Un Paese che teme il voto non può dirsi democratico

È il caso che anche noi, nel senso del sistema dell’informazione, si faccia un po’ di autocritica per il livello, disarmante, del dibattito pubblico. Le ultime sciocchezze che occupano i giornali e i siti riguardano le “regole”, improvvisamente assurte al rango di oggetto sociale di un nuovo esecutivo che “scongiuri il voto”. Cioè: siccome non si riesce a fare un governo politico, ci propinano di nuovo la bufala del sistema che non funziona. E che per riscrivere le regole serve un nuovo esecutivo. D’accordo, siamo stati male abituati negli ultimi decenni: tutte le riforme di sistema sono state d’iniziativa governativa. Ma le regole sono materia parlamentare per eccellenza: dire che bisogna fare un governo con tutti dentro per riscrivere le regole è una truffa. In campagna elettorale mai si è parlato di riforme, i partiti si sono spesi in proposte politiche, ricette economiche soprattutto. Nessuno ha mai detto: se poi non si riesce, allora facciamo una bella riforma istituzionale. La quale serve solo a giustificare la nascita di un governo purchessia. Abbiamo qui più volte scritto che la revisione dei regolamenti del Senato ha raggiunto alcuni degli obiettivi che la riforma Boschi diceva di porsi (in realtà incasinando molto il sistema). Potrebbe, per cominciare, farlo anche la Camera dei deputati.

È auspicabile poi che il presidente della Repubblica rifletta bene sulle conseguenze che avrebbe somministrare al Paese l’ennesimo “governo non eletto”. Ci scusino i signori che nei talk show parlano per frasi mandate a memoria, se ci permettiamo di usare una formula scorretta: sappiamo come funziona un sistema parlamentare, abbiamo letto la Costituzione. Ma il punto è che un altro governo tecnico o di unità nazionale o delle larghe intese non solo sarebbe una presa in giro dei cittadini (che votiamo a fare?), ma anche una sconfitta della politica. Alla manifestazione del primo maggio, Susanna Camusso ha detto (ed è in ottima compagnia) che l’Italia non si merita un’altra tornata elettorale. “Mi sembra che il Paese non si meriti il voto in autunno, non ci si avvicina ai problemi del Paese continuando a invocare il voto: servono cose concrete. Mi pare che ci sia una responsabilità che le forze politiche devono assumersi, devono decidere su quale programma governare”. È vero certo, ma qui purtroppo abbiamo a che fare con una classe dirigente inadeguata, infantile, opportunista. Gente che intende la “responsabilità” come un salvagente per non annegare, e si tiene ben lontana dal concetto di responsabilità politica. Infatti i governi tecnici, o in qualunque modo li si voglia chiamare, servono prevalentemente ad attuare politiche che i partiti non vogliono vedersi imputare. Tira una brutta aria, un 2013 atto secondo. Ma certi cammini si sa quando cominciano e non si sa quando finiscono: potremmo beccarci altri cinque anni di governo “irresponsabile”, magari tenuto a galla da qualche “ineludibile” riforma. Tutto questo è francamente meno augurabile di un ritorno alle urne. Certo sarebbe meglio che i partiti facessero uno sforzo di maturità, visto che questa legge elettorale (ora disconosciuta da tutti) in Parlamento l’hanno votata loro. Ora dicono che bisogna cambiarla, attenzione, perché non c’è una maggioranza. Detto che il Rosatellum va modificato perché fortemente sospettato di incostituzionalità, non è per nulla scontato che un altro voto dia nuovamente lo stesso risultato. E soprattutto, un Paese che ha paura del voto dei suoi cittadini, dove è lecito qualunque compromesso pur di non votare, non è una democrazia sana.

Strategie vincenti per una fine sicura

Il Pd fa sempre tesoro degli insuccessi: del resto c’è abituato. È accaduto anche dopo la Waterloo del 4 marzo. Da quel giorno gli statisti renziani hanno partorito strategie mirabolanti, grazie alle quali il Pd ripartirà di gran slancio. Verso il disastro.

Harambee. In Kenya è un incitamento che sta per “Oh, issa!”. Nel Pd è la corrente guidata dal Matteo meno irrisolto del partito, cioè Richetti. Il quale, seguendo logiche tutte sue, è convinto che con un nome così ci sarà la ressa per votare Pd. Come no: han già transennato i seggi.

Towandadem. Non è una tribù di tardivi nativi americani, ma il grido di battaglia dell’ex senatrice Francesca Puglisi. Towanda fa riferimento alla protagonista di Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, “vendicatrice degli oppressori”. L’attrice è quella stessa Kathy Bates famosa per il ruolo, oltremodo rassicurante, della fan violenta di Misery non deve morire: quel che si dice la testimonial giusta.

“Ripartiamo dalle donne”. Lo pensa sempre la Puglisi, ma non solo lei. L’idea, di per sé, vuol dire tutto e niente. Se la donna è Nilde Iotti, magari. Se la donna è la Boschi, meglio l’Armagedddon. La Puglisi ha fatto anche tre nomi: Mogherini, Pinotti e Serracchiani. Auguri.

“Senza di me il diluvio”. Non l’ha più o meno detto (solo) Renzi, ma la Serracchiani. A Otto e mezzo, l’arrembante Debora ha avuto il coraggio di dire che in Friuli Venezia Giulia il Pd ha perso male perché lei non si è ricandidata. La cosa incredibile è che non scherzava. Mica l’ha ancora capito, che Fedriga ha stravinto proprio grazie ai disastri della Serracchiani come governatrice. È proprio vero: se non sono del tutto sganciati dalla realtà, Renzi non li vuole.

“Un’altra riforma costituzionale, please”. Appunto: due mesi dopo il 4 marzo e un anno e mezzo dopo il 4 dicembre, Renzi è ancora lì che straparla di riforme, semipresidenzialismo, doppio turno e tapioche prematurate. In confronto a lui, Russell Crowe in A Beautiful Mind aveva un deficit di fantasia.

“Gli elettori ci hanno detto di stare all’opposizione”. Anche questa è di Renzi, che evidentemente ritiene che il suo elettorato sia così masochista da votare un partito per farlo perdere. Non è che gli elettori han votato per non andare al governo: è che alla fine erano così pochi che stare all’opposizione è diventato per Renzi l’alibi perfetto per portare via il pallone e sperare gli altri muoiano tutti. Magari sotto un meteorite scagliato da Nardella.

“Visto? Con me Fazio ha fatto il 22.5%”. Così Renzi si è bullato con gli amici per lo share di Che tempo che fa. Detto che magari quella cifra avrebbe dovuta farla il 4 marzo e non domenica scorsa su RaiUno, la sua vita sembra ormai quella di uno che vuole ogni giorno riscrivere a tutti i costi i confini della poraccitudine. Riuscendoci.

“È colpa di chi ha votato no al referendum, di Gentiloni e di Mattarella che non ci ha fatto votare in una delle finestre del 2017”. Anche questo è sempre Renzi: lo riconoscete perché, quando parla lui, il livello di cazzate va proprio fuori scala.

#senzadime. Uno dei tanti hashtag da asilo nido partoriti dalla peggiore “classe dirigente” di sempre. Anzaldi, Ascani, Gozi, Morani eccetera. Sia loro lieve l’inconsistenza.

La vendetta di Gentiloni. È la “speranza” degli “oppositori interni” a Renzi, la cui conclamata inconsistenza fa sì che persino uno come Renzi, che non ha mai avuto doti significative e che negli ultimi anni è riuscito persino a peggiorare, faccia ancora il bello e il cattivo tempo nel Pd.

“Facciamo come Macron”. Cioè un partito tutto di renziani. Idea coraggiosa. Poi però a Renzi non lo voterebbero più gli “abitudinari del partito”, ovvero i Serra, gli Augias, gli Zucconi e gli ex friggitori di gnocco fritto alle Feste de l’Unità. E Renzi scoprirebbe d’esser quello che politicamente è: niente.

“Di Maio è uguale a Salvini”. Così parlò Orfini, che a sua volta è uguale al tipo di Amica Chips e pure al Fabris di Compagni di scuola. Però non diteglielo o si adombra.

“Siamo alternativi a Di Maio e Salvini”. L’ha detto Rosato. Che, giustamente, non ha inserito Berlusconi tra i politici alternativi al Pd.

“Dobbiamo dialogare col M5S”. L’ha detto Emiliano, che nel Pd conta meno di Rog nel Napoli.

“Se il Pd fa l’accordo con il M5S, io me ne vado”. L’ha detto Calenda, e la cosa straordinaria è che mentre lo diceva credeva davvero che a qualcuno interessasse.

Dopo il disastro del 4 marzo, il Pd poteva fare autocritica. Ascoltare gli atti d’accusa dei Peppe Provenzano. Ripartire da capo. Macché: meglio dissolversi del tutto. Meglio insistere con Renzi, che in effetti resta di gran lunga il miglior curatore fallimentare su piazza.

“Mentì sui conti”: investitori chiedono i danni a Saipem

Si allunga la fila di fondi che chiedono i danni a Saipem per non aver correttamente informato il mercato e per aver ritardato il profit warning che nel gennaio 2013 provocò il tracollo del titolo, bruciando in una sola seduta di Borsa 4,5 miliardi di euro. Nel dicembre scorso, emerge dal bilancio della società, 141 investitori istituzionali hanno chiesto di essere risarciti per “un importo non specificato” a causa di “asseriti ritardi nell’informativa al mercato”. Domande che si aggiungono a quelle presentate da oltre 60 investitori per 343 milioni. Salgono così a più di 200 i grandi investitori che hanno chiesto i danni a Saipem per non aver detto la verità sui conti. La società (oggi l’assemblea per il nuovo cda), ha respinto le richieste. Parte di questo contenzioso è sfociato in due cause civili. Nel 2013 la Consob ha imposto a Saipem di rettificare il bilancio 2012, appesantendolo con 245 milioni di euro di extra-costi, e ha multato la società per aver ritardato il profit warning del gennaio 2013. Su questi fatti la Procura di Milano ha da poco chiuso un’inchiesta per aggiotaggio e falso in bilancio che vede coinvolti la società, tre ex ad e due ex dirigenti. La Consob ha contestato a Saipem il bilancio 2016.

La prof: “Concorso irregolare? È falso”

Nella coscienza di avere agito in modo trasparente e di avere fatto una scelta di merito, rimane un’amarezza. Da questa segnalazione traspare una sofferenza per una situazione dell’università italiana che ha escluso di fatto una o due generazioni di studiosi dal reclutamento. Ne sono consapevole e molto mi dispiace, ma non ne sono responsabile nel mio ruolo di componente della commissione”: si conclude così la risposta di Daniela Manetti, ordinario di filologia classica all’università di Firenze. Il Fatto, martedì, ha raccontato la segnalazione dell’Osservatorio Indipendente per i Concorsi Universitari, composto da docenti, ricercatori e aspiranti ricercatori di diversi atenei. Rilevavano che la vincitrice del concorso indetto per un posto da ricercatore a tempo determinato in filologia classica era una assegnista di ricerca per un progetto di cui la professoressa Manetti era responsabile e si riferivano, a supporto, a una delibera Anac sui conflitti d’interesse.

L’ateneo aveva replicato, invitato a fare ricorso al Tar chiunque si fosse sentito leso e sottolineato che finora il Consiglio di Stato aveva individuato come conflitto d’interesse solo la co – autorialità nella quasi totalità delle pubblicazioni di uno dei candidati. “Situazioni ben diverse dal rapporto fra il direttore di una singola ricerca e un’assegnista, parte del ruolo istituzionale di qualunque docente – ricercatore”, spiega la Manetti ”. La candidata, poi, è all’università di Firenze da un anno e ha avuto assegni di ricerca in altri atenei. Manetti replica su altri punti, dal numero dei candidati, diverso tra primo verbale e relazione riassuntiva (“un candidato si è ritirato, come risulta dai verbali delle riunioni che l’Università, come molte altre, non pubblica per intero, ma gli Atti sono accessibili su richiesta” a quello degli ammessi (“Basta leggere il bando…la commissione poteva ammetterne 6 ed è quello che ha fatto”) fino ai motivi dell’esclusione (“Sono registrate nei verbali: anche qui l’Università, suppongo per la difesa della privacy, pubblica solo i giudizi sugli ammessi (ma si può accedere agli Atti)”. L’abilitazione scientifica non è fra i requisiti richiesti, “ma il fatto che la candidata l’abbia nel frattempo acquisita dimostra che aveva tutti i parametri richiesti in termini di ampiezza di produzione, luoghi di pubblicazione, titoli e curriculum, cosa che viene messa in dubbio da un riassunto delle sue pubblicazioni a dir poco errato(…)”. Il resto è diritto autonomo di valutazione della commissione giudicatrice. “Infine – conclude Manetti -, l’unico dato menzionato sull’età è quello della vincitrice (indicata come giovane, il che sembra ritenuto un elemento negativo): i candidati avevano in effetti un range di età ampio, dal 1964 al 1990. Compararli implica (e questo è noto, come il che la quantità non fa automaticamente la qualità) che il numero assoluto di pubblicazioni e titoli deve essere rapportato alla durata della carriera, perché la comparazione sia il più possibile corretta”.

Presidi, scuole scoperte a settembre: è realtà

Si sapeva da tempo, fin da quando a giugno la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli aveva ipotizzato incarichi transitori per colmare i vuoti che, a settembre, saranno lasciati dai dirigenti scolastici che andranno in pensione e causati dal fatto che il concorso per i nuovi non sarà ancora concluso. Lo slittamento della prova preselettiva per accedere al concorso, passata dal 29 maggio al 23 luglio, in pratica non cambia molto la crisi. Al massimo la conferma e sottolinea che, al momento, non sembrano esserci soluzioni. Neanche quelle ipotizzate su una possibile fase di transizione.

I numeri sono questi: nell’anno scolastico in corso, almeno 8.160 istituti avevano diritto ad avere un dirigente scolastico, a cui se ne aggiungono 360 che, per le dimensioni, vanno affidati a un preside in reggenza (ovvero a un dirigente che ne ha già affidati un altro o altri). I dirigenti scolastici in servizio, però, sono circa 6mila e quindi ci sono state oltre 2mila reggenze. La situazione dovrebbe aggravarsi con le 200- 250 pensioni previste a settembre. Il concorso dovrebbe perciò reclutare 2.425 dirigenti scolastici, di cui nove destinati alle scuole con lingua di insegnamento slovena e con insegnamento bilingue sloveno-italiano in Friuli Venezia Giulia. Si tratta di una procedura organizzata su base regionale (i presidi vengono infatti immessi nei ruoli regionali) ed è previsto, per i vincitori, un corso di formazione nazionale che dura due mesi (e che prevede 2.900 posti). Anche con una preselettiva a maggio, sarebbe stato impossibile che tutto fosse concluso a settembre. “Oggettivamente rischiamo di andare incontro a un’emergenza e ci stiamo lavorando seriamente – aveva detto la Fedeli quasi un anno fa, di fronte a un ritardo ormai conclamato – I presidi hanno drammaticamente ragione, purtroppo il concorso ha incontrato delle difficoltà”. Da allora, poco è cambiato. Anzi, nulla.

Tim, la Cdp in difficoltà sul duello Vivendi-Elliott

Sull’assemblea dei soci di Telecom Italia (Tim) che domani dovrà eleggere il nuovo consiglio d’amministrazione è calato un clima surreale. I due contendenti, l’attuale azionista di controllo Vivendi e il fondo americano Elliott, hanno raggiunto un perfetto accordo sui piani industriali per l’azienda telefonica italiana e sulla fiducia al management guidato dall’amministratore delegato israeliano Amos Genish. La conta sarà solo sulla scelta dei membri del nuovo consiglio d’amministrazione.

L’evoluzione delle ultime ore ha messo in difficoltà la Cdp (Cassa Depositi e Prestiti) che tre settimane fa ha speso circa 800 milioni – presi dal risparmio postale affidatole – per acquistare il 4,8 per cento delle azioni Tim. Nelle intenzioni del governo, che ha autorizzato la singolare operazione con una lettera formale del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il pacchetto di azioni della Cdp avrebbe dovuto pesare in modo decisivo nell’assemblea a favore della lista Elliott – ispirata dall’ex numero uno dell’Eni Paolo Scaroni e con il suo successore all’Enel e sodale Fulvio Conti, candidato presidente. A ventiquattro ore dall’assemblea, invece, Cdp non ha ancora detto come voterà.

Elliott aveva proposto al voto dei fondi d’investimento una strategia sulla rete telefonica di fatto condivisa con il governo: separazione con creazione di una società ad hoc, quotazione in Borsa e fusione con la Open Fiber, rete pubblica alternativa in via di realizzazione con i capitali di Enel e Cdp. La strada indicata sembrava quella dello scivolamento della rete telefonica verso un controllo pubblico di fatto, e comunque verso uno status di neutralità rispetto agli operatori in concorrenza, sul modello di Terna per il mercato elettrico.

Il colpo di scena è arrivato lunedì, quando Elliott ha distribuito un documento in cui è scritto chiaramente: “Crediamo che Tim debba continuare ad avere il controllo della rete”. (La frase originale, per gli appassionati del gergo, suona così: “We believe ServiceCo should continue to control NetCo even after structural separation”). La mossa del fondo americano ha una spiegazione. Domenica scorsa il Sunday Telegraph ha pubblicato un’intervista a Genish, descrivendolo nel titolo “pronto a dimettersi” (ready to quit) in caso di vittoria di Elliott. Il titolo è stato definito dall’ufficio stampa di Tim “equivoco”, ma nel testo, che Genish non ha smentito, è lui stesso a definire la sua convivenza con l’azionista Elliott untenable, che significa “insostenibile”, ma secondo esegeti più accomodanti vorrebbe dire “difficile”.

Entrambi gli schieramenti ammettono che la sortita di Genish può spostare i voti dei fondi verso Vivendi e mettere in difficoltà Elliott. Per questo il fondo americano si è affrettato a rassicurare i fondi confermando piena fiducia a Genish e al suo piano per tenere il controllo della rete. Ricordiamo che gli uomini di Vincent Bollorè si presentano in assemblea con il 24 per cento, Elliott con il 9, Cdp con il 5 scarso. I fondi si dovrebbero presentare con il 20-25 per cento complessivo, per cui è probabile che il voto di Cdp possa risultare decisivo.

Proprio per questo risulta inspiegabile la condotta di Cdp, che coinvolge la responsabilità del governo Gentiloni. Il presidente Claudio Costamagna, all’inseguimento di un nuovo mandato nell’assemblea Cdp di metà giugno, si comporta come se la Cassa fosse sua. Ha comprato il 4,8 per cento delle azioni di Tim ma non dice quanto le ha pagate, rimandando per l’informazione al bilancio 2018 che sarà pubblicato tra un anno. E non dice per chi voterà all’assemblea di domani, nella quale non è neppure prevista una dichiarazione di voto di Cdp, per cui i contribuenti, essendo il voto segreto, dovranno dedurre dal risultato la scelta del governo.

L’imbarazzo è peraltro comprensibile. Essendo venuta meno ogni distinzione di strategia tra i due contendenti, la Cdp si trova ad aver speso circa 800 milioni di euro per pesare in una contesa di potere tra due azionisti stranieri, in cui è difficile spiegare in che modo l’uno o l’altro garantiscano meglio gli interessi nazionali, se non in base a simpatie personali dello stesso Costamagna o di questo o quel membro del governo.

Chiude la società dello scandalo dati: “Persi troppi clienti”

Cambridge Analytica non ha retto allo scandalo e ha chiuso i battenti, a causa della perdita di troppi clienti negli ultimi mesi. Lo ha rivelato la stessa società in una nota, in cui ha dichiarato anche l’avvio della procedura d’insolvenza in Gran Bretagna.

L‘azienda britannica di consulenza è stata al centro dello scandalo per l’utilizzo illegale dei dati ottenuti con Facebook. Fondata nel 2013 dall’imprenditore statunitense Robert Mercer, la società ha elaborato degli algoritmi in grado di sfruttare i dati per creare dei profili degli utenti, sulla base delle loro abitudini, gusti e personalità. Riuscendo in questo modo a indirizzare pubblicità personalizzate, ma anche – secondo l’accusa – a influenzare con campagne mirate il voto durante il referendum sulla Brexit e le elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Per riuscirci veniva utilizzata anche un’applicazione, una sorta di gioco psicologico, creato dal ricercatore Aleksandr Kogan. Serviva per raccogliere, in maniera illegale, i dati non solo di coloro che avevano accesso all’app ma anche dei loro amici. Tutte queste informazioni erano poi sfruttate da Cambridge Analytica per profilare gli utenti.

Fabebook si fa sexy per raccogliere più dati

“La app di appuntamenti di Facebook sta finalmente rendendo sexy l’invasione della privacy”: il titolo di un articolo del Guardian è quanto meglio sintetizza la novità comunicata martedì dall’amministratore delegato e fondatore del social network, Mark Zuckerberg. Ha annunciato, aprendo la conferenza annuale degli sviluppatori, il lancio della nuova funzione di dating, di incontri online. Ha spiegato che “è destinata a costruire relazioni autentiche e durevoli, non solo di una serata”. Ha scherzato e ha dato qualche numero: circa 200 milioni dei 2 miliardi di utenti sono celibi o nubili. Vuoi che l’anima gemella non sia tra questa folla?

Zuckerberg non ha precisato se il nuovo servizio sarà a pagamento, ma ha sottolineato che si potrà creare un “profilo di incontro” separato dal profilo Facebook e che i possibili partner saranno suggeriti sulla base dei dati di questo nuovo profilo. Una stoccata a Tinder, la più famosa tra le app per incontri. Dopo l’annuncio, Match Group (che che detiene Tinder, Match, PlentyOfFish, Meetic, OkCupid, ovvero le maggiori applicazioni per gli incontri negli Stati Uniti) è crollato a Wall Street del 17%.

Dal palco, il fondatore fa la rassegna pubblica di tutti gli errori compiuti dal social network negli ultimi anni e lancia un nuovo strumento, Clear History, che permetterà di conoscere e cancellare le informazioni lasciate sulle app, sui siti web e nella stessa Facebook. Con una postilla: “Per essere chiari, cancellare i cookie dal browser può peggiorare l’esperienza che avete online. Lo stesso accadrà in questo caso”, ha specificato Zuckerberg in un post.

Ma come farà il social network a far incontrare due anime gemelle e, oltretutto, ad abbinarle in modo tale da garantire loro un’intesa duratura? La risposta va cercata prima di tutto nella reazione dell’amministratore delegato di Match Group, Mandy Ginsberg, che ieri si è prima detta lusingata che Facebook vedesse il potenziale commerciale degli appuntamenti online e poi ha poi fatto una domanda allusiva: “Siamo sorpresi della tempistica, data la quantità di dati personali e sensibili che vengono forniti con questo territorio”. Infine, la guerra: “Continueremo a deliziare i nostri utenti attraverso l’innovazione del prodotto e l’attenzione incessante al successo della relazione. Comprendiamo questa categoria meglio di chiunque altro”.

A settembre, una giornalista francese aveva chiesto alla app di incontri Tinder tutte le informazioni che aveva su di lei. Le avevano inviato 800 pagine di risultati. Gran parte provenienti da Facebook, un’altra parte dal suo comportamento all’interno della app. “La app conosce le parti più ingloriose di me”, scriveva la giornalista. Pensare che anche un solo dipendente di Tinder potesse aver visto quelle pagine la “faceva rabbrividire”. Quando aveva chiesto all’azienda cosa se ne facesse di quei dati (ovviamente destinati anche al mercato pubblicitario) le era stato risposto che servivano a ottimizzare il servizio e a personalizzare le esperienze degli utenti in tutto il mondo. Alla domanda “e come fate a ottimizzarlo?” ovvero a garantire corrispondenze più efficaci, Tinder si era rifugiato dietro al segreto industriale.

“Impressiona che in una situazione così delicata, dopo Cambridge Analytica, Facebook alzi la posta – spiega Luca Bolognini, presidente dell’Istituto italiano per la Privacy – e che lo faccia sul terreno più sensibile: il dato sull’orientamento e sulla vita sessuale delle persone”.

Per Bolognini non deve stupire: “Facebook è fatto di dati quindi è su questo che scommette. Inoltre mira ad essere un grande player della realtà aumentata, in cui sta facendo importanti investimenti: quale migliore applicazione se non le relazioni?” Per ora, però, la funzione prevede solo scambio di messaggi di testo: niente immagini né video. Restano i dati: “Con occhio clinico, occuparsi di dating online significa che la presenza di determinati dati nei server di Facebook sarà giustificabile per il servizio reso, di cui Facebook è autorizzato a fare da intermediario”.

Le future norme sulla privacy, a partire dal regolamento europeo, renderanno sempre più difficile profilare dati sensibili “salvo che non siano richieste per determinati servizi – dice Bolognini -. In quel caso diventano esecuzione del contratto con l’interessato per un servizio esplicitamente richiesto”. E per fare in modo che la storia duri, ci sarà bisogno della maggior compatibilità possibile. E quindi del maggior dettaglio informativo possibile.

Bilancio dell’Ue: il Sud Italia rischia di perdere 7 miliardi

Il bilancio europeo per gli anni 2021-2027 proposto ieri dalla Commissione europea di Jean Claude Juncker rischia di sconvolgere il Sud Italia: aumenta la spesa per gestire i migranti – triplica fino a quasi 33 miliardi in tutta l’Unione, parte di quei soldi finiranno sicuramente sulla sponda del Mediterraneo – ma c’è un taglio del 5 per cento alle politiche di coesione, quelle che devono finanziare lo sviluppo delle zone più arretrate.

Non c’è nulla di definitivo, il negoziato vero comincia ora, i leader dei 27 Stati membri dovranno poi approvare all’unanimità il primo bilancio dell’Ue senza la Gran Bretagna, la cui uscita è prevista nel 2019. Proprio l’addio di Londra ha innescato una serie di revisioni inevitabili delle poste di bilancio, sia dal lato delle entrate sia delle spese. I tagli sono concentrati su due voci che si stanno riducendo da diversi cicli di bilancio: gli aiuti all’agricoltura (sussidi che interessano soprattutto alla Francia) e coesione (investimenti per la crescita in zone svantaggiate).

Le priorità indicate da Juncker sono chiare: gli investimenti su rete e digitale salgono di nove volte, a 12 miliardi (sono tutte cifre per 27 Paesi e sette anni), 30 miliardi vanno al programma Erasmus+ (studio, formazione e volontariato all’estero), triplica la spesa per la gestione delle frontiere e dei migranti, passa da 13 a 33 miliardi di euro che serviranno anche per assumere 10.000 persone.

Per il Sud Italia il problema si prospetta serio: al 31 ottobre 2017 erano stati impegnati 93,6 miliardi per 950.000 progetti in Italia, quasi tutti nel Mezzogiorno. Ma le risorse complessive per il ciclo di bilancio 2013-2020 per l’Italia ammontano a 140 miliardi, cifra che comprende sia i fondi europei che quelli nazionali che li devono integrare (così da evitare che il finanziamento Ue sostituisca la spesa dello Stato membro invece di integrarla). Una riduzione del 5 per cento dei fondi europei di coesione innesca un taglio equivalente di quelli in cofinanziamento. Morale: 7 miliardi in meno di spesa destinata al Sud in sette anni.

Il governatore della Campania, Vincenzo De Luca (Pd) stima di dover rinunciare a 370 milioni in sette anni, “sarebbe una penalizzazione insostenibile per una regione che vive già drammatiche situazioni occupazionali e sociali”. Il ministro per la Coesione territoriale, Claudio De Vincenti (Pd), invece esulta addirittura: “Prendiamo atto che, grazie alla battaglia che l’Italia ha condotto a difesa delle politiche di coesione, la proposta di bilancio della Commissione ridimensiona al 5 per cento il taglio dei fondi rispetto alle ipotesi iniziali che arrivavano fino al 30”. Anche il ministro delTesoro Pier Carlo Padoan (Pd) approva: il piano della Commissione “risuona delle proposte italiane”.

La battaglia politica in realtà è appena cominciata, anche se l’Italia – priva di un governo nella pienezza dei suoi poteri – non è nelle condizioni migliori per combatterla, a differenza della Francia di Emmanuel Macron che difenderà i fondi all’agricoltura e incassa il successo diplomatico sulla difesa. I fondi per gli investimenti militari – di cui beneficerà anche l’italiana Leonardo ma soprattutto i colossi franco-tedeschi – salgono a 13 miliardi

Il bilancio vale nel complesso 1.279 miliardi di euro in sette anni al netto dell’inflazione. Si può negoziare ancora su quanto di quei soldi arriverà in Italia. Di sicuro i nostri versamenti aumenteranno. Come titola il giornale online Politico.eu, questo sarà “un budget più grande per un’Europa più piccola”. Il tetto ai versamenti di un singolo Paese salirà dall’1,20 per cento del reddito nazionale lordo europeo all’1,29. E siccome l’Italia è un contribuente netto – versa più di quanto riceve – dovremo pagare di più. Ricevendo meno, per i tagli alla coesione.

Raggi a produttori e registi: “Un’agenzia dedicata e nuovi set”

Il Campidoglio aprirà una agenzia per la promozione delle produzioni cinematografiche realizzate a Roma. E cercherà di abbreviare le procedure burocratiche per realizzare set in città tramite richieste telematiche. Due iniziative pensate come sostegno da parte del Comune a un settore che da decenni garantisce lavoro a migliaia di persone nella Capitale. Era da almeno dieci anni che produttori, registi, distributori e imprenditori del settore cinematografico di Roma non si mettevano attorno allo stesso tavolo per discutere con il Campidoglio del futuro dell’industria cinematografica cittadina. Ieri un centinaio di operatori del settore si sono ritrovati alla Casa del Cinema a colloquio con la sindaca Virginia Raggi e il suo vice Luca Bergamo. “Siamo convinti e pronti a fare i passaggi necessari per aprire una agenzia del cinema che raccolga competenze e attività della Fondazione Cinema per Roma, della Casa del Cinema e della Film Commission”, ha spiegato la sindaca. Che poi ha annunciato un lavoro in corso di ricomposizione dello strappo avvenuto nei mesi scorsi con i ragazzi del Cinema America. Mentre il suo vice Bergamo ha ricordato che “ci sono almeno tre cinema comunali che ora non hanno destino come l’Apollo, il Rialto e l’Airone, sale che potrebbero essere destinate alla programmazione di film della storia del cinema o in lingua originale”. Il Campidoglio ha soprattutto ascoltato gli operatori del settore. Gli imprenditori della distribuzione hanno ragionato sull’importanza di avere una programmazione estiva che non sia conflittuale con le arene comunali. Mentre i multisala hanno chiesto maggiore elasticità nelle licenze. Sono arrivate anche richieste di aprirsi maggiormente al mercato delle serie televisive e di fare spazio a festival cinematografici indipendenti. Prossimo incontro il 31 maggio per tirare le somme tra le proposte arrivate.