Il Pd litiga di nuovo su Renzi Franceschini: “Superficiale”

Il giorno dopo il voto all’unanimità sulla relazione di Maurizio Martina, il Pd fornisce la sua dose di litigi quotidiani. Mentre regna una totale confusione su come gestire il prossimo futuro. “Grillo torna al referendum sull’euro. Da quando hanno capito che non andranno a Palazzo Chigi hanno sbroccato e ripreso con insulti e follie. Sono orgoglioso di aver contribuito a evitare l’accordo con il Pd e M5S”, così l’ex premier rivendicando più che altro il fatto che è lui che comanda. Ribatte Dario Franceschini: “Riflessione superficiale e sbagliata”.

Volano gli stracci e i sospetti incrociati. Un retroscena uscito su Linkiesta racconta che è stata Maria Elena Boschi a convincere Renzi a chiudere tutte le porte all’accordo con il Movimento già domenica da Fazio. Quel che è certo è che la Sottosegretaria era la più fermamente contraria: sarebbe stata lei il primo personaggio da sacrificare. Chi ci ha lavorato, invece, racconta che i contatti con i grillini li ha tenuti fino all’ultimo non solo Luca Lotti, ma lo stesso Renzi, che ha giocato su più tavoli (ha continuato a interloquire anche con Salvini e Berlusconi). Ma questo ormai va declinato al passato. Per quel che riguarda il prossimo futuro, il Pd lunedì andrà da Mattarella a dire di essere pronto a votare qualsiasi governo del presidente. Ma il suo sì è ormai del tutto irrilevante, visto che M5S e Lega sono contrari.

Al Pd non resta altro che concentrarsi sulle proprie questioni interne. C’è un’assemblea da fare per eleggere un segretario-traghettatore. Dovrebbe tenersi entro maggio, anche se le valutazioni sono in corso. Renzi vuole sostituire Martina. Ma a questo punto, l’unico che considera abbastanza fidato e abbastanza spendibile è Lorenzo Guerini. Non esattamente un trascinatore di folle. In vista di elezioni, presumibilmente a settembre, non un piccolo problema.

Poi ci dovrebbe essere il congresso. Quando? Valutazioni in corso da parte di maggioranza e minoranza. Anche perché l’ex premier non ha un candidato. Torna il nome di Delrio, Matteo Richetti si è lanciato. In molti credono che lo stesso Renzi potrebbe ricandidarsi: un modo per trasformarlo il Pd dall’interno nel suo partito. La realtà è che non ci sono piani precisi e soprattutto considerati efficaci per recuperare l’elettorato perduto. Ieri Walter Veltroni a Otto e mezzo ha criticato la scelta dell’Aventino e ha detto che se fosse toccato a lui avrebbe proposto Raffaele Cantone premier. E poi ha investito Paolo Gentiloni, “grande risorsa della sinistra”. Il premier è una delle carte che il Pd non renziano potrebbe giocarsi alle elezioni: dovrebbe essere il frontman in campagna elettorale e il capo della coalizione (prevista dal Rosatellum). Il problema è che lui non è tanto sicuro di voler ricoprire questo ruolo: il rischio di avere il nemico in casa, cioè Renzi, è troppo alto.

Il Pd è vivo, evviva il Pd!

Fermi tutti: il Pd non è diviso. Ne dà l’annuncio il Tg1: è scoppiata la pace. Niente più renziani e antirenziani, il partito è solido e il reggente Martina è stato legittimato da un sincero voto unanime. È con lodevole entusiasmo che il notiziario della prima rete racconta l’ultima liturgia del Partito democratico, la Direzione di giovedì pomeriggio. Durante la quale – dopo tante minacce – non è successo assolutamente niente. I toni dei servizi però sono solenni: “Sancita la tregua”; “Plaude Gentiloni: ‘Più forza al Pd per affrontare i passaggi difficili delle prossime settimane’”; “Guerini soddisfatto: ‘Il Pd ha ritrovato unità’”. E in serata, nel Tg delle 20, arriva pure l’intervista al leader Martina. D’accordo, Renzi va in televisione a dettare la linea e smentisce regolarmente quella di Martina. Però c’è da festeggiare la ritrovata armonia del partito. “Quello della Direzione nazionale – esulta il reggente ai microfoni del servizio pubblico – è stato un momento molto importante per noi, una discussione utile. Ne usciamo sicuramente più forti, più uniti”. Pronti per salire al Colle: “Noi cercheremo di contribuire allo sforzo che il presidente della Repubblica sta facendo in questa particolare situazione. Lo abbiamo fatto dal primo minuto, dopo il 4 di marzo”. È Mattarella che non se n’è accorto.

Confalonieri: “Renzi può essere l’erede politico di Berlusconi”

È Renzi l’erede di Berlusconi? “Renzi ha 40 anni, Berlusconi ne ha 80. Potrebbe esserlo a meno che non ne esca un altro”. Così Fedele Confalieri, presidente di Mediaset, ha risposto ad Aldo Cazzullo in un incontro al Festival della Tv di Dogliani. “Certo l’Italia è un Paese dove uno prima piace e poi non piace più. Adesso Renzi è diventato un po’ il Berlusconi dell’altra parte. Io stimo Renzi, credo che sia uno capace.” “Salvini? Penso che non sia così male come certa stampa lo dipinge. Io un pochino leghista lo sono e poi ha preso il partito al 4% e lo ha portato al 18%. Qualche qualità ce l’ha e ha certamente la testa sulle spalle”. E poi sorprende la platea: “Ricordo quando in Confindustria De Benedetti parlava di patrimoniale e tutti a dargli addosso. Ma che male c’è se quelli come noi che hanno di più mettono qualcosa per ripianare il debito?”. Il presidente di Mediaset poi rivela che Silvio Berlusconi non ha alcuna intenzione di vendere il Biscione, quotato in Borsa e controllato dalla famiglia attraverso Fininvest con circa il 40 per cento.

Andare o restare: Paolo cerca la risposta nei libri

Resto, vado, resto. E forse stavolta vado davvero oppure resto ancora un po’. Il premier Paolo Gentiloni è sull’uscio di Palazzo Chigi da 509 giorni, dal giuramento al Quirinale del 12 dicembre 2016. Dal voto di marzo aspetta di consegnare la “campanella” a un successore.

Cosa legge chi governa gli “affari correnti” in sala d’attesa col partito d’appartenenza spappolato (il Pd) e un futuro pencolante fra riserva della Repubblica e capofila del centrosinistra? Siccome parla poco, i libri che sceglie parlano abbastanza: descrivono il personaggio. Gentiloni predilige testi in inglesi non tradotti, studiosi di politica, romanzieri pluridecorati, volumi utili anche a rispondere a una domanda che i dem aggirano con slancio masochista: che diamine sta accadendo oltre il Nazareno, in quei luoghi abitati dai cittadini?

Qualche indizio Gentiloni l’avrà tratto da Enlightenment Now di Steven Pinker, scienziato cognitivo canadese che dimostra l’accresciuto benessere in Occidente – prosperità, sicurezza e salute – ma indica pure le minacce che lo indeboliscono, dal fondamentalismo religioso in giù. The populist explosion di John Judis contribuisce a completare lo scenario con una disamina del movimento popolare (e populista) che trasforma le categorie del pensiero politico e sociale in Europa e negli Stati Uniti.

Ex ministro degli Esteri e involontario tutore di Angelino Alfano, Gentiloni non ha ignorato Destined for war di Graham Allison, professore di Harvard, che ha applicato la “trappola di Tucidide” al rapporto (cioè alla competizione) fra Usa e Cina come Atene e Sparta: la guerra fra potenze – in ascesa e in discesa – è inevitabile? Poi il presidente ha consultato A rage for order, un’analisi che il New York Times con entusiasmo – l’autore Robert Worth è un ex corrispondente – definisce “il testo perfetto per capire le turbolenze del Medio Oriente”. E ancora. Colson Whitehead, premio Pulitzer per la narrativa: schiavitù e ribellione negli Stati Uniti del XIX secolo in The Underground Railroad. Un pezzo del poliziesco Harry Hole, The Thirst, del norvergese Jo Nesbø. E Patria di Fernando Aramburu, il terrorismo e due famiglie di San Sebastiàn nei Paesi Baschi, il libro che metà Spagna ha letto e l’altra metà dovrà leggere.

Salvini licenzia Gentiloni e pure i candidati del Colle

Il leggero velo di rispetto per le prerogative del capo dello Stato non copre la posizione dei due “vincitori” – o non vincitori se si vuole – delle elezioni del 4 marzo: Luigi Di Maio e Matteo Salvini puntano al voto e lo fanno bruciando tutte le ipotesi su cui lambiccano le loro giornate i consiglieri del Quirinale, i cronisti politici e i partiti contrari al ritorno alle urne. Governi di scopo con maggioranza definita, di tregua, del presidente, di tutti e di nessuno, queste ipotesi sono esclusi tanto dalla Lega che dal M5S, che – giova ricordarlo – in Parlamento hanno la maggioranza. Se Sergio Mattarella pensa a grand commis o professori per fare un esecutivo che duri fino al 2019 la strada è chiusa. Salvini, in conferenza stampa dopo la riunione del “Federale” del suo partito, è chiaro fino alla brutalità: “Sui giornali sto leggendo di nomi di candidati premier a cui io dico di no: non appoggerò mai governi guidati da dame di compagnia della Commissione europea. Non accetto fax da Bruxelles, non accetto presidenti telecomandati, escludo qualunque governo tecnico alla Monti”. Ogni riferimento a ex rettori della Bocconi (Tabellini) o giuristi di chiara fama (Lattanzi, Cassese) più varie ed eventuali è puramente voluto.

Niente governi tecnici variamente declinati, dunque. Cosa resta? Un governo politico, vale a dire sorretto da una maggioranza politica: “Per la figura del premier ho dei nomi in testa, non necessariamente di leghisti e non necessariamente eletti, ma bisogna partire da chi ha vinto le elezioni”. Cioè dal centrodestra nell’interpretazione di Salvini, che ributta la palla a Di Maio escludendo il Pd (“dove c’è Renzi non ci sono io”): “Ribadisco l’invito al M5S a fare insieme un governo a tempo, che si chiuda entro dicembre, per fare poche cose e bene”. Programma: “Riformare la legge elettorale con un premio di maggioranza alla lista o alla coalizione più votata (inaccettabile per i grillini, ndr), bloccare la bozza di bilancio Ue e l’aumento dell’Iva e delle accise, cancellare la legge Fornero, approvare la legge di Stabilità e approvare un testo unico dell’immigrazione che blocchi quella incontrollata”.

L’offerta, però, anche se temporanea, prevede un premier del centrodestra e la presenza di Silvio Berlusconi. Per i 5Stelle risponde Danilo Toninelli: “Salvini ha sprecato la migliore occasione della sua vita per fare un governo tenendosi il pregiudicato Berlusconi”. E allora, conclude Salvini, si va a votare in autunno: “Se non stanno alle nostre condizioni, allora rimane solo il voto, di più non posso fare”. Anche in questo caso, però, cambiando governo: è impensabile la proroga ad libitum del governo Gentiloni, “mi rifiuto di mandare al Consiglio europeo di giugno Alfano a rappresentarci”.

È questo l’unico punto su cui le strategie del leghista e del suo dirimpettaio grillino potrebbero divergere: Di Maio preferirebbe lasciare al suo posto l’attuale esecutivo. Per il resto, la linea è guerra totale ai governi del Quirinale: “Io spero che non ci sia opposizione e che si vada al voto il prima possibile. Se metteranno il presidente Mattarella in condizione di individuare questo governo di tregua, gli altri partiti saranno stati i traditori del popolo”, ha detto ieri arrivando alla Camera. Anche perché, “se il governo di tregua nasce è perché la Lega si è accordata col Pd”. Il capo politico del Movimento arriva persino a minacciare il ricorso alla piazza: fare un esecutivo senza i 5Stelle “significherà ancora una volta chiamare in causa i cittadini: noi l’abbiamo fatto chiedendo il voto subito, ma è chiaro che il M5S a quel punto può chiamare in causa i cittadini in altri modi…”.

Toni assai duri e che parevano mettere eccessivamente in mora anche il ruolo del capo dello Stato. Per questo Di Maio li stampera qualche ora dopo: “Io non ce l’ho col presidente Mattarella ma con questi partiti che lo hanno messo in queste condizioni. Noi volevamo un governo che rispettasse il voto degli italiani il più possibile, e invece ci ritroviamo ancora una volta a parlare di governi tecnici, di scopo”. Se la tenaglia Salvini-Di Maio regge, Mattarella non ha grandi margini di manovra: dovrà convocare le elezioni al massimo tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno.

Pronti al governo elettorale. Le Camere sciolte a luglio

Lo stallo è come un precipizio senza fine. Nel volgere di 24 ore l’esecutivo di tregua (e a tempo) si è già sdoppiato, in una principale e in una subordinata.

In questo senso, per metterla nel modo più lineare possibile senza eccedere coi politicismi. Lunedì prossimo il capo dello Stato farà il suo terzo giro di consultazioni, in un solo giorno, e certificherà l’indisponibilità dei partiti a formare un governo sostenuto da una maggioranza politica in Parlamento. A quel punto, sarà lo stesso Sergio Mattarella a prendere l’iniziativa e a offrire alle delegazioni il cosiddetto governo di tregua, o di transizione, destinato a coprire alcune scadenze importanti: il Consiglio europeo di fine giugno (28 e 29) e la manovra di dicembre per scongiurare anche l’aumento dell’Iva. Alla guida dell’esecutivo sarà chiamata una figura terza o tecnica cui il presidente della Repubblica conferirà l’incarico lunedì sera oppure martedì 8 maggio.

Qual è il profilo di questo premier incaricato? Per il Colle la soluzione numero uno è quella di “un giurista di fama, conosciuto in Europa e con competenze economiche”. Una figura che possa somigliare, inoltre, quanto più possibile a Mario Draghi, il numero uno della Bce. Per il momento i nomi che circolano non corrispondono del tutto a questo identikit. Questi: Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta e già “voce” di Giorgio Napolitano sul Corriere della Sera; Giorgio Lattanzi, presidente della Corte costituzionale; Alessandro Pajno, presidente del Consiglio di Stato; Raffaele Cantone, magistrato a capo dell’Autorità per l’Anticorruzione; Paola Severino, ex Guardasigilli del governo Monti.

È una rosa in continua evoluzione, però. Ché alcuni di questi nomi finiti sulla scrivania di Mattarella hanno decisive controindicazioni. Pajno, per esempio, è un fraterno amico del capo dello Stato e il Colle per una questione di stile non lo incaricherà mai. Cantone, invece, è un ex pm e il Quirinale non vorrebbe passare dal giustizialismo politico a quello “tecnico”. Severino infine, nell’opinione pubblica, ricorderebbe troppo l’esperienza di Monti.

Fin qui il totonomi, in attesa di quello giusto con lo “sguardo” economico: ieri la Stampa ha rilanciato Guido Tabellini, ex rettore della Bocconi, e poi c’è sempre il citatissimo Carlo Cottarelli, l’uomo della spending review. In ogni caso, una volta ricevuto l’incarico, l’aspirante premier di tregua sonderà la disponibilità dei partiti, alla ricerca di una maggioranza che potrebbe sommare un sostegno esplicito di alcune forze e l’astensione di altre.

Qualora l’incarico non dovesse fallire, il governo nascerà con vari ministri tecnici d’area per rinforzare la disponibilità delle forze favorevoli. La “scadenza” sarebbe a fine anno ma al Colle sanno che, una volta avviati, i governi possono “autoalimentarsi” con nuovi arrivi e con il senso di conservazione dei parlamentari appena eletti.

Al contrario, se il premier incaricato tornasse da Mattarella senza nulla in mano – e questa è la subordinata che rischia di diventare principale – il capo dello Stato potrebbe comunque rinnovargli il mandato per un mero governo elettorale, formato da tecnici (stavolta non d’area), farlo sfiduciare in Parlamento e portare il Paese al voto nel mese di settembre.

In merito, c’è anche l’ipotesi estrema delle urne a luglio, l’8 o il 15, suggerita al capo dello Stato da chi vorrebbe evitare l’onta di un governo del presidente bocciato alle Camere. Mattarella però vuole evitare “drammatizzazioni” come quella di far votare gli italiani nel mese di luglio.

E poi c’è pur sempre il precedente del Fanfani sesto del 1987 che durò tre mesi nonostante la sfiducia, dal 18 aprile a fine luglio e che gestì le elezioni politiche di metà giugno di quell’anno. E anche stavolta un governo elettorale e sfiduciato durerebbe pochi mesi. Da metà maggio fino alla decade finale di settembre, con uno scioglimento previsto a luglio. È più che probabile, allora, che non sarà Gentiloni a traghettare il Paese alle elezioni, nonostante gli autorevoli “consigli reiterati” degli opinionisti Scalfari e Panebianco. L’attuale premier è infatti a capo di un esecutivo espressione della scorsa legislatura, con alcuni ministri-chiave, come Angelino Alfano agli Esteri, che non si sono nemmeno ricandidati alle elezioni del 4 marzo.

Alle otto di ieri sera, questo è lo stato dell’arte dei “ragionamenti” al Colle. E prima di lunedì ci sono altre 48 ore di riflessione, tra pessimismo e rassegnazione.

I guardiani del baro

Se mai gli storici vorranno capire qualcosa in questi due mesi di farsa, dovranno partire dai cosiddetti mezzi d’informazione, per due motivi. 1) I leader, chiamati dal sistema proporzionale a trovare un’intesa per un governo di coalizione, hanno alzato bandiera bianca senza mai parlarsi direttamente e ufficialmente a carte scoperte, ma comunicando soltanto a distanza con monologhi in tv, sui giornali e sui social. Mai un solo incontro diretto attorno a un tavolo per confrontare i rispettivi programmi e verificare gli eventuali punti di contatto. Ciascuno andava in tv, postava qualcosa su Fb, rilasciava interviste a quotidiani per comunicare apoditticamente la propria incolmabile distanza dagli altri, senza mai incontrarne uno solo vis-à-vis per entrare nel merito. 2) Siccome i giornaloni rispondono alle grandi lobby politico-economico-finanziarie, nei vuoti di potere hanno sempre tifato per la “governabilità” e la “stabilità”, esaltando chi aiutava i governi a formarsi e demonizzando chi li sabotava. Cinque anni fa si scordarono addirittura il pedigree criminale della Banda B. e i giuramenti di Napolitano (“mai e poi mai mi farò rieleggere”), pur di lasciarlo al Quirinale (Rodotà, pussa via!) e propiziare il governissimo Pd-FI-Centro, in barba agli elettori che avevano premiato il M5S e bocciato le larghe intese. La parola d’ordine, per Corriere, Repubblica, Messaggero, Stampa con l’aggiunta delle gazzette pidine e berlusconiane, era un governo purchessia e a ogni costo che salvasse i loro padroni dai barbari pentastellati (la Lega era data per morta). E furono accontentati.

Memorabile lo spettacolo di Repubblica che, ridotta a protesi di Re Giorgio, rinfoderò in tutta fretta le famose “10 domande” al Caimano e 30 anni di armamentario antiberlusconiano per benedire l’ometto di Stato che tornava al governo col Pd alla vigilia della condanna definitiva e ci restava fino all’espulsione dal Senato. Indimenticabili i peana ai “responsabili” del Nuovo Centro Destra – il partito di Alfano&C., staccatosi da FI per non staccarsi dalle poltrone – dipinti da Scalfari & C. come eredi di Cavour, Einaudi e De Gasperi. Digerivano tutto, i repubblichini, pur di tenere in piedi il governo. Persino Renzi che riabilitava B. al Nazareno e rovesciava Letta, con la vecchia stampella Alfano e la new entry Verdini. Tutta brava gente, in nome della governabilità. Oggi invece, che un governo nasca o non nasca, non frega più niente a nessuno. Perché, se nascesse, non potrebbe prescindere da almeno uno dei due trionfatori del 4 marzo: i putribondi Di Maio e Salvini, che osano non obbedire a lorsignori.

Così, da valore in sé da sbandierare a prescindere dalla questione morale e penale, la “governabilità” è diventata quasi un male. Se i vincitori delle elezioni si dividevano le presidenze delle due Camere, era un inciucio vergognoso. Ancora ieri Francesco Merlo – che non fece un plissè per l’elezione di Schifani (dicesi Schifani) a presidente del Senato con l’astensione Pd e sciolse inni imperituri al governo Renzi con dentro gli alfanidi e i verdinidi – fremeva di sdegno su Repubblica per “la berlusconiana Casellati” a Palazzo Madama, come se nel centrodestra esistessero anche gli antiberlusconiani. Se Di Maio si adegua al proporzionale rifiutando per decenza ogni contatto con B., ma offrendo un contratto a Lega e Pd, è un volgare doppiogiochista assetato di potere. Se dice di preferire un’intesa di programma con un Pd rinnovato, è un dittatorello che chiede la testa di Renzi e si impiccia in casa d’altri. Se definisce il Pd la sua prima opzione, è un bugiardo che vuol nascondere i patti segreti già conclusi con Salvini. Se chiede a Salvini di mollare B. per cambiare qualcosa, è un arrogante che vuole spaccare il centrodestra (così unito di suo). Se chiede al Pd di sposare politiche sociali compatibili col programma M5S, è un ducetto che vuole spaccare il Pd.

Qualunque cosa faccia Di Maio è sempre sbagliata, come pure quella opposta. Prima era uno sfasciacarrozze settario perché non voleva allearsi con nessuno, ora per Merlo è un trasformista con “la gobba di Andreotti” perché vuol persino fare un governo, pensa te. Se poi Fico incontra il Martina, si sente dire che si può dialogare per un’intesa di governo e lo annuncia al Colle e ai cittadini, non è un politico che si fida della parola altrui: per Merlo è un bugiardo matricolato come “Alì il comico”, il ministro di Saddam che “magnificava come vittorie tutte le sconfitte del regime”. Merlo naturalmente non si occupa delle giravolte di Martina e dei sabotaggi di Renzi. Anzi attribuisce l’aborto di qualunque governo non a chi li ha boicottati tutti, ma a chi più ha provato a farne uno: il “perdente” Di Maio, che “non ha portato all’incasso il biglietto della lotteria”, “non ci ha saputo fare”, “ha trafficato con la casta”. Di Maio ha torto persino quando denuncia lo sconcio di una Rai con tre reti e tre tg in mano a Renzi e promette ciò che da sempre chiede anche Repubblica, cioè una legge che rimpiazzi i lottizzati con professionisti scelti per curriculum e non per tessera: “Di Maio come Berlusconi: editto bulgaro contro i direttori dei Tg Rai” (Sebastiano Messina, Repubblica). Cose che capitano quando i partiti sconfitti hanno tutti i media e i vincitori nemmeno uno. Resta una curiosità: quale governo volevano i Merlo, i Messina e gli altri che la sanno lunga? E come avrebbero fatto, al posto di Di Maio e Salvini, o di Mattarella, a farne uno? Domanda oziosa. Sono già pronti con l’incenso per il governo “di tutti” (dove per fortuna non entrerà nessuno) e delle “riforme” (che per fortuna non vedremo mai). Per dare una lezione agli elettori che, da quando non leggono più Repubblica, sbagliano sempre a votare.

Il Saturday Night di Bisio è meglio del governo

A tutta prima non ci sono particolari analogie tra lo snervante ping pong Luigi Di Maio-Matteo Salvini e il Saturday Night Live Show condotto da Claudio Bisio su TV8. Il fantomatico governo Lega-5Stelle aspira alla novità assoluta, mentre il SNLS è la versione nostrana di un antico e glorioso format americano, targato NBC. Inoltre Bisio è una sicurezza, sa valorizzare gli ospiti e intrattenere il pubblico, mentre le consultazioni per il governo sono di una noia mortale, assomigliano a mani di poker dove nessuno ha in mano uno straccio di gioco. Eppure, pensandoci bene, le analogie ci sono; anche il SNLS, a dispetto della sigla sindacale, è un tentativo di ridare uno show decente al sabato sera; un governo alternativo ai reality spacciati per talent (Ballando con le stelle) e ai talent tappati da reality (Amici di Maria). Bisio è il salviniano sovranista del varietà, riportiamo gli artisti a fare gli artisti, i cantanti a cantare, gli attori a recitare, troppo comodo stare in giuria per tre ore – e gli sconosciuti aiutiamoli a casa loro. Uomo di coalizione, ha aperto ai talenti del web, come il Terzo Segreto di Satira, i pentastellati della situazione, la comicità diretta che pare funzionare meglio della democrazia diretta. Esperimento riuscito? La direzione è giusta anche se il cambio non è ancora alla pari, la satira di stampo web troppo spesso s’annacqua al contatto con il video, forse perché tutto quello che è Tv diventa Tv. Meditate pentastellati, meditate.

Il test-partecipate, per capire la (vera) politica di Fontana

Uno dice: c’è la Regione, con i suoi uffici, il suo bilancio, i suoi dirigenti, i suoi dipendenti. Ma attorno alle Regioni (e ai Comuni) ci sono galassie di società controllate e finanziate con soldi pubblici che spendono, assumono, decidono, organizzano una nomenklatura di personaggi creati dalla politica. Un mondo che resta invisibile, schermato dietro società apparentemente di diritto privato con inappuntabile gestione manageriale. Sono invece riserva di caccia dei partiti. Anche a Milano, dove Regione Lombardia si presenta come una corazzata efficiente, bonificata – dopo gli anni di Roberto Formigoni – dal leghismo dal volto umano di Roberto Maroni. Invece perfino un leghista maroniano come Attilio Fontana, successore di Maroni sulla poltrona di presidente regionale, si è accorto che la bonifica non è mai stata fatta. Le cose non vanno nella sanità, anche se per ora Fontana non ha ancora osato mettere becco nella caotica “riforma” avviata da Giulio Gallera, l’assessore di Forza Italia che gestisce 18 miliardi di euro all’anno, la spesa pubblica sanitaria lombarda, il 75 per cento del bilancio della Regione. E le cose non vanno nelle società controllate, un impero che costa 260 milioni l’anno. Su questo, Fontana ha cominciato ad avviare una verifica. Le quattro società più importanti della galassia regionale sono Finlombarda, Lombardia Informatica, Infrastrutture lombarde (Ilspa) ed Explora. Alcune sono entrate nelle cronache giudiziarie ancor prima di Mani pulite (Lombardia Informatica) o in quelle di Expo (Infrastrutture Lombarde). Erano il cuore del castello imperiale di Formigoni. Sono passate intatte all’era di Maroni, che aveva promesso un rinnovamento che non c’è stato. Ora Fontana promette di passarle ai raggi x.

Se lo farà veramente, scoprirà che Lombardia Informatica ha ben 470 addetti, un numero spropositato, con un costo in stipendi di quasi 32 milioni di euro l’anno e costi totali per la Regione di 210 milioni l’anno, 185 per i prodotti comprati e 25 per il funzionamento della società. Era nata per sviluppare software originali, soprattutto sanitari: ma si è trasformata in una centrale appalti che compra sul mercato programmi informatici già pronti che poi gira alla Regione e agli ospedali. Un duplicato di un’altra società regionale, Arca, che è la centrale acquisti del Pirellone.

Finlombarda è la società che fa da cassaforte alla Regione. Ha ben 186 dipendenti, costo 14 milioni, e non ha mai sciolto il dilemma sulla sua natura: è la tesoreria del Pirellone o una banca pubblica che finanzia le imprese lombarde e nuove iniziative (negli anni scorsi ha provato a farlo, con risultati disastrosi: 10 milioni buttati nel fallimentare fondo Euromed).

Infrastrutture Lombarde, 110 addetti, 8 milioni di costi per stipendi più 45 di costi totali, è stato il grande appaltificio delle opere pubbliche regionali: ha realizzato il nuovo grattacielo della Regione (subito battezzato “il Formigone”), le nuove sedi degli ospedali, fino ai progetti della Città della Salute (dove dovrebbero trovare collocazione l’Istituto dei Tumori e il Neurologico Besta). In passato, Ilspa è stata un target privilegiato dei magistrati, che hanno arrestato anche il suo gran capo, Antonio Rognoni. In futuro non si sa cosa potrà fare, avendo il portafoglio ordini praticamente vuoto. Infine, la più piccola Explora è la società che promuove l’offerta turistica della Lombardia, 29 addetti, 1,2 milioni di spesa. Perché non unificarla con la centrale che il sindaco di Milano Giuseppe Sala vuole costituire per promuovere il brand della città? Sarà la prova del fuoco: da come si concluderà la partita delle società partecipate, si capirà se davvero Fontana vuole ripulire le stanze del Pirellone (e del Formigone).

Perché Roma può fare molto per il cinema

L’altroieri la sindaca Raggi e il suo vice nonché assessore alla Cultura Bergamo hanno convocato i rappresentanti del cinema italiano per ascoltare i loro desiderata e spiegare le intenzioni del Comune nei confronti di un’industria che è tra le più importanti della Capitale. È mancata all’appello la Regione, che con Zingaretti molto sta investendo nel settore. E non sono apparsi i dirigenti delle reti televisive, che pure sono i dominus del mercato, nel senso che lì scorre il maggior flusso di denaro. Si presenteranno al secondo round il 31 maggio? Raggi e Bergamo hanno mostrato non poca pazienza nel sentire per ore le proposte di produttori, distributori e professionisti vari. La prima osservazione è che il cinema italiano, pur chiedendo di farsi “sistema”, non è una comunità compatta, come è invece quello francese. A riprova, come ha detto il produttore-distributore Fulvio Lucisano, che “qualcosa non va”. Mentre i registi, per bocca di Francesco Martinotti, alla guida dell’Anac, hanno chiesto alla sindaca quale modello venga perseguito, se quello commerciale alla McDonald’s oppure qualcosa di meno commestibile, produttori e distributori (divisi anche al loro interno) appaiono più sensibili all’incasso che ai contenuti. Sostengo da tempo che il cinema ha due anime contrapposte: ci sono quelli che usano i film per fare soldi e quelli che usano i soldi per fare i film. Raggi e Bergamo dovranno fronteggiare entrambi e non sarà impresa facile. Al momento i primi sono in netto vantaggio sui secondi e i risultati si vedono. Nonostante la nostra quota mercato sia in ascesa, gli americani la fanno comunque da padroni. Le sale chiudono di continuo, al punto che migliaia di città sono rimaste senza un solo schermo. La qualità della produzione è stereotipata, con il prevalere di commediole insulse, che peraltro non vanno neppure bene al box office, nonostante qualche exploit. Il cinema documentario che in altri Paesi è di grande attualità da noi non trova la minima ospitalità. E che dire della televisione? Nelle fiction Rai, Sky e Mediaset vengono investiti oltre 300 milioni euro l’anno, un fiume di denaro, che però viene spartito tra poche imprese e quasi sempre le stesse, dunque senza innovazione e ricambio. Per non parlare della qualità dei contenuti: mentre in America si ha il coraggio di produrre opere contro la corruzione e persino contro il presidente in carica, da Bush allo stesso Trump, da noi se tocchi le istituzioni non vieni finanziato oppure sei relegato ai margini. Riusciranno il Comune, la Regione e Cinecittà tornata pubblica e guidata da Roberto Cicutto, un ex produttore competente, a invertire la rotta? Nel giro di un decennio, se andiamo avanti di questo passo, arriveremo all’estinzione. Lo ha spiegato Gianluca Curti, della Confederazione piccole imprese, quando ha avvisato che, se non saremo capaci di cambiare, i nostri produttori finiranno a fare i passacarte dei nuovi player, da Netflix ad Amazon. Perché sono diventati tanto potenti? Perché hanno coraggio, una dote che da noi cinema e tv non hanno, salvo rari casi. Non lo possiedono perché manca l’elemento più importante: l’indipendenza. Dominati dai monopoli e da pochi gruppi di potere, è da decenni che la politica si è impossessata del settore. Sia Forza Italia (a proposito, quando si deciderà a versarmi quanto dovuto per aver usato il titolo di un mio film del 1978?), sia il Pd si sono dimostrati rapaci, nonostante la buona volontà di Veltroni, Rutelli e ora Franceschini. L’assenza più grave all’incontro promosso dal Comune? I giovani. Basti un esempio: di recente sono stato in un liceo dove di proiettava Sostiene Pereira. Presenti circa 500 ragazzi, nessuno di loro ha mai sentito nominare Marcello Mastroianni. Se non pensiamo a sensibilizzare i giovani siamo spacciati, altro che futuro del cinema. Cari Raggi e Bergamo, datevi da fare. Ascoltate più loro che…