Il giorno dopo il voto all’unanimità sulla relazione di Maurizio Martina, il Pd fornisce la sua dose di litigi quotidiani. Mentre regna una totale confusione su come gestire il prossimo futuro. “Grillo torna al referendum sull’euro. Da quando hanno capito che non andranno a Palazzo Chigi hanno sbroccato e ripreso con insulti e follie. Sono orgoglioso di aver contribuito a evitare l’accordo con il Pd e M5S”, così l’ex premier rivendicando più che altro il fatto che è lui che comanda. Ribatte Dario Franceschini: “Riflessione superficiale e sbagliata”.
Volano gli stracci e i sospetti incrociati. Un retroscena uscito su Linkiesta racconta che è stata Maria Elena Boschi a convincere Renzi a chiudere tutte le porte all’accordo con il Movimento già domenica da Fazio. Quel che è certo è che la Sottosegretaria era la più fermamente contraria: sarebbe stata lei il primo personaggio da sacrificare. Chi ci ha lavorato, invece, racconta che i contatti con i grillini li ha tenuti fino all’ultimo non solo Luca Lotti, ma lo stesso Renzi, che ha giocato su più tavoli (ha continuato a interloquire anche con Salvini e Berlusconi). Ma questo ormai va declinato al passato. Per quel che riguarda il prossimo futuro, il Pd lunedì andrà da Mattarella a dire di essere pronto a votare qualsiasi governo del presidente. Ma il suo sì è ormai del tutto irrilevante, visto che M5S e Lega sono contrari.
Al Pd non resta altro che concentrarsi sulle proprie questioni interne. C’è un’assemblea da fare per eleggere un segretario-traghettatore. Dovrebbe tenersi entro maggio, anche se le valutazioni sono in corso. Renzi vuole sostituire Martina. Ma a questo punto, l’unico che considera abbastanza fidato e abbastanza spendibile è Lorenzo Guerini. Non esattamente un trascinatore di folle. In vista di elezioni, presumibilmente a settembre, non un piccolo problema.
Poi ci dovrebbe essere il congresso. Quando? Valutazioni in corso da parte di maggioranza e minoranza. Anche perché l’ex premier non ha un candidato. Torna il nome di Delrio, Matteo Richetti si è lanciato. In molti credono che lo stesso Renzi potrebbe ricandidarsi: un modo per trasformarlo il Pd dall’interno nel suo partito. La realtà è che non ci sono piani precisi e soprattutto considerati efficaci per recuperare l’elettorato perduto. Ieri Walter Veltroni a Otto e mezzo ha criticato la scelta dell’Aventino e ha detto che se fosse toccato a lui avrebbe proposto Raffaele Cantone premier. E poi ha investito Paolo Gentiloni, “grande risorsa della sinistra”. Il premier è una delle carte che il Pd non renziano potrebbe giocarsi alle elezioni: dovrebbe essere il frontman in campagna elettorale e il capo della coalizione (prevista dal Rosatellum). Il problema è che lui non è tanto sicuro di voler ricoprire questo ruolo: il rischio di avere il nemico in casa, cioè Renzi, è troppo alto.