Diecimila persone assunte, ma solo per la durata del piano industriale, poi saranno 8.500. E assunzioni con esclusione di continuità con il passato. Sono alcuni dei punti del contratto di affitto con obbligo di acquisto siglato dalle società del gruppo Ilva e da Am InvestCo Italy il 28 giugno 2017. Dettagli svelati dal Secolo XIX e che fanno insorgere i sindacati, ai quali il contratto non è stato fatto leggere per “motivi di riservatezza”. Il contratto prevede inoltre che nell’arco del piano Am non può licenziare, ma può incentivare l’esodo e avvalersi degli ammortizzatori sociali; la violazione dell’obbligo dei livelli occupazionali comporta una penale di 150 mila euro per dipendente licenziato. Il prezzo dell’aggiudicazione è stato fissato a 1,8 miliardi di euro, mentre quello dell’acquisto verrà calcolato con la valutazione del magazzino, dei debiti e dei crediti. L’acquisto, infine, è subordinato al verificarsi di una serie di condizioni legate, tra l’altro, alle pendenze giudiziarie. “È la conferma di ciò che denunciavamo: il governo ci ha preso in giro e ha già contrattato tutto con Mittal, penali comprese”, dice il segretario genovese della Fiom Bruno Manganaro, “questo significa meno persone in fabbrica e con salari peggiori”.
Coste sarde, il mistero della legge fantasma
L’urbanistica, si sa, in Sardegna è un tema delicato, su cui possono fondarsi i destini politici di una legislatura e su cui può cadere una Giunta. Ne sa qualcosa Renato Soru, il padre della legge salva coste e del piano paesaggistico regionale che si dimise, nel 2008, dopo la bocciatura in Consiglio Regionale di un emendamento alla legge urbanistica allora in discussione e da quel momento in poi rimasta in sospeso.
L’onere di riprovarci è toccato all’attuale presidente Francesco Pigliaru, con un disegno di legge di riordino che avrebbe dovuto accogliere le rigorose indicazioni di tutela del Ppr del 2006 ma che in realtà, dicono gli ambientalisti, rischia di stravolgerle, dando il via libera a una nuova colata di cemento sulle coste sarde. Alla finestra ci sono gli investitori internazionali del mattone, tipo l’emiro del Qatar o imprenditori locali.
Sul tema è lacerata, da mesi, anche la maggioranza di centro sinistra che governa la regione, coi filo-soriani del Pd e l’intera componente di Mdp pronta a dar battaglia sui punti più controversi del disegno di legge sull’urbanistica: l’articolo 31(aumenti volumetrici nella fascia costiera), l’articolo 43 (deroghe per programmi e progetti ecosostenibili di grande interesse sociale ed economico) e l’allegato A4 sul calcolo del dimensionamento volumetrico assegnato per comune (oltre 9 milioni di metri cubi di cemento in più sulle coste sarde), che lo stesso presidente della Regione Pigliaru, nel corso di un’assemblea pubblica il 27 aprile, si diceva convinto di voler stralciare dal testo generale, insieme alle “grandi deroghe”, troppo arbitrarie, dell’articolo 43. In questo clima, proprio mentre Pigliaru inaugura la fase d’ascolto pubblica estesa ai portatori d’interesse e alle associazioni, accade il giallo: il 30 aprile sul sito istituzionale della Regione compare per poche ore un testo “unificato” sulle “Norme per il governo del territorio”, contenente delle modifiche mai passate al vaglio del voto nella commissione competente, che provoca la rivolta degli alleati e il rischio di una crisi, poi rientrata dopo i chiarimenti dell’assessore all’Urbanistica Cristiano Erriu e la rimozione del documento dal sito.
Ad alimentare il giallo rimane però un avviso in carta intestata della Commissione Urbanistica che invita le parti interessate a visionare il “Testo unificato del dl 409 – Norme per il governo del territorio” . “Ma quale testo unificato? In Commissione non si era discusso di unificare i testi o di apportare modifiche, eravamo in piena fase istruttoria”. A parlare è Eugenio Lai (Mdp) che subito dopo aver appreso le novità è corso a chiedere spiegazioni sull’accaduto, pronto, se del caso, a ritirare la fiducia alla maggioranza in Regione. “Non c’è stata votazione articolo per articolo” prosegue, “né tantomeno una votazione finale anche perché la roadmap stabilita da Pigliaru prevede prima l’apertura al dibattito pubblico e solo dopo il momento di sintesi all’interno della maggioranza”. Cadono dalle nuvole anche gli ambientalisti, fra cui Sandro Roggio, già componente della Commissione Urbanistica regionale nell’era Soru ed oggi schierato contro il ddl Urbanistica: “Ci siamo trovati davanti un altro testo, per giunta con variazioni peggiorative. Nell’articolo 43 revisionato, ad esempio, i “grandi progetti” presentati su proposta della giunta vengono ora sottoposti all’approvazione del Consiglio regionale. Peccato che così ogni consigliere regionale si sentirà autorizzato a portare gli interessi del suo territorio, dai grandi investimenti del Qatar in Gallura a quelli di un piccolo imprenditore locale in Ogliastra. Un disastro”.
“L’isola ai cittadini”: lo Stato, però, preferisce il cemento
Il Demanio rimette in vendita Poveglia. In barba a cinquemila veneziani che si sono organizzati per salvarla. Un braccio di ferro che dura da quando l’isola della Laguna, di proprietà dello Stato e abbandonata da anni, è finita all’asta per la prima volta nel 2014. I cittadini si sono fatti avanti subito per difenderla dai privati. Hanno dato vita a un’associazione, “Poveglia per tutti”, e hanno presentato un’offerta da 400mila euro per gestire quei sette ettari verdissimi di fronte a Malamocco. Ma l’agenzia del Demanio non ha mai preso in considerazione la proposta. Eppure le manifestazioni di interesse arrivate sono state appena tre, di cui una esclusa perché inammissibile e un’altra da 513mila euro del gruppo Umana, creatura all’attuale sindaco Luigi Brugnaro. “Il nostro obiettivo è evitare che sull’isola sorga l’ennesimo grande albergo – ci spiega Lorenzo Pesoli, presidente di “Poveglia per tutti” – . Deve rimanere un bene comune, un posto per i veneziani. Sogniamo di farci un parco, un piccolo bar e una foresteria”. Senza gonfiare le tasche di costruttori e imprenditori. Perché si possa continuare a fare i tuffi in libertà dai barchini ancorati intorno alle sue coste. “Per 23 volte abbiamo trattato negli uffici del Demanio, niente da fare peró, ci hanno scartati senza mai darci una spiegazione – continua Lorenzo -. I soldi per i lavori li abbiamo raccolti con un crowdfunding. Quasi tutti i soci non hanno voluto la somma indietro”. Perfino il Tar del Veneto, con sentenza dell’8 marzo, ha dato ragione all’associazione e ha imposto all’Agenzia di rivalutare la richiesta avanzata dai cittadini di avere in concessione per sei anni una porzione dell’isola. Ma l’agenzia sta facendo di tutto per scoraggiarli. Prima dell’autunno, ci fa sapere, pubblicherà un nuovo bando che nei fatti metterà fuori gioco l’associazione. Poveglia sarà inserita nel progetto “Valore paese-fari”, con cui il Demanio affida a privati (per tre anni fino a 50) edifici costieri da riqualificare e sviluppare. Anche l’associazione potrebbe partecipare. Solo in teoria. Perché in pratica non ha abbastanza risorse per trasformare l’isola nell’ennesima fonte di business turistico. “Per noi valorizzare l’isola significa non tradire la sua identità, conservare l’area verde e selvaggia, farla diventare un luogo di incontro all’aperto”. Poveglia è costituita da tre isolette, quella a forma ottagonale, quella occupata dall’ex ospedale pericolante e dai resti della Chiesa di San Vitale, e quella ricoperta di vegetazione.
Il sindaco prende le distanze da questa vicenda. L’unica cosa che tiene a ricordare è che oggi è finita l’era del far west e che prima di costruire un hotel serve il via libera del Consiglio comunale. Forse è tardi. Visto che Venezia ormai è come Disneyland. I padroni di quasi la metà delle sue isole (in tutto 52) sono colossi privati. Da Santa Cristina, trasformata da uno dei discenti della famiglia Swarovski in un resort di lusso, a San Clemente comprata dal gruppo turco Permak che ha messo in piedi un hotel a cinque stelle gestito dalla catena tedesca Kempinski. “L’adozione dal basso degli spazi pubblici è la soluzione del futuro – sottolinea Davide Scano, consigliere comunale 5 stelle – Non possiamo sperare che i Comuni riescano a mantenere in eterno isole, parchi e palazzi. Affidare Poveglia ai cittadini sarebbe un’esperienza unica, di grande civiltà”. Ma il piano del Demanio ormai è un altro. A meno che un pio magnate dell’edilizia non decida di allearsi con il gruppo di cittadini, possiamo dire addio anche a Poveglia.
Da febbraio intanto un’ordinanza del ministero delle Infrastrutture vieta la navigazione intorno all’isola per un raggio di venti metri e l’approdo. “Negli ultimi anni abbiamo organizzato convegni, spettacoli e concerti” conclude Lorenzo. Adesso invece la fruizione pubblica dell’isola è totalmente bandita.
Tre morti in mare: mamma e figlia ritrovate abbracciate
I corpi sono affiorati dal mare ieri mattina: una donna e una bambina, ritrovate abbracciate. A scoprirli è stata la Guardia di finanza in servizio di controllo al largo di Terracina, sul litorale Pontino. Solo nel primo pomeriggio, però, si è risolto il giallo sulla loro identità: sono la compagna di un imprenditore e la figlia di lei. Insieme mercoledì scorso erano usciti in mare su una moto d’acqua in Costa Domizia. Il cadavere dell’uomo, Luigi Iacobucci, 32 anni, imprenditore di Mondragone (Caserta), è stato recuperato poco lontano il giorno successivo. I tre, secondo quanto finora emerso, sarebbero rimasti vittima di un incidente. La donna, Digne Cappe, 31 anni, di origine cubana, e la figlia, Sofia, di 4 anni, sono state recuperate ieri: sono state trovate a un miglio circa dalla Foce di Canneto, al confine tra i territori di Terracina e Fondi. Erano a pelo d’acqua. Poco dopo le motovedette della Guardia Costiera di Terracina e della Capitaneria di porto di Gaeta hanno raggiunto il luogo del ritrovamento e recuperato i due cadaveri, trasportandoli in porto. La donna indossava un giubbotto di salvataggio. L’avanzato stato di decomposizione ha fatto ipotizzare che si trovassero in acqua da diversi giorni.
Madre rapisce il figlio negato dal Tribunale
Temeva che il Tribunale per i Minorenni le sottraesse il figlio nato da poco più di un mese e così ha deciso di rapirlo. Marta Wozniel, 33enne polacca, verso le nove di venerdì sera è riuscita a portar via il figlio dal Reparto di Neonatologia dell’ospedale San Leonardo di Salerno.
Da quel momento è iniziata la fuga. Durata poco meno di 24 ore: nel tardo pomeriggio di ieri la donna è stata ritrovata dalla polizia in un casolare vicino casa del fratello. Con Marta (arrestata alcuni anni fa per possesso finalizzato allo spaccio di stupefacenti) c’erano il neonato, il suo compagno e un’altra persona. Il figlio doveva essere affidato ad una struttura di accoglienza, dopo che il 28 marzo scorso, al momento del parto la donna è apparsa in evidente stato di ebbrezza alcolica, circostanza che ha fatto scattare la segnalazione al Tribunale dei Minorenni di Salerno già a conoscenza della delicata situazione di Marta, che ha altri due figli avuti da compagni diversi, di cui una bimba di sei anni che sembra vivesse con un fratello.
Così, venerdì sera, la donna è andata in ospedale per allattare il figlio e, approfittando del momento della poppata in Reparto e del cambio turno dei sanitari, si è allontanata senza dare nell’occhio. Le ricerche sono scattate immediatamente.
La Polizia ha registrato, l’ultima localizzazione del cellulare vicino all’ospedale, poi di lei si è persa ogni traccia. Fino al momento in cui la Squadra mobile di Salerno l’ha ritrovata in un casolare. Il bimbo sta bene ed è stato portato subito in ospedale, mentre la posizione della donna e del compagno è ora al vaglio degli inquirenti.
“Non vi era stato alcun segnale che potesse far temere un rapimento”, ha sottolineato il direttore generale dell’azienda ospedaliera, Giuseppe Longo, che ha disposto una commissione d’inchiesta per accertare eventuali responsabilità. Ma su questa vicenda sono scoppiate comunque le polemiche.
Il dirigente della Fials Medici di Salerno, Mario Polichetti, ha chiesto le dimissioni dei vertici: “Episodio preoccupante che denota un livello di sicurezza ai minimi storici”. Mentre a favore del direttore generale sono stati Cgil, Cisl e Uil medici scendono in campo a favore del direttore generale. “Una Azienda ospedaliera non è un carcere e qualsiasi direzione non può certo pensare di far presidiare un reparto dall’Esercito. Eventuali responsabilità non possono essere ascritte nemmeno al personale del Reparto nel quale si è verificato l’episodio”.
Preso piromane delle chiese: è un 57enne “Via i migranti”
Luca Traini, dopo aver ascoltato alla radio la notizia sulla morte di Pamela Mastropietro, ha reagito sparando e ferendo sette immigrati di origini africane. Un anconetano di 57 anni ha scelto una strategia diversa, meno violenta e più ragionata: lettere minatorie contro i parroci e l’Arcidiocesi di Ancona e incendi in quattro chiese del capoluogo. La Digos di Ancona, diretta da Margherita Furcolo, è arrivata a lui dopo mesi di indagini. Per confondere le acque, l’uomo recapitava lettere, collage di articoli di giornale, adesivi di Lega e Forza Nuova e attacchi diretti alle istituzioni: “Siamo simpatizzanti dei movimenti di estrema destra, per la difesa dei valori tradizionali; prima gli italiani”. Armato dal senso di vendetta nei confronti dei migranti e della politica dell’accoglienza messa in campo dai Comuni attraverso i progetti Sprar per richiedenti asilo e dalla chiesa, ha iniziato la sua strategia a fine agosto con la prima lettera lasciata sul leggìo dell’altare di una chiesa di Camerano, hinterland anconetano.
A inizio settembre il primo rogo, a fuoco la tovaglia dell’altare di una chiesa di periferia, a seguire altri tre episodi analoghi, tutti messi a segno alle 11 di mattina, con l’obiettivo di “avvisare”. Nel mezzo una decina di lettere, sempre come mandante occulto, ma riconducibile a simpatizzanti di destra, quale lui ha ammesso di essere una volta individuato. A tradirlo il suo scooter, usato per le trasferte incendiarie.
Gli investigatori della Digos di Ancona sono partiti da quel dettaglio e dopo mesi di indagini sono risaliti al 57enne. Alle spalle la gestione, assieme alla moglie, di un centro pastorale della zona, cattolico praticante, disoccupato da tempo e per questo col dente avvelenato nei confronti degli aiuti forniti agli immigrati. Durante la perquisizione domiciliare è stata trovata una pistola giocattolo, reliquie e un tesserino dei carabinieri falso.
Pamela e i fiori di Traini: “Non è peggio dei politici”
Palloncini bianchi e rosa, fiori, silenzio e lacrime. Così la città di Roma e il quartiere Appio hanno dato ieri l’estremo saluto a Pamela Mastropietro, la 18enne romana uccisa e fatta a pezzi nei dintorni di Macerata lo scorso 30 gennaio. Le indagini hanno portato fin qui in carcere tre nigeriani, il principale indiziato Innocent Oseghale, e i sospetti sodali Desmond Lucky e Lucky Awelima. Nessuna strumentalizzazione plateale durante la celebrazione delle esequie, nessun richiamo politico, nessuna messa in scena ideologica: solo rispetto e commozione fuori e dentro l’affollata chiesa di Ognissanti e la successiva tumulazione presso il cimitero del Verano. “Me l’hanno massacrata, ma io non mollo” ha gridato straziata la mamma Alessandra Verni, al cospetto della sindaca di Roma, Virginia Raggi, e del primo cittadino di Macerata, Romano Carancini. Oltre a loro, presenti tra gli altri la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, e l’ex ministro forzista, Maurizio Gasparri.
Fra le tante corone di fiori depositate accanto al feretro c’è anche quella di Luca Traini, il 28enne di estrema destra, già candidato con la Lega nel Comune marchegiano di Corridonia (zero voti), che il 3 febbraio diede vita a un vero e proprio raid razzista per le vie di Macerata sparando all’impazzata e ferendo sei giovani africani individuati a casaccio dopo il ritrovamente dei resti di Pamela. “Non è il giorno delle polemiche”, afferma commosso Marco Valerio Verni, zio della giovane uccisa e legale della famiglia: “Se avessimo rifiutato i suoi fiori, allora non avremmo dovuto nemmeno stringere la mano a tutti quei politici che non hanno fatto nulla per evitare la morte di Pamela. Come non avremmo dovuto accettare la corona dell’ambasciata nigeriana”. Verni, che ha portato in spalla la bara della giovane, lancia un appello proprio alle istituzioni del Paese africano: “Sarebbe bello se l’ambasciata potesse costituirsi parte civile nel futuro processo penale e fornire interpreti alla Procura, visto che molti di loro temono ripercussioni. E magari, attraverso la comunità romana, vi sia anche un’azione di sensibilizzazione perché chi sa parli”. L’ultimo pensiero per maceratesi: “Voglio ringraziare i cittadini di Macerata e di Corridonia e mi auguro che tornino ad essere città di pace”.
In effetti, il giallo è ancora lontano dall’essere risolto. Oseghale, ascoltato venerdì dal gip di Ascoli Piceno, continua a negare: “Non ho ucciso Pamela e nemmeno ho sezionato il cadavere. “…Tantomeno l’ho proposta ad Awelima per un rapporto” ha detto l’uomo, che deve difendersi dall’accusa di omicidio e anche da quella di violenza sessuale, sebbene non accolta dal gip, sulla scorta anche di alcune intercettazioni. È accusato di violenza sessuale anche Awelima, secondo il quale Oseghale gli avrebbe proposto di stuprare “una ragazza che dormiva”. Innocent, invece, ha sostenuto di avere lasciato Pamela in casa in compagnia di Lucky e di essersi allontanato per vendere della droga: al ritorno – questa la sua versione – avrebbe notato delle macchie di sangue e scoperto la ragazza già uccisa e fatta a pezzi, il corpo chiuso in due trolley.
Da qualche settimana Luca Traini è stato trasferito in una cella più grande, condivisa con almeno cinque detenuti, sempre nella sezione “Filtro” del carcere anconetano di Montacuto. Tra i compagni di branda c’è un giovane che ha conosciuto Pamela Mastropietro e condiviso con lei un periodo di recupero nella comunità di Corridonia, proprio pochi giorni prima della sua fuga e dell’orribile epilogo. La sua detenzione va avanti in maniera regolare, ma nei giorni scorsi Traini ha chiesto informazioni per avviare un percorso universitario, manifestando la volontà di cogliere questa opportunità per non sprecare il tempo passato dietro le sbarre. Il 28enne di Tolentino aspetta la prima udienza in Corte d’Assise, fissata per mercoledì prossimo, senza una particolare ansia: “Non abbiamo modificato la strategia difensiva – afferma il suo legale, l’avvocato Giancarlo Giulianelli – . Resta la scelta del rito abbreviato. La semi infermità mentale? A marzo abbiamo depositato la perizia. Con lui, prima e dopo il voto, non abbiamo mai discusso di politica”.
Intercettazioni, Minisci (Anm): “Riforma dannosa”
“Noi ci siamo espressi in maniera netta sulla nuova riforma sulle intercettazioni: è una riforma sbagliata perché danneggia le indagini e il diritto di difesa. Auspichiamo che il prossimo governo possa ripensare questa riforma”. Il presidente dell’Anm (Associazione Nazionale Magistrati) Francesco Minisci, interpellato a margine della “Notte bianca della legalità” ribadisce il pensiero di molti magistrati sulla riforma sulle intercettazioni, che dovrebbe entrare in vigore a luglio. Il 28 aprile scorso, al Fatto Minisci aveva già spiegato che “tra le priorità che sottoporrà” al nuovo (eventuale) Guardasigilli “ci sarà quella di chiedere non solo che la riforma non entri in vigore ma che venga ripensata nel merito”. “Noi continuiamo a pensare che la riforma tenga insieme due principi fondamentali, come quello all’informazione e quello alla privacy, evitando la pubblicazione di quelle di alcuna rilevanza penale e di contesto. (…) Mi auguro che questa riforma, venga innanzitutto applicata, sperimentata e valutata sul campo, senza ripartire da zero”, ha commentato il deputato del Pd Walter Verini.
La Renault 4 delle Br torna in via Caetani per l’omaggio della Rai ad Aldo Moro
La Renault 4 rossa più famosa della storia d’Italia, quella dove fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, torna per due giorni in Via Caetani, nel punto preciso dove venne parcheggiata quel tragico 9 maggio 1978, all’altezza dei numeri civici 8 e 9. L’occasione è data dalle riprese dell’orazione civile “55 giorni. L’Italia senza Moro” di Luca Zingaretti, che sarà trasmessa martedì sera su Rai1 prima della docufiction “Aldo Moro-Il Professore” con Sergio Castellitto.
Una lettura teatrale che avrà come sfondo proprio il luogo dove venne fatto trovare, 40 anni fa, il corpo dello statista democristiano. Così, per l’occasione, la Renault 4 da venerdì pomeriggio è tornata dove fu lasciata dai brigatisti 40 anni fa: via Caetani è stata chiusa al traffico e l’auto sarà sorvegliata dalle forze dell’ordine 24 ore al giorno.
Vedere la Renault 4 di Moro in via Caetani un certo effetto lo fa. Grazie al restauro, l’auto è ben conservata, anche se non in grado di circolare. Ben visibili sono i due tagli sulla lamiera, uno all’altezza del portabagagli e l’altro sul cofano, che quella mattina vennero praticati dagli artificieri prima di aprire l’auto, per verificare la presenza di esplosivi. Mentre i sedili posteriori sono abbassati, così come si presentarono quel 9 maggio, per lasciare spazio al corpo dello statista Dc. Intatta è anche la targa N57686, entrata nella storia del Paese anche per la telefonata che Valerio Morucci fece al professor Franco Tritto per comunicare alla famiglia dove rinvenire il corpo.
Dopo le indagini, negli anni Ottanta l’auto venne restituita al legittimo proprietario, Filippo Bartoli, cui era stata rubata qualche mese prima del sequestro. Bartoli all’epoca passò anche qualche guaio, perché dovette dimostrare di non c’entrare nulla con le Brigate Rosse. Per anni l’auto l’ha conservata lui stesso, salvo poi donarla, prima di morire (nel 2013), alla Polizia. L’auto viene conservata ancora in garage, a Roma, ma sono anni che si attende la sua esposizione al Museo storico della Polizia, dove dovrebbero essere esposte anche le tre auto crivellate di colpi in via Fani.
Minori condannati per truffa: “È l’Erasmus degli albanesi”
“L’Erasmus degli albanesi”. Ormai pm e giudici dei minori in Emilia-Romagna lo chiamano così: “Ci sono centinaia di minori, soprattutto albanesi, che si fingono senza famiglia per essere ospitati e per studiare a spese dello Stato italiano”, come racconta Luigi Fadiga, fino a poco tempo fa Garante dei Diritti dei Minori della Regione Emilia Romagna.
Un fenomeno enorme, ma quasi ignorato, nonostante i costi per lo Stato e le amministrazioni locali (almeno 45 euro al giorno per un minore). Una truffa spesso difficile da provare, che richiederebbe investigazioni lunghe e laboriose. Dopo inchieste, denunce e indagini parlamentari, nei giorni scorsi, però, sono arrivate le condanne di alcuni minori (responsabili penalmente perché hanno superato i 14 anni): un anno di reclusione per truffa aggravata ai danni dello Stato. Una pena che resterà probabilmente sulla carta: la condanna non sarà scontata e i giovani truffatori se ne torneranno a casa. Cresciuti e istruiti dall’Italia senza averne diritto. Peggio: “Sottraendo denaro e risorse ai tantissimi minori immigrati che sono davvero senza famiglia e avrebbero diritto alla tutela pubblica”, come denuncia Giuseppe Spadaro, presidente del Tribunale per i minorenni di Bologna.
La storia dei giovani condannati, come di centinaia di loro coetanei, è semplicissima: “La truffa è stata organizzata dai genitori. Un giorno hanno preso i loro figli e li hanno accompagnati in Italia”, racconta uno degli investigatori che si sono occupati dell’indagine. Aggiunge: “È un meccanismo molto collaudato. A volte a portare i minori nel nostro Paese sono il papà e la mamma, in altri casi un parente. Ma a volte addirittura i genitori abitano nel nostro Paese”.
I minori ripetono sempre la stessa versione, come un libro stampato. Così hanno dichiarato anche i due condannati: “Siamo arrivati da soli in Italia, non abbiamo nessuno. Aiutateci”. Immediatamente è scattata la procedura di tutela per i minori non accompagnati provenienti da Paesi non Ue: l’assistenza da parte dei servizi sociali – che in regioni come l’Emilia-Romagna hanno una grande tradizione di solidarietà – l’ospitalità gratuita e l’avviamento in scuole italiane. Giusto, sacrosanto per chi davvero è abbandonato. Perché nel marzo scorso erano censiti 13.838 minori stranieri senza accompagnamento. Molti rischiano di restare per strada, alla mercé della delinquenza. Addirittura vittime della tratta dei bambini.
Su questo fenomeno drammatico, però, si è inserita la truffa dell’Erasmus degli albanesi. Sottolineano dal ministero dell’Interno: “Salta all’occhio la percentuale di minori provenienti dall’Albania, un Paese senza particolari criticità”. Soltanto a Faenza (Ravenna), come ha appurato due anni fa un’indagine della polizia, su 587 minori non accompagnati ben 374 erano albanesi.
Tra questi i due minori condannati. Ma loro si sono traditi: quando gli assistenti sociali hanno parlato con loro, dopo aver cercato di negare, si sono lasciati scappare che, sì, avevano un papà e una mamma in Albania. Non erano per niente stati abbandonati. Era tutto pianificato, fino all’ultimo dettaglio. Nessun viaggio avventuroso nelle mani della malavita, ma un comodo trasferimento in traghetto fino ad Ancona (ma c’è chi preferisce Bari o Brindisi). E lì sono finite le denunce per i genitori, ovviamente maggiorenni, identificati.
“Alcuni ragazzi in Italia anche due o tre anni. Studiano, imparano la lingua e poi magari tornano a casa cresciuti e istruiti. Su circa 1.500 minori non accompagnati presenti in Emilia-Romagna quasi il 40 per cento sono albanesi. Un fenomeno che va avanti da anni ed è ancora esistente”, racconta Fadiga che da magistrato ha dedicato la vita alla tutela dei minori. Ne aveva scritto anche il Redattore Sociale: l’Emilia-Romagna è la regione più colpita, quella che chiede il maggior numero di indagini sui minori presenti sul suo territorio. Nel 2016 sono state ben 185 su un totale di 426 in tutta Italia.
Ma ci sono anche altre regioni: Veneto (63 indagini), Lazio e Liguria (38), Toscana (28), Lombardia (27) e Marche (17). Se n’è occupata anche una Commissione d’inchiesta nel 2017. Ci sono stati incontri tra rappresentanti dei ministeri dell’Interno di Roma e Tirana. Senza grandi risultati.
“È un reato particolarmente grave”, sorride amaro Spadaro. Aggiunge: “La questione deve essere resa nota e risolta. Non per puntare il dito sull’assistenza ai minori non accompagnati, che è sacrosanta e doverosa perché sono ragazzi indifesi, disperati. Nemmeno per alimentare intolleranze e razzismi. Ma per punire chi truffa e restituire risorse allo Stato e ai minori che ne hanno diritto”.