Conosci te stesso e ricorda il sesso

Un tavolo, un piazzato di luci, due sedie, due attori: parlano di una sveltina consumata anni prima, con tanto di dettagli sul “cazzo” e sulla “fessa”. Dopo dieci minuti vien voglia di andarsene, ma dopo quindici succede qualcosa – un rumore lontano, sordo – a dirci che i due soli non sono, e quindi la liaison – fessa o non fessa – si fa interessante. Dopo quaranta minuti, la tragedia è chiara; dopo sessanta, è d’obbligo l’applauso a uno degli spettacoli più belli della stagione.

“Autobiografia Erotica” è la pièce che Domenico Starnone ha tratto da un suo quasi omonimo romanzo (Autobiografia erotica di Aristide Gambía), edito da Einaudi nel 2011 e ora prodotto dalla Cardellino di Silvio Orlando: la regia è affidata ad Andrea De Rosa, mentre la recita a Vanessa Scalera e Pier Giorgio Bellocchio.

A parte l’incipit – la locandina ci aveva preparato a un simile turpiloquio, ma non si è mai abbastanza preparati ai “cazzi” altrui –, non c’è niente fuori posto: non l’interpretazione, non la scena, non le luci, non i suoni, non la regia, anche se tutto si intravede poco, è appena accennato, sobrio, minimale, proprio per contrasto alla malizia verbale iniziale che, forse, a questo punto, dobbiamo ammettere che fosse un tocco di genio.

Trama in breve: Mariella e Aristide si rivedono dopo un passato amplesso.

È lei che ha convocato lui con una email piccantina, ricordandogli la loro prima e ultima tempesta ormonale risalente a 20 anni fa. Lui, all’epoca, era un impacciato editore, sposato da poco e con figlio in attesa; lei era una volitiva diciottenne, con velleità di scrittrice e un impiego in uno studio legale. Passarono insieme appena cinque ore, di cui due al cinema, per poi consumare in fretta sulla moquette dell’avvocato di lei. Al solito, la donna ricorda tutto, persino gli abiti del fugace amante, mentre l’uomo ha dimenticato tutto, persino il nome della fugace amante: “Non si è accorto di nulla” allora, eppure adesso, “cazzo, la vede”. E la perde.

L’intreccio apparentemente è sessual-sentimentale, ma è costruito magistralmente, come un thriller o un romanzo rosa, avvincentissimo: “Sono affascinato da quei personaggi che, credendo di conoscersi, finiscono per vedere sgretolarsi le proprie certezze”, ha specificato il regista. “Edipo ne è l’esempio più grande”.

Bellocchio è il perfetto Edipo moderno: nevrotico, mediocre intellettuale e quindi maiale. Scalera è superlativa, punto: che qualcuno le dia un premio.

Entrambi apparecchiano il gioco delle relazioni pericolose, quelle che si dicono ma non si fanno: l’atto sessuale, in sé, conta poco o nulla; quel che conta, e grava, è la sua affabulazione, la sua riviviscenza, la sua recita. Infatti Laclos ha scritto un romanzo epistolare, in cui tutti parlano ma nessuno “scopa”, e Starnone, da par sua, ha licenziato sul sesso un canovaccio verboso, ovvero erotico.

 

 

“Manuel” non può sbagliare più: così sua madre è libera

Diciotto anni, ma “credo di essere più maturo”, e forse c’è da convenire: Manuel esce da un istituto per minori senza sostegno familiare, che non è una prigione ma nemmeno il paradiso, e respira. Fuori l’aria è meno condizionata, ma è libera? Ha una missione, affrancare la madre Veronica, che è dentro da cinque anni: se non riuscirà a farle avere i domiciliari, ne è certo, la donna sbroccherà.

Manuel lo osserviamo, passo dopo passo, difficoltà per difficoltà, senza sbandate retoriche né balletti registici: un pedinamento pudico, indefesso, misurato, senza farsi vedere, ma senza nemmeno abbandonare, sottotitolato poeticamente dalle parole di un avvocato probo, “che c’entra la speranza con i fatti?”. E però sono, speranza e fatti, le convergenze parallele di Manuel, opera prima di Dario Albertini e ideale seguito in finzione del suo documentario La Repubblica dei Ragazzi. È stato presentato in anteprima all’ultima Mostra di Venezia, nel laterale Cinema in Giardino: non diremo che avrebbe potuto legittimamente ambire al Concorso, ma lo pensiamo, e comunque per la 75esima edizione al Lido toccherà guardare anche in Giardino. Manuel non è inedito per quel che racconta, ma è pregevole per come lo fa: Andrea Lattanzi, di cui sentiremo di certo parlare, dà all’eponimo protagonista intensità, definizione ed empatia sorprendenti, scostandosi sempre un secondo prima del patetico, sottraendosi sempre un attimo prima del, nostro, “poverino”.

Bravo, bravissimo, e pure chi lo dirige: Albertini davanti alla macchina da presa mette la sordina, e così le trite e ritrite periferie esistenziali con denominazione d’origine garantita a Roma e dintorni trovano qui se non residenza alternativa tout court, un domicilio almeno differente per intenzione cinematografica e temperatura umana. Per dirla in soldoni, scomodando due maestri, siamo più vicini alla trattenuta emotiva di un Ken Loach rispetto che alla presa ambientale, e criminale, di un Claudio Caligari. Se nella Repubblica inquadrava l’autogoverno di una comunità di ragazzi, qui il precipitato è sulle spalle del solo Manuel, chiamato a un impegno, rigare dritto per liberare la madre, che stride con le possibilità, gli aneliti, le intemperanze dell’età: coca, donnine, la Croazia per promesso Bengodi, non si può, ma si deve, essere seri a 18 anni. Ed è questa ostica ma imprescindibile serietà una qualità che Manuel e il film si rimbalzano senza clamore, passandosi il testimone di una poetica ad alzo zero, una drammaturgia piana, una e più vite prese per mano e non mollate a se stesse.

Lattanzi e Francesca Antonelli, che interpreta Veronica, condividono inquadrature senza fronzoli ed emozioni senza filtro, mentre Manuel prova a far convergere fatti e speranze, finzione e verità. Producono Angelo e Matilde Barbagallo, distribuisce Tucker Film, non perdetelo: Manuel è il cinema di cui abbiamo ispirato bisogno.

 

Letteratura, il Premio pare salvo. In ballo c’è la guida dell’Accademia

Una riunione fiume, un summit di 24 ore per decidere cosa sarà delle votazioni per il Nobel della Letteratura 2018. Questo l’impegno preso dagli accademici di Svezia all’indomani degli scandali su molestie, affari e pressioni che hanno compromesso l’immagine dell’Istituzione anche all’estero. Ma già ieri in serata uno dei membri, Göran Malmqvist faceva trapelare che l’esito dell’incontro era stato positivo.

Se è vero infatti che i membri rimasti in carica dopo le 8 dimissioni sono solo 10 e che il quorum della votazione è a 11, è vero anche che a risolvere il problema era intervenuto re Carlo Gustavo XVI, introducendo all’ultimo una norma secondo la quale non si accettano dimissioni di membri in carica da meno di 2 o 3 anni. È per questo che Katarina Frostenson a parte, a traballare sembravano essere più gli interessi che l’alloro di Svezia. Se risulta infatti che anche solo uno dei membri “giovani” non “può dimettersi”, la votazione si farà. In più il re sarebbe al lavoro per le norme di elezione dei nuovi accademici. Intanto a fronteggiarsi sono due schieramenti: da un lato Horace Engdahl, ex segretario permanente vicino a Frostenson e a suo marito Jean Claud Arnault, dall’altro, “i vecchi”. Se l’esito del summit fosse positivo significherebbe che si è riusciti a trovare un equilibrio. Meno improbabile dunque è che il Nobel passi all’Accademia delle Belle Lettere, nonostante il direttore Anders Cullhed abbia dato disponibilità ad assumere “un compito difficile in così poco tempo”.

“Il cinema può dare forza al sangue più della scrittura”

Bisogna fare i complimenti a Niccolò Ammaniti, per quello che è riuscito a fare e, ancor più e ancor prima, ad avere. Per “il debutto dietro la macchina da presa di uno degli scrittori italiani più tradotti al mondo”, la serie in otto puntate Il miracolo, ha avuto due compagni in regia, Francesco Munzi e Lucio Pellegrini, tre al tavolo, Francesca Manieri, Francesca Marciano, Stefano Bises, nonché assoluta libertà, dall’impiego delle musiche “costose” alla scelta delle location, ripagata – è un coro di elogi – “con impegno e dedizione totalizzanti”.

Se la scrittura nella costruzione dei personaggi e nella qualità dei dialoghi, più che nell’invenzione del soggetto, si fa comprensibilmente plaudire, la regia è però monocorde, senza guizzi né una ravvisabile identità. Ammaniti che regista non è non dà un’impronta ineludibile e la sintesi con Munzi e Pellegrini si gioca al ribasso: qualche sparuto sorrentinismo qui e là non aiuta, anzi, si risolve letteralmente in un pugno di mosche. Ma da dove siamo, anzi, sono partiti? “Ero stanco di scrivere libri da solo, tendevo verso l’apocalisse”: anziché un’incipiente crisi creativa, era una lauta opportunità, prontamente apparecchiata da Wildside e Sky.

Dopo sette romanzi di cui cinque già adattati, l’inedita convinzione che l’audiovisivo potesse ab origine “esprimere meglio le mie idee” è sortita da una statuetta di plastica della Madonna, alta 30 centimetri, pesante 5 chili e stillante 90 litri di sangue umano al giorno. “Solo il cinema può dare forza al sangue”, per incipit iconografico, “Un culo così non me l’ero mai fatto”, per esito pragmatico, ed ecco la produzione Wildside e la serie originale Sky, dall’8 maggio in esclusiva su Sky Atlantic Hd. Il miracolo è per pochi intimi, il giovane, riflessivo e capace presidente del Consiglio Fabrizio Pietromarchi – sì, anche lui è alle prese con un referendum, ma per l’uscita dell’Italia dall’Unione europea – incarnato da Guido Caprino; la first lady Sole (Elena Lietti), un po’ tosta e un tot sballata, comunque non doma; il generale Votta (Sergio Albelli), che per primo trova la Madonna; un sacerdote perso tra sesso e ludopatia, Marcello (Tommaso Ragno); l’ematologa Sandra (Alba Rohrwacher), che per interrogare la scienza chiede alla fede; Clelia (Lorenza Indovina), già legata a Marcello. Ragno sconta un personaggio savraesposto, la Rohrwacher – “Cercavo un’ossessione e l’ho trovata negli occhi di Niccolò” – convince per come illumina l’arco narrativo, da parte sua Ammaniti sgombra il campo da assonanze di palazzo – “Non è Fabrizio un politico a cui siamo abituati, è serio, molto concentrato sul lavoro” – e sconfessa prese di posizione ideologiche: “Non entro nel merito del mio rapporto con la religione e la fede, bensì indago le reazioni dei personaggi di fronte alla madonna che piange sangue e spalanca domande”.

Più aperto, viceversa, sul fronte dell’ispirazione, da Black Mirror (la prima puntata, con il premier britannico costretto a un rapporto con un maiale in diretta tv) a The Leftlovers. Riuscirà questa serie ad avere analoga fortuna internazionale? La fama dello showrunner non si discute, il miracolo si incista bene in un’italianità da esportazione e la molteplicità di generi e registri, dal mystery al supernatural al political drama, confonde le acque per scavallare confini, infine, le questioni poste da Ammaniti, “per chi piange la madonna, per l’umanità, per redimerla?”, sono valide per l’espatrio.

Sull’altro piatto della bilancia, l’irresolutezza nello stile visuale, financo nel tono: la madonna sanguinante ha trovato la sua piscina in quel di Parma, con le luci e l’ambiente giusto, e va bene, ma poi come vediamo quel che vediamo?

 

Ferrovieri in sciopero: un milione dalla colletta di sinistra

Riuniti in piazza a Parigi, i ferrovieri della Sncf in sciopero hanno incassato un assegno simbolico di circa 1 milione di euro, frutto della colletta on-line lanciata dall’inizio delle proteste contro la riforma ferroviaria e l’apertura alla concorrenza voluta dal presidente Macron.

A promuovere la raccolta fondi il sociologo Jean-Marc Salmon sostenuto da una trentina di personalità tra scrittori e intellettuali, tra cui il fondatore di Potere Operaio negli anni di Piombo, Toni Negri. “Il vostro sciopero solleva grandi speranze per il Paese”, ha dichiarato Salmon, consegnando l’assegno simbolico ai rappresentanti sindacali. La maxi-colletta ha raggiunto i 975.000 euro ma la possibilità di fare donazioni è stata prorogata fino al 7 giugno. Per domani, 14° giorno di sciopero dall’inizio della mobilitazione “spalmata” su 3 mesi, sono previsti metà dei treni ad alta velocità (Tgv) in circolazione e un regionale (Ter) su 5. Iniziata il 3 aprile, la protesta intermittente degli cheminots (al ritmo di 2 giorni di sciopero su 5) è già costata alla compagnia 250 milioni di euro. E sul web, pendolari e utenti alle prese con i disagi ironizzano sul milione di euro e ne chiedono una parte.

Condono preventivo al Giro Froome corre oltre il doping

Sei pronta Gerusalemme ad accogliere il Giro d’Italia?”. La folla ammassata nella centralissima Safra square, piazza edel nuovo Municipio, a poca distanza dalle mura della Città Vecchia – risponde così forte, prima con un vibrante “ken” (sì) poi con un orgoglioso “kan” (qui). Sarà la suggestione di quell’attimo, o forse è il vento, ma pare che ondeggino persino le palme che adornano il grande spiazzo, luogo emblematico in cui le autorità hanno voluto che si unissero idealmente la Gerusalemme ebraica occidentale e quella Est, scelta ovviamente criticata dai palestinesi. Le truppe Rcs che organizza il Giro, hanno avuto in dote un “outfit”, comprensivo di giacca camouflage, molto fashion, quello stile militare-chic tanto in voga, ma forse inopportuno qui. “Siamo venuti per fare un grande evento sportivo, e non per interferire con la posizione dei governi”, ha detto Mauro Vegna, patron del Giro. Risultato: niente camouflage. Basta quello autentico del servizio d’ordine, un poliziotto o un soldato ogni 2 metri del tracciato di oggi, ossia quasi 10mila uomini.

Poco dopo le 6 dell’afoso pomeriggio comincia la presentazione della 2 squadre iscritte: gli israeliani scoprono il Giro in diretta tv (198 i Paesi connessi), il ciclismo da queste parti è ancora uno sport esotico, i corridori sono 3-400, mi dice Daniel Bernheim, presidente della federazione ciclistica: “Stiamo investendo per costruire le infrastrutture basilari: un velodromo, costato 25 milioni di euro, inaugurato mercoledì; piste ciclabili, promozione nelle scuole, le forze di polizia hanno capito l’importanza di collaborare per garantire ai ciclisti di circolare in sicurezza.

Il Giro dimostra che noi siamo aperti, che non c’è pericolo e che la sicurezza è al massimo livello. Il nostro è un Paese democratico e ospitale, lo sport comunque supera i confini politici e religiosi”. In verità, il Giro che comincia oggi nella Città Santa è soprattutto un geniale e formidabile spot per Israele e per gli organizzatori della corsa che hanno non a caso ingaggiato il discusso Chris Froome per dare sostanza (si spera solo tecnicamente) alla gara: come in ogni spettacolo che conta, la star britannica è l’ultima a salire sulla passerella della presentazione, mandando in visibilio il pubblico. Eppure, non tutto è Mulino Bianco in questo Giro. L’abile Mauro Vegni, il patron del Giro, non nasconde l’imbarazzo: “Confesso di non essere stato felice quando abbiamo saputo, una settimana dopo l’ufficializzazione della sua presenza al Giro, che era stata comunicata la non negatività di Froome alla Vuelta. La Sky doveva esserne a conoscenza. Anche se io non capisco questo essere ‘non negativo’. O uno è negativo o è positivo…”.

L’argomento è scivoloso. Un campione sospettato di doping disputa la crono individuale partendo per quintultimo, alle 16 e 41 (ora locale). Se vince e viene squalificato, gli togliete l’eventuale vittoria o lo depennate dalla classifica finale? “Poco prima della Milano-Sanremo ho avuto un colloquio con David Lappartient, il presidente dell’Uci, e gli ho detto che se dovesse vincere, il Giro resterà assegnato a lui, non accetteremo mai un secondo caso Contador. Lappartient si è dimostrato favorevole a quest’idea, d’altra parte i tempi dell’inchiesta saranno ancora lunghi, quindi non ci troveremo in situazioni difficili…”. Anche perché pare che il corridore britannico sia stato pagato 2 milioni di euro. Vegni smentisce, senza smentire: “Non ho avviato nessuna trattativa individuale con Froome, come non ho mai trattato coi corridori né dato soldi direttamente ai corridori per partecipare. Ho sempre avuto un rapporto corretto con le squadre: chi onora la corsa con una partecipazione di qualità, schierando i capitani, merita un rimborso spese superiore rispetto a chi viene al Giro perché deve… Froome si è preparato per fare un grande Giro all’altezza dei suoi valori”. Si spera non quelli riscontrati il 7 settembre scorso in Spagna.

I sacerdoti col fischietto e i sudditi-calciatori

Chiedere alla Uefa di adottare il Var, e dunque rinunciare al libero arbitrio dei suoi arbitri, è come pretendere che Trump si spogli dei poteri presidenziali per sottoporsi di buon grado all’inchiesta sul Russiagate. O che Dart Fener rinfoderi la spada laser in nome del pacifismo. Un tempo gli arbitri potevano scegliere tra due epiteti: venduto o cornuto. Poi arriva Calciopoli e la figura della giacchetta allora nera ne esce ancor più malconcia: se gli va bene prende ordini dalla cupola, ma c’è anche il caso che un malmostoso Moggi chiuda negli spogliatoi un apprezzato fischietto.

Oggi gli arbitri rappresentano un formidabile e blindato sistema di potere. In Italia, grazie all’Aia, temperato dalla coraggiosa introduzione del Var che pur con qualche difetto è un efficace strumento di controllo sugli eventuali errori e di trasparenza. In Europa, invece, gli arbitri restano i depositari di un dominio pieno e incontrollato di cui rispondono ai vertici di una piramide granitica e inviolabile come quella di Cheope. In più i membri di questa classe eletta godono di una illimitata franchigia morale. Circostanza che non può non sorprendere in una società dove la cultura del sospetto non risparmia niente e nessuno. Ma gli arbitri, si sa, sono innocenti per definizione. Anche quando sbagliano di brutto nessuno mette in dubbio la loro “buona fede”. Fino al punto che i mazziati per evidenti sviste devono misurare le parole se non vogliono: a) passare per degli sfigati piagnoni. b) subire delle ritorsioni disciplinari e non solo. Il massimo della critica consentita può spingersi fino a un rispettoso: a) tutti possono sbagliare, ci mancherebbe altro. b) introduciamo il Var anche nelle Coppe europee. Sul primo punto prenderemo in esame un solo match di questa Champions, tra i tanti dall’andamento scandaloso: Real Madrid-Bayern Monaco. Dallo sviluppo dell’azione resta difficile credere che l’arbitro turco e i suoi quattro assistenti non abbiano visto lo strepitoso fallo di mano di Marcelo, che se segnalato avrebbe probabilmente indirizzato la semifinale a favore dei tedeschi. Con questo vogliamo forse lanciare infondate e dissennate accuse di dolo nei confronti di stimati professionisti? Certo che no, ci mancherebbe altro. Al contrario, riteniamo che il prestigioso Cakir e i suoi degni collaboratori abbiano esercitato in pieno l’illimitato potere loro conferito. Di fischiare cioè come caspita gli pareva. Altro che la patetica sudditanza di una volta. Ora i sudditi sono gli altri. Per i sacerdoti di Cheope conta meno di zero se perfino l’onesto Marcelo ha ammesso che il rigore c’era e grande come una casa (questo lo aggiungiamo noi). Poiché, in sovrappiù, è concesso loro non dare giustificazione alcuna per gli scempi perpetrati (se ne catastrafottono, per dirla con il grande Camilleri). Par di capire che se anche di rigori a favore del Bayern ce ne fossero stati 4 o 5 o 6, gli onnipotenti avrebbero potuto negarli tutti. Per favorire gli arroganti madrilisti? Forse sì, ma anche no o chissà. Chi può sondare l’estro capriccioso di un arbitro nell’esercizio della sua infinita discrezionalità, anche quando può mandare in malora la stagione di un club e investimenti miliardari? Ditemi voi: quale premier europeo o quale grande banchiere o quale geniale scienziato possono disporre di un simile assoluto imperio? E come diavolo potete pensare che il faraone di tutti gli arbitri europei, Pierluigi Collina, accetti di essere sottoposto al giudizio di qualche telecamera? Quanto a chi persevera nella protesta stia bene attento: le squadre passano, ma gli arbitri restano.

PS. Come si noterà, ho evitato accuratamente qualsiasi riferimento alla direzione arbitrale di Roma-Liverpool. E ai due rigori (con annessa espulsione) che mancano alla mia squadra. Tutti possono sbagliare, ci mancherebbe altro.

Un telegramma è per sempre, ma solo in Italia

Per i ventenni o trentenni di oggi, o chi è ancora più giovane, la parola “telegramma” fa pensare forse solo a un’applicazione di messaggeria come Telegram. Basta invece salire un po’ con l’età, che il termine evoca una forma di comunicazione via messaggio scritto, tipica dell’era pre-internet. I testi dei telegrammi sono espressi inoltre in quella forma asciutta e puntellata di ‘stop’ tipica del linguaggio cifrato, che ha rappresentato per due secoli il mezzo più efficace e rapido di scambiarsi informazioni a distanza. E restando anche di recente un doveroso contrassegno di formalità.

Ora la Francia ha deciso di sospendere l’invio di telegrammi dopo quasi 140 anni di servizio. Con un comunicato – piuttosto telegrafico, per restare in tema, non a caso diffuso via Twitter – la compagnia telefonica Orange, gestore del servizio, ha annunciato come l’ultimo messaggio telegrafico è stato inviato un minuto prima della mezzanotte del 30 aprile. Una scelta storica ma anche una necessità commerciale, determinata dalla spietata concorrenza di email, sistemi di messaggeria e social network, che hanno in breve tempo reso obsoleto – e costoso, considerando che in Francia il prezzo si aggirava sui 15 euro per 50 parole – il sistema finora adottato.

Il declino del telegramma è ben visibile nei numeri: un calo inesorabile dai 900.000 messaggi inviati nel 2005 in Francia ai 38.000 dello scorso anno, fino ad un minino di 6.000 nei primi quattro mesi del 2018. Parigi non è sola a dare l’addio al telegramma. L’anno scorso era stato il vicino Belgio porre fine al servizio dopo 171 anni, mentre nel 2013 era toccato all’India, nel 2006 agli Usa e molto prima, addirittura negli anni ’80 del secolo scorso, al Regno Unito.

In Italia, spedire un telegramma è invece ancora possibile: lo si può fare da una pagina web, dalla applicazione di Poste Italiane, dettare per telefono o semplicemente spedirlo andando all’ufficio postale. In origine era stato il mezzo principale per connettere il mondo attraverso messaggi scritti.

Prima ancora delle prime trasmissioni via radio (che risalgono a fine 800), e ben prima della diffusione di massa degli apparecchi telefonici, il telegrafo elettrico fu brevettato nel 1837 dall’americano Samuel Morse. Adottato in tutti i Paesi industrializzati al di qua e al di là dell’Atlantico, così come nelle colonie dell’Impero britannico, la comunicazione via telegrafo è stata a lungo sinonimo di velocità e di informazione.

Ne reca un segno evidente il nome del quotidiano londinese Telegraph, fondato nel 1855, come anche dell’olandese Telegraaf, nato quasi quarant’anni dopo a coronare il secolo d’oro dell’invenzione di Morse. Non pochi i telegrammi che hanno marcato i passaggi chiave della storia, come quello che annunciava il successo del primo volo a motore della storia nel 1903, o l’SOS del Titanic nel 1912. Quello che oggi annunceremmo probabilmente attraverso Whatsapp, Messenger o con un video su Facebook o Insatgram. Nel 1897 Mark Twain dopo aver saputo della pubblicazione, ovviamente errata, di un suo necrologio, distillò la sua ironia telegrafando queste parole: “Le notizie della mia morte sono ampiamente esagerate”. Ecco, il telegramma scompare, come era successo al primo mezzo che ne trasmetteva i messaggi. Il contenuto della comunicazione globale viaggia per altri canali.

Giuliani, Stormy e le tante “verità” di The Donald

Cambia l’avvocato e cambia la strategia di difesa: succede nei processi ai ladri di galline, figuriamoci in un’indagine che coinvolge il presidente degli Stati Uniti, dove il legale nuovo è Rudolph Giuliani, ‘sceriffo’ ed ex sindaco Law & Order di New York, eroe dell’11 Settembre 2001, uomo dalla forte personalità e dalla robusta credibilità, nonostante incidenti di percorso personali e insuccessi politici.

Da un giorno all’altro, Giuliani cambia la linea di difesa di Trump non sul Russiagate, l’inchiesta sui contatti nel 2016 tra la campagna del magnate non ancora presidente e il Cremlino, ma – almeno per ora – sulla scappatella coniugale nel 2006 con la pornostar Stormy Daniels, pagata non per fare sesso – ché quello sarebbe stato un cadeau -, ma per tacere di averlo fatto.

Il risultato è, però, che il presidente fa la figura di quello che, fino al giorno prima, aveva mentito, raccontando un’altra verità. E, sul fronte Russiagate, Trump allontana l’ipotesi di un interrogatorio con il procuratore speciale Robert Mueller, citando su Twitter quanto il suo ex avvocato John Dowd disse in marzo agli inquirenti: “Questo non è un gioco. State facendo perdere tempo al presidente degli Stati Uniti”. Peccato che il magnate abbia licenziato Dowd, il mese scorso, proprio perché non gli faceva incontrare Mueller. C’è pure chi pensa che la fuga di notizie sulle 50 domande che Mueller vorrebbe fare al presidente sia stata orchestrata da Giuliani, per avallare la tesi di una persecuzione del tycoon da parte del procuratore, il cui posto traballa.

Un dato di fatto è che il rapporto Trump-Mueller s’è ormai deteriorato ed è al ‘calor bianco’, mentre il tempo del generale John Kelly capo dello staff alla Casa Bianca pare finito – Trump lo spedirebbe ai Veterani – e le (s)fortune elettorali repubblicane allarmano vieppiù il partito.

Raccontata ai media in prima persona, la versione di Giuliani è che Trump rimborsò di tasca propria (e non con soldi della campagna elettorale) Michael Cohen, il suo avvocato personale ora indagato dall’Fbi per avere versato a Daniels, prima delle presidenziali, 130 mila dollari. Il magnate aveva sempre negato non solo la scappatella, ma anche di essere a conoscenza del pagamento. “Nessuna violazione delle norme sulla campagna elettorale”, come ipotizzato invece nell’inchiesta su Cohen, dal cui studio sono stati sequestrati molti documenti.

Giuliani dichiara: “Il presidente lo rimborsò nell’arco di mesi”, con rate di 35 mila dollari prelevati dal conto di famiglia.

Forse, Giuliani si preoccupa di evitare che le bugie del presidente siano smascherate dall’Fbi, che potrebbe avere già ricostruito per conto suo il percorso del denaro. E la linea del legale è avallata dal presidente, ovviamente via Twitter: i soldi a Daniels dovevano “fermare le accuse false e ricattatorie” fatte dalla donna, nonostante lei “avesse già firmato una lettera dettagliata nella quale ammetteva che non c’era stata alcuna relazione”. Resta da vedere se il pagamento configuri una violazione della legge elettorale e se sia sanabile. In ogni caso il presidente non l’ha riportata nelle sue dichiarazioni finanziarie.

L’ex capo delle Entrate di Firenze condannato a pagare sette milioni

Stangata della Corte dei Conti di Firenze all’ex direttore provinciale dell’Agenzia delle Entrate, Nunzio Garagozzo, condannato a pagare in favore della stessa Agenzia delle Entrate 7 milioni e 115.080 euro tra danno patrimoniale diretto (6 milioni e 915.000 euro) e danno di immagine (200.000 euro). Il processo davanti alla Corte dei Conti della Toscana è scaturito per alcuni episodi di corruzione risalenti al periodo 2010-2011 per cui Garagozzo venne già condannato in sede penale nel 2014 con patteggiamento. Adesso il grosso della somma è relativo, in particolare, agli aggiustamenti di pratiche tributarie a favore della società di costruzioni Tognozzi spa, ormai fallita. Garagozzo, condannato per corruzione, avrebbe agevolato la società, procurandole un risparmio indebito sulle imposte che procura e Finanza calcolarono in 4,6 mln di euro, e in cambio di una tangente da 50.000 euro che ammise di aver riscosso. La Corte dei Conti, nella condanna, ha stabilito 6,9 milioni per il danno patrimoniale diretto causato all’erario dai favori di Garagozzo alla Tognozzi. Per la Corte vi fu “antigiuridicità della condotta di Garagozzo”. Da ciò derivò un minor introito per l’Erario di 6.691.122 euro.