“Un governo tecnico? Non avrebbe i numeri, perché non lo vogliono né il Movimento Cinque Stelle né la Lega”. Lo ha detto Vito Crimi, senatore pentastellato, a L’Intervista di Maria Latella su SkyTg24. “L’ultimo governo tecnico è quello di Mario Monti ed Elsa Fornero e alcuni cittadini stanno ancora piangendo – ha detto Crimi –. Anche Salvini si è opposto e se queste due forze politiche dicono di no, un governo tecnico non avrebbe mai la fiducia”.
Può esserci invece un’apertura a una trattativa dei Cinque Stelle con il leghista? “La condizione l’abbiamo già messa tempo fa – ha precisato Crimi –. Salvini viene a riproporre quello che avevamo già detto. Vuole discutere di temi e non di poltrone e ministri: bene, ma c’è un terzo incomodo: Silvio Berlusconi. Già un mese fa auspicavamo che si sedessero al tavolo solo Salvini e Di Maio. Gli annunci fanno sorridere, vogliamo vederlo alla prova dei fatti”. Quante possibilità ci sono che si arrivi a un incontro? “Metà e metà – ha risposto Crimi – altrimenti si torni al voto subito, ancora a giugno”.
M5S, li chiamavano già ministri. Il sogno infranto dei 17 professori
Professori, quasi tutti, lo sono già. Ma anche gli altri andrebbero insigniti della laurea ad honorem in una particolare categoria di burnout. Titolari di cattedra in una patologia dello stress finora mai conclamata: la sindrome dell’aspirante ministro. Colpisce 17 uomini e donne che 67 giorni fa, agghindati in giacca, cravatta e tailleur, salivano sul palco del Salone delle Tre Fontane dell’Eur, a Roma. Luigi Di Maio, all’epoca candidato premier dei Cinque Stelle, li chiamava uno ad uno, la musica li accompagnava nei passi, e per un paio di minuti raccontavano cosa avrebbero fatto al governo. Poi è arrivata la sera del 4 marzo e quel 32,5 per cento di voti. Tanti, ma non abbastanza per fare da soli. Così è cominciata la tarantella dei due forni, la ridda delle consultazioni, il balletto dei contratti. E loro sempre lì, perennemente indecisi se lasciarsi trascinare dal sogno, congelare carriere, mobilitare famiglie oppure rimanere inchiodati alle amarezze della realtà e fare finta che non stesse succedendo niente. Due mesi così. Che stress.
Solo domenica scorsa dopo l’intervista di Matteo Renzi a Fabio Fazio hanno capito che era tutto finito. Fino a quel momento ancora ci speravano, eccome. Luigi Di Maio li aveva aggiornati costantemente: un po’ per rassicurarli, un po’ per invitarli a fare la tara rispetto a quello che leggevano sui giornali. Nei giorni in cui si chiudeva il forno con la Lega, in verità, la maggior parte di loro cantava vittoria. Perché quasi tutti preferivano il Pd, e al caro leader non ne avevano fatto mistero. Durante le riunioni, in questi due mesi, ognuno parlava chiaro del proprio orientamento. E poi, nei capannelli tra di loro, discutevano anche dei paletti: l’intesa con Matteo Salvini – osteggiata in particolare dai tre economisti Pasquale Tridico, Lorenzo Fioramonti e Andrea Roventini – metteva a rischio l’impianto del programma di governo che insieme avevano contribuito a scrivere. Così, quando Palazzo Chigi sembrava a portata di mano e si era capito che alla Lega qualcosa bisognava pur cedere, si discuteva di “blocchi” ministeriali su cui non si sarebbe potuto trattare. Tesoro, Sviluppo Economico e Lavoro avrebbero dovuto rimanere “coerenti”, così come Interni e Difesa. Sembrano passati secoli, da quelle discussioni. E negli ultimi giorni, quando hanno capito la mala parata, tutti hanno cercato di confortare Di Maio e dirgli che, insomma, lui l’ha gestita bene, ma è andata così.
C’è chi, tutto sommato, si è consolato facile: oltre ai fedelissimi del capo riconfermati alla Camera, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro, siedono oggi in Parlamento anche altri tre aspiranti ministri, tutti vincitori di un collegio uninominale. Mauro Coltorti, che correva per le Infrastrutture, è stato eletto nella Marche e si dedica in particolare alle aree terremotate (è geologo). Emanuela Del Re, invece, si immaginava alla Farnesina. Oggi siede a Montecitorio ma, almeno pubblicamente, la sua attività è ferma ai ringraziamenti post-elettorali. È diventato deputato anche Lorenzo Fioramonti, che pare aver digerito bene la delusione governativa: gira come una trottola – rigorosamente sui mezzi pubblici – per le borgate est della Capitale (il suo collegio d’elezione) e si toglie pure lo sfizio di cantarle al Salvini che non molla Berlusconi: “Come lo spiego ai miei figli?”. Lui, insieme a Pasquale Tridico e Andrea Roventini formava la squadra economica di Luigi Di Maio, quella che l’altro ieri il bocconiano Fausto Panunzi sfotteva su Twitter: “Un pensiero commosso per i colleghi economisti che si erano prestati a entrare nel governo 5 stelle e che avevano creato la chat Let’s rule Italy”. Al di là del fallito “andiamo a comandare”, i tre keynesiani scelti da Di Maio sono quelli rimasti più attivi: li chiamano a spiegare la proposta del reddito di cittadinanza, fanno seminari e tavole rotonde, li invitano nei meet up. E rivendicano di aver riportato nel dibattito mainstream temi da tempo condannati all’irrilevanza pubblica. Tridico e Roventini, che il 4 marzo non erano candidati, continuano a insegnare: uno a Roma, l’altro a Pisa. Lo stesso vale per gli altri due professori che correvano per Cultura e Qualità della Vita, Alberto Bonisoli e Filomena Maggino, anche loro tuttora operativi nella “divulgazione” del programma 5 Stelle. Fuori dai radar, invece, l’aspirante ministro della Sanità Armando Bartolazzi, Alessandra Pesce (Agricoltura) e Giuseppe Conte (Pubblica amministrazione). Il nuotatore Domenico Fioravanti, fresco papà, affoga i rimpianti nella sigaretta elettronica. Il generale Sergio Costa, che correva per l’Ambiente, continua a dirigere la Forestale in Campania, Salvatore Giuliano fa il preside all’Itis Majorana di Brindisi. Poi ci sono le professoresse della Link Campus, l’università fondata dall’ex Dc Vincenzo Scotti. Oltre alla già citata Del Re, in lizza per la Difesa c’era Emanuela Trenta che ora è impegnata soprattutto a difendere il buon nome dell’ateneo: dovrebbe preoccuparsi pure del suo profilo Twitter, infettato da una caterva di bots. Stessa disavventura toccata alla collega Paola Giannetakis, più reattiva (d’altronde a lei toccava il Viminale): “Il giorno dopo la mia candidatura ho subìto un numero di attacchi bots che hanno prodotto l’oscuramento di ogni mia esistenza su Facebook (…) Comprendo il disagio di tutti coloro che si sono ritrovati in questa pagina e hanno perso invece l’amicizia nel profilo ma non è dipeso dalla mia volontà”. Ci mancava pure questa, che stress.
Il sindaco di Milano: “Dieci personalità per rialzare il partito”
Una rosa di dieci personalità, impegnate per far rinascere il Pd. La proposta è del sindaco di Milano Giuseppe Sala che è intervenuto anche per sostenere sulla trattativa (naufragata) con il Movimento Cinque Stelle: “Il Pd – dice Sala – avrebbe almeno dovuto tentare il dialogo. Di certo non sarebbe stato facile e senza un’intesa sui programmi sarebbe saltato tutto. Però almeno doveva esserci un tentativo: non provarci nemmeno è stato un errore”. “In questo momento – aggiunge il sindaco – dobbiamo dare una dimostrazione di volontà e buon senso. Sento troppi no e vorrei vedere qualche sì in termini di capacità di collaborare”.
Sala è convinto che il suo partito debba ripartire dalle “persone”, prendendo proprio Milano come possibile esempio. “Tutti dicono che non c’è un’alternativa a Renzi, allora l’alternativa può essere quella di un gruppo di dieci personalità – dice Sala, in un incontro pubblico promosso dal suo assessore Pierfrancesco Majorino –. Servono persone che vogliano far parte di una fase costituente senza chiedere nulla, nessuna candidatura. Io darei il mio contributo, anche se ora voglio solo occuparmi di Milano fino alla fine”.
Il leghista twitta: “Per Gentiloni serve un medico”
“Chiamate un medico!”: il tweet polemico del leader leghista Matteo Salvini si riferisce a Paolo Gentiloni. E lo spunto sono le parole del primo ministro venerdì sera a Genova: “L’Italia ha bisogno di migranti ma con un flusso sicuro, organizzato, che non porti morti nel Mediterraneo”.
Gentiloni ha detto che l’unico approccio possibile – viste le caratteristiche geografiche dell’Italia – è di rendere governabili i flussi, “riducendoli in modo drastico e facendo partire in parallelo un meccanismo di migrazioni legali, sicure e se possibile legate al mercato del lavoro nel Paese in cui si va a migrare”.
Gentiloni ha definito l’accordo con la Libia e l’intervento italiano per stabilizzarne la tenuta politica il “più grande successo in politica estera” del suo governo.
Dopo la reazione di Salvini non si è fatta attendere la controreplica del Pd, con il vicepresidente della Camera Ettore Rosato che ha twittato: “Se Salvini non vuole seguire il buon senso, almeno sentisse cosa dicono gli imprenditori del suo amato nord est: gli immigrati possono essere una risorsa, anche solo perché pagano e pagheranno le nostre pensioni. Ed è quello che ha detto Gentiloni”.
“Lo stallo è totale: Di Maio e Salvini sono vincitori fasulli. E il Pd ormai è una farsa”
Massimo Cacciari è al solito caustico. Osserva il grande stallo politico con ironia e distacco: “La situazione è surreale. I vincitori hanno dimostrato di essere vincitori fasulli. Il Pd è una barca che affonda in un bicchiere d’acqua. Il blocco è totale”.
E le colpe di chi sono?
Partiamo dal principio. Questa condizione la dobbiamo al Rosatellum. Un’operazione geniale: nato per fottere i Cinque Stelle si è trasformato in un’arma per la loro vittoria; quando si dice “eterogenesi dei fini”.
Una vittoria mutilata, si direbbe.
I due vincitori delle elezioni sono completamente fermi: Salvini è bloccato dall’impossibilità di lasciare Berlusconi, i grillini dalla loro stessa natura e da una visione ingenua della politica: o noi o niente. Pretendono di non trattare né sul premier né sulla presenza di qualche ministro di Forza Italia.
Ma hanno cercato l’accordo sia con la Lega che con il Pd. Una rivoluzione, rispetto alle loro origini. O no?
Si sono aperti, certo, ma sempre con un atteggiamento di acuto infantilismo: “Venite a noi”. Non puoi concepire la mediazione dicendo semplicemente che la montagna deve andare da Maometto. Se avessero rinunciato a imporre Di Maio premier, sono convinto che non avrebbero fatto fatica a formare un governo. Se avessero proposto una terza persona, Salvini avrebbe avuto un’arma formidabile per convincere Berlusconi a rinunciare a tutto o quasi. Dubito che questo infantilismo continui a pagare a livello elettorale.
Cosa farà il presidente della Repubblica domani?
È quasi impossibile trovare una soluzione. Credo che Mattarella sarà costretto a dare l’incarico a qualcuno: sarebbe poco serio andare alle elezioni con Gentiloni ancora premier. Potrebbe conferirlo alla presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati.
E i voti in Parlamento dove li cerca?
Dal centrodestra e da Renzi. In questa situazione, come fa Salvini a non darle i voti? E con la spinta di Mattarella potrebbe prenderli anche dal Pd. L’alternativa è andare avanti con Gentiloni e convocare le elezioni, ma prima di ottobre è ormai impossibile votare. E credo che il Quirinale sia molto restio a una soluzione di questo tipo.
Il Pd può uscire dallo stagno in cui si è confinato?
Parliamo ormai di un partito fantasma. L’ultimo episodio è la Direzione nazionale, uno spettacolo patetico. Parli per settimane di resa dei conti, ti presenti con 10mila correnti in dissenso su tutto o quasi. Poi arrivi al giorno della Direzione e che fai? La concludi con un voto all’unanimità. Non è una cosa seria. Ma quand’è che discutono davvero? Quando daranno un minimo di dignità alle ragioni per cui si dividono? Prima era un piccolo dramma, ora è un’autentica farsa.
Deve liberarsi di Renzi?
Se il Pd si libera di Renzi non rimane niente. È l’unico con un po’ di carisma e un po’ di voti propri. Gli altri in Direzione non si sono voluti contare perché non c’è nessuna unità tra di loro; i Franceschini, i Cuperlo, gli Orlando, gli Emiliano. Facciano almeno una cosa: una volta stabilita la data dell’Assemblea o del Congresso, gli antirenziani si mettano d’accordo, si presentino con un programma, un documento serio e un leader comune. E provino a salvare la faccia.
Quel leader può essere Zingaretti?
È l’unica possibilità. Tutti gli altri sono completamente bruciati. Alcuni hanno portato l’acqua con le orecchie a Renzi per anni, adesso si sfilano. Altri, penso a Cuperlo, non hanno l’ambizione politica per questa sfida. L’unico è Zingaretti. Non ha perso le sue elezioni, a differenza di tutti gli altri, e in questi anni non è nemmeno stato coinvolto troppo nelle vicende sciagurate di questo partito.
L’esecutivo del Colle ha il programma Ue: nuovi tagli e più tasse
Ci sono concetti e frasi del passato con cui è utile familiarizzare per comprendere l’oggi. Mario Draghi nel marzo 2013, quando pareva che in Italia non si riuscisse a formare un governo, fece notare la tranquillità dei mercati per poi concludere: “Molti dei processi di risanamento continueranno ad andare avanti col pilota automatico”. È il concetto noto come “vincolo esterno” – espressione cara all’ex governatore di Bankitalia e poi ministro Guido Carli – che serve in sostanza ad imporre a nazioni eventualmente recalcitranti le famose “riforme strutturali”. Queste ultime, in soldoni, sono di due tipi: compressione del ruolo dello Stato nell’economia (pareggio di bilancio, privatizzazioni, liberalizzazioni) e indebolimento di sindacati e lavoratori (Jobs act e simili).
È a quel vincolo, a quel pilota automatico, che si richiama Sergio Mattarella per convincere i partiti a fare un governo di almeno un anno che “affronti le emergenze” del bilancio pubblico prima di tornare alle urne: l’aumento automatico dell’Iva dal 2019 per ridurre il deficit; la probabile manovra correttiva per il 2018 chiesta dall’Ue; la discussione a Bruxelles sul budget Ue 2021-2027 penalizzante per l’Italia (che già versa più di quanto incassi); il cosiddetto “esercizio provvisorio” in caso non si approvi la legge di Bilancio entro fine anno. Bisogna fare un governo, insomma, che faccia quel che è stato già deciso in precedenza.
Di cosa stiamo parlando esattamente? In primo luogo degli accordi di bilancio presi dall’Italia in sede europea nell’ambito del Fiscal compact, che prevedono un drastico calo del deficit e del debito a tappe forzate. Le tecnicalità sono complesse – e peraltro contestate dallo stesso governo Gentiloni – ma il senso è che dovremmo portare il disavanzo tra entrate e uscite totali dello Stato a zero entro il 2020: questo comporta manovre economiche di tagli e tasse sul modello di quelle di Berlusconi e Monti che nel 2011 mandarono l’Italia in recessione. Di questo processo fanno parte sia la richiesta di manovra correttiva da 5 miliardi sul deficit del 2018 (Bruxelles dovrebbe notificarla a fine maggio) che l’aumento automatico dell’Iva per 12,5 miliardi previsto per l’anno prossimo.
Quest’ultima è una storia interessante. Tecnicamente questa stangata prende il nome di “clausola di salvaguardia” e fece la sua prima comparsa ai tempi di Giulio Tremonti ministro dell’Economia. Era la calda estate del 2011, quella dello spread: all’epoca, però, il governo di centrodestra per convincere la Ue che avrebbe rispettato gli impegni puntò su un taglio (sempre automatico) di detrazioni e deduzioni fiscali in caso di non rispetto dei vincoli di bilancio; l’Iva fu un’idea del successivo governo Monti e da allora le clausole stanno lì, una mina piazzata sotto ai conti pubblici italiani.
Negli anni però hanno subito molte modifiche. Oggi si presentano così: l’aliquota Iva ridotta del 10% passerà all’11,5 dal 1° gennaio 2019 e al 13% un anno dopo; l’aliquota ordinaria del 22% passerà al 24,2% nel 2019, al 24,9% nel 2020 e al 25% nel 2021. L’ultimo Documento di economia e finanza stima maggiori entrate per 12,5 miliardi l’anno prossimo e 19,1 miliardi a regime: secondo una simulazione del Sole 24 Ore alle famiglie costerà una maggiore spesa di 317 euro.
Per “disinnescare” le clausole il governo in carica ha tempo fino a fine anno, ma dovrebbe farlo all’interno della legge di Bilancio che va presentata entro il 15 ottobre. Per i custodi dell’ortodossia Ue (come il Quirinale), per non far scattare l’aumento dell’Iva bisogna tagliare spese e/o aumentare tasse per un pari importo: 12,5 miliardi nel 2019. Il problema è che questo tipo di manovre sono “recessive”: tagli di spesa e aumenti di tasse abbassano il Pil, la ricchezza prodotta nel Paese, che è anche il parametro su cui si misurano deficit e debito.
D’altro canto chi sostiene – come la Lega e, in parte, il M5S – che non si debba aumentare l’Iva lasciando che il deficit rimanga dov’è, ha il problema del “vincolo esterno”: la Commissione Ue può arrivare persino a multare un Paese che non rispetti gli impegni per lo 0,2% del Pil (3,6 miliardi circa, cifra non irresistibile) e il “Sistema Europa” fare pressioni di vario genere (l’esempio massimo, difficilmente applicabile all’Italia, fu lo stop alla liquidità delle banche greche nel 2015). Si tratta, insomma, dell’inizio di un duro scontro con l’Ue che è alla portata solo di un governo politicamente forte: meno impegnativo, semmai, è bloccare il nuovo budget Ue per qualche tempo in attesa di un nuovo voto.
Quanto all’esercizio provvisorio agitato come spauracchio da Mattarella & C. non è un dramma: è stata la regola per l’Italia fino agli anni 80, decenni in cui il nostro Paese cresceva e aveva una situazione di finanza pubblica assai migliore. In sostanza significa che la legge di Bilancio non è stata approvata entro il 31 dicembre e, finché non succede, lo Stato spende un 12esimo al mese del vecchio bilancio. Il problema, nel nostro caso, è che andare all’esercizio provvisorio significherebbe non aver bloccato l’aumento dell’Iva.
Poi c’è un fatto meno considerato: è l’ultimo anno di relativa tranquillità che possiamo permetterci visto che dal 2019 finisce il Quantitative easing della Bce e Mario Draghi lascia la sua carica. Se bisogna rivotare, meglio farlo quest’anno che il prossimo, già sotto schiaffo.
Casellati e Renzi: i 4 schemi di B. per non andare al voto
Quattro schemi e un funerale, cioè le elezioni anticipate. L’ora “ics” delle fatali consultazioni del capo dello Stato s’avvicina e nel centrodestra, meglio dentro Forza Italia, si registra un incessante lavorìo per trovare una soluzione contro il voto in autunno, a settembre o ottobre.
Il Quirinale è al corrente di questi “movimenti” diurni e notturni – definirle vere e proprie trattative è forse troppo – e vi assiste con un realismo che rasenta l’atarassia. Ossia, parafrasando Democrito, con un stato d’animo di perfetta indifferenza, o quasi. Tanto il momento della verità è domani al terzo giro di consultazioni e Sergio Mattarella farà tutte le sue domande in merito, cercando di avere risposte certe, se mai ci saranno.
Primo schema. È l’unico che ha qualche probabilità residua di verifica. Ed è un pre-incarico o un incarico pieno alla presidente del Senato Elisabetta Casellati, già esploratrice senza successo del perimetro tra centrodestra e Cinquestelle. Stavolta però il suo nome potrebbe essere fatto per un esecutivo sostenuto dal centrodestra con un appoggio esterno del Pd. Dice un influente berlusconiano: “Il nome di Casellati è l’unico per ingabbiare Salvini e Meloni, contrari a ogni collaborazione con il Pd, ma comunque è difficile”. In ogni caso l’eventualità di un pre-incarico consentirebbe alla presidente del Senato di guadagnare altri giorni per far maturare un’improbabile svolta, sia sul fronte fascioleghista, sia su quello dei democratici.
Ragionano al Colle: “Renzi ha appena chiuso una direzione dicendo mai con Salvini o Di Maio. Un pre-incarico? Non ce n’è bisogno: Mattarella incontrerà Martina subito dopo la delegazione del centrodestra e glielo chiederà direttamente: ‘Siete disponibili ad appoggiare un tentativo del centrodestra?’”. Comunque su Casellati pesa il precedente istituzionale del dc Amintore Fanfani nel 1987: fu lui, presidente del Senato e premier di un governo senza fiducia nel Parlamento, a traghettare il Paese al voto delle elezioni politiche di quell’anno. Ma in questo caso la composizione di un esecutivo Casellati sarebbe diversa da quella di uno di centrodestra.
Secondo schema. Discende dal primo ed è un governo di centrodestra camuffato da esecutivo di scopo. È la versione berlusconiana dell’offerta salviniana dell’altro giorno al M5S, immediatamente respinta da Luigi Di Maio. In pratica l’ex Cavaliere avrebbe già offerto al Pd un premier modello Guido Tabellini, l’ex rettore della Bocconi, per superare l’estate, fare la manovra in autunno e finire a dicembre. In pratica un governo dell’Iva con voto anticipato a fine febbraio. Ovviamente l’incognita è il solito Salvini, che non concederà mai a Di Maio di cavalcare da solo le sterminate praterie dell’opposizione.
Questo schema però potrebbe essere propedeutico al vero governo di tregua che Sergio Mattarella prospetterà ai suoi interlocutori. Tabellini o meno, dalle parti del Pd renziano si chiedono: “Come farà tutto il centrodestra a dire di no al presidente della Repubblica?”. Ogni riferimento al leader leghista è fortemente voluto.
Terzo schema.Qui si entra nel territorio ai confini della realtà. Nel senso che i “movimenti” ci sono ma non porteranno a nulla. Tutto nasce dagli abboccamenti quotidiani tra Gianni Letta e Luca Lotti, ambasciatori del renzusconismo. Sarebbe stata esaminata persino un’ipotesi tra Pd e Forza Italia ma in questo caso i famigerati Responsabili, alla Camera, dovrebbero essere ben cento. Un’impresa disperata. Ma se per miracolo dovesse essere fattibile, al Quirinale s’avanza un’obiezione decisiva: “Quale sarebbe l’impatto di un governo degli sconfitti Renzi e Berlusconi?”.
Al di là di tutto, il fenomeno rinato del lettalottismo è il segnale della strategia renziana di creare un blocco centrista alla Macron. Per farlo, l’ex Rottamatore aveva messo in conto anche la scissione dal Pd ma i sondaggi commissionati in segreto su un nuovo partito renziano sono stati spietati: non più del 3 per cento, come Liberi e Uguali.
Quarto schema.Come il precedente, appartiene alla sfera dell’irrealtà. Se non altro perché presupporrebbe un incarico a Salvini o Giorgetti, che ormai dentro Forza Italia danno per “impossibile”. È la strada del centrodestra più Responsabili. Ma i 50 necessari alla Camera, con tanto di nomi e facce come chiede il capo dello Stato non ci sono.
Il Cazzaro Verde
Non so voi, ma io ho una voglia matta di un bell’incarico al Cazzaro Verde, al secolo Matteo Salvini. Sono due mesi che reprimo questa irrefrenabile pulsione, ma ora non ce la faccio più: l’idea di vederlo uscire dal Quirinale col pennacchio e i galloni di premier incaricato sulla felpa è troppo allettante, soprattutto dal punto di vista estetico e scenico. Lo so che, per un incarico pieno, il presidente della Repubblica pretende una maggioranza con numeri certi in Parlamento, altrimenti preferisce sciogliere le Camere e far gestire le nuove elezioni da un governo elettorale di minoranza che si faccia bocciare in Parlamento e resti in carica per gli affari correnti (come il governo Gentiloni, ma non più espressione di un partito che ha appena dimezzato i suoi voti). E questa, intendiamoci, è l’unica via costituzionalmente corretta. Però sperare non costa niente, e io spero che Salvini venga finalmente messo alla prova. La sua fortuna, infatti, è che nessuno l’abbia mai chiamato a un pizzico di responsabilità, nei 28 anni della sua carriera politica (è il leader politicamente più vecchio su piazza, essendosi iscritto alla Lega nel lontano 1990, essendo stato eletto consigliere comunale a Milano nel 1993, e rappresenta il partito più vecchio sul mercato, l’ultimo nato nella Prima Repubblica, classe 1989). È più di un quarto di secolo che il Cazzaro verde spara a salve, senza che nessuno verifichi mai la sua mira. Le rare volte che qualcuno ha provato a inchiodarlo a un dato di fatto, la sua maschera è caduta da sola.
Quando sbarcò dalla Lombardia al Parlamento europeo, nel 2004, l’anti-Casta Salvini si portò il fratello di Bossi come assistente parlamentare (“portaborse”, direbbero i padani duri e puri di una volta, ma con un curriculum di tutto rispetto: terza media e scuola commerciale, negozio di autoricambi a Fagnano Olona, allenatore della squadra di ciclismo della Padania, il che giustificava il modico stipendio di 12.750 euro al mese). Nemico giurato delle raccomandazioni e dei familismi di Roma ladrona, l’intransigente Salvini ebbe l’ex moglie Fabrizia Ieluzzi sistemata al Comune di Milano con contratti a chiamata dalle giunte Albertini e poi Moratti, e poi la sua nuova compagna Giulia Martinelli assunta a chiamata alla Regione Lombardia dalla giunta Maroni a 70 mila euro l’anno. Quando esplode lo scandalo dei rimborsi del Carroccio rubati o buttati dal tesoriere per mantenere la famiglia Bossi, Salvini fa il moralista: “La mia paghetta era 500 lire”. Lui con la Family non c’entra, ci mancherebbe: infatti pochi mesi prima era in ferie col Trota.
All’Europarlamento, le rare volte che ci mette piede (a fine mese non manca mai per ritirare lo stipendio da quel “Gulag sovietico” che per lui è l’Ue, senza offesa per l’amico Putin), matura grande esperienza internazionale. Infatti, dopo la strage di Charlie Hebdo, spiega a Sky che l’estremismo islamico deriva “da un’errata interpretazione della Torah” (il libro sacro degli ebrei, che lui confonde col Corano: forse per l’assonanza col dio Thor, figlio di Odino, nel cui culto celtico si sposavano i leghisti d’antan). Un’altra volta riesce a trasformare in uno statista persino Balotelli, chiedendo il rimpatrio del ghanese del Milan Muntari, definito “un immigrato che non lavora”, e beccandosi la lavata di capo del campione italiano di colore (“Ma davvero Salvini è un politico? Allora votate me, è meglio”). Ora, siccome è piuttosto rozzo ma tutt’altro che fesso, lucra sul declino di B., succhiando i voti di FI grazie a una serie bluff che funzionano solo perché nessuno va mai a vedere. Tipo le ricette miracolistiche contro gli immigrati e i rom (curiosamente presenti in massa anche nelle regioni e nei comuni amministrati dalla Lega), contro l’Ue (che lo mantiene da 14 anni a spese nostre), contro la legge Fornero e pro Flat tax.
Diversamente da Di Maio, che per tentare di fare un governo, anziché cambiare tutto subito, s’è accontentato di cambiare qualcosa nel tempo, il Cazzaro Verde ha continuato a ripetere – restando serio – che gli basta l’incarico per, nell’ordine: trovare una maggioranza (in due minuti), fare il governo (subito), espellere tutti i clandestini e bloccare tutti i nuovi sbarchi (oggi pomeriggio), cancellare la Fornero (domattina), tagliare le tasse all’aliquota unica del 15% (domani sera) e accontentare il M5S con mezzo reddito di cittadinanza (entro dopodomani al massimo). E solo nei primi due o tre giorni: seguiranno altre cuccagne. Siccome tutti sanno che è un fanfarone e nessuno l’ha mai preso sul serio, non è tenuto a dire con quali parlamentari farà la maggioranza, chi glieli comprerà e con quali soldi manterrà le promesse elettorali. Ma intanto la gente ci casca e lui vola nei sondaggi. In questi due mesi ha raccontato solo balle (a Mattarella, a B., a Di Maio), giurando a B. eterna fedeltà a FI e contemporaneamente assicurando al M5S l’imminente sganciamento da FI, annunciando intanto urbi et orbi che, se dipendesse da lui, il governo sarebbe già bell’e fatto. “Datemi ancora due giorni…”, “Appena si vota in Molise…”, “Aspettate il Friuli e poi vedrete…”. L’ultima supercazzola è il “governo di scopo”, a guida leghista e “a termine fino a dicembre” (e perché non fine gennaio o metà aprile?), praticamente pronto col centrodestra unito e i 5Stelle, per “cambiare la legge elettorale”: il fatto che il M5S non voglia vedere B. neppure in cartolina, che Di Maio non voglia fargli da ruota di scorta e che i tre partiti di destra e i 5Stelle propongano quattro leggi elettorali diverse e incompatibili, per tacere di tutto il resto, sono dettagli che non lo riguardano. La prego, presidente Mattarella, gli dia l’incarico: dopo tanta noia, anche lei ha bisogno di un po’ di svago.
Uefa, Pallotta è stato deferito
Inter – milan “Condotta inappropriata”. È questa l’accusa che l’Uefa muove a James Pallotta, protagonista al termine della gara col Liverpool di un duro sfogo con cui ha chiesto l’introduzione del Var. La Commissione disciplinare ha aperto un procedimento che sarà trattato nel corso della riunione in programma il 31 maggio. “Il presidente si è espresso richiamando l’attenzione sulla tecnologia, probabilmente nell’immediato avrà usato qualche parola un po’ colorita ma il rispetto non deve mancare”, così il direttore generale della Roma Mauro Baldissoni nel corso di una intervista a Sky Sport. “Se ci sono stati errori dell’arbitro sono stati riconosciuti prima di tutto da lui stesso”.
Juve e Napoli, pedalando cotti alla meta
Si torna in campo, faticosamente, dopo i veleni di Inter-Juventus. Non che altrove tiri un’aria più salubre, visto il “mani-comio” di Real-Bayern e Roma-Liverpool, ma siamo quasi alla fine e qualcosa bisogna pure inventarsi per tenere aperti i Bar Sport, con o senza Var. La Juventus sta all’Italia come il Real all’Europa: forza, potenza, aiutini, tutto fa brodo.
Quattro punti a tre turni dal termine non sono una mancia banale: sono un signor gruzzolo. Le squadre di Allegri e Sarri pedalano cotte alla meta, saranno i nervi a scavare l’ultima differenza. Allo Stadium in serata la Juventus ospita un Bologna che ha impegnato per un tempo il Milan ma non ha più ambizioni da coltivare, se non la volontà di onorare la storia, l’orgoglio. Dybala affiancherà Higuain, la ghigliottina di San Siro. Il pronostico è chiaro, il resto si vedrà.
Al San Paolo arriva il Toro, il cui allenatore è quel Mazzarri che a Napoli costruì una grande orchestra attorno ai tre tenori: Cavani, Hamsik, Lavezzi. Giunse secondo e fino agli ottavi di Champions, eliminato ai supplementari dal Chelsea che si sarebbe poi laureato campione. Anche in questo caso, al di là del clima un po’ così, il risultato dovrebbe essere in ghiaccio.
Per l’ingorgo tra zona Champions e area Europa League, suggerisco Lazio-Atalanta, oggi, le più belle del reame. Mancheranno Immobile, infortunato, e Caldara, squalificato. È “tornato” però Milinkovic-Savic. Gasperini frigge di stimoli, immagino un pari ricco di emozioni, e magari di gol.
Sul fronte salvezza, occhio a Chievo-Crotone. Il Chievo, in picchiata, ha cambiato tecnico: da Maran a D’Anna. Se non “rovescia” Simy, impresa tutt’altro che facile, saranno dolori.