Ma mi faccia il piacere

Loro-3. “Tante care cose ragazzi… e adesso non andate a puttane, eh!” (Silvio Berlusconi, finale di campagna elettorale in Friuli Venezia Giulia, 27.4). Teme la concorrenza.

Lo statista. “Per sconfiggere gli avversari e far nascere finalmente il governo, ho convocato i #SuperPigiamini! (Matteo Salvini, segretario Lega Nord, Instagram, citato da nonleggerlo.it, 22.4). Tanto glieli stira la Elisa.

Occhi di lince. “Scende in campo Marina Berlusconi: ‘Usata contro mio padre una sentenza senza prove’. La presidente Fininvest sul verdetto Stato-mafia” (il Giornale, 25.4).“Quello di Dell’Utri è un caso vergognoso. É stato condannato per un reato che non c’è. Mai avuto sentore che dietro le aziende di Berlusconi ci fosse la mafia” (Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, Repubblica, 5.5). Nel 1974, quando ad Arcore arrivò Vittorio Mangano, lo scambiarono per il nipote di Sadat.

Ops. “Iva Zanicchi, ex eurodeputata di FI: ‘Ho votato Pd’” (Corriere della sera, 3.5). “Il tradimento della Zanicchi: ‘Ho votato Pd’” (Libero, 3.5). Confondersi è un attimo.

Aridatece la Pascale. “Ma quale estinzione, il Pd ora ha ripreso vigore!” (Davide Faraone, senatore Pd, Repubblica, 1.5). La nave si stava sfracellando sugli scogli… per fortuna Renzi è tornato a prendere il timone” (Patrizia Prestipino, neodeputata Pd, Repubblica, 1.5). “Prima di Matteo hanno parlato tutti, se lo fa Renzi e Di Maio sbrocca significa che è il più autorevole, gli altri si rassegnino” (Luciano Nobili, neodeputato Pd, Repubblica, 1,5). Nascono finalmente i comitati “Matteo ci manchi” e “Meno male che Matteo c’è”.

Teste. “Renzi vuole la testa di Martina. Bonaccini o Scalfarotto per la segreteria” (La Stampa, 1.5). Uahahaha- hahahahah.

La Spectre. “Chi comanda davvero nei 5Stelle? Lei è sicuro che sia Di Maio? Io no. Anche se non so esattamente chi. Certo non il popolo della Rete, che semmai fa il tifo e insulta gli avversari” (Aldo Cazzullo, Corriere della sera, 4.5). Posso sbagliare, ma secondo me comandano i rettiliani.

La Legge del Contrammerlo. “Storia di un contrappasso biblico chiamato Roberto Fico” (Salvatore Merlo, Il Foglio, 1.5). Peccato che il contrapasso (con una p sola, fra l’altro), non sia biblico, ma dantesco.

Senti chi paga. “Pd e Forza Italia attaccano Fico: colf in nero, deve lasciare” (Corriere della sera, 1.5). “Fico non chiarisce sul contratto della colf, ma fa partire querele” (Libero, 4.5). E – fermo restando che l’eventuale colf non è di Fico, ma della sua compagna – diteci, diteci: lo stalliere di Arcore era a voucher, a Cocopro, o a tempo indeterminato?

Caduta massoni. “Quello da parlamentare è un signor stipendio e chi dice il contrario è in malafede: 5mila euro di stipendio, poi indennità varie… In tutto fanno 13 mila euro al mese… Non è male… Ma io le confesso che per me quel che va ridotto sono altri numeri della politica, come quelli di deputati e senatori… Il cittadino deve mantenere il parlamentare per il lavoro che fa nel suo mandato. Il problema è quando si esagera. Il teatro, il cinema e lo stadio adesso ce li dobbiamo pagare” (Catello Vitiello, neodeputato espulso dal M5S perchè massone, Corriere della sera, 23.4). Fate la carità a un povero esule.

Congiuntivite. “Come fa Salvini a dire che non vuole tradire Berlusconi? Lo avrebbe tradito la mezzanotte del 4 marzo andando con Renzi se la somma dei seggi avrebbe dato la maggioranza!” (Danilo Toninelli, Agorà, Rai3, 3.5). Lo capisse chiunque che lui saresse un dimaiano di ferro.

L’estremo sacrificio. “In Friuli Venezia-Giulia abbiamo perso probabilmente anche perché, non ricandidandomi, non ho potuto valorizzare la bontà del lavoro fatto” (Debora Serracchiani, governatore uscente e deputata entrante del Pd, Otto e mezzo, La 7, 1.5). Un’intera Regione ansiosa di farle la festa, ma lei niente: si è immolata. E’ bello avere ancora dei politici che si sacrificano per noi.

Il titolo della settimana/1. “Muore di overdose, giallo ai Parioli” (Repubblica-cronaca di Roma, 3.5). Allora sarà stato il fegato.

Il titolo della settimana/2. “Governo di tregua contro lo stallo” (La Stampa, 3.5). Ma anche governo di stallo contro la tregua.

Il titolo della settimana/3. “Mattarella farà un appello al Paese e per l’esecutivo cerca nomi ‘pop’” (La Stampa, 5.5). Incarico esplorativo a Lady Gaga.

Luigi De Filippo, figlio del genio finito con l’essere solo un simpaticone

Un mese fa è morto Luigi De Filippo. Due anni e mezzo dopo suo cugino Luca. E tredici anni e mezzo dopo un altro cugino, Mario Scarpetta (1953-2004), scomparso prematuramente, dei tre il maggiore talento teatrale della famiglia.

I De Filippo erano figli di Eduardo Scarpetta. Dal padre avevano ereditato i tratti, la voce, la potente natura. I vecchi napoletani considerano il loro momento d’oro quello nel quale recitarono insieme. Durò fino al 1944. Scarpetta, ch’è stato anche e soprattutto sommo commediografo, aveva fatto fortuna. La sua villa di villeggiatura era al Vomero, finitima di quella Floridiana che Ferdinando IV, divenuto I, aveva eretta per la moglie morganatica, la duchessa di Floridia. La commedia che gli aveva apportato maggiori proventi è La santarella, e la villa si chiama così: in caratteri gotico-liberty egli vi appose l’epigrafe: Qui rido io. In città abitava nella moderna Chiaja. Non distante, il teatro Kursaal, oggi cinema Filangieri. Lì negli anni Trenta si producevano i De Filippo, Eduardo, Peppino e Titina. Lì avvenne la “prima” del capolavoro di Eduardo, Natale in casa Cupiello, concepito per la triade. L’altro capolavoro di Eduardo è Sik Sik artefice magico, pure scritto per la triade. Dopo, la sua produzione filosofeggia e pirandelleggia (un Pirandello dei miserrimi) e perde l’impulso originario. Luca venne messo a recitare sin da ragazzino. Bravo ma volenteroso. Era schiacciato dalla figura paterna. Il talento di attore di Eduardo si può apprezzare assai più quando interpreta Scarpetta: nel suo teatro è manierista di sé medesimo, indulge in pause eccessive, in eccessivi effetti.

Luigi era figlio di Peppino. Titina era un genio; Peppino era il genio della famiglia. È il solo attore mai vissuto che, recitando con Totò, sia alla stessa sua altezza e, con lui, con-protagonista. E sì che il Principe aveva avuto dei mammasantissima come Nino Taranto, Ugo D’Alessio. Ma Peppino ha una così forte e autonoma personalità da ergersi al suo fianco. Quando vediamo la Dettatura Della Lettera in Totò, Peppino e ‘a malafemmena (e anche l’altra, meno nota, in Totò, Peppino e i fuorilegge), da questa lotta di titani siamo schiacciati; e grati per una gioia che ci dà forza a meglio sopportare la vita. Peppino era così grande che non solo lo era quando recitava nel suo teatro (come Autore gli dobbiamo titoli ragguardevolissimi), ma anche in Pinter (da lui surrealisticamente stravolto), in Molière: fedelissimo con una lieve tinta napoletana, ha fatto un sommo Malato immaginario, un sommo Avaro. Se guardiamo chi recitava nella sua compagnia, da Dolores Palumbo e Angela Luce e Adele Moretti a Franco Scandurra, Gianni Agus, Gigi Reder, Pietro Carloni, Mario Castellani, ci pare di trovarci di fronte a un Paradiso Perduto.

Luigi aveva le fattezze del padre, la voce del padre. La somiglianza era impressionante. All’origine, aveva immense qualità. Era superiore a Luca. In certe vecchie registrazioni lo dimostra. Forse aveva perduto fiducia nel pubblico, forse soffriva per la supervalutazione di Eduardo rispetto al padre. Incominciò a fare il facile e il sentimentale.

Adattò in senso ottimistico un testo solo in apparenza comico e in realtà terribile, del padre, L’ospite gradito. Finì coll’essere solo un simpaticone. Tanto talento per nulla. Vincenzo era il fratello sfortunato ma pur egli talentuoso di Scarpetta. Era il nonno di Mario. Avrebbe dovuto vivere lui per mostrare la forza del sangue. Guardate le sue registrazioni su internet. Gli dèi decisero diversamente.

Libri, cinema, youtuber: la scommessa del Salone

Prendete carta e penna, fate spazio sul vostro organizer o più semplicemente, allenate la memoria. Incalzato dalle numerose iniziative editoriali meneghine (forse fin troppe?) e preannunciato da una martellante campagna social, l’edizione XXXI del Salone internazionale del libro di Torino, guidato dal premio Strega Nicola Lagioia, è alle porte e gli eventi da tenere d’occhio al Lingotto sono numerosi. Per comodità ragioniamo per aree di interesse, partendo con gli autori internazionali ovvero i nomi certamente più attesi: apre le danze giovedì 10 maggio (h11, sala Gialla) lo scrittore spagnolo Javier Cercas con la lectio magistralis intitolata “E pluribus unum: l’Europa e l’eroismo della ragione”.

Amatissima dal pubblico, l’autrice spagnola Alicia Giménez-Bartlett incontrerà i lettori venerdì 11 maggio (h16); invece Eduard Limonov, figura controversa che ha ispirato l’omonimo romanzo di Carrère, sarà di scena sabato 12 (h12). Lo stesso giorno Javier Marías presenterà Berta Isla (Einaudi) dialogando con Ernesto Franco (sabato 12, h16). Una provocatoria riflessione sul ’68 sarà il cuore dell’incontro di Edgar Morin domenica 13 (h11), seguito da Jeremy Rifkin ovvero il teorico dell’economia a costo marginale zero quale alternativa alla fine del capitalismo (h14.30, sala azzurra) e ci sarà spazio al dibattito civile con “Dopo, durante e oltre il #MeToo”, una tavola rotonda al femminile cui prenderà parte Alice Sebold (domenica 13, h12). Infine, domenica (h16) l’autrice francese Maylis De Kerangal incontrerà il pubblico, mentre alle 17 – in sala Azzurra – il premio Nobel del 2009, Herta Müller, ritirerà il Premio letterario internazionale Mondello e, a seguire, Almudena Grandes presenterà I pazienti del dottor García (Guanda) alle 17.30 in sala azzurra. Chiuderà le danze internazionali Andrew Sean Greer, il fresco premio Pulitzer con Less (La Nave di Teseo), lunedì 14 alle 12:30 presso l’Arena Bookstock. L’edizione XXXI del Salone aprirà al discorso su cinema e serialità con una serie di incontri pensati per gli amanti delle immagini: venerdì 11 (h17), Niccolò Ammaniti racconterà il backstage della serie-tv Il Miracolo (dall’8/5 su Sky Atlantic); Roberto Saviano farà il punto sui suoi numerosi progetti sul piccolo schermo (sabato 12, h17) e poco prima – h15.30, sala Gialla – Bernardo Bertolucci si racconterà a Luca Guadagnino, dando vita ad un atteso incontro fra due anime del cinema italiano. Un’altra ventata internazionale giungerà con i cinque finalisti del Premio Strega Europeo 2018 – Fernando Aramburu, Patria (Guanda), Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele (Neri Pozza), Lisa McInerney, Peccati gloriosi (Bompiani), Auður Ava Ólafsdóttir, Hotel Silence (Einaudi) e Lize Spit, Si scioglie (E/O) – saranno protagonisti domenica alle 18.30 in sala azzurra. Curiosità per due incroci dentro e fuori le pagine: il cantante Manuel Agnelli dialogherà con il premio Strega Paolo Giordano – sabato h18:30 – e domenica (h16.30) Maxime Durand, lo storico francese che ha fornito le proprie conoscenze per la realizzazione del videogioco Assassin’s Creed incontrerà Christian Greco, il direttore del Museo Egizio, (reso celebre dallo scontro pubblico con Giorgia Meloni).

Lagioia scommette forte su alcune voci, fra cui il bestiario sentimentale di Guadalupe Nettel (sabato, h15), il transalpino Tristan Garcia, autore di 7 (NN Editore) in programma domenica 13 (h15.30) in collaborazione con Institut Français Italia e la sudafricana Yewande Omotoso, autrice de La signora della porta accanto per 66THAND2ND, in programma giovedì 10 maggio, (h16:30). E infine, in un’ottica di apertura ai nuovi lettori e rinnovamento del linguaggio, spazio anche ai rapper-scrittori Ghemon (venerdì 11 maggio) e Gué Pequeno (domenica 13) e ovviamente non potevano mancare gli youtuber, ormai dominatori delle classifiche editoriali: Sofia Viscardi e Favij (giovedì, h16 e 17.30) e Iris Ferrari, che chiuderà le danze, lunedì 14 alle 18 all’Arena Bookstook.

“Quando Benigni mi buttò a terra e finse di baciarmi”

Nazional popolare nella sua essenza, con Milly Carlucci è difficile comprendere dove finisce la Rai e inizia lei, perché “c’è uno stile, dal quale non si può prescindere”. Così danza su parole e concetti, al colpo di tacco preferisce le punte, i toni li mantiene lievi anche se risponde del dualismo da sabato sera con Maria De Filippi spesso vinto nelle ultime settimane (“Amici è un buon talent, non mi piacciono le litigate”), o quando ripensa a se stessa studentessa ligia, ma “partecipe delle occupazioni”; stessa storia sul primo incontro con Fabrizio Frizzi (“Non riesco ancora a parlarne serena, mi viene da piangere”), o sugli esordi in televisione, lei prima “vittima” degli assalti alla Roberto Benigni.

Nazional popolare di sani principi.

Di tanti principi, con una premessa: non dobbiamo essere d’accordo tutti, ma comunque sempre civili.

Ecumenici.

È uno stile di vita, il rispetto al primo posto.

Altro che reality.

Siamo agli antipodi: non amo quel tipo di trasmissioni. E lo dico da quando non erano arrivati in Italia, mi è bastato vederne uno in Germania.

Più di un decennio fa.

Con i personaggi comuni gli autori sono costretti a trovare l’escamotage per catturare l’attenzione dello spettatore: allora il Grande Fratello tedesco andava malissimo, per questo a un certo punto introdussero la spogliarellista.

Vittoria facile, facile…

Dopo la prima doccia nuda e in diretta, nacque il fenomeno; medesima storia con il cast del GF inglese, composto da una transgender, un gay, un omofobo e altre sfumature di sessualità, e la prova assegnata era la lotta nel fango, combattuta mezzi nudi.

Lei è una delle ultime rappresentanti della Rai “vecchia scuola”.

Rispetto al tipo di spettacolo, sì; riguardo al linguaggio, no: c’è un marchio generale.

Non è un prezzemolino.

Non sono per tutte le stagioni, il mio modo di essere, il mio linguaggio non rientrano in ogni situazione, e soprattutto non sono indispensabile alla televisione. E poi amo il lavoro artigianale, costruito pezzo su pezzo: Ballando con le stelle va avanti quasi tutto l’anno, chiusa una stagione iniziamo a studiare quella successiva.

La domenica a che ora guarda gli ascolti?

Ci vengono comunicati, ahimé. Ma non sono loro il punto…

Si dice sempre così.

La controprova è nelle puntate stesse: per ottenere un punto in più di share, avrei potuto intraprendere altre scelte, invece non abbiamo mai optato sull’effetto immediato.

Lei è una delle poche belle donne senza foto nuda.

Solo perché non mi sentivo a mio agio: quando ho iniziato erano gli anni delle docce al cinema, degli sguardi privati attraverso la serratura, la donna era di contorno rispetto al comico.

E lei…

Ho rifiutato nonostante le offerte, non me la sono sentita. E non per una condanna morale, ero semplicemente a disagio, e così a un certo punto ho lasciato perdere il cinema.

Addio senza rimpianto.

Prendevo i copioni e non trovavo una linea narrativa legata al personaggio femminile, e un po’ ero influenzata dai miei studi all’Actors Studio di Los Angeles, dove ci avevano insegnato a leggere i ruoli secondo alcuni parametri.

Addirittura l’Actors Studio.

Scelta personale e testarda, con i miei contrari: papà, generale dell’aviazione, mi voleva magistrato, mentre io mi sentivo soffocare, giurisprudenza la consideravo il massimo dell’arido.

E quindi?

Prima di Los Angeles, iscritta ad Architettura a Roma.

Quegli anni ad Architettura erano politicamente molto “caldi”.

Prima di Architettura ho frequentato il Mamiani, uno dei licei più attivi della Capitale, scelto da mio padre perché lui credeva fortemente nel valore dell’istruzione pubblica, e poi era vicino alla nostra abitazione in via Mario Fani.

Via Fani è dove hanno rapito Moro.

Esatto, e durante quel periodo ricordo il caos totale, per settimane siamo stati quasi sequestrati dentro il palazzo.

Chissà suo padre.

I figli dei militari sono abituati alla precarietà del genitore: lui poteva sparire in qualsiasi momento, per un periodo variabile e magari senza neanche comunicare il reale motivo.

Torniamo alla fase liceale: lei occupava?

Ho attraversato quel periodo con una grande contraddizione personale: rispettavo il volere dei miei, quindi a scuola tutti i giorni, ma poi partecipavo alle assemblee con modalità un po’ carbonare.

Si divertiva.

L’aspetto grandioso erano gli ideali, e il desiderio… (ci ripensa) mi correggo: la certezza di poter cambiare il mondo, non ci sentivamo schiavi, e per un ragazzo è fondamentale.

Lei in kefiah stride un po’.

Infatti non sono mai stata quel tipo di ragazza, però le persone tranquille non sono quelle prive di determinazione, e ho sempre amato il dialogo. Quattro anni fa in trasmissione ho portato come concorrente una transgender, poi operata, ed è stata uno dei protagonisti più amati dal pubblico.

Il format di Ballando ha una forte matrice cattolica.

È vero, condivisa con il suo produttore (Bibi Ballandi, scomparso di recente); ho dentro di me i principi di accoglienza e rispetto.

Quest’anno la novità è stata quella di un concorrente in coppia con un altro uomo.

Temevo più polemiche, eravamo su un filo da equilibrista, c’è stato il rischio di trascendere, e sarebbe stato orribile; al contrario tutto si è risolto facilmente, al massimo le liti sono state se definire il balletto rumba o no.

È d’accordo sui Pacs?

Assolutamente, l’unico aspetto che non riesco ad accettare è l’utero in affitto, è una violenza sulla povertà.

Ha lavorato con Berlusconi.

In due passaggi fugaci: la prima volta nel 1983 quando le televisioni private erano alle origini e lui era convinto della necessità di sfidare la Rai sulla prima serata e con modalità quasi folli.

Senza avere la diretta.

Registravamo e poi partivano le cassette, consegnate in contemporanea e in tutta Italia grazie a una serie di corrieri.

L’ex Cavaliere onnipresente.

Controllava ogni passaggio, ma è normale, si stava giocando l’investimento della vita.

I suoi colleghi all’Actors Studio…

Da quella classe è uscita una regista e un’attrice da soap opera, nessuno di primo livello; resta un’esperienza fondamentale nella quale uno comprende quello che non sa fare, quanto si è scarsi.

Doccia gelata.

Ho capito che il grado d’impegno, dedizione e studio sono necessari: l’attore statunitense impara, e da subito, a cantare, ballare, recitare. Poi magari aggiungono la scherma, le arti marziali, il tiro con l’arco, e conoscono i segreti sugli accenti.

Non basta saper piangere.

La lacrima è meno del minimo.

Insomma, lei?

Mi impegnavo in ogni tipo di corso, ma non avevo i soldi necessari per restare, mio padre non voleva, così periodicamente tornavo in Italia, lavoravo con Arbore, e poi riprendevo l’aereo attenta a non spendere. Traduco: non avevo una lira.

Arbore parla molto bene di lei.

A lui devo tutto. Mi ha scoperta e dato la chance di lanciarmi.

Ne “L’altra domenica” c’era Roberto Benigni.

Bellissime le riunioni nelle quali si costruiva il programma, i confronti tra Roberto e Renzo erano spaccati di fantasia ed estro; ma il bello avvenne fuori dalle telecamere, nelle serate di piazza: in una di queste presento Benigni, lui arriva sul palco, zitto zitto, poi all’improvviso mi salta addosso, io cado, e tenta di darmi un bacio.

Alla Benigni.

Da quella sera è diventato un suo marchio, poi ripetuto con la Carrà, Baudo e altri.

Per anni ha condiviso la scena con Fabrizio Frizzi.

Un fratello e ancora oggi non riesco a parlarne con serenità (si ferma un secondo, sugli occhi appare una patina, ma la voce non si incrina) e forse ha raccolto troppo tardi quello che ha seminato nella vita.

La prima volta che vi siete conosciuti.

Da giovanissimi all’Istituto Calasanzio: lì insegnavo pattinaggio artistico a una serie di ragazzine che svolazzavano in tutù nel cortile di una scuola privata, gestita da preti, e solamente maschile.

Scandalo.

Fabrizio restava il pomeriggio all’Istituto per i compiti, e spesso si affacciava dalla finestra; anni dopo ci siamo ritrovati in Rai e dopo un po’ abbiamo collegato la vicenda e riconosciuti.

Stagioni in coppia a “Scommettiamo che…”

Quanto mi sono divertita: avevamo i camerini confinanti e uniti da un ballatoio: come due ragazzini ci bussavamo al muro e ci affacciavamo per pettegolare.

A cosa ha rinunciato?

Per anni e da anni vivo in una sorta di perenne equilibrio tra famiglia e professione, quindi ho dovuto dire di no a delle opportunità interessanti, come dei film all’estero, e al tempo stesso mi sono affidata alla disponibilità dei miei genitori per un aiuto con i piccoli.

Ha girato pochi film, ma con dei mostri sacri come Celentano.

Lui è molto meno folle di quello che uno può immaginare: è certamente un visionario, arrivava e proponeva idee solo sue, e aveva la forza di convincere il gruppo a percorrere quella strada; contagiava chiunque. È stato bravissimo a creare un suo genere.

Paolo Villaggio.

Un creativo: lui il copione lo prendeva e studiava, e in maniera meticolosa, poi lo scompaginava al momento del ciak.

Siamo nella stagione del #MeToo.

La vita delle donne in televisione non è stata semplice, all’inizio della mia carriera ci era permesso solo di portare le buste, di ballare, di sorridere, tanto carine; quindi è stato giusto alzare l’asticella per sfondare su un argomento così importante. Poi arriverà una fase-2 nella quale si potrà essere più razionali ed equanimi.

Il dualismo con Maria De Filippi…

C’è, ed è importante perché la competizione ti obbliga a migliorarti, solo che a volte ho la sensazione che qui dentro siamo gli unici a tenerci…

Il Marx con gli occhi a mandorla beffa i tedeschi

La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia, la seconda come farse. L’osservazione tratta da “Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” (1852) di Karl Marx sembra illustrare a perfezione il singolare destino della statua commemorativa inaugurata nella città natale.

L’occasione è quella dalla ricorrenza del 200° anniversario della nascita di Marx a Treviri (Trier in tedesco) il 5 maggio 1818. La più importante nazione “comunista” del pianeta, la Cina, ha donato alla cittadina una statua di bronzo di 4 metri e mezzo. Una dimensione da far concorrenza sia a quella, sempre in bronzo, piantata nel centro di Berlino, che lo ritrae accanto al sodale Friedrich Engels, che alla massiccia testa in cima alla stele della sua tomba, nel cimitero di Highgate a Londra, dove morì 65 anni dopo. Alla cerimonia di inaugurazione del colosso si sono presentati non solo cittadini e turisti, ma anche manifestanti anti-statua, ma soprattutto anti-Cina: principalmente quelli del movimento di estrema destra Alternative fuer Deutscheland (AfD), che hanno inscenato una marcia silente in onore delle vittime del comunismo, mentre altri hanno manifestato per esprimere solidarietà alla setta Falun Gong, il cui culto è da anni proibito e represso in Cina.

“Chi vuole contestare Marx è benvenuto, ma non con esibizioni di violenza o rabbia distruttrice”, è intervenuto a scongiurare incidenti il portavoce del comune, poco prima dell’inaugurazione del monumento della discordia.

Ma può – si chiedono gli oppositori, soprattutto quelli che non erano in piazza – una nazione votata alla democrazia come quella tedesca accettare un dono dal valore fortemente simbolico da regime autoritario, noto per reprimere ogni forma di dissenso?

E come la mettiamo con l’ex Ddr, vittima di un regime autoritario per quarant’anni, dove i simboli del comunismo sono stati abbattuti dopo la caduta del Muro e la riunificazione delle due Germanie nel 1990

“Il punto è che abbiamo discusso per due anni, e ci è sembrato giusto accettare come segno di amicizia”, ragiona il sindaco di Treviri. “Non si tratta certo di glorificare la figura di Marx”. Chi avanza dubbi, lo fa puntando il dito contro l’eccessiva ingenuità del primo cittadino, che accetta un dono targato Cina. Durante una cerimonia solenne, venerdì, il presidente cinese a vita Xi JInping ha definito l’autore del Manifesto del Partito Comunista il più grande pensatore di tutti i tempi, esortando i membri del partito a leggere le sue opere e a seguirne gli insegnamenti.

Molti attivisti non perdonano al gigante asiatico le numerose violazioni dei diritti umani e delle libertà civili. Solo pochi giorni – e qui veniamo al lato tragico della vicenda – fa la vedova dello scrittore dissidente e premio Nobel Liu Xiaobo, deceduto nelle carceri cinesi lo scorso luglio, ha rivolto un drammatico appello per la propria liberazione. Liu Xia, questo il suo nome, è agli arresti domiciliari dal 2010 senza nessuna imputazione formale e senza processo. Può darsi che la statua sia un dono avvelenato o comunque inopportuno di Pechino. Ma la polemica che si è accesa intorno alla statua di Treviri – e qui torniamo, citando Marx, alla farsa – avrebbe più senso se la Germania, l’Europa e il mondo trovassero una via efficace per convertire, ammesso ne abbiano la forza, Pechino al rispetto di libertà e diritti.

“Putin non è lo zar”. Record di fermati tra Navalny & C.

Due minuti e nemmeno una parola. Ieri a piazza Puskin, alla protesta che il governo non aveva autorizzato, Aleksej Navalny è arrivato, ha fatto dieci passi tra la folla a bocca chiusa. Poi è stato subito sollevato braccia e gambe dalle divise, per sparire nel ventre di un blindato con i “cosmonauti”, come i moscoviti chiamano la polizia bardata di elmi e divise antisommossa.

“Devono tener conto dei milioni di cittadini che non hanno votato per Putin”. Dopo l’appello su internet lanciato dal blogger anticorruzione, in migliaia sono arrivati nel centro della Capitale urlando in coro: “on nam ne zar”. Lui non è il nostro zar. L’eco dello stesso slogan contro il presidente si è sentito sui boulevard di Pietroburgo fino a Krasnodarsk. Il 7 maggio Putin giurerà da presidente per la quarta volta e queste manifestazioni si sono ripetute all’alba di ogni suo insediamento, ma nel 2018 la protesta anti-governativa sfida una percentuale elettorale stellare: 77% di preferenze, 56 milioni di voti e la storia russa stessa. Da lunedì solo Stalin sarà stato al potere più a lungo di Putin.

Secondo Ovd info, ong che monitora le detenzioni degli attivisti, ieri 592 persone sono state arrestate a Mosca, 1230 in 90 città della Federazione, da Krasnoyarsk a Novokuznetsk. A Mosca a schierarsi di fronte alla colonna degli attivisti anticorruzione che urlavano “pozor, Putin vor”, vergogna, Putin è un ladro, sono arrivati i cosacchi, poi i sostenitori del presidente, poi i patrioti, tricolore in mano e nastro di San Giorgio al braccio, ad urlare più forte:“rodina, svoboda, Putin”. Patria, libertà, Putin. È stato allora che sopra la testa di bronzo della statua di Aleksandr Puskin, sopra i caschi blu degli cosmonauti e i colbacchi dei cosacchi, il rombo delle eliche degli elicotteri che volavano bassissimi ha cancellato tutto: le urla di quelli in piazza contro “l’autocrate corrotto” e di quelli scesi a difendere “il padre della nazione” dai nemici della patria.

“È zapresheno, vietato parlare su Telegram, è vietato parlare per strada, ditemi cosa non è più vietato in Russia?” chiede Roman. “Posso essere qui, io so cosa c’è scritto nell’articolo 31 della Costituzione, i cosacchi no”, dice la vecchia Tatiana. La sua amica Olga, capelli bianchi e pensione di povertà, urla contro i teenager pro-governo: “Quanto vi hanno pagato? Eto za denghi, siete qui per i soldi, non posso credere che siate venuti qui spontaneamente”. Ivan, 23 anni, dice che i giovani della sua età che seguono Novalny sono liberasty, crasi tra le parole liberali e pederasti, ma “Maidan ne proidet”, Maidan non passerà in Russia. Un pugno di teenager gli ha risposto “my svabodny ljudi”, noi siamo uomini liberi e un giorno “come noi, anche la Russia sarà libera”.

Una fila di omon, unità speciali della polizia, è stata dispiegata come una barricata umana per dividere le due Russie faccia a faccia nella stessa piazza. Al primo buio poi si sono date le spalle, per sparire entrambe nelle stesse luci del sabato sera della città.

La “scorta” dei rabbini che vegliano su chi scrive anche durante lo “shabbat”

Mi rifugio in una stanzetta tranquilla. Vuota. M’illudo. Un rabbino con lo shtreimel del sabato sul capo – il tradizionale copricapo di pelo degli ebrei chassidici, un colbacco basso e largo per onorare le feste – si avvicina. Apre la Bibbia: “Figliolo, continua a scrivere, anche se è già iniziato lo shabbath?”. Sto peccando, ai suoi occhi.

Ho dimenticato di santificare il giorno di sabato, come prescrive l’Esodo. Zeev Elkin, il governatore israeliano di Gerusalemme, l’aveva promesso: “Il Giro rispetterà lo shabbath”, quando per gli ebrei ultraortodossi è strettamente vietato circolare in bicicletta. Infatti la crono si è conclusa un’ora prima. Ma i giornalisti del Giro sono dispensati? “Non ti preoccupare, pregheremo per te”. Il popolo di Israele è il battaglione del Re dei Re, la vita religiosa si basa su 613 precetti, comandamenti e divieti. Lo raggiungono una dozzina di devoti del chassidismo. Così è una celebrazione vera e propria. Per salvarmi l’anima. Prudente, salvo il pezzo sull’Ipad.

Il Giro con la stella di David: tutti pazzi per Elia il profeta

Nel giorno dello shabbath, Israele scopre il ciclismo: due milioni di spettatori lungo i 167 chilometri della seconda tappa da Haifa a Tel Aviv. Un miracolo, spiritualità e trascendenza del Giro in Terrasanta. Il messia di ieri ha il nome di un grande profeta, Elia. Quello di Viviani, campione olimpico di omnium (specialità della pista), che ha vinto con una volata poderosa: “Non è scontato che quando il Giro va all’estero ci sia così tanta gente sulle sue strade. Alla premiazione la folla era una marea che si perdeva a vista d’occhio: mi ha commosso, da corridore sono orgoglioso che il ciclismo sia così popolare anche dove è agli inizi, è un ricordo che io e gli altri del gruppo ci porteremo nel cuor per sempre”. Viviani si rammarica di non aver potuto visitare Gerusalemme come meritava, ma è rimasto contagiato dall’entusiasmo degli israeliani.

Anche se è uno sfizio costato ben 120 milioni di shekel (27 milioni e mezzo di euro, ossia 67.996 euro per ognuno dei 405,7 chilometri previsti in Terrasanta). Soldi a fondo perduto? Mica tanto. Trenta milioni li hanno stanziati i ministeri del Turismo e dei Trasporti. Poiché ci sono state difficoltà all’inizio nella ricerca degli sponsor – prevaleva una certa diffidenza – è stato il miliardario canadese di origini ebraiche Sylvan Adams a finanziare la maggior parte delle spese. Due anni fa, con la moglie Margaret, ha compiuto la sua aliyah, cioè la “salita”, l’immigrazione in Israele. Medaglia d’oro di ciclismo amatoriale alle Maccabiadi, magnate dell’immobiliare, ha abbinato la passione della bicicletta all’aspirazione politica (ed economica) di promuovere l’immagine di Israele grazie allo sport, con l’appoggio determinante delle autorità. Una scommessa vinta, dicono oggi da Netanyahu in giù. Ma non è l’opinione dei palestinesi, che hanno considerato “uno schiaffo alle leggi internazionali” il grande via a Gerusalemme, un modo per “promuovere la coloniale narrazione israeliana sulla Città Santa e i Territori occupati”, come ha dichiarato polemicamente il vicegovernatore palestinese Abdallah Siam. Mentre Dumoulin vinceva la crono d’esordio – l’ultimo a partire è stato il più veloce ad arrivare, in fondo una metafora quasi biblica – pochi chilometri più a est, un centinaio di ciclisti pedalavano da Ramallah, la capitale cisgiordana, sino al checkpoint di Qalandia, a nord di Gerusalemme, dove hanno dispiegato la bandiera palestinese. Un gesto simbolico. Ignorato dai media, schierati a “coprire” l’eccezionale evento del Giro sullo sfondo della Città Vecchia.

Tradotto in pecunia, un business geniale. La copertura mediatica riporterà infatti nelle casse del Comtec Group, la società di produzione del “Big Start Israel”, dai 12 ai 15 milioni di dollari (la valuta dei network televisivi) in diritti TV. Sono arrivati per il Giro in Israele più di 10 mila turisti che hanno prodotto un movimento di almeno 50 milioni di shekel (11,5 milioni di euro). Parecchi milioni lì genererà il merchandising, legato in particolare alla squadra Israel Cycling Academy i cui colori sono quelli nazionali. Le spese per portare il Giro sono state ingenti, gli ingaggi dei campioni hanno pesato. Ma il ritorno d’immagine compenserà l’eventuale buco.

Quanto alla corsa, Dumoulin ha perso volutamente la maglia rosa al traguardo di Cesarea, dando il via libera a Rohan Dennis, secondo della crono di Gerusalemme, e marcando stretto invece il belga Victor Campenaerts. La Bmc di Dennis sarà un forte alleato.

A Beirut si gioca alla democrazia

Dopo 9 anni i libanesi si recano alle urne per eleggere il parlamento secondo una nuova legge proporzionale, perciò i sondaggi sono ancora più inaffidabili del solito. Ma è già chiaro che Hezbollah – il partito armato sciita, longa manus dell’Iran sul Mediterraneo – otterrà abbastanza voti per continuare a mantenere lo Stato nello Stato che ha costruito. E con il quale di fatto governa il Paese nonostante un primo ministro sunnita, Saad Hariri e un presidente cristiano, Michel Aoun.

Il Libano è uno Stato confessionale e ad avere realmente il potere è Hezbollah. Innanzitutto per il potere di ricatto fornito dalla forza delle Falangi armate (in parte ancora impegnate a combattere a fianco del regime di Damasco appena oltre confine) e grazie ai soldi e alle armi provenienti dagli ayatollah di Teheran. Sono stati i miliziani di Hezbollah a comandare negli ultimi due anni le operazioni congiunte con il debole esercito regolare per tenere fuori dal paese dei Cedri i miliziani dell’Isis ancora presenti in Siria. In realtà Hezbollah aveva negoziato con i terroristi dello Stato islamico uno scambio tra prigionieri. Tornando al voto di oggi, la legge proporzionale, secondo molti osservatori, permetterà ai vari leader settari di camuffare meglio le dinamiche della spartizione dei poteri ma con l’aumento di candidati forti a livello locale, potrebbe anche rendere ancor più diviso e quindi instabile il Paese. I quasi cinque milioni di libanesi, la maggior parte coagulati a Beirut, vivono in case per lo più fatiscenti, senza acqua potabile e corrente elettrica a intermittenza.

Chi negli anni ha votato i rappresentanti di Hezbollah anche senza appartenere all’Islam sciita inizia a pensare che il partito di Dio dovrebbe smettere di spendere soldi ed energie per aiutare Assad in Siria, bensì aiutare i tanti giovani libanesi disoccupati e gli anziani senza pensione. Dopo la breve crisi diplomatica con l’Arabia Saudita sei mesi fa, Saad Hariri, è tornato a farsi le foto con il principe ereditario bin Salman che lo protegge e finanzia da Riad; sul fronte sunnita è lui il nome ancora più noto. Nel nord, nella seconda città più importante del paese, Tripoli, il candidato è
Ashraf Rifi, ex generale ed ex ministro della Giustizia, molto più aggressivo nei confronti del partito armato sciita; promette di portare l’energia elettrica 24 ore su 24 a tutti, non solo ai ricchi.

L’Agenda legale, associazione che realizza studi sulla situazione del Paese ha spiegato che queste elezioni “sono un matrimonio sulle rovine della democrazia”, in riferimento alla frase del ministero degli Interni e dei Comuni che ha definito questa chiamata alle urne “il matrimonio della democrazia”. Halim Shebaya, analista politico ha detto al Fatto: “È un tentativo del governo di mostrare una democrazia effettiva, mentre la terribile situazione, dovuta solo in parte alla crisi siriana e ai profughi, richiede una profonda revisione e un progetto globale di misure di riforma e anti-corruzione”.