Famiglia cristiana non ama la verità

Un articolo sul ruolo della Difesa italiana alle spalle dei guardacoste libici e della loro gestione violenta dello specchio di mare che divide il loro Paese dal nostro (censurata dall’Onu) ha portato Famiglia cristiana a interrompere la collaborazione con Andrea Palladino, giornalista freelance che collabora anche con Il Fatto Quotidiano. Il testo pubblicato sul sito del giornale dei paolini è stato modificato dalla direzione, Palladino ha ritirato la sua firma e da allora non ha più scritto su quel sito. Sono intervenuti la Fnsi e Stampa romana, sindacati nazionale e locale dei giornalisti e l’associazione Articolo21. Le informazioni pubblicate dal collega nella prima versione non sono mai state smentite dalla Difesa o da chicchessia, come non ne sono state smentite altre liberamente pubblicate dal Fatto e anche da Avvenire. Semplicemente, dopo la pubblicazione non piacevano più alla direzione di Famiglia cristiana. Il problema resta, perché la Guardia costiera libica con l’aiuto italiano compie respingimenti collettivi in mare, cioè non distingue tra i naufraghi chi ha diritto all’asilo e chi no, con modalità che i militari italiani non potrebbero adottare senza violare la Convenzione europea dei diritti umani.

Accuse e sospetti: gli Appendino boys nei guai

Sempre più in difficoltà, l’ex capo di gabinetto di Chiara Appendino, Paolo Giordana, lascia per un anno il Comune di Torino. Dal 2 maggio è in aspettativa per motivi personali. Poche giorni prima Giordana, l’ex “Richelieu” della sindaca M5s, aveva ricevuto due avvisi di chiusura indagini, atti che preannunciano l’intenzione della procura di mandarlo a processo. Uno era l’avviso dell’inchiesta sugli incidenti del 3 giugno in piazza San Carlo, dove più di 1.500 persone rimasero ferite (e una morì alcuni giorni dopo in ospedale) per la calca di tifosi in preda al panico scatenato da alcuni rapinatori armati di spray urticante: come altre 14 persone, tra cui la sindaca, è indagato per omicidio colposo, lesioni colpose e disastro. Nell’altra inchiesta è indagato per induzione indebita in concorso con Walter Ceresa, presidente della Gtt, azienda del trasporto pubblico locale, il direttore Tpl della società Gianni Rabino e il capo dei controllori, Giovanni Savarino, per aver ottenuto l’annullamento della multa di un amico. Il 25 luglio scorso Giordana aveva telefonato a Ceresa e aveva raccontato di un amico a cui i controllori avevano fatto una contravvenzione dopo che l’uomo aveva obliterato il biglietto: “Cosa possiamo fare?”, aveva chiesto. “Me lo puoi mandare? – aveva risposto il manager – Che faccio io”. Multa annullata.

Il 28 ottobre, su pressione dei vertici nazionali del M5s, Giordana si è dimesso: “Sono convinto della correttezza del mio operato e lo dimostrerò nelle sedi opportune”. Lui sostiene di non aver chiesto l’annullamento della multa, ma solo una verifica sulla correttezza. Di diverso parere la procura, che presto potrebbe notificare a Giordana un terzo avviso di conclusione delle indagini: lui, insieme alla sindaca Appendino e all’assessore al Bilancio Sergio Rolando, sono indagati per falso ideologico perché avrebbero fatto credere a funzionari, revisori e consiglieri comunali che fosse in corso una trattativa con la sgr Ream per rinviare l’estinzione del debito da 5 milioni di euro in modo da non registrarlo nel bilancio.

Dopo le dimissioni Giordana ha continuato a lavorare come funzionario alle dipendenze del vicedirettore generale dell’amministrazione, Giuseppe Ferrari, e aveva anche fatto domanda per ottenere una posizione organizzativa.

E un altro collaboratore della sindaca, il portavoce Luca Pasquaretta, viene contestato per una consulenza da 5mila euro per un lavoro di “supporto al presidente” della Fondazione del libro, Massimo Bray, che organizza il Salone del libro e non ha ancora pagato i suoi creditori. La questione è citata in un’informativa alla procura, che indaga sulle passate gestioni della kermesse, e deve ancora essere approfondita. Il Pd chiede a Appendino: “In cosa è consistita questa ‘consulenza’ e questo ‘supporto’?”. E ancora: “In base a quale criterio lui è stato già pagato e gli altri centinaia di fornitori del Salone 2017 ancora no?”. “Tutto in regola”, replica Pasquaretta.

Tra Libia e Italia il grande imbroglio dei soccorsi in mare

C’è un fantasma che aleggia sul Mediterraneo centrale. Per gli addetti ai lavori ha una sigla, Lmrcc, ovvero Libyan Maritime Rescue Coordination Centre, centro di coordinamento libico per i salvataggi in mare. Sulla carta ogni Stato costiero dovrebbe averne uno, dotato dei sistemi di comunicazione necessari per salvare la vita ai naufraghi, o per intervenire su una nave con problemi anche sanitari urgenti. Serve tempismo, ci vogliono motovedette attrezzate ed equipaggi addestrati. A Tripoli, capitale di quella parte di Libia sotto il controllo di Al Serraj, il governo partner dell’Italia e dell’Unione europea, non c’è però nessuna traccia del centro di coordinamento. Ci sono tante buone intenzioni, uno scambio di lettere di intenti con l’organizzazione internazionale marittima, Imo, e un progetto da 1,8 milioni di euro provenienti da Bruxelles, gestito dalla Guardia costiera italiana. In mare, nel contempo, la Marina Militare – alle dipendenze del ministero della Difesa del nostro paese – ha riesumato un vecchio accordo con i libici, il progetto Nauras, inaugurato nel 2002 quando ancora governava Gheddafi.

Un incrocio di competenze che convergono sull’obiettivo di mostrare la Guardia costiera libica in grado di garantire gli interventi di salvataggio dei migranti. Con una conseguenza diretta, i naufraghi riportati nel punto di partenza, ovvero i centri di detenzione di Tripoli, governo che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra e, dunque, considerato posto non sicuro per chi tenta di fuggire dal continente africano.

I dati diffusi dalle organizzazioni internazionali che si occupano di migrazioni e profughi disegnano con chiarezza la presenza sulla scena del Mediterraneo centrale delle motovedette libiche, chiamate in causa – come mostrano le carte dell’inchiesta sulla nave della Ong Open Arms – dal doppio comando.

Da una parte la Guardia costiera italiana, che gestisce il coordinamento dei salvataggi di Roma, dall’altra la Marina Militare, che ai libici fornisce supporto logistico. Numero di telefono incluso, come ha rivelato il Fatto.

Per diradare nebbie e fantasmi abbiamo chiesto, con un accesso Foia, al Comando generale della Guardia costiera italiana notizie sulla costituzione del centro di coordinamento dei salvataggi di Tripoli e sulla attivazione, da parte del governo di Al Serraj, della regione di competenza per le attività Search and Rescue.

Un gruppo di associazioni ha in questi giorni presentato un ricorso contro l’Italia alla Corte europea dei Diritti dell’Uomo contro l’Italia “per aver coordinato la Guardia Costiera Libica nei respingimenti che hanno portato ad abusi e al decesso di migranti”.

“La Libia risulta aver dichiarato, in data 14 dicembre 2017, quale propria Search and Rescue area (Sar, zona di ricerca e salvataggio), l’area coincidente con i confini della propria Flight Information Region (Fir)”, scrive nella risposta all’accesso agli atti la Guardia costiera italiana. Dimenticando, però, di aggiungere che questa dichiarazione in realtà non è mai stata inserita – dai libici, aiutati dal governo italiano nella progettazione – all’interno del database pubblico delle zone Sar, come confermato al Fatto dall’Imo: “Non c’è nessun record inserito dal governo libico nel sistema Gisis – ha risposto l’ufficio londinese dell’organizzazione internazionale marittima – e tocca alle parti caricare le informazioni necessarie, come da obblighi previsti dalle Convezioni rilevanti”. Dal momento della dichiarazione della Sar zone sono passati quasi 5 mesi, ma quei dati non sono mai stati caricati. Il motivo? Ignoto, anche per l’Imo. “Provate a contattare le autorità libiche”, spiegano da Londra. Nessuna risposta è però arrivata da Tripoli.

Anche il progetto per la realizzazione del centro di coordinamento libico – ovvero la centrale che dovrebbe coordinare i salvataggi, pezzo essenziale per gestire la zona Search and Rescue – al momento sembra fermo. I fondi europei servivano per preparare “uno studio di supporto all’attuale quadro giuridico-normativo di riferimento in campo marittimo libico”, realizzare “un assessment sulle attuali capacità della Guardia costiera libica” e, infine, presentare “un progetto dettagliato per la creazione di un Mrcc e supporto alle Autorità libiche ”. Per i dettagli la risposta della Guardia costiera rimanda al sito istituzionale, dove, però, i resoconti dell’avanzamento del progetto sono fermi a 6 mesi fa. Del progetto finale al momento non c’è traccia, così come nulla è dichiarato sulla creazione del Mrcc di Tripoli.

Il primo tentativo di dichiarazione – lo scorso luglio – era andato a vuoto. Coordinate sbagliate, errori grossolani, tanto da dover riscrivere tutto, con l’aiuto dell’Italia. Per ora la Sar zone libica è appena una scatola vuota.

Parte il confronto sui dirigenti pubblici: aumenti di 250 euro

Aumenti medi mensili da 250 euro lordi e nuove regole, che vanno dalla responsabilità alla valutazione. Sono le premesse da cui mercoledì prossimo parte la trattativa per il rinnovo del contratto dei dirigenti di Stato, ovvero dei vertici delle amministrazioni centrali, come i ministeri, le agenzie fiscali e gli enti pubblici non economici (tra cui Inps e Inail). Le persone interessate sono circa 6.700. Intanto, è arrivato il decreto che tra dirigenti e non sblocca quasi 1.900 posti, includendo autorizzazioni ad assumere e a bandire concorsi entro il 2020. Ma non finisce qui, il provvedimento dà anche il via libera a risorse che potrebbero trasformarsi in altri 450-500 contratti stabili. I dirigenti delle funzioni centrali della Pubblica amministrazione aspettavano lo scongelamento del contratto da otto anni. Dopo la tornata dei dipendenti spetta quindi a loro. L’appuntamento per l’apertura del tavolo è per il 9 maggio all’Aran, l’Agenzia che fa le veci del Governo davanti ai sindacati. Seguiranno i negoziati per i presidi (si parte il 14 maggio). Se la discussione sul rinnovo per i medici è già in corso, si attende invece ancora l’avvio per i dirigenti degli enti locali, dalle Regioni ai Comuni.

Prof di religione all’esame: a rischio i calendari

Prevedere il caos è molto facile, anzi quasi una certezza: da quest’anno è d’obbligo che i professori di religione siano presenti all’esame finale di terza media. Un obbligo che però sta creando moltissimi problemi ai dirigenti scolastici e agli insegnanti, ma anche a genitori e studenti. Complicatissimo organizzare il calendario delle prove.

Il motivo è semplice: ogni docente di religione ha solo un’ora di lezione per classe. Questo significa che per completare le ore previste dal suo contratto, insegna in ben più di una classe. Così, gestire la sua presenza in ogni seduta d’esame rischia di prolungare i tempi e di far slittare le prove oltre il 30 giugno. Inutilmente.

Il punto: fino all’anno scorso, nelle commissioni d’esame dovevano esserci gli insegnanti delle materie d’esame. Il docente di religione partecipava solo allo scrutinio finale. Da quest’anno, invece, la commissione d’esame dovrà essere formata da tutti i docenti del consiglio di classe inclusi quelli di religione o della materia alternativa. Insomma, i professori di religione dovranno entrare e uscire dalla classe dell’esame in base alle scelte dell’alunno di frequentare l’ora di religione (facoltativa) oppure dovranno spostarsi da una scuola a un’altra, saltellando da una commissione all’altra. Una dinamica che potrebbe coinvolgere circa 4mila docenti. “Considerando che i docenti di religione sono presenti in tutti i consigli di classe, e spesso addirittura su più istituzioni scolastiche, risulta praticamente impossibile, nella stragrande maggioranza dei casi, prevedendo la loro partecipazione ai lavori di tutte le sottocommissioni, concludere gli esami entro il 30 giugno, come previsto dalla legge – spiega l’associazione professionale Dirigentiscuola – In alcune scuole, invece, la loro presenza sarebbe forse possibile ma solo costringendo le commissioni e gli alunni a massacranti sedute d’esame fino a sera comprendendo nel calendario anche l’intera giornata del sabato e destinando ben poco tempo alla prova orale di ogni studente”.

Il cambiamento è arrivato tra le riforme delle prove d’esame contenute nelle deleghe della Buona Scuola: oltre a questo, per la terza media si annovera l’abolizione del test Invalsi, spostato durante l’anno scolastico e privo di influenza sulla valutazione, la previsione di tre prove scritte (italiano, matematica e lingua straniera) e un colloquio orale. C’è chi considera l’estensione dell’obbligo anche alla religione cattolica una svista, ma anche chi ci legge altro: secondo alcune associazioni che si battono per la laicità della scuola (Comitato Nazionale per la scuola e la Costituzione in testa) “è l’ultimo atto di un processo sotterraneo per recuperare all’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche il ruolo di ‘materia obbligatoria’. Solo con difficoltà sono state introdotte norme per rendere effettiva la nuova facoltatività con la formulazione delle quattro alternative, sulle quali, anche per la difficoltà a superare certe prassi e il timore di esporre i figli a discriminazioni, sono state esercitate poche opzioni”.

Il ministero ora ammette: alternanza, nessun obbligo

Tanta alternanza per nulla: in una recente nota (la 7194 del 24 aprile 2018), il ministero dell’Istruzione ha ammesso – su richiesta del sindacato Flc Cgil ma anche su sollecitazione di famiglie, studenti e insegnanti – che l’alternanza scuola lavoro introdotta con la Buona Scuola non fosse obbligatoria per la maturità come invece sembrava finora. O per lo meno come veniva percepita in assenza di una spiegazione chiara che, ala fine, è arrivata.

“Ai finidell’ammissione dei candidati interni all’esame di Stato – si legge nella nota che intende “eliminare alcuni dubbi interpretativi” – si osserva che, per l’anno scolastico 2017/2018, la normativa nulla dispone circa l’obbligo, per le studentesse e gli studenti, di aver svolto un monte ore minimo di attività di alternanza scuola lavoro nell’ultimo triennio del percorso di studi”. E aggiunge: “Tali esperienze sono da considerare quale elemento di valorizzazione del curriculum dell’allievo; la loro eventuale mancanza non deve costituire in alcun modo elemento di penalizzazione nella valutazione”.

Una puntualizzazione essenziale. Finora, infatti, il riferimento era la “Guida operativa per la scuola” redatta dal Miur a ottobre del 2015. Il testo, a pagina 52 si stabiliva che “per quanto riguarda la frequenza dello studente alle attività di alternanza, nelle more dell’emanazione della Carta dei diritti e dei doveri degli studenti in alternanza (200 ore per gli studenti dei licei, 400 per quelli degli istituti tecnico -pratici), ai fini della validità del percorso di alternanza è necessaria la frequenza di almeno tre quarti del monte ore previsto ”.

Tanto i sindacati – come la Flc Cgil che ieri ha diffuso un comunicato – che l’Unione degli Studenti avevano sottolineato come non fosse chiaro il valore giuridico del testo “tenuto conto – scrive il sindacato – che in diversi punti esso ha carattere innovativo e che in altre appare difforme rispetto alla normativa di riferimento”. Insomma, per tre anni gli studenti hanno creduto di essere obbligati a svolgere l’alternanza scuola lavoro (400 ore…) – con tutti i casi limite, dal Mc Donald’s a Zara alle situazioni a rischio sfruttamento – per poter accedere agli esami di Stato e solo ora scoprono che non è così. Inoltre, la nota stabilisce anche che gli studenti esterni possono dichiarare e documentare “le eventuali esperienze di alternanza scuola lavoro o le attività ad esse assimilabili (stage, tirocini, attività lavorative anche in apprendistato o di lavoro autonomo)”. Un’assimilazione, secondo il sindacato, dell’apprendistato o del lavoro autonomo all’alternanza scuola lavoro “contraddicendo quanto più volte espresso negli ultimi mesi dalla stessa ministra Fedeli. Si tratta dell’ennesima testimonianza delle pesanti contraddizioni che la Legge 107/15, la cosiddetta Buona Scuola, lascia in eredità al nuovo governo”. Ad ogni modo, si tratta di una disposizione valida solo per l’anno scolastico in corso. Per il 2018-2019, sarà invece un requisito necessario. A stabilirlo, il decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, che attua le disposizioni già previste nella Buona Scuola e di fatto fissa le nuove regole per l’esame di maturità: “L’ammissione all’esame di Stato è altresì subordinata (…) allo svolgimento di attività assimilabili all’alternanza scuola-lavoro”.

In serata, la replica del ministero: “Nessuna deroga o dietro front. Le interpretazioni sulla mancata obbligatorietà sono prive di ogni fondamento”. Si spiega che la circolare risponde ai quesiti delle scuole sui prossimi esami di Stato a cui parteciperanno, per la prima volta, gli studenti che hanno completato il primo triennio. “La partecipazione all’Alternanza non è facoltativa e rientra nel curricolo del triennio. La certificazione finale delle competenze viene acquisita negli scrutini intermedi e finali degli ultimi tre anni, concorre alla determinazione del profitto nelle discipline coinvolte nell’esperienza di Alternanza, del voto di condotta e, quindi, del credito scolastico con cui si arriva agli esami ed è inserita nel curriculum dello studente. Tutto questo è noto dalla data di approvazione del decreto, dunque dal 2017. La circolare del 24 aprile non fa che ribadirlo.

Pirozzi consigliere: adesso non è più sindaco di Amatrice

Ha fatto in tempo a inaugurare il nuovo stadio di Amatrice, venerdì. Da ieri Sergio Pirozzi non è più il sindaco del borgo rietino, colpito dal terremoto nell’estate del 2016: la sua elezione come consigliere regionale non è compatibile con quella di primo cittadino. A sostituirlo, come facente funzioni, è Filippo Palombini che ha ribadito la priorità della ricostruzione: “Ora dobbiamo gettare le basi della rinascita. Un compito difficile, dobbiamo essere consci dunque del ruolo che abbiamo”. Pirozzi – libero dagli impegni da sindaco – inizierà la sua nuova vita istituzionale leggendo domani in un ristorante romano alcuni brani de Il piacere di Gabriele D’Annunzio. Venerdì intanto il taglio del nastro del nuovo stadio, nell’area utilizzata come campo base dalla Croce rossa dopo il terremoto. “Ho iniziato a fare il sindaco nove anni fa, spinto da un gruppo di amici – ha detto Pirozzi – lascio per incompatibilità, a causa di una norma discutibile, che però lascia intendere quale sia l’ente che incide in maniera più diretta sulla vita dei comuni”.

Rifiuti, il Tar può commissariare il Lazio

Roma rischia di trascorrere una nuova estate alle prese con problemi di smaltimento e gestione dei rifiuti. All’ormai annosa questione della carenza di impianti di trattamento adeguati ora si aggiunge anche una disputa legale sull’individuazione di una discarica di servizio per la Capitale. Una contesa giudiziaria avviata da una ditta, la Rida Ambiente, proprietaria di un impianto Tmb ad Aprilia in provincia di Latina, che però coinvolge direttamente anche la Regione Lazio guidata da Nicola Zingaretti e la Città Metropolitana presieduta da Virginia Raggi. E che rischia di far saltare il fragile equilibrio raggiunto nel parlamentino del Lazio, dove la maggioranza a trazione Pd non ha i numeri per governare da sola e deve ricorrere all’astensione o all’appoggio delle opposizioni, tra cui il gruppo a 5 Stelle finora si è mostrato il più aperto al dialogo su una serie di temi condivisi.

Dopo un ricorso della Rida Ambiente, il 24 aprile scorso il Tar del Lazio ha stabilito che entro 60 giorni la Regione dovrà applicare un pronunciamento del 2016 della giustizia amministrativa, che chiedeva di individuare una “rete adeguata ed integrata” di impianti di smaltimento dei rifiuti. Ovvero, di accertare che esista una capacità di ricezione da parte delle discariche, dei Tmb e dei termovalorizzatori presenti nel Lazio. L’azienda, che tratta rifiuti dei Comuni pontini e di alcune città del territorio della provincia di Roma, aveva chiesto di poter soddisfare un “pur modesto ma non ulteriormente riducibile” fabbisogno di smaltimento degli scarti di lavorazione dei suoi impianti. Ma al momento gli invasi del territorio di Latina hanno esaurito le volumetrie autorizzate, mentre Roma – dopo la chiusura nel 2013 di Malagrotta – è priva di una discarica di servizio.

Così, i giudici amministrativi hanno disposto che se la richiesta resterà inevasa tra due mesi verrà nominato un commissario, il Prefetto di Roma Paola Basilone o di un suo funzionario, col compito di individuare il sito dove realizzare un nuovo invaso. Una questione che si trascina da tempo, come ricordato nella stessa sentenza del Tar. A gennaio 2016 infatti la Regione ha chiesto alla Città Metropolitana di Roma e alle quattro Province del Lazio di aggiornare il piano rifiuti individuando i siti di stoccaggio. Due anni dopo, nel gennaio scorso, la Città Metropolitana ha risposto che sta “completando l’istruttoria delle osservazioni presentate dai Comuni e poi invierà” la sua istruttoria alla Regione. Secondo il Tar, però, in assenza di una decisione di Palazzo Valentini spettava comunque all’amministrazione regionale assumere i “poteri sostitutivi” e scegliere dove creare una nuova discarica capace di aiutare la Capitale, soprattutto durante le cicliche crisi di raccolta che interessano il fragile sistema di smaltimento cittadino.

In questo passaggio si consuma il possibile scontro politico tra la giunta Zingaretti e quella Raggi. La Regione a sottolinea che “la sentenza del Tar riguarda esclusivamente la richiesta di una singola società” e che quando la Città Metropolitana fornirà l’area dove realizzare un invaso situazioni come questa verranno meno. Il Campidoglio a 5 Stelle però ha adottato una linea politica che non prevede il ricorso al conferimento in discarica, punta alla riduzione del quantitativo di rifiuti prodotti e all’aumento della differenziata fino al 70% nel 2021 (attualmente è sopra il 40%). Un percorso che nei mesi scorsi ha visto il deposito di una richiesta di autorizzazione per la costruzione di due nuovi impianti di compostaggio.

E allora questo rimpallo di competenze potrebbe incrinare uno dei punti chiave del patto stretto tra il governatore Dem e il gruppo M5S, che tra i temi condivisi prevedeva anche la possibile revisione del piano regionale rifiuti.

Pd, la mossa di Zingaretti: “Salario minimo per i rider”

Nicola Zingaretti inizia il suo comizio mettendo le mani avanti: “Non siamo qui per presentare una candidatura e questo non è un trampolino di lancio. Quando qualcuno si candiderà se ne accorgeranno tutti”. Non è ancora il momento, in sostanza, di ufficializzare la sua scalata al Pd. Ma nelle parole del governatore del Lazio ogni sillaba ha un suono chiaro: la segreteria del Partito democratico e l’egemonia del centrosinistra che verrà (se verrà) hanno un nuovo aspirante.

Per (non) lanciare la sua prossima candidatura Zingaretti riunisce assessori e militanti di sabato mattina all’Ex Dogana di Roma, uno dei locali notturni più frequentati dai giovani capitolini. La scommessa è vinta: la sala è strapiena, esauriti anche i posti in piedi, qualcuno ascolta da fuori. Si festeggia la vittoria nelle Regionali del 4 marzo: successo risicatissimo – alla Pisana il centrosinistra non ha la maggioranza e deve appoggiarsi ai 5Stelle – ma ancora più prezioso, nel giorno del disastro nazionale del Pd renziano.

Il governatore e i suoi assessori sono seduti dietro al palco e lasciano parlare gli altri: una docente universitaria, una volontaria della comunità di Sant’Egidio, esponenti dell’associazionismo e della sinistra giovanile. In parterre nessun dirigente del partito nazionale, ma un pubblico insolitamente giovane per un’iniziativa pubblica del Pd.

Zingaretti si prende il microfono in chiusura. È in forma: il comizio di 48 minuti è interrotto da almeno tre ovazioni. Si sforza di parlare del Lazio ma i suoi discorsi si proiettano in modo naturale sullo scenario nazionale. Come la sua proposta più forte, alla quale affida la connotazione “di sinistra” della sua piattaforma: “Bisogna aprire subito con il sindacato e le forze del lavoro una battaglia nel Lazio per la tipologia di lavoro occasionale, la cosiddetta Gig Economy, come i ragazzi che fanno consegne in bicicletta”. Zingaretti parla di una legge regionale per istituire un “salario minimo garantito” per i lavoratori precari, come i rider di Foodora, Deliveroo o Moovenda.

È consapevole che si tratta di una questione che andrebbe affrontata ben oltre i confini laziali, ma vuole intestarsi la battaglia, occupare lo spazio politico: “Il governo impugnerà la nostra legge? E la impugnasse… tanto non sappiamo nemmeno quale governo ci sarà. Ci vuole un minimo garantito. Il compito dell’innovazione è liberare l’individuo, non accumulare solo ricchezza. E il compito della politica è limitare l’ingiustizia”. La sala gli tributa l’applauso più lungo.

Zingaretti parla di “Alleanza del fare”: si riferisce alla formula politica che gli ha permesso di conservare il posto alla Pisana (la coalizione con LeU, Radicali e cattolici) ma pure a quella che vorrebbe replicare a livello nazionale. Lo dice abbastanza esplicitamente: “Credo che si tornerà a votare presto. Forse con questa legge elettorale o con un sistema ancora più maggioritario. Non si scappa: dobbiamo sbrigarci ad aprire un cantiere nuovo, un’alleanza del fare”.

Zingaretti ci sarà, insomma. Come e quando lo diranno i tempi. Quelli del confronto nel Pd (l’assemblea, il congresso, le primarie) e dell’evoluzione generale del quadro politico. Per ora il governatore se ne tiene alla larga, senza legarsi a correnti o cordate. Osserva da fuori, coltiva il suo incarico. È presidente di una Regione da 6 mlioni di abitanti, la seconda d’Italia: “Siamo persone serie, ora dobbiamo governare bene, rispettare gli impegni. Non vogliamo sbaraccare”. Presto però dovrà mostrare le carte, se vuole prendersi il partito in fuga da Matteo Renzi.

“L’euro, la democrazia e i robot. Siamo rabdomanti con l’iPhone”

Pubblichiamo alcuni estratti dell’intervista di Beppe Grillo al settimanale francese Putsch, firmata da Nicolas Vidal e Matteo Ghisalberti.

 

Pensa che l’Unione europea rispetti la libertà dei popoli?

(…) Ci dovrebbe essere un’Europa delle regioni su scala mondiale. Penso a un’Europa del genere, perché ciò che è stata fino ad oggi mi lascia qualche dubbio. Tutti i trattati firmati erano giusti ma sono stati distorti dai regolamenti. All’interno del Movimento Cinque Stelle, abbiamo riflettuto su 7 punti come il Fiscal Compact europeo, l’Eurobond o la condivisione del debito. Se siamo un’unione di paesi, dovremmo condividere. Perché ci sono due economie … quella del Nord e del Sud. E noi italiani siamo nel Sud. Ho quindi proposto un referendum per l’area dell’euro. Voglio che gli italiani si esprimano. Vorrei sapere se le persone sono d’accordo.

Esiste un piano B? Dovremmo lasciare l’Europa o no?

Bisogna sedersi attorno a un tavolo ponendo la domanda: “Dove sta andando il mondo? Va a cose come queste” (Beppe Grillo si rivolge a un robot) Ecco dove va il mondo … e basta. Il mondo si sta muovendo verso l’intelligenza artificiale, big data, oggetti connessi. (…) Questo mondo è progettato per altre menti. (…) In Italia, c’è un istinto di sopravvivenza dei vecchi partiti. Ecco perché, con il M5S, ci siamo aperti alla rete. Abbiamo lanciato questo movimento sulla rete e proposto un approccio digitale. Gli italiani possono votare per i temi che li interessano. In Estonia, lo fanno da vent’anni… In Mongolia si sta costruendo la più grande città sostenibile. Anche a Dubai, o anche a Hong Kong… Perché oggi le grandi città dettano la politica e nuove forme di democrazia.

In questo senso, il popolo italiano è in grado di mantenere la propria sovranità rispetto alle élite?

Le élite sono le grandi corporazioni transnazionali. È Google, Facebook… Non siamo nemmeno in grado di capire cosa stia succedendo perché siamo sempre sotto sorveglianza. Siamo oggetti. (…) Per parlarci, dobbiamo passare attraverso una terza parte che manipola ciò che diciamo. Per quanto riguarda le notizie, le tecnologie comincio a comprenderle in parte, ad esempio, “blockchain”, criptovaluta, informazioni crittografate … ma ho 70 anni! Per mio figlio di vent’anni, queste sono cose normali. Mantiene i Bitcoin a casa con gli algoritmi appesi al muro che servono anche come riscaldamento. Questa generazione è avanti di 50 anni. (…) Noi, del Movimento 5 stelle, siamo come rabdomanti con un iPhone. Andiamo avanti e esploriamo questo mondo. A volte troviamo acqua di fonte e talvolta ci imbattiamo in fogne. Facciamo errori, ma comprendiamo che il mondo sta cambiando alla velocità della luce. (Si rivolge al robot) Dudù! Ma dimmi … È meraviglioso, tu non scherzi, non abbai, non devo portarti fuori, non mi infastidisci, non piangi, non fingi di volermi bene perché sei egoista. Fai tutto quello che ti dico. Sei una meraviglia, bisogna metterti in carica ogni tanto. D’altra parte, il giorno in cui capirà che dipende solo da un cavo che lo ricarica, perdiamo il controllo di tutto. (…)

L’Italia è un paese democratico secondo lei?

Oggi siamo nella post-democrazia. C’è stato un colpo di stato al contrario. Hanno usato la democrazia per distruggerla. In effetti, a causa di una legge elettorale, eravamo – come già sapevamo – in un vicolo cieco. La legge è stata decisa attorno a un tavolino per impedirci di governare. Allora, cos’è la democrazia? Non lo so, ma la democrazia dovrebbe consentire a chi ottiene il maggior numero di voti di governare. Ma non vogliamo governare, vogliamo dare alle persone i mezzi per rappresentarsi. Con “Rousseau”, online, si ​può fare un referendum senza dover raggiungere il quorum ogni settimana. Vuoi fare un ponte, un asilo nido, una pista ciclabile? “Sì” o “No”. (…) Il potere deve essere ridistribuito dal basso. Questo è il Movimento Cinque Stelle!

Macron è stato eletto benché considerato da molti il ​​presidente dei ricchi.

(…) Qui il problema è il sistema, che fa che il 10% della popolazione, circa ​60 famiglie, detengano la ricchezza come 3 miliardi e mezzo di persone. Quindi c’è qualcosa che non funziona. Quindi devi vedere come sta andando il mondo. Abbiamo 65 milioni di migranti che girano, conosciamo già società meticce​, e un milione di bambini nati in matrimoni Erasmus. Se vai a Dubai, il 90% delle persone non è nato lì. (…) Bisogna controllare i flussi, sono d’accordo. Perché, intorno ai flussi ci sono cooperative di 30.000 persone. Ci sono molti dubbi sull’attuale gestione dell’immigrazione. Questo bisogna combattere.​ Ma il mondo si sta muovendo verso lo sviluppo delle grandi città. (…) Milano e Torino si fonderanno più o meno in una città come Teheran, come Bangkok o Dubai che stanno già prevedendo il raddoppio della loro popolazione. (…)

Di recente ha fatto un passo indietro dal Movimento Cinque Stelle. Pensa che la scena possa trasmettere e diffondere meglio le sue idee e convinzioni?

Non sono qui per mettermi in scena.​ Sono quello che sono. Sul palco, fuori, in politica. (…) Sono un comunicatore, questo è quello che faccio. (…) Sono un utopista, sogno. In verità, sogno senza dormire. Non dormo, sogno. Immagino. La mia mente vaga nell’iperspazio, nel cyberspazio e invento cose. Parlo della realtà attraverso il filtro di questa mente diabolica, capisci?

Come può la cultura e l’educazione emancipare le persone in un mondo sotto l’influenza del “GAFA”, il mainstream o Netflix… Che ruolo pensa abbiano la cultura e l’educazione ?

Oggi le scuole e le università sono ancora influenzate dalla rivoluzione industriale e preparano ancora ​a uno sbocco su un qualche lavoro.​ Metà delle professioni così come le conosciamo oggi potrebbero scomparire entro 15 anni.​ Altre appariranno e si baseranno sulla creatività. (…) Su 100 entità nell’economia o nella politica oggi, 60 sono private. Non sono Stati, ma multinazionali con consigli di amministrazione. (…)

​Non pensa che le elite che lei denuncia, sfruttino il disinteresse delle persone per la politica e più in generale per la cosa pubblica?​

Assolutamente. Le persone oggi hanno solo l’opportunità di esprimere la loro opinione ogni quattro o cinque anni. Il 50% dei cittadini vota. L’altra metà non vota. (…) Oggi, c’è ansia per il lavoro … Il lavoro è un incantesimo! Non esiste! (…) Il cittadino deve cercare un lavoro legato alla sua creatività. Altrimenti siamo morti. I cinesi hanno un’economia di scala che è impressionante. (…) Come li fermi? Non li fermi​. Come italiani, possiamo fermarli con la nostra creatività, cultura, educazione, bellezza, patrimonio culturale, clima, cibo, turismo e tutto ciò che abbiamo. Ma dobbiamo insegnare qualcosa di​ diverso alle nostre giovani generazioni. Dovremmo pagare​ il doppio​ i nostri insegnanti per mobilitarli e incoraggiarli. (…)

Quali artisti e scrittori hanno illuminato la sua esistenza e la sua carriera?

Un libro importante è stato La grande trasformazione di Karl Polanyi. È un libro scritto negli anni ’40 che spiega tutto il monetarismo e tutte le situazioni politiche che si sono evolute in Europa e nel mondo. Un bel libro! Il Piccolo principe anche, e poi ho letto molti saggi e molti autori stranieri. (…) E poi leggo anche molti filosofi, anche senza capire tutto​. Il mio preferito è l’autore rumeno Emil Cioran. Ha detto questa frase straordinaria “se la tristezza non esistesse, gli usignoli rutterebbero” o “L’amore è l’unione di due salive “. Lo trovo meraviglioso!