Civitanova-Perugia, è ancora la finale più bella al mondo

Volge al termine l’annata 2017-2018 della SuperLega Unipol Sai di Pallavolo maschile italiana. E come a ogni vigilia è tempo di tirare le somme di quello che, da più parti, è definito il più bel campionato del mondo. Ad aggiudicarsi lo scudetto l’anno passato è stata la Lube (Cucine Lube Civitanova), non stupisce perciò rivederla anche quest’anno nella finalissima per lo scudetto, stavolta contro la SIR (Si Safety Perugia).

Guidata dall’asso Osmany Juantorena, il team marchigiano ha confermato una tenuta smagliante: con la regia dell’eclettico Micah Chrinstenson e la difesa di Jenia Grebennikov, gli attaccanti (tra cui spiccano Tsvetan Sokolov ed Enrico Cester) hanno avuto ragione di molti avversari nelle sfide della regular season. Eppure è Perugia la vera sorpresa di quest’anno: un Ivan Zaytsev più generoso in difesa/ricezione e sempre decisivo in attacco e il mago Luciano De Cecco – senza paura di smentita, il miglior palleggiatore al mondo – hanno trainato una squadra di assi (Bata Atanasijevic e Max Colaci tra gli altri) a essere la più imbattuta. Dunque, una finalissima meritata.

Come meritata è stata l’esclusione in semifinale delle altre due grandi del campionato: Trento e Modena. Molto rinnovato, il roster trentino ha fatto molta fatica al girone di andata, risultando 11°. Ma nelle sfide di ritorno, la distribuzione rapida e intelligente del palleggiatore Giannelli, solo talvolta un po’ nervosa, ha ritrovato tutti i suoi attaccanti (Uros Kovacevic e Pippo Lanza, i migliori) e ha permesso al gruppo di risalire posizioni, confermarsi tra le Big Four e diventare una squadra.

Se però Modena è stata la delusione di quest’anno è perché sembra esserle sfuggito, ormai da qualche anno, questo concetto di comunanza. Una squadra non può girare attorno a un giocatore o a due, anche fossero tra i migliori al mondo come lo schiacciatore Earvin Ngapeth e il palleggiatore Bruno. L’andatura in campionato è stata claudicante anche nelle vittorie; la regia del brasiliano Bruno non eccezionale (spesso sintonizzata sulle sole frequenze dell’umorale Ngapeth) ha limitato talentuosi giocatori come il centrale Max Holt e lo schiacciatore Tine Urnaut. Quest’anno Modena non ha vinto niente e adesso si adopera nel consueto gioco delle colpe. L’anno scorso le colpe erano immotivatamente ricadute su Santiago Orduna – palleggiatore delizioso che aveva sostituito Bruno – che pure aveva portato a Modena la Supercoppa italiana. Ma ora che Ngapeth andrà alla russa Kazan e si vocifera le partenza di Bruno e Holt, di chi sarà la colpa?

Dal canto suo, Orduna ha dimostrato sul campo il suo valore. Quest’anno, da capitano, ha guidato fino ai playoff in regular season e alla conquista della Challenge Cup sui campi europei la squadra di Ravenna, una vera rivelazione, i cui atleti giocano un’ottima pallavolo (di rilievo, l’austriaco Buchegger: una promessa). Altre rivelazioni di questo campionato sono state la Revivre Milano, guidata da Andrea Giani, dal gioco intelligente e ficcante, e la Calzedonia Verona, squadra fisicamente solida che ha minato fino all’ultimo il 4° posto.

Rimandate a settembre Kyone Padova, Gi Group Monza, Biosì Sora e la Wixo LPR Piacenza che hanno alternato un gioco fiacco ad alcuni parziali brillanti. Da bocciare, invece, le prove dell’allenatore Tubertini a Vibo Valentia, apparso più volte poco capace nella gestione di una squadra, e di Daniele Sottile al palleggio di Latina, poco abile a mettersi a servizio del gruppo e far brillare i suoi attaccanti.

Giro d’Italia a Gerusalemme. Il più forte rimane Dumoulin

“È la vittoria più importante o la più simbolica della tua carriera?”. Tom Dumoulin non ci pensa un istante. Sorride furbo: “Non è la più importante. Ma è molto bella”.

Che abbia battuto l’australiano Dennis Rohan di appena 2 secondi, non conta granché, peraltro il belga Victor Campenaerts ha ottenuto lo stesso tempo di Dennis. È che in poco più di 12 minuti sparati a 48,366 all’ora su strade non facili e saliscendi spezzagambe Tom ha stracciato Chris Froome, che ha buscato 37 secondi, ha maltrattato Thibault Pinot, che ha impiegato 33 secondi di più, ha pettinato di brutto la cresta alla mohicana di Fabio Aru (staccato di 50 secondi). Si è salvato il nostro Pozzovivo, decimo. Insomma, ha onorato due maglie in un solo colpo: quella di campione del mondo della specialità e quella rosa del Giro vinto lo scorso anno. Un passaggio delle consegne, direbbe Briatore, “da favola”. Dumoulin ieri, Dumoulin oggi. Dumoulin domani?

“Corro day by day. Giorno per giorno, anzi ora per ora”. Ma con l’additivo – lecito – di questa vittoria a Gerusalemme “certo che mi sento gasato, e ho più autostima”.

Forse perché è qualcosa di diverso, un risultato epocale, in ogni senso? Tom non cade nella provocazione. Eppure, ieri il suo successo è diventata la notizia più diffusa del mondo: primo nella Città Santa, un universo nell’universo, “sei consapevole che la tua impresa ha implicazioni non soltanto sportive, ma anche politiche e religiose?”.

“Affronto il Giro solo come avvenimento sportivo. Mi ha lasciato perplesso il fatto che il ciclismo non sia ancora tanto sviluppato qui in Israele, però c’è stata una grande accoglienza, un grande entusiasmo, non me l’aspettavo. Non ho pensato alle motivazioni che ci possono essere dietro questo Giro in Israele. Io non sono credente, ma rispetto chi lo è, qualsiasi fede professi”.

Certo, non conosce il grido disperato degli ebrei deportati a Babilonia lungo la strada dell’esilio, “se ti dovessi dimenticare, Gerusalemme, si paralizzi la mia mano destra”. Non l’hanno mai dimenticata. E adesso, che Israele compie 70 anni, la vogliono sempre più grande, più importante, più indispensabile. Oggi la folla che incitava Dumoulin sventolava centinaia di bandiere con al centro Maghen David, lo scudo di Davide, la stella a sei punte, di colore azzurro, in mezzo a due strisce orizzontali dello stesso colore, in campo bianco, “comincia uno storico Giro” titolava ieri in prima pagina il conservatore Jerusalem Post mentre il progressista Haaretz enfatizzava (ma in quarta pagina) l’incubo di un traffico sconvolto dal “più grande evento sportivo di sempre in Israele”.

“Sono felice che gli israeliani abbiano apprezzato la nostra corsa. Non avevo, in realtà, programmato questo risultato, anche se contavo di fare una buona prestazione. Mi sentivo bene, in questi giorni, tutto è filato liscio, in modo perfetto, come mi auguravo. È stato un sogno, a Gerusalemme… vorrei sognare così tutti i giorni, ma il Giro è lungo, tre settimane dure…”.

È sornione il 27enne spilungone olandese di Maastricht, si attiene al copione degli organizzatori, non rilascia dichiarazioni che potrebbero essere strumentalizzate: il Giro in Israele deve essere trattato come un evento sportivo. Ma è consapevole, come tutti i corridori del gruppo, che la loro presenza va aldilà dello sport, come spesso è successo in passato, o anche di recente, pensiamo ai Giochi Invernali in Corea del Sud e ai suoi imprevisti sviluppi.

Sebbene breve (appena 9,7 chilometri) l’emblematica crono di Gerusalemme si è svolta non a caso lungo un tracciato ricco di impliciti significati politici, in un luogo disseminato di imboscate diplomatiche. La scelta di far correre i 175 girini – uno, il bielorusso Kastantin Siutsou, è stato costretto a ritirarsi perché si è fratturato la terza vertebra cadendo in ricognizione, pure Chris Froome è scivolato rimediando dolorose escoriazioni che ne hanno condizionato la prestazione – diventa uno strumento significativo per legittimare una certa politica, a cominciare dallo stesso controverso statuto di Gerusalemme, che gli israeliani considerano la loro capitale indivisibile, dopo che è stata “riunificata” con l’annessione di Gerusalemme-Est nel 1967 (non rinosciuta però dalla comunità internazionale). Il tracciato assai tecnico aveva tutta una sua logica politica: costeggiava la Knesset, il parlamento, seguiva strade intitolate a vecchi primi ministri, ad associazioni benefiche, a grandi rabbini, passava davanti agli uffici del premier Benjamin Netanyahu, il quale si è recato a trovare (in forma privata) i corridori della Israel Cycling Academy, l’unica formazione professionale del Paese (ha avuto una delle quattro Wild card per partecipare), nel gazebo di riscaldamento vicino al King David. Bibi vorrebbe andare in bici, è la sua passione, ma i servizi di sicurezza glel’hanno proibito. Ha augurato buona fortuna agli unici due israeliani in gara, i quali hanno evitato la maglia nera: Guy Sagiv si è piazzato 162esimo, l’ex militare dei corpi d’assalto Guy Niv 167esimo, davanti a Nibali. Non è un lapsus. È il Nibali Giovanni, fratello di Vincenzo. C’è anche un Quintana sbagliato, non il Condor del Tour, ma Dayer Quintana, pure lui fratello del più celebre e bravo Nairo, ieri quartultimo davanti a Kristian Sbaraglia, nel nome tanta voglia… E, a proposito di nomi, come non sottolineare la coincidenza che a partire per primo è stato l’italiano Fabio Sabatini. Cinque ore dopo cominciava lo Shabbat, che deriva dalla parola “riposare”.

“Fanno una figuraccia, però a testa alta”

Una scelta “onorevole, che da noi non sarebbe mai stata fatta”. Jacopo Fo, figlio di un premio Nobel per la Letteratura, sa bene che i giochi di potere “sono dappertutto”. La differenza sta nel modo di affrontarli. “Gli svedesi avrebbero potuto trovare un escamotage. Invece si sono presi tutta la responsabilità. Hanno fatto una figuraccia, ma ne escono a testa alta”.

Al tempo di suo padre Dario – correva l’anno 1997 – non si aveva sentore di scandali, né tanto meno di molestie. “Mio padre era da tempo tra i papabili – racconta Jacopo –, secondo una voce sarebbe proprio toccato a lui, ma da ateo molto scaramantico, non ne aveva parlato con nessuno. Neanche con me. Quel giorno, stava facendo la trasmissione con Ambra Angiolini, Milano-Roma. Erano in macchina. Vennero superati da quelli della produzione che avevano appena ascoltato la notizia alla radio. Così si fermarono in autogrill, mio padre chiamò mia madre e me e dopo festeggiò con Ambra e offrì da bere a tutti i clienti dell’area di servizio, anche perché nel frattempo la notizia si era diffusa”. La sera, poi, al teatro Carcano di Milano, dove era in scena lo spettacolo di Franca, arrivò addirittura la banda.

Qualche tempo dopo la famiglia partì alla volta di Stoccolma: “C’erano tutti i figli e i nipoti – prosegue Jacopo Fo –. Papà passò tutto il viaggio a disegnare il discorso per il Nobel che poi fu pubblicato”.

Boldi e De Sica di nuovo insieme, il botteghino sogna i loro incassi

“Amici come prima” suona come una dichiarazione di intenti. È il titolo del film che a Natale vedrà il ritorno della coppia Massimo Boldi e Christian De Sica, con quest’ultimo che seguirà anche la regia: i re dei cinepanettoni di nuovo sullo stesso set, tredici anni dopo il divorzio. L’annuncio lo hanno fatto ieri le case di produzione Indiana Production e Medusa e su twitter c’è già chi ha esultato – “Quest’anno sarà veramente Natale” – e chi ha espresso in maniera colorita l’opinione esattamente opposta.

Potere dei “cinepanettoni”, capaci per più di trent’anni di dividere critica – quasi sempre ostile – e consenso degli spettatori. Boldi e De Sica sono stati a lungo i re incontrastati dei botteghini italiani, fino a incassare più di 21 milioni di euro nel 2005 con “Natale a Miami”, l’ultimo film insieme. Il ritorno degli “Amici come prima” riuscirà a riportare gli italiani nelle sale? Più che con i kolossal stranieri, la sfida più interessante sarà con un altro re della commedia italiana: Checco Zalone, al secolo Luca Pasquale Medici, che tornerà a fine anno con un nuovo film prodotto da Pietro Valsecchi, di cui sarà anche il regista. L’alleanza Boldi-De Sica riuscirà a contrastare, almeno in parte, il dominio ai botteghini di Zalone?

Il critico cinematografico Maco Giusti è scettico: “È un grande evento, ma non credo riuscirà a salvare le sorti della commedia italiana. È un’operazione come quella che ha portato Al Bano e Romina Power a cantare insieme a Mosca”.

Parlano le cifre: nel 2016 il “Quo Vado?” di Zalone ha superato i 65 milioni di euro di incassi, un record capace di dopare da solo le performance dei film italiani nelle sale, tanto da rendere impietoso qualsiasi confronto. “Poveri ma ricchissimi”, l’ultimo film di De Sica (senza Boldi), ha incassato nel 2017 più di 5 milioni di euro. L’anno prima Boldi (senza De Sica) aveva ottenuto meno di tre milioni di euro con “Un Natale al sud”. Sul finire dello scorso anno il tentativo di portare sui grandi schermi una sorta di blob delle scene più comiche del duo – il “Super Vacanze di Natale” di Paolo Ruffini – è stato un flop. Nel 2017 – anno senza film di Zalone – i cinema italiani hanno incassato quasi il 12% in meno rispetto al 2016, anno in cui invece il comico barese aveva fatto da traino.

Chiedersi quanto il ritorno del duo Boldi-De Sica possa cambiare le cose sottintende un’altra domanda: siamo ancora nell’epoca dei cinepanettoni? “In questa operazione penso manchino due cose fondamentali – dice Giusti – Neri Parenti e Aurelio De Laurentiis. Senza di loro è solo un piccolo flirt natalizio, non il grande ritorno che mi sarei aspettato. Ci chiediamo se Zalone è ancora abbastanza giovane per portare le masse al cinema, figuriamoci se lo possono fare due di settant’anni. Purtroppo”.

Il sodalizio Boldi-De Sica inizia nel 1986 con “Yuppies – i giovani di successo”, regia di Carlo Vanzina. “Vacanze di Natale” – il film generalmente riconosciuto come il primo dei cinepanettoni – è di tre anni prima. Fra gli attori c’è De Sica ma non Boldi.

Il duo inizia la marcia trionfale nei botteghini di fine anno con “Vacanze di Natale ‘90”. I motivi della separazione nel 2005 non sono mai stati chiariti del tutto, Boldi ha parlato di un suo periodo difficile, legato anche alla morte della moglie. Sul finire dell’anno scorso, si è iniziato a ipotizzare un possibile ravvicinamento. Boldi ha fatto un appello alla reunion che non è rimasto inascoltato. A distanza di pochi mesi, ieri la conferma ufficiale: i due, amici come prima, tenteranno insieme la sfida a Zalone. Ma non sarà facile, anche per i re dei cinepanettoni.

“Hanno riconosciuto l’errore, da noi l’avrebbero coperto”

“Quello che mi ha colpito di più? L’assunzione di responsabilità, che in Italia non c’è mai. Noi siamo abituati a dare sempre la colpa a qualcun altro”. Dacia Maraini è in viaggio, ma sta seguendo dai giornali quello che accade a Stoccolma.

Sembra quasi una storia di casa nostra. Signora Maraini, è rimasta colpita?

Sorpresa. Noi abbiamo il mito della Svezia come Paese civilissimo, democratico, perbene. Un posto dove la corruzione non esiste. Proprio per questo la faccenda dell’Accademia ci ha stupiti.

Ci sono due aspetti: le molestie e la corruzione.

Facciamo subito una distinzione. Gli assalti sessuali sono una cosa che non riguarda il Premio, ma una persona esterna. È il marito di una giurata, Katarina Frostenson, certo, ma non è un giurato stesso. Quindi immagino che all’interno non lo si sapesse. Forse non lo sapeva nemmeno la moglie.

Che ha altre colpe, invece?

Se è vero che lei trasmetteva all’esterno le notizie sui futuri vincitori e se sono vere le accuse di passaggio di denaro, allora è molto grave. E sono ancora più amareggiata dal fatto che sia stata una donna a comportarsi con così grande leggerezza.

Quindi ritiene che le posizioni dei due coniugi siano distinte?

Credo che la responsabilità sia personale. Lui deve essere denunciato e punito, se ritenuto colpevole delle molestie sessuali. Ciò che avrebbe fatto lei, invece, è grave per la letteratura mondiale. Ma c’è una cosa forse peggiore.

Quale?

Come hanno fatto gli altri membri dell’Accademia a non accorgersi di ciò che stava accadendo? È inverosimile anche solo pensarlo. E allora è venuta meno una funzione di controllo da parte dei giurati. Non conosco bene le regole, ma immagino che abbiano compiuto una grave omissione.

Alla quale, evidentemente, hanno posto rimedio con la decisione di non assegnare il Premio del 2018.

Una scelta giustissima, segno che tengono alla loro rispettabilità. Vuol dire che sono sensibili al problema e non stanno lì a coprire gli scandali. Si chiama assunzione di responsabilità e noi italiani non siamo abituati. Mi sembra un tratto di serietà, che in quanto tale va assolutamente rispettato.

Anche se questo costituirà un danno per l’economia? Lo scrittore e la casa editrice che avrebbero vinto perderanno molti soldi.

È in questo che l’Accademia dimostra la sua serietà. Un altro avrebbe detto: ‘Facciamo finta di niente perché c’è di mezzo l’economia’. E invece no. Hanno preso subito le distanze, ammettendo di aver peccato di leggerezza per non essersi accorti di queste manovre.

La credibilità del Premio sarà difficile da recuperare?

No, si può recuperare benissimo, proprio perché se uno ammette di aver sbagliato si fa carico anche delle conseguenze. Il re in persona ha voluto rivedere la norma delle nomine a vita. La trovo una giusta presa di posizione.

E qui torniamo al Paese civile.

Stimo molto il regno svedese. Mi ricordo una cosa bellissima: quando tutti i sovrani del mondo tacevano di fronte al nazismo, il re di Svezia si metteva la stella gialla sulla giacca e andava in giro così, in segno di solidarietà con gli ebrei. Un atto politico che giustifica ancora oggi la presenza della monarchia svedese. Io sono sempre per le repubbliche, è bene ricordarlo, ma in questo caso giù il cappello davanti a un’azione di tale coraggio. È una vicenda vecchia, ma che rimane ancora oggi.

Quindi possiamo dire che hanno fatto bene a prendersi un anno sabbatico?

Sono completamente d’accordo con loro.

Stop al Nobel: l’Accademia litiga su affari e molestie

“Vedrete che il risultato della riunione sarà positivo”, così Göran Malmqvist, uno dei membri dell’Accademia di Svezia che conferisce il Nobel per la Letteratura aveva anticipato ai giornalisti giovedì il responso del Forum tra gli accademici durato un’intera giornata. Invece, dopo una notte di attesa, e contro qualsiasi pronostico, il responso è stato negativo. “Il Premio Nobel per la Letteratura quest’anno non verrà assegnato”, con questo freddo comunicato stampa l’Accademia di Svezia venerdì mattina ha annunciato al mondo che quest’anno non ci sarà un vincitore, “tenuto conto del diminuito numero dei giurati e della ridotta fiducia del pubblico” nei confronti dell’istituzione. “L’intenzione – hanno fatto anche sapere – è quella di assegnarne due nel 2019”, ma non c’è niente di sicuro. Non sarebbe la prima volta: in altre sette occasione saltò la premiazione, ma quasi sempre a interromperla fu una Guerra mondiale e non per fuoco amico (a parte il 1935 in cui pare che il papabile, Roger Martin du Gard, stesse scrivendo il seguito del suo romanzo e fu insignito nel 1937).

Nel comunicato non si accenna al caso molestie che ha travolto il fotografo Jean Claude Arnault, beneficiario di finanziamenti dell’Accademia per l’associazione culturale di stanza a Parigi nonché marito del seggio n. 18, Katarina Frostenson, dimessasi, anche se – pare – con colpevole ritardo rispetto alle accuse, circolate all’interno al Forum già a fine 2017 e prontamente sotterrate.

Tutto ancora più o meno recuperabile, se non fosse che a dimettersi non fossero stati anche altri cinque membri su 18. Il tutto a scapito del quorum per la votazione del Nobel: ad alzare la mano devono essere infatti almeno in 11. E come una pallina su un piano inclinato, le defezioni in pochi giorni hanno travolto la credibilità di cui sopra. “A essere molestata da Arnault fu anche la principessa Vittoria di Svezia”, titola uno dei quotidiani nazionali più importanti all’inizio di questa settimana. E la situazione precipita rovinosamente. Altro che #Metoo, a cui la corona si sbriga a esprimere via Twitter tutta la reale solidarietà. Qui l’“Academy” ha sfidato l’erede del suo stesso fondatore. Il Nobel vacilla. I sudditi aprono il dibattito. Gli intellettuali si confrontano. È un forum permanente che vede contrapposti quelli che “il Nobel deve continuare” e quelli che “stop al degrado, ritiriamo questo potere dalle mani degli accademici sfacciati”. Ma soprattutto – mentre la stampa tira fuori racconti dettagliati sui festini culturali di Arnault e il suo “club” a spese pubbliche – iniziano a venire a galla i veri interessi dietro alla frana. A fronteggiarsi sono due fazioni rivali: quella guidata da Frostenson e rappresentata al Forum da Horace Engdahl, critico letterario ed ex segretario permanente, definiti i “nuovi”, quelli cioè entrati nel consesso che sceglie il Nobel letterario dagli anni 90 in poi, e la frangia dei “vecchi”, quelli eletti prima dell’arrivo della Frostenson. Con i secondi che accusano i primi di dissolutezze, giochi di potere, pressioni e interessi personalistici. Primi fra tutti, dopo l’autosospensione della poetessa moglie di Arnault, lo stesso Horace Engdahl, reo agli occhi della stampa di aver preso le difese del fotografo avendo affermato di non sentirsela “di avallare le accuse di molestie rivolte al suo amico”.

Una guerra a cui 12 ore di summit giovedì non sono riuscite a porre fine e che vede “tutti perdenti”, come scrive la giornalista Karin Olsson su Svd. “Questo è il deprimente risultato delle battaglie delle ultime settimane tra i 18 membri”. “Peccato che non si tratti soltanto di un Nobel mancato – rimarca – ma di aver buttato via tutto”. Tutto per una “rivoluzione” fatta, a suo dire, da Peter Englund, Kjell Espmark och Klas Östergren e in segno di protesta da Sara Danius e Sara Stridsberg. Ora che “la tempesta ha travolto ogni cosa”, continua la giornalista “non si può pensare che si riesca a salvare il Premio sospendendolo per un anno”.

Anzi, spiega, “in questo modo la crisi viene ulteriormente rafforzata, anche per l’eco dello scandalo sessuale nel mondo. L’unica speranza – chiosa Olsson – è nominare nuovi membri che abbiano la forza, il coraggio e la saggezza di riportare in auge il motto dell’Accademia, ‘talento e coraggio’”. Un augurio che vedremo se riuscirà a tradursi in realtà nei prossimi giorni, anche grazie al nuovo regolamento introdotto da re Carlo Gustavo XVI che consente all’Accademia di nominare nuovi seggi (non più in carica necessariamente a vita). Ma soprattutto – privati dell’appuntamento con il Nobel per la Letteratura a ottobre – scopriremo se l’ipotesi di vederne premiati due nel 2019 si concretizzerà.

Lo stallo atomico non significa pace

Che la partita siriana fosse un preliminare di quella più ampia per il controllo del Medio Oriente era chiaro. Anzi, le incertezze europee e americane nel portare a conclusione uno scontro che ormai aveva soltanto perdenti potevano essere attribuite al timore che la partita si chiudesse davvero.

Quasi a sperare che allungando l’agonia dell’avventura americana in Iraq e Siria si potesse evitare il caos in tutta la regione. Si guardava ai protagonisti, Russia e Stati Uniti, e alle loro schermaglie fatte di attacchi, parate e finte con un misto di ansia e rassicurazione: finché i due erano in campo non avrebbero rischiato un conflitto diretto (globale) per la Siria e nemmeno per tutto il Medio Oriente. Lo ha dimostrato l’ultimo tragicomico attacco alla Siria condotto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia col permesso e la supervisione della Russia. Lo ha dimostrato il cinismo col quale perfino l’Europa ha preferito lo stallo cruento a una soluzione incruenta. Agonia operativa e stallo non avevano però il favore d’Israele che dalle crisi e dal coinvolgimento internazionale alle porte di casa ha sempre cercato di trarre il maggior profitto. Proprio all’interno delle aree di crisi ha trovato posto e modo per alimentare i conflitti e provocare reazioni violente con pretesti di ogni genere.

Al di là delle retoriche belliciste, Israele non rischia l’estinzione, come un tempo, e nemmeno l’invasione o l’attacco esterno. Non difende i confini ma li trasforma in basi per l’attacco. Provoca l’Iran e nega le sue promesse internazionali riguardo agli armamenti nucleari come se esso stesso non fosse l’araldo della inadempienza e della proliferazione nucleare. Il programma “segreto” (mai smentito) di armamento atomico israeliano va avanti dagli anni 70 e si stima che siano ora operativi dai 200 ai 400 ordigni. Israele dispone anche dei vettori (artiglierie terrestri, aerei e missili) per colpire tutto il Medio Oriente e metà Europa e Africa. Ma soprattutto Israele disconosce qualsiasi trattato di non proliferazione e possiede la volontà e la dottrina operativa per condurre attacchi nucleari. I pretesti non sono un problema. L’armamento nucleare israeliano non serve alla deterrenza regionale, anzi è il motivo di discordia e destabilizzazione fondamentale. Serve però a deterrere gli americani, i russi e gli europei. La minaccia nucleare israeliana coinvolgerebbe tutti in uno scontro globale.

Di contro, nemmeno le cosiddette “prove” portate in televisione (in inglese) dimostrano che l’Iran abbia una qualche capacità nucleare oltre a studi datati e fantasie pseudo-scientifiche. Il premier Bibi Netanyahu ha “rivelato” cose risapute per giustificare i suoi continui attacchi in Siria, Iraq, Libano e Palestina. Approfitta del caos per eludere i problemi interni e personali; approfitta della debolezza del presidente americano Donald Trump sottoposto a duro scrutinio politico e penale cercando d’influenzarne le scelte proprio riguardo all’Iran. Cerca in ogni modo di far precipitare la situazione sul terreno e rompere lo stallo dei Grandi. Tutto questo non è un piano di contingenza per conseguire un obiettivo tattico, ma un piano avviato già con il primo sionismo di Theodor Herzl e teorizzato nel 1982 da Oded Yinon per esercitare un potere egemone su tutto il Medio Oriente, dal Nilo all’Eufrate, con la fratturazione degli Stati esistenti in entità minuscole.

L’obiettivo israeliano può essere ipotetico, ma la cultura della guerra e gli strumenti militari di cui Israele si è dotato sono calibrati per quello. E sono reali. L’Egitto di Nasser, la Libia di Gheddafi, l’Iraq di Saddam e gli Stati arabi erano i grandi ostacoli e sono stati tutti rimossi. Rimanevano la Siria e l’Iran. Ora la prima è destinata alla frantumazione e quindi l’Iran, con o senza bomba atomica, è l’unico ostacolo a questo progetto: è presente in Iraq, dialoga con la Turchia, la Russia e la Cina, regge le sorti della Siria, ha milizie in Palestina, Libano e Yemen; sostiene tutte le minoranze/maggioranze sciite, non ha alcuna pretesa territoriale ai propri confini e, al contrario del sunnismo/wahabismo, non fa proselitismo religioso o diffusione del terrorismo. Israele non teme la forza militare iraniana, ma se l’Iran avesse capacità nucleare legalizzata e riconosciuta si dovrebbe confrontare con uno stallo nucleare che vanificherebbe qualsiasi motivazione egemonica. Israele preferisce la libertà d’azione, intesa come libertà di bombardare chiunque. Stati Uniti, Russia ed Europa stanno a guardare impotenti e rassegnati.

Dall’altra parte del mondo, in Estremo Oriente, la strategia nucleare ha seguito un paradigma opposto. La Corea del Nord per anni aveva cercato una via per uscire dall’isolamento. Produceva ed esportava missili di buona qualità e le sanzioni e i veti internazionali la costringevano a produrre armamenti come risorsa unica ma insufficiente. La gente moriva di fame e il regime non aveva via d’uscita. La Cina, alleata storica, negli anni della grande carestia (’90), subiva le imposizioni internazionali e tagliava gli aiuti alla Corea del Nord. Nel 1994 in una settimana il ponte sul fiume Yalu, confine settentrionale con la Cina, fu attraversato da un solo camion cinese: vuoto. La Corea del Nord aveva sottoscritto il Trattato di non proliferazione nucleare, ma non ci credeva nessuno. Le fu promesso aiuto economico in cambio della rinuncia ai reattori nucleari. Ogni aiuto fu sospeso perché non era disposta a rinunciare al proprio regime e alla propria difesa. Nel frattempo la Corea del Sud veniva militarizzata con una massiccia presenza americana anche nucleare. La richiesta nordcoreana di denuclearizzare la penisola coreana fu sempre respinta: la potenza nucleare era l’America.

I nordcoreani reagirono d’azzardo ma razionalmente: se dovevano rinunciare a qualcosa che non avevano dovevano soltanto procurarsela e renderla credibile. Si ritirarono dal trattato di non proliferazione nucleare e realizzarono i piani nucleari. In pochi anni la Corea del Nord è arrivata a minacciare gli Stati Uniti, il Giappone e la Corea del Sud. Si moltiplicarono i test nucleari e balistici intercontinentali. La Corea del Nord voleva diventare una potenza nucleare riconosciuta per trattare “alla pari” il proprio disarmo. Contrariamente a Israele, non aveva timore dello stallo nucleare ma lo ricercava per evitare un confronto che avrebbe distrutto il proprio Paese e la parte più importante del Sud: Seul. La Cina ha convinto Kim Jong-un a considerare sufficiente la forza nucleare e missilistica raggiunta. Ciò rendeva superflui altri test. Ha promosso le aperture fra Nord e Sud facendo leva anche sul proprio ruolo quale firmataria dell’armistizio che regolava la divisione della penisola. Si è resa garante della sicurezza regionale. Un gesto da grande potenza.

Giappone, Stati Uniti e la Russia sono stati colti di sorpresa. Trump ha subito rivendicato la vittoria e spacciato le mosse di Kim per cedimento alla minaccia americana. Kim e il presidente sudcoreano esultano. La vittoria è la loro. Se non si mettono di traverso i giapponesi e i bellicosi repubblicani statunitensi la pace può durare. La Cina non è stata a guardare.

Russia, un social val bene una rivoluzione

Da qualche giorno nei cieli nuvolosi di Mosca, non volano solo caccia militari, ma anche aeroplanini di carta bianchi, simbolo di Telegram. Li tirano i giovani della “resistenza digitale”, che protestano contro il blocco del servizio di messaggistica voluto dal Rkp, il Servizio federale russo per la supervisione della connessione e comunicazione di massa.
Sui fogli i ragazzi anti-censura hanno disegnato un numero: il 23 dell’articolo della Costituzione che garantisce il diritto ad avere conversazioni private, e poi una faccia.
Quella del vegetariano, astemio e milionario Pavel Durov. Pavel e suo fratello Nikolaj hanno fondato Vkontakte (In contatto), il Facebook russo. Venduto Vkontakte, hanno inventato Telegram, assicurando una protezione dati assoluta. La scelta del tribunale di Mosca, che ha bloccato il servizio sul territorio nazionale, è arrivata perché Durov non ha voluto cedere i codici per decrittare i messaggi degli utenti, tra cui – secondo le autorità – ci sono anche personaggi e organizzazioni che pianificano attentati in Russia.

“Va così male che anche gli introversi sono qui”, c’era scritto sul manifesto di una ragazza che partecipava sulla Prospektiva Sakharov alla manifestazione organizzata dal partito liberale a cui si sono uniti in migliaia, compreso il blogger dissidente Navalny. Ma l’Rkn non cambierà idea: Telegram in Russia è proibito, anche se la sua icona è sullo schermo di ogni smartphone russo, perfino al Cremlino. Il portavoce di Putin, Dimitry Peskov, in merito ha detto che “certa legislazione richiede che certi dati debbano passare a certi servizi della Federazione”. Al ministero degli Esteri russo ora cominceranno ad usare Viber, riferisce l’agenzia Interfax.

Con 200 milioni di utenti nel mondo, già vietato in Cina, da qualche giorno Telegram non funziona da Mosca a Vladivostock. Da due giorni, ha smesso di funzionare anche in Iran, dove le stesse proteste si sono ripetute, ma “per la protezione della sicurezza nazionale” Teheran ha fatto evaporare in un giorno 40 milioni di account.

“Abbasso lo zar”, è uno degli slogan degli attivisti digitali rivolto a Putin. Un altro è “il Grande Fratello ti osserva”, come nel romanzo di George Orwell, 1984, anno di nascita di Durov, attento a diffondere suoi social la sua immagine da martire della libertà virtuale.

Nel 2014 Durov ha abbandonato la Russia per spostarsi fisicamente e fiscalmente tra Finlandia, Sud America e Dubai, luoghi sfondo delle sue patinate foto su Instagram, dove posa a torso nudo per sfidare il presidente. Serghej Golubizkij su Novaja Gazeta, scrive del “carnevale dei Durov”, resi simbolo della resistenza dalla “mitologia della bolla d’informazione dei liberali. La lotta di Telegram è una farsa”. Il patriota della privacy è un capitalista interessato alla stabilizzazione della sua criptovaluta personale, il resto è una crociata dei bambini nella Russia in cui “sono stati già vietati interi sistemi di messaggistica, siti, forum”. Mentre accadeva, nessuno ha mosso un dito. Se non sullo smartphone.

“Ora ci rivelino quello che non si sa ancora dei loro attacchi”

Il 19 giugno 1987 l’Eta fa esplodere un autobomba nei grandi magazzini Hipercor di Barcellona, uccidendo 21 persone. Robert Manrique (1962) è il rappresentante delle vittime e uno dei 45 feriti.

Come si sente oggi?

Per la gran parte delle vittime la data più importante è quella dell’ottobre 2011, quando l’Eta annuncia l’abbandono della lotta armata. Quello di oggi è la conseguenza di quella decisione. Ovviamente sono contento.

L’Eta ha chiesto perdono alle vittime accidentali, all’Hipercor eravate tutte vittime accidentali…

Sì, eravamo vittime che non erano obiettivi, come dicono loro. Il comunicato in cui chiede perdono va bene, però la frase in cui distingue tra le vittime è di troppo. Perchè io, come vittima civile, penso che tutte le vittime siano uguali.

Come si spiega la strage?

Incontrai uno degli attentatori nel 2012: fu lui a chiedermelo. Le spiegazioni che mi furono date coincidevano abbastanza con quello che riportano le due sentenze del 1989 e del 2003, ossia che l’Eta aveva avvertito tre volte prima di far scoppiare la bomba e che lo Stato ebbe una parte di responsabilità nell’accaduto: la polizia non fece nulla per evitarlo.

Che sentimenti prova nei confronti dei terroristi?

Un insieme di pena e di rabbia contenuta. Ma almeno c’è stato uno di loro che si è pentito. Ovviamente sarebbe stato meglio fossero stati tutti e 4 i responsabili.

Che pensa della banalizzazione che si fa del terrorismo in Spagna?

Per me e per moltissime vittime il fatto di paragonare il blocco del traffico su una strada a un atto terroristico è una bestialità. Magari, quelli che fecero l’attentato all’Hipercor il giorno prima avessero bloccato l’autostrada, perché ci saremmo risparmiati 21 morti e 45 feriti.

Ha qualcosa che vorrebbe chiedere ai terroristi?

Mi piacerebbe che, ora che l’Eta ha cessato la sua attività, collaborasse a risolvere o a dare informazioni per quegli attentati che ancora non sono chiari. E mi piacerebbe che i politici, soprattutto quelli che hanno utilizzato le vittime per fare propaganda, si preoccupassero di risolvere tutti i problemi ancora esistenti delle vittime.

Addio all’Eta: dissolto l’ultimo gruppo terroristico d’Europa

Oggi è un buon giorno per Euskadi, Spagna, Francia e tutta Europa, un giorno da celebrare” è l’augurio della Dichiarazione di Arnaga sulla dissoluzione dell’Eta. La cerimonia è avvenuta a Villa Arnaga (residenza libery dell’autore di Cyrano de Bergerac Edmond Rostand) nei Paesi Baschi francesi. A sottoscrivere la dichiarazione Michel Camdessus (ex direttore dell’Fmi), Bertie Ahern (ex capo del governo irlandese), Gerry Adams (presidente del partito indipendentista irlandese Shinn Féin), Jonathan Powell (ex capo negoziatore britannico in Irlanda), Pierre Joxe e Hubert Védrine (ex ministri francesi) e Cuauhtémoc Cárdenas Solórzano (presidente onorario dell’Internazionale socialista).

Gli stessi soggetti che nell’ottobre del 2011 si riunirono in Donostia-San Sebastián facendo appello alle parti per il superamento del conflitto armato nei Paesi Baschi. A quella conferenza seguì il cessate-il-fuoco definitivo e poi un lungo periodo di quasi 7 anni, fino all’aprile del 2017 con la consegna delle armi e i fatti degli ultimi 15 giorni, la richiesta di perdono alle vittime e lo scioglimento definitivo, secondo la formula “Eta nacque da questo popolo e ora in esso si dissolve”. Un percorso unilaterale perché da quando il PP è al governo, non c’è stata più nessuna trattativa formale.

“È un momento storico per tutta Europa poiché segna la fine dell’ultimo gruppo armato nel continente – si legge nella dichiarazione –. Crediamo che per costruire la pace ci sia bisogno di dialogo politico tra tutti gli attori principali”. D’ora in poi i problemi riguarderanno le vittime che vogliono sapere dei molti attentati che non sono ancora chiari e i prigionieri che chiedono di essere detenuti in carceri basche. Poi c’è la ricostruzione di una comunità spezzata da un conflitto armato durato 59 anni che ha fatto 853 vittime.

“L’Eta ha riconosciuto che tutta la sua storia è stato un fallimento”, afferma il presidente del governo spagnolo Rajoy, “Non ci fu e non ci sarà impunità. La democrazia spagnola ha vinto l’Eta. L’Eta sparisce, ma non il danno che ha causato né il dolore irreparabile che tante volte ha seminato”.

In Francia, per evitare ogni genere di problemi agli ospiti internazionali con la giustizia spagnola. Un evento senza pubblico per chiudere un ciclo storico, affollato da centinaia di giornalisti. “È una notizia che i giornalisti baschi sognavano di poter dare. La prima tregua di cui ho memoria è del ‘98, allora lavoravo a Radio Euskadi, e mi ricordo la nostra emozione nel dare quella notizia”, commenta una giornalista basca. La popolazione locale sembra assistervi senza troppo scomporsi, non perché non sia importante, ma perché il punto d’inflessione vero a livello sociale fu nel 2011 quando Eta dichiarò la cessazione della lotta armata. “Il 2011 fu il momento di massima aspettativa e illusione – riflette un giovane basco della sinistra abertzale (patriottica) –. Da allora Eta non ha fatto più attentati”. “Si nota perfino nei dati turistici – continua la giornalista –. A San Sebastian e in Euskadi c’è un prima e un dopo rispetto al 2011”. E immaginando il futuro che si apre, aggiunge “il tema della convivenza non è lo stesso per tutti. Perché sono coinvolti tre gruppi di persone, le vittime e le loro famiglie, i prigionieri dell’Eta e la gente normale che ha sofferto il terrorismo”.