Le addette alle pulizie di Poste scioperano e lo studio della Serracchiani le diffida

Volevano incrociare le braccia per protestare contro le loro condizioni di lavoro, ma al sindacato che rappresenta questi lavoratori, la Fisascat di Torino, è arrivata una lettera di diffida dallo scioperare. Altrimenti la sigla sindacale della Cisl dovrà pagare i possibili danni.

A firmare quella missiva l’avvocato che assiste la Euro & Promos Fm di Udine, Lorenzo Gennari, socio della deputata pd Debora Serracchiani: “Viene accolta con stupore la vostra comunicazione avente a oggetto ‘dichiarazione di sciopero e presidio’ – scrive nella lettera datata 27 aprile –. Tale stupore non deriva dallo sciopero in sé, quanto dalle motivazioni sulle quali dovrebbe appoggiare”. Da mesi i dipendenti della Euro & Promos FM a Torino e a Cuneo si lamentano per il peggioramento delle loro condizioni di lavoro e delle loro buste paga, passate dai 600-700 euro mensili dello scorso a quasi la metà: l’azienda di Udine ha rilevato alcuni lotti delle pulizie degli uffici postali delle due province e ha assorbito i lavoratori lasciati senza paga dall’azienda che aveva l’appalto. Tuttavia, per ridurre i costi, la multiservizi friulana ha diminuito il monte orario: a parità di uffici postali da pulire devono metterci meno tempo. Inoltre l’orario deve comprendere anche gli spostamenti da una sede all’altra, con rimborsi chilometrici ridotti all’osso: “Una dipendente mi ha detto che non sa se pagare la bolletta o la benzina per andare a lavorare”, spiega l’avvocato Alessandro Lamacchia che assiste la Fisascat-Cisl e i suoi iscritti. Alla fine, sui lavoratori ricadono anche i rimproveri dei direttori degli uffici postali che trovano sporchi gli spazi. Per l’avvocato Gennari “non corrisponde al vero che presso l’appalto vi sia una ‘permanente situazione di caos’ a meno che il ‘caos’ non sia una mancata comprensione da parte vostra delle dinamiche dell’appalto e delle leggi che regolano le stesse – scrive –. Se un tanto corrispondesse al vero, la responsabilità non sarebbe certamente dell’azienda”. Poi conclude: “Alla luce di quanto detto vi diffidiamo dal proseguire nello sciopero evidenziando altresì che, nell’eventualità in cui tale vostro comportamento dovesse causare danni alla società, gli stessi dovranno essere da voi risarciti”.

“Le lavoratrici sono già spaventate e così si intimidisce pure il sindacato – dice l’avvocato Lamacchia – Ci stupisce che a firmare quella diffida sia il socio dello studio di giuslavoristi tra le quali spicca una politica Pd”.

“I facchini di Leini hanno vinto la lotta anche grazie a voi”

Florin Preda, il facchino romeno delegato Filt Cgil che ha avuto il coraggio di scioperare da solo contro il colosso della logistica Fercam ottenendo che, al cambio appalto, la cooperativa che aveva in gestione il magazzino di Leini (Torino) riassumesse a tempo indeterminato lui e i suoi 13 colleghi che ne avevano il diritto, ha letto le centinaia di messaggi di solidarietà arrivati su Facebook dai lettori del Fatto, che ha raccontato la sua battaglia. Una delle poche a lieto fine nella giunga senza diritti che è il mondo della logistica. I suoi colleghi non avevano scioperato, temendo di non essere riassunti. “È stata un’emozione, grazie – spiega –. A tutti i lavoratori che vengono licenziati o minacciati vorrei dire che chi non combatte ha già perso. Cosa ci si guadagna a non combattere per i nostri diritti quando ce li tolgono? Niente. E allora bisogna combattere”.

Non tutti i dipendenti che lavoravano nel magazzino degli zaini Seven, però, sono stati riassunti. Fuori è rimasto Riki Guidi, iscritto Si Cobas, che il 12 febbraio è andato a portare solidarietà a Florin. Il contratto della logistica impegna la cooperativa che subentra al cambio appalto a riassumere i dipendenti, ma con una gabola alla quale si aggrappa la nuova cooperativa per tenere fuori Riki. La clausola recita: “L’impresa appaltante includerà nel contratto di appalto con l’impresa subentrante il passaggio diretto senza soluzione di continuità a parità di condizioni di appalto tutti gli operatori impegnati nell’appalto stesso da almeno 6 mesi continuativi”. Sei mesi durante i quali Riki era stato appositamente trasferito a un altro magazzino, messo a impacchettare cesti di Natale. Era rientrato nel magazzino di Leini dove si smistano i prodotti Seven solo pochi giorni prima della fine dell’appalto e con questo pretesto è stato lasciato a casa, con la promessa di un posto che non è ancora arrivato.

Cosa ne pensi?

È stata una trappola. Riki è stato per tanti anni capo impianto del magazzino, solo gli ultimi mesi aveva accettato il trasferimento. Ma che clausola è questa dei sei mesi? Io non sono molto bravo con le leggi, sono bravo a lavorare. Però adesso ho cominciato a leggere bene i contratti, e ho capito che essere bravi a lavorare non basta.

Bisogna saper vincere le vertenze, o non basta nemmeno quello?

No. Abbiamo vinto per adesso, abbiamo un posto a tempo indeterminato, come si dice, ma quanto dura questo tempo indeterminato? Qualche mese, se poi cambia l’appalto si ricomincia daccapo. Ogni volta rischi che ti mandino via, ogni volta perdi i diritti che avevi prima.

Il lavoro è fisso, il posto no?

È già la nona cooperativa che cambio facendo sempre lo stesso lavoro. Non basta nemmeno conoscere la legge se questa è fatta per aiutare le aziende a non rispettare i diritti dei lavoratori. Grazie però per il sostegno, da parte di tutti. Grazie ai lettori, la parte più importante della lotta l’avete fatta voi.

Sono arrivati centinaia di messaggi di ringraziamento per la tua battaglia.

È una cosa che mi ha reso molto orgoglioso, soprattutto agli occhi dei miei figli che hanno cominciato da poco a lavorare. Il più piccolo ha 22 anni, il più grande 25, poi c’è la femmina di 24. E della mia compagna, mia moglie, la chiamo così anche se non siamo sposati perché siamo insieme da tanto tempo qui in Italia. Loro mi sono stati molto vicini. Sai come siamo fatti noi? Quando cadiamo ci alziamo e andiamo avanti. La vita è così. Se hai il sostegno degli amici e della famiglia, ti rialzi e riparti. Ora però voglio combattere per ottenere quello che mi hanno tolto durante tutti questi anni di lavoro.

A ogni cambio appalto, si scende di livello: invece di farla, la carriera si disfa. Funziona così nel mondo della logistica?

Sono partito al quarto livello, poi sono sceso al quinto, poi al sesto… Eppure so fare sempre meglio il mio lavoro, so utilizzare tutte le macchine, sono veloce. Però prima non ero bravo a leggere i contratti. Bisogna dirlo ai lavoratori: dobbiamo essere bravi a lavorare ma anche a leggere i contratti. È anche in questo modo che riusciremo a far rispettare i nostri diritti. La battaglia non è finita.

Leroy Merlin, licenziati tre volte. A loro insaputa

La storia dei facchini di Leroy Merlin licenziati a loro insaputa comincia mesi fa, quando uno di loro riceve una telefonata dalla questura: “Lei ha dichiarato il falso. Ha detto di avere un lavoro mentre è disoccupato”. “Ma no! Ho le buste paga, l’estratto conto della banca…”, Mahmoud Zaki, 35 anni, egiziano, comincia a frugare nel cassetto. Era stato lui a rivolgersi alla questura per chiedere il permesso di soggiorno per suo figlio, nato ad agosto. Il terzo di tre nati in Italia.

“Ecco, ho tutte le buste paga, lavoro per la Logicop, la cooperativa che gestisce il magazzino di Castel San Giovanni…”, riferisce agli agenti che rispondono: “Lavorava. È stato licenziato mesi fa”.

Da un controllo emerge che Logicop, la cooperativa per la quale Mahmoud e altri 160 facchini caricano e scaricano lavabi e ante nel magazzino di Leroy Merlin a Piacenza, non esiste più. È subentrata un’altra cooperativa che si chiama allo stesso modo, ma ha un altro codice fiscale. I lavoratori sono stati licenziati e riassunti senza prendere il Tfr e con gli scatti di anzianità azzerati. Nel giro di un anno e mezzo ha cambiato partita Iva tre volte. Mahamoud si è rivolto al sindacato Usb che ha scovato decine di casi identici: “Proprio adesso ho incontrato un lavoratore al quale non hanno rinnovato il contratto: si è scoperto che il contratto non lo aveva affatto, da mesi”, racconta Roberto Montanari dell’Usb. Stesso destino per i dipendenti di un’altra coop quasi omonima, Logicoop con due “o”, parte dello stesso consorzio della Logicop con una “o”, il consorzio Premium Net, che gestisce i magazzini di Leroy Merlin impiegando circa 400 persone. “Un gioco di scatole cinesi che serve ad aumentare i profitti ai danni dei lavoratori trasferiti da una coop all’altra”, spiega Montanari. I responsabili del consorzio ammettono alcune irregolarità, danno la colpa a un consulente esterno che è stato allontanato. I facchini decidono allora di rivolgersi a Leroy Merlin, l’azienda che vanta 464 negozi in tutto il mondo e che fa parte del gruppo Adeo, il primo operatore francese nel mercato internazionale e il terzo al mondo: 21,8 miliardi di euro di fatturato, in crescita di 3 miliardi l’anno. Tentano invano di contattare l’azienda al telefono, via email. Mandano messaggi fino a quando la casella non viene bloccata. Venerdì mattina 40 facchini sono quindi partiti da Piacenza per Milano, decisi a bussare alla porta degli uffici del centro direzionale di Rozzano, palazzi di vetro circondati dal silenzio. Superano i tornelli, vengono fermati davanti alla porta di vetro blindato oltre alla quale ci sono gli uffici.

“Il principale motore di questo successo è costituito dalle persone”, recita lo slogan aziendale: “I nostri team contribuiscono con passione e impegno al successo della loro impresa”. Dopo ore ottengono un incontro con la responsabile relazioni sindacali. Spiega che Leroy Merlin non ha nulla a che fare con questa faccenda, dato che non ha alcun contratto di appalto con il consorzio Premium Net. “Ma come, ci sono le vostre merci…”. hanno un contratto di deposito, spiegano. In pratica, un contratto di affitto con la Ceva, la quale appalta al consorzio Premium Net, il quale appalta alle cooperative che fanno parte del consorzio. Eh? Le scarpiere e i box doccia di Leroy Merlin vengono effettivamente riposti e “movimentati” nel magazzino e effettivamente consegnati dai magazzini ai punti vendita e ai clienti che acquistano dal sito, ma il contratto di deposito tra Leroy Merlin e Ceva non riguarda la gestione del personale: quella compete al contratto tra Ceva e il consorzio. Dunque Leroy Merlin, non si considera “responsabile in solido”, della sorte dei lavoratori, come prevede la legge sugli appalti: “L’azienda è però impegnata a sollecitare il provider affinché intrattenga relazioni sindacali corrette”. Le sollecitazioni non sembrano convincenti: ieri i facchini che si erano presentati a Rozzano sono stati sospesi dal lavoro fino a nuovo ordine, con un messaggio whatsapp. “Ci hanno riconosciuti dai video”, dice Mahmoud, sospeso anche lui. Usb ha denunciato al ministero dell’Economia, alla prefettura, all’Ispettorato del lavoro. “Nel frattempo non ho capito se lunedì devo andare al lavoro o se stavolta mi hanno licenziato davvero”.

Guzzetti approva: “Costamagna va riconfermato”

La mossa su Tim della Cassa Depositi e Prestiti vede favorevole Giuseppe Guzzetti, che promuove anche il presidente Claudio Costamagna. Non è un endorsement da poco: come presidente dell’Acri, Guzzetti è la voce delle Fondazioni bancarie, azioniste di Cdp che per statuto hanno l’ultima parola sui vertici della Cassa. “Squadra che vince non si cambia. Noi siamo dell’idea di confermare la squadra perché ha operato bene ed i risultati si sono visti”, ha detto ieri Guzzetti. Rispondendo poi ad una domanda sulla possibile riconferma di Claudio Costamagna ha spiegato: “Figuriamoci se io non sono favorevole alla riconferma di Costamagna. Con lui abbiamo un antichissimo rapporto. È chiaro che la situazione di Cdp è legata a quello che succederà sull’amministratore delegato. Aspettiamo il nuovo Governo a cui tocca l’indicazione dell’ad e poi si completerà il vertice di Cdp e saremo tutti soddisfatti”. E sull’ingresso in Tim: “Eravamo favorevoli che Cassa Depositi e Prestiti intervenisse in questa partita. Se in tutta questa vicenda hanno ritenuto di cambiare governance a Telecom un motivo ci sarà. Facciamo gli auguri – ha aggiunto – alla nuova Tim. Certo ora ci sarà un nuovo cda e vedremo“.

Consob, la Lega attacca la scelta di Nava. “È incompatibile, il governo ci ripensi”

Il caso della presunta incompatibilità di Mario Nava alla guida della Consob finisce in Parlamento. La Lega ha presentato un’interrogazione urgente in Senato al premier Paolo Gentiloni e al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan per chiedere “se non ritengano opportuno riconsiderare” la sua nomina a presidente dell’Autorithy di Borsa, visto che ha scelto di restare un dipendente della Commissione europea.

Il documento (a prima firma Alberto Bagnai) sottoscritto dall’intero gruppo al Senato, Matteo Salvini compreso, riepiloga tutte le anomalie del caso “mai visto in 40 anni di storia della Consob”. Il governo ha designato Nava prima di Natale. Lui non si è messo in aspettativa da Bruxelles, dove guida la direzione monitoraggio dei sistemi finanziari, ma in “distacco”, restando così un dipendente della Commissione e conservando gli scatti di carriera. Una modalità “in violazione” scrivono i senatori del Carroccio, della legge istitutiva della Consob che impone l’aspettativa “a tutela dell’indipendenza del ruolo”. Chiedono perché il governo abbia scelto “un dipendente di un’istituzione sovranazionale che, tra l’altro, ha poteri di vigilanza sul nostro Paese riguardo alle stesse materie, determinando un potenziale conflitto di interessi”. Nava – ricorda il documento – ha poi ottenuto il distacco per soli tre anni, quando il mandato in Consob ne prevede sette. Una criticità che – risulta al Fatto – è stata sottolineata anche dalla Corte dei Conti nel provvedimento con cui ha convalidato la nomina. La magistratura contabile, in sostanza, ha osservato che fra tre anni sarà necessaria un’altra autorizzazione di Bruxelles.

Quando si è insediato, il 22 aprile, Nava ha spiegato che in quanto funzionario Ue, a lui non si applica la normativa italiana. Il collegio dei commissari, a cui spetta valutare l’eventuale incompatibilità, non ha sposato la sua linea e ha chiesto un parere all’avvocato generale della Consob, per ora non pervenuto.

L’interrogazione ricorda il rischio reale che la vicenda possa indebolire l’attività dell’Authority visti “i possibili ricorsi al Tar di aziende sanzionate o dipendenti demansionati che proveranno a contestare l’incompatibilità del presidente”. Anche dentro Consob i malumori crescono. Molti funzionari scalpitano per una voce che circola nei corridoi: Nava vorrebbe come segretario generale Giulia Bertezzolo, della stessa Direzione Ue in cui lavorava. E di cui è ancora dipendente.

Cdp caccia Bolloré, vince il “mercato” ma grazie allo Stato

L’inesauribile capacità del capitalismo italiano di tradurre in disastri le soluzioni teoricamente migliori, e viceversa, rende impossibile ogni pronostico. Ma la svolta di ieri rimarrà comunque nella storia. Il fondo speculativo americano Elliott di Paul Singer ha tolto alla Vivendi di Vincent Bolloré il controllo di Tim (Telecom Italia). La sua lista per il nuovo cda è stata votata dal 49,84 per cento delle azioni presenti contro il 47,18 ottenuto dalla lista di Vivendi. Decisivo il voto della Cassa Depositi e Prestiti (4,8 per cento delle azioni). Entrano nel cda i dieci candidati di Elliott e solo cinque della lista Vivendi. Tra loro il presidente uscente Arnaud de Puyfontaine e l’amministratore delegato Amos Genish. Lunedì il nuovo cda nominerà presidente l’ex numero uno di Enel Fulvio Conti (70 anni, rottamato da Matteo Renzi nel 2014, rilanciato ieri dal governo Gentiloni) e, salvo sorprese, confermerà Genish come amministratore delegato.

Al vicepresidente Franco Bernabè – che, non rieletto in cda, al termine dell’assemblea ha detto addio per la terza volta a Telecom Italia – sono bastate tre ore per sbrigare la pratica. Nessun esponente di Vivendi e Elliott ha preso la parola, silenzio della Cassa Depositi e Prestiti. Questi soloni della trasparenza e della democrazia economica parlano in posti che conoscono solo loro. Così il dibattito è rimasto nelle mani dei professionisti di assemblea, tra i quali va segnalato, come segno dei tempi, Marco Bava, disturbatore con curriculum pluridecennale.

Dopo aver chiesto ripetutamente all’israeliano Genish se avesse rapporti con il Mossad (servizio segreto del suo Paese), ha insinuato che l’ad e lo stesso Bernabè fossero al servizio di interessi stranieri e “delle lobby ebraiche”, argomento orrendamente sdoganato dalla nascente Terza Repubblica. Bernabè ha stigmatizzato “gli interventi deplorevoli e inaccettabili anche di tipo antisemita, che non si erano mai sentiti in questa assemblea”. L’annuncio della vittoria di Elliott è stato accolto con boati da stadio, perché questo è ormai lo stile della classe dirigente italiana, anche nei santuari del potere finanziario. Bernabè è stato costretto ad apostrofare le grisaglie festanti: “Signori azionisti, non è che siamo alla curva sud”.

Il ribaltone va analizzato lungo due linee contrastanti. La prima è positiva. Per la prima volta in Italia c’è una vera public company, una grande società quotata senza l’azionista di controllo che anche con una quota minoritaria del capitale (Vivendi ha il 24 per cento di Tim) dà ordini ai manager. Public company in inglese non vuole dire statale ma “del pubblico degli investitori”. Si chiude così il ventennio dei “nocciolini” durante il quale l’azienda telefonica è stata ridotta in condizioni preoccupanti da azionisti di controllo che l’hanno usata per farsi gli affari propri o più direttamente per spolparla. Da lunedì il cda non prenderà ordini da nessuno (almeno si spera) e dovrà servire solo l’interesse dell’azienda e del Paese.

La seconda chiave di lettura è controversa. Il portavoce di Vivendi, Simon Gillhad, a fine assemblea protesta: “Non è stata una vittoria decisa dal mercato”. Infatti la contesa tra azionisti privati è stata decisa dal voto della Cdp che ha agito su mandato del governo Gentiloni. Dice Gillhad: “Ci domandiamo come un azionista controllato dal governo, con soldi pubblici, possa votare per un fondo speculativo americano”.

Il paradosso è evidente. La public company è la pietra angolare di un mercato finanziario evoluto. Tim lo diventa a vent’anni dalla privatizzazione e grazie allo Stato che, attraverso il presidente della Cdp Claudio Costamagna, compra con circa 800 milioni di euro presi dal risparmio postale le azioni decisive per far fuori dal controllo dell’azienda telefonica il finanziere bretone Vincent Bollorè.

Il futuro rimane incerto. Sul destino della rete telefonica l’amministratore delegato Genish ha trattato fino a ieri con il governo e su mandato di Bolloré. Da lunedì l’unico azionista a cui dovrà rendere conto è lo stesso governo che tratterà con lui come ente regolatore. E Cdp è anche azionista, insieme all’Enel, della rete Open Fiber che il governo vuole fondere con la rete Telecom. Al capitalismo straccione degli spolpatori si sostituiscono i conflitti d’interessi dello Stato azionista. Però, in mancanza di imprenditori decenti, tocca di nuovo al governo (che nemmeno c’è) indicare la strada che ci porti verso un capitalismo moderno. E la strada più breve sarà il solito arabesco, come direbbe Ennio Flaiano.

 

Dispersi due skipper nell’Atlantico, trovati resti della barca

La speranza di ritrovare vivi due skipper sembra essersi ridotta al lumicino. Alcuni resti dell’imbarcazione “Bright”, insieme a giubbotti, scatole e contenitori di carburante sarebbero stati ritrovati ma non ci sarebbe nessuna notizia dei due dispersi, lo spezzino Aldo Revello e il rumeno Antonio Voinea, di cui non si hanno notizie dallo scorso 2 maggio.

I due erano di ritorno dalla Martinica con destinazione Spezia a bordo di una barca a vela di 14 metri, le cui tracce si sarebbero perse nel tratto di mare compreso tra le isole Azzorre e Gibilterra.

“I resti della barca? L’importante è che non smettano di cercare. Al momento non ho l’impressione che chiuderanno le attività, stanno lavorando duro. Io spero ancora” ha detto ieri sera all’agenzia Ansa Rosa Cilano, moglie di Aldo Revello. La donna sta pensando di andare in Portogallo: “Stare là mi consentirebbe di continuare a fare pressioni perché non rinuncino alle ricerche. Spero ancora perché la Farnesina mi ha spiegato che non si tratta di informazioni confermate quelle che parlano del ritrovamento di resti della barca”.

Le assunzioni-specchietto dei 16 mila precari di Sicilia

Sono quasi 2900 destinati alla Resais, il carrozzone-parcheggio del lavoro in Sicilia che da 15 anni raccoglie le maestranze delle avventure fallimentari della Regione imprenditrice, e 13 mila da assumere nei Comuni dell’isola: la cambiale principe del voto di scambio (lavoro precario in cambio di consenso nell’urna) firmata in bianco da 30 anni dalla politica siciliana sui bilanci regionali oggi arriva al capolinea della stabilizzazione grazie a un emendamento alla Finanziaria approvato dall’aula che ha dato il via alla maxi-infornata di precari da stabilizzare a partire dal gennaio del 2019.

Stavolta il colpo di mano rischia però di risolversi in una maxi-illusione per decine di migliaia di aspiranti regionali, come ha fatto notare in aula il capogruppo dei grillini, Giancarlo Cancelleri, che ha definito la Resais un “bancomat per voti’’: “Una società pubblica non potrà assumere persone senza un concorso e il governo non troverà un dirigente disposto a firmare le assunzioni: pochi giorni fa nelle Marche quelli che hanno dato il via a 776 assunzioni sono stati denunciati’’. E se per Cancelleri è ormai certo che la Presidenza del Consiglio impugnerà la norma (“rimarrà in piedi solo il comma che introduce un nuovo bacino di precari, con un aggravio di spesa che diventa anche insidioso”) l’altro paletto che impedisce le assunzioni è l’inesistenza di una deroga al patto di Stabilità.

Nata all’inizio degli anni 80 per assorbire i dipendenti delle società di Ems, Espi e Azasi, simbolo del fallimento delle politiche industriali di quegli anni, la Resais è diventata un presidio di socialismo reale che nel 1999 costava oltre 40 milioni di euro ogni anno, trasformando l’idea di Piersanti Mattarella che nel ’76 aveva costituito il comitato per l’occupazione giovanile per garantire uno sviluppo dell’occupazione coerente con il mercato in una deriva clientelare senza più argini. Negli anni la Resais ha accolto i dipendenti delle ex cantine sociali e consorzi agrari, e nel 2012 sono arrivati i licenziati della Fiera del Mediterraneo di Palermo, circa una quarantina. Per i politici era diventata una sorta di “pronto intervento occupazionale’’ (una norma del 2016 ha previsto che i precari dei Comuni possono chiedere l’assunzione alla Resais, ma hanno aderito solo poche decine di lavoratori visto che la maggioranza sogna ancora la stabilizzazione) e per gli stessi lavoratori una vera e propria Bengodi: vent’anni fa ne prepensionarono 256, e in attesa di un via libera dell’Inps fu la Regione ad accollarsi il maxi-scivolo, fino a 13 anni di contributi.

E visto che la legge obbligava i pre-pensionati a non lavorare “malgrado molti di loro avessero ancora un’età compatibile con un’attività lavorativa’’, come disse l’amministratore Caratozzolo, in molti ne approfittarono per crearsi un’attività in nero; altri, invece, assorbiti dal sottobosco della politica, finirono per sommare le indennità di amministratori locali nei Comuni o nelle Province con la busta paga della Resais. Con il paradosso che una volta raggiunti gli incarichi nei Comuni o nelle Province, finiscono per sommare la retribuzione di politici locali a quella di dipendenti della Resais in una continua partita di giro. Così un Comune del Belice, nel 2009, ha dovuto versare 14.703,87 euro “a titolo di rimborso per le assenze dal lavoro’’, del suo sindaco, dipendente della Resais e lo stesso si è vista chiedere Trapani, nel 2008, per l’assenza dal lavoro di un consigliere comunale. Per i precari siciliani l’ultimo “salvagente’’ prima di questa maxi-infornata era stato lanciato alla fine del 2016 quando con un tratto di penna ne erano stati prorogati 20 mila, con una forzatura che aveva spaccato anche Forza Italia: “Dobbiamo dirci la verità – aveva detto in aula il deputato Giorgio Assenza – questa norma si poteva e doveva evitare. Nella Pubblica amministrazione si accede per concorso, lo dice la Costituzione, e non chiamando direttamente gli amici degli amici”.

Bullizzano a scuola il compagno disabile: arrestati due 16enni

Due studenti 16enni di un istituto tecnico della zona di Zogno, nel Bergamasco, sono stati arrestati dai carabinieri con le accuse di lesioni e minacce aggravate nei confronti di un loro coetaneo, affetto da disabilità. Gli adolescenti – uno bergamasco e l’altro milanese, già noto alle forze dell’ordine – sono stati sospesi da scuola e affidati a comunità, nella quale adesso dovranno affrontare un percorso educativo, sulla base di un provvedimento emesso dal Tribunale per i Minorenni di Brescia. Tutto è cominciato a fine dicembre 2016, quando i due hanno strattonato il coetaneo, staccandogli una tasca del giubbotto. Dal gennaio successivo le molestie sono diventate più gravi. I ragazzi avevano spintonato la loro vittima negli spogliatoi della palestra facendolo cadere per terra. Il compagno ha sbattuto la testa su una panca ed è stato portato in pronto soccorso. I medici hanno riscontrato un forte trauma cranica. Nei mesi successivi, si rivolgevano al compagno con insulti come “faccia gialla” o “bastardo”, gli nascondevano zaino, libri e quaderni o glieli danneggiavano. Oppure lo obbligavano sempre a consegnare loro i soldi per la merenda. I due sono stati denunciati dai genitori del ragazzo.

Un Osservatorio per l’aeroporto caro a Renzi: esclusi i contrari

“Esclusi. I Comuni contrari alla nuova pista dell’aeroporto di Firenze, progetto caro a Matteo Renzi e a Dario Nardella, sono stati esclusi dall’Osservatorio ambientale che vigilerà sull’opera. Fuori anche Prato. Invece il Comune di Firenze di posti ne avrà addirittura due”. Parla l’architetto Fabio Zita, consulente dei comitati contrari al progetto. Il nuovo organismo dovrà vigilare che le prescrizioni del ministero siano attuate dall’Enac, cioè il proponente del progetto da 300 milioni. Il ministero dell’Ambiente avrà due rappresentanti nell’Osservatorio, due poltrone al ministero dei Beni Culturali, uno a quello delle Infrastrutture, due alla Regione Toscana, uno all’Arpa (Agenzia regionale per la protezione ambientale), uno al Comune di Firenze, uno alla Città metropolitana e uno all’Enac. Una composizione che non va giù a comitati e sindaci della piana di Firenze. Sì, Sesto Fiorentino e Campi Bisenzio che sono forse i Comuni più toccati dagli effetti dell’ampliamento. Proprio quelli contrari.

Ma non solo: “Scorrendo l’elenco dei nomi – commenta Zita – salta agli occhi che Firenze ha espresso due nomi: uno come comune (Giacomo Parenti, dirigente dell’amministrazione) e un altro come città metropolitana (Vincenzo Del Regno, segretario generale del Comune guidato prima da Renzi e poi da Nardella, che l’attuale sindaco ha voluto anche come segretario della città metropolitana). Insomma, tutti gli enti favorevoli – Regione e Comune – ci sono, gli altri no. Ma i comitati criticano anche un altro aspetto: “L’Osservatorio sarà presieduto da Antonio Venditti, dirigente del ministero dell’Ambiente. Lo stesso che ha collaborato all’elaborazione del decreto che detta le nuove norme per la Valutazione di Impatto Ambientale. Senza quelle regole, meno severe, l’aeroporto difficilmente si sarebbe potuto fare. Venditti non è la persona più adatta per guidare l’Osservatorio”.