L’Accademia di Svezia sia trasferita a Roma

È sicuro che il Nobel per la Letteratura quest’anno non verrà assegnato? Temiamo di sì, visto che l’Accademia di Svezia ha sede in Svezia, e quelli fanno sul serio. Strano, lo scandalo degli abusi sessuali aveva così poco di scandinavo, ma evidentemente tutto il mondo è molestia. Non ci voleva, sono tempi talmente grami per la letteratura. Tuttavia, una scappatoia ci potrebbe essere. Trasferire l’Accademia di Svezia in Italia, per la precisione a Roma; una cosa temporanea, balneare, quasi indolore come il governo Gentiloni. Trasferirsi da noi renderebbe lo scandalo delle irregolarità finanziarie meno clamoroso, quasi ordinaria amministrazione. Una volta giunti a Roma, consiglieremmo agli accademici di prendere stanza in Largo del Nazareno e, sempre in via provvisoria, si potrebbero sostituire i membri dimissionari con qualche nome autorevole dei nostri: Boschi, Orfini, Nardella (la Madia no, ogni tanto copia)… Come presidente dell’Accademia italo-svedese, vedremmo bene Matteo Renzi. Disinteressato, leale, una parola sola. Con lui il Nobel si potrebbe assegnare a occhi chiusi. Ma se ancora perdurassero delle resistenze, basterebbe spingere Renzi alle dimissioni, e fare reggente Maurizio Marina. Allora sì che l’Accademia righerebbe dritta. Pensateci cari amici svedesi, potremmo trarvi da un bell’impiccio e anche noi ne avremmo da guadagnare; 21 anni dopo Dario Fo il Nobel potrebbe tornare a un italiano. Come sa bene il presidente Mattarella, i candidati non ci mancano.

Il Quirinale, i partiti e l’impossibile esecutivo-enigma

“Un progetto politico (e sociale) non si nutre solo del disagio degli sconfitti, ma ha bisogno di articolarsi attorno al riconoscimento di un gruppo di riferimento e alla comprensione dei suoi bisogni”

(da “La maggioranza invisibile” di Emanuele Ferragina – Bur, 2014 – pag. 47)

Abbiamo perso sessanta giorni di tempo a inseguire un governo mai nato. L’hanno perso innanzitutto i due “mezzi vincitori”, cioè il Movimento 5 Stelle e la Lega, incapaci di formare una maggioranza. E l’hanno perso anche le altre forze politiche, dal Pd a Forza Italia. Ma, con tutto il rispetto che si deve alla persona e al suo ruolo istituzionale, l’ha perso in primis il capo dello Stato nel suo impegno tanto nobile quanto vano di trovare una soluzione a un rebus irrisolvibile, come l’Enigma della Sfinge tramandato dalla mitologia greca.

Chi conosce e stima Sergio Mattarella fin da quando nell’agosto ’90 si dimise da ministro – insieme ad altri quattro colleghi della sinistra democristiana – contro l’approvazione della legge Mammì che ratificava l’occupazione selvaggia dell’etere da parte della Fininvest, non può che apprezzarne l’equilibrio, la moderazione e la saggezza. Soltanto Berlusconi poteva pensare di rompere il “patto del Nazareno” a causa della sua elezione al Quirinale, senza sapere che per lui sarebbe stato in realtà il presidente più neutrale e più innocuo. E non a caso oggi tutti tessono le lodi di Mattarella, compresi i pentastellati Fico e Di Maio.

C’è tuttavia un errore mediatico che, a dispetto delle migliori intenzioni, è stato commesso nella gestione di questa intricata crisi di governo. E deriva dalla scelta di aver affidato ai presidenti delle due Camere un doppio giro di consultazioni, dopo quelle che lo stesso Mattarella aveva condotto in prima persona. Non solo s’è perso così altro tempo. Ma soprattutto è passato all’esterno un messaggio distorto, ingenerando un pericoloso equivoco: e cioè che, in pratica, s’impedisce di governare a chi ha vinto le elezioni. Un equivoco destinato verosimilmente a gettare altra benzina sul fuoco del malcontento e della rabbia popolare, di quella “maggioranza invisibile” a cui è dedicato il libro di Emanuele Ferragina citato all’inizio.

Se il Quirinale avesse affidato invece un pre-incarico al candidato-premier del primo partito (Di Maio) o in alternativa al leader della coalizione più forte (Salvini), come avevano fatto Napolitano con Bersani e ancora prima Pertini con Craxi, forse sarebbe risultato più chiaro che i due “mezzi vincitori” non riuscivano a formare una maggioranza in Parlamento e che il governo era quindi impossibile. La responsabilità sarebbe stata loro. Entrambi avrebbero dovuto compiere l’atto formale di rimettere l’incarico accettato “con riserva”. E nessuno avrebbe potuto recriminare alcunché.

Sapevamo tutti già prima del 4 marzo che, con l’assetto tripolare dello schieramento politico e l’attuale legge elettorale proporzionale, non avrebbe vinto nessuno. E lo sapeva in particolare chi, come il M5S e Forza Italia, aveva escluso qualsiasi meccanismo o correttivo maggioritario. La situazione di stallo in atto ne è la logica e inevitabile conseguenza.

Ha ragione ora Di Maio a invocare il ritorno alle urne. Solo che, se non si vuole rischiare un altro nulla di fatto, sarebbe opportuno prima approvare una riforma per sostituire il “Rosatellum”. E se proprio non si riesce a trovare un accordo, basterebbe allora ripristinare il “Mattarellum” – ultima legge elettorale costituzionale, applicata tre volte, con il 75% di maggioritario e il 25% di proporzionale – per dare finalmente un governo al Paese.

La sinistra sfrattata dal Pd cerca casa

C’era una sola vera domanda che l’altroieri la Direzione del Partito democratico sarebbe stata tenuta a porsi: che cosa sia diventata oggi la “Ditta”, espressione coniata da Pier Luigi Bersani per definire il Pd e a chi spetti detenerne le chiavi. Parliamoci fuori dai denti perché, nell’abuso di parole a proposito della sinistra, il paradosso è che spesso manca la chiarezza: la Ditta aveva semplicemente subappaltato i suoi locali a Matteo Renzi o aveva deciso di cedergliene il marchio in maniera irreversibile? O, per essere più precisi: la Ditta è così profondamente diversa rispetto a quella di cui l’ex segretario prese possesso nel 2013 che sarebbe assurdo oggi chiedergliene la restituzione? In questo caso, nessun dibattito avrebbe ragion d’essere e nessuna “conta” potrebbe rimettere a posto le cose: se le fondamenta, i soffitti, le pareti della Ditta hanno davvero assorbito la trasformazione politico-culturale della rottamazione, del “cambia verso”, del Jobs Act, delle “riforme”, se quei locali si sono trasformati a immagine e somiglianza di coloro che li hanno gestiti in questi ultimi anni, anche solo pensare a un accordo con il Movimento 5 Stelle è stato del tutto privo di senso.

A quanto pare, la Direzione di giovedì ha risposto a questa domanda con i fatti, pur cercando di nascondersi ancora una volta dietro le parole: il reggente Maurizio Martina ha abortito a monte qualunque contrapposizione alla linea renziana, ha negato che ci sia mai stata la volontà di un governo con i 5Stelle e si è limitato a chiedere la fiducia (chissà poi per farci cosa) soltanto fino all’Assemblea di fine maggio, giustificando la retromarcia su tutti i fronti con l’importanza dell’unità. In altre parole, ha ammesso di essere ospite in casa d’altri, mentre il padrone di casa, appena consacrato ufficialmente, gli batteva le mani.

D’altronde vanno riconosciute a Matteo Renzi, e solo a lui, una coerenza identitaria e una caparbietà politica che trovano un’ulteriore riconferma nel rilancio di un governo istituzionale per ultimare o riciclare le “riforme”. Il Rottamatore (soprattutto del suo partito) si è già messo en marche e ora, dopo il 4 marzo, diversamente da quando bluffava di più sulle sfumature, non ha alcuna intenzione di simulare incertezza. La vocazione anti-“populista” a cui si sente chiamato lo colloca naturalmente nel polo anti-antiestablishment, cioè nel vecchio solco centrista che ha molti meno conflitti interni da affrontare della fu sinistra. Dunque ormai è inutile porre a Renzi le domande sui ceti popolari che fuggono verso altri partiti, su come ripensare il rapporto fra il governo e i dettami dell’economia, sui rischi e i danni che comporta la totale sudditanza ai parametri finanziari, sulle integrazioni imposte dall’avvento della Rete al concetto di democrazia rappresentativa, sui limiti all’utilizzo del capitale umano prima di depauperarlo, e in definitiva su come entrare in relazione con un movimento – quello dei Cinque Stelle – che ha raccolto e accolto gran parte dello storico popolo democratico. Tutte queste domande evidentemente non competono a Renzi, ma a una sinistra che, stanca del ritornello delle “ideologie che non esistono più”, abbia sinceramente voglia di ripensare se stessa e di trovare il proprio ruolo nella storia contemporanea.

Ecco: la Direzione nazionale ha unanimemente decretato che non è più nei locali del Partito democratico che questi interrogativi e le loro soluzioni devono trovare posto. Infatti, mentre Martina pontificava fumosamente sull’esigenza di “rifondare la cultura e il pensiero di fondo”, il sottotesto era che tutto questo dovrà accadere altrove. Sfrattata dal Nazareno, la sinistra italiana cerca casa.

C’è un vantaggio nel chiamarsi Israele

Che le dichiarazioni di Abu Mazen (gli ebrei sarebbero in qualche modo responsabili della Shoah) siano inaccettabili, come ha immediatamente dichiarato, fra gli altri, anche l’Unione europea, non è nemmeno il caso di dirlo. Ci si chiede però, come ha fatto un lettore del Fatto (27.4), Mauro Chiostri, parlando dell’oggi e non del codificato ieri, se lo Stato di Israele non goda di uno speciale salvacondotto basato proprio sullo sterminio ebraico di tre quarti di secolo fa.

È una domanda, per la verità, che si fanno in molti ma che non osano formulare pubblicamente nel timore di essere immediatamente bollati come antisemiti, negazionisti, razzisti, nazisti. Ma Israele è uno Stato e non va confuso con la comunità ebraica internazionale. In anni meno manichei di quelli che stiamo vivendo attualmente era la stessa comunità ebraica a non volere che si facesse una simile confusione. Ed era logico che così fosse. Perché Israele è uno Stato e, come tale, può compiere azioni criticabili, e anche nefande, ma non per questo ne deve rispondere, poniamo, un ebreo del ghetto di Roma. Oggi invece questa confusione esiste e Israele può compiere impunemente atti che ad altri Stati costerebbero l’indignata condanna, se non peggio, della cosiddetta comunità internazionale. 1. Durante le manifestazioni popolari di quest’ultimo mese e mezzo a Gaza, i militari israeliani hanno ucciso 44 persone e ne hanno ferite 1.400. Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres aveva fatto richiesta di un’indagine indipendente sui morti a Gaza. Ma Israele l’ha respinta. Eppure richieste di questo genere sono state accettate persino da Assad e, a suo tempo, da Saddam Hussein. L’esercito israeliano sarà anche “il più virtuoso al mondo” come afferma Netanyahu ma certamente ha il grilletto molto facile.

2. L’altro giorno, Benjamin Netanyahu, in diretta tv, con la massima esposizione mediatica possibile, ha accusato l’Iran di aver mentito sul proprio programma nucleare e di stare preparando almeno quattro o cinque bombe atomiche della stessa potenza di quelle che gli americani sganciarono su Hiroshima e, tre giorni dopo, su Nagasaki. Ha anche affermato di essere in possesso di oltre 55 mila pagine di documenti che lo provano. E ha subito trovato una sponda nell’amico di sempre, gli Stati Uniti. In realtà è proprio Netanyahu a raccontar frottole che sono state subito smentite dall’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) i cui ispettori fanno la spola fra Vienna e Teheran e hanno sempre constatato che nelle centrali iraniane l’arricchimento dell’uranio non supera il 20% che è quanto serve per gli usi energetici, civili e medici del nucleare (per arrivare all’Atomica l’arricchimento deve essere del 90%). Questo il comunicato dell’Aiea che, in materia, è la fonte più autorevole dato che i suoi ispettori fanno le verifiche sul campo: “Non abbiamo alcuna indicazione credibile di attività in Iran attinenti allo sviluppo di un ordigno nucleare dopo il 2009”.

È grottesco, se non fosse inquietante, che uno Stato come Israele, che non ha firmato il Trattato di non proliferazione nucleare, che ha la Bomba, anche se non lo dice ma, per buona misura, fa sapere, ne accusi un altro, l’Iran, che questo Trattato ha sottoscritto e accetta da sempre le ispezioni dell’Aiea.

Ma anche se l’Iran, in linea puramente ipotetica, volesse farsi l’Atomica non sarebbe uno scandalo circondato com’è da potenze nucleari come lo stesso Israele, il Pakistan e la non lontana India. L’Atomica, è ovvio, serve solo da deterrente, come dice la logica e anche l’esempio del dittatore coreano che si è salvato semplicemente dimostrando di averla e, a contrario, i casi di Saddam Hussein e Muammar Gheddafi che sono stati eliminati provocando il caos mediorientale e libico che tutti abbiamo sotto gli occhi.

3. Gli israeliani hanno effettuato una decina di raid missilistici su postazioni iraniane in Siria. Gli ultimi due, nella notte di domenica scorsa, hanno provocato almeno 40 vittime. Certo le milizie iraniane sono fuori dal proprio territorio col pretesto di combattere l’Isis che è diventato il passepartout per ogni sorta di nefandezze, turche, russe, americane e, appunto, iraniane. Ma Israele ha il diritto di intervenire? Facciamo l’ipotesi opposta. Cosa succederebbe se missili iraniani colpissero ipotetiche postazioni israeliane fuori dal loro territorio? Il finimondo. La condanna e l’indignazione sarebbero unanimi e le ritorsioni, economiche e militari, immediate. Invece con Israele si sta zitti, si fa finta di non vedere, di non sapere.

4. Dal 1946 sono centinaia le risoluzioni Onu che Israele non ha rispettato. Evidentemente è legibus solutus. Fino a quando deve durare questo salvacondotto che, come scrive il lettore Mauro Chiostri, “specula sul dramma della Shoah mancando oltretutto di rispetto alle vittime innocenti che l’hanno subita”?

Mail box

 

Spero che gli italiani capiscano il teatrino di questi 60 giorni

Abbiamo già dato! Mi è bastato il governo Monti e non avrei nessuna intenzione di ritrovarmi con un altro governo tecnico o di tutti il cui unico scopo è martoriare ulteriormente i cittadini, lasciando vivere e prosperare corrotti, evasori, delinquenti e politici incapaci, con nuove gabelle e furti di reddito in nome di una Europa molto attenta agli interessi dei poteri forti e molto distratta su temi importanti come il lavoro e la tutela dei cittadini europei.

Certo se rimane questa legge elettorale e questa situazione in cui i conflitti di interesse non vengono gestiti e regolati potremmo attenderci risultati non molto diversi da quelli del 4 marzo e una rappresentazione della tenzone politica, specie sui giornaloni e su molti canali televisivi, che è chiaramente sbilanciata in favore di tutte quelle forze politiche (Lega, Forza Italia e Pd) che hanno portato con i loro governi il Paese nella situazione disastrata in cui si trova.

Sarà interessante quindi verificare cosa farà il presidente Mattarella che ha capito benissimo di essere stato menato per il naso prima da Salvini e poi dal Pd ma che oltre alla moral suasion circa la necessità di fare un governo non può fare altro che decidere di rimandare al voto gli elettori.

Mi auguro che gli italiani abbiano compreso il teatrino che è stato inscenato in questi 60 giorni di tentativi di formare un governo. A me è chiaro che i partiti che hanno governato negli ultimi 25 anni (Lega compresa) non abbiano e non abbiano mai avuto alcuna intenzione di fare veramente qualcosa di nuovo per noi cittadini né di dar vita a un governo che affronti in modo serio corruzione, evasione, conflitti di interesse ecc. Mi aspetto che in questa partita esiziale per il nostro futuro gli italiani si ricordino come sono stati governati e decidano finalmente di riprendersi quello che la Costituzione ha loro assegnato e che i vari Lega, Forza Italia e Pd ci stanno scippando da molti anni.

Leonardo Gentile

 

Renzi e B. sono gli ostacoli a un nuovo governo

Questo governo non s’ha da fare. A quanto pare, salvo colpi di scena, non nascerà un governo sorretto da una maggioranza parlamentare.

A questo punto, i motivi sembrano piuttosto chiari. Anzitutto la legge elettorale assurda voluta dal duo Renzi-Berlusconi, per sbarrare la strada al M5S.

Il secondo motivo è la convergenza (anche se per motivi diversi) dello stesso duo Renzi-Berlusconi, nel boicottare l’ipotesi di un governo Di Maio.

È probabile che, se avessero avuto i numeri, i due avrebbero continuato senza scrupoli la collaborazione collaudata nella precedente legislatura, trasformandola in qualcosa di più organico.

Mario Frattarelli

 

Vent’anni di berlusconismo che hanno cambiato i politici

Di Maio ha coerentemente fatto quanto promesso in campagna elettorale: “Se non avremo la maggioranza, apriremo un dialogo con tutte le forze politiche su temi e programmi nell’interesse del Paese”. Ha messo un unico veto: su Berlusconi, in ritardo di 20 anni, scontato nei Paesi civili e ancora incomprensibile a tutti coloro che plaudono all’ex cavaliere ed ex senatore, elevato a rango di politico esperto solo per aver usato politica e istituzioni per i propri interessi. Senza considerare i suoi problemi giudiziari, quali benefici hanno prodotto per il Paese i governi da lui guidati personalmente o per interposta persona? In Italia basta avere un impero finanziario e possedere televisioni e giornali per essere considerato politico capace o statista illuminato? Quando chi ha il dovere di analizzare e raccontare la storia degli ultimi 20 anni avrà il coraggio e l’onestà intellettuale di dire “abbiamo sbagliato a permettere una tale anomalia”, invece di perseverare nell’errore privando questo paese del vero cambiamento mentale e culturale e solo secondariamente politico e sociale? Di Maio pensava di poter parlare con esponenti politici liberi, interessati solo al bene comune, non ha capito che vent’anni di berlusconismo hanno trasformato la classe politica in un accozzaglia di interessi particolari: di partito, di correnti, personalistici e narcisistici, solo marginalmente coincidenti con il bene comune.

Alessandra Ruspetti

 

Gli alleati del centrodestra dovrebbero agire in proprio

Ho pensato al cosiddetto centrodestra: è inappropriata questa definizione. Si dovrebbe nominare “triplice alleanza” ma forse è aulico, altrimenti in maniera più popolare: “Tripartito”. Nella disputa politica ogni partito dovrebbe agire in proprio e non in “accozzaglia”.

Pio Salvatore Milone

 

Matteo è arrivato al capolinea, ma quale sarà il futuro dei Dem?

Renzi è arrivato al capolinea dopo il famoso referendum costituzionale che ha ottenuto una valanga di no. Anche i risultati elettorali del Pd non sono stati eccezionali. La domanda che si pongono tutti è: il Partito democratico esisterà ancora? Siamo alla vigilia di grandi appuntamenti, come il congresso nazionale. Insomma, il bello deve venire ancora.

Massimo Aurioso

Democratici. Più che gli iscritti contano le urne e una scelta di campo chiara

Possibile che oltre ad assistere,con annunci televisivi, alle iscrizioni al Pd di personaggi del calibro di Carlo Calenda, Paolo Virzì e, per ultimo, Oliviero Toscani, non ci sia nessun operaio, precario o disoccupato? Come cambiano i tempi.

Michele Lenti

 

Gentile Michele, le iscrizioni di personaggi più o meno noti contano ormai poco. Anche e soprattutto nelle urne. Però lei solleva un tema importante, ovvero quello della incapacità del Pd di parlare agli italiani in difficoltà. Ed è un nodo centrale non solo per il Partito democratico ma per tutta la politica italiana. Perché lo scollamento tra il partito di riferimento del centrosinistra e i ceti meno abbienti ha portato all’enorme crescita di consensi per i Cinque Stelle, che nelle ultime Politiche hanno rubato molti elettori al Pd (lo dicono tutti gli studi sui flussi di voto). E ha rafforzato perfino la Lega di Matteo Salvini, cresciuta in modo esponenziale nelle regioni rosse. E basta citare l’Umbria, o un altro caso paradigmatico come quello di Livorno, peraltro ora amministrata dal M5S, dove nel 2013 il Carroccio aveva preso poche centinaia di voti e dove invece il 4 marzo ne ha raccolti oltre 13 mila. Un effetto in fondo prevedibile, perché come recita un noto postulato, in politica non esistono vuoti, ma spazi da riempire. E questi spazi, anzi queste voragini, il Pd le ha definitivamente spalancate negli anni a guida renziana. Portando avanti politiche più che centriste sul piano economico (il Jobs Act), e recuperando un’anima di sinistra solo con la legge sulle unioni civili (conquista molto importante, per la quale va riconosciuto anche coraggio politico a Renzi). Il fu rottamatore ha perseguito lo sfondamento al centro e a destra, scegliendo di fare del Pd un partito di riferimento della borghesia tutta, ammesso che il termine abbia ancora un significato concreto. Ma la coperta si è fatta subito cortissima. E ora il Pd è un partito che non sa più riconoscersi allo specchio. Tanto da chiedersi, per bocca dei suoi stessi dirigenti, se ha ancora senso la sua esistenza. È questa la vera domanda a cui bisognerebbe rispondere. Con una scelta di campo, chiara. Decidendo come declinare la parola sinistra nel 2018, con quali politiche e con quali codici. Tornando a prendersi critiche e, perché no, insulti, nelle fabbriche o nelle periferie. E sbattendo sulla realtà. Ammesso sempre che il Pd voglia recuperare a sinistra. Senza rassegnarsi a essere un comitato elettorale del segretario di turno, e dei suoi programmi buoni per tutti i sapori.

Luca De Carolis

Lavoratori come schiavi: minacciati e controllati col Gps

Tutti rigorosamente in nero e costretti a lavorare sotto il controllo del gps. Lo ha scoperto la Finanza di Bolzano: 40 immigrati, pachistani, indiani e algerini, erano impegnati nella consegna porta a porta di volantini pubblicitari tra il Trentino Alto Adige, il Veneto e la Lombardia. Sette le persone denunciate, tutte di Vicenza: cinque indiani, con un’età dai 29 ai 51 anni, e due italiani di 65 e 21 anni. Dalle indagini è emerso che i lavoratori erano sotto continua sorveglianza per più di 15 ore al giorno, sei giorni alla settimana, per 500-700 euro al mese. Il grave caso di caporalato è stato scoperto quando uno dei lavoratori è rimasto coinvolto in un incidente stradale e il datore di lavoro ha preteso il risarcimento del danno. L’uomo si è rivolto alla Finanza. Gli investigatori hanno individuato una società di Vicenza che reclutava manodopera: i lavoratori venivano portati con furgoni fatiscenti, vivevano in condizioni igienico-sanitarie precarie, erano minacciati e privati dei documenti. Per le consegne usavano biciclette e dovevano portare un piccolo rilevatore Gps che consentiva ai “padroni” di controllare con una app sullo smartphone i loro spostamenti e la velocità con la quale facevano le consegne.

Deutsche Bank, accordo con i sindacati per 220 esuberi

È stato raggiunto nella notte di ieri l’accordo tra sindacati e Deutsche Bank sul Piano Strategy 2020 per la ristrutturazione della banca che prevede 222 esuberi in Italia. In base all’accordo è stato definito un percorso di uscita su base volontaria da qui al 2025 attraverso l’utilizzo del fondo di solidarietà di settore, per un massimo di 5 anni e l’erogazione di incentivi che prevedono “un’una tantum di 2.550 euro, cui si sommano da 4 a 6 mensilità aggiuntive a seconda del periodo di permanenza nel fondo e un ulteriore indennizzo pari al 5,5% della retribuzione annua lorda mensilizzata per ciascun mese intercorrente tra l’accesso al fondo e il pensionamento, nonché la maturazione del premio di anzianità”, spiega la First-Cisl. Inoltre, i sindacati hanno chiesto e ottenuto il mantenimento in banca delle attività inerenti il credito al consumo che il piano prevedeva di esternalizzare su una rete di agenzie esterne. Un’ipotesi che, secondo i sindacati, “avrebbe messo a repentaglio la stessa permanenza nell’area contrattuale del credito”. Sono state concordate infine 7 assunzioni, a fronte dei maggiori carichi di lavoro determinati dalla nuova gestione interna del credito al consumo.

Arrivano 40 milioni per il Cnr, saranno assunti metà dei precari

La notizia buona è che il Cnr ha avviato il procedimento per assumere stabilmente i ricercatori a tempo determinato. Quella meno buona, sebbene prevedibile, è che per il momento questo riguarderà solo la metà dei precari storici dell’ente. A ottenere il posto fisso, in questa prima fase, saranno in 1200. Nel più grande centro di ricerca pubblica italiano lavorano 4500 precari; tra questi, circa 2500 sono quelli che vantano più di tre anni di servizio negli ultimi otto, quindi rispettano i requisiti fissati dalla legge Madia come presupposto per la stabilizzazione. Le risorse, però, non bastano per tutti: il governo ha stanziato 40 milioni di euro, ai quali si aggiungono altri 20 milioni garantiti direttamente dalle casse del Cnr. Un precario storico su due, insomma, dovrà ancora aspettare.

L’articolo 18 è vivo, reintegrato alla Electrolux

L’articolo 18 non è ancora morto e a volte si rifà vivo. Come nel caso del sindacalista Fiom della Electrolux di Susegana, Augustin Breda, licenziato lo scorso anno perché accusato di aver abusato della legge 104 (permessi retribuiti per assistere congiunti malati) e ieri reintegrato dal Tribunale di Pordenone. La sentenza è molto netta e rende giustizia a una vicenda che aveva scandalizzato per la sua evidenza e prodotto un’ampia solidarietà.

Il licenziamento, infatti, viene definito di “natura ritorsiva” non tanto per l’attività generica di sindacalista del delegato Fiom, ma per il “peculiare ruolo rivestito dal Breda come membro della Commissione bilaterale Cotepa (cui è specificamente demandata la materia dell’esame delle catene di montaggio sotto il profilo della sicurezza e prevenzione di infortuni sul lavoro degli addetti)”.

Quell’attività aveva portato Breda a denunciare tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 un “graduale ma notevole aumento delle malattie professionali dei dipendenti addetti alle linee di montaggio in conseguenza degli eccessivi ritmi di lavoro”.

I fatti si succedono nel giro di pochi mesi. In azienda arriva l’ispezione del Spisal, il servizio di Prevenzione, igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro e lo stesso Breda, come conferma il direttore dello Spisal, è determinante per l’attivazione di un’indagine ispettiva. Il ruolo di Breda viene ancora rilevato in occasione della riunione del Cotepa, che si riunisce l’11 aprile 2017 e al termine della quale la dirigenza dell’Electrolux si lascia sfuggire che un sindacalista così “si poteva tenerlo anche a casa pagato”. Insomma, per l’azienda è un costo eccessivo.

A valle di quella riunione l’azienda decide di assumere un’agenzia investigativa – “attraverso una lettera di conferimento di incarico di dubbia genuinità” recita la sentenza – per pedinare il sindacalista fuori dal posto di lavoro durante il godimento della legge 104 per assistere la zia Clementina. Assistenza che dura da tempo ma che solo in questo momento appare sospetta all’azienda.

Nel provvedimento di licenziamento la Electrolux aveva contestato a Breda di non essere presente in forma continuativa presso la zia ma di recarsi per negozi a fare spese, circostanza che il Tribunale ha definito compatibile con la legge 104.

E così, sulla base dello Statuto dei lavoratori, sia pure modificato nel suo articolo 1 dalla legge Fornero, che dà “diritto alla reintegra e al risarcimento del danno” il Tribunale ha condannato l’azienda “a reintegrare” risarcendolo con tutte le mensilità maturate e maturande dalla data del provvedimento espulsivo oltre al risarcimento delle spese legali.

La sentenza non era scontata perché in primo grado il giudice aveva respinto il ricorso del sindacato, mentre ieri gli ha dato ragione. Ora Breda può tornare al lavoro, ma soprattutto con la sua vicenda ha riproposto l’attualità di un conflitto che è duro a morire.