La serie

40 anni di storia d’Italia: la “verità” dei processi, le zone d’ombra e ciò che prende faticosamente luce. 1978-2018. Il rapimento e poi l’assassinio di Aldo Moro, quei 55 giorni che sconvolsero il Paese. Sul “Fatto Quotidiano” li ripercorriamo con gli articoli di Miguel Gotor, tra i massimi esperti di quegli avvenimenti. Abbiamo già pubblicato “Il presidente deve morire. La profezia su Moro e le Br” (16 marzo), “Moro, il vecchio album di famiglia ha le foto sbiadite” (23 marzo), “Le Br e la strategia delle lettere per beffare lo Stato” (30 marzo), “Il giallo dei due ‘Gradoli’ e la seduta spiritica per salvare la talpa Br” (6 aprile), “Moro, la ‘guerra di carta’ servita con il Pentothal” (13 aprile), “Doccia, parrucche e Sisde: sceneggiata in via Gradoli” (20 aprile) e “Lago della Duchessa, un falso di Stato per trattare sul serio” (27 aprile).

Il “signor X” per non lasciare ai Br i 10 miliardi di Paolo VI

Oggi sappiamo che Toni Chichiarelli, un falsario di quadri di Giorgio de Chirico in rapporti con la Banda della Magliana, con i Servizi segreti italiani e i carabinieri del Nucleo per la tutela dei beni culturali, scrisse il falso comunicato del Lago della Duchessa. Oggi sappiamo anche che il magistrato Claudio Vitalone, stretto sodale del presidente del Consiglio Giulio Andreotti, ebbe l’idea di scrivere un comunicato apocrifo, a suo dire sotto l’egida e il controllo dell’autorità giudiziaria. La proposta di Vitalone però fu ufficialmente rifiutata, anche se, in tutta evidenza, orecchie sensibili e attente decisero di realizzarla lo stesso utilizzando una figura non direttamente riconducibile alle istituzioni come Chichiarelli. Nel 2006, anche il consulente inviato nei giorni del rapimento dal governo statunitense Steve Pieczenick ha confermato che l’antiterrorismo italiano escogitò il falso comunicato. Non abbiamo la prova di un rapporto di conoscenza diretto tra Andreotti o, più verosimilmente, tra gli esponenti romani della sua corrente e Chichiarelli, anche se una serie di evidenze lo rendono altamente probabile.

Anzitutto Franco Evangelisti, uomo di fiducia di Andreotti e in quei giorni suo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, era uno dei principali collezionisti di De Chirico in Italia, possedendo ben 25 quadri dell’artista. Egli perciò era inevitabilmente interessato a conoscere il mercato del falso del suo autore preferito per avere la certezza dell’autenticità e, dunque, dell’effettivo valore economico del proprio “bene rifugio”. Inoltre, nel corso del processo per l’omicidio di Mino Pecorelli, è stata riesumata una vecchia inchiesta giudiziaria riguardante il mondo delle gallerie d’arte romane degli anni Settanta e alcuni personaggi collegati all’entourage andreottiano, che ha consentito di chiarire come tra gli strumenti di finanziamento del sottobosco politico capitolino vi fosse l’abitudine di impegnare presso il Banco di Santo Spirito copie false di quadri di autori prestigiosi (e De Chirico andava per la maggiore) a garanzie di prestiti in denaro frusciante. In secondo luogo, sempre grazie al processo Pecorelli, è stato appurato che il magistrato Vitalone intratteneva rapporti, privi di un profilo penale, con alcuni esponenti della Banda della Magliana frequentati anche da Chichiarelli. In terzo luogo sappiamo che Andreotti ha conservato nel suo archivio una specifica cartella dedicata alle gesta dell’autore del falso comunicato del Lago della Duchessa che recava un rimando autografo di questo tenore: “Alle carte Moro-Chichiarelli”, come se esistesse un altro fascicolo con ulteriori approfondimenti.

Infine è stato lo stesso Andreotti nel 2003 a stabilire un diretto contatto tra questa figura di falsario, il comunicato apocrifo del 18 aprile 1978 e la trattativa in corso del Vaticano per ottenere la liberazione di Moro mediante il pagamento di un riscatto in denaro di dieci miliardi di dollari, raccolti da Paolo VI e conservati a Castel Gandolfo. Un negoziato segreto portato avanti nelle vesti di emissario pontificio dall’ispettore generale dei cappellani carcerari, monsignor Cesare Curioni, che in quei giorni lavorava al ministero della Giustizia, e dal suo collaboratore, monsignor Fabio Fabbri. In un’intervista del settembre del 2003, Andreotti ha affermato che un terrorista detenuto, “un certo signor X”, aveva fatto sapere che “avrebbe potuto fare da intermediario per il pagamento della somma” e che il contatto arrivava dal carcere milanese di San Vittore, dove monsignor Curioni aveva esercitato per molti anni il ruolo di cappellano. Il brigatista detenuto, per dimostrare di non essere un volgare impostore, aveva sostenuto che il comunicato del Lago della Duchessa del 18 aprile era un falso e che loro, le “vere Br”, lo avrebbero smentito, collocando quindi necessariamente la proposta del misterioso interlocutore tra il pomeriggio del 18 aprile e l’intero giorno successivo.

Il 9 maggio 2004, sempre Andreotti ha fornito una nuova versione affermando che un sedicente brigatista, di cui però non veniva più detto che era in stato di detenzione, aveva addirittura anticipato l’uscita del comunicato del 18 aprile, quello che annunciava la morte di Moro, sostenendo tuttavia che non bisognava spaventarsi perché la notizia era falsa. A ben guardare, questa rivelazione era assai più impegnativa della prima, anzitutto perché è temporalmente collocabile prima del 18 aprile e in secondo luogo in quanto, dopo il falso comunicato del Lago della Duchessa, era prevedibile una successiva reazione di smentita da parte dei brigatisti, come puntualmente avvenne. In base a questi avvenimenti appare illogico che il “signor X” detenuto avesse utilizzato un argomento tanto fragile per accreditarsi davanti a un interlocutore che, non dimentichiamo, aveva la responsabilità di gestire dieci miliardi di dollari per conto del Papa e doveva decidere se consegnarglieli o no in cambio della liberazione di Moro, che sarebbe dovuta avvenire in una zona extraterritoriale di proprietà del Vaticano. Al contrario, sarebbe stato ben più efficace se il sedicente brigatista, come lo stesso Andreotti ha rivelato nel 2004, avesse anticipato l’uscita di un documento delle Br annunciante la morte di Moro e allo stesso tempo, per tranquillizzare il suo interlocutore, avesse detto di essere certo che la notizia era falsa. Infatti, una volta divulgato quel comunicato, come avvenne la mattina del 18 aprile, egli avrebbe certamente raggiunto l’obiettivo che si prefiggeva, ossia affermarsi agli occhi dei mediatori vaticani come referente credibile, effettivamente in contatto con i brigatisti di cui era addirittura in grado di anticipare le mosse e, di conseguenza, come l’unico tramite sicuro a cui poter affidare l’ingente somma in ballo.

Dal momento che il falso comunicato del Lago della Duchessa è stato redatto da Chichiarelli sul piano logico se ne trae la deduzione che solo l’autore materiale dell’apocrifo, o persona a lui strettamente legata, poteva avere la certezza intorno al 16-17 aprile di prevedere le mosse che egli stesso in quelle ore stava escogitando e di annunciarle per farsi dare il denaro dall’emissario del Vaticano la volta in cui il comunicato fosse effettivamente uscito, ossia il 18 aprile. Da ciò si evince con ragionevole certezza che il misterioso interlocutore di Curioni in quei giorni fu proprio Chichiarelli o, al massimo, un suo compare da lui informato del progetto, che indossava i simulati panni del brigatista dissidente o favorevole alle trattative per impedire che quell’ingente somma di denaro raccolta autonomamente dal Vaticano e mal tollerata dal governo e dell’antiterrorismo italiano finisse davvero nelle mani sbagliate: non tanto le sue, ma quelle dei brigatisti, che con quei soldi avrebbero finanziato la lotta armata in Italia per il successivo decennio.

Tuttavia la famiglia pontificia dovette mangiare la foglia, non cadere nella trappola escogitata dall’antiterrorismo italiano per rientrare della somma di denaro di cui non aveva potuto impedire la raccolta essendo stata promossa da uno Stato estero e non pagò.

Un’ulteriore conferma di questo racconto è venuta recentemente da monsignor Fabbri, audito dall’ultima Commissione Moro. Il sacerdote, infatti, che agli inizi degli anni Novanta, sempre insieme con monsignor Curioni, è stato coinvolto anche nella cosiddetta trattativa “Stato-mafia”, ha dichiarato di avere fornito a Paolo VI una foto di Moro senza giornale e dunque non databile con certezza con l’obiettivo di dimostrare l’esistenza in vita dell’ostaggio, prerequisito necessario per avviare il pagamento del riscatto. Tuttavia il Pontefice non si fidò (“‘questa fotografia non mi dice che è vivo’, fu questa la battuta del Papa”) e chiese una diversa conferma, ossia una nuova polaroid che consentisse di accertare l’esistenza in vita dell’ostaggio. Si tratta della foto che le Brigate rosse furono costrette a distribuire il 20 aprile come risposta alla provocazione del falso comunicato del Lago della Duchessa, con Moro che stringeva tra le mani una copia di Repubblica del 19 aprile 1978. Davanti alla Commissione, monsignor Fabbri ha tenuto a specificare che entrambe le foto vennero consegnate al Papa riservatamente, prima cioè che fossero divulgate al grande pubblico. Inoltre ha aggiunto che l’interlocutore di Curioni, per dimostrare la propria attendibilità, gli aveva fatto vedere, in tempi diversi, due fotografie del presidente della Dc a suo dire scattate durante la reclusione nel carcere del popolo. Infine ha dichiarato che Andreotti in persona strinse un accordo con Curioni affinché fosse tenuto sino alla morte fuori da ogni processo riguardante la vicenda Moro, come in effetti è accaduto.

Occorre notare che nel marzo del 1985, un amico di Chichiarelli, nel frattempo assassinato da ignoti, sostenne davanti al magistrato che costui gli aveva confessato “di avere fotografato (Moro) con la sua polaroid e di avere conservato un paio di fotografie scattate nella circostanza: foto delle quali io non ho mai preso visione”. Al di là della veridicità delle impegnative affermazioni attribuite a Chichiarelli nel 1985, è interessante mettere in evidenza che l’argomento delle due fotografie coincide con quanto raccontato da monsignor Fabbri, ma anche con quanto sostenuto dal “sedicente mister X” in contatto con il Vaticano nella primavera del 1978, a conferma dell’identità fra i due personaggi.

Alla luce di quanto detto, la celebre lettera che Paolo VI rivolse il 22 aprile 1978 agli “uomini delle Brigate rosse” per dire: “Vi prego in ginocchio liberate l’on. Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni” può essere interpretata in modo più efficace di come si è solitamente fatto. In quelle ore, infatti, Paolo VI scelse di rivolgersi direttamente alle Brigate rosse per provare a riannodare i fili di un contatto effettivo con loro, saltando la fitta barriera di uno o più sedicenti brigatisti (fra cui certamente Chichiarelli) che si erano frapposti tra il Vaticano e il prigioniero con l’obiettivo di intercettare il riscatto per conto del governo e dell’antiterrorismo italiano. E dunque: liberatelo “semplicemente”, ossia non seguendo le “imbarazzanti condizioni” (questo era in realtà il pregnante termine che in una prima stesura della missiva Paolo VI utilizzava, come recentemente scoperto dal ricercatore Riccardo Ferrigato) seguite sin qui che si sono rivelate ingannevoli. E fatelo, dunque, “senza condizioni” perché non ci è più possibile rispettare quelle segrete pattuite in precedenza che dunque andranno ridefinite mediante ulteriori contatti. E infine: io non ho “modo di avere alcun contatto con voi” giacché i canali esperiti finora sono falliti, ma spero di riuscire a stabilire una nuova e autentica via di comunicazione avendo ormai maturato la consapevolezza che quella utilizzata fino a quel momento si è rivelata una trappola. Si direbbe, il terzo livello di una strategia di governo estremamente determinata e raffinata, che pubblicamente scelse la strada della fermezza, riservatamente simulò la disponibilità di una trattativa in denaro (come attestato da Andreotti con la riunione del 3 aprile 1978 con i segretari dei principali partiti italiani) perché altrimenti non avrebbe avuto lo spazio politico di fare, ma segretamente si attivò per impedire il pagamento del riscatto. In questo modo si sviluppò un sordo conflitto tra le motivazioni umanitarie e personali di Paolo VI e quelle della ragione di Stato dell’Italia nella sua dimensione interna ed estera che non tollerò di subire un’azione che si configurava come un’enorme ingerenza di uno Stato estero, la Città del Vaticano, sul proprio territorio nazionale.

Il falso comunicato del Lago della Duchessa, dunque, servì ad accreditare presso Paolo VI e la famiglia pontificia la figura di Chichiarelli come intermediario segreto affinché il riscatto raccolto dal Papa finisse nelle mani di un personaggio controllato dagli apparati dello Stato ancorché legato alla criminalità comune. La questione nella sua spietata drammaticità è presto detta: nel caso in cui i soldi del riscatto raccolti da Paolo VI avessero continuato a finanziare la lotta armata nella Penisola, a morire non sarebbero state le Guardie svizzere, ma gli agenti delle forze dell’ordine italiane.

Di conseguenza non è difficile immaginare la durissima pressione che i vertici delle forze di sicurezza (polizia, carabinieri, Servizi segreti) dovettero opporre a una simile eventualità in una vicenda in cui, come ha scritto Pieczenick nel suo libro di memorie, “mai l’espressione ‘ragion di Stato’ ha avuto più senso come durante il rapimento Moro in Italia”. Un senso così profondo da diventare opaco come la lastra di ghiaccio del vero Lago della Duchessa e vischioso come il falso comunicato di Chichiarelli, perché se lo Stato è storicamente debole, diviso in fazioni e in crisi di autorevolezza e di fiducia pubblica come in Italia, quando viene messo sotto attacco si irrigidisce alla maniera di un paralitico fino a ridurre le sue ragioni, vere o presunte, insieme con le furbizie e le meschinità, in una grigia poltiglia intrisa di Statolatria.

Se un giorno dovessi spiegare a mio figlio con un’immagine cosa è la Statolatria gli mostrerei la foto dei sommozzatori che si immergono diligenti nel buco di ghiaccio del Lago della Duchessa, al fondo del quale non avrebbero trovato il corpo di Moro, ma riflessa la storia della sua morte, l’effetto di quella Statolatria di cui egli fu vittima.

(8 – continua)

De Magistris organizza la sua rivoluzione (social)

Mentre il Paese è distratto e intento a seguire le intricate trame politiche che dovrebbero portare, entro l’esaurimento del nucleo solare, alla formazione del governo, c’è un personaggio che sta subendo una preoccupante metamorfosi: il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Andate sulla sua pagina Facebook, leggete quello che scrive e vi renderete conto che siamo tutti colpevoli di un’imperdonabile disattenzione. C’erano stati segnali forti in passato (la querela a Massimo Giletti perché aveva osato dire che Napoli non è la Svizzera o le accuse a Roberto Saviano di scrivere di camorra per fare soldi), li abbiamo sottovalutati e ora l’ex magistrato è diventato – mediaticamente parlando – un sinistro incrocio tra Diego Fusaro, Benito Mussolini e Masaniello.

I suoi post sono degli autentici, barocchi, deliranti capolavori di retorica mista a propaganda, mista a chiamata alle armi, mista a un buon fumo afghano. Li leggi ed è subito Istituto Luce in salsa partenopea. Intanto il buon De Magistris pubblica solo sue foto di comizi, piazze piene, pugni alzati e folle plaudenti. Spesso in bianco e nero, che fa più pathos. Gli mancano solo un paio di ufficiali nordcoreani alle sue spalle che facciano finta di prendere appunti sul taccuino, per fare una propaganda ancora più accennata. Mai una foto di lui che mangia salsiccia e friarielli, una pizza fritta, due zucchine alla scapece con un rivolo d’olio che gli cola sulla camicia, niente.

Scrive alcuni termini solo e rigorosamente con la maiuscola iniziale: Napoli non è una città, ma la Città. ma anche la “Vittoria”, “Noi” inteso come Noi napoletani, la nostra “Terra”, il Sistema e così via, per rinvigorire l’orgoglio dei napoletani, effettivamente noti nel resto del Paese per l’estrema modestia e, soprattutto, la scarsa autostima. Roba che basta dire: “A Napoli non c’è sempre il sole, una volta sono stato a novembre e pioveva” per ritrovarsi uno striscione dedicato allo stadio.

Poi ci sono le frasi. Epiche. Proprio come Masaniello in rivolta per le gabelle spagnole, De Magistris è in rivolta contro lo Stato oppressore: Napoli deve infatti fare i conti con un debito ereditato per il commissariamento post terremoto e un altro legato a un commissariamento per l’emergenza rifiuti. De Magistris, commenta la cosa con sobrietà e, soprattutto, con un linguaggio asciutto e formale. Secondo lui, non si sta chiedendo di risanare un debito, no, “Attaccano con un assalto violento ed infingardo la Città anomala”. Ma commenta anche: “E quando ormai non sanno più come diavolo fare per fermare la rivoluzione napoletana, sapendo che finalmente possiamo accelerare avendo risanato i conti, ti fanno cadere addosso due meteoriti istituzionali!”. M-e-t-e-o-r-i-t-i istituzionali. Napoli sotto una pioggia di asteroidi come gli Urali nel 2013.

E allora, mentre il cielo si illumina e frammenti spaziali si abbattono sui quartieri spagnoli, De Magistris invita il popolo alla Rivoluzione: “Hanno il timore che saliamo in testa volando sempre più in alto. Se ti attaccano con questa violenza scatta il diritto alla resistenza, se vogliono colpire ed affondare una città, i suoi abitanti ed i suoi rappresentanti democraticamente eletti scatta anche il diritto al contrattacco. Lotteremo fino a quando sarà necessario per un unico risultato: la Vittoria!”.

Il resto del globo, non è indifferente. Lo racconta sempre il sindaco, con tanto di passaggi sibillini: “Ho richieste di interviste dai media di tutto il mondo che vogliono comprendere che sta accadendo a Napoli, il segreto della rivoluzione. Il segreto è nei nostri corpi”. Cioè? Quale segreto si cela nei corpi dei napoletani? Microchip con cui Enrico Varriale monitora il popolo partenopeo? Latte di bufala al posto del sangue? Il sindaco non lo spiega e fomenta l’orgoglio. “Non consentiremo a nessuno di mettere catene e piombo sulle ali della liberazione”, “Nessuno potrà arrestare la rinascita di Napoli e la sua corsa – a ostacoli – per ritornare capitale!”, scrive.

Perché De Magistris ha deciso che Napoli oltre a essere indiscutibilmente la città più bella del mondo, è diventata capitale del turismo, della cultura, del patrimonio umano ed entro un anno sarà pure capitale dei trasporti. Gli ingegneri che hanno progettato la metropolitana di Tokyo stanno già smantellando tutte le linee per riprodurre fedelmente la circumvesuviana nella Capitale giapponese.

Infine, commentando su Facebook le decisioni arbitrali dell’ultimo weekend di campionato, il sindaco si è fatto definitivamente prendere la mano: “La differenza tra Noi e quelli che usurpano i nostri diritti è che Noi comunque viviamo perché amiamo ed abbiamo un cuore grande e profonda umanità, loro invece si sentono forti e potenti rubando, con furti di Stato o di Calcio. (…) Ci riprenderemo tutto quello che ci avete levato!”.

Ora, a parte che fa bene, il sindaco, a fomentare un po’ i tifosi così flemmatici e poco partecipi alle vicende calcistiche della città, quel “ci riprenderemo tutto quello che ci avete levato!” sarebbe una citazione da Gomorra, ovvero “c’amma piglià tutt chell ca è o’ nuost”. Solo che nella sua foga retorica, non se ne è accorto. Ma non si preoccupi, sindaco. C’è ancora tutto un repertorio di frasi sobrie a cui attingere, da “Al mio via scatenate l’Inferno!” (cit. Massimo Decimo Meridio), quando Renzi tornerà a visitare Napoli a “Signore dai forza al mio nemico e fallo vivere a lungo, affinché possa assistere al mio trionfo”. (cit. Napoleone Bonaparte) quando citerà Vincenzo De Luca al prossimo comizio, fino a “Sai quanti cereali sottomarca devi ancora mangiare per diventare come Noi!?” (cit. Arisa) per quando Luigi Di Maio oserà dire che Napoli è bella, ma pure Avellino non scherza.

Verdini in corsa con Tosinvest per comprare l’emittente Italia7

Rieccolo.Denis Verdini ha perso la poltrona ma non il suo vecchio amore per l’editoria: l’ex sherpa berlusconiano innamoratosi poi di Matteo Renzi sarebbe interessato a rilevare la televisione toscana Italia 7 tramite la Tosinvest, finanziaria di proprietà dell’ex deputato di Forza Italia Antonio Angelucci. La società editrice Gelsomino srl è stata infatti dichiarata fallita a metà febbraio ed è stata indetta per oggi la prima asta pubblica con base fissata a un milione e 800 mila euro. Ma oggi l’asta andrà deserta e tra trenta giorni il prezzo scenderà. A febbraio era stato proprio Angelucci a nominare Verdini presidente del ramo editoriale di Tosinvest che edita Libero, Il Tempo e il Corriere dell’Umbria, di Siena, di Arezzo e di Viterbo, ovvero le zone dove arriva il segnale di Italia 7. Tra un anno a Firenze Dario Nardella correrà per essere riconfermato e nel 2020 per le regionali Luca Lotti è sempre più accreditato in ambienti renziani come candidato governatore della Toscana.

Guerre intestine: a Siena il M5S resta senza candidato

Dopo cinque anni segnati dalla devastazione del Monte dei Paschi, l’8 giugno Siena torna a scegliere il proprio sindaco. A correre c’è un esercito di ben dieci candidati. Ma ne manca ancora uno: quello del Movimento 5 Stelle. Nonostante i pentastellati siano stati i primi nel 2013 – e poi spesso gli unici – a denunciare e occuparsi di quanto avveniva a Rocca Salimbeni, non hanno ancora deciso se e a chi affidare il proprio simbolo. Ed entro una settimana devono depositare le liste e soprattutto raccogliere e certificare le firme.

Il rischio che il Movimento non si presenti è dunque quanto mai concreto. Il nome, in realtà, ci sarebbe: si tratta di Luca Furiozzi, un architetto già candidato alle Regionali del 2015 e attivista della prima ora. È stato indicato a metà marzo. Ma da allora lo staff nazionale non si è ancora espresso. E il meetup locale teme non lo farà. “Noi stiamo aspettando”, dice Furiozzi al Fatto, “confido arrivi il via libera entro il fine settimana o sarà impossibile riuscire a presentarci”. Anche perché, aggiunge l’aspirante candidato sindaco, “noi facciamo come sempre tutto nel massimo rispetto delle regole e quindi fino a quando non avremo l’autorizzazione non potremo raccogliere neanche una firma”. La possibilità di non presentarsi “è da prendere in considerazione, ma fino all’ultimo rimango fiducioso e siamo già organizzati per partire appena arriva l’autorizzazione”. Certo è che sarebbe un paradosso se nella città simbolo degli scandali bancari attribuiti (e attribuibili) al centrosinistra, venisse meno proprio il candidato del Movimento. Il responsabile e capogruppo in Regione Toscana, Giacomo Giannarelli, non ne fa una tragedia. “Non sarebbe la prima volta che non ci presentiamo”, dice al Fatto. “A decidere è lo staff nazionale: sta verificando i requisiti dei singoli candidati e se li ritiene validi autorizza l’uso del logo”. Certo. Ma le liste da Siena sono partite il 20 marzo e ancora non è arrivata risposta.

Secondo alcuni attivisti locali, in realtà, si tratterebbe di una sorta di ritorsione. Negli ultimi due mesi in molti si sono allontanati in forte polemica per le scelte compiute dal Movimento su alcune candidature e ritenute errate. Due in particolare. Quella di Leonardo Franci, che è risultato essere iscritto alla Lega. E soprattutto quella dell’imprenditore Salvatore Caiata, presidente del Potenza calcio, da decenni con interessi a Siena e qui ben noto. Caiata è stato presentato nelle liste in Basilicata nonostante il meetup senese avesse avvisato “i livelli superiori, regionali e nazionali, delle problematiche che sarebbero sorte” da questa candidatura. E infatti pochi giorni prima del voto è emerso che Caiata era indagato per riciclaggio. Sulla pagina del meetup senese è apparso un durissimo comunicato rivolto ai vertici del Movimento dall’eloquente titolo: “Avevamo ragione noi”. Da allora i due consiglieri comunali pentastellati, Mauro Aurigi e Michele Pinassi, hanno tentato di rasserenare gli animi e sono poi riusciti a convincere a candidarsi Furiozzi, nome condiviso e accettato da tutti i membri. Almeno da quelli senesi. Non dallo “staff nazionale”.

Può darsi, come sostiene Furiozzi, che “non essendoci più la banca l’interesse per Siena sia divenuto marginale” ma la città “è comunque il simbolo di una gestione fallimentare” del centrosinistra. O, forse, il recente voto delle politiche, che ha visto vincere il Pd – qui ha conquistato il 31,37% delle preferenze contro il 19,36% dei 5Stelle – ha spinto “a non alimentari entusiasmi”. Fatto sta che dei dieci candidati al momento manca quello del Movimento.

Nettuno, il sindaco sfiduciato dal notaio col metodo Marino

Quando nel 2016 entrò come sindaco del M5S nel Comune di Nettuno, Angelo Casto mise sul balcone di casa una civetta. Per lui, palermitano, vicequestore aggiunto, quello era il simbolo della Sicilia di Sciascia, nella città già sciolta per mafia – unica del Lazio – nel 2005. È durata meno di due anni la sua giunta. Ieri, nove consiglieri dell’opposizione (Forza Italia e Pd), insieme a quattro della maggioranza, hanno chiuso i giochi presentando le dimissioni davanti a un notaio. Come fecero i consiglieri capitolini del Pd con Ignazio Marino.

Non è stata una vita facile quella dell’amministrazione di Casto. Pochi giorni dopo essersi insediato si trovò la società che gestiva i rifiuti – scelta con una gara gestita dalle amministrazioni precedenti – colpita da un’interdittiva antimafia. Seguirono mesi di commissariamento del servizio, con fermi improvvisi in piena estate, fino a quando la giunta riuscì ad avviare un nuovo bando per la scelta del gestore. Il bilancio comunale si portava dietro il pesante fardello del debito accumulato negli anni precedenti, con diverse inchieste della magistratura e l’intervento della Corte dei Conti. Ma soprattutto c’erano le difficoltà del territorio di Nettuno, dove i rapporti contano più delle regole. Un territorio complesso a sud di Roma – “pericoloso” lo definisce un ex assessore della giunta Casto, Guido Fiorillo – dove da decenni agisce la Locale di ’ndrangheta dei Gallace, con un radicamento profondo del clan dei Casalesi da una parte e di Cosa Nostra dall’altra.

La tempesta, però, alla fine è arrivata dall’interno. Poco dopo le elezioni politiche di marzo, dieci consiglieri della maggioranza chiedono e ottengono le dimissioni di tutti gli assessori, rinnovando, nel contempo, la fiducia al sindaco. Le accuse erano, sostanzialmente, di non rispettare le regole interne: a un assessore contestarono di aver preparato una propria lista (poi non certificata dal M5S) per le elezioni ad Anzio, proponendosi come sindaco; al vicesindaco di essersi proposto assessore per una eventuale giunta regionale di Roberta Lombardi, candidata governatore; a un terzo di essersi presentato alle parlamentarie. Insomma, di stare con la testa altrove.

L’intera giunta a metà marzo si dimette. Casto nomina a quel punto due nuovi assessori e iniziano i problemi. Per la polizia locale chiama un luogotenente della Guardia di finanza in pensione, con una lunga esperienza nei reparti specializzati contro la criminalità organizzata.

Alla presentazione nel Consiglio comunale scoppia il putiferio. Un consigliere di Forza Italia attacca la scelta. Nella pausa il neo assessore fa una battuta, alludendo a un’inchiesta degli anni 90 che aveva visto coinvolto l’esponente di Forza Italia, poi finito assolto. Scatta una denuncia contro il neo assessore e cala il gelo tra Casto, appoggiato dalla maggioranza dei consiglieri del M5S, e i quattro che poi firmeranno le dimissioni. “Non rispondevano più al telefono – spiega Casto al Fatto – e non si presentavano alle riunioni”.

Marco Montani, uno dei quattro dimissionari, spiega che alla base della scelta c’è anche quell’episodio, “sul quale c’è un’inchiesta, ma non sapevo che si sarebbero dimessi anche i consiglieri dell’opposizione”, assicura, confermando però di aver firmato le dimissioni dallo stesso notaio, lo stesso giorno. Ora i quattro – oltre a Montani, Daniela De Luca, Giuseppe Nigro e Simonetta Petroni – sono stati deferiti ai probiviri del M5S e non potranno più candidarsi nelle file del movimento. Forza Italia e il Pd, alleati sul campo, incassano la vittoria. L’odiato sindaco poliziotto e 5stelle alla fine deve lasciare.

Il volo di Vignolini: dalla Leopolda alla Rai

Presentare la Leopolda porta fortuna. Poi, come per incanto, si ottengono contratti in Rai. Il caso in questione è quello di Andrea Vignolini, speaker di Lady Radio (la Radio Viola), una delle emittenti più ascoltate a Firenze, dove tutte le mattine, dalle 6 alle 9, conduce Gr del Mattino, trasmissione di grande successo. Ma è anche uomo di televisione, visto che è tra i volti principali di Tele Iride, tv fiorentina che trasmette in tutta la Toscana.

Ma Vignolini non disdegna nemmeno le manifestazioni politiche. Dal 2014, infatti, è uno degli animatori principali della Leopolda, la manifestazione che Matteo Renzi organizza tutti gli anni nel capoluogo toscano. L’evento renziano per eccellenza, da dove l’ex sindaco di Firenze ha iniziato la sua scalata al partito e al Paese. Dal gennaio di quest’anno, però, il nostro ha messo piede anche in Rai per occuparsi dei nuovi canali digitali della Radio. Web content specialist, ovvero “specialista dei contenuti web”, si legge sul suo profilo Linkedin. In pratica il giornalista si occupa della “gestione dei contenuti della home page www.raiplayradio.it”, ovvero le notizie pubblicate sulla pagina web di Radio Rai, sotto la direzione di Roberto Sergio.

A Viale Mazzini gli è stato fatto un contratto di collaborazione di dieci mesi, da gennaio a ottobre 2018, con una retribuzione di circa 18 mila euro lordi. Non molto, ma neanche poco visto che si tratta di un lavoro part time. Tra l’altro è una prima utilizzazione e, dato che in Rai i nuovi contratti a esterni sono bloccati, è probabile che ci sia stato bisogno della firma del direttore generale Mario Orfeo.

“È stato contrattualizzato per dare una mano al lancio dei nuovi canali radio digitali e si sta facendo apprezzare per le sue capacità professionali”, spiega l’ufficio stampa di Viale Mazzini. Tutto regolare e nulla da eccepire sulle qualità professionali dello speaker di Lady Radio. Fa però sorridere che a un giornalista molto vicino a Renzi, tanto da essere stato più volte il presentatore della Leopolda, si siano spalancate le porte di mamma Rai. E della sua stima verso l’ex premier Vignolini non ha mai fatto mistero. In un’intervista del 2012, alla domanda “sogni nel cassetto”, rispondeva: “Fare la prima intervista a Matteo Renzi da premier. Ma non credo di realizzarla, del resto sono sogni”.

Se poi si spulcia un po’ tra le foto su Instagram e Twitter, diverse sono quelle insieme a Dario Nardella e Luca Lotti in occasioni pubbliche, compresa un’intervista a Lotti durante un incontro per la campagna referendaria “Basta un sì”.

“Per le prime utilizzazioni ci vuole qualcuno che da dentro l’azienda richieda la persona in questione per le sue capacità specifiche a svolgere quella determinata mansione”, spiega una fonte Rai. Pare dunque ancora più strano che per gestire i contenuti di una pagina web sia stato chiamato un conduttore radiofonico e televisivo. Oltretutto in un ruolo molto defilato per una persona abituata a stare davanti a microfono e telecamere. Superato il muro della prima utilizzazione, però, come tutti sanno a Viale Mazzini, il ventaglio delle possibilità future si amplia e tutto diventa più facile.

Un crac tira l’altro: nuova indagine per mamma Renzi

Un “sistema di fallimenti dolosi”. La carriera imprenditoriale della famiglia Renzi rischia di trasformarsi nella sintesi vergata dal procuratore aggiunto di Firenze, Luca Turco, insieme al pubblico ministero Christine von Borries, sugli atti di un fascicolo relativo alla cooperativa di servizi Delivery Service, ultima delle tante aziende create dai genitori dell’ex premier e chiusa nel 2015. Un fascicolo che vede coinvolti nel fallimento sia Laura Bovoli sia Tiziano Renzi, madre e padre dell’oggi segretario del Pd e senatore Matteo. I due sono indagati insieme all’amico imprenditore Luigi Dagostino sempre dagli stessi pm fiorentini anche in un secondo fascicolo, questa volta per false fatture emesse dalla Party srl, altra azienda della famiglia di Rignano sull’Arno. E se il padre era stato indagato e poi prosciolto dalla Procura di Genova per la bancarotta della Chil Post – una delle prime creature imprenditoriali della famiglia – la signora ha appena ricevuto un nuovo avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta documentale dalla Procura di Cuneo, come riportato ieri dal quotidiano La Verità.

Delivery, Party, Chil Post. Tutte le aziende e le indagini svolte da tre diverse Procure negli ultimi anni riportano al cuore delle attività familiari: alla società Eventi 6, oggi presieduta da Bovoli e posseduta insieme alle due figlie Matilde e Benedetta Renzi. Questa ditta è stata sempre messa in salvo e tutelata dalla famiglia di Rignano. Qui venne trasferito il “dipendente” Matteo Renzi, unico assunto a tempo indeterminato e nominato dirigente poche settimane prima che diventasse presidente della Provincia di Firenze. E qui è stato accantonato e graziato dai vari fallimenti il trattamento di fine rapporto che poi nel 2014, appena nominato premier, il beneficiario ha incassato: circa 48 mila euro lordi. Ma non accantonati dalle aziende: tutti contributi figurativi, dello Stato quindi, versati prima dalla Provincia e poi dal Comune di Firenze negli anni in cui ha guidato questi enti. Un tesoretto messo miracolosamente al riparo, considerati i numerosi fallimenti registrati nei dieci anni dalle aziende di famiglia.

La Eventi 6 è sempre stata appena sfiorata dalle indagini. Fino a oggi. I magistrati di Cuneo guidati da Francesca Nanni hanno individuato una serie di operazioni effettuate tra la società e la Direkta srl, un’azienda cuneese fallita nel 2014 e guidata da Mirko Provenzano. Gli inquirenti hanno scoperto che in particolare negli anni tra il 2011 e il 2012 c’è stato un fitto rapporto tra le due aziende. Fitto quanto poco chiaro: la Direkta pagava la Eventi 6 con assegni coperti da versamenti che la Eventi 6 prima faceva alla Direkta. Quando necessario, in pratica, da Rignano partivano fondi in direzione Cuneo che poi tornavano a Rignano.

I magistrati piemontesi hanno trasmesso degli stralci di indagine sia ai colleghi fiorentini – che stanno a loro volta compiendo accertamenti sulla Eventi 6 – sia ai pm di Genova che avevano indagato papà Tiziano: nelle carte liguri, infatti, era già spuntata la società Direkta e Provenzano. Ma soprattutto era già emerso un sistema di pagamenti molto simile.

Il fascicolo era relativo alla Chil Post che Renzi senior aveva affidato nel 2010 a Mariano Massone e da quest’ultimo portata al fallimento. Secondo l’ipotesi investigativa si trattava di una cessione esclusivamente mirata ad “allontanare da Rignano i guai della società” considerato il “crescente impegno politico” del figlio Matteo. Nel prospetto depositato per la richiesta di concordato i debitori con maggiore esposizione con la Chil erano cinque aziende: Directa, One.Post Nordovest, Direkta, Kopy 3 e M.P di Provenzano. Il pm ligure Marco Airoldi ricostruisce il flusso di denaro e scopre che Provenzano era una vecchia conoscenza di Massone e che le cifre e i versamenti dichiarati non tornano. Scopre, anzi, che Chil pur esigendo dei crediti aveva compiuto dei versamenti a Direkta. Il pm annota: “Dalle indicazioni fornite dai due curatori (delle due società, ndr) emerge una discrasia sull’ammontare complessivo delle fatture” ma conclude che “tali discrasie appaiono frutto di meri errori di registrazione”. Così il 7 ottobre 2015 il sostituto Airoldi chiede l’archiviazione per Tiziano Renzi dal reato di bancarotta per distrazione.

Ora l’inchiesta svolta dai magistrati di Cuneo fornisce dei pezzi all’epoca mancanti sui rapporti tra le società di Provenzano e quelle dei Renzi.

I consigli di lettura di “The Republic”

Noi siamofedeli lettori di Repubblica e ne seguiamo in modo pedestre i consigli di lettura: ieri, ad esempio, per festeggiare la World Press Freedom Day (la giornata della libertà di stampa) abbiamo seguito quelli della pubblicità “Non leggere solo la Repubblica”, “leggi di più, ascolta di più, capisci di più”. Accantonate le nostre perplessità epistemologiche (non sarebbe preferibile la qualità alla quantità?) ci siamo dunque recati alla nostra edicola, invero periferica, con la lista fornita dal prestigioso giornale di largo Fochetti in Roma e lì, il dramma. Niente Baltimora Sun, niente Atlantic né FT e manco il più popolare Usa Today: nessuno dei quotidiani che, insieme a Repubblica, salvano la libera stampa. Allora, sconsolati, siamo tornati a casa e lì c’era un piatto di pasta: “Maccherone! – ci siamo detti – tu m’hai provocato…”. E il mondo è tornato a sorriderci.

Firenze, case popolari. Nardella: “Precedenza ai cittadini toscani”

Tuscany first. Al renzianissimo sindaco di Firenze Dario Nardella non bastava imitare il machismo in salsa trumpiana di Matteo Salvini che a furia di “Italy first” ha preso voti in lungo e in largo in tutto il Paese. No, Nardella è oltre: sulle case popolari di Firenze la precedenza non va data agli italiani ma proprio ai toscani. “Il nostro obiettivo – ha detto il sindaco mercoledì – è aiutare chi è in graduatoria da troppo tempo e quelle famiglie che hanno sempre rispettato le regole e che vivono da molti anni nella nostra città, per riequilibrare una concentrazione eccessiva di famiglie straniere”. In sostanza, Nardella propone di premiare con più punti nelle graduatorie chi vive da più anni in Toscana. Putiferio: il primo cittadino è stato smentito anche dal suo assessore alla Casa Vincenzo Ceccarelli (“attenti a discriminare”) e si è preso del “demagogo” dal Movimento 5 Stelle. Grida di giubilo da tutto il centrodestra, compresa Lega e Fratelli d’Italia (“adesso gli diamo la tessera”). Chissà perché.