Catania, ancora voto di scambio e altri favori

Pratiche smarrite, fascicoli soppressi, sanzioni archiviate o ridotte al minimo, in cambio di pacchetti di voti, incarichi alla Regione Siciliana, assunzioni in ospedali e fornitura di beni. L’inchiesta Black job condotta dalla Procura e della Guardia di finanza di Catania ha portato alla luce “un consolidato circuito corruttivo” negli uffici dell’Ispettorato del lavoro diretto da Domenico Tito Amich, finito ai domiciliari, “alimentato da saldi legami di amicizia che uniscono corrotti e corruttori”.

Per i nove indagati le accuse sono di concorso in corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, falso ideologico, soppressione, distruzione e occupamento di atti veri. In arresto, ai domiciliari, anche l’ex deputato regionale Marco Forzese, uomo di punta in Sicilia dei centristi di Pierferdinando Casini, che si reca negli uffici di Amich in compagnia dal suo “gran elettore” l’imprenditore Salvatore Calderaro. Quest’ultimo, titolare di un bar e tabacchi a Castel di Judica, in provincia di Catania, ha accumulato sanzioni amministrative per oltre 6 mila euro e vuole sapere come può rimediare.

“È venuto da Castel di Judica – spiega il politico ad Amich – dove devi sapere che io sono uno dei più votati grazie a questo signore qua”. “Noi nel 2016 ci abbiamo avuto un controllo”, aggiunge Calderaro. “Si, d’accordo, lo ricordo”. I tre continuano a parlare nella stanza del direttore, ripresi dalle videocamere delle fiamme gialle, poi escono. Sull’uscio, il politico bisbiglia qualcosa, e il direttore asserisce: “Ora la faccio mettere tra le pratiche scomparse”.

Poco dopo, Forzese entra nella stanza, si avvicina alla scrivania e prendere la pratica delle sanzioni, la nasconde dentro la giacca di Calderaro, e insieme escono dalla stanza.

Le immagini proverebbero la compiacenza di Amich in favore di Forzese, che già in passato lo avrebbe fatto nominare “presidente della commissione d’esame”, e che lo avrebbe presentato al governatore Nello Musumeci, in virtù di un “rinnovo del proprio incarico presso l’Ispettorato”.

Il consigliere regionale Giancarlo Cancelleri (M5s) attacca: “Il candidato a sindaco di Catania Salvo Pogliese è andato a inaugurare la sede elettorale con Forzese, lo scorso fine marzo, leggo che il suo nome figura anche nelle intercettazioni come persona che si sentiva con alcuni soggetti coinvolti. Poi c’è il governatore Musumeci che se ne lava le mani, sapendo che ormai Forzese fa parte del suo movimento”, perché nel logo del movimento di Forzese LavoriAmo Catania c’è quello di Musumeci Diventerà Bellissima.

Quello di Catania non è un caso isolato. In Puglia tredici misure cautelari sono scattate nei confronti di pubblici ufficiali, consulenti e medici. Tre dipendenti dell’Ispettorato del lavoro di Foggia sono finiti ai domiciliari. Avrebbero ricevuto promesse e regali (caciocavallo, mozzarelle e vino) per “mettere a posto” violazioni in materia di sicurezza sul luogo del lavoro.

’Ndrine, il superboss e il teste smemorato: “Avevo bevuto”

Maglione scuro e jeans. Lo sguardo a volte fisso, a volte gettato oltre il gabbione. Capelli brizzolati, basso, ma in forma. Eccolo, colui che la Procura di Milano ritiene l’ultimo capo delle ’ndrine in Lombardia e nel nord Italia. Eppure Rocco Barbaro, classe ’65, nato a Platì e figlio di Francesco Barbaro, detto Cicciu u Castanu, patriarca indiscusso della ’ndrangheta deve rispondere “solo” di intestazione fittizia di beni. Ieri l’udienza. Su di lui l’accusa di aver governato l’acquisto e l’apertura del bar Vecchia Milano dietro piazza Duomo.

Il bar però non è il tema dell’udienza in questione. All’ordine del giorno una frase intercettata che lo definisce il capo di tutti i capi al Nord. Il titolare di queste parole è in aula e con lui l’amico che ha condiviso quei discorsi. Sono Agostino Catanzariti e Michele Grillo, vecchi ras dei sequestri tornati nel mirino dei carabinieri. Entrambi sono testimoni della difesa. I due più che altro si affidano alla strategia “nega tutto”. Catanzariti fa di più: “Avevo bevuto”. Poi Grillo aggiunge: “Era ubriaco”. Copione perfetto per un processo di mafia. Anche qui a Milano. Era il 2015 quando il gip firmò le ordinanze del bar. Oggi, tre anni dopo, il locale è chiuso, levata l’insegna. All’epoca, però, Barbaro, che stava a Platì, non si fece trovare. Fu catturato nel maggio 2017. Per lui fuggire è un vizio. Da qui il soprannome di u Sparitu che condivide con il fratello Giuseppe, classe ’56. Nel 2012 era tornato libero dopo 14 anni. Lui, secondo i magistrati, rappresenta il gotha della ’ndrangheta. Quarti di nobiltà paterna a parte, u Sparitu vanta una parentela di ferro con i Papalia Carciutu di Buccinasco, hinterland sud-ovest di Milano. Ed è proprio a Buccinasco che Barbaro va nel 2012 dopo aver scontato la pena. La situazione in quella fetta di hinterland, però, è calda. Indagano i carabinieri. A gennaio 2013 scattano gli arresti.

L’operazione Platino mette in lista tutte le nuove leve della cosca Papalia. Il processo proseguirà a tentoni e dopo il primo grado, l’associazione mafiosa naufragherà in appello. In quel fascicolo Rocco Barbaro non è indagato, ma lungamente citato. In auto Catanzariti e Grillo parlano assai. È Catanzariti, secondo il pm, il titolare di quel passaggio in cui dice: “Lui (Rocco Barbaro, ndr), è il capo di tutti i capi (…) di quelli che fanno parte di queste parti (…). Lo è per regola (…). Lui passa gli ordini”. La Procura non ha dubbi. Ed ecco allora, ieri, Catanzariti e Grillo sentiti come testi della difesa. Ma più che un’audizione è una farsa. “Rocco Barbaro – dice Catanzariti – mai conosciuto. Forse quando ero in carcere a Voghera. Dopo oltre vent’anni dentro, fuori non conoscevo più nessuno. Quella frase? Non ricordo di averla detta. Forse avevo bevuto”. Giacchetta blu elettrico, parlata stentata, Catanzariti con le sue frasi, sempre intercettate, ha fatto riaprire il caso dell’omicidio del brigadiere Antonio Marino (ucciso a Bovalino nel 1990). Frasi ritenute credibili dai giudici. Tanto che saranno condannati Antonio Papalia e lo stesso Francesco Barbaro u Castanu. Il boss dalla bocca larga, con dote di vangelo per sua stessa ammissione, in aula non conferma.

Sostiene la parte anche Grillo. Dice: “Non ricordo la frase il capo dei capi. Non ho nemmeno il ricordo che fu pronunciata da Catanzariti. Ha fatto tanti di quei danni. Era sempre ubriaco, si sdraiava sul sedile e non finiva più di parlare”. L’accusatore involontario, ubriaco e smemorato. Rocco dentro il gabbione non fa una piega. E mentre il processo si conclude, il fratello di Barbaro (non indagato) finisce negli atti di un’inchiesta antidroga (23 arresti) conclusa proprio ieri. La ’ndrangheta fa da cornice. E così nelle foto finisce anche Domenico Barbaro classe ’93 (non coinvolto penalmente) figlio di Giuseppe Barbaro, fratello di Rocco, anche lui u Sparitu, nonché autore del primo sequestro in Lombardia (Giuseppe Ferrarini, 1975), latitante dal 1987 al 2001. Nelle foto i due stanno insieme. Oggi sono liberi entrambi.

“Vattene, sei nera”: gli anziani razzisti della casa di riposo

“Non vogliamo essere toccati da te, sei nera”. È tutta da ricostruire la vicenda della donna di origini senegalesi di 40 anni che l’altro giorno sarebbe stata derisa e offesa per il colore della pelle da alcuni ospiti della casa di riposo Opera Pia Mastai Ferretti di Senigallia (Ancona). A quanto pare, gli anziani che avrebbero reagito in quel modo, facendo simili affermazioni, sarebbero affetti da demenza senile e in cura da tempo nella struttura. Persone, dunque, non in grado pienamente di intendere e di volere, almeno questo sostiene il presidente del “Mastai Ferretti”, Mario Vichi che per chiarire la questione ha fissato per oggi una conferenza stampa. Nei giorni scorsi la donna, madre di due bambini che vivono in Senegal, aveva svolto alcuni giorni di prova come addetta alle pulizie e non come operatrice sanitaria, senza alcun intoppo, poi sono arrivati quegli epiteti che ne hanno decretato la perdita del contratto di lavoro. La cooperativa le ha offerto l’inserimento in una struttura diversa.

Libici disarmati al Tg1. I radicali: “Fake”

Èil Tg1 a mostrare il volto buono della Guardia costiera libica, alle ore 20 del 2 maggio: “Potete controllare, a bordo non troverete armi, non le portiamo. E poi noi non picchiamo i migranti, sono povera gente, hanno bisogno di aiuto”. A rassicurare gli spettatori italiani, smentendo il rapporto firmato dal Segretario generale delle Nazioni Unite il 12 febbraio scorso, era il comandante Abujella Abdul-Bari, a capo delle motovedette di Tripoli.

“Peccato che in un video facilmente reperibile in Rete – è la risposta arrivata ieri da Riccardo Magi, deputato radicale di +Europa – sia possibile ammirare chiaramente lo stesso Abujella Abdul-Bari a bordo della motovedetta con in pugno una pistola puntata verso un barcone carico di migranti, e che altre immagini lo smentiscano anche quando nega i maltrattamenti e le minacce alle Ong da parte dei militari libici”.

Radicali italiani ha diffuso il video dove sono raccolte le immagini crude dei trattamenti riservati ai migranti soccorsi dalla Guardia costiera libica nel Mediterraneo centrale. Oltre alla pistola puntata contro naufraghi a bordo di un gommone cinese, si vedono uomini in mimetica che li picchiano con corde e le immagini del drammatico incontro tra la Open Arms e le motovedette comandate da Abujella Abdul-Bari lo scorso 15 marzo, quando i libici ordinavano la consegna dei naufraghi appena salvati “entro tre minuti”, minacciando di utilizzare le armi (fatto che trova conferma anche nelle carte dell’indagine di Catania).

Il servizio del Tg1 era stato realizzato in occasione della visita del ministro dell’Interno Marco Minniti a Tripoli. Lo stesso Minniti ieri, nel corso di un intervento alla presentazione della rivista Il Club, ha lanciato l’allarme sulla possibile presenza di “foreign fighters dell’Isis in fuga individuale da Iraq e Siria” tra i migranti. Il governo italiano da diversi mesi sta affidando sempre più spesso gli interventi di salvataggio nel Mediterraneo centrale alle motovedette di Tripoli, che riportano i migranti nei centri di detenzione in Libia. Il gip di Ragusa, nel provvedimento di dissequestro della nave Open Arms, aveva ricordato le dure condizioni dei profughi reclusi: “Sovraffollamento, senza accesso a cure mediche e una adeguata alimentazione, e sottoposti a maltrattamenti, stupri e lavori forzati”.

I furbetti del quartierino redivivi: Fiorani indagato

Gianpiero Fiorani torna sulla cresta dell’onda. Giudiziaria. Indagato per evasione fiscale dalla Procura di Genova insieme con Gabriele Volpi, miliardario con il petrolio nigeriano e secondo azionista della banca Carige. Tutto nasce da una delle inchieste che hanno toccato Volpi, una a Genova, l’altra a Como. I pm lombardi hanno chiesto il rinvio a giudizio per autoriciclaggio del patron della Pro Recco di pallanuoto e dello Spezia Calcio. Secondo il procuratore capo di Como, Nicola Piacente, e il pm Mariano Fadda, Volpi avrebbe fatto rientrare in Italia denaro frutto di altri reati: bancarotte (negli anni 90, ricordò Repubblica, venne condannato a due anni per la bancarotta fraudolenta della compagnia Medafrica); poi, sostengono i pm, ci sarebbero fatture per operazioni inesistenti nella gestione della Pro Recco e denaro che potrebbe essere frutto di “corruzione di funzionari della Nigeria”. Accuse sempre respinte da Volpi e dai suoi legali.

Proprio nell’ambito dell’indagine comasca sono state compiute intercettazioni che poi sono passate per competenza a Genova. E hanno dato vita al nuovo fascicolo per evasione fiscale che vede indagato anche Fiorani. Oggetto delle operazioni su cui si è concentrata l’attenzione dei pm è il passaggio di proprietà di alcuni immobili che sarebbe stato compiuto, secondo l’ipotesi investigativa, per evadere le tasse.

Sono passati 13 anni dall’estate ruggente del 2005 quando Fiorani e i “furbetti del quartierino” – autodefinizione fulminante di Stefano Ricucci – per qualche mese sembrarono conquistare le leve della finanza italiana. Banche, giornali, tutto sembrava finire nelle mani del banchiere lodigiano che vantava amicizie nella politica – Lega, tra gli altri – ma anche ai vertici della Banca d’Italia. Seguirono inchieste, arresti e condanne in Cassazione.

Ma, si capì subito, di ritirarsi a coltivare campi nella pianura intorno a Lodi Fiorani non ne aveva alcuna intenzione. Presto sui giornali mondani comparvero foto in compagnia di Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti. Ma Gianpi, come lo chiamavano i compagni di avventura degli anni ruggenti, è sveglio e troppo irrequieto per ritirarsi dagli affari. Così eccolo in pista per nuovi progetti. Obiettivo la Liguria, dove già nei primi anni Duemila Fiorani sognava di reinvestire i soldi delle scalate.

Le cronache hanno raccontato di progetti con il suo vecchio amico Volpi (conosciuto in gioventù, prima che l’uomo d’affari ligure emigrasse in Africa) e con Flavio Briatore (estraneo a questa inchiesta). Si parlò di mattone, di locali e resort per vip, nientemeno che alle porte del monte di Portofino.

Fiorani è diventato il braccio destro di Volpi, l’uomo che ha messo insieme un impero da due miliardi realizzando infrastrutture e fornendo servizi alle multinazionali del petrolio in Nigeria. Da qualche anno Volpi si è riaffacciato in Italia, non solo sulla natia Liguria. Ecco allora la squadra di pallanuoto della Pro Recco, la più forte del mondo, con il record di vittorie consecutive. Sport, miliardi e qualche guaio fiscale. Insomma, un Berlusconi alla ligure. Poi lo sbarco nella banca Carige dove diventa il secondo socio, dopo la famiglia Malacalza. E infine partecipazioni azionarie prestigiose, da Moncler a Eataly.

Intanto Volpi comincia a frequentare la politica. Alle partite della Pro Recco si vedono Raffaella Paita (Pd) e Giovanni Toti (Pdl), candidati alle Regionali 2015. Poi vince Toti e il cuore di Volpi sembra pendere verso il centrodestra (nell’entourage del governatore c’era chi sosteneva che il miliardario fosse tra i finanziatori della sua campagna, ma arrivò poi la smentita). Così ecco cene che vedono tra gli invitati proprio Toti; compare anche il segretario della Lega, Matteo Salvini, che nei fine settimana sbarca in Riviera. Finché pochi mesi fa il governatore fa addirittura visita a Volpi nella sua residenza della Versilia, quella villa Manzoni dove dimorò una delle figlie dell’autore dei Promessi Sposi. Con Toti c’erano l’assessore Giacomo Giampedrone e il dirigente Pierpaolo Giampellegrini, che tra le altre cose è anche tra i promotori della fondazione politica di Toti, la Change.

Nelle foto ufficiali Fiorani è sempre un passo indietro. Ma eccolo proprio accanto al miliardario e al governatore. Clic.

Maestri senza laurea, nessuna soluzione: continua la protesta

Un incontro interlocutorio quello di ieri al Ministero dell’Istruzione per trovare una soluzione al problema degli oltre 30mila docenti diplomati magistrale, molti dei quali da giorni protestano e scioperano davanti al Miur e che, colpiti da una sentenza del Consiglio di Stato, perderanno la cattedra acquisita e la posizione nelle graduatorie ad esaurimento. “Serve un decreto legge urgente – spiega Francesco Sinopoli, segretario generale della Flc Cgil – e serve il consenso delle forze politiche che sono in Parlamento. Ieri lo abbiamo chiesto a tutti i gruppi parlamentari e alla commissione speciale. Serve una soluzione che permetta un percorso di stabilizzazione di questo personale ma che tenga anche conto dei laureati in scienze della formazione primaria, che sono i controinteressati”. Il ministero al momento ha le mani legate. “La UIL scuola, prende atto dell’operato del Miur ma ritiene che vada tenuto separato l’aspetto tecnico da quello politico – spiega Pino Turi – . Vanno trovate le soluzioni politiche in tempi brevi. La scuola da settembre deve poter funzionare. C’è un Parlamento rinnovato, ci sono le Commissioni, c’è la Commissione speciale, affrontino e risolvano il problema”.

Florin vince la sua battaglia: tutti assunti

Florin Preda ha vinto. Aveva avuto il coraggio di scioperare da solo contro il colosso della logistica Fercam per difendere il suo posto di lavoro e quello dei suoi 13 colleghi e noi avevamo raccontato la sua storia sul Fatto, a marzo. Gli altri facchini avevano rinunciato a mobilitarsi quando il consorzio al quale Fercam – che ha tra i suoi clienti il colosso degli zaini Seven – appalta la gestione dei magazzini di Leini, a Torino, aveva comunicato che avrebbe rinnovato il contratto soltanto alla metà di loro, scegliendoli per chiamata diretta, e lasciato a casa gli altri. “Non sceglieranno mai chi aderisce allo sciopero”, gli dicevano spaventati gli altri facchini, abituati a rischiare il posto a ogni cambio appalto.

Si erano sfilati uno dopo l’altro dalla mobilitazione indetta dalla Filt Cgil ma Florin non si era lasciato intimorire: “Non potevo non scioperare. Sapevo che così avrei perso il posto, ma ero rimasto l’unico delegato sindacale. Gli altri li hanno fatti fuori negli anni passati, approfittando dei cambi-appalto. La cooperativa che subentra alla vecchia dovrebbe, per contratto, assumere tutto il personale mantenendo i livelli acquisiti da ogni lavoratore, ma ogni volta che subentra una nuova cooperativa i lavoratori vengono licenziati e riassunti, perdendo l’anzianità e di diritti maturati”. Quella volta rischiavano di perdere anche il posto: il nuovo consorzio aveva comunicato che non avrebbe mantenuto i contratti a tempo indeterminato ma che li avrebbe sostituiti con contratti a termine di pochi mesi, obbligando i lavoratori a firmare un condono tombale sul pregresso. Per questo la Filt aveva indetto la mobilitazione. “Se scioperassimo tutti non potrebbero toccarci”, diceva Florin.

Dopo aver pubblicato sul nostro giornale le foto di Florin che picchettava da solo i cancelli del magazzino, con la sua bandiera rossa piantata nella neve, si era scatenata un’onda di solidarietà. Centinaia di messaggi sono stati scritti su Facebook a sostegno di Florin e della sua lotta: “La coerenza di Florin va sostenuta oltre che verbalmente, anche materialmente con la solidarietà fattiva, perché la sua sconfitta sarebbe la nostra sconfitta”; “Se un capo intelligente dovesse scegliere qualcuno dovrebbe essere chi ha coraggio, forza d’animo, chi non si omologa e non si arrende. i tuoi figli devono essere fieri di te”, per citarne alcuni.

Una decina di militanti sI Cobas, sindacato di base molto attivo nel comparto della logistica, erano partiti per raggiungere Florin e picchettare con lui. Abbiamo girato i messaggi alla Fercam. L’azienda è corsa ai ripari proponendo a Florin un contratto di tre mesi. “Sperano che nel frattempo si calmi la protesta”, diceva Florin. Ma la protesta non si è calmata, sono arrivati altri messaggi, più di mille e li abbiamo girati alla Fercam. Grazie a questa mobilitazione, Florin ha vinto la sua battaglia. Il consorzio ha assunto a tempo indeterminato Florin e i suoi 13 colleghi. “Ringrazio tutti”, dice oggi, ma tutti ringraziano lui sui social: “La tua coraggiosa resistenza è un esempio per tutti gli operai”, “dai florin. grazie per la tua lotta”, “So che non ti può aiutare più di tanto ma ti stimo e ti ammiro, sei un compagno coraggioso e coerente. Ti auguro di vincere questa battaglia giusta. Ti seguiamo! Una compagna dello Spi (i pensionati della Cgil) di Roma”.

“Viadotti a rischio sulla A24”. Grana sul tavolo di Gentiloni

Iviadotti dell’autostrada Roma-Pescara-L’Aquila sono a rischio? L’interrogativo può apparire allarmistico ma deve esserselo posto anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni quando ha letto la missiva di Cesare Ramadori, amministratore delegato di Strada dei parchi spa, la concessionaria che gestisce la A24 e la A25 e che fa capo al gruppo Toto.

Sullo sfondo ci sono l’ordinaria follia burocratica e i rapporti opachi tra governo e concessionarie autostradali. Fatto sta che il 23 aprile scorso Ramadori ha scritto a Gentiloni che la sua società non è più in grado, per mancanza di fondi, di avanzare con i “lavori di messa in sicurezza dei viadotti esposti a rischio sismico”. Si tratta di interventi imposti da una legge del 2017 conseguente al terremoto di Amatrice, nel quale anche l’autostrada ha riportato danni. I lavori li deve pagare lo Stato, ma i finanziamenti non arrivano. Ramadori chiede a Gentiloni un’anticipazione provvisoria di 192 milioni su fondi già stanziati ma per il 2022. “Ove ciò non avvenisse – avverte – la scrivente concessionaria sarebbe costretta a rinviare l’apertura dei cantieri, con ovvie conseguenze in termini di sicurezza, declinando sin d’ora ogni connessa assunzione di responsabilità”.

Alla lettera, oggettivamente pesante, ha risposto un dirigente del ministero delle Infrastrutture, Vincenzo Cinelli, che pochi mesi fa ha preso il posto di Mauro Coletta, storico dominus della vigilanza sulle concessionarie autostradali. Questa corrispondenza ha un valore documentale notevole, rappresenta un’istruttivo spaccato di come la burocrazia ministeriale gestisce le emergenze. “Gli interventi emergenziali – scrive Cinelli – sono stati interamente definiti nel Programma cd. di ‘antiscalinamento’, regolato con Decreto Ministeriale n. 401 del 9 agosto 2017”. E questi lavori sono stati conclusi.

“Gli ulteriori interventi richiamati da codesta Società, pertanto – prosegue la lettera – sono da intendersi aggiuntivi rispetto a quelli precedentemente approvati da questa Amministrazione e, ad oggi, sono esclusi da Atti convenzionali di regolazione del rapporto concessorio. (…) L’esclusione di tali interventi dal quadro concessorio preclude anche la possibilità di avanzare richieste per l’anticipazione dei contributi ex lege 123/2017”.

Traduzione: secondo i tecnici del ministero guidato da Graziano Delrio, non c’è un rischio immediato e la concessionaria fa un po’ la furba. Perciò non può chiedere il finanziamento di interventi di messa in sicurezza che non facciano parte del programma di “antiscalinamento” e neppure della convenzione che regola la concessione. Purtroppo la convenzione è scaduta nel 2013 e da quattro anni gli uomini di Carlo Toto e gli uomini di Delrio sono impegnati in un estenuante “tavolo di lavoro”, senza trovare un accordo sui termini del nuovo Piano economico finanziario (Pef).

Il ministero delle Infrastrutture non si scompone: niente Pef, niente finanziamenti. E questa, arrivata pochi giorni fa, è la risposta ragionata alla richiesta dell’anticipazione di 192 milioni che in realtà Strada dei parchi aveva già avanzato nell’ottobre scorso. A marzo il dirigente Cinelli aveva già messo per iscritto il suo secco no, motivandolo con una elegante tautologia: “L’utilizzo di predetti contributi non può che avvenire nel rispetto delle procedure definite dalla legge e dai regolamenti ministeriali in merito ai quali era già stata riscontrata la carenza dei presupposti”.

Ramadori sostiene però che, Pef o non Pef, la legge 50/2017 ordina “l’immediata esecuzione degli interventi di ripristino e messa in sicurezza della tratta autostradale A24-A25, necessari in conseguenza degli eventi sismici del 2009, 2016, 2017”. Suona inquietante la “immediata esecuzione” riferita al terremoto del 2009, ma andiamo avanti. Strada dei parchi sostiene che il Ragioniere generale dello Stato, nella relazione tecnica di accompagnamento di quella legge, elenca tutte le opere urgenti, non solo quelle “antiscalinamento”, e dice che tutte sono “da eseguire entro il 2018, non più procrastinabili”. A questo punto lo scontro è frontale, e toccherà probabilmente a Gentiloni sbrogliare la matassa, visto che tra la concessionaria e la vigilanza c’è ormai un muro contro muro farcito di reciproche accuse di “ricatto”.

L’ultimatum mandato da Strada dei parchi dopo la lettera di Cinelli è durissimo: in mancanza dei finanziamenti necessari, “la scrivente società non potrà che prendere atto che con la posizione espressa Codesta Direzione Generale assume a suo carico, con esonero della scrivente, qualsivoglia responsabilità conseguente agli effetti di nuovi e possibili eventi sismici nell’area interessata dal tracciato autostradale”. Speriamo bene. E nel frattempo chi percorre l’autostrada dei Parchi deve scegliere se fidarsi dei tecnici ministeriali o guidare con una mano sola.

 

L’Europarlamento: “Stop test su animali per i cosmetici”

Avviare un’iniziativa diplomatica per vietare a livello mondiale la sperimentazione dei cosmetici sugli animali prima del 2023. È quanto ha chiesto il Parlamento europeo all’Unione europea, approvando una risoluzione non legislativa con 620 voti favorevoli, 14 contrari e 18 astensioni. La vendita di cosmetici testati sugli animali è stata vietata all’interno dell’Ue dal 2013, ma – hanno sottolineato i deputati – ciò non ha impedito all’industria cosmetica europea di prosperare e creare circa due milioni di posti di lavoro. Tuttavia, in circa l’80% dei Paesi nel mondo la sperimentazione animale e la commercializzazione di cosmetici testati sugli animali sono tuttora consentite. Si osserva, inoltre – riferisce una nota dell’Europarlamento – che sono emerse carenze nel sistema dell’Ue, in quanto alcuni cosmetici vengono testati sugli animali al di fuori dell’Unione, prima di essere nuovamente testati nell’Ue con metodi alternativi e immessi sul mercato comunitario. I deputati hanno fatto notare anche che la maggior parte degli ingredienti dei prodotti cosmetici sono utilizzati in molti altri prodotti, come quelli farmaceutici, e possono essere stati già sperimentati sugli animali in base a leggi diverse.

“Che cosa vi siete mangiati?”: la truffa sugli alimenti bio

Sugli scaffali dei supermercati di mezza Europa erano vendute come prodotto biologico Made in Italy. Ma quelle zucchine provenienti dalla Sicilia tutto erano tranne che bio. Questa, infatti, è la storia di una truffa. Scoperta a novembre scorso e costata ai consumatori la bellezza di otto milioni di euro.

In Italia nessuno se n’era accorto, la segnalazione è arrivata dall’Inghilterra. Tante sono le frodi denunciate negli ultimi anni, altre invece non sono mai venute alla luce. Così il consumatore non può che continuare a chiedersi se valga la pena pagare di più per un prodotto etichettato come biologico. Cosa stiamo comprando? Conviene produrre biologico? Conviene acquistarlo? Nel numero di Fq Millennium in edicola da domani, sabato 5 maggio, un’inchiesta indaga su un mercato diventato un affare miliardario: i consumi aumentano da 15 anni, nel 2016 i terreni bio sono cresciuti del 20,4% e nel 2017 il fatturato ha superato i 3 miliardi. Proprio per questo c’è chi ci specula. Eppure i controlli dovrebbero essere ancora più severi rispetto a quelli sull’agricoltura tradizionale. Dovrebbero, appunto.

Le falle nel sistema e chi ne approfitta

Perché a spianare la strada a chi vuole guadagnarci su, vendendo come biologico un prodotto in realtà coltivato con metodi convenzionali, c’è un sistema che fa acqua da tutte le parti. Poca trasparenza su produzione e importazioni del bio, verifiche nei campi rare e superficiali, organi di controllo pagati dagli stessi produttori che devono controllare e, come ultimo atto, un decreto ministeriale che doveva risolvere il problema del conflitto di interessi ma che, annacquato in fase di approvazione finale, scatta solo una fotografia della situazione attuale. Un quadro pieno di ombre che rischia di togliere credibilità a un metodo che, se fatto bene, porta indubbi vantaggi all’ambiente e alla salute.

In Italia se un’azienda vuole produrre o vendere biologico ha l’obbligo di farsi certificare da un organismo autorizzato da Accredia, ente unico designato dal governo. Questi organismi (che si fanno pagare il servizio) sono una ventina e i loro rapporti con gli operatori del bio sono regolati da un conflitto di interessi stabilito dal decreto approvato dal governo Gentiloni il 22 febbraio, a dieci giorni esatti dalle ultime elezioni politiche.

La promessa mancata del ministro Martina

Il testo, promesso dall’ex ministro (e attuale reggente del Pd) Maurizio Martina dopo una serie di scandali e di inchieste giornalistiche, prima di arrivare all’approvazione definitiva è passato attraverso pressioni e attività di lobby. Il 16 giugno 2017, il ministero delle Politiche agricole aveva pubblicato una bozza di decreto in cui dichiarava guerra alla mancanza di trasparenza: “Gli operatori del biologico non possono detenere partecipazioni societarie degli organismi di controllo; gli organismi di controllo non possono controllare per più di cinque anni lo stesso operatore”. Dopo otto mesi, il 22 febbraio, il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il testo, ma alcuni passaggi cruciali sono stati stravolti. Risultato: i controllati possono detenere fino al 50% del capitale sociale dei controllori (norma che non vale per i consorzi senza fini di lucro). Il problema dei controlli, però, non si limita solo al conflitto di interessi degli organismi di certificazione.

Cosa arriva sulla tavola

Chi compra bio compra la certificazione non di una maggiore qualità, ma di un “processo”, a cui spesso però non corrispondono verifiche adeguate. A confermare le carenze del sistema dei controlli è stata la stessa Federbio, secondo cui “l’attività ispettiva è sempre più basata sulla burocrazia”. Troppo pochi i controlli sui campi, mentre è proprio nei terreni che dovrebbe riscontrarsi la vera differenza tra un coltivatore bio e uno convenzionale. Questo perché se il coltivatore convenzionale ha rispettato le regole di buona agricoltura e i tempi di carenza, in laboratorio anche sul suo prodotto non risulterà la presenza di sostanze chimiche. Entrambi saranno a residuo zero, ma il terreno dell’agricoltore biologico non sarà inquinato. C’è un problema di infiltrazione di prodotto convenzionale venduto come biologico grazie alle falle di un sistema che la politica non ha voluto cambiare.