenchon, Marine Le Pen e, per dire, Podemos.

Per evitare l’apocalisse servono due cose, ci spiega: democrazia e sovranità (europea). Ma questa democrazia non è il potere del popolo. C’è poco o nulla nelle sue parole e nei suoi piani che indichi una volontà di democratizzare l’Unione, se mai fosse ancora possibile. Le riforme emergono dal solito modello intergovernativo, dai soliti incontri bilaterali al di fuori delle istituzioni europee, tant’è che in risposta al discorso Angela Merkel ha subito promesso discussioni franco-tedesche. Rieccoci… No, “l’autorità della democrazia” di Macron è un manganello concettuale con cui picchiare gli avversari, un blocco generico che raggruppa qualunque opposizione, da destra e da sinistra, alla perpetuazione del modello politico-economico corrente.

Con un’altra citazione, Macron spiega che non è vero che i popoli europei hanno abbandonato l’idea di Europa. No. La minaccia è “Il tradimento degli intellettuali”, un riferimento al libro di Julien Benda del 1927 contro gli intellettuali suoi contemporanei che abbracciavano cause partigiane, nazionalismi e particolarismi, gettando benzina sul fuoco. Anche per Macron il nemico è il nazionalismo, creato da una propaganda intellettuale irresponsabile. Ma attribuire l’ondata antieuropea al tradimento degli intellettuali equivale sostanzialmente ad affermare che i popoli europei, quando esprimono un’opposizione radicale al modello economico-politico imposto dall’Europa e sull’Europa negli ultimi decenni, non esprimono un disaccordo pensato, e legittimo. No, sono ingannati dagli intellettuali, fregati dalle fake news (e infatti si discute di regolamenti europei bavaglio), sviati dalla propaganda (russa). Il “popolo”, per Macron, non esprime idee e convinzioni, solo emozioni–rabbia, risentimento–suscitate meccanicamente da forze esterne. È incapace di pensare con la propria testa.

Questa narrazione deresponsabilizza gli artefici del disastro e ci rivende il problema come soluzione. Perché, al netto delle napoleoniche manie di grandezza, Macron è la replica di una leadership politica vecchia, Anni 90 e 2000. Una riedizione di Blair, di Clinton, a suo modo anche di Obama (e dei loro malriusciti epigoni nostrani). Ne replica il giovanilismo e l’entusiasmo esibito; l’abitudine a bombardare prima e domandare dopo; le politiche di deregolamentazione, di indebolimento delle posizioni dei lavoratori a fronte del rafforzamento delle élite. Ma fuori tempo massimo, in un contesto di immiserimento generalizzato e di ribellione endemica allo status quo. È paradossale che le élite europee ci propinino ancora questo modello, dopo la devastazione che ha causato negli ultimi venticinque anni.

Il progetto di ulteriore integrazione europea lanciato da Macron –p iù sovranità dell’Europa sui popoli europei, certo non più sovranità dei popoli europei sull’Europa e sui propri destini – non è un passo verso più democrazia. Ne è la negazione, a favore di un Leviatano incontrollabile che costituzionalizza–toglie cioè dallo spazio del dibattito democratico–scelte economiche che sono e devono restare politiche. Chi vi si oppone non è euroscettico, è semplicemente democratico.

Iocisto, la libreria di tutti che la camorra non ha saputo piegare

A Napoli la sanno quasi tutti. Ma fuori no. E invece la storia di “Iocisto” dovrebbe diventare un biglietto da visita di questo Paese, il segno di una vitalità civile che nemmeno la camorra ha saputo piegare. La prova che grandi progetti culturali possono nascere senza bisogno dei governi. Diciamolo subito. “Iocisto” è una libreria, solo alcuni locali a pianterreno. Aperta quattro anni fa nel cuore del Vomero, quartiere borghese di circa 50mila abitanti. Ma non è una libreria qualunque. Qui una volta c’erano tre grandi librerie: due storiche, Guida e Loffredo, e una meno, la Fnac. Di punto in bianco hanno chiuso tutte e tre. I costi, internet, la gente che non legge, la crisi dell’editoria, e tutte le solite ragioni. Basta libri, dunque.

Era il 2014. Gli abitanti del quartiere si guardarono in faccia sbigottiti, ne parlarono: davvero il Vomero senza una sola libreria? E allora a che servono le scuole? Finché qualcuno, un creativo, Ciro Sabatino si chiamava, lanciò la grande utopia in rete: la libreria ce la facciamo noi. Breve silenzio. Poi arrivò la prima risposta: “Io ci sto”. Dopo fu un’ondata. Spuntarono centinaia di possibili soci volontari: cittadini, professionisti e lettori/lettrici forti, insegnanti. Un’ondata che portò in pochi mesi a mettere per iscritto il progetto e a cercare i locali. Che furono trovati e affittati. Con festa di lancio in luglio. Circa duemila persone che riempirono piazzetta Fuga al tramonto, in un pazzo e gioioso brulichio che soltanto le foto possono rendere. E un solo libro in vendita: Cent’anni di solitudine. Soci oltre i mille. Lo spirito del movimento cooperativo di fine Ottocento trasferito nella Napoli dei lumi che difende la cultura. E a ottobre la libreria partì con tutti i crismi. Un libraio di professione, Alberto, esperienza nell’editoria di antiquariato, una libraia specializzata nell’editoria per bambini, Laura, per il settore infanzia della libreria (“una gemma: a Napoli, solo qui certi libri”).

Intorno una moltitudine di persone colte ed entusiaste. Chi a fare volontariato due volte a settimana tra gli scaffali (ma vengono pure da altri quartieri, e uno, Pino, perfino da Benevento), chi a tenere i conti, chi a fare promozione, chi a curare la presenza forte della libreria sui social. Schierati davanti a me ci sono alcuni protagonisti di questo straordinario movimento imprenditorial-culturale.

Claudia Migliore, economista, la presidente; Federica Flocco, giornalista, la vicepresidente; Amedeo Borzillo, già dirigente industriale, consigliere; Vicenzo Vacca, esperto di criminalità, socio cinefilo; Maria Afrodite Carotenuto, avvocatessa, socia sostenitrice; Annamaria Auriemma, socia e volontaria che ogni minuto secondo pensa a come pubblicizzare, promuovere, riprendere. Serafici, allegri, curiosi, orgogliosi. I loro racconti giungono come carezza a chi soffra la banalità del male e anche quella del bene. Più di 200mila euro di fatturato all’anno in media, raccontano. “Solo con i libri, senza vendere un caffè”, aggiungono. Con appassionati gruppi di lettura da presentare. La presa in carico, come si dice, di una ventina di migranti minorenni, coinvolti nell’iniziativa “Aiutami a leggere”, che vuol dire l’italiano te lo insegniamo noi. L’iscrizione alla associazione antiracket della Fai, la federazione antiestorsione creata da Tano Grasso. E tanti ospiti d’eccezione, da Erri De Luca a De Giovanni, da Ozpetek alla Maraini, da Albinati a Carofiglio, da Concita De Gregorio a Renzo Arbore. Anche Mario Capanna ci è andato di recente, perché in questa ribellione creativa qualche refolo di ‘68 non poteva mancare. “Ma non ci sono solo i personaggi famosi”, si illumina Borzillo. “Qui si presenta quasi un libro al giorno. E su 600 che ne abbiamo presentati, 100 non li avrebbe presentati nessuno, perché scritti da esordienti o sconosciuti. Anche il libro di una 17enne abbiamo proposto”.

In questo splendido quadretto di vita civile, che ha la benedizione del sindaco de Magistris, brilla – e come potrebbe essere diversamente? – una netta maggioranza di donne. “Soprattutto nella classe operaia”, ironizza Annamaria, ovvero nel preparare volantini e sinossi. Ora i soci in regola sono 650, chi ebbe l’idea non c’è più, come spesso succede, ma c’è un bellissimo reparto di “libri già letti”, guai a chi dice libri usati. Assapori il fervore, il profumo di cultura, e ne esci migliore. Quante buone e umane cose accadono in questo paese.

Valledora, terra dei fuochi nel cuore del Piemonte

Vivere circondati da discariche. Mosche e montagne maleodoranti a riempire la vista. Sullo sfondo le Alpi innevate. A pochi metri la terra insalubre. Valledora, Piemonte, a cavallo tra la province di Biella e Vercelli. In un raggio di nove chilometri sette discariche, di cui due con perdite in falda: ammoniaca, metalli pesanti, cromo esavalente, a inquinare l’acquifero profondo, già provato dall’atrazina un tempo utilizzata in agricoltura.

Se ne sono andati quasi tutti quelli che hanno visto colonizzare le terre attorno alle proprie case. Un problema stimolato dalla ricchezza di sabbie e ghiaie: dagli Anni 80 i cavatori si sono dati da fare, scavando buchi profondi fino a 30 metri, alcuni dei quali si fermano poco sopra la falda un tempo pura. Un sottosuolo particolare, dove lo strato che divide la falda acquifera superficiale e quella profonda è permeabile: ciò che intacca la prima arriva facilmente alla seconda.

La Valledora è un territorio che resiste. Resiste dal 2007, quando i comitati si riunirono nel Movimento Valledora. Resiste ora, grazie ad alcuni amministratori locali che si sono mossi arrivando fino in Europa e smuovendo la Regione Piemonte, che a febbraio ha finalmente imposto limiti chiari a nuove discariche nell’area.

Ma la battaglia per riportare in salute il territorio non è finita e si allarga, abbracciando anche il basso Piemonte: “Nelle cave scavate a 500/600 metri di distanza sono stipati 5 milioni di metri cubi di rifiuti. Inoltre abbiamo una dozzina di cave vuote, profonde 30 metri, appena sopra la falda, anch’esse pericolose”, spiega Andrea Chemello, sindaco di Tronzano Vercellese.

È stato lui che a presentarsi il 23 gennaio in audizione al Parlamento europeo a Bruxelles: “Abbiamo riscontrato interesse, tanto che la presidente della Commissione Petizioni del Parlamento europeo Cecilia Wikstrom ha annunciato che la petizione rimarrà aperta e ha proposto una storica visita “fact finding”, in collaborazione con la Commissione europea, proprio nell’area interessata”. La visita è attesa in autunno.

Poi si è mossa la Regione. “Dieci giorni dopo – spiega il primo cittadino – la giunta ha adottato una delibera che individua i vincoli nelle aree di ricarica falda, indicandone alcuni specifici per la Valledora”, come il divieto di insediamento di nuove discariche o di ampliamento di quelle esistenti, escludendo però le attività che, alla data dell’approvazione del documento, avevano già avuto giudizio favorevole di compatibilità ambientale. Un primo passo importante che, a detta dell’assessore regionale all’Ambiente Alberto Valmaggia, “nulla c’entra come tempistiche con l’audizione in Europa”, e però accontenta a metà comitati e sindaci. “Il documento – prosegue Chemello – parla solo di Alice Castello, Santhià, Tronzano Vercellese e Borgo d’Ale, in provincia di Vercelli, e di Cavaglià, in provincia di Biella. Esclude centri come Mazzè, Ghislarengo, Arborio, che sorgono in area di ricarica. Inoltre salvaguardia gli impianti che dovrebbero nascere sul territorio Cavaglià, contro cui avevamo presentato ricorso al Tar”.

Il sindaco usa il plurale e non è un caso. La novità degli ultimi mesi si chiama “Convenzione per la tutela del territorio e delle risorse idriche ambientali”. Una nuova entità con obiettivo di mutuo soccorso, che raggruppa 14 comuni, con Tronzano capofila: se viene danneggiato in materia ambientale uno dei comuni firmatari, gli altri si muoveranno per aiutarlo e difenderlo. L’idea prende spunto dalla Convenzione siglata alcuni anni fa tra i sindaci di una trentina di comuni della Valle Bormida, nel Basso Piemonte, volta a difendere una falda acquifera minacciata dalla nascita di discariche nel paesino di Sezzadio, vicino ad Alessandria.

Le mobilitazioni delle due aree, distanti un centinaio di chilometri, vanno di pari passo, se non fosse che in Valledora la falda è già contaminata e il territorio è colonizzato da cave e discariche, mentre in Valle Bormida, zona di attività agricola e scarso impatto industriale, con una falda purissima, i progetti sono stati per ora bloccati sul nascere a suon di ricorsi e manifestazioni. Un polmone definito riserva strategica dal Piano Tutela Acque della Regione Piemonte che “disseta” 50 mila persone ma potrebbe coprire le esigenze di 250 mila abitanti. È ancora vivo lo spettro della Acna di Cengio e la paura di una nuova contaminazione ha smosso gli animi fin da subito.

La delibera della giunta, benché sia un passo avanti per la Valledora, ha fatto convergere la lotta delle due realtà. La Convenzioni (che uniscono quasi 50 comuni), le province di Vercelli e Alessandria e l’Area Metropolitana di Torino si sono mosse parallelamente chiedendo un incontro al presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino e all’assessore Valmaggia per esigere vincoli ancora più stretti per le aree di ricarica falda. “Il fatto di rivolgersi tutti alla Regione è un’iniziativa importante, denota un livello di coordinamento mai visto prima”, spiega ancora Chemello.

La Valle Bormida ha fatto anche di più. “Sei Comuni, in rappresentanza di tutti gli altri, si sono rivolti al Tar, denunciando l’atteggiamento discriminatorio nei nostri confronti. Perché non si dovrebbe tutelare una falda ancora pulita? Il rischio è dover intervenire a emergenza conclamata”, spiega Piergiorgio Camerin, una delle anime di Sezzadio Ambiente. Secondo Valmaggia “la zona di Sezzadio è molto importante, ma non ha una situazione compromessa come la Valledora, da dire: fermi tutti. Ci vogliono tutela e attenzione, ma si tratta di realtà molto diverse”. Intanto, il Movimento Valledora continua a resistere. “Sulle discariche esistenti – commenta Anna Andorno – si può solo monitorare. Abbiamo lavorato per non farne aprire altre, con risposte positive in provincia di Vercelli, meno in quella di Biella. La realtà è che ci sono troppi gruppi potenti che lucrano sui rifiuti. E noi viviamo con la preoccupazione costante per la salute”. La vita di una discarica è stimata attorno a un secolo. Le paure dureranno ancora a lungo.

Il marxismo è vivo e lotta sempre in tutte le librerie

A pubblicare Marx e Engels, ma anche Lenin, Stalin, Mao, fino agli Anni 70 c’erano gli Editori Riuniti, storica casa editrice legata al Pci. Se la prima edizione de Il Capitale è targata Utet, quella della Editori Riuniti, a cura di Delio Cantimori, è sicuramente la più diffusa. Oggi Editori Riuniti pubblica una versione più sintetica de Il Capitale, a cura di Aldo Ajello e la casa editrice, dopo alcune peripezie proprietarie, ha un raggio d’azione molto diverso dal marchio storico. Accanto al colosso Pci, negli Anni 70, legata alla sinistra extraparlamentare, c’era un’altra piccola casa editrice, Samona e Savelli, nata negli Anni 60 negli ambienti trotzkysti, ma poi esplosa come casa editrice del “Movimento” soprattutto con la pubblicazione di due libri: La strage di Stato e Porci con le ali.

Dagli Anni 80 in poi, l’editoria di sinistra, marxista e non, si è moltiplicata in decine di case editrici di cui oggi ne resistono alcune, piccole, in perenne difficoltà economica, ma che non esitano ancora a proporre pubblicazione legate ai classici del marxismo. Va anche detto che le grandi case non disdegnano di occuparsi di queste tematiche come dimostra il lancio del marchio Solferino, casa editrice del Corriere della Sera di Urbano Cairo, in cui troviamo Karl Marx vivo o morto? a cura di Antonio Cairoti. Da segnalare anche la casa del gruppo Gems, Ponte alle Grazie che ha dato alle stampe una nuova edizione del Manifesto del partito comunista, pubblicato con il nome originale, Manifesto comunista arricchito dai contributi di alcuni intellettuali come Slavoj Zizek, Antonio Negri, Silvia Federici e altri. Ponte alle Grazie, del resto, nella collana Saggi ha pubblicato regolarmente autori marxisti o riferiti alla sinistra più radicale come lo stesso Zizek, Alain Badiou, la biografia monumentale di Toni Negri, un autore francese come Daniel Bensaid con il suo Marx, istruzioni per l’uso. Feltrinelli pubblica regolarmente i testi di David Harvey come dimostra l’ultimo Marx e la follia del capitale.

Un blocco non uniforme ma che ruota o ha ruotato attorno al pensiero operaista e post-operaista è rappresentato da tre case editrici: DeriveApprodi, Ombre corte e manifestolibri, parte integrante dell’omonimo quotidiano, ma con una linea editoriale autonoma.

DeriveApprodi è quella con la storia più ricca e la produzione più rilevante. Non ha in catalogo scritti di Marx o dei classici, ma, a rimarcare la sua origine, c’è la collana Biblioteca dell’operaismo dove si trovano i testi seminali di Mario Tronti, a partire da Operai e capitale, o I libri del rogo di Toni Negri considerati per lungo tempo “l’ispirazione teorica del terrorismo di sinistra nel nostro paese” e inviati al macero dopo l’inchiesta 7 aprile. Per il bicentenario della nascita di Karl Marx ha dato alle stampe un impegnativo Marx: la produzione del soggetto, mentre nell’anniversario della Rivoluzione d’ottobre ha pubblicato Il potere ai soviet degli autori francesi Pierre Dardot e Christian Laval peraltro autori di un fondamentale testo Del Comune o della rivoluzione nel XXI secolo.

La casa editrice Manifestolibri ha una produzione ricca nel suo catalogo storico, si pregia anche di una collana “marcusiana” con libri del sociologo tedesco oppure testi degli autori marxisti contemporanei come Immanuel Wallerstein, Enrique Dussel. Ombre corte lavora più sulla profondità e ha una produzione molto variegata di autori italiani come Christian Marazzi, Andrea Fumagalli, Sandro Mezzadra, ma anche Cyril Lionel Robert James, pioniere del movimento panafricanista, testi di Gilles Deleuze, Michel Foucault, o, ancora, Frantz Fanon.

Più di nicchia, ma importante per lo sforzo, è la produzione della napoletana Città del sole che da anni stanno cercando di portare a termine l’edizione completa delle opere di Marx e Engels. Massari editore, invece, edita da decenni testi in controtendenza spiccando per collane come Eretici e/o sovversivi con testi di Lev Trotzky, André Breton, Guy Debord, Daniel Guerin ma soprattutto Che Guevara di cui la casa editrice ha coltivato per anni gli studi.

La romana Redstar Press, invece, ha basi più ortodosse e non si fa problemi a pubblicare i “libretti rossi” di Mao e di Stalin oltre che di Che Guevara e Fidel Castro. Produzioni regolari legate al marxismo o ai movimenti della sinistra hanno anche la milanese Mimesis e la romana Alegre curata, dagli altri, anche da chi scrive e che ha ripubblicato di recente Storia della rivoluzione russa di Lev Trotzky. Si collocano invece nel mondo dell’anarchismo e del libertarismo una casa editrice importante come Eleuthera, promotrice di testi belli ed eleganti e le Edizioni dell’Asino, nata su impulso di Goffredo Fofi, che accanto a testi di Aldo Capitini, don Milani, Piero Gobetti ma anche sulla jihad islamica ha in catalogo un introvabile Compendio del capitale di Carlo Cafiero.

Dietro una porta improvvisamente falce e martello

Dietro quella porta c’è il comunismo. Il mondo di Marx, Engels e Lenin, intatto. È la sede di Lotta Comunista, partito e giornale, che in epoca di crisi stampa decine di migliaia di copie. Per non dire della casa editrice che si sta lanciando nell’impresa di ristampare l’opera omnia di Marx: 35mila pagine che hanno richiesto il lavoro di cento persone.

Siamo a Cornigliano, quella che una volta era chiamata la Genova rossa, il fortino dove il Partito arrivava al 70% dei voti. A poche decine di metri il vuoto lasciato dall’altoforno dell’Ilva demolito nel 2007. Qui negli Anni 70 ogni mattina andavano a lavorare oltre diecimila tute blu. La Genova dell’acciaio, del fumo e dei tumori. Le giornate scandite dalle sirene della fabbrica. Oggi i dipendenti sono un migliaio e Arcelor-Mittal, che ha appena comprato la società, minaccia altre decimazioni. Restano i palazzi operai del dopoguerra, squadrati, intrisi di fumo. Ma non miseri. C’è dignità in quelle case con i panni stesi, le trattorie operaie, il negozio della trippa alla genovese e una brezza che corre nelle strade strette anche d’estate. Un altro mondo, davvero: la vicina sezione del Pci di Sestri Ponente aveva 7 mila iscritti, più di quanti oggi ne raccolga il Pd in Liguria; ora perfino da qui il centrodestra in alcuni seggi ha vinto. Ma dietro quella porta no. È un uscio minuscolo, quasi invisibile, affacciato su via De Cavero. Nessuna scritta. “Sì, questa è la sede di Lotta Comunista”, ti risponde cortese un uomo in giacca e cravatta. Sono aperti 365 giorni l’anno, ventiquattro ore su ventiquattro.

Appena entri, senti l’odore di carta e polvere che respiravi nella vecchie sezioni del partito. Sapore di discussioni infinite, passione. Ti immagini due stanzette disadorne, invece ti trovi davanti un mondo sotterraneo: un corridoio lungo decine di metri, stanze, stanze e ancora stanze. Poi un teatro con centinaia di posti. “Questo è il nostro archivio”, accende una luce Piero Ferrazza – 66 anni, ingegnere e militante dal 1971 – e compare un serpente di scaffali che non finisce più. Una collezione di giornali che ha pochi uguali . Dagli Anni 50 a oggi. Poi decine di testate straniere: Le Monde, Herald Tribune,, Frankfurter Allgemeine, Foreign Affairs. Perfino le bibbie del capitalismo: Economist e Financial Times. Ogni annata perfettamente rilegata. Un lavoro che ha richiesto decine di persone. Tutto autofinanziato e sorretto dal volontariato. In una saletta – niente finestre, solo luce artificiale – ti aspettano Ferrazza e Domenico Saguato, due storici militanti e portavoce. Abiti sobri e curati. Alle loro spalle i ritratti di Marx, Engels e Lenin. Niente Togliatti e Berlinguer. Alt, abbandonate ogni preconcetto o voi che entrate: qui è il comunismo senza Partito, anzi, contro il Pci. Il comunismo allo stato puro. Perfino niente “destra e sinistra”, perché noi non siamo per il parlamentarismo”. Un tuffo nel passato? “No, nel futuro”, sorride Ferrazza. E capovolge ogni prospettiva: “Certo, siamo avversari dell’America. Ma eravamo anche contro la Russia e contro la Cina, che rappresentano il capitalismo di Stato”. Lotta Comunista che organizzò manifestazioni a favore della Primavera di Praga. Possibile? “Sì, e quando cadde il Muro di Berlino fu uno dei momenti più belli ”, ricorda Ferrazza. E ripercorre le tappe di Lotta Comunista, dalla nascita nei giorni della Resistenza. I padri furono due liguri: Arrigo Cervetto e Lorenzo Parodi. Lotta Comunista separa subito le sue sorti dal Pci. Un universo a parte. Anche quando nel 1968 qualcuno nel mondo della sinistra extraparlamentare li definì fascisti perché criticavano la Cina. Negli Anni 70 proprio qui accanto, all’Italsider, poi Ilva, nacquero le Brigate Rosse: “Erano avventuristi, terroristi piccolo borghesi”, li liquida Ferrazza.

Qui nasce il giornale Lotta Comunista. “Proletari di tutto il mondo unitevi!” è scritto sotto la testata. Inchiostro pesante, cinque colonne come i quotidiani di mezzo secolo fa, zero foto. Titoli a caratteri cubitali come: “Collisioni mondiali e nuovo ciclo politico”. Con espressioni che lassù, nel mondo sopra la superficie, non sentivi da anni: proletariato, imperialismo, lotta di classe. Articoli seri, documentati, perché, come diceva Cervetto, “noi dobbiamo essere l’Economist del movimento operaio”. Sembra uscito dal passato ma ogni mese tira decine di migliaia di copie, “siamo arrivati a 40mila”, raccontano i militanti. Più di storiche testate nazionali. Merito dei militanti che ti fermano per strada. Non importa che tiri una tramontana gelida o picchi il sole. Loro sono lì, congelati o madidi di sudore, sempre pronti ad affrontare interminabili discussioni. In giacca e cravatta: “Perché non è che i lavoratori sono straccioni – spiega Ferrazza – L’immagine ha un peso. È giusto dare un’impressione di credibilità”.

I “testimoni di Geova del comunismo”, li liquidavano quelli del Pci. I compagni del Partito a distribuire l’Unità e loro con Lotta Comunista. Il quotidiano fondato da Antonio Gramsci è finito in polvere, questo va a gonfie vele. Due strade opposte: mentre il Partito afferrava potere e poltrone, veniva coinvolto in scandali, crollava, loro no, “ai ragazzi ho sempre detto che non dovevano sperare in cariche e soldi. Solo passione, impegno volontario”.

Nostalgia del passato, o del futuro: “Noi diciamo che il comunismo vero non si è ancora realizzato. Il comunismo è possibile grazie all’abbondanza, non nella miseria. Il capitalismo ha avuto un ruolo: ha creato il presupposto per dare a tutti secondo i bisogni. Ma non è il capolinea dello sviluppo dell’umanità. Ora deve venire altro, il comunismo”. Un mondo senza classi, raggiunto con la lotta, perché tutti i cambiamenti “sono arrivati dopo rivoluzioni”. Addio proprietà privata? “Noi diciamo no alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Ma io ho un’auto, una casa”. Davvero credete di poter diventare massa? “Noi continuiamo a crescere, ma, certo, non siamo ancora abbastanza”. Un comunismo senza più operai? “Gli operai ci sono ancora, eccome. Comunque noi ci rivolgiamo ai lavoratori. Ai salariati che in Europa sono 200 milioni, nel mondo 2 miliardi”.

Ci sono il giornale, la casa editrice che pubblica decine di libri in italiano, portoghese, spagnolo, francese, inglese, russo, greco. C’è il centro di documentazione Logos e l’Istituto Studi sul Capitalismo. Ci sono le battaglie nelle fabbriche come l’Ilva. Ma soprattutto ci sono i volontari che battono le strade di mezza Italia: da Genova giù fino al Lazio. “I partiti dicono che bisogna riconquistare le periferie e poi pensano di farlo con i social”. Lotta Comunista no, niente Facebook. Bisogna guardarsi in faccia, parlare. C’è anche un partito, ma non si presenta alle elezioni. Le parole d’ordine: comunismo, internazionalismo, anti-fascismo, anti-razzismo, apertura all’immigrazione. L’Europa, anche.

Così, mentre il Pd a Genova annaspa per ottenere qualche centinaio di tessere, alla manifestazione del primo maggio Lotta Comunista ha richiamato più di mille persone. Mentre le sezioni Pd chiudono, la sede sotterranea dei comunisti è sempre aperta: “Ci sono chiese dove i fedeli custodiscono le reliquie giorno e notte”, spiega Ferrazza. Ironia o lapsus freudiano. Una fede? “No, noi crediamo che le nostre convinzioni abbiano una base scientifica”. Ma se cerchi il segreto devi ascoltare i volontari. È scomparsa la parola “odio”. Certo, senti parlare di “rivoluzione”. Più spesso senti “coerenza” e “purezza”.

1978-2018: a Trieste per dire matto si dice ancora uomo

Simbolo di libertà. Sì, proprio un manicomio, luogo di sofferenza e costrizione. Non poteva succedere che a Trieste, dove si dice ‘matto’ per dire uomo.
Ci sono ancora le inferriate alle finestre del San Giovanni. Quei 40 padiglioni costruiti nel 1908 dagli austriaci per ospitare i malati psichiatrici divisi in reparti: agitati, tranquilli, sudici. Se cammini nei viali, negli interminabili corridoi, nei saloni con le grandi finestre, ti sembra di sentire ancora le voci. I lamenti. Di ritrovare, appesi come ragnatele, i pensieri dei matti. Erano 1.300, vite che trascorrevano a vagare per il manicomio, legati ai letti. Storditi dai farmaci. E ti pare, sì, di sentire i passi di quello psichiatra dal sorriso malinconico, Franco Basaglia.

“Nei manicomi ci finivano i matti, ma anche depressi, alcolizzati, donne sole, emarginati”, racconta Franco Rotelli, uno dei collaboratori più stretti di Basaglia. Poi arrivarono loro, Basaglia e i suoi ragazzi. E tutto cambiò. “Il San Giovanni fu il primo manicomio del mondo a venire chiuso”, racconta lo psichiatra Peppe Dall’Acqua. Sono quarant’anni in questi giorni dalla legge 180. Ma tutto cominciò prima: da Gorizia, poi Reggio Emilia. E infine Trieste, esperimento senza uguali al mondo.

Che anni! Quando Rotelli te li racconta gli occhi azzurrissimi gli luccicano ancora, come se vedesse il grande cavallo che usciva dal manicomio. Era il 1972, al San Giovanni si ritrovano Basaglia con Vittorio, il fratello artista, e il regista Giuliano Scabia. Si facevano incontri, partecipano anche i pazienti. Nasce l’idea geniale di Marco Cavallo. Marco come l’animale che passava per i viali del manicomio portando i panni da lavare. Le foto in bianco e nero sono il ritratto di un’Italia che aveva speranze e sogni: la grande statua del cavallo che esce dal San Giovanni. Basaglia che a colpi di martello allarga l’ingresso. Poi il cavallo si libera, conquista la città. Con lui un corteo di pazienti e medici, centinaia di persone, fino a piazza Unità. Davanti al mare. “Ogni giorno si tenevano incontri, partecipavano tutti. Si cercava di decidere insieme, di condividere. Molti di noi vivevano qui, i figli andavano in un asilo nei padiglioni”. Un mondo di dolore, ma anche di speranza. Qui cominciò una rivoluzione che va molto oltre la psichiatria. C’entra anche un’Italia che, pur tra mille polemiche e resistenze, sostenne Basaglia. C’era l’orgoglio per una sanità pubblica che si prendeva cura di tutti. C’era anche la politica, il presidente della Provincia, il democristiano Michele Zanetti, diede carta bianca agli psichiatri. Fino all’annuncio: “Il manicomio chiude”, disse Basaglia. “Noi pure fummo colti di sorpresa”, confessa Dell’Acqua. È lo smarrimento di chi vede un sogno avverarsi: c’erano oltre centomila pazienti psichiatrici in Italia. Imprigionati in strutture mostruose come Santa Maria della Pietà a Roma. Come Mombello nel milanese o Quarto a Genova con oltre 2 mila pazienti. Finito.

“L’Italia – ricorda Rotelli – è ancora un modello unico al mondo: in Francia ci sono 30-40mila pazienti, in Germania 50 mila e in Giappone 350 mila in strutture spesso private, gestite da chi ha interesse a mantenere l’istituzione”.

Basaglia e i suoi colleghi non negavano la malattia. Ma non volevano aggiungervi la condanna di un mondo che si pretende normale e confina il disagio lontano dagli occhi. “I matti sono persone che prendono la vita troppo sul serio”, sospira Rotelli. Altri paesi hanno chiuso i manicomi, come gli Usa, ma i malati sono finiti per strada. L’idea in Italia era ridare la libertà e una vita. La legge 180 è tuttora la più avanzata al mondo. Ma dopo il sogno c’è la realtà. A Trieste la scommessa ha funzionato: “Abbiamo un presidio medico in ospedale dove in caso di emergenza i pazienti possono stare per periodi brevissimi. Poi 4 centri di salute mentale sul territorio con 6 letti ciascuno, aperti tutto l’anno, giorno e notte”, racconta Roberto Mezzina, direttore del Dipartimento di Salute Mentale. Ma l’idea è di non ricoverare, di coinvolgere il malato. Medici, assistenti sociali, cooperative collaborano. E i risultati si vedono: “Abbiamo 7 trattamenti sanitari obbligatori (tso) ogni 100 mila abitanti contro una media di 17. E un calo del 40% dei suicidi”. La legge Basaglia qui è realtà. E conviene: il dipartimento costa 19 milioni l’anno, il manicomio ne bruciava 31.

Certo, restano nodi come il tso, appunto, che per alcuni è un “arresto medico”; e l’apertura degli Spdc (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, piccoli reparti psichiatrici negli ospedali generali), che rischiano di diventare, diceva lo stesso Basaglia, “piccoli manicomi dentro già inefficienti ospedali civili”. In uno di questi centri (323 in Italia) lavora Piero Cipriano, “psichiatra riluttante” per sua stessa definizione, autore del libro Basaglia e le metamorfosi della psichiatria: “Una ricerca di alcuni anni fa dimostrava che in tutti gli Spdc del Lazio, tranne uno, si legavano ancora le persone e la contenzione durava mediamente 12 ore”. Qualcuno muore: “Solo alcuni casi vengono alle cronache, spesso le fasce vengono tolte e il decesso è ascritto ad altre cause”. L’ultimo caso eclatante è stato quello di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di 58 anni, morto nel 2009 dopo essere stato legato a un letto per 87 ore. E poi, denuncia Cipriano, c’è il manicomio chimico. Con muri invisibili. Persone con disturbi leggeri che si ritrovano dipendenti dalle medicine: “C’è una massa di pazienti che per la leggerezza dei medici finisce con l’alimentare le epidemie di depressione, ansia, disturbi della personalità”. Secondo l’Oms sono 300 milioni le persone colpite da depressione.

Basaglia lo sapeva : la chiusura del manicomio è l’inizio, non la fine. Libertà non significa solitudine. La psichiatria deve trovare un ruolo nuovo. Strana scienza – ti viene da pensare sentendo Rotelli e Dell’Acqua – che ammette i propri limiti. Che nella cura delle persone e nel tentativo di penetrarne l’animo rischia di somigliare all’amore.

L’offerta di Di Maio manda in pezzi il centrodestra

Si è fatto di lato. Anche per lasciare il cerino al leghista che non rompe con il Caimano, Matteo Salvini. E per una sera ha spaccato il centrodestra. Perché la mossa di Luigi Di Maio, che in tv rinuncia a Palazzo Chigi e apre a un nome terzo come premier di un governo di M5S e Lega, agita Silvio Berlusconi e lacera la sua coalizione, che in un vertice a Palazzo Grazioli non trova la quadra. Con il segretario della Lega Matteo Salvini che chiede a Berlusconi di appoggiare da fuori un esecutivo con dentro i 5Stelle e il Movimento. In cambio, promette alcuni ministri tecnici a lui graditi. E la garanzia che nessuno toccherà le sue aziende. È l’offerta massima a cui può arrivare, concordata con Di Maio, che deve tenere calmi eletti e base. Ma B. rifiuta il passo indietro. E rimane sulla sua linea: insistere sul centrodestra unito, per poi andare a cercarsi i voti per un governo in Parlamento, puntando su un pezzo del Pd e i molti peones spaventati da nuove urne. Linea in sostanza gradita anche alla leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. Così dopo oltre due ore il trio si aggiorna a questa mattina, per una riunione prima del loro turno al Quirinale per le consultazioni, alle 11. Ma la sensazione è che la strada per un governo di Lega e 5Stelle resti impervia.

E dire che era tutto partito dalla mossa di Di Maio nel primo pomeriggio in tv, a Mezz’ora in più. Preceduta da una telefonata a Salvini: “Dirò che mi va bene un terzo nome”. Pochi minuti dopo, Di Maio parla con un sorriso nervoso: “Se il punto è realizzare cose per gli italiani, fare un programma, e quell’ostacolo è Luigi Di Maio premier, scegliamo assieme a Salvini un presidente del Consiglio che non sia io”. Via libera a un terzo nome, quindi. Ovvero “a un politico, ed è l’ultimo dei problemi se è della Lega o del M5S”. E un tecnico? “Purché sia una personalità in grado di comprendere il momento storico”. Ma è chiaro che Di Maio vuole un eletto. E in tanti pensano al leghista Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione speciale di Montecitorio, che con i 5Stelle ha trattato su tutto: dalle presidenze delle Camere al Def. Intanto Di Maio precisa che la rinuncia a Palazzo Chigi l’aveva già prospettata a Salvini, “tempo fa”. E che ora “c’è un altro che deve fare un passo indietro”, Silvio Berlusconi. Di cui però i 5Stelle sarebbero disposti ad accettare l’appoggio esterno. Ma se B. non si sposta, non c’è spazio per un governo del presidente. Ergo, non rimane che il voto anticipato “anche a fine giugno o a luglio”. E fino ad allora può restare per gli affari correnti Paolo Gentiloni. Poi per fare il bravo con il Colle il leader del Movimento promette che le urne a breve non schianterebbero i conti: “Si può votare un decreto manovrina a luglio o a settembre per scongiurare l’esercizio del provvisorio e l’aumento dell’Iva”.Ma fa anche la faccia feroce. Innanzitutto sull’euro, per non smentire il garante, Beppe Grillo, che tre giorni fa aveva rievocato il referendum sulla moneta unica, sconfessando il Di Maio europeista. Però bisogna restare in buoni rapporti con il garante, che dovrà decidere sulla deroga al secondo mandato.

Così l’ex candidato giura: “Se il M5S viene escluso dal governo si presentano alcune istanze con altri strumenti di democrazia diretta o iperdiretta”. Ma va oltre, Di Maio: “Se restiamo fuori dal governo il rischio è che una forza come la nostra, votata da 11 milioni di persone, si allontani dalla democrazia rappresentativa”. Parole “eversive”, protesta il Pd. Ma è Forza Italia a dichiarare in massa contro il Di Maio che “vuole spaccare il centrodestra”. Mentre dal Movimento spiegano: “Luigi si è fatto di lato anche per dare un segnale interno, molti dei nostri temono il voto”.

Però la tensione resta alta. E lo dimostrano il deputato Luigi Gallo e la senatrice Paola Nugnes, vicini a Roberto Fico, che su Facebook sparano contro Salvini. “Con la flat tax la Lega vuole rubare ai poveri per dare ai ricchi” accusa Gallo. Nel frattempo dalla Lega fanno trapelare “apprezzamento per le parole di Di Maio”. È il segnale che la trattativa ci sarà. Ad ora di cena, Salvini e Meloni sono da Berlusconi, a Roma. E parte il pressing di Salvini, che per convincere B. gli propone ministri d’area: presentati dal Carroccio, di fatto riconducibili a Berlusconi. Ma il Caimano resiste. Ed è convinto di poter vincere oggi, prima del Colle.

Due “cavalli di Troia” e la Regione Lazio svende il territorio

Vecchie cascine che si trasformano in resort, pezzi storici abbattuti, parchi archeologici sempre meno tutelati. Con una proroga apparentemente innocua, grazie a un paio di articoletti infilati sottobanco, la Regione Lazio svende il suo territorio: il Piano paesistico non potrà più proteggere le aree vincolate, su cui sarà più semplice intervenire. Anzi, rischia di diventare il classico “cavallo di Troia” per un maxi-condono mascherato da “aggiornamento” delle mappe. Infatti mentre la Regione del governatore Nicola Zingaretti minimizza, Soprintendenza e Ministero guardano con preoccupazione al futuro. Tutto parte dal cosiddetto Piano territoriale paesistico (Ptpr), il documento fondamentale della programmazione paesaggistica della Regione, adottato dal 2007 ma ancora in attesa di approvazione. Il via libera definitivo sembra non arrivare mai (Zingaretti l’ha pure inserito nell’agenda per la nuova legislatura) e così nel frattempo si provvede di anno in anno a prorogare la scadenza. È successo anche nel 2018, prima delle elezioni. Solo che stavolta nel testo preconfezionato sono spuntate all’ultimo momento due piccole modifiche, non marginali.

Il primo articolo dice che “fino all’approvazione del Ptpr, la disciplina di tutela dei beni paesaggistici si attua mediante i piani delle aree naturali”. Come se nulla fosse, la Regione ha invertito la gerarchia delle leggi di salvaguardia del territorio: d’ora in poi saranno i singoli piani d’assetto ad avere l’ultima parola. Solo che questi sono documenti approvati dalle Regioni, molto più semplici e meno vincolanti del Ptpr che invece segue una procedura complessa che coinvolge istituzioni e associazioni varie. La differenza si capisce bene da un’allarmata comunicazione sul Parco dell’Appia Antica, in cui lo stesso Ministero dei Beni culturali sottolinea che il Piano paesistico “presenta un disegno della zonizzazione molto minuto” e quindi più stringente, al contrario del piano d’assetto. Anche se ogni modifica dovrà passare dal tavolo congiunto col Mibact, gli speculatori non vedono l’ora di infilarsi nelle “maglie più larghe della zona di protezione” previste da questo e altri parchi. Non è tutto: la legge dà anche l’ok all’aggiornamento della vecchia cartografia del Ptpr, datata al 2000. Ma aggiunge di volerlo fare attraverso un volo effettuato nel 2014. Anche qui la differenza non è di poco conto: una mappa è ragionata, il volo è un’istantanea che prende semplicemente atto di tutto quello che c’è, e pure di quello che non dovrebbe esserci. La Regione ribadisce che si tratta solo di una revisione, e che la cartografia non sarà sostituita ma adeguata a rigor di norma. C’è chi teme, però, che inserendo la foto in un documento ufficiale, tutte le strutture realizzate dal 2000 al 2014 che compaiono in essa vengano in qualche modo legittimate. Operazione che somiglia a un condono, o potrebbe averne gli effetti, fornendo appigli e rivendicazioni a interventi abusivi che non potrebbero mai essere sanati in quanto reati ambientali.

Chi ci sia dietro questo colpo di mano è un mistero: dalla Pisana filtra solo che gli emendamenti “sono di iniziativa consiliare”. Non è stata un’idea di Zingaretti o dell’ex assessore Civita, insomma, anche se poi la maggioranza li ha approvati senza scomporsi. Più facile, invece, intravederne le conseguenze. Specie nel contesto degli ultimi interventi in materia, dal regolamento sulla “ruralità multifunzionale”, che prevede attività extra in aree agricole, alla Legge sulla rigenerazione urbana del 2017, che con la scusa del “recupero edilizio” consente interventi di demolizione, ricostruzione ed incremento fino al 20% dei volumi, con tanto di cambi di destinazione d’uso.

Ristrutturazioni disinvolte, aperture di nuove attività, stravolgimento di manufatti storici: tutto sarà più semplice, anche in aree delicatissime.

“Il Piano paesistico era l’ultimo baluardo, così hanno chiuso il cerchio: la manovra di aggressione al territorio è chiara”, tra chi si è occupato della tutela del patrimonio e ora si sente tradito da questa amministrazione. L’allarme nelle istituzioni è già scattato. La Sovrintendenza teme, a causa di questa deregolamentazione, di ritrovarsi ad affrontare una serie di grane e richieste di condoni o interventi vari. Il Mibact starebbe pensando di impugnare la legge. Ma chissà se il ministro Franceschini, abituato nel recente passato a duelli rusticani con la sindaca Raggi, sarà così inflessibile col governatore Zingaretti, che amministra l’unica Regione in cui il Pd è rimasto a galla alle ultime elezioni.