Il sudoku del presidente

L’opzione favoritaper Mattarella, archiviato un accordo politico netto, è quella di avere un governo col maggiore sostegno possibile che faccia la legge di Bilancio in autunno e porti l’Italia al voto nel 2019. Difficile.

Il governo sfiduciatoè un’ipotesi hard: si manda un esecutivo guidato da una personalità scelta dal Quirinale alle Camere senza speranze che riceva il via libera degli eletti: serve a convocare le elezioni a settembre o ottobre, ma senza che a Palazzo Chigi resti un governo (Gentiloni) “sfiduciato” dagli italiani nelle urne.

Il “moviola di corsa”è un’ipotesi che ha il suo corso nella presidenza della Repubblica. In sostanza è questa: se non c’è accordo neanche per un “gabinetto di tregua” per arrivare al 2019, tanto vale votare subito, a metà luglio, lasciando Gentiloni al suo posto.

Il “moviola in surplace” è un’opzione minoritaria al Colle, ma che ha i suoi estimatori nei partiti (M5S e Lega in particolare): voto in autunno con Gentiloni al suo posto, che è sempre meglio di un governo che arriva per andarsene e poi magari trova i voti per restare.

Niente taglio al deficit nel 2018: così l’Italia rischia la manovra correttiva da 5 miliardi

Ora è ufficiale: sul prossimo governo incombe il rischio di una manovra correttiva di circa 5 miliardi di euro da trovare nel 2018 che si sommano ai 19,5 dell’aumento dell’Iva automatico che scatta a gennaio 2019 se non si individuano coperture alternative per le clausole di salvaguardia. Nelle previsioni economiche di primavera presentate ieri, la Commissione europea ha stimato una correzione nulla del deficit strutturale in rapporto al Pil (il deficit corretto per gli effetti del ciclo economico): nel 2018 rimarrebbe all’1,7 per cento. Il governo Gentiloni, con il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan, la scorsa estate aveva ottenuto di poter fare nel 2018 una correzione dello 0,3 per cento invece che lo 0,6 previsto, poi era sceso ancora allo 0,1. Adesso la Commissione dice che la correzione non c’è proprio.

Il Tesoro tiene il punto e assicura che almeno quello 0,1 di miglioramento si vedrà quando ci sarà la “contabilità definitiva” del 2018 (cioè nella primavera del 2019). Inutile affidarsi alla crescita, sperando che l’aumento del Pil riduca la necessità di aggiustamento: il prossimo anno, secondo le previsioni della Commissione, ci sarà una frenata dall’1,5 per cento del 2018 all’1,2 per cento. E potrebbe essere ancora meno se – come quasi inevitabile – i tagli e le tasse necessari per evitare l’aumento dell’Iva avranno un impatto negativo sul Pil. Bruxelles ha ora tutti gli elementi per chiedere una manovra correttiva all’Italia e per fidarsi assai poco delle rassicurazioni che arrivano da Roma.

Già nelle scorse settimane aveva rivisto i conti sul 2017: il deficit nominale è ora indicato al 2,3 per cento invece che sotto il 2 perché il governo non aveva conteggiato gli effetti del salvataggio delle due banche venete, Veneto Banca e Pop Vicenza, deciso dal governo Gentiloni a fine 2016. Mancavano quindi all’appello 4,7 miliardi di euro di deficit e 11,2 di debito (una volta aggiunti hanno portato la percentuale al 131,8 per cento del Pil, quasi lo stesso livello del 2016 quando era 132).

Non è detto che il presidente della Commissione Jean Claude Juncker voglia infierire: soprattutto con il rischio di nuove elezioni anticipate, a Bruxelles sanno bene che pretendere troppo rigore rischia di favorire le forze più euroscettiche. Ma essere inadempiente sui requisiti di bilancio indebolisce l’Italia nel delicato negoziato sul bilancio dell’Unione 2021-2027. La proposta presentata due giorni fa dalla Commissione rischia di essere molto penalizzante per le Regioni del Mezzogiorno: nel bilancio settennale da 1.300 miliardi di euro vengono tagliate le voci della politica agricola e di coesione. La sforbiciata prevista del 5 per cento ai 140 miliardi, tra fondi europei e co-finanziamento nazionale, finirà per tradursi in 7 miliardi in meno alla parte del Paese che ne ha più bisogno.

La linea ufficiale del governo Gentiloni è che l’Italia ha comunque ottenuto molto, perché vengono date molte nuove risorse per la gestione delle migrazioni, non più trattate come emergenza temporanea, e perché la dimensione complessiva del bilancio cresce (anche se per un contribuente netto come l’Italia, che versa più di quanto riceve, significa un maggiore impegno economico). Il taglio alla coesione era considerato inevitabile perché da anni si era consolidato un fronte determinato a ridurre le due principali voci si spesa che sono, appunto, agricoltura e coesione.

Dietro questa patina di ottimismo c’è però la consapevolezza che bisogna prestare la massima attenzione al negoziato delle prossime settimane per evitare che i nuovi criteri di assegnazione dei fondi non siano troppo svantaggiosi per l’Italia. Per farlo, però, servirebbe un governo che ai tavoli di Bruxelles possa trattare nel pieno dei suoi poteri.

Ora Gentiloni pensa di durare ancora. E ripartono le nomine

A Palazzo Chigi non disfano gli scatoloni. Non li hanno riempiti mai. Il premier Paolo Gentiloni aspetta e governa, che poi le attività s’intrecciano da dicembre in un ampio tempo di “affari correnti”. Adesso che l’ingorgo politico – tra veti e finte – ha ridotto le ipotesi di sbocco per Sergio Mattarella, a Palazzo Chigi non resta che decifrare i segnali dei partiti e capire, scrutando il Colle, se tocca ancora a Gentiloni scortare l’Italia al voto tra l’estate e l’autunno.

Per sintesi, lo sguardo di Chigi è rivolto ai gruppi in ascesa dal 4 marzo. I Cinque Stelle preferiscono l’attuale presidente a un “terzo nome” per un esecutivo di maggioranza trasversale con una data di nascita definita e una data di scadenza indefinita. I leghisti di Salvini professano responsabilità, simulano tentativi disperati di formare un esecutivo: nient’altro che prodromi di campagna elettorale. Così Gentiloni prepara la seconda edizione del governo che giurò in un anonimo lunedì di pioggia, il 12 dicembre 2016, a una settimana dal fallimentare referendum costituzionale.

Il Quirinale ha l’onere di scovare la formula più adatta per raggiungere le urne. Quella che contempla Gentiloni si lega a una scontata permanenza in blocco dei ministri per non caricare di valore politico un governo che fa da ponte tra due elezioni in un anno. C’è sempre, però, un “affare corrente” da gestire. Il metodo Gentiloni funziona, o almeno non ha scatenato veementi proteste: in sintonia col Quirinale, il presidente decide e coinvolge i capi dei partiti (vedi la complessa proroga dei servizi segreti o la posizione italiana sui bombardamenti degli alleati in Siria). Fa chic e non impegna Di Maio, Salvini & C. E già la prossima settimana, per esempio, si spalanca una densa agenda di nomine – valida da qui a giugno – con un Consiglio dei ministri che riguarda il Tesoro e la Polizia.

Al ministero di Pier Carlo Padoan considerano naturale il rinnovo di almeno sei mesi per Daniele Franco, ragioniere generale dello Stato e Vincenzo La Via, direttore generale del dicastero. La coppia che muove gli ingranaggi del Tesoro e del bilancio pubblico – detestata da Matteo Renzi per le catastrofi bancarie e il rigore sui conti, ma benedetta dall’asse Ignazio Visco (Bankitalia) e Mario Draghi (Bce) – è in carica fino a metà maggio. L’ultima volta, il 13 marzo 2017, fu riconfermata alla vigilia di una clamorosa uscita – da quei ruoli si decade entro tre mesi dall’insediamento di un nuovo governo – dopo le tensioni fra renziani e Gentiloni. Per disinnescare guai, ora Chigi agisce al limite. Qualche giorno di serena attesa per Franco Gabrielli, prorogato di un anno – il mandato è terminato il 29 aprile – alla guida della Polizia. Più delicati i dossier su Cassa Depositi e Prestiti (20 giugno) e televisione pubblica (fine giugno). Il cambio sarà totale.

Il precedente che fa scuola rimanda alla scelta di Mario Nava a Consob, dopo il settennato di Giuseppe Vegas: figure imparziali con carriere adatte per non irritare né i Cinque Stelle né il variopinto mondo di destra. Di Maio e Salvini spingono per azzerare gli attuali vertici di Cdp e, soprattutto, Rai. Poche speranze per l’amministratore Fabio Gallia e il presidente Claudio Costamagna, nonostante l’avventuroso ingresso di Cdp in Telecom – apprezzato dal Movimento – per riconsegnare la rete telefonica allo Stato. Zero speranze per il dg Mario Orfeo, considerato ostile dai grillini sin dall’epoca del Tg1, mentre i leghisti – di fatto estromessi da Viale Mazzini – studiano un massiccio ritorno. Con la riforma renziana, al Tesoro – e dunque forse a Padoan – spetta la designazione di un paio di consiglieri (la legge non è chiara) e dell’amministratore delegato, ma il presidente di Viale Mazzini deve ottenere il consenso dei due terzi della commissione di Vigilanza. Un’investitura troppo larga pure per le abilità politiche di Monica Maggioni.

Data del voto, l’ultima arma di Mattarella contro i partiti

Governo di tregua. Governo della non sfiducia. Governo delle astensioni. Al Quirinale scocca l’ora delle “soluzioni creative” per portare il Paese al voto. È questo il senso del comunicato che ieri ha preceduto la direzione del Pd. Una nota per annunciare che il presidente della Repubblica terrà il suo giro di consultazioni lunedì prossimo, e non oggi come è stato paventato nei giorni scorsi. Ma soprattutto per ribadire il suo ruolo di arbitro, lontano da ogni suo possibile coinvolgimento nella contesa interna del suo partito di provenienza, il Pd, una volta archiviata (da Renzi) la possibile trattativa con il M5S.

In teoria, Mattarella dà ancora tempo questo fine settimana per formare un eventuale governo “politico”. Ma fatto da chi? Il cosiddetto terzo forno di Renzi e Berlusconi è stato chiuso dalla ritrovata unità del Pd. Quindi? Dove mai potrebbe andare un pre-incarico a Matteo Salvini? Come fatto trapelare in vista di lunedì, il Colle “vuole una maggioranza”. Non un’ipotesi, dopo due mesi di stallo. Per un pre-incarico al centrodestra, Salvini e anche Berlusconi dovranno dare numeri certi lunedì. Fare l’elenco dei fatidici nuovi Responsabili ansiosi di votare un loro governo. Ci sono? E quanti sono?

Ed è per questo che le valutazioni in corso in queste ore al Quirinale mirano tutte a individuare il percorso migliore per arrivare al voto anticipato.

L’umore sul Colle più alto volge sempre al peggio e non è servito nemmeno l’appello del Primo Maggio, quando il capo dello Stato ha fatto riferimento all’interesse nazionale contrapposto a quelli di parte. Nulla da fare.

I tre blocchi non si sono scongelati e non resta che rassegnarsi alle urne per una nuova legislatura, la diciannovesima.

Sulla scrivania di Mattarella il faldone per un governo di tregua o transizione prevede varie soluzioni per tirare almeno sino alla fine dell’anno, con l’obiettivo di varare la manovra entro il 31 dicembre, scongiurando peraltro l’aumento dell’Iva e l’esercizio provvisorio del bilancio. Sulla carta, però, un tentativo destinato già a fallire. Al momento, infatti, il Colle può contare solo sulla disponibilità del Pd. E poi? I Cinquestelle sono da giorni sulla linea del voto anticipato, contro ogni “pasticcio”. Idem l’altro primo non vincitore, Matteo Salvini, leader del centrodestra.

Ed è per questo che si sta studiando una formula da proporre lunedì alle varie delegazioni. Cioè: non chiedere il sostegno ma quantomeno l’astensione o non sfiducia, in base al precedente storico del 1976, durante la fase della solidarietà nazionale tra Dc e Pci. Stavolta il Colle, in particolare a M5S e Lega, chiederà una solidarietà nazionale per non far scivolare subito il Paese verso le urne. E la loro astensione, senza un impegno diretto, potrebbe essere la soluzione ideale.

Ovviamente per un’operazione del genere il nome del premier dovrà essere quanto più neutro possibile. Un grand commis al di sopra delle parti da pescare in una rosa che prenderà forma domenica prossima.

Il modello è quello gettonatissimo di Sabino Cassese, giurista ed emerito della Consulta. Ma non si esclude una “sorpresa” attrattiva per il mondo pentastellato. In caso (remoto) di successo, il governo di tregua o della non sfiducia consentirebbe di chiudere anche la finestra elettorale d’autunno e di arrivare a fine anno. A quel punto approvata la manovra, inizierà il conto alla rovescia per le urne.

Con una variabile non secondaria: nel patto nazionale che Mattarella offrirà lunedì ai partiti è compresa una loro eventuale disponibilità a cambiare la legge elettorale, ché il rischio, ovviamente, è quello di avere un nuovo quadro di stallo dopo un altro voto con lo sciagurato sistema misto del Rosatellum.

E se invece, lunedì, il capo dello Stato dovesse verificare l’impossibilità di una maggioranza attorno al governo di tregua?

Allo stato, al Quirinale ci sono due opzioni. Una decisamente hard, l’altra più mobida. La prima prevede un scioglimento repentino, già la prossima settimana, e le urne a luglio, 8 o 15, con Gentiloni ancora premier a Palazzo Chigi. La seconda comporta comunque un governo sfiduciato di tregua che arrivi alla fine dell’estate e prepari il Paese al voto a settembre. La data è quella del 23.

Una crisi mai vista e vissuta nella storia della repubblica.

La compagna di Fico replica alle Iene con la canzone di Guccini

Botta e risposta su Facebook tra la compagna di Roberto Fico, Yvonne De Rosa e il giornalista Antonino Monteleone de Le Iene, che ha realizzato il servizio in cui accusa la coppia di avere una collaboratrice domestica pagata in nero. La De Rosa ieri ha postato sul social alcuni versi della canzone di Francesco Guccini, Cyrano, con questa premessa: “Dedico la grandezza a voi attori di questa commedia”. “Le verità cercate per terra, da maiali, tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali; tornate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti”, cita la compagna di Fico, pur senza fare riferimenti espliciti alla trasmissione di Italia1. Poco dopo, Monteleone replica con altri versi della stessa canzone, dedicandola ai “politici rampanti” che “hanno fatto del qualunquismo un’arte”: “Venite pure avanti, voi con il naso corto, signori imbellettati, io più non vi sopporto, infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio perchè con questa spada vi uccido quando voglio. Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato; coi furbi e i prepotenti da sempre mi balocco e al fin della licenza io non perdono e tocco, io non perdono, non perdono e tocco”.

“Voto a giugno col Rosatellum: rifare la legge è impossibile”

“Berlusconi e Renzi sono d’accordo. Ora sarà Salvini a decidere se aiutarli o meno a fare un governo contro di noi. Stanno già cercando il pretesto, le riforme o una nuova legge elettorale. Ma una nuova legge non si può fare, ci infileremmo in un inferno. Bisogna tornare al voto, il 24 giugno”. Luigi Di Maio parla con toni da trincea, perché è in trincea che vuole portare il M5S: “Noi diciamo no a un nuovo Nazareno, magari con Giorgetti premier come ho letto oggi sul Corriere della Sera. E sarebbe ancora peggio un governo di scopo, di tregua o con qualsiasi altra formula: se con 120 parlamentari abbiamo fatto perdere la metà dei voti al partito di governo, con 338 eletti non gli faremmo passare neanche un provvedimento”.

Di Maio, il Colle valuta un governo di tregua.

I retroscena lasciano il tempo che trovano. Dal Quirinale non ci è mai arrivata alcuna richiesta in tal senso, e con il presidente della Repubblica siamo sempre stati molto chiari. Abbiamo fatto il massimo per arrivare a un governo. E i limiti del M5S si conoscevano, dal primo giorno.

Ma un governo tecnico potrebbe essere necessario.

Aspettiamo cosa deciderà il Quirinale. Però ricordo che questo tipo di esecutivi hanno solo tagliato diritti sociali, in nome di un’austerity che non è più un principio neanche dell’Europa, ma qualcosa che è nella mentalità dei partiti.

Lei ha posto tanti veti e una condizione irrinunciabile: lei a Palazzo Chigi. Non ha agevolato, non crede?

Rivendico con orgoglio il no a Berlusconi. E il mio nome come premier non è mai stato il problema.

Salvini non le ha mai chiesto un passo indietro?

Lui mi ha sempre proposto un accordo con tutto il centrodestra, per un governo guidato da un esponente della loro coalizione. Non mi ha mai chiesto un altro nominativo. La più grande bugia è che tutto sia saltato perché io volevo fare il premier a tutti i costi.

Il segretario della Lega non le ha mai promesso un passo di lato di Berlusconi? Durante il secondo giro di consultazioni sembrava vicino.

Mai. Mi ha sempre ripetuto: ‘Troveremo una soluzione’. Ma non è mai arrivata. E con Berlusconi nel governo non avremmo mai portato a casa nulla per i cittadini.

Però lei durante le consultazioni è arrivato ad ammettere che avrebbe accettato un appoggio esterno di Berlusconi e Meloni. Ergo, trattavate anche con loro.

No, ho solo detto che avremmo considerato non ostile il sostegno esterno a un governo con i nostri programmi.

Non parlavate più di conflitto di interessi, e un ex giornalista del Tg5, il deputato Emilio Carelli ha detto: “Non vogliamo attaccare Mediaset”. Volevate convincere B. a farsi da parte.

Non è così. La legge sul conflitto d’interessi è fondamentale per noi. E Carelli ha spiegato che non l’avremmo fatta contro Berlusconi, ma semplicemente contro chiunque si trovasse in una determinata situazione.

Perché con Salvini non avete rotto prima?

Noi abbiamo provato a formare un governo, basandoci su un contratto con cose da fare per gli italiani. Ma è ormai chiaro che in tutti questi giorni Renzi, Berlusconi e Salvini si sono sempre sentiti con lo scopo di impedirci di governare. Volevano solo perderete tempo, per arrivare alle Regionali in Friuli.

La vostra base si è infuriata per la trattativa con il Pd.

Lo so. Era l’ultima cosa che volevamo fare, perché sui territori combattiamo i loro governatori e sindaci che svendono i nostri diritti, e sappiamo che sono quelli delle banche. Infatti li volevo vincolare a un accordo, non era un’alleanza.

I vostri attivisti preferiscono la Lega: perché?

Perché Salvini è sembrato una novità. Ma ora lo stiamo conoscendo.

Però sembravate credere a un’intesa col Pd.

Pensavo che il senatore semplice Renzi potesse permettere un processo di rinnovamento nel Pd, accettando un’autocritica dopo la batosta elettorale. Poi però è andato in tv e ha rotto tutto, prima della direzione del Pd. Ma anche il Colle aspettava la loro direzione: i dem avevano fatto capire di attenderla.

In Friuli siete andati malissimo. Brutto segnale, no?

Il risultato è in linea con le Amministrative del 2017. Noi andiamo male in questo tipo di elezioni perché non abbiamo liste civetta, che truffano i cittadini.

E ora? Renzi, Lega e FI faranno un governo assieme?

I due sconfitti, Renzi e Berlusconi, stanno provando in tutti modi a fare un esecutivo per tenere fuori il Movimento. E Salvini glielo permette.

Salvini rifiuta il Pd.

Io so che lui non può liberarsi di Berlusconi, per motivi politici e probabilmente anche personali. Non è libero.

Il leghista Fedriga ha aperto a un governo a tempo per la legge elettorale.

Ma quale tempo? Se iniziano, non mollano il governo neanche morti.

Ma una nuova legge serve, non crede?

Non si può fare, perderemmo anni a discuterne. Già mi immagino Salvini dirmi: ‘Io sono per il premio di lista, ma Berlusconi lo vuole per la coalizione’.

Quindi nuove elezioni? A giugno non si può, le norme sul voto all’estero impongono un preavviso di almeno 60 giorni.

No, si può votare il 24 con i ballottaggi. Quelle norme sono in un regolamento ministeriale, che non può impedire l’esercizio del diritto al voto, diritto costituzionale.

Lei invoca il voto a breve anche per poter fare più facilmente una deroga all’obbligo dei due mandati.

Non è certo un problema. Su questo dovrà decidere il garante, Beppe Grillo, perché io sono in chiaro conflitto d’interessi. Ma io auspico che la regola possa rimanere.

In una email ai parlamentari si lamenta dei tg Rai e promette che presto sostituirete tutti i direttori. Sarà vendetta, con lottizzazione.

No, ho solo detto che applicheremo una legge per eleggerli con criteri meritocratici e non più politici. Quindi qualcuno potrebbe anche non restare.

Il 5×1000 a “libero” è di famiglia

Titolo: “Il San Raffaele di Roma guarisce i bambini”. Occhiello: “Merita il 5 per mille”. Sulla prima pagina di Libero ieri compariva questo articolo, a firma di Renato Farina, con seguito a pagina 15. L’articolessa dell’ex agente Betulla ci spiegava poi con dovizia di particolari come “l’istituto romano ha a cuore i più piccoli con gravi problemi di sviluppo”. Per questo motivo “donare la propria quota è un atto d’amore che si fa per la ricerca sanitaria”.

Nell’articolo si racconta quanto “la struttura all’avanguardia nelle terapie di riabilitazione” faccia per la cura dei piccoli pazienti, mentre nell’ultima parte viene ben spiegato come fare a donare all’ospedale il 5 per mille, con dovizia di particolari per i lettori meno avvezzi alla compilazione della dichiarazione dei redditi. Ma quanto sono diventati buoni quei cattivoni di Feltri & C. C’è solo un piccolo particolare che a un lettore disattento potrebbe sfuggire: l’ospedale in questione, il San Raffaele Pisana, è di proprietà della Tosinvest, ovvero della famiglia Angelucci, editori di Libero. In pratica, il quotidiano invita i lettori a versare il 5 per mille al proprio editore, guardandosi bene dal dirlo. Chapeau per l’eleganza.

Maurizio, cuor di leone per tre giorni: lunedì va in guerra, giovedì fa la pace

Iquattro giorni di Maurizio Martina sono iniziati lunedì con un’inconsueta manifestazione d’orgoglio e si sono chiusi ieri con un precipitoso rientro nei ranghi: la Direzione del Pd che, si diceva, avrebbe potuto spaccare definitivamente il partito, è terminata con “esito unitario”. Tarallucci e vino.

Tutto inizia e tutto finisce con un’intervista di Matteo Renzi in tv. Domenica l’ex premier si fa ospitare in prima serata da Fabio Fazio su RaiUno per ribadire – ce ne fosse stato il bisogno – che le decisioni nel Pd le prende ancora lui (e che il confronto con i 5Stelle non s’ha da fare). La mattina dopo il reggente Martina – colui che quel confronto con i grillini lo stava faticosamente coltivando – perde le staffe per la prima volta da quando se ne conoscono le gesta pubbliche. Pronuncia una sentenza: “È impossibile guidare un partito in queste condizioni, così rischiamo l’estinzione”. Sembra un annuncio di dimissioni. Subito smentite all’Ansa: “Assolutamente no, il tema è un altro”. Il tema, in sintesi, è che Renzi non può continuare a fare il padrone del Pd dopo averlo portato ai minimi storici. Fu così che Martina – ex vice scelto proprio da Matteo per una mitezza che confina con la deferenza – divenne all’improvviso incendiario; lo scudo umano di Dario Franceschini, Andrea Orlando, Sergio Chiamparino e una folta schiera di anti renziani di vecchia e soprattutto di nuova fede; la miccia per far detonare la tensione di un partito rimasto ostaggio del suo ex segretario.

Mercoledì Martina è ancora furibondo. Censura senza pietà il sito senzadime.it che divide i dirigenti del Pd tra quelli favorevoli e quelli contrari all’accordo col M5S. Sono liste di proscrizione: “Siamo arrivati a questo? Mi aspetto che quella pagina venga chiusa. C’è un limite che non andrebbe mai valicato”. Si arriva a giovedì, il giorno della Direzione: la posta in palio non è più il dialogo con i 5Stelle ma la stessa egemonia renziana. Si parla di una conta: un voto che rischia di spaccare il Pd a metà.

E invece la “furia” di Martina e dei suoi si affievolisce con la stessa velocità con cui si era manifestata. Di mattina ancora si allude al rischio scissione (lo fanno Piero Fassino e Cesare Damiano), ma nel pomeriggio sono già tutti d’accordo. I renziani per evitare lo scontro annunciano di essere pronti a confermargli la fiducia con un voto. Lui – 72 ore dopo aver ringhiato che “così non si va avanti” – pronuncia un discorso morbido e inoffensivo: stabilisce l’ovvio, cioè che i ponti con i 5Stelle sono ormai bruciati, e chiede che il suo mandato sia confermato fino alla prossima Assemblea nazionale (nemmeno fino al Congresso), chiede un “atteggiamento costruttivo” nelle nuove consultazioni di lunedì. Una relazione talmente vaga che viene approvata all’unanimità.

Il Pd si riscopre unitario, il reggente è “rilegittimato”. Cosa cambia, nella sostanza, rispetto a domenica sera? Nulla. E infatti Renzi è di nuovo in tv a dettare la linea, su La7 a Piazzapulita. L’intervista è stata registrata il primo maggio, le dichiarazioni escono in agenzia mentre la Direzione è ancora in corso.

Uniti, ma a Matteo: il Pd si inchina ancora a Renzi

Il Pd approva all’unanimità la relazione di Maurizio Martina. Finisce così, nella migliore tradizione dei Democratici, l’ennesima resa dei conti. Annunciata e non consumata. Stavolta il partito è andato così vicino alla spaccatura da mascherarla al punto da non far registrare neanche un’astensione o un voto contrario, come sempre accaduto, anche in presenza di una maggioranza bulgara. La mediazione è stata complessa ed è andata avanti per 48 ore, sotto la regia di Lorenzo Guerini. Alla fine, Renzi ha vinto nella sostanza. La relazione del Reggente ricalca il pensiero espresso dall’ex segretario domenica sera da Fabio Fazio: no a un governo con i Cinque Stelle e con il centrodestra (Martina esplicita il no anche a Berlusconi, Renzi si era fermato a Salvini), “spirito costruttivo” davanti al presidente della Repubblica (Renzi aveva proposto un governo istituzionale per fare le riforme). Ma Martina, Dario Franceschini e i big anti-renziani hanno segnato un punto, costringendo l’ex premier a votare la fiducia al Reggente, dopo averlo delegittimato. E facendo ritirare allo stesso Guerini l’ordine del giorno che avrebbe voluto far votare al posto della fiducia (un aggiustamento del documento “anti conta” preparato lunedì, che comunque nei contenuti ricalcava le parole di Martina). Ma che sia una vittoria di Pirro lo dice il fatto che Martina avrà la guida del partito fino all’Assemblea. Che sarà “entro maggio”, come annuncia Guerini. Dunque, durerà solo qualche settimana.

Proprio nelle pieghe delle parole e dei tempi si consumeranno le battaglie prossime all’interno del Pd. Quella di ieri è una tregua armata, un incontro tra debolezze. I big arrivano al Nazareno verso le 15. Molto nervosismo all’entrata. Gianni Cuperlo viene aggredito da un militante renziano (“Vai a casa! Tu devi rispettare il segretario”). L’ex premier entra dall’ingresso laterale, si siede in seconda fila e sceglie di non intervenire. Presente anche Paolo Gentiloni: nemmeno lui passa dalla porta principale.

Apre Martina, con una relazione in cui ribadisce la necessità di avere un mandato pieno per restare alla guida del partito. Pronuncia la frase chiave: “Vi chiedo di rinnovare la fiducia fino all’Assemblea”. I renziani fanno filtrare soddisfazione e applausi, in maniera così insistente da evocare l’idea della “resa incondizionata” del Reggente. Ed è così che Franceschini va all’attacco: “Abbiamo immaginato di iniziare un confronto con il M5S, non necessariamente di arrivare a un governo Di Maio. L’intervista di Matteo ha interrotto questo percorso per il peso numerico e politico. A quello schema ci saremmo potuti arrivare solo con il 100% dei nostri voti”. Il ministro della Cultura in questi mesi aveva dato anche qualche garanzia a Mattarella sulla possibilità di riuscire a portare tutto il Pd verso un accordo con il Movimento. Tanto che ieri non molla: “Con i Cinque Stelle in un sistema proporzionale sarà necessario dialogare”. Ma ormai se ne parla nella prossima legislatura. Andrea Orlando evoca la scissione, che è scenario di prospettiva: “Questa è l’ultima chiamata per una vera unità, altrimenti con il doppio timone rischiamo di imbarcare moltissima acqua”. I suoi ritirano un ordine del giorno, che avrebbero votato se fosse stato presentato pure quello di Guerini. Nel frattempo, rimangono i sospetti di molti dirigenti: “Matteo vuole fare il governo con il centrodestra, magari dandogli un appoggio esterno”. I contatti con Berlusconi e Salvini l’ex premier li ha tenuti per tutte queste settimane, ma la realtà è che al momento questa possibilità non gli è data. Non fosse altro per il no del segretario del Carroccio. Senza una prospettiva, neanche lui può spaccare.

Lunedì la delegazione del Pd sale al Colle. Diversamente unita e d’accordo solo su un punto: cercare di evitare le elezioni, dare la fiducia a qualsiasi governo proposto da Mattarella. Ma la partita vera si farà all’Assemblea: in quella sede si eleggerà il segretario che porta il Pd al congresso. Lo stesso che farà le liste, in caso di urne.

Il reggente non ha retto

Una sera, a Parla con me, Paolo Villaggio se ne uscì a freddo, mentre Serena Dandini lo intervistava su tutt’altro, con una delle sue sortite insieme surreali, feroci e geniali: “Mi scusi, signora, ma Brunetta è un nome d’arte?”. Fosse ancora vivo, ora domanderebbe: “Ma Martina è un nome d’arte?”. E non osiamo immaginare cosa scriverebbe, dell’autoreggente Pd, Fortebraccio. Probabilmente riabiliterebbe Nicolazzi, Tanassi, Cariglia e gli altri ectoplasmi socialdemocratici alla cui inesistenza dedicò memorabili pezzi satirici che si concludevano invariabilmente così: “Arrivò un’auto blu, non ne scese nessuno, era Nicolazzi/ Tanassi/ Cariglia”. Noi non conosciamo Maurizio Martina, e la cosa non ci è mai particolarmente mancata. Ma sabato ci eravamo sorpresi a empatizzare con lui quando aveva osato annunciare che avrebbe proposto alla Direzione del Pd, fissata per ieri, di: accogliere l’appello del capo dello Stato e del presidente-esploratore della Camera; sedersi al tavolo con i 5Stelle; vederne le carte; portarvi le proprie; tentare un’intesa su alcuni punti programmatici; e poi, nel caso in cui quell’accordo nascesse, metterlo nero su bianco e sottoporlo a un referendum fra gl’iscritti o addirittura alla platea più allargata delle primarie. Come ha appena fatto l’Spd tedesca.

La cosa aveva molto irritato Renzi, che doveva essere sovrappensiero (altrimenti non avrebbe dato alcun peso all’annuncio, considerandone la provenienza): infatti domenica si era precipitato da Fazio a stoppare l’insano gesto di provare a dare un governo all’Italia. Allora Martina, con insospettato ardimento, l’aveva sfidato: “In queste condizioni non si può guidare un partito”. Quindi, pareva di capire, o lui o Renzi. Ieri finalmente la tanto attesa Direzione del Pd si è tenuta, in un clima da resa dei conti finale, tra accuse di liste di proscrizione, tamburi di guerra sui social, evocazioni di nuove scissioni. I giornali dipingevano un Martina pugnace e bellicoso come Achille che torna in battaglia per vendicare Patroclo, sostenuto dai guerrieri non renziani, da Orlando a Franceschini a Cuperlo, pronti a vender cara la pelle col coltello fra i denti. E Renzi ci aveva addirittura creduto, organizzando la conta dei suoi parlamentari per impedire la conta in Direzione, dove temeva di aver perso la maggioranza. Purtroppo, ieri, Martina non è pervenuto. Non che non ci fosse, anzi: il guaio è proprio che c’era e, come sempre accade quando c’è, nessuno se n’è accorto. Quando va al cinema, per dire, e prende posto su una poltrona, c’è sempre qualcuno che si siede sopra di lui.

Lo schiaccia e rimane lì per tutto il film, malgrado le sue reiterate proteste. Inizialmente lui pensava che ciò dipendesse dalle luci spente, infatti cominciò ad andare al cinema con largo anticipo per sedersi a luci accese: “Così mi vedranno e siederanno nei posti liberi”. Ma niente: la gente continuò ad accomodarsi nel posto già occupato da lui, a non udire le sue lamentele (direttamente proporzionali al peso dell’occupante abusivo) e a restargli sopra. Gli uomini della scorta tentavano di far notare che il posto era già occupato dal ministro Martina, ma si sentivano rispondere: “Appunto, non c’è nessuno”, “Se questo signor Martina vuole occupare un posto, ci mettesse almeno il cappello, la giacca, il maglione, altrimenti per me è libero”, cose così. Ieri tutti, a cominciare da Mattarella e Fico, attendevano che l’autoreggente desse seguito al proposito di avviare il dialogo col M5S per vedere le carte. Anche a costo di arrivare alla conta temuta da Renzi.

Invece niente. È riuscito a tenere un’intera relazione senza dire assolutamente nulla, tant’è che alla fine erano tutti d’accordo e nessuno riusciva più a capire da cosa fosse nato il disaccordo: “Il punto della sconfitta non è che gli italiani non hanno capito. È che non abbiamo capito alcuni bisogni degli italiani. Bisogna rifondare la cultura e il pensiero di fondo”. Ecco di fondo: perbacco, ad averci pensato prima. Ora – lo direste mai? – occorre “un confronto franco”. Di più: “Un’analisi seria per riflettere e non rimuovere la sconfitta prima di essere fuori tempo massimo”. Chi pensava che auspicasse un confronto ipocrita e un’analisi ridicola per non riflettere, rimuovere la sconfitta e arrivare fuori tempo massimo è rimasto deluso. Così come chi immaginava che, per restare reggente, Martina chiedesse un sostegno finto e inconsapevole. Invece lui ha auspicato “un sostegno non di facciata, ma consapevole” per un altro paio di mesi, non di più. E tutti hanno applaudito, felici e contenti. E la rispostina su quella faccenduola del governo, attesa da Mattarella, Fico e qualche decina di milioni di italiani? È arrivata, solo che non era quella di Martina, ma quella di Renzi: “Il capitolo 5Stelle è chiuso” prim’ancora di aprirsi. E perché, visto che la Direzione doveva decidere proprio su quello? “Per quello che è successo”. E cos’è successo? Che Renzi è andato in tv e gli ha fatto “bu”. E il reggente non ha retto. Ah, dimenticavamo: “È impossibile anche un governo col centrodestra”. Quindi il Pd non governa con nessuno, non fa intese con nessuno, anzi non parla con nessuno per evitare di trovare intese con qualcuno, però detta condizioni: niente elezioni, ma “spirito costruttivo nelle nuove consultazioni al Quirinale”. Il che, tradotto in italiano, vuol dire l’ennesimo governissimo alla Monti con tutti dentro (sempreché gli altri ci caschino). Perché con la Lega non si governa, con FI non si governa, col M5S non si governa, però con la Lega, FI e M5S insieme si governa eccome. Per fare le famose “riforme” (ciao, core). Approvazione unanime dalla Direzione, che finalmente ha trovato la direzione: quella di Renzusconi. Matteo, torna: sei tutti loro.