Kamikaze anti-elezioni, l’Isis comanda in Libia

Un gruppo di miliziani, tra cui due attentatori suicidi, ha colpito il quartier generale della commissione elettorale a Tripoli. Almeno 14 vittime e oltre 20 feriti. Prima di farsi saltare in aria, gli attentatori hanno avuto uno scontro a fuoco con il personale di sicurezza, riuscendo a incendiare l’edificio. Il palazzo risulta quasi completamente distrutto, e con esso i registri elettorali preparati in vista del voto che dovrebbe tenersi entro l’anno, con i dati di almeno un milione di nuovi elettori.

Per la blindata capitale del governo di Fayez al-Sarraj, sostenuto dall’Onu (e dall’Italia), si tratta di uno dei più gravi attentati dalla fine del regime di Gheddafi, simile nelle modalità all’attacco del 2015 contro il Corinthia Hotel di Tripoli, frequentato da funzionari del governo libico e dell’Onu. “Un’azione pensata per instillare sconcerto e paura, non solo in Libia, ma nei confronti di tutta la comunità internazionale”, commenta alla tv panaraba Al Jazeera l’analista politico libico Anas El Gomati, che si dice anche sicuro di come l’attentato sia riconducibile, come nel 2015, alla responsabilità dell’Isis. L’organizzazione jihadista rialza la testa per mostrare di essere ancora capace di agire e condizionare la vita politica di un Paese diviso, fragile e privo di un governo riconosciuto da tutti. In Libia sono presenti due parlamenti, quello del Tripoli e quello di Tobruk a est e il Paese rimane diviso tra l’autorità del governo Serraj e le milizie legate al generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, da poco rientrato a Bengasi dopo essere stato dato addirittura per morto mentre era in ospedale a Parigi.

“La modalità dell’attentato indica la matrice jihadista – sia essa proveniente da Isis che da Al Qaeda – e l’intento è chiaro: far deragliare le prossime elezioni”. Arturo Varvelli, ricercatore dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi) di Milano e autore di Dopo Gheddafi: democrazia e petrolio nella nuova Libia (2012) e Foreign actors in Libya crisis (2017) .

È opportuno andare al voto in un Paese dilaniato dalla guerra tra milizie? “Non sempre le urne sono sinonimo di democrazia, come dimostrano i casi di Iraq o Afghanistan. Le scorse consultazioni libiche, tenute nel 2014, hanno portato a una forte polarizzazione, non certo alla convergenza tra le parti in conflitto”, ragiona lo studioso. Affinché le elezioni siano davvero democratiche, occorrono una serie di passaggi preparatori e intermedi, che al momento non sono visibili.

Ma chi ha interesse ad andare al voto? “In particolare due importanti attori internazionali come Francia ed Egitto. Nonostante i problemi di salute, il generale Haftar, sostenuto con forza sia da Parigi che dal Cairo, è convinto di potere emergere come leader in grado di centralizzare il potere, se legittimato dal consenso popolare”, osserva Varvelli.

’Ndrangheta a Torino, i fratelli Crea al 41-bis: “Comandano ancora”

I fratelli Adolfo e Aldo Cosimo Crea, considerati dagli inquirenti ai vertici della ‘ndrangheta torinese, verranno sottoposti al regime carcerario del 41-bis. Ed è la prima volta che questo provvedimento – emesso dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria su segnalazione della Dda di Torino – viene applicato in Piemonte nei confronti di esponenti apicali di un’associazione mafiosa come la ‘ndrangheta. I due fratelli sono in carcere dal 14 gennaio 2016 in seguito all’operazione dei carabinieri denominata “Big Bang” e lo scorso maggio sono stati condannati rispettivamente a 14 anni e 10 mesi e a 10 anni e 4 mesi di carcere. Il provvedimento del 41bis si è reso necessario perché, nonostante la detenzione, i due fratelli hanno dimostrato di continuare ad esercitare concretamente la propria influenza all’esterno, in quanto ai vertici della cosiddetta locale di San Mauro Torinese. Sodalizio criminale del quale facevano parte anche altre due persone, arrestate lo scorso febbraio dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Torino. I due sono accusati, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione e trasferimento fraudolento di valori.

Parioli, metadone e la scritta: muore giovane nobile

Questa volta la droga, forse il metadone, sembra aver ucciso in un palazzo della Roma bene, ai Parioli. E sulla schiena di Giuseppe De Vito Piscicelli, 22 anni, rampollo di una nobile famiglia, c’era una scritta che almeno sulle prime ha fatto pensare ad altro: “Mi hai lasciata sola tutta la notte, mi vendicherò”. Forse solo uno scherzo, ma intanto è indagata la fidanzata del giovane.

Sarà l’autopsia, nelle prossime 48 ore, a fare maggiore chiarezza sulla morte del ragazzo, trovato esanime dalla madre attorno alle 12:20 del 1° maggio.

Giuseppe, che da quando aveva 15 anni si portava dietro seri problemi di droga – era anche stato in una comunità di recupero – aveva passato la notte con la fidanzata 23enne, anche lei in lotta contro la tossicodipendenza. La prima ricognizione sul corpo del giovane non aveva fatto emergere segni di lotta o di violenza. Dopo la serata passata insieme, quindi, la ragazza ha lasciato l’appartamento all’alba di martedì senza avvertire nessuno, motivo per il quale è stata iscritta in un primo momento nel registro degli indagati per omicidio colposo. “Un atto dovuto”, hanno specificato inizialmente dalla Procura. E infatti nel pomeriggio di ieri il reato è stato cambiato: adesso il pm Mario Dovinola, titolare del fascicolo, indaga per morte come conseguenza di un altro delitto, il reato contestato agli spacciatori quando il consumatore muore.

Vuol dire che i magistrati si stanno concentrando sul tipo di sostanze assunte dai due ragazzi. Se insomma hanno preso altre droghe oltre il metadone tali da creare un mix letale ed eventualmente chi le ha cedute. Una risposta la potrà dare, oltre l’autopsia, l’esame tossicologico. Intanto la ragazza di 23 anni è stata già sentita dai pm. Durante l’interrogatorio ha prima negato di aver realizzato la scritta, per poi affermare di averla fatta per gioco e di essere andata via credendo che il ragazzo stesse dormendo. Gli inquirenti hanno ascoltato anche i genitori della vittima. Secondo una prima ricostruzione, la ragazza deteneva legittimamente il metadone che le aveva dato il Sert e passarlo al compagno non sarebbe reato. Anche sul servizio delle tossicodipendenze si concentreranno i futuri accertamenti dei pm.

La famiglia De Vito Piscicelli, benestante e di nobili origini partenopee, si è chiusa nel proprio dolore. Il ragazzo è anche parente di Francesco De Vito Piscicelli, l’imprenditore salito agli onori delle cronache per il suo coinvolgimento nell’inchiesta sui Grandi Eventi a Roma per la nota “risata” dopo il terremoto de L’Aquila. “Un disastro totale – afferma l’imprenditore –. Un padre e una madre sconvolti. Non c’è nient’altro da dire”. Solo il 28 aprile scorso, Giuseppe aveva scritto su Facebook: “Bisogna lottare tutti i giorni, per tutta la vita, per non lasciarsi andare”. Purtroppo lui non ce l’ha fatta.

Spese pazze Cisl: acquisti per 1.300 euro in una boutique

C’è anche una spesa da 1.300 euro presso una nota boutique di via Chiaia tra le accuse di appropriazione indebita notificate a Lina Lucci (in foto), segretario della Cisl Campania fino all’ottobre 2016, raggiunta da un avviso di conclusa indagine insieme a Salvatore Denza, funzionario amministrativo Cisl. L’indagine del pm di Napoli Giuseppe Cimmarotta è nata in seguito a un esposto del commissario della Cisl Piero Ragazzini nel quale è confluito un dossier di documenti e di 45 file audio della Lucci registrata di nascosto da Denza, figura chiave dell’inchiesta che da testimone è diventato a sua volta indagato. All’ex segretario Cisl Campania la Procura contesta l’appropriazione di 206 mila euro, di cui parte utilizzata per l’affitto di un appartamento. Denza è indagato per una presunta appropriazione di 172mila euro. Lucci, difesa dagli avvocati Stile e Sepe, ha respinto gli addebiti e si ritiene vittima di ritorsioni per aver avviato “un’attività di pulizia” nel sindacato: “Ribadisco di non aver mai preso un euro senza il permesso della Cisl. Non vedo l’ora di sedermi di nuovo davanti al pm”.

Trattativa: presidente, dica qualcosa

Siamo un Paese normale? Sono trascorse due settimane dalla pronuncia con cui la Corte d’Assise di Palermo ha messo nero su bianco che lo Stato trattò con la mafia negli anni terribili dello stragismo 1992-94. I giudici hanno ritenuto provati fatti gravissimi, che hanno coinvolto non solo mafiosi ma anche uomini dello Stato ai più alti livelli, tra politici (Marcello Dell’Utri, il collante tra politica e mafia in quanto fondatore del partito che condiziona la vita politica del Paese da più di vent’anni) e vertici dei carabinieri e dei servizi segreti (i gen. Mori e Subranni, e il col. De Donno), con condanne pesantissime. Non erano dunque visionari i pm di Palermo, che hanno subìto anni di indegni attacchi, anche da parte delle istituzioni che avrebbero dovuto difenderli.

È stata una sentenza ancor più che storica, direi “epocale”. Innanzitutto perché riscrive la storia di un’epoca, definita Seconda Repubblica o “ventennio berlusconiano”, ma che va ridefinita la “Repubblica della Trattativa”, avendo stabilito che la nostra democrazia è macchiata dal peccato originale di quel patto di convivenza politico-mafioso. Un indicibile accordo con cui lo Stato si è piegato alla mafia e sull’altare del quale furono sacrificate le tante vittime innocenti di quegli anni di sangue. Uccisi dallo Stato attraverso quel patto solo per salvare una casta di politici della Prima Repubblica già condannati a morte dalla mafia se non si trovava una via d’uscita. E la via d’uscita si trovò, consacrata dal patto alla fine stipulato da B. anche grazie al silenzio complice dell’opposizione apparente. Sentenza epocale anche perché dovrebbe segnare una svolta, uno spartiacque. Basta con i patti e la convivenza con la mafia. Questo ci saremmo aspettati sentir dire dal nostro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, anch’egli vittima di mafia in un altro tragico snodo di conflitto col potere politico-mafioso (l’omicidio del fratello Piersanti, presidente della Regione Siciliana, il 6 gennaio 1980). Invece nulla.

In qualsiasi Paese al mondo una sentenza come questa avrebbe provocato un terremoto politico-istituzionale, espulsioni dalla scena politica dei protagonisti di quella stagione come B., commissioni d’inchiesta, speciali tv di informazione e approfondimento, mobilitazioni popolari di cittadini indignati a chieder conto di essere stati svenduti alla mafia a loro insaputa. In Italia non è accaduto nulla di tutto questo. Vuoto pneumatico. A parte poche eccezioni, la sentenza è stata spinta nel dimenticatoio, relegata tra le notizie minori e poi sparita. Si è incredibilmente dato più risalto e spazio all’assoluzione di Nicola Mancino, accusato di un reato minore (falsa testimonianza), e non decisivo nell’economia dell’accusa, che non alla gravità delle condanne pronunciate e il loro significato. Dimenticando che gli uomini politici devono rispondere ai cittadini, non solo alla giustizia, delle loro condotte, e Mancino era ministro dell’Interno nei primi due governi con i quali – dice la sentenza – si stava svolgendo la trattativa. Allora, è impensabile che un ministro dell’Interno possa impunemente sostenere di non averne mai saputo nulla: o mente perché ha trattato oppure deve sapere chi poteva gestirla a sua insaputa, e poi deve convincere gli italiani della sua versione. Neppure questo. Una sapiente opera di rimozione, perché gli italiani non abbiano neanche la “tentazione” di sapere.

Lo Stato, la politica, si sono già autoassolti, malgrado la condanna giudiziaria. Chi chiede verità e giustizia è un sovversivo e la sentenza di due settimane fa un incidente di percorso, da dimenticare. Non sia mai che qualche magistrato pensasse di indagare su ciò che accadde per effetto della trattativa, coinvolgendo i più alti livelli politici del tempo in complicità nelle stragi o nei favori dovuti a Cosa Nostra per il patto! Anzi, qualcuno fra un po’ tornerà a parlare di “presunta trattativa”, presunta innocente fino a sentenza definitiva. No, non siamo per nulla un Paese normale.

Bussi, il silenzio di D’Alfonso sulle denunce dei giurati

Un giudice non deve esprimere pareri su un suo processo in corso (pena la sua ricusazione) ed è inopportuno che un politico gli chieda notizie in merito. Nel processo di primo grado sulla mega discarica di Bussi sul Tirino accade l’esatto contrario. Nel 2014 il giudice Camillo Romandini si esprime sul processo – prima della sentenza – con il governatore abruzzese, Luciano D’Alfonso, che peraltro rappresenta la parte civile e il tutto avviene a cena a casa di amici comuni.

La sequenza successiva è surreale: D’Alfonso riferisce all’avvocato dello Stato, Cristina Gerardis, che riferisce ai pm titolari del processo, che convocano – in quale veste? in quale forma? – D’Alfonso in procura. Il tutto sarebbe stato derubricato a mere voci se nel maggio 2015 il Fatto Quotidiano, rivelando i retroscena di questo processo, non avesse spinto a occuparsi della vicenda la Procura di Campobasso e il Csm. La pm Anna Maria Mantini – titolare del processo su Bussi con il collega Giuseppe Bellelli – viene sentita dalla Procura di Campobasso come persona informata sui fatti: “L’avvocato dello Stato Gerardis… mi disse… che dal presidente della Regione Abruzzo aveva appreso che questi aveva avuto un incontro… con Romandini, nel corso del quale avevano avuto un colloquio sui temi del processo… Decisi di interloquire con il presidente della Regione. Questi venne presso il mio ufficio e, presente i colleghi Bellelli e Di Florio… confermò l’incontro… Disse che Romandini… dopo aver elogiato la professionalità e l’impegno sia degli avvocati, inclusa l’Avvocatura dello Stato, sia dei pm, aveva concluso assumendo che gli avvocati (della difesa, ndr) erano stati particolarmente efficaci…”. Mantini ha un presagio: “Riferii al procuratore De Siervo che non presagivo una conclusione del processo in linea con le nostre conclusioni”. Come motiva il presagio al procuratore? “Rappresentando… che… Romandini ne aveva parlato con la politica, con ciò intendendo alludere al D’Alfonso. (…) Io accennai… che un’eventuale ricusazione non era opportuna, senza far riferimento all’episodio ora descritto…”. Insomma, stando alle sue stesse parole, poiché Romandini “ne aveva parlato con la politica” e la pm Mantini, dopo la conversazione con D’Alfonso, “presagisce” che il processo non si concluderà in linea con le sue posizioni, potremmo dedurne: a) il colloquio con D’Alfonso l’ha portata a pensare che vincerà la linea della difesa; b) le parole di Romandini al Governatore, per come riferite da D’Alfonso, hanno delineato l’orientamento del giudice. Eppure Mantini e Bellelli (che conferma la ricostruzione ai opm di Campobasso) non ricusano il giudice. Bellelli dice d’essersi preoccupato ma d’aver ritenuto che “non vi fossero i presupposti di una ricusazione”. Presagi e preoccupazioni si materializzano nel dicembre 2014: la Corte d’assise di Chieti assolve i 19 imputati. Risultato poi ribaltato in appello.

Il corto circuito tra politica e magistratura però si ripete. A maggio il Fatto raccoglie le testimonianze di alcune giudici popolari: Romandini, durante una cena con loro, pochi giorni prima della sentenza, le avverte: condannando per dolo gli imputati, in caso d’assoluzione in appello, le giudici potrebbero dover risarcire i danni. Ma nessuna norma lo prevede. Per questi episodi Romandini (archiviato in sede penale) è sotto processo disciplinare. Ma dagli atti di Campobasso si scopre che dopo la sentenza – e ben tre mesi prima che il Fatto rivelasse questa storia – D’Alfonso fa una telefonata: “D’Alfonso – spiega ai pm Mantini – mi disse che un giudice popolare… doveva riferire delle cose sul processo. Replicai: ‘Presidente non vada oltre. Sono un magistrato, non ricevo comunicazioni informali né tantomeno dichiarazioni da parte dei giudici del processo’…”. Il mese dopo, interrogato come persona informata sui fatti, D’Alfonso non fa cenno all’episodio. Né i pm molisani gli chiedono nulla. Un vero peccato. Sarebbe stato interessante sapere per quale motivo D’Alfonso parlò della giudice popolare alla pm.

 

Mail Box

 

Il treno ormai è già passato ed è troppo tardi per salirci

Troppi errori dopo il 4 marzo. Ora il pericolo è dietro l’angolo. Per la prima volta dopo 40 anni ho sperato che qualcosa cambiasse sul serio.

Il parziale successo dei Cinque Stelle ha illuso molti, ma niente è cambiato, dal momento che il 32% è davvero troppo poco per cambiare.

Penso purtroppo che il treno sia passato, senza fermarsi e farci salire su, per portarci in un paese più pulito e giusto. Noi italiani siamo gente strana, e ho il timore che andando a nuove elezioni, il M5S perderebbe moltissimi voti per la percezione che ha dato (grazie anche ai media) di voler occupare a tutti i costi scranni e poltrone. Era evidente dal primo istante che tutte le altre forze politiche si sarebbero messe di traverso. E ora tutti a dire che Di Maio e il Movimento sono incapaci in tutto e per tutto. Spero di sbagliare, ma non credo. Passare da “non ci alleeremo mai con nessuno”, a “ci alleeremo con chi ci sta”, potrebbe rivelarsi un disastro.

Non capire da subito che Salvini mai avrebbe abbandonato il suo padrone, e che il Pd è saldamente nelle mani del bugiardo di Rignano, che vive per vedere il cadavere dei Cinque stelle scorrergli davanti mentre è in balia della corrente, spero davvero non si riveli un madornale errore. Torneremo nelle mani di ladri, corrotti e truffatori molto presto, temo.

Oggi preferirei che destra e Renzi (cioè la stessa roba) facessero un bel governo per massacrarci ancora un po’, e solo allora, forse, il M5S potrà farcela. Forse.

Paolo Sanna

 

Il teatrino del leghista per escludere il Movimento

L’ignobile teatrino di Salvini per fare un’alleanza di governo con Di Maio era solo una messa in scena.

Salvini non ha mai avuto nessuna intenzione di governare con i Cinque Stelle, il giochino gli è servito solo per dimostrare che il Movimento non sa fare il governo, nemmeno con il Pd. Si è servito di Di Maio e del presidente Mattarella per dimostrare che l’unica soluzione è di ritornare al voto al più presto con l’orrendo Rosatellum ben sapendo che le prossime elezioni vedrebbero un significativo avanzamento della destra tutta, a discapito del Movimento 5 Stelle.

A questo punto Mattarella darebbe l’incarico a Salvini per un nuovo governo, di centrodestra, con Berlusconi e tutti gli altri partitucoli e, magari, qualche posto di sottosegretario o presidente di qualche commissione al Pd tanto per tenerselo buono. Perpetuando così l’inciucio e tagliando fuori da ogni gioco il primo partito italiano, così come certificato dal voto: i Cinque Stelle. Si cambia tutto per fare sì che nulla cambi davvero.

Umberto Alfieri

 

DIRITTO DI REPLICA

In merito all’articolo pubblicato lunedì dal Fatto Quotidiano, si precisa che in questi anni ci siamo impegnati a costruire un dialogo continuo e una positiva cooperazione con tutti i dipendenti e a creare un ambiente attento e inclusivo nei nostri luoghi di lavoro. Il modo migliore per rendersi conto delle condizioni di lavoro nel centro di distribuzione di Castel San Giovanni è visitarlo iscrivendosi alle visite aperte al pubblico utilizzando il sito http://it.amazonfctours.com.

La nostra attività è altamente stagionale e per questo motivo sotto picco impieghiamo personale a tempo determinato che svolge una ruolo importante nel consentirci di gestire in modo affidabile e rapido le consegne durante questi periodi estremamente impegnativi.

Al di fuori dei periodi di picco, la maggior parte dei nostri dipendenti ha un contratto a tempo indeterminato. Tutti i dipendenti vengono formati per lavorare su più processi. Per garantire la rotazione tra le diverse funzioni e ci atteniamo a quelle che sono le direttive della legge italiana nonché ai più elevati standard (Ocra) in materia di ergonomia nella gestione delle attività ripetitive. Solo a Castel San Giovanni e solo nel 2017 abbiamo investito oltre 800.000 euro e organizzato circa 47.000 ore di formazione dedicate alla sicurezza.

Infine, non esiste nessun algoritmo che detta i ritmi di lavoro. Amazon è un’azienda come tutte le altre e che basa la propria attività su dati oggettivi: questo è uno degli elementi chiave su cui basiamo la nostra attività per essere certi di fornire un ottimo servizio ai nostri clienti. Gli obiettivi di produttività sono stabiliti oggettivamente e i dati vengono analizzati in forma aggregata, in base ai livelli di prestazioni precedentemente raggiunti dalla nostra forza lavoro e valutati su un lungo periodo di tempo.

Ufficio Stampa Amazon

 

Grazie per questo intervento, noi ribadiamo che tutto quanto da noi scritto ci è stato riferito da lavoratori precari, forniti da un’agenzia interinale al polo di Piacenza.

Rob. Rot.

 

 

Come già avvenuto per altri giornali, che hanno correttamente pubblicato la smentita, preciso, come certificatomi dall’Amministrazione del Senato, che avrò diritto ad un Tfr di euro 216.014 che è già stato tassato alla fonte, corrispondente esattamente a quanto da me versato in 26 anni di attività parlamentare e non la somma di euro 315.000 come si continua erroneamente a scrivere.

Carlo Giovanardi

 

Le siamo vicini nel momento della prova.

M.TRAV.

Governo. L’insostenibile agonia del Pd ancora prigioniero dello sconfitto Matteo

 

Ho subito i bombardamentidurante la Seconda guerra mondiale, ho attraversato la Resistenza e ho sofferto le SS e le Brigate Nere, sono stato minacciato dalle Brigate Rosse, quindi non sarà certo il presente a farmi paura. Ma posso ancora preoccuparmi e qualche volta indignarmi. Per esempio: tutti i partiti dichiarano di volere il bene del Paese. Anche il Pd. Allora: si può ipotizzare che sia benefico per l’Italia un governo cui partecipi la Lega, e magari anche Berlusconi? Nei programmi del Pd ci sono cose banali: ma meno banale mi pare essere l’atteggiamento dell’ex (o almeno così formalmente si dichiara) segretario del Pd e dei suoi ancora troppo numerosi seguaci all’interno del partito. Ha fatto di tutto perché il M5S vada a braccetto della Lega a formare un governo a orientamento sovranista. La netta chiusura, accompagnata dalla solita strafottenza narcisistica renziana, a qualsiasi tentativo almeno di accordo su alcuni punti condivisi (e ve ne sono più d’uno) ha creato questo pericolo: se non si è verificato sinora, è solo perché Di Maio si è impuntato a non voler avere a che fare con Berlusconi.

Chissà se Renzi è dello stesso avviso, ne dubito, anche perché, qualche giorno fa, un suo adepto ha pubblicamente dichiarato che con il Delinquente si può trattare, ma con i Cinque Stelle no. Per chi dovrò votare alle prossime elezioni? Ho qualche perplessità a continuare a dare il mio voto a un partito che non è stato capace di sbarazzarsi una volta per tutte di un segretario che lo ha portato alla rovina e che continua a imperversare come fosse ancora in carica.

Avv. Eugenio Calvi

 

Purtroppo, caro Calvi, la strafottenza narcisistica di Renzi, secondo la sua scintillante definizione, si alimenta di tatticismi e ambizioni personali che finiranno per distruggere ancora di più il povero Pd. Potremmo stare qui a fare l’elenco delle catastrofiche sconfitte dell’ex Rottamatore. Oppure analizzare le debolezze della classe dirigente democratica che adesso gli si oppone dopo averlo accolto con palme e ulivi come Gesù a Gerusalemme. Il problema che invece sta emergendo in questi giorni è un altro, mortalmente preoccupante per le sorti di quello che fu un grande partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria. Renzi non solo non se ne va e impone la sua linea, ma è entrato in modalità rivincita. Convinto della volatilità del voto da un’elezione all’altra, il “senatore” di Rignano cova forti sentimenti di vendetta. Di qui il rischio fatale del Pd, costretto a morire renziano e a perdere altri elettori come lei. Un suicidio doloroso.

Fabrizio d’Esposito

Antichi riti: Alesina, Giavazzi e la correlazione spuria

Lo diciamo con piacere: tornano in auge religioni quasi dimenticate. Dopo i fasti di Monti, per dire, c’è nuovo interesse attorno alla tribù dei “taglia oggi che cresci domani”. Sul CorSera, per dire, due vecchi sacerdoti di questa setta, gli economisti Alesina e Giavazzi, hanno vergato un omaggio all’antico rito della “correlazione spuria”, sacro ai “tagliacrescisti” e che consiste nel concatenare i fatti così, a cazzo. Ha scritto il duo: “Fra il 2010 e il 2014 il governo di Madrid ha tagliato la spesa pubblica un po’ più dell’1% del Pil ogni anno. Oggi la Spagna cresce al 3%, il doppio di noi”. La Spagna oggi cresce il doppio di noi, vero, mentre c’è più di un dubbio che abbia tagliato l’1% nominale di Pil per 5 anni, anni in cui – peraltro – era in recessione! In termini di conti pubblici l’Italia è più “virtuosa” della Spagna, che ha sempre avuto un deficit più alto e mai un avanzo primario: Madrid, insomma, ha “spinto” la sua crescita. Questo tipo di semiserie pratiche religiose hanno però un difetto: finiscono per influenzare le menti più deboli. Si lamenta, ad esempio, il grillino Carlo Sibilia: “Questa è l’eredità di Padoan: nel 2017 i costi della P.A. hanno raggiunto i 708,2 miliardi contro i 674,36 del 2013. Mentre la spesa sanitaria sul Pil incide per il 6,6% contro una media Ue del 7,2%”. Tradotto: le spese della P.A. in termini reali sono pressoché ferme, ma Sibilia voleva tagliarle; però voleva pure aumentare la spesa sanitaria, che è un sottoinsieme della prima. Peraltro, al netto degli interessi sul debito, anche la spesa della P.A. è inferiore alla media Ue.

Dopo il 4 marzo tutto cambia ma niente cambia

Ricordate le elezioni del 4 marzo? M5S primo partito con oltre il 32% dei voti, centrodestra prima coalizione, con boom della Lega sopra Forza Italia, tracollo del Pd, al minimo storico con milioni di voti persi per strada. Todo cambia. Di Maio e Salvini appaiono i leader del futuro, Berlusconi e Renzi ormai finiti: vecchio e giovane leone (nel senso di predatori), separati solo dall’anagrafe e dai tempi di caccia (20 anni l’uno, una stagione l’altro), accomunati nel tramonto. Loro, che avevano fatto fiorire il Rosatellum per potersi lanciare il bouquet dopo il voto, saranno solo testimoni – si pensava – portando gli anelli nuziali a Gigi e Matteo. Clic.

Riaccendiamo la luce a 2 mesi dal voto: nessun governo e M5S in difficoltà, come testimonia il calo in sondaggi e Regionali. Chi, avendo vinto, poteva/doveva – come la ragazza più bella della festa – dettare le sue condizioni vedendo chi ci stava, s’è messo a inseguire quelli che dovevano corteggiarlo, sballottando il suo elettorato tra prospettive distanti anni luce, dal governo con la Lega a quello col Pd. Con conseguente altalena di emozioni da sindrome bipolare.

Acciaccato Di Maio, ma non Salvini. Sdoganato come statista dalla mejo sinistra dei Cesaroni (la Lega è pur sempre sistema politico noto, non costringe a fare i conti con i propri fallimenti e anzi, riconoscerle dei meriti pur nell’alterità fa tanto provocatorio e anarcoide), l’uomo “di ghisa” prima ha scippato il ghe pensi mi berlusconiano poi, quando ha capito che non quagliava, che il decisionismo del “governo in 15 minuti” stava pure venendo a noia nella sua inconcludenza, soprattutto quando ha focalizzato che B. poteva pure farlo uscire a bere una birra, ma poi doveva tornare a casa se no erano guai, è tornato ad Arcore. Meglio essere primo in coalizione che secondo tra partiti, soprattutto meglio un crodino oggi della cicuta domani. Già perché B., dato per morto, si conferma imperituro e nonostante condanna e decadenza, nonostante la sentenza su Dell’Utri sulla trattativa Stato-mafia, nonostante dica tutto e il contrario di tutto – “I 5S non conoscono l’abc della democrazia”; “Mai posto veti ai 5S”; “Sono un pericolo, meglio il Pd”; “Mai detto meglio il Pd”… – continua a essere, complice l’informazione dominante, un “responsabile” e “moderato”, che può evocare Hitler per i grillini, ma guai a dargli del “male assoluto”. Altro che “7 vite come i gatti”, ormai il proverbio è “20 vite come Berlusconi”!

Infine Matteo Renzi da Rignano, col suo cha cha cha dei finti passi indietro (per ognuno ce ne sono due in avanti). Ha lasciato credere ai dem di essere liberi, così si sono agitati – chi a favore dell’accordo coi 5S, chi “andiamo a vedere le carte”, chi “mai con loro” – e poi, da ex (leader, segretario, premier) e attuale “senatore semplice” di Scandicci, è andato nella “sua” Rai a dettare la linea: sì a incontrare Di Maio in streaming, ma nessuna fiducia (“Sediamoci al tavolo e bocciamo il governo”, ha riassunto Orfini, confermando che anche un orologio rotto due volte al giorno segna l’ora esatta).

Affossata la Direzione in 15 minuti tv (altro che Salvini), l’ex-tutto ora senatore ha anche indicato il futuro: un bel governo per le riforme.

Arieccoci. Nada cambia.