“Mancini ct, il 13 maggio si definiscono i dettagli”

Roberto Mancini è sempre più vicino alla panchina della Nazionale: “Ieri (martedì, ndr) – ha detto il Commissario della Federcalcio Roberto Fabbricini – c’è stato un incontro tra il vice commissario Costacurta, il team manager azzurro Oriali e Roberto Mancini, che ha dato la disponibilità a risolvere il rapporto con lo Zenit e a fare il ct della Nazionale. Siamo rimasti d’accordo che cominceremo a parlare di cifre e dei dettagli il 13 maggio, a conclusione del campionato russo”. Tramontato Ancelotti, dunque, prende decisamente quota la candidatura dell’ex tecnico dell’Inter.

“Ci tengo a dire – ancora Fabbricini – che non c’è nulla di deciso. Con Mancini chiariremo che la Federcalcio ha un budget per quel ruolo e non intende derogare, e con lui occorrerà parlare anche della filiera dei tecnici azzurri (quelli attuali sono in scadenza tra giugno e luglio) che noi vorremmo fossero concordati con il futuro ct. Lui si è detto disponibile”.

“Nel mio Messico chi studia e indaga rischia la morte”

“Il viale dei sogni infranti”, così definì il cantautore spagnolo Joaquin Sabina la vita della voce femminile messicana per eccellenza, Chavela Vargas. Ed è proprio ciò che sembra diventato il Messico delle cronache di morti quotidiane, ritrovamenti di fosse comuni, giornalisti spariti e donne stuprate e uccise. E allora dov’è finito il Paese del fermento culturale, di Diego Rivera, di Frida Kahlo, delle riviste, della letteratura? “A parte la Capitale, tutto falciato da anni e anni di governi corrotti”. Ne è convinta Paloma Saiz Tejero, Oviedo, classe 1961, figlia di esiliati repubblicani spagnoli accolti in Messico alla fine della Guerra Civile, nonché compagna del romanziere Paco Ignacio Taibo II. “Cacciata dal Dipartimento di Cultura” e licenziata dalla direzione della Fiera del libro di Zócalo, la più grande di Città del Messico, nel 2009 Saiz fonda le Brigadas para leer en libertad (Brigate per leggere in libertà). Da oggi fino al 6 maggio insieme al compagno è ospite di Encuentro, Festa delle letterature in lingua spagnola a Perugia.

Diffondere libri a poco prezzo per “educare alla lettura” sta funzionando?

Ai nostri festival passano in media 30 mila persone. Agli incontri assistono in centinaia. E poi mandiamo tutto in streaming in modo da raggiungere anche chi non può partecipare fisicamente.

L’altro aspetto che promuovete è la libertà. A che punto è il Messico da questo punto di vista?

La situazione è terribile. Si muore ogni giorno. Non dico che girare per strada sia pericoloso, ma se metti il naso dove non devi, lo diventa.

Cosa possono fare davvero le “Brigate” per questo?

Cerchiamo di riportare al centro la cultura. Altrimenti il Messico non può cambiare. Organizziamo rassegne editoriali, incontri sui libri in uscita o su temi importanti oltre a vendere testi a prezzi accessibili a tutti. E alle presentazioni, ne distribuiamo anche gratis. Stessa cosa vale per gli autori di cui sono cessati i diritti, le cui opere ristampiamo noi stessi assumendone i costi.

La ricetta è “libri contro il degrado”?

Assolutamente sì. Solo così si può combattere l’ignoranza

Eppure a giudicare dalle cronache, sembra che chiunque provi a studiare o a scrivere ciò che accade, giovani e giornalisti, venga fatto fuori.

Sì, è vero. Ma se si riferisce ai giovani studenti di cinema trovati morti, non credo siano stati uccisi perché si istruivano e per la materia che studiavano. Più probabilmente si tratta di morti intimidatorie, con le elezioni dietro l’angolo. Si cerca di incutere terrore nella gente. Per quanto riguarda i giornalisti, vale lo stesso discorso. Morti esemplari. Se ne uccidono alcuni perché nessun altro provi a mettere il naso negli affari illeciti dei governanti e dei narcos.

Qui arriviamo al punto, i narcos, le frontiere chiuse e i disperati che spingono. I giovani che restano che scelta hanno?

Sono coloro che lottano per il cambiamento e restando qui possono farlo. La maggior parte fa attivismo politico, sono quasi tutti impegnati.

Che mi dice delle donne? Anche loro sono tra le maggiori vittime della violenza in Messico

Sì, è vero. I femminicidi sono all’ordine del giorno. Ma tutte queste morti hanno un solo nome: impunità. Questo è un Paese in cui se commetti un delitto, al 99% non vieni neanche denunciato. Quindi non dico che ci siano più femminicidi che nel resto del mondo, ma qui chi uccide sa di rimanere impunito.

E le donne come possono reagire?

Credo che anche in questo caso sia tutta una questione culturale. Vorrei porre l’attenzione su questo aspetto, anche nel mio intervento a Perugia lo dirò. Finché saranno anche le donne ad assecondare tacitamente la cultura machista secolare, non riusciremo a fermare la violenza. Va cambiato il punto di vista culturale.

Ci consigli qualche libro di scrittori messicani che dovremmo assolutamente leggere…

Tra i migliori usciti recentemente c’è quello di Guillermo Arriaga, Il Selvaggio, che partecipa anche al Festival di Perugia e ovviamente quello di Paco Ignacio Taibo II, Redenzione.

“Così nascono gli attentati. Lo scrivo, ma non lo firmo”

 

Il manoscritto de “La colpa” è capitato nelle mani di uno scrittore italiano e, attraverso di lui, a quelle di un editor. Racconta la storia di un ragazzo egiziano che, al culmine di una crisi personale, decide di farsi esplodere a Milano. Nessuno sa chi l’abbia scritto, neanche la casa editrice, DeA Planeta, che ha deciso di pubblicarlo. Ghirghis Ramal non esiste. O meglio, esiste ma questo non è il suo vero nome. È lo stesso autore a spiegare ai lettori del Fatto il perché della scelta dello pseudonimo.

 

Come un giallo psicologico che indaga quei rarissimi casi nei quali si diventa omicidi e perché, La colpa è un romanzo di pura finzione che ricostruisce l’ipotetico contesto sociale e storico che rende possibile la nascita di uno spietato terrorista. Ho voluto scriverlo dal punto di vista dell’immigrazione islamica, perché è il mio ambiente, quella voce mancava e mi sembrava la sola in grado di dire qualcosa di nuovo e di difendersi da accuse infondate.

L’islam intriso di fanatismo però non tollera la molteplicità di visioni o le critiche, nemmeno letterarie. In occidente le spaccia per islamofobia, nei Paesi musulmani mette alla berlina, se non a morte, chi osa anche solo porre dubbi su un credo che viene interpretato come assoluto quanto il potere che vi si appoggia. Spesso vivo proprio in uno di questi Paesi e, per salvaguardare me e soprattutto i miei familiari e amici musulmani, ho usato uno pseudonimo. Credo profondamente, poi, che in questo periodo di selfie, di narcisismo e di personalismi, non mettersi in mostra sia da considerarsi rivoluzionario.

Ho scritto La colpa perché, dopo gli attentati di Parigi del 2015, mi sono reso conto che i terroristi avevano un vissuto simile a molti immigrati musulmani che ho conosciuto nel corso degli anni. Giovani che, dopo una vita di stravizi o di piccola delinquenza, forse perché poco scolarizzati o perché provenienti da Paesi non abituati alla modernità e alle sue contraddizioni, riabbracciavano l’Islam spinti da un profondo senso di colpa per aver rinnegato la propria cultura, i propri costumi e i propri doveri familiari che nei Paesi di origine sono invece ben codificati. Sentendosi perduti, corrotti da alcol, sesso facile o droga, cercavano la salvezza nella religione, sovente trovandola.

Molti sono diventati persone migliori, mentre alcuni, dopo la conversione, scaricavano la responsabilità del proprio passato sulle tentazioni del luccicante mondo occidentale, troppo libero, magari arrivando a disprezzarne i valori liberali, così in contraddizione con quelli della loro educazione. A volte rintanandosi nel proprio ambiente, protestando silenziosi, altre contestandoli apertamente, ma mai supportando gli attentati, considerati, anzi, anti islamici.

Qualcuno forse è giunto a giustificarli, come nel caso della strage di Charlie Hebdo per l’offesa al Profeta, ma a nessuno di loro è mai passato per la testa di trasformarsi in un infame assassino di innocenti.

Se la ricetta di una bomba comporta varie sostanze chimiche e un detonatore, quella per trasformare un giovane in un criminale privo di compassione in nome di Dio implica circostanze, eventi drammatici, magari fortuiti, che rendano il soggetto debole al punto da essere facilmente persuaso che abbracciare una fede non serve solo a redimere se stessi ma a salvare il mondo. Che significhi identificarsi con Dio stesso, con la sua volontà, diventare la sua mano in terra. Con quella dose di presunzione e narcisismo necessaria ai terroristi di ogni epoca o ideologia.

Se per confezionare un ordigno, poi, serve un lavoro paziente e certosino, altrettanta perizia necessita saper sfruttare la disperazione per convincere che l’umanità intera debba essere salvata, e meriti il disprezzo e l’odio che il potenziale attentatore suicida prova verso se stesso. Certo Islam politico queste doti le ha. Innanzitutto perché una visione dell’Islam fondata su un’interpretazione letterale del sacro Corano è maggioritaria rispetto all’Islam laico e storicizzato. Lo è in quanto prevale tra i regimi musulmani, nel “clero” e anche negli strati meno colti della popolazione. Però l’Islam viene vissuto e praticato in modo laico e moderno da milioni e milioni di musulmani che non hanno rappresentanza nei media ufficiali o sono addirittura zittiti in patria. Proprio recentemente un giovane egiziano, che si è dichiarato ateo in tv, è stato cacciato e minacciato di ricovero psichiatrico. Anche in Europa si preferisce interloquire coi religiosi piuttosto che con gli intellettuali critici.

Nel mondo globalizzato, dove tra guerre, rivoluzioni, ingiustizie, discriminazioni, razzismi e sfruttamenti amplificati dai social, prevale la paura per il cambiamento e dove la politica sembra incapace di dare risposte, è gioco facile propugnare una filosofia intrisa di nichilismo, di disprezzo per la modernità e usarla come propaganda per raccogliere adepti. La complessità in cui viviamo, sebbene ultimamente la si preferisca schematizzare in maniera manichea, consiste in molteplici variabili che solo un romanzo è in grado di rappresentare.

Mueller vuol interrogare Trump e il presidente attacca la Giustizia

È arrivato il momento dello showdown, della resa dei conti, fra Robert Mueller e Donald Trump. Il procuratore speciale del Russiagate ha minacciato la possibilità di emettere un mandato per far comparire il presidente davanti a un grand giury – per porgli 40 domande, secondo il New York Times – se dovesse rifiutare di farsi interrogare da lui. Mossa che potrebbe portare a uno storico conflitto davanti alla Corte suprema.

Trump si è indignato per la fuga di notizie e ha esposto su Twitter il suo teorema: l’indagine è nata “da un’informazione classificata trapelata illegalmente”, non c’è stata collusione, quindi “apparirebbe molto difficile ostruire la giustizia per un crimine che non è mai successo”, è solo “una montatura e una trappola”. Ha poi minacciato per la prima volta di usare i poteri presidenziali – che comprendono la possibilità di licenziare qualunque dipendente della branca esecutiva – e di intervenire nell’attività del dipartimento di Giustizia: “Non vogliono consegnare documenti al Congresso. Di cosa hanno paura? A un certo punto non avrò altra scelta che usare i poteri garantiti alla presidenza ed essere coinvolto!”, riferendosi alle intercettazioni subite dal suo ex consigliere Carte Page.

Pashinyan bocciato dai deputati aizza il popolo: “Il Parlamento non mi vuole premier, ribellione”

“Il vostro comportamento che scambia la tolleranza del popolo come debolezza potrebbe essere la causa di uno tsunami”. Nikol Pashinyan ricorda ai membri dell’élite politica sugli scranni in Parlamento che l’euforia pacifica del popolo armeno potrebbe diventare presto rabbia. Un coro di no dei deputati avversari gli ha impedito di diventare premier: 56 voti contro, 46 a favore, nove ore di dibattito, sessione straordinaria. La scelta di non eleggerlo primo ministro è “un insulto al popolo”, ha detto l’ex giornalista, 42 anni, 4 figli e 100mila sostenitori per strada che continuano ad urlare il suo nome.

Lo sciopero generale di Erevan è cominciato. La città è un coacervo di treni fermi, arterie stradali impercorribili, servizi pubblici paralizzati e linee di collegamento all’aeroporto Zvartnots bloccate. Pashynian ha chiesto che non venga schierato l’esercito per disperdere i manifestanti che gli promettono “non ce ne andremo finché non sarai eletto”.

“Non sei qualificato per diventare premier, essere capo di stato richiede di più che indossare una t-shirt mimetica da 4,99 euro”, ha detto Arman Saghetelyan, membro del Partito repubblicano, ex segretario dell’ex premier dimissionario Serzh Sargysian. Quella maglietta da militare era diventata il simbolo della metamorfosi di Pashinyan, politico marginale d’opposizione in giacca e cravatta divenuto in pochi giorni il rivoluzionario barbudos della piazza in rivolta, che ha ribattuto: “Centinaia di migliaia di armeni rimangono nelle piazze e nelle strade con una sola domanda: il Parlamento della Repubblica è un organo che risolverà la crisi o la renderà più profonda?”.

Il prossimo voto parlamentare per scegliere il premier è rimandato a martedì. Il Cremlino, con una base militare nel paese, continua a chiedere moderazione. Per l’analista armena Lilit Gevorgyan “è pericoloso non eleggere Pashynian, quanto eleggerlo. Se le tattiche di paralisi diventeranno pericolose per il funzionamento dello Stato, si arriverà allo scontro. Quel che è certo è solo che non si può tornare indietro”.

Un acquirente per la Weinstein: la società in bancarotta al fondo Lantern per 500 milioni

Il fondo finanziario Lantern Capital è la società vincitrice delle offerte per rilevare la Weinstein Co. la casa produttrice creata da Harvey Weinstein affondata dallo scandalo sessuale del suo proprietario. Dopo aver fatto bancarotta la società hollywoodiana è caduta sotto l’interesse di diverse aziende le cui offerte sono però state rifiutate. Quella del fondo speculativo Lantern ha il vantaggio di raggiungere la cifra complessiva che la Weinstenin considera equa: ovvero i 500 milioni di dollari che era la valutazione prima della bancarotta. Sarà il tribunale del Delaware a stabilire lunedì la congruità dell’offerto e dare il via libera all’acquisizione.

Intanto la produttrice di Netflix, Alexandra Canosa, ha denunciato a New York il mogul di Hollywood accusandolo di averla stuprata, aggredita sessualmente e sottoposta ad abusi verbali per un periodo di 5 anni. Produttrice associata di “Marco Polo”, Canosa aveva inizialmente fatto causa per 10 milioni di dollari a dicembre contro il produttore, caduto in disgrazia a causa delle oltre cento accuse di violenze sessuali da parte di donne del cinema, e questa settimana ha modificato le accuse che gli ha rivolto.

Weinstein, ha denunciato Canosa, l’ha “constantemente minacciata” e “ha chiarito che se non avesse ceduto alle sue richieste di contatti sessuali o avesse rivelato la sua condotta non desiderata ci sarebbero state ripercussioni, tra cui umiliazione, perdita del lavoro, perdita di qualsiasi possibilità di lavorare nel mondo dello spettacolo”, secondo i documenti depositati lunedì.

“Ci dissolviamo”: le ultime parole dell’Eta dopo 60 anni di terrorismo

“Con questo comunicato vogliamo farvi conoscere la decisione che Euskadi Ta Askatasuna ha appena preso. L’Eta ha deciso di considerare conclusi il suo ciclo storico e la sua funzione, mettendo fine al suo percorso. Perciò, l’Eta ha dissolto completamente tutte le sue strutture e ha dato per terminata la sua iniziativa politica”: comincia così la lettera datata 16 aprile, con cui l’organizzazione terrorista si rivolge alla società basca, alle associazioni, ai sindacati, ai partiti politici, perché il popolo è “il fondamentale destinatario di quest’ultima decisione”. Il gruppo terrorista anticipa il contenuto del comunicato che sarà reso ufficiale nelle prossime ore, probabilmente attraverso la Bbc e che troverà la sua formalizzazione nell’Incontro Internazionale per avanzare nella risoluzione del conflitto nei Paesi Baschi, che si terrà a Kanbo, in Francia.

Una “decisione che chiude il ciclo storico di 60 anni di Eta”, si legge più avanti nel testo. Che non risolve, però “il conflitto che Euskal Herria mantiene con la Spagna e con la Francia”, perché quel conflitto “non cominciò con l’Eta e non finisce con la fine del percorso di Eta”.

È un annuncio della sua dissoluzione che non lascia spazio a interpretazioni di parte. Come aveva preteso l’avvocato sudafricano Brian Currin, uno dei mediatori del Gruppo Internazionale di Contatto che più si è adoperato in questi anni per la soluzione del conflitto basco attraverso un’assunzione unilaterale del processo da parte dell’organizzazione terrorista.

Un percorso che inizia nell’ottobre del 2011 con l’annuncio della fine definitiva della lotta armata e arriva fino all’aprile 2017 con la consegna delle armi. Fino al comunicato del 20 aprile, interamente dedicato alle vittime (censite in 853 nell’arco di oltre 40 anni di attentati, ndr), in cui l’Eta si dice dispiaciuta per quelle vittime dal conflitto e chiede perdono per quelle che lo sono diventate accidentalmente.

Un processo per mettere fine a un conflitto armato che non assomiglia in nulla a quelli che sono accaduti in altre parti del mondo dove vi è stata una conclusione concordata, con precise disposizioni su prigionieri e affiliati, come in Colombia o in Irlanda. Perché nel caso basco, la definitiva dissoluzione dell’organizzazione terrorista è arrivata in assenza di qualunque mediazione con la controparte, tanto, che più che di mediatori, si parla in questo caso dell’esistenza di “facilitatori” del processo. Una storia di decenni che ha visto fasi di dialogo tra i terroristi e i diversi governi spagnoli in occasioni di tregue temporanee, quasi sempre interrotte bruscamente. Fino al processo di pace su cui aveva scommesso il governo Zapatero nella sua prima legislatura, saltato in aria nel dicembre del 2006 assieme al terminale T4 dell’aeroporto di Madrid. Eppure, il definitivo cessate il fuoco dell’ottobre 2011 e le tappe successive fino alla dissoluzione oggi annunciata, sono anche la conseguenza di quell’ambizione di pace che si è andata facendo strada, fino ad affermarsi pienamente.

Da quando il PP è tornato al governo con Rajoy alla fine del 2011, non c’è stato nessun contatto formale tra il governo spagnolo e l’organizzazione terrorista. “Non siamo stati capaci di arrivare a degli accordi, né tra l’Eta e il governo, né tra gli agenti baschi”, riconosce l’Eta nella sua missiva.

In mancanza degli attori della politica, il protagonismo nel processo di pace è stato assunto dalla società civile. Da quei soggetti che domani saranno testimoni della fine definitiva del terrorismo basco.

Abu Mazen incendiario per non sparire

Dopo ben vent’anni, lunedì s’è riunito a Ramallah il Consiglio Nazionale palestinese. Un evento nei Territori Occupati dove le elezioni vengono posticipate da anni e la nomenklatura al potere da decenni non ama fare riunioni a porte aperte tra le diverse anime politiche dei palestinesi. Nei 90 minuti d’intervento in diretta tv il presidente dell’Anp Abu Mazen, malato e sempre più impopolare, ha inanellato una serie di considerazioni “esplosive” verso Israele.

Alla vigilia del controverso trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme (14 maggio) e della commemorazione della Nakba (la “cacciata” 70 anni fa dei palestinesi da parte del nuovo stato israeliano, il 15, ndr) Abu Mazen prova a ingraziarsi ancora una volta l’indifferente opinione pubblica palestinese, che guarda piuttosto con favore ad Hamas, il movimento islamico al governo di Gaza o quantomeno vorrebbe nuovi rappresentanti ritenendo Abu Mazen e il suo entourage corrotto e incapace. Dopo aver annunciato che è “arrivato il momento di disconoscere lo Stato di Israele”, pur avendo a lungo perorato la causa della necessità di riconoscerlo per poter negoziare la soluzione dei ‘due Stati’, ora l’ottuagenario raìs fa marcia indietro in extremis, aggiungendo una affermazione ritenuta dagli ebrei di tutto il mondo falsa e provocatoria. Ovvero che “non esiste una relazione fra gli ebrei e la terra di Israele”, definendo lo Stato ebraico un “prodotto coloniale” britannico. Abu Mazen che dopo la laurea in Siria andò a Mosca, allora capitale dell’Urss, ufficialmente per frequentare un master in Storia, ma secondo molti storici israeliani perché agente del Kgb, ha sempre avuto una posizione ambigua sulla Shoah arrivando a tessere le lodi del Gran Mufti Hussein di Gerusalemme, ammiratore di Hitler e diventato a un certo punto collaboratore dei nazifascisti. Il presidente palestinese ha anche detto che l’Olocausto è stato causato non per ritorsioni di tipo religioso o di razza contro gli ebrei ma per alcuni “comportamenti sociali” tenuti dagli ebrei, come “l’usura, le banche e cose del genere”.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu e l’ambasciatore americano David Friedman hanno accusato il leader palestinese di “essere un patetico antisemita”. Abu Mazen, secondo la Bbc, ha anche negato che gli ebrei di ceppo askenazita, che da sempre guidano Israele, siano semiti: “Gli askenazi non hanno alcun rapporto con i popoli semiti”. Secondo il direttore della Anti Defamation League, Jonathan Greenblatt, le dichiarazioni sono “antistoriche e pseudo-accademiche”.

Il Giro santo di Froome & C. Sicurezza (ma non dal doping)

“Quando attacco, lo faccio per non morire di noia”, dice il montagnard Thibault Pinot che è dello Jura, una delle regioni più fredde d’Europa, che detesta l’aereo e che teme il caldo più di Chris Froome, il grande favorito del Giro d’Italia in trasferta mistica nelle lande della Bibbia. Pinot è il Mauro Corona del ciclismo, vive appartato in un villaggio nella zona della Plonge des Belles Filles, una salita riscoperta dal Tour dove hanno vinto Nibali e Aru: la sua casa è appena fuori il paese, ai margini del bosco, dove l’unico rumore è quello dell’impetuoso torrente che s’infila in un valloncello. La natura e gli animali sono il suo orizzonte esistenziale, odia la mondanità e la futilità. Ma non è un eremita, gli piace stare con gli amici, coi primi soldi importanti si è comprato una casa a La Mole di Cogolin, a due passi da Saint-Tropez, grande abbastanza per ospitare gli amici coi quali va a pedalare sui monti Mauri. Lì c’è il castello di Saint-Exupery, e Pinot in fondo si sente un Petit Prince delle due ruote, con la sua piccola corte che lo segue fedelmente come si segue un cavaliere pronto a combattere in Terrasanta. Cinque di questi amici, infatti, sono qui con lui nella sua squadra, la Groupama-FdJ, il più fido è Sébastien Reinchenbach, uno svizzero che quando la strada s’impenna schizza via che è un piacere. Parte in avanscoperta e prepara l’offensiva del capitano. Pinot è la mina vagante di questo Giro numero 101 che comincia domani con un breve cronometro – appena 9,7 chilometri – nel centro di Gerusalemme. Tortuosa, un su e giù difficile e insidioso (le strade non sono il massimo), tanto caldo, oltre i trenta gradi. Pinot se la cava in questa specialità, è stato due anni fa campione di Francia. Ha appena vinto il Tour of Alps (un tempo si chiamava Giro del Trentino) di solito trampolino di lancio del Giro.

Chris Froome, che partecipa al Giro con la spada di Damocle della possibile squalifica retroattiva, si è presentato al rituale incontro con i media schierando ai suoi fianchi la squadra al gran completo, un modo per far capire chi è l’uomo da battere: “Sono qui con una gran motivazione: questo Giro è il mio obiettivo. È stata una scelta ponderata. Nella preparazione ho anticipato le possibili differenti situazioni, ho provato il percorso della cronometro di soprattutto la salita dello Zoncolan. La difficoltà del Giro, rispetto al Tour, è che non esiste una tappa decisiva, ce ne sono alcune, e l’equilibrio del percorso impone d’essere sempre al meglio della condizione”.

Simula serenità quando gli tocca rispondere alla spinosa questione della sua criticata presenza al Giro, con il noto problema del salbutamolo, recita la parte della vittima di un complotto con un atteggiamento distaccato, e quando gli ricordano il caso di Alberto Contador, pizzicato all’antidoping e privato della vittoria al Giro nel 2011, perde per un attimo il self control e precisa con voce tagliente: “C’è molta differenza”, come a dire, io sono innocente lui è stato colpevole… Un particolare dimostra la sua paranoia: gli altri compagni di squadra sorseggiano acqua minerale dalle bottigliette fornite dall’organizzazione, lui no, non si fida, ha un recipiente scuro che non molla mai, ha paura cioè che qualcuno possa infilarci chissà cosa. Comunque, conscio che la sua presenza ha suscitato mugugni in gruppo, Chris e Dave Brailsford, il manager della Sky, si affannano a ripetere che “rispettiamo il Giro e chi lo corre”. Non manca un pizzico di diplomazia: “Sono rimasto piacevolmente sorpreso dalla sicurezza di questo Paese…”.

Fabio Aru ha preferito tenere un profilo basso, a dire che le squadri fortissime sono quelle di Froome e di Tom Dumoulin, il vincitore del 2017, “poi c’è Pinot è poi veniamo noi” della Uae, la squadra degli Emirati, e siccome è un ragazzo accorto, a chi gli ricorda che è stato inaugurato a Tel Aviv il primo velodromo del Medio Oriente, risponde che è una bella notizia, che sa di speranza, che il ciclismo, come tutti gli sport, non ha frontiere né muri, unisce e non divide, certo, ma non si è inoltrato nelle sabbie della geopolitica, l’unica cattiveria che concepisco “è la cattiveria agonistica rispetto a Chris”.

Resta, dei big, l’olandese alto e affusolato Dumoulin, ha gambe così magre che sembrano spezzarsi da un momento all’altro. A differenza dei rivali, non ha compiuto alcun sopralluogo, si fida della sua condizione, “sto bene, o almeno lo penso”. La differenza sostanziale è che oggi è marcato stretto, “so che per me le cose sono cambiate, ora ci si aspetta da me grandi cose, all’inizio la popolarità era strana, posso dire però che la squadra dello scorso anno non era forte come quella di oggi”.

Le armi fanno boom: anche per l’Italia, finché c’è guerra c’è speranza

Le spese militari globali tornano ad aumentare dopo quasi un decennio di stasi seguito alla crisi. Lo certificano i nuovi dati pubblicati dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri) relativi all’anno passato. Gli investimenti in difesa sono cresciuti a livello mondiale di oltre un punto percentuale raggiungendo la cifra di 1.700 miliardi di dollari, 230 dollari per ogni abitante del pianeta. Oltre la metà di questi soldi vengono spesi da paesi Nato, oltre un terzo dagli Stati Uniti, che nel 2017 non mostrano ancora l’aumento del 18% deciso dal presidente Trump per l’anno fiscale corrente. La crescita più significativa si registra in Arabia Saudita (da anni in guerra in Yemen e principale importatore di armamenti occidentali, italiani compresi) con un aumento annuo del 9%, per una spesa che supera il 10% del Pil nazionale e posiziona la petrolmonarchia al terzo posto nella classifica mondiale dopo Stati Uniti e Cina, scalzando la Russia.

L’aumento delle spese militari riguarda tutto il Medioriente: 22% l’Iraq, 15% l’Iran, 10% la Turchia e 5% Israele; mancano i dati siriani.

L’arretramento della Russia, cui si è già accennato, è certamente il dato più significativo, con un crollo del 20% negli investimenti militari che dovrebbe ridimensionare i timori dell’Alleanza atlantica sulla reale ampiezza del riarmo russo. Timori che invece alimentano la corsa agli armamenti dei paesi dell’est e dei paesi baltici, con aumenti annui della spesa militare che vanno dal 50% della Romania al 21% di Lettonia e Lituania al 12% della Bulgaria, con la Polonia che rimane il maggior investitore militare dell’area.

Venendo all’Europa occidentale le spese militari calano leggermente in Francia (-2%), sono tendenzialmente stabili in Gran Bretagna, mentre aumentano in Spagna (12%), Germania (3,5%) e Italia (1%), dove raggiungono i 26 miliardi di euro, ovvero l’1,5% del Pil: dato, quest’ultimo, superiore a quello di importanti alleati Nato Canada (1,3%), Germania, Olanda e Spagna (entrambe 1,2%), Belgio (0,9%).

Un aumento, quello relativo all’Italia, che rafforza la tendenza degli ultimi anni (+13 percento dal 2015) e conferma cifre e analisi dell’osservatorio MIL€X, salvo scostamenti dovuti a differenze nel metodo di calcolo. Il nostro paese rimane quindi stabilmente tra i primi 15 paesi al mondo per spesa militare, al 12° posto per la precisione.

Passando agli altri continenti, suona preoccupante per la futura stabilità della regione il dato relativo all’Africa, dove si registrano aumenti annui delle spese militari in Paesi che, tra l’altro, versano in condizioni di povertà come il Gabon (42%), il Benin (41%), il Sudan (35%), il Mali (26%) il Burkina Faso (24%) il Niger (19%) e il Ghana (15%).

Per quanto riguarda l’America Latina si registrano spese militari in crescita in Venezuela (20%) Argentina e Bolivia (entrambe 15%) e Brasile (6%). Nel contante asiatico gli aumenti più significativi si hanno in Cambogia (21%) e nelle Filippine (20%).

Discorso a parte per le spese militari delle potenze regionali Cina e India, in costante e parallelo aumento, entrambe del 5,5% su base annua. Mentre la Corea del Nord, nel 2017 particolarmente attiva nei test missilistico-nucleari prima dell’attuale fase di distensione non fornisce dati, la Corea del Sud è cresciuta del 1,7%. Stabili gli investimenti per la difesa del Giappone, alleato americano nell’area del Pacifico.