Iss e AdnKronos: intesa per smontare le bufale in rete

Per mettere un freno al dilagare delle bufale sul web, l’Istituto Superiore della Sanità ha avviato un’intesa con l’agenzia AdnKronos Salute e il suo canale Sky Doctor’s Life.

Iniziando da “tre settori che hanno più bisogno di un intervento: vaccini, alimentazione e farmaci”, spiega Walter Ricciardi, presidente dell’Iss “l’idea è quella di un appuntamento settimanale tra la redazione e i nostri esperti, in cui l’ultima fake news viene smontata scientificamente”.

La rete contro le fake news sarà veicolata su più media perché diverse sono le fasce di età: “I giovani guardano sempre meno la tv e si informano sempre più sui social, mentre gli anziani sono ancorati al piccolo schermo”, ha sottolineato Ricciardi. Sarà anche importante assicurare una formazione mirata dai medici attraverso Doctor’s Life “perché in alcuni casi le fake news condizionano il comportamento dei sanitari. Useremo un linguaggio semplice e mirato perché anche i medici devono essere aggiornati e sapere come gestire le domande e gli interrogativi dei pazienti” ha poi aggiunto il presidente dell’Iss.

La scheda: i casi dei big

Twitter ha chiesto ai suoi 330 milioni di iscritti di cambiare le password per sicurezza. Un bug, già corretto, le ha rese visibili in un registro interno all’azienda. In questo caso non ci sono notizie di incursioni esterne: la richiesta di Twitter è solo una precauzione.

Facebook è il caso che ha fatto scoppiare il cosiddetto “data gate”. L’azienda britannica Cambridge Analytica ha sfruttato i dati ottenuti illegalmente dal social network per creare profili di utenti, da utilizzare per pubblicità e campagne mirate per influenzare il voto negli Stati Uniti e per il referendum pro Brexit.

Yahoo è il più grande “furto di dati” finora conosciuto, risale al 2014, è stato reso noto nel 2016. Un attacco hacker ha rubato i dati sensibili di quasi tre miliardi di utenti.

Uberha subito nel 2016 il furto di dati di 57 milioni di utenti e conducenti, compresi i numeri della patente di 600 mila americani. La società avrebbe poi pagato gli hacker affinché cancellassero i dati in loro possesso.

L’anno orribile dei nostri dati: ora è obbligatorio denunciare

Alert: “Cambiate le password”. E fatelo ora. L’ultimo allarme arriva da Twitter, la piattaforma dei cinguettii brevi che nelle scorse ore ha allertato i suoi 330 milioni di utenti dell’esistenza di una falla nella sicurezza. A spiegarlo è stata la stessa azienda: “Quando scegliete una password per il vostro account Twitter, noi usiamo una tecnologia che la maschera in modo che nessuno all’interno della società possa vederla. Abbiamo di recente identificato un problema per il quale le password vengono mostrate per intero nei sistemi interni”. La società ha specificato di aver risolto il problema e che non ci sono indicazioni di furto o di cattivo uso. Però “con eccesso di cautela” ha chiesto agli utenti “di considerare di cambiare la password su tutti i servizi per cui l’avete usata”.

Insomma, èufficiale: si è nell’annus horribilis per privacy e dati. Facebook, Cambridge Analytica, Yahoo, Uber, di nuovo Uber (un sunto dei vari casi è nel focus qui accanto). Ma anche nomi con minor risonanza mediatica. A settembre 2017, era toccato ad Equifax, importantissima società americana di controllo del credito: aveva fatto sapere di aver subìto, da maggio a luglio, un furto di dati con impatto potenziale su 143 milioni di cittadini. Nello stesso periodo, il Guardian aveva rivelato un attacco al colosso delle consulenze Deloitte, che aveva prontamente riferito di poter contare pochissimi clienti tra le “vittime”. Deboli anche alcuni cloud, i sistemi di archiviazione virtuali (per i meno tecnici, gli spazi online in cui conservare documenti invece di tenerli sul pc) tra cui quelli di Amazon: a ottobre del 2017, la multinazionale Accenture, che si occupa di consulenza, servizi tecnologici e outsourcing per aziende e pubbliche amministrazioni in tutto il mondo, è stata vittima di un data breach rilevato da UpGuard (che lo ha comunicato all’azienda dandole la possibilità di riparare): “Accenture – scrivevano nel rapporto – ha lasciato non protetti e pubblicamente scaricabili almeno quattro server di archiviazione basati su cloud, esponendo dati Api segreti, credenziali di autenticazione, certificati, chiavi di decrittografia, informazioni sui clienti”. La società aveva rassicurato: nessun rischio compromissione. Il rapporto sui data breach del 2017 realizzato dal Ponemon Institute e sponsorizzato anche dalla Ibm, se da un lato mostrava come il costo medio globale di una violazione dei dati fosse sceso del 10% rispetto agli anni precedenti (a 3,62 milioni di dollari) e che il costo medio per ogni record perso o rubato con informazioni sensibili e riservate fosse diminuito, passando da 158 dollari nel 2016 a 141, dall’altro rilevava che erano cresciute le dimensioni medie delle violazioni dell’1,8%, 24mila record ad attacco.

Di sicuro, se ne parla di più. “Con l’imminente applicazione del regolamento europeo sulla privacy – spiega Pierluigi Paganini, fondatore e direttore della sicurezza di CSE Cybsec – vengono alla luce tutte le violazioni. Il regolamento prevede sanzioni molto dure per chi le dovesse insabbiare”. Le aziende avranno 72 ore di tempo dalla scoperta per comunicarle alle autorità e agli interessati e sono previste sanzioni amministrative anche fino al 2% del fatturato. Sempre nei giorni scorsi, anche un famoso servizio di ‘ospitalità’ per progetti software, utilizzato soprattutto da sviluppatori informatici, ha comunicato ai suoi utenti di aver avuto un problema simile a quello di Twitter, l’esposizione di un “piccolo numero” di password. “Che sia l’effetto dell’imminente regolamento? – dice Paganini – Di sicuro è strano che un’azienda come Twitter non si sia accorta prima di star salvando le password in chiaro. C’è un problema sul monitoraggio”. Il regolamento europeo dovrebbe inoltre favorire, nei prossimi quattro anni, gli investimenti delle aziende nella sicurezza informatica. L’International Data Corporation (che svolge analisi di mercato) prevede che la spesa in sicurezza correlata crescerà del 19,5 % tra il 2017 e il 2021. L’anno prossimo, gli investimenti aziendali saranno intorno ai 3,7 miliardi di dollari.

Intanto, come sapere se i nostri dati sono finiti nelle mani sbagliate? Ci viene consigliato di utilizzare il sito haveibeenpwned.com. Si inserisce il proprio indirizzo email e si verifica se sia finito nell’attacco di un pirata informatico. Inseriamo una mail e scopriamo che risulta ‘coinvolta’ in tre data breach: il primo è del 2013, quando furono violati 153 milioni di account Adobe. Anche in quel caso la crittografia della password non era stata eseguita correttamente ed era stato facilissimo ricavare il testo normale. L’indirizzo mail è anche in una lista denominata “Exploit.it”, diffusa a fine 2016: 593 milioni di indirizzi email univoci, molti dei quali con password diverse e sottratte a vari sistemi. Questo non significa che quei dati siano nelle mani di qualche criminale, ma il rischio c’è. Nel dubbio, perché non cambiare password?

Mail Box

 

Storia di un’escort a domicilio: “Vendo il corpo, non l’anima”

Scende da un taxi e si vede subito che lei non è di zona: troppo smart, troppo fashion, ma soprattutto troppo sorridente per venire qui tra gli underdog di periferia. Entra in un alloggio di via Plava a Torino qualche minuto e poi via con un taxi verso un altro cliente.

“È un lavoro rischioso, entrare nella casa di un uomo è pericoloso, ma per me è meglio della strada.

Qui posso prendere degli accorgimenti, controllare chi è il cliente, poi avviso una mia amica, se dopo mezz’ora non mi sente avvisa la polizia. Non pensare che sono una troia, vendo il corpo, non l’anima. Ora che quello che voi chiamate il ‘vodoo’ è passato grazie a Oba Eware questa è la mia professione”.

“Lavoro a domicilio, mi piace girare, mantenere una netta divisione tra casa e lavoro, odio le code, il via vai nei condomini (e nelle strade), il sesso è un affare privato non deve diventare problema di tutti”.

Allora ciao, posso dire buon lavoro? Che tu possa essere felice?

Non so, non capisco, ma certo il mondo continua a essere un posto pieno di persone con storie che persistono nell’essere troppo vere per essere verosimili.

Fabrizio Floris

 

Il paradosso di Trump: contro le stragi vuole le armi

Il diversamente pettinato presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, è andato al convegno dei suoi amici e sostenitori armieri a rassicurarli che finché sarà lui l’inquilino della Casa bianca nessuna limitazione verrà posta agli armamenti.

Sono soddisfazioni! Riguardo al problema delle reiterate stragi compiute nelle scuole degli States dai “soliti” pazzi armati fino ai denti, il buon Donald ha pronta la soluzione: armare e addestrare gli insegnanti!

Geniale no? È l’omeopatia applicata alle carneficine: per fermare gli effetti nocivi delle armi aumentiamone la diffusione. E questa brillante idea è del cosiddetto “uomo più potente del mondo ”, capo della nazione faro della civiltà occidentale quegli Stati Uniti dai quali, noi italiani, importiamo tutto, sia il bello (poco) sia il brutto (assai).

A questo punto c’è da aspettarsi senza dubbio che cureremo il diabete con massicce dosi di zucchero, l’alcoolismo con fiumi di wiskhy, la stitichezza con le spremute di limone e la diarrea con i lassativi.

Mauro Chiostri

 

Siamo stati tutti adolescenti: gli insegnanti capiscano i bulli

Negli ultimi tempi sono saliti alla ribalta della cronaca casi di bullismo scolastico: fenomeno impensabile, almeno nelle dimensioni in cui oggi si configura. Ogni giorno si leggono notizie di docenti aggrediti da studenti o genitori. Detto ciò, aggiungo un paio di appunti.

In primo luogo, ogni adulto è stato adolescente. Con tale termine mi riferisco a un’età fondamentale nella crescita della persona sotto ogni punto di vista: fisico, psicologico, socio-affettivo, intellettuale. È una fase delicata per ogni ragazzo o ragazza, un periodo attraversato da turbamenti, inquietudini, sofferenze, sogni, desideri, scoperte, illusioni e delusioni, rabbia, trasgressioni. Un’età di cambiamento, che gli psicologi definiscono “età della disobbedienza”, poiché è normale iniziare a contestare l’autorità degli adulti, incarnata da genitori e professori.

Chi non ha mai compiuto un gesto di rivolta, né provato il sentimento di agitazione interiore che pervade l’adolescenza, temo sia stato un adolescente anomalo. Lungi da me l’intenzione di giustificare l’adolescente esagitato che aggredisce un docente.

Nel contempo, noi insegnanti, per essere credibili in una battaglia di civiltà, a salvaguardia della libertà di insegnamento e della dignità dei docenti e della loro stessa incolumità fisica, credo che dobbiamo biasimare i colleghi responsabili di violenze sistematiche, ma soprattutto vili ed ingiustificate, nei confronti dei discenti.

Mi riferisco ai soggetti più timidi, verso cui è facile “sfogare” le proprie frustrazioni, la propria crudeltà. Vi posso garantire che nelle scuole esistono insegnanti con inclinazioni sadiche, proclivi a infierire con accanimento verso gli alunni più vulnerabili, in quanto non in grado di difendersi, o privi della forza per denunciare i propri aguzzini. Sono comportamenti detestabili, da perseguire con fermezza e senza indugi.

Lucio Garofalo

 

DIRITTO DI REPLICA

In riferimento all’articolo “L’eterno schema Ponzi” pubblicato il 29 aprile precisiamo che Herbalife Nutrition non può in nessun caso essere assimilata al sistema delle vendite piramidali, in quanto adotta un legittimo modello di Network marketing che mai, da parte di nessun tribunale o ente governativo nel mondo, è stato qualificato come sistema di vendita piramidale.

Ufficio stampa Herbalife Nutrition Italia

Confermo che a luglio 2016, al termine di tre anni di indagini e dopo un patteggiamento, la Federal Trade Commission americana ha obbligato Herbalife a risarcire 350mila distributori con 200 milioni di dollari intimando modifiche al meccanismo di vendita dei prodotti, ma escludendo lo schema a piramide.

PDR

Il Macron del “Corriere” ovvero quando l’amore trionfa

Venerdì avevamo letto un sondaggio secondo cui 6 francesi su 10 pensano che Emmanuel Macron non dovrebbe ripresentarsi nel 2022. In un anno, dice un’altra rilevazione, ha perso 20 punti di popolarità e, sostiene una terza, deluso i due terzi degli elettori. Eravamo già preoccupati che quelli di Rothschild dovessero riprenderselo indietro, ma non è così. Un ponderoso editoriale del CorSera ieri ci ha rassicurati: tutto va bene. Sì, il Manchurian candidate transalpino ha vinto un po’ così e in Francia ci sono “preoccupanti segnali di rabbia e disagio” (a non dire di “estremismo e populismo”), ma “per la prima volta in questo secolo (sic), l’anno di Macron si conclude meglio di come era cominciato”. Ma che davvero? Sì, “è una sensazione palpabile”. D’altronde è talmente figo: “È riuscito a spezzare la micidiale spirale della rassegnazione e del piagnisteo”. E come? “Gli ingredienti della formula magica si chiamano fiducia e autostima” usati per “scardinare una società bloccata, prigioniera di corporazioni sindacali e seduta su privilegi di casta. Lo scontro è durissimo, le resistenze diffuse, ma la strada è imboccata”. L’emozione è palpabile: “Decreti a raffica velocizzano la marcia delle riforme. Il presidente ascolta tutti, ma decide da solo”. E dovreste sentire poi come si spiega: i suoi discorsi “traboccano cultura, reminiscenze letterarie…”. Questo per dire che è bello, in un’epoca tanto cinica, che sentimenti così ingenui e irrazionali abbiano spazio sul principale giornale italiano: mettete i fiori nei vostri Macron, almeno finché dura…

Lasciatemi urlare contro l’Italia

Cara Italia, questo è un urlo di rabbia. E mentre ti scrivo le lacrime mi offuscano la vista e mi rigano le guance rosee perché la rabbia, la sofferenza e la delusione portano a questo. Delusione. Bella parola, vero? Beh, tu sei questo per me, delusione. Ed anche mediocrità. Perché forse questa mia lettera verrà letta da qualcuno e quel qualcuno forse dirà che ho ragione, ma in realtà i suoi atteggiamenti e i suoi gesti saranno proprio quelli che criticherò. Sto esagerando? Non credo. Ormai dovrei averci fatto l’abitudine alla merda che riservi tu, Italia, alle persone come me. Alle persone che si impegnano, che danno il massimo, che fanno più di quanto dovrebbero, che fanno le cose con onestà. Tu gli riservi questo: merda.

Merda piatta e costante. Questo. Ogni giorno, ogni volta. E quando cercano di dare ancora di più, di superare i loro limiti, tu gli riservi altra merda. Ma quella persona continua, continua e cerca di superare gli ostacoli, cerca di saltare, ma ogni volta tu, Italia, li alzi di poco, quel giusto che basta per far cadere di nuovo.

E poi fai l’indifferente, come se la cosa non ti riguardasse, ti metti a guardare da lontano come la carta da parati. E fai sentire uno schifo quelle persone, che dentro di sé bruciano perché i loro numerosi sforzi non sono serviti a niente. Non servono a niente. Perché qui, ora, Italia tu sei proprio così. Fai andare avanti, lasci la strada appiattita e spianata a chi non ha mai fatto niente per te, a chi non si è mai impegnato e mai lo farà. Ma perché dovrebbe farlo, se tu gli dai tutto con il minimo dello sforzo? Per te le persone che valgono sono da temere, da buttare via, da mettere da parte. Allora cara Italia, non ti stupire se queste persone un giorno di abbandoneranno, ti volteranno le spalle e andranno via. Andranno in un luogo in cui essere onesti è parola d’ordine. È legge. Perché qui in Italia di leggi ce ne sono tante. Ma non servono a niente. A un cazzo. Ecco a cosa servono. A un cazzo. Perché le regole ci sono, sono tante e forse alcune sono anche giuste, ma nessuna, nessuna, viene messa in atto. Anzi ci sono le persone che le rispettano, ma queste vengono messe da parte e buttate giù proprio dall’autore di quelle regole: sempre tu, Italia.

Alle elementari essere più piccoli di un anno era un biglietto d’ingresso al regno di quelli considerati stupidi perché non abbastanza grandi per capire certi argomenti. E tua madre cerca di calmarti, di dirti che tutto passerà un giorno e tu ci credi perché sei ancora piccolo e non hai ancora visto il mondo. Allora continui ad andare a scuola e te ne freghi.

Poi iniziano le medie. Sono merdose come te, Italia. Lì l’età non conta più. No, lì non conta essere più grande o più piccolo. Lì conta essere fighi. Fare i fighi. Lì conta che non studi, che fai parte di un gruppo e che non hai un pensiero libero. Una voce fuori dal coro stona e viene fischiata. Un coro in sincronia e omologato viene applaudito. Sì alle medie il tuo pensiero non conta nulla né per i tuoi compagni né per i professori. Quei mitici prof che parlano tanto del bullismo, che fanno i discorsi su come possa fare del male ai ragazzi, di come possa distruggerli, ma poi se hanno un esempio di bullismo di fronte ai loro occhi ogni giorno se ne fregano. Quegli stessi prof che dicono di non essere omertosi sono i primi a comportarsi in quel modo. E tua madre ti dice che prima o poi i nodi verranno al pettine e tu non ci credi del tutto, ma vai avanti perché in fondo le medie durano solo tre anni.

Inizi le superiori. Ti senti carico. Dai che da quest’anno sarà tutto diverso. Nuova scuola, nuova vita, nuova testa, un nuovo inizio. Non è vero un cazzo. Non cambia niente, forse peggiora. I tuoi compagni non ti prendono più in giro perché il bulletto della situazione alle tue risposte pronte e “apparentemente” indifferenti ha paura e se ne va. Quindi niente bulli. Beh, allora cosa vuoi da me? Ti starai chiedendo. Beh, sì: niente bulli, ma l’indifferenza c’è ancora e non è solo quella degli alunni. I prof vedono lo schifo che c’è dietro ogni compito in classe, vedono le persone che si organizzano a copiare, vedono i compiti che con un semplice click escono dalla classe, vengono fatti da quelli più grandi e poi rientrano. Vedono anche che solo una persona o due al massimo studia e si impegna veramente. Ma sembra quasi che quella persona gli dia fastidio. E così quelli che passano il pomeriggio a cazzeggiare vanno avanti e quelli che passano ore a studiare, a fare il proprio dovere, che si impegnano, che sono intelligenti (non i nerd della situazione) vengono calpestati. E mamma ti dice di non preoccuparti perché tra quattro anni sarai via da te, via dall’Italia. Ti dice che prima o poi vedrai il cadavere del tuo nemico passarti davanti. Tu devi solo aspettare… e avere pazienza. Ma questa volta non le credi più. Perché ormai sai come funzionano le cose. Sai che tu, Italia, non cambierai mai. Sai che tu, persona che vali, in realtà per questo luogo, per questo contesto, per questa mentalità, per queste montagne, mari, venti, non vali proprio un cazzo. Anzi in realtà sanno che vali. Ma non gli frega. Fanno finta di niente. Ti spingono, ti fanno lo sgambetto e cercano di farti cadere. E tu ripetutamente cadi e sbatti la testa, ma sei forte e il colpo non è mortale. Poi dopo l’infinitesima volta, vorresti che lo fosse.

“Quello che non ti uccide ti fortifica” mi dirai. Beh, io ora sono più che forte. Ma sono arrabbiata. Molto arrabbiata. Tu Italia non meriti me e le persone come me. Non meriti di essere salvata. Meriti di cadere in una crisi che ti faccia perdere tutto, perfino la dignità. Meriti di provare tutto il dolore che ci hai fatto provare a noi, a noi quattro persone che ci impegniamo e diamo il massimo per te. Ma tu ora non meriti più il nostro massimo. Lo meritano altri paesi. Lo meritano il Canada, l’Olanda, la Francia, la Cina. Sì, anche la Cina che tu critichi perché il ‘Made in Italy’ non si batte. Beh, ti dico una cosa Italia…. il ‘Made in Italy’ è finito quando tu hai deciso facendo andare via le persone che lo creavano. Le hai fatte fuggire. Le hai fatte andare in Cina, con il ‘Made in China’. Almeno lontane da te le persone che valgono riescono ad emergere…

Cara Italia, Tu mi hai rovinato l’adolescenza. Quell’età che per tutti è la più bella e spensierata me l’hai trasformata in una merda. Quindi grazie. Grazie per la tua merda. Grazie per il tempo che hai sprecato a farmi cadere. Grazie per tutto l’impegno pagato con parole vuote ed inutili, con messaggi di speranza che in realtà sono solo messaggi di presa per il culo. Grazie per la felicità negata e la rabbia raggiunta. Grazie per la delusione che mi hai creato nel cuore e nella mente.

Ecco cosa sei diventata Italia: delusione, mediocrità, indifferenza, omertà, cattiveria.

Tra qualche anno sentirai un grido. Sarà il mio. Ma invece di essere un grido di disperazione come quello che mi stai facendo dare ogni giorno ora, sarà un grido di felicità, di pace raggiunta. Perché avrò realizzato i miei sogni senza neanche un aiuto e li avrò realizzati in un altro luogo, in un luogo dove la diversità e l’impegno sono parole chiave, dove l’onestà viene apprezzata. E tu starai lì a guardare e forse, finalmente, calorosamente ti sentirai male. Capirai tutte le cazzate che hai fatto ed inizierai a piangerti addosso. Ma ormai sarà troppo tardi.

Quindi, cara Italia,

Vaffanculo. Con affetto.

La scuola dei ciondolanti deve ripartire dalle scarpe

 

“Esistono vari livelli di insopportabilità e di antipatia. Sono i maschi di dodici o tredici anni che crescono all’improvviso e, muovendosi in modo goffo e scoordinato, urtano qualsiasi cosa, rovesciando sedie o facendo cadere di continuo dal banco libri, quaderni o penne. Sono quelli che si rivolgono ai loro compagni con suoni gutturali, accompagnati da spinte e strattoni più o meno minacciosi”.

Carlo che insegna alle medie in Abruzzo. Dal libro di Giovanni Floris “Ultimo banco”, Solferino editore

 

Mi piace pensare che Giovanni Floris costretto (come chi scrive) a osservare e respirare continuamente gli anelli di fumo della politica, un bel giorno abbia deciso di concedersi una passeggiata di salute nella vita reale. Che sia entrato in una scuola e che passeggiando per i corridoi abbia incontrato insegnanti, genitori, alunni e, chissà, anche se stesso qualche anno fa. Lo immagino come uno studente brillante: mi sbaglierò, ma lui seduto all’ultimo banco non ce lo vedo proprio. Anche se in un racconto così ricco di umane esistenze ed esperienze alla categoria dei somari (chiedo scusa: degli studenti problematici, disagiati) non è dedicato un capitolo specifico, gli ultimi della classe fanno lo stesso sentire la loro disturbante presenza. L’elenco dei comportamenti molesti, a cura dell’insegnante Carlo, vale da solo più di qualsiasi trattato sociologico sull’età difficile. Eccone un assaggio: “Ciondolare pericolosamente su una sedia; non raccogliere mai gli oggetti fatti cadere dal banco; chiedere di andare al bagno nel momento clou di una spiegazione; dire: ‘Prof, non abbiamo capito ci rispiega?’ per evitare l’interrogazione”. Così via con altre imperdibili perle. A quanto ricordo nell’altro secolo fui uno studente piuttosto svogliato, distratto. E non so dire se per mia congenita incapacità o perché la monotonia dei suoni che giungevano dalla cattedra mi induceva allo sbadiglio, a ciondolare, a estraniarmi, a cercare le più bizzarre scuse per non essere interrogato. In un libro uscito l’anno scorso, “Coach Wooden and me”, Kareem Abdul-Jabbar, uno dei più grandi giocatori di basket di sempre, racconta del suo incontro con John Robert Wooden, maestro sublime della pallacanestro. Siamo nel 1965 e a Los Angeles la più grande squadra di matricole della storia del basket era impaziente di bere alla fonte del sapere sportivo. Ma il guru esordì così: “Oggi impareremo come metterci le scarpe da ginnastica e le calze in modo corretto. Parleremo dei concetti di calze tese e di scarpe comode”. Se voleva stupire aveva fatto centro con ragazzi che credevano di essere in diritto di saltare l’alfabeto e di scrivere romanzi. Wooden non era affatto un tipo stravagante, la sua ossessione erano però le vesciche ai piedi per colpa delle quali, sosteneva, si poteva anche perdere un campionato. Mi chiedo, ma lo chiedo soprattutto a Floris e all’insegnante Carlo, se quegli studenti perduti potrebbero ritrovarsi in una scuola che sapesse ricominciare dai fondamentali, dalle stringhe ben strette. Da come, per esempio, dietro l’apparente astrusità di certi versi dell’Iliade o di Dante brillino scintille di vita, sentimenti passioni, emozioni che potrebbero accendere un fuoco in quelle menti intorpidite. Ma forse sono io che cerco una scusa per non aver fatto i compiti.

Il privilegio di essere amici di Gesù, in cambio dalla nostra obbedienza

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri” (Giovanni 15,9-17).

Il Vangelo di oggi inizia dove finisce quello di domenica scorsa, continua il grande discorso di Gesù nel cenacolo. Nell’allegoria della vite ha ripetuto di continuo “Rimanete in me” ma, per fugare ogni equivoco, non rimanda più a nessun’altra metafora o parabola perché sia chiara l’esortazione che affida come comando: “Rimanete nel mio amore”. Siamo di fronte a un’espressione fondamentale della fede cristiana: la strada dell’amore è tracciata, ci siete dentro come la linfa nei tralci, resistete, non separatevi. È vero, noi portiamo dentro l’esperienza dei tradimenti, l’amaro ricordo di delusioni, ci difendiamo dall’amore, spesso ne abbiamo paura, lo fuggiamo. Qualcuno uccide l’amore!

Ma Gesù Maestro ci soccorre: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”. Non si tratta solo di un’unità morale di volontà esistente in forza di un rapporto personale di affetto, ma è essere in comunione in virtù di una qualità divina. Che cos’è, dunque, la vita cristiana? Quando, su iniziativa divina, è avvenuto l’inserimento in Cristo, bisogna dimorare nel suo amore, continuare a vivere imitando (come) l’unione del Padre e del Figlio che si è storicamente compiuta nell’amore del Cristo verso i discepoli: “Come io ho amato voi e come io ho osservato i comandamenti del Padre mio”. Questa è la differenza evangelica: la fede esige che noi ci eleviamo a livello di Dio! Di qui l’esigenza di rispondere all’amore di Gesù in obbedienza al suo precetto e a come ci ha amati: “Li amò sino alla fine”! Questo amore nasce dall’obbedienza, l’obbedienza dall’amore.

Se Gesù si presenta come la misura alta della nostra vita, teme che non riusciamo a corrispondergli e perciò ci rianima avvicinandosi alla nostra umanità: “Vi ho chiamato amici”. Ma chi sono gli amici di Gesù? Egli stesso risponde: “Siete miei amici se fate ciò che vi comando”. Un Dio che si mette alla pari della nostra condizione, l’amico che condivide con noi successi e sconfitte, che apre il cuore verso tutti, che fa passare dalla solitudine alla comunione, dall’individualismo alla feconda reciprocità delle relazioni. Mentre il servo non sa quello che fa il suo padrone, l’amico da estraneo diviene familiare, si mette alla pari dell’amato. Gesù estende il medesimo privilegio della sua amicizia a tutti gli uomini, a partire dalla loro obbedienza ai suoi comandi. Questo status di amici di Gesù reca con sé una bella responsabilità: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”. Ecco di Chi è l’iniziativa: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,10).

Perché siamo sollecitati a rimanere in questa logica? Gesù vuole che la sua gioia abiti nei suoi discepoli e che la loro gioia sia piena, anzi perfetta. Il Padre desidera che i figli siano felici e, perché vengano educati all’amore incondizionato per la vita, ha inviato Gesù come modello e sostegno per goderla appieno: “Che vi amiate gli uni gli altri”. Questa è la strada gioiosa della vita.

*Arcivescovo di Camerino – San Severino Marche

Padoan il distratto tutela i banchieri dai guai giudiziari

Per scrivere la Costituzione italiana, testo di una qualche complessità, ci vollero 18 mesi. Se il risultato non si fosse dimostrato quantomeno decente in 70 anni di sperimentazione pratica, potrebbe venire il dubbio che i padri costituenti abbiano tirato via. Infatti al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, che è un intellettuale rigoroso, di mesi non ne sono bastati 36 per scrivere il regolamento attuativo delle nuove norme sui requisiti morali e professionali dei banchieri. I casi sono due. O Padoan non è in grado di assolvere al compito oppure è un ministro veramente distratto. Non si è accorto dell’urgenza di norme più severe nemmeno dopo che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha indicato in “gravi episodi di mala gestio” la causa scatenante del crollo di banche colpite dalla crisi economica.

Eppure è l’Europa, così cara al ministro, a invocare il giro di vite. La direttiva Crd IV risale al 2013 ma dopo cinque anni l’Italia non l’ha ancora applicata. È vero che è stata recepita il 12 maggio 2015, ma quel decreto legislativo ordina al ministro dell’Economia di emanare, “sentita la Banca d’Italia”, un regolamento applicativo dei nuovi criteri. Da tre anni Padoan riflette. Nell’agosto scorso ha pubblicato una bozza di decreto aprendo una consultazione pubblica che si è chiusa il 22 settembre. Sul sito del ministero non c’è traccia dei contributi inviati, ma si sa che i banchieri, attraverso il loro presidente Antonio Patuelli, hanno tuonato contro l’inusitata severità del pur tremebondo testo cesellato dal ministro. Da sette mesi Padoan sta riflettendo su quali obiezioni recepire nel testo. Prossimamente, fa sapere il ministero, manderà il testo alla Banca d’Italia per il prescritto parere. Non osiamo pensare quanto impiegherà Visco per dispiegare il suo pensiero. Ma la pigrizia di Padoan non è innocente. Un anno fa The European House Ambrosetti ha calcolato che con le nuove norme andrebbero a casa un quarto dei consiglieri delle 19 grandi banche quotate in Borsa. Delle 19 banche solo una ha tutto il cda in linea con i nuovi requisiti.

Andiamo sul concreto. L’anno scorso la Bce ha diramato una direttiva per l’applicazione delle nuove regole. Si legge per esempio: “Il semplice fatto che vi sia o vi sia stato un procedimento giudiziario a carico di un soggetto rileva ai fini dell’onorabilità. (…) Le circostanze alla base del procedimento potranno essere considerate al fine di determinare se vi siano conseguenze per l’onorabilità pur in presenza di pronuncia favorevole da parte dell’autorità giudiziaria”. Dunque anche un processo concluso con l’assoluzione potrà rivelare comportamenti tali da consigliare l’allontanamento del banchiere verso mestieri più innocui.

Ed ecco un esempio di quanto non sia casuale la distrazione di Padoan. Dieci giorni fa, venerdì 27 aprile, sono stati rinviati a giudizio per ostacolo alla vigilanza cinque dei 15 consiglieri di sorveglianza di Ubi Banca, e due dei sette membri del consiglio di gestione. Tra gli imputati ci sono il presidente Andrea Moltrasio, il vicepresidente vicario Mario Cera, il vicepresidente Flavio Pizzini, l’amministratore delegato Victor Massiah. Il giorno stesso i due consigli composti per un terzo da imputati hanno confermato la fiducia agli imputati. Il Corriere della Sera ha titolato: “Fiducia rinnovata, l’onorabilità è salva”. Spiegazione: “Vertici imputati: i consigli della banca hanno già neutralizzato il rischio reputazionale”.

Manca il pezzo decisivo. Con le norme europee – che Padoan sabota di fatto da tre anni – toccherebbe alla vigilanza Bce l’ultima parola sui requisiti di correttezza degli imputati. Ma l’onorabilità di tutti sarà salva finché ci penserà Padoan a fare la guardia.

25 aprile e 1° maggio, le feste orfane

Ci muoviamo a tentoni, in una nebbia fitta di memorie sbagliate. E quando urtiamo chi, come noi, ha sbagliato strada, siamo pronti alla polemica ma non a rivedere il percorso. Quasi ogni notizia è notizia di un errore che si scontra con un errore opposto e simmetrico. Lungo il percorso, entrambi si rafforzano. Errori di ricordi, eventi, valori, cose in cui crede, cose da negare si moltiplicano e si negano a vicenda.

Un esempio: nelle stesse settimane la Polonia vota una legge che vieta (con pene adeguate) di parlare della Shoah. Il Parlamento della terra di Oswiecim (Auschwitz) nega che vi sia mai stata una partecipazione polacca al tentato sterminio del popolo ebraico o una collaborazione con i tedeschi, occupanti e operatori dei campi. Intanto il governo austriaco diventa nazista, il governo ungherese riconferma la propria fede di estrema destra (Orban presidente sostenuto da una maggioranza neo fascista) e l’Italia manda personaggi, auguri e saluti di tutta la destra, compresa quella che finge di essere democratica e vuole governare. È il tributo a un leader che, nel silenzio dell’Europa, ha raso al suolo ogni istituzione democratica, dall’indipendenza della magistratura alla libertà di stampa.

Come ci ha ripetuto invano il passato, i fascisti non vengono mai soli. Ad esempio, la comunità ebraica di Berlino ha appena dichiarato di sconsigliare, specialmente ai più giovani, di indossare la “kippà” (il copricapo rituale ebraico). Lo dice a Repubblica il presidente della Comunità berlinese Schuster aggiungendo questa riflessione: “La Germania ha fatto i conti con il proprio passato come nessun altro, ma ha dipinto troppo gli ebrei come vittime e troppo poco come parte integrante della società tedesca da secoli”. La frase finisce per essere simmetrica alle motivazioni della legge polacca. Per ragioni opposte, s’intende, e nonostante la motivazione nobile, il messaggio inviato a un insegnante che debba parlare di Shoah ai suoi allievi, e magari organizzare un viaggio di visita ai campi, è lo stesso: diminuire l’insistenza sulla persecuzione e i suoi metodi. Per i polacchi la spiegazione è triste e semplice: tornare al fascismo. Il presidente della comunità di Berlino Schuster dice una cosa giusta, ma mostra invece di non vedere l’emergenza di una Europa che non ha nulla da obiettare ad alcuni importanti Paesi membri della Unione per il loro dichiarato e pubblico antisemitismo (Polonia, Austria, Ungheria ma anche Repubblica Ceca, Slovacchia), mentre si diffondono, elezione dopo elezione, i successi dei partiti populisti identitari, xenofobi e, tradizionalmente, difensori dell’esclusivo predominio cristiano.

In Italia tanti avranno notato che due feste a cui si aggancia il senso della nostra storia contemporanea sono rimaste orfane, in mano a cittadini disorientati e a celebranti senza fede.

Parlo del 25 aprile, festa della Liberazione italiana. E del 1 maggio, festa del Lavoro. La prima era stata sconsacrata con piglio bolscevico da Berlusconi e dichiarata “comunista” dal leader insediato a Palazzo Grazioli come primo ministro. La seconda ha portato un grande imbarazzo perché è difficile celebrare il lavoro che non c’è. Nessuno se ne sta occupando. Non ci sono progetti per crearlo. E, se necessario, diventa rivoluzionario proporre direttamente modeste somme di danaro che lo Stato verserà a chi non lavora, piuttosto che imbarcarsi tra le fantasie del come creare nuovi posti in nuovi luoghi detti “la crescita”.

Tutto ciò racconta di un Paese sperduto negli ultimi posti di una Unione a cui vengono inviate continuamente percentuali da osservare, somme da pagare e debiti da ridurre. Non sappiamo celebrare il 25 aprile, anche perché costringerebbe a ricordare che metà dei leader italiani, e metà dei nuovi governi europei negano tutto ciò che il 25 aprile celebra. Non sappiamo celebrare il 1 maggio, salvo un bel concerto di gente giovane che, almeno, è giovane, perché chi siamo noi (guardate i nomi di chi governa e di chi vuole governare) per contrastare il vento violento del neo capitalismo che punta sradicare il lavoro come forza politica? E, dopo anni di comportamento umano verso i migranti, quando Giusi Nicolini era il sindaco di Lampedusa e la Marina italiana era l’operazione “Mare Nostrum”, alcuni politici italiani (Salvini, Minniti, Meloni) hanno pensato bene di unire le forze contro i rifugiati, tanto per lasciare, in un’epoca confusa e nebbiosa, una loro impronta di civiltà. E così hanno insediato i lager in Libia. Un giorno i ragazzi delle scuole saranno portati a visitare ciò che ne resta per conoscere il passato e non ripeterlo. Oppure diremo, alla polacca, che in quegli anni, annegavano solo gli imprudenti.