Zaia revoca il dirigente taglia-sprechi

Quell’esperto è troppo esperto. Rimosso. Un dirigente sanitario della Regione Veneto, meritevole di aver fatto risparmiare all’ente 800 milioni di euro, bloccando il costosissimo project financing del Centro Protonico di Mestre, è al centro di un pasticcio istituzionale imbarazzante per la giunta di Luca Zaia. L’assessore alla Sanità, Luca Coletto, ha nominato il dottor Costantino Gallo nella commissione Crite che si occupa di investimenti in tecnologia ed edilizia, nonché di acquisti di macchinari, impianti e attrezzature degli ospedali. Ma dopo pochi giorni Zaia ha azzerato l’incarico. “Non voglio persone di nomina politica in quelle commissioni, ma soltanto tecnici”, si giustifica Zaia con Il Fatto Quotidiano. Ma è smentito da tre precedenti e analoghe nomine della sua giunta.

La Crite è una commissione cruciale. Grazie ad Azienda Zero centralizza gli acquisti della Sanità. Il 26 marzo, su relazione di Coletto, la giunta approva la delibera 370 che indica in 12 persone i componenti: oltre al direttore generale, Domenico Mantoan, otto direttori di servizi sanitari e tre esperti, di cui uno di nomina dell’assessore. Il 9 aprile Coletto indica il dottor Gallo (responsabile di Progetti e Ricerca Clinica dell’azienda ospedaliera di Padova) e ne informa Mantoan.

Gallo è un dirigente scrupoloso che nel 2011 sottoscrisse la relazione che azzerò il progetto del Centro protonico, considerato antieconomico (prevedeva 4 mila pazienti, un numero irrealistico) con 149 milioni di euro di investimenti privati e 738 milioni di euro di rimborsi in 19 anni da parte di Usl Venezia e Regione. L’assessore non si era preoccupato che Gallo avesse poi fatto una causa alla Regione (chiusa con una transazione di 100 mila euro a suo favore) per essere stato discriminato.

La sua nomina ha retto fino al 17 aprile quando Zaia ha portato in giunta la delibera 522 che ha messo nelle mani del direttore generale tutti gli appalti sopra i 200 mila euro ed eliminato l’esperto dalla composizione della Crite. Il dottor Gallo ha scritto a Zaia sottolineando che la revoca è intervenuta “senza nessuna esplicita motivazione”. E ricorda di aver fatto nascere la Commissione Crite che dal 2008 al 2010 “ha permesso alla Regione Veneto risparmi di 52,5 milioni di euro in acquisizioni di apparecchiature”.

Zaia fa il virtuoso. “C’erano pacchi di delibere quel giorno in giunta e non ci siamo accorti che nella Crite era inserito un componente di nomina politica…”. E allora? “Io sono da sempre contrario alle nomine politiche in commissioni che si occupano di acquisti e valutazioni tecniche. Altrimenti finisce come con il Mose. Quando ce ne siamo accorti la seconda delibera ha ripristinato la situazione”. E l’escluso? “Neanche so chi sia. Che l’assessore lo avesse già nominato lo apprendo ora”.

Peccato che gli archivi smentiscano la differenziazione tra livello politico e tecnico. Almeno per la giunta Zaia. Nel 2008 il governatore Giancarlo Galan, poi arrestato per il Mose, creando la Crite, aveva individuato solo componenti tecnici. Per tre volte, invece, la giunta Zaia ha inserito “un esperto indicato dall’assessore alla Sanità” (delibere 2353 del 29 dicembre 2011, 3957 del 18 giugno 2013 e 767 del 27 maggio 2014). Quella figura non risulta, invece, nella delibera 136 del 2016. Ma rispunta nella delibera 370 del 2018, salvo sparire di nuovo e frettolosamente. Un mistero buffo.

Tap bocciata a Bruxelles. “No ai finanziamenti Ue”

Il gasdotto Tap che dall’Azerbaijan arriverà in Puglia, beneficiario di un maxi-prestito di fondi pubblici da 1,5 miliardi di euro, fa ancora discutere. Questa volta non in Salento ma a Bruxelles. L’europarlamento censura il finanziamento nel rapporto annuale sul controllo delle attività finanziarie della Bei per il 2016, presentato dall’eurodeputato M5s, Marco Valli. Un testo non vincolante eppure durissimo nei confronti del consorzio Tap, che al punto 62 “esprime preoccupazione per il possibile finanziamento da parte della Bei del progetto di gasdotto transadriatico che non rispetta, in misura diversa nei paesi di transito (Albania, Grecia e Italia), le norme ambientali e sociali minime degli Equator Principles; si rammarica che la Bers (Banca europea per la ricostuzione e lo sviluppo) abbia già stanziato finanziamenti per 500 milioni di euro e ritiene che il progetto non sia idoneo per un investimento da parte della BEI, né dovrebbe essere preso in considerazione – si legge nella relazione – a fini di finanziamento da qualsiasi banca che aspiri a investimenti responsabili sul piano sociale e ambientale”.

Sono stati 539 voti a favore della relazione, tra i quali – oltre ai pentastellati – anche numerosi eurodeputati del Partito democratico e di Forza Italia; 39 i contrari e 78 gli astenuti. Non è tardata, però, una nota congiunta pubblicata dall’Ansa delle delegazioni al Parlamento europeo che vede uniti in difesa della strategicità di Tap democratici e berlusconiani. “Abbiamo votato a favore della relazione ma contro l’emendamento su Tap, per questo abbiamo voluto esplicitare in una nota la nostra posizione”, fa sapere Roberto Cuillo del Pd. “La relazione del M5s – scrivono nel documento Fi e Pd – dimentica il prezioso ruolo del gas naturale nella decarbonizzazione e le importanti prospettive in termini ambientali e di risparmi grazie allo sviluppo del gas come fonte rinnovabile”. La destinazione del gas di Tap per decarbonizzare, però, non risulta validata al momento da alcun accordo.

Per Valli, autore della relazione, “nessun finanziamento pubblico deve andare alle aziende che operano nei paradisi fiscali”. Che i bilanci di Tap, con sede in Svizzera, siano secretati è cosa nota al Fatto, che già in passato aveva provato a visionarli. Ma il senior media advisor della multinazionale, Luigi Quaranta, controbatte: “L’approvazione arriva dopo che la banca ha già preso le sue decisioni, mi sembra solo un atto politico”. Si dice soddisfatta invece l’eurodeputata pugliese M5s, Rosa D’Amato: “La Bei adesso ci ripensi e investa sulle rinnovabili”. Il suo collega Dario Tamburrano tiene a precisare che “la strategia energetica Ue delinea un’economia quasi completamente decarbonizzata per il 2050”, quando il gasdotto sarà in funzione già da trent’anni.

Sul piano giudiziario, al di là delle proteste che scuotono il Salento, Tap è al centro di due indagini della magistratura leccese. Un cantiere è sotto sequestro probatorio che l’ipotesi che non sia stato rispettato il vincolo paesaggistico né l’arco temporale imposto dalla Valutazione di impatto ambientale per l’espianto degli ulivi. La dirigente del ministero dello Sviluppo economico, Liliana Panei, che aveva accolto le modifiche del progetto, ora chiede a Tap di integrare nell’arco di dieci giorni la documentazione relativa all’istanza da lei stessa autorizzata. Per Luigi Quaranta si tratta “di una procedura ordinaria, è successo altre volte che ci abbiano chiesto integrazioni”.

Al vaglio degli inquirenti anche il terminale di ricezione del gasdotto. Si attendono gli esiti dell’incidente probatorio, che renderà finalmente noto il reale quantitativo di gas presente all’interno dello stabilimento, previsto a poche centinaia di metri dalle abitazioni. Qui si ipotizza l’aggiramento della direttiva Seveso sulla sicurezza dell’impianto, che – se applicata – avrebbe reso obbligatoria anche la consultazione della cittadinanza.

Roma, il Comune avvia uno sgombero e poi lo sospende

Un altro episodio a Roma fa salire la tensione tra la giunta a 5 Stelle e il mondo dell’autorganizzazione e delle occupazioni. Stavolta è toccato all’Angelo Mai, spazio sociale che ospita concerti e attività culturali, artistiche e teatrali nella splendida cornice verde delle Terme di Caracalla. Ieri mattina è iniziato lo sgombero, ordinato dall’Assessorato al Patrimonio di Roma Capitale e affidato alla polizia municipale. Immediato il tam tam delle proteste sui social, subito sostenute dal Pd all’opposizione, da Leu, ma anche dal Teatro di Roma . Immediato anche il dietrofront della stessa amministrazione capitolina. L’assessore alla Cultura e vicesindaco Luca Bergamo ha annunciato lo stop all’operazione: “Non ne sapevo nulla”, ha detto, riconoscendo che “l’Angelo Mai e altre esperienze simili in città sono importanti per la loro offerta culturale, per il patrimonio di relazioni umane e sociali che consentono di realizzare e per il presidio sul territorio”. È stata disposta una sospensione di 20 giorni dello sgombero. L’Angelo Mai è inserito nella lista degli immobili da sgomberare compilata ai tempi dell’amministrazione straordinaria dal prefetto Francesco Paolo Tronca.

La fiction sceglie Moro “il professore”

Èuna visuale interessante quella che la Rai ha scelto per ricordare Aldo Moro nel quarantennale della sua morte. Ed è quella dei suoi studenti del corso di Diritto penale della facoltà di Scienze Politiche all’Università La Sapienza di Roma. La stessa università dove nel 1977 il segretario della Cgil Luciano Lama subì una durissima contestazione e dove, nel 1980, due anni dopo la morte di Moro, le Brigate Rosse assassinarono Vittorio Bachelet.

Martedì 8 maggio, in prima serata su Raiuno, andrà in onda la docufiction Aldo Moro, il professore, diretta da Francesco Miccichè, con Sergio Castellitto a interpretare il ruolo dello statista democristiano, rapito dalle Br il 16 marzo 1978 e ucciso 55 giorni dopo, il 9 maggio. Quel 16 marzo, se non fosse stato rapito, dopo il voto di fiducia al governo, Moro sarebbe andato alla Sapienza per discutere alcune tesi di laurea con i suoi studenti. Uno di loro era Giorgio Balzoni, giornalista Rai, dal cui libro, Aldo Moro, il professore (Lastaria Edizioni), è tratta la fiction, che è stata presentata ieri nell’Aula Magna de La Sapienza alla presenza, tra gli altri, anche di Giovanni Moro, figlio dello statista.

Nel film, che mescola fiction, immagini d’epoca e interviste realizzate ad hoc a diversi personaggi (Miguel Gotor, Guido Bodrato, Marco Follini, Emanuele Macaluso, Antonio Signorile, Beppe Fioroni e altri), traspare la passione di Moro per l’insegnamento. “Moro più volte prese in considerazione l’idea di lasciare la vita pubblica per continuare a fare solo il professore, ma proprio nelle sue lezioni traspariva il suo profondo amore per la politica nel senso più nobile, come servizio reso allo Stato e alla comunità di cittadini”, racconta Balzoni. Ma Moro fu anche un docente moderno.

“Con lui si poteva parlare di tutto, accettava il confronto, talvolta anche aspro, con gli studenti”, continua Balzoni. Il film, non tralasciando i giorni del rapimento, racconta l’intenso rapporto di Moro con i suoi studenti, che a volte portava fuori dall’università, a visitare le carceri per esempio. E con i quali s’intratteneva alla fine delle lezioni.

“Il maggior lascito dello statista Dc è la sua mitezza e la capacità di ascoltare, di comprendere le ragioni dell’altro. Il suo omicidio è stato come toglierci la giovinezza”, osserva Castellitto. Il film, seppur dalla visuale degli studenti, punta il dito contro la Dc e tutti coloro che, a un certo punto, hanno preferito abbandonare Moro al suo destino. “La morte di Moro è ascrivibile alle Br dal punto di vista tecnico, ma culturalmente lo è a tutto quel mondo che intorno a lui ha alzato un muro…”, aggiunge Castellitto. “La storia dell’Italia repubblicana si divide tra il prima e il dopo il delitto Moro, è stato lo spartiacque della nostra democrazia”, aggiunge Balzoni. “Mai come adesso, in tempo di editti, si avverte la mancanza di una figura come Moro e della sua visione”, afferma il dg Mario Orfeo. Prima della fiction, martedì sera, sempre su Rai1 sarà trasmessa “55 giorni. L’Italia senza Moro”, orazione civile di Luca Zingaretti sul testo dell’omonimo libro di Stefano Massini edito da Il Mulino.

Rai, soldi a Fazio e Maggioni: indagini verso l’archiviazione

Non solo Monica Maggioni, il presidente Rai, indagata per abuso d’ufficio e peculato nell’ambito di un’inchiesta che riguarda alcuni rimborsi per trasferte (nel 2014-2015) della presentazione di un suo libro e appalti affidati senza gara quando era ai vertici di Rai News. La Procura di Roma, nei mesi passati, ha aperto un fascicolo, per vicende diverse, sul contratto di un altro pezzo da novanta della Tv di Stato: si tratta di un’inchiesta – di cui è titolare il pm Giorgio Orano, che indaga per abuso d’ufficio – nata dopo una denuncia dell’associazione “Rai Bene comune” che punta il dito sui circa 2,8 milioni di euro del contratto di Fabio Fazio, conduttore di Che tempo che fa (Rai1).

L’esposto prende spunto dalle dichiarazioni dell’onorevole Michele Anzaldi, ex membro della Commissione di Vigilanza Rai, secondo il quale l’azienda di viale Mazzini avrebbe applicato solo parzialmente la disposizione normativa sul limite massimo retributivo di 240 mila euro e il contratto a Fazio sarebbe stato il “trionfo della presa in giro”. Parzialmente, perché in un primo momento l’avrebbe applicata soltanto per i dirigenti, mentre, per quanto riguarda gli artisti avrebbe a lungo temporeggiato. Fino al parere dell’Avvocatura dello Stato che, sul tetto retributivo, stabilisce un’unica deroga: il tetto può essere superato per le prestazioni che hanno effettiva natura artistica. Secondo l’esposto, però, la Rai non poteva derogare in base al solo parere dell’Avvocatura di Stato, perché, per una simile deroga, sarebbe stata necessaria un’apposita legge. Da qui, la denuncia di abuso d’ufficio sulla quale, però, la procura sta chiedendo l’archiviazione.

“Che tempo che fa, contratto non conforme”

Secondo i denuncianti, oltre il contratto di Fazio, esisterebbero altre violazioni. E anche in questo caso l’esposto si rifà alle dichiarazioni di Anzaldi il quale, in Commissione, riferì che la Rai intendeva affidare la produzione del format – in appalto parziale – a una “costituenda società di cui sarà socio lo stesso Fazio”: “Si decide non solo di non bandire una gara, ma addirittura di affidarsi a una società quando ancora non esiste”. “Rai Bene Comune” e il suo presidente Riccardo Laganà, assistiti dagli avvocati Enzo Jacovino e Andrea Ruggiero, sul punto stanno presentando un’integrazione della denuncia.

Sulla vicenda s’è già in parte espressa l’Anac il 21 febbraio. L’Autorità Anticorruzione, guidata da Raffaele Cantone, “pur non rilevando alcun profilo di danno attuale”, manda gli atti alla Corte dei Conti e delibera “di ritenere non conforme al codice dei contratti la stipula da parte di Rai del contratto preliminare con l’artista, prima fra l’altro che la società di produzione del format, con cui è stato poi stipulato il definitivo, venisse costituita”.

L’Anac: “Sul presidente nessun illecito”

Intanto l’indagine penale va verso l’archiviazione. Stesso destino per l’inchiesta su Monica Maggioni. Il direttore Rai è indagato per peculato e abuso d’ufficio dopo la denuncia di “Indignerai”. L’associazione di dipendenti Rai anonimi ha chiesto di fare chiarezza sulle spese di trasferta di una decina di presentazioni, avvenute nel 2014 e 2015, del suo libro sulla propaganda dell’Isis Terrore mediatico (editore Laterza) fatte mentre era direttore di Rai News 24. Inoltre chiedevano anche di “accertare le motivazioni dell’affidamento senza gara nel periodo 2013-2015 (…) di servizi di supporto redazionale” per i contenuti per le piattaforme nuovi media. L’Anac in questo caso ha archiviato la vicenda, in quanto non vi erano profili di illiceità. Per quanto riguarda gli appalti, l’affidamento diretto era solo temporaneo, poi la gara è stata indetta.

Nell’esposto si faceva riferimento ad alcuni articoli pubblicati sul portale Rai News 24 riguardanti un’opera del compagno architetto della Maggioni, esposta al Salone del mobile di Milano. Per la Procura non c’è alcun profilo penale e lo stesso ha stabilito l’Anac: ha deliberato che non vi è stato alcun profitto, né rapporti contrattuali con la Rai.

Per quanto riguarda il libro, l’Autorità, nell’archiviazione, spiega che le presentazioni erano inserite nell’ambito di impegni più ampi come direttore di Rai News24 e che non sono stati presentati scontrini per alberghi. È stato rimborsato solo qualche viaggio. Le motivazioni dell’azienda di Stato hanno convinto l’Anac. E anche la vicenda penale va verso l’archiviazione.

L’operazione contro i “populisti” completa. Giordano via dal Tg4

Maurizio Belpietro, Paolo Del Debbio e Mario Giordano. Mediaset cambia linea, espelle i programmi “troppo populisti” che secondo l’azienda non funzionano più e dunque il capitolo si chiude con le dimissioni – chissà quanto volontarie – di Giordano dalla direzione del Tg4. Giordano resta in azienda con un incarico tutto da scoprire, cioè se è un ufficio senza finestre oppure qualcosa di operativo e concreto: da lunedì sarà direttore Strategie e Sviluppo dell’informazione Mediaset, nell’ambito della Direzione Generale Informazione. Al suo posto, alla direzione del Tg4, subentrerà Rosanna Ragusa che in passato ha diretto, tra l’altro, l’Agenzia News Mediaset. “Mario Giordano a Mediaset è un capitano di lungo corso – ha detto Mauro Crippa, direttore generale Informazione Mediaset – Ha diretto con successo Studio Aperto, News Mediaset, Videonews, TgCom24 e il Tg4. Sulle nostre reti è stato autore di numerosi programmi giornalistici e di infotainment. E in questo nuovo ruolo avrà modo di mettere a frutto questa eccezionale esperienza per aiutarci a rinnovare la nostra informazione, ideando nuovi format di approfondimento al passo coi tempi, valorizzando sempre più le risorse interne”.

Vitalizi, M5S se la prende con Casellati: “La Camera lavora, il Senato fa melina”

Vitalizi, ultimo capitolo. A parole tutti i partiti sono d’accordo e vogliono tagliare gli assegni degli ex parlamentari. Nei fatti, a un mese e mezzo dall’inizio della legislatura, il provvedimento non è ancora arrivato.

Il Movimento 5 Stelle, che ne aveva garantito una rapida approvazione, se la prende con la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati: “Mentre la Camera va spedita, Palazzo Madama fa melina”. In termini più istituzionali, il medesimo concetto viene declinato in una lettera inviata a Casellati dal senatore grillino Danilo Toninelli: “Gentile Presidente, in considerazione del solerte lavoro compiuto dal Collegio dei Questori della Camera dei deputati, che ha completato l’istruttoria per la revisione dei vitalizi, compresi i trattamenti di reversibilità, e in relazione al suo dichiarato impegno in favore di un percorso parallelo e coordinato tra i due rami del Parlamento, le scrivo per chiederle lumi sull’istruttoria che il gruppo del Movimento 5 Stelle vorrebbe vedere il prima possibile all’esame del Consiglio di Presidenza”. Traduciamo dal politichese: alla Camera i questori dell’Ufficio di presidenza hanno già lavorato per tagliare i vitalizi degli ex onorevoli, il Senato invece cosa aspetta? La Casellati mantiene l’impegno che ha preso?

L’ultimo equivoco, diciamo, si gioca quindi sui ritardi tra una Camera e l’altra. Anche perché nel merito ormai nessuno eccepisce: i vecchi vitalizi dovranno essere ricalcolati col metodo contributivo. Sono d’accordo ovviamente i Cinque Stelle, che ne hanno fatto una battaglia di principio sin dalla fondazione. È d’accordo ora anche il centrodestra: a lavorare all’istruttoria sui vitalizi alla Camera, oltre al grillino Riccardo Fraccaro, sono stati Gregorio Fontana di Forza Italia e Edmondo Cirielli di Fratelli d’Italia. Quest’ultimo conferma: “Non c’è nessun impedimento politico. Stiamo aspettando la delibera del presidente Roberto Fico, a quel punto in ufficio di presidenza dovrebbero votare tutti a favore. Forse bisogna aspettare che ci si allinei con il lavoro del Senato, dove a quanto mi risulta si stanno occupando di questioni giuridiche e costituzionali, mentre noi abbiamo già studiato gli aspetti tecnici del provvedimento”.

Poi c’è il Pd. Ettore Rosato rimpiange ancora la legge Richetti, quella approvata alla Camera durante la scorsa legislatura, che però non ha mai visto la luce al Senato: “Noi suggeriamo ai Cinque Stelle di procedere con una legge ordinaria e non con una delibera in ufficio di presidenza. Ma se arriverà una delibera fatta per bene non avremo nulla in contrario, la voteremo anche noi. Ora però anche i grillini si stanno accorgendo che non è così semplice mettere mano a questa materia e far procedere in sintonia Camera e Senato”.

Sulla buona volontà degli altri partiti i Cinque Stelle continuano a fidarsi poco. “Alla Camera – rivendica Fraccaro – abbiamo consegnato l’istruttoria in sole due settimane, dando un segno tangibile di cambiamento. Le altre forze politiche si sono dette favorevoli, auspichiamo che passino dalle parole ai fatti”.

Grillo fa infuriare Di Maio: “Referendum sull’euro”

Ci mancava il fondatore. Ci mancava Beppe Grillo, a (ri)dire quello che pensa davvero sull’euro. E a complicare ancora di più la vita al candidato premier che (per ora) non lo sarà più, Luigi Di Maio, il moderato che da mesi giurava di trovarsi benissimo nella Nato, nella Ue e perfino “nell’unione monetaria”. Poi però un venerdì mattina riecco Grillo, che al mensile francese Putsch ricorda: “Ho proposto un referendum per la zona euro, voglio che il popolo italiano si esprima. Il popolo è d’accordo? C’è un piano B? Bisogna uscire o no dall’Europa?”.

Righe che valgono come un ordigno. Calato soprattutto su Di Maio, che ormai ha rinunciato a Palazzo Chigi, quindi già di suo rabbuiato. E i due elementi sembrano correlati. Perché l’addio al governo pare aver “liberato” Grillo, spingendolo a ripescare quello spauracchio, il referendum sulla moneta unica, che il Movimento governista aveva nascosto sotto il tappeto. Naturale il fastidio di Di Maio, che pure ora preannuncia un Movimento da trincea sui territori, e già bolla come “traditori del popolo” gli eventuali sostenitori di un governo di tregua. Ma che non può resettare in un amen la sua linea europeista. E ancora più ovvia è la soddisfazione degli ortodossi, sempre più agitati, per i quali Grillo rimane il faro. Che per carità, al giornale francese ha detto anche altro.

Per esempio, che in Italia “c’è stato un colpo di Stato al contrario. È stata utilizzata la democrazia per distruggere se stessa, la legge elettorale è stata decisa a tavolino per impedirci di governare”. Fino a una frase da Grillo d’altri tempi, quello delle origini: “Noi non vogliamo governare, desideriamo dare alle persone i mezzi per essere rappresentati. Con la piattaforma web Rousseau ci sono continui referendum”. Ma a pesare ovviamente è il passaggio sull’euro. E Matteo Renzi sfrutta il varco: “Oggi Grillo torna al referendum sull’euro, da quando ha capito che non andranno a Palazzo Chigi ha ripreso con insulti e follie. Sono orgoglioso di aver contribuito a evitare l’accordo con il M5S”. Un altro motivo di irritazione per Di Maio e i suoi, che prendono male le frasi del fondatore. Decidendo di tamponare, in fretta. Così all’ora di pranzo il capo politico si palesa a Montecitorio e rilascia ai cronisti una dichiarazione da equilibrista: “Grillo è uno spirito libero e lo conosciamo tutti: ma la linea sull’Europa e sull’euro resta sempre quella, cambiare tutto. Ma per cambiare ce lo devono far fare”.

Tradotto, Grillo parla a titolo personale, ma la linea resta quella, farsi sentire in Europa ma senza rilanciare un referendum sull’euro. Però un ortodosso di peso ringhia: “Grillo è un libero pensatore, e anche su questo gode del massimo consenso tra iscritti ed eletti”. Ergo, il fondatore rimane il leader, a cui aggrapparsi. Anche per sminuire Di Maio, il capo assoluto.

Ma è decisamente presto per parlare di un fondatore che va all’assalto del capo politico. “Beppe ha risposto a una domanda dicendo la sua idea, lui va di pancia senza troppi retropensieri” riflette un parlamentare tra i più vicini a Grillo. Però Di Maio è nervoso. Avverte il gelo della base, che non ha ancora digerito l’abbozzo di trattativa con il Pd. E le parole di Grillo, musica per le orecchie di tanti attivisti, sono sale su una ferita freschissima. Per sanarla, il capo politico progetta un tour dei parlamentari in luoghi simbolo, come zone in crisi economica o comunque importanti per i temi del Movimento. Da abbinare alle città dove si voterà nelle prossime amministrative. “Mobiliteremo tutti” assicurano. Mentre Di Maio allude: “Escludere il M5S dal governo significherà chiamare in causa i cittadini: noi l’abbiamo fatto chiedendo il voto subito, ma è chiaro che il M5S a quel punto può chiamare in causa i cittadini in altri modi…”. Ed è un richiamo bellico alle piazze. Ma la guerra il Movimento ce l’ha anche dentro i Palazzi.

Perché gli sherpa di Forza Italia corteggiano a tutta forza i tanti neo-eletti, e c’è chi sta cadendo in tentazione. “Qualcuno lo perderemo, è fisiologico” ammettono ormai dal M5S. E circolano voci su due o tre deputati già prossimi al “tradimento”. Paure e veleni, per il Movimento che deve ridarsi una rotta: senza governo.

 

Bersani parla di Pd, Possibile si arrabbia: “Non è la linea di Leu”

L’opinionedi Pier Luigi Bersani su Matteo Renzi e il Pd? “È personale, non è una linea condivisa con Liberi e uguali”. A dirlo sono Beatrice Brignone e Andrea Maestri, candidati alla segreteria di Possibile, la lista fondata da Giuseppe Civati. Il riferimento è a un’intervista di Bersani lunedì sera a Piazzapulita, in cui ha criticato l’ex premier e lo statuto del Pd “che ti consente – ha detto Bersani – di governare un partito un po’ da dentro e un po’ da fuori”.

Bersani ha detto che i dem dovrebbero promuovere una discussione al loro interno. E Renzi interrogarsi su “cosa pensa di aver fatto e su cosa invece dovrebbe correggere”: “Non si mette il carro davanti ai buoi – ha aggiunto Bersani – prima bisogna riflettere su dove si sta andando”.

Secondo Brignone e Maestri non si dovrebbero “sprecare energie guardando a quanto non avviene all’interno dei dem. Le dichiarazioni di Bersani sono frutto di un parere personale e non di una linea politica condivisa in Liberi e uguali. Peraltro sono mancati momenti di confronto su questo tema. E non solo su questo”.

“Matteo ha perso, il sì ai 5 Stelle è l’unica via per evitare le elezioni”

“La propaganda renziana racconta di un Matteo Renzi come Leonida, che alle Termopili ha fermato i persiani, ossia i Cinque Stelle, con un solo gesto della mano. Ma la verità è che l’ex premier per la prima volta ha perso in Direzione. E infatti, verso la fine ha lasciato la sala, con evidente disappunto”. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, primo fautore del dialogo tra Pd e M5S, non ha dubbi: nella Direzione di giovedì le minoranze dem hanno portato a casa un ottimo risultato.

Lei è soddisfatto, ma è finita con la solita mediazione su un documento votato all’unanimità. Vi siete arresi perché non avevate i numeri.

Non è affatto così. Renzi ha provato a far passare un documento che vincolasse il segretario reggente Maurizio Martina a un percorso che escludesse ogni accordo con il M5S, ma non ci è riuscito. E ha preferito evitare una votazione, perché rischiava di perdere.

Era un rischio più alto per voi oppositori, non pensa?

Io non credo, e infatti Renzi ha preferito non correrlo. In tanti giovedì hanno sostenuto la necessità di un dialogo programmatico con il M5S, da Sergio Chiamparino a Nicola Zingaretti, fino a Claudio De Vincenti, vicino a Paolo Gentiloni.

La porta al M5S l’ha chiusa lo stesso Martina al microfono: “Capitolo chiuso”.

Questa è una falsa rappresentazione, tutta renziana. Martina ha detto che ha sentito l’intervista dell’ex premier su Rai3 e che allo stato, senza il voto dei gruppi renziani, quella ipotesi è chiusa. Ma ha poi ribadito che la strada del dialogo con i 5Stelle è l’unica possibile. Piuttosto, Martina ha chiuso al centrodestra.

Renzi rivendica la chiusura di Martina al M5S, ha visto?

Lui è solo. Oggi (ieri, ndr) è stato l’unico a ripetere la sua linea, nessuno dei suoi l’ha seguito.

Resta il fatto che, ancora una volta, non avete avuto la forza di metterlo in minoranza.

Abbiamo evitato volutamente di spaccare il partito, perché in quel caso un governo con il M5S sarebbe stato davvero impossibile.

Lo è anche adesso: senza i renziani non ci sono i numeri per un esecutivo del genere.

Io credo che siano sempre di meno quelli disposti a seguire Renzi su questa rotta, che porta al voto anticipato. Come riuscirà a spiegare loro che dovranno andare a casa piuttosto che accettare un governo con i 5Stelle? Voglio vedere quanti ne rimarranno di renziani…

Magari l’ex premier pensa anche a un governo di tregua con Forza Italia e Lega.

Questo papocchio non si può fare, lo ripeto: nella Direzione di ieri sono state vietate alleanze con il centrodestra, anche per un governo istituzionale. Metà partito si opporrebbe.

Cosa dirà Martina al presidente della Repubblica Mattarella lunedì?

Il segretario ha un mandato pieno, con due paletti: divieto di fare governi con il centrodestra, e divieto di partecipare a esecutivi istituzionali dove non ci sia il M5S.

Però anche Luigi Di Maio ha chiuso ogni spiraglio alla trattativa con voi.

Di Maio sbaglia, perché chiudendo tutto dopo l’intervista di Renzi attribuisce troppa importanza alle sue dichiarazioni, e così lo aiuta. Il leader dei 5Stelle deve sapere che il Pd non è più solo di Renzi, ma un partito molto più plurale. Stiamo cercando di farglielo capire.

Cioè lo avete sentito per dirglielo?

No, non ho avuto contatti con esponenti dei 5Stelle in questi giorni. Però loro devono tenere duro, non rassegnandosi a questa presunta incompatibilità antropologica tra loro e il Pd.

La base dei 5Stelle è insorta contro un ipotetico accordo con voi dem. Conterà, no?

Li capisco perfettamente, come capisco le proteste della nostra base. Ma i partiti non devono sempre assecondare gli umori, e devono avere il coraggio di costruire.

Beppe Grillo torna a parlare di referendum sull’euro. E non è la linea del Pd.

Sono parole meno terribili di quel che sembrano, dette da una persona che ha autonomia di pensiero. Ma un governo con il M5S basato su un contratto alla tedesca si può fare. Certo, è duro da fare, bisogna insistere. Ma è una prospettiva politica necessaria.

Quando si farà il congresso del Pd?

Ora non è tempo. Prima facciamo partire un governo, perché bisogna evitare le elezioni anticipate. Poi si farà un’assemblea.

Nella quale affosseranno Martina…

Non è affatto detto.

Renzi si ricandiderà?

Non lo so. Ma se sarà necessario, lo batteremo nelle primarie e gli toglieremo il partito.