Noi italiani, sudditi senza diritti

Luigi Di Maio ha riportato all’onor del mondo la secolare questione del ‘conflitto di interessi’. Berlusconi ha subito gridato all’“esproprio proletario”. In realtà la questione del conflitto di interessi ne sottintende un’altra che la precede e la innesca: per anni si è tollerato che un unico imprenditore possedesse l’intero comparto televisivo privato nazionale in contrapposizione alla Rai pubblica (o, per meglio dire, partitica: negli anni Ottanta la Dc controllava la prima Rete, i socialisti, a esser più precisi, i craxiani, la seconda, il Pci la terza). Una situazione sostanzialmente illegittima perché in una democrazia liberale l’oligopolio impedisce quella libera concorrenza che è il sacro mantra, almeno a parole, di questo sistema. Ci pensò Bettino Craxi a mettere al riparo Berlusconi da una sentenza della Suprema Corte che dichiarava l’incostituzionalità dell’intero sistema televisivo, attraverso una legge, la legge Mammì, che consentiva a Berlusconi di mantenere, con tre Reti (Canale 5, Italia Uno, Rete 4) la sua posizione dominante. Craxi fu ricompensato da Berlusconi con un finanziamento illecito di 21 miliardi di vecchie lire al Psi.

La legge Mammì, perché la cosa non apparisse così sporca com’era, imponeva a Berlusconi un solo obbligo: sbarazzarsi del suo quotidiano, Il Giornale. E l’allora Cavaliere lo vendette a suo fratello, Paolo. Il che dice, prima che saltassero fuori tutte le sue responsabilità penali, in qual conto questo soggetto tenesse le regole e le leggi.

Il problema del ‘conflitto di interessi’ si affaccia quando Berlusconi, pur rimanendo tenutario di un oligopolio televisivo condiviso con la Rai, diventa un uomo politico. La sua vittoria nelle elezioni del 1994 è dovuta in buona parte al possesso in solitaria delle tv private, non tanto al momento del confronto elettorale ma nei lunghi anni che l’hanno preceduto durante i quali Berlusconi aveva potuto educare gli italiani alla propria cultura o piuttosto subcultura. L’italiano nasceva naturaliter berlusconiano. Era stato Umberto Bossi, in combinazione con le inchieste giudiziarie di Mani Pulite, a scuotere l’albero della Prima Repubblica, facendone cadere le mele più marce, ma fu Berlusconi, che non aveva mosso un dito, a coglierne i frutti.

Furono innalzate alcune cortine fumogene per mascherare il fatto inaudito per una democrazia liberale che un premier potesse possedere, e in misura così rilevante, organi di informazione determinanti (né Merkel, né Macron, né Trump, solo per citare gli esempi più significativi, hanno tv o giornali). Inoltre poté mettere le mani – ma questo lo avevano fatto anche, prima di lui, tutti gli altri leader e sottoleader politici – su ampie porzioni della Rai pubblica, che dovrebbe appartenere ai cittadini e in cui invece scorrazzano a loro piacere, a seconda dei rapporti di forza, quelle associazioni di diritto privato, quelle bocciofile, chiamate partiti. Le cortine fumogene erano il blind trust, il ‘consiglio dei tre Saggi’, tutte cose di cui naturalmente si sono perse le tracce. E così il ‘conflitto di interessi’ è rimasto un tumore della nostra democrazia.

Berlusconi sostiene che la questione non esiste, perché è da tempo che si disinteressa delle sue televisioni e comunque “tutti sanno che sono l’editore più liberale che esista”. Simili cose turche le può dire solo un soggetto paranoide che crede sinceramente – io la penso così – alle sue menzogne. E in ogni caso anche se ciò che dice fosse vero non è che cose del genere possono dipendere dalla ‘bontà’ di un imprenditore. È come se un industriale dichiarasse che con lui i diritti sindacali sono inutili perché è solito trattar bene i suoi lavoratori. Comunque Berlusconi si tranquillizzi. Nessuno, nemmeno Di Maio, credo, vuole espropriarlo delle sue aziende. Sono realtà imprenditoriali divenute troppo importanti, anche dal punto di vista occupazionale, per toglierle a chi le ha fondate e costruite con una capacità che nessuno può mettere in discussione.

Se però, come dice di continuo, vuol bene a quello che chiama “il mio Paese” (per la verità sarebbe anche il nostro, ma lasciamo perdere) dovrebbe ritirarsi dalla politica. Invece resta lì, come un macigno. Impedendo con la sua presenza, nelle temperie attuali, un’alleanza con le destre di Salvini e Meloni.

Dall’altra parte c’è un macigno più piccolo: Matteo Renzi. Che, sempre in nome del ‘bene del Paese’, ma in realtà per “un ego smisurato” come lo ha definito Di Maio, non dissimile da quello di Berlusconi, si oppone a qualsiasi accordo con i grillini. Non solo non pensa al ‘bene del Paese’, ma nemmeno a quello del suo partito. Après moi le déluge!

E così noi italiani, sudditi senza diritti, a cominciare da quello di scegliersi il proprio destino, ostaggio di uomini politici, alcuni delinquenti, altri irresponsabili, “continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

Mail box

 

Gli smartphone al volante sono il vero pericolo costante

Il mio tasso di tolleranza automobilistica ha superato il livello di guardia. Osservando il comportamento stradale di alcuni soggetti mi rendo conto che sguazziamo nell’anarchia più totale, almeno a livello di circolazione. Non vorrei apparire sessista nel ragionamento che sto per formulare, tuttavia, non potendone più, mi espongo personalmente a eventuali accuse che puntualmente arriveranno dai social.

L’avvento degli smartphone, con chat testuali e vocali, ha sicuramente influito sulla mancanza di disciplina. Certo gli uomini non sono immuni da questo vizio pericoloso, anche se in modo più limitato. Tengo a precisare che i “maschietti” denotano comunque altre evidenti debolezze stradali: come passare col rosso o mettersi al volante in stato di alterazione psichica. Eppure, il gentil sesso sembra possedere una maggiore attitudine a smanettare con dispositivi telefonici mobili durante la guida, con enormi rischi per la sicurezza stradale. Proprio l’altroieri mi sono imbattuto in una situazione che definirei emblematica: percorrevo un viale con diritto di precedenza sulle traverse, allorquando un veicolo non rispettava lo stop, costringendomi a una frenata improvvisa. Alla guida dell’auto una donna: manco a dirlo era intenta a tormentare il malcapitato smartphone. Reazione? Si limita a sollevare gli occhi dal cellulare per un istante, non alza nemmeno la mano in segno di scusa e ritorna a chattare con proverbiale indifferenza.

Fabrizio Vinci

 

Caro Fabrizio, a me è capitata la stessa scena con automobilisti inequivocabilmente maschi.

M.Trav.

 

Gli insegnanti non rispettati dai genitori, prima che dai figli

Tanti anni fa si trascorrevano meno ore a scuola e i genitori erano molto rispettosi degli insegnanti, se un loro figlio arrivava a casa con una nota o se la maestra li fermava all’uscita per segnalare dei comportamenti aggressivi o lo scarso rendimento a casa, il ragazzino prendeva dei sonori ceffoni, oltre ai rimproveri di nonni, zii e vicini di casa.

Doveva recuperare nell’immediato, cioè mettersi a studiare subito, e il giorno dopo chiedere scusa all’insegnante. Sembra il racconto di un bisnonno, invece accadeva ancora nell’epoca pre-berlusconiana.

I vari governi hanno modificato le leggi che regolano la vita scolastica producendo danni notevoli. Tra giornali e programmi televisivi in questi anni c’è stato uno smantellamento della fiducia che i cittadini avevano nei confronti della scuola. Hanno rinforzato una serie di luoghi comuni e fatto in modo che le persone proiettassero sulla scuola rabbia e frustrazioni.

È sufficiente andare davanti a uno qualsiasi degli istituti all’uscita degli alunni e camminare tra genitori, nonni e bambini per sentirne tante tra parolacce e invettive contro gli insegnanti dei figli.

E poi le risposte agli avvisi che vengono inviati a casa per comunicare ai genitori di compiti non svolti o comportamenti non adeguati, sono aggressive e deresponsabilizzanti, i colloqui di fine quadrimestre spesso diventano un ring nel quale schivare i colpi di adulti violenti e problematici. Senza considerare le minacce o il passaggio all’atto, e questo non avviene solo nelle scuole di periferia.

Allora, cosa ci si può aspettare dai figli?

Isabella Rigillo, insegnante e psicoterapeuta

 

Il primo maggio dei lavoratori in realtà è dei disoccupati

Anche quest’anno la Triplice (Cgil-Cisl-Uil) ha pubblicizzato il primo maggio come Festa dei lavoratori, mentre nella realtà bisognerebbe istituire la Festa dei disoccupati, precari e cassaintegrati.

Tutto per colpa dei politici, anche di sinistra, che non fanno nulla per fermare il triste andazzo, e la chiusura di aziende, o favorire uno straccio di lavoro ai tanti giovani e meno giovani.

Mentre per le banche i ricavi aumentano! Cioè, chi ha avrà già di più?

Marino Domenico

 

Il disagio di noi elettori per i litigi perenni dei politici

Vorrei ringraziare di cuore il direttore Travaglio per il suo editoriale di venerdì 27 aprile. Meglio non poteva esprimere il disagio, l’amarezza di noi cittadini ed elettori che a due mesi dal voto non vediamo altro che litigi e poltrone ballerine.

Prima gli elettori volevano il Pd all’opposizione, ora incitano Renzi a rifiutare accordi con il M5S e intanto l’Italia viene espugnata dal disagio sociale ed economico, dalla disoccupazione e dalle quotidiane ingiustizie.

Subito dopo il voto si diceva che la sinistra non aveva più il polso della situazione ed era necessario andare tra la gente per comprenderne i bisogni. Non credo che una biciclettata in piazza, tra l’altro senza un bagno di folla, possa determinare una scelta politica così importante come la necessità di un Governo. E se si voterà con questa legge cosa potrà cambiare? Mentre a Roma si ciancia, l’impotenza e la disillusione ci tolgono ogni idea di futuro.

Adriana Re

Alfie Evans. Il dubbio bioetico resta. L’ondata emotiva non ha aiutato a capire

Scrivendo del piccolo Alfie, Elisabetta Ambrosi sostiene che il “pathos, la reazione istintiva che ci fa gridare all’omicidio senza pietà di un bambino di pochi mesi non ci aiuta a capire nulla di quello che sta realmente accadendo” e quindi davanti a questa incomprensione prova a spiegarcelo lei con risultati davvero scarsi. Perché un giornalista che vorrebbe spiegare (o giustificare?) quanto è accaduto non dovrebbe partire dalla legge inglese, vista anche la cittadinanza concessa dall’Italia, ma da alcuni diritti fondamentali dei cittadini, inglesi e non, come quello di muoversi ed espatriare, oltre a quello di ricevere cure. Questi diritti vengono prima delle decisioni di un giudice e sono stati immotivatamente lesi. Ai genitori è stato materialmente impedito di venire in Italia. Perché? Mi stupisce la voglia-presunzione di spiegare da parte di chi palesemente non ha colto diversi e fondamentali fattori in gioco.

Gentile Franco, l’incipit del mio articolo era inteso a chiarire che l’ondata emotiva sul caso Alfie Evans, pure rispettabile, ha impedito di capire la reale natura tragica della vicenda. Perché se la legge inglese può essere criticabile, l’alternativa chiamata “speranza” purtroppo non c’era, perché non esisteva nessuna cura che avrebbe potuto migliorare lo stato del bambino, e cinque anni dopo la situazione sarebbe stata nel migliore dei casi identica. Il dubbio bioetico purtroppo non è risolto: arrestare le cure è stata una forma di eutanasia o la sospensione di un accanimento terapeutico? I pareri sono discordi, ad esempio un cattolico come Mons. Paglia si è schierato per la seconda opzione.

Venendo al punto della circolazione: la Corte europea dei diritti umani non ha accolto la richiesta dei genitori e la stessa Commissione europea ha negato che ci fosse una legge Ue invocabile per il trasferimento. Al di là di questo, se diritti fondamentali sono stati violati, qualche Corte dovrà riconoscerlo. Voglio infine ricordare che il nostro Stato, fino all’approvazione della legge sul testamento biologico, si è accanito atrocemente sui corpi delle persone, sia pure in senso inverso alla legge inglese.

Ma nessuno Stato estero ha inviato aerei o concesso la cittadinanza ai malati di Sla e mi chiedo cosa sarebbe successo se ciò fosse avvenuto. Da madre, infine, penso che i genitori di Alfie abbiano avuto solo troppo poco tempo, e questa forse è la vera ingiustizia, per maturare una scelta che forse prima o poi sarebbe arrivata.

Dallo sciatore al soldato: l’innamoramento è un’avventura

“G li amori difficili”, è un libro scritto da Italo Calvino che raggruppa una serie di 13 novelle.

Questa raccolta di piccole storie crea un libro che racconta ad ogni novella la storia, o meglio l’avventura del personaggio che sarà il protagonista della breve novella. In ogni piccola storia scopriremo dei personaggi diversi, simpatici, antipatici eccetera eccetera…, però racconta avventure di persone normalissime, persone di tutti i giorni e non di supereroi, ma semplicemente di persone come un bagnante, un soldato, uno sciatore…

A differenza del titolo non racconta dell’amore ma l’avventura dell’innamorarsi, racconta di vari personaggi che vogliono raggiungere il loro obiettivo più o meno difficile, alcuni soltanto moralmente altri invece fisicamente.

La prima parte delle prime novelle comincia presentando l’avventura del personaggio, ad esempio “l’avventura del… soldato”, raccontando tante avventure.

Ogni novella dunque racconta l’avventura di un determinato personaggio, la prima novella racconterà l’avventura di un soldato ed andando avantiscopriamo personaggi di ogni tipo dal più al meno simpatico, dal più al meno avventuroso.

 

Anche Tex Willer ha un passato, guidava mandrie nelle praterie

Uno dei segreti del successo di Tex è l’assenza del tempo: ha sempre circa 45 anni, vive in un West che assomiglia a quello di fine Ottocento ma ogni riferimento è vago, ha attraversato la Guerra di secessione, ha avuto un figlio rimasto bambino giusto una manciata di numeri prima di affiancarlo da eterno adolescente nelle sue avventure. Gianluigi Bonelli, il creatore, non amava quella che gli americani chiamano continuity: ogni storia di Tex doveva essere leggibile e comprensibile anche senza aver letto i numeri precedenti, il personaggio non evolveva mai, le connessioni tra un ciclo narrativo e un altro erano eccezioni (gli scontri con Mefisto, i misteri di El Morisco). Mauro Boselli, che ora di Tex è anche il curatore, da sceneggiatore ha invece costruito un passato di Tex e di Kit Carson, e di recente ha iniziato a esplorare la giovinezza di Tex. E la storia più significativa è senza dubbio quella raccolta ora nel volume Nueces Valley: c’è la formazione di un giovane Tex Willer che riesce a convincere il padre a farsi affidare una mandria, deve portare i capi allevati tra mille difficoltà dai pionieri texani. Grazie ai disegni di uno dei più talentuosi disegnatori “texiani”, Pasquale Del Vecchio, dal tratto preciso e netto, Boselli non ricostruisce soltanto i dettagli dell’infanzia di Tex (addirittura della gravidanza di sua mamma) e della sua formazione grazie al frontier man Jim Bridger. Boselli riesce soprattutto a evocare l’aspetto più difficile da raccontare del West – difficile soprattutto per un autore italiano –, quella dimensione di sfida alla natura e alle avversità che è molto più appagante di qualunque rissa da saloon o caccia a un fuorilegge. E Tex diventa – o torna a essere – un uomo della frontiera prima che un giustiziere errante.

 

Sontuoso Nesbø: Macbeth diventa un poliziotto corrotto e populista

Macbeth è il cuore, se di cuore si può parlare, di quella scatola nera dell’umanità che è l’opera omnia di William Shakespeare. E cinque secoli dopo la tragedia funesta del re scozzese si trasfigura in quella di un poliziotto dapprima onesto e leale e poi corrotto, drogato e schiavo della sua avidità. Avidità di tutto. Ma sopra ogni cosa c’è il potere, il dominio assoluto sugli altri: è la natura divina dell’uomo. Peggio, è la natura dell’uomo che non conosce il sole ma solo le nuvole e la pioggia. E Jo Nesbø sceglie appunto il percorso di una goccia per introdurre la sua sontuosa versione di un Macbeth ambientato negli anni Settanta del Novecento.

Quella di riscrivere i drammi di Shakespeare, a quattrocento anni dalla sua morte, è un’intuizione della londinese Hogarth Press, fondata nel 1917 da Virginia e Leonard Woolf. Un compito affidato a un gruppo ristretto di grandi autori. Di qui il noir poderoso ideato dall’inventore norvegese di Harry Hole. Il Macbeth contemporaneo è il capo di una squadra di poliziotti in una città marcia e senza speranze, dove piove sempre. Industrie dismesse perché avvelenavano e uccidevano, politici e agenti in vendita, gang che si spartiscono il territorio per la droga. L’ideale di Macbeth, orfano ed ex tossico, è la giustizia ma al suo fianco la bellissima Lady, tenutaria di un casinò, piega il loro amore su una strada senza ritorno. Macbeth comincia a uccidere i suoi colleghi e con le menzogne fa breccia tra gli umori rassegnati dei cittadini. Una sorta di populismo ante litteram (ché Shakespeare ha davvero già scritto tutto) in cui pure gli incorruttibili “si lasciano plasmare dall’occasione, dal movente e dalle parole”.

 

L’Asinara all’ombra di uno scatto

“La luna d’agosto, la notte che corrode i contorni delle case, dei ruderi, degli alberi. Il buio che tutto livella ed eleva a macchia. E nessuna è più solo una foto, la ripresa di qualcosa di esistente. Ma è come l’impressione di uno sguardo sfuggente. Come un rincorrersi di “guarda lì, guarda là, hai visto quello scorcio?”. Sono gli scatti dell’Asinara di Marco Delogu, fotografo, editore e curatore, nonché direttore dell’Istituto italiano di Cultura a Londra.

Le foto si possono ammirare nella mostra Marco Delogu | Asinara, a Palazzo Fabroni a Pistoia, fino al 1° luglio. Un progetto della Fondazione di Sardegna nell’ambito di Ar/S – Arte Condivisa, che indaga il tema del rapporto fra linguaggi visivi della contemporaneità e natura/paesaggio. “La scelta dell’isola è nata “dalla sua storia e della sua geografia”, spiega Delogu. “Da bambino mi veniva narrata come una specie di inferno, e da ragazzo mi colpivano i racconti di un amico di famiglia, avvocato, che difendeva Renato Curcio e Raffaele Cutolo e andava a incontrarli sull’isola”. Racconti che l’autore degli scatti risente anni dopo “lavorando a Rebibbia per i ritratti di Cattività e incontrando una serie di detenuti che erano stati sull’isola, e che parlano della storia delle rivolte di Fornelli”.

Un’isola “piena di contrasti” l’Asinara, piena di sole accecante e di ombre inquietanti. Come quelle che Delogu si trova davanti nel suo primo viaggio sull’isola, dopo un’assenza di anni, riunite sotto la scritta “Alto Commissariato per l’Igiene e la Sanità Pubblica”. Al centro di un “piazzale brullo, con molti asini che a mezzogiorno pranzano strappando radici secche da terra”, racconta ancora Delogu. “Davanti c’è un vecchio edificio chiamato le ‘docce’ o la ‘disinfezione’ dove, dal ‘continente’ o dalla Sardegna, venivano mandati i malati di tifo o colera, e fatti lavare prima di entrare in quarantena all’‘Alto Commissariato’.

Queste le emozioni che si nascondono nelle scure immagini di Delogu. Anche quando è radura arsa dal sole. O quando è semplice persiana verde scavata dalla salsedine, o la sensazione di una chioma tonda a fare fresco intorno, o il torrione di guardia del carcere, una porta arrugginita in un campetto di calcio improvvisato e subito abbandonato. E anche il mare, quando arriva, un po’ scuro, alla fine del viale sterrato tra le piante basse alla caviglia, non è mai riposo, quasi mai salvezza. Immobile, sta lì, a ricordare l’isolamento.

 

Non è il tempo giusto per l’animale femmina

La vita di Rosita Mulè scorre in perenne affanno. Originaria di un minuscolo paesino vicino Caserta, è riuscita a sottrarsi al giogo materno, iscrivendosi alla facoltà di Medicina a Padova, il più lontano possibile. Da parte ha i pochi spicci dell’eredità paterna e il suo stipendio da cassiera non le lascia alcun margine d’azione. Occupa “una stanza buia e umida in un casermone di sei piani” e per tirare avanti a settimane alterne le tocca pulire lo stabile.

È lei la protagonista del romanzo d’esordio di Emanuela Canepa, L’animale femmina, vincitrice del Premio Calvino 2017 all’unanimità e adesso pubblicato da Einaudi. Romana d’origine, classe ’67, tratteggia Rosita a un passo dal gettare la spugna: ha un debito con il padrone di casa che non sa come saldare e il suo piano studi sta naufragando miseramente a furia di saltare gli appelli. E con il suo amante, Maurizio, condivide un’intimità saltuaria, fatta di piccoli spazi. Lui è un uomo totalmente inaffidabile con cui vive un “amore da piccoli coltivatori, un minuscolo orto urbano di sesso e sentimenti bonsai” ma in qualche modo tutto ciò la fa sentire importante. Nonostante la questione economica e gli studi, la causa principale della sua ansia sono le telefonate della madre – insistenti e ripetute – che non capisce perché sia andata lassù, a vivere una vita solitaria al nord.

Ma proprio questo è il suo unico punto fermo. La necessità di dover fuggire da quel clima asfissiante, “dalla sua etica calvinista” che esige lavoro duro per un risultato certo, è stata la sua salvezza. “Sapevo che là dentro sarei morta. E io invece volevo vivere”. Per tutte queste ragioni, quando si presenta casualmente alla porta dell’avvocato Lepore – un signore distinto che prende a cuore il suo dissesto economico e finisce per offrirle un impiego da segretaria part time – per un attimo le sembra davvero di essere piombati nelle pagine di Dickens. Un azzimato Scrooge, non sprovvisto di un certo fascino lascivo, le prospetta una chance per cambiare vita e avere più soldi in tasca. Abituata a prendere porte in faccia, Rosita non vuole abboccare ma non c’è via d’uscita.

Così facendo, sin dal primo giorno nel suo nuovo impiego, si trova invischiata in un sottile gioco psicologico, una sottomissione veicolata da sguardi, rimproveri velati e richiami alla disciplina. Rosita va in apnea. Minuta, “con la faccia buona da pastora del presepio”, le impongono un modo di vestire più femminile cui seguono altre vessazioni misogine. Lepore domina, incute timore e si diverte moltissimo. Confesserà apertamente di avere il vizio di classificare ogni donna secondo stereotipi, del resto “le femmine sono animali interessanti”, degne di essere sottoposte ad esperimenti verbali e dunque, sottomesse. Tutto ciò scatena una danza pericolosa e perturbante, in un racconto appuntito che è soprattutto una liberazione femminile dallo sguardo maschile. Finché la Canepa sfodera un colpo di reni narrativo e rimescolando le carte, apre una riuscita finestra sul passato di Lepore, ripescando un amore omosessuale e contrastato a cavallo degli anni 60 andando incontro a un finale – non imprevedibile – ma comunque riuscito e spiazzante.

 

Dario D’Ambrosi e la rivoluzione del Teatro Patologico che fa stare bene tutti

“Come ho detto alle Nazioni Unite il 4 dicembre, quando ho rappresentato l’Italia in occasione della Giornata mondiale del Disabile, voi potete farci tutte le critiche che volete, ma con la disabilità, soprattutto psichica, noi italiani siamo avanti di almeno 50 anni. Siamo stati i primi al mondo a chiudere i manicomi e i primi, grazie al Teatro Patologico, ad aver avviato un corso universitario per disabili”: Dario D’Ambrosi è un’autorità a livello internazionale, lui che da quasi 30 anni si occupa di teatro e malattia mentale, lui che proprio a New York sta per tornare (il 7 Maggio) con Tutti non ci sono, a quasi quarant’anni dal debutto al Cafè LaMama.

Di quel prestigioso teatro – che ha ospitato De Niro, Wharol, Lou Reed… – D’Ambrosi è membro, ma il suo cuore batte a Roma, sulla Cassia, dove ha sede dal 2009 il Teatro Patologico, da lui fondato: proprio per celebrare i 40 anni della Legge Basaglia, l’ensemble sarà ospite il 16 maggio del Parlamento Europeo a Bruxelles con Medea e a ottobre, dal 4 al 14, sarà protagonista del festival “1978 180 2018” all’Eliseo.

Intanto continua il pazzesco progetto a Tor Vergata: il primo corso universitario al mondo di “Teatro Integrato dell’Emozione”, attivo dal 2016. “Come ha ricordato la ministra Fedeli, è importante che tutte le università adottino questo programma, così come stanno facendo molti atenei stranieri. Siamo veramente più avanti degli altri, ma solo perché siamo tenaci noi. Quello che manca è il sostegno delle istituzioni: un giovane disabile non può aspettare cinque mesi perché due politici si mettano d’accordo e lui, con le sue crisi, peggiora. Questo non ci è permesso: noi andiamo avanti, continuando a lavorare per i ragazzi e le loro famiglie. Se sta bene uno di loro, stanno bene migliaia di persone: il papà, la mamma, gli zii, i nonni, i fratelli, i cugini, il condominio, il quartiere… È una rivoluzione”.

 

 

Dolori e gloria di un anziano regista: Almodóvar fa 21

Si chiamerà Dolor y Gloria il 21º lungometraggio di Pedro Almodóvar sul set a luglio: il 68enne regista spagnolo dirigerà per l’ottava volta Antonio Banderas e per la sesta sia Penelope Cruz sia Julieta Serrano accanto alla new entry Asier Etxeandia, popolare attore e cantante di Bilbao. Incentrato secondo Almodóvar “sulla creazione cinematografica e teatrale e la difficoltà di dividerla dalla vita vera”, il film racconterà la storia di un regista a fine carriera attraverso una serie di incontri e di ricordi di sua madre, dei suoi amori, di un attore con cui ha lavorato in passato con incursioni negli anni 60 e 80 e in quelli più recenti che lo metteranno di fronte all’enorme vuoto causato dall’impossibilità di continuare a dirigere le sue storie.

Jasmine Trinca reciterà con Stanley Tucci, Jean Reno e Kristin Scott Thomas in The Man Who Saved Paris in cui il canadese Robert Budreau racconterà le vicende di un celebre proprietario di bordelli parigino incaricato di ripristinare un’immagine diversa della città dopo l’occupazione nazista che inaspettatamente finisce con l’innamorarsi. La 37enne attrice romana prenderà parte anche a Red Snake, opera prima della giornalista e documentarista francese Caroline Fourest incentrata su un gruppo di coraggiose guerriere che decidono di aderire volontariamente alla resistenza curda contro i fanatici di Daesh e sarà nei cinema in autunno sia in Euphoria, il secondo film da regista di Valeria Golino in cui recita con Valerio Mastandrea e Riccardo Scamarcio, sia in Sulla mia pelle, atteso film di Alessio Cremonini dove ha il ruolo di Ilaria Cucchi, la combattiva sorella di Stefano Cucchi (Alessandro Borghi) da anni alla ricerca della verità sulla tragica fine del giovane morto il 22 ottobre 2009 nell’ospedale Sandro Pertini con vistosi segni di pestaggio.