“Le tv e il potere nato ad Arcore? A volte vedo trasmissioni che mi fanno orrore”

“Era molto giovane, Veronica. Aveva 24 anni, le era venuto a mancare il padre, la madre era affaticata, lei non voleva disturbare nessuno. Tantomeno il manovratore”. Elena Sofia Ricci per interpretarla in Loro Veronica Lario non l’ha solo studiata, ma l’ha intesa, ne ha afferrato l’eterno femminino o qualcosa del genere: “Il senso del vuoto debilita, la fame d’amore acceca, sicché ti innamori. Amata e travolta, Veronica, perché credo il carisma di Berlusconi non si discuta. Possiamo non condividerne alcunché, ma il fascino ce l’ha”.

Ricci, che cosa ha ritrovato nella Lario?

Anche la mia più grande ambizione era avere una famiglia, per questo ho avuto per lungo tempo una carriera migliore della vita: ci mettevo troppa ansia. Mi sono serviti 40 anni, di cui 20 di analisi, per trovare l’uomo giusto.

Veronica è un paradigma italiano?

Prima innamorata e poi disillusa, lo è: viviamo un’epoca in cui tutto si sgretola, ci sfugge tra le mani, non possiamo fare altro che ricominciare dalla cultura, dalla scuola, dalle nuove generazioni. Nessuno oggi è in grado di salvarci, forse i nostri figli e nipoti.

Nel frattempo, Berlusconi è ancora in scena.

Questo è il genio di Sorrentino! Quando l’ha scritto, Berlusconi sembrava scomparso, invece eccoci qui di nuovo: è l’ago della bilancia.

Assunzione di responsabilità?

Siamo un popolo che sa andare contro qualcosa molto bene, sa attaccare qualcuno con perizia, ma non sappiamo interrogarci, pensare che siamo noi, e non loro appunto, il problema. Forse sta nelle nostre radici di italiani, il popolo più invaso della storia.

Da B. siamo stati invasi?

L’abbiamo, anzi, l’hanno votato, non è stato un colpo di Stato: ripeto, facciamoci qualche domanda. A votarlo nel ’94 furono tante donne, e per l’ammaliatore che è non può stupire: la telefonata che fa nel film per vendere casa è un capolavoro di poetica e retorica.

Nonostante la sua Veronica, B. rischia di non avere alcun avversario, anche perché la magistratura non è contemplata.

Ma la giustizia è cronaca, e non era l’interesse del film: il focus è sui sentimenti che hanno mosso queste persone, nessuna esclusa.

Lei che ne ha fatta pensa che la televisione abbia avuto un ruolo nella grammatica del potere berlusconiano?

Mi sorprendo a fermarmi su trasmissioni che fanno orrore: io vedo in maniera critica, ma chi non ha gli strumenti? Finisce manipolato.

Nell’epoca del #metoo Loro che valenza assume?

Beh, è un film sul re nudo. Mi sono interrogata spesso sul #metoo, sebbene non abbia firmato – neanche me l’hanno chiesto, se è per questo – il manifesto Dissenso comune: rispetto chi è stato abusato veramente, per non dire violentato, però è altrettanto vero che la fragilità umana è spaventosa. Noi donne siamo molto fragili, ma anche molto assetate delle volte, quindi questo film è quanto di meno ipocrita ci possa essere. Può disturbare, io lo capisco, però noi donne siamo anche un po’ così.

“Un film verosimile sull’ego ipertrofico, nemico stesso di B.”

Paolo Sorrentino, come affrontare con un film, anzi, un dittico, “Loro 1” e “2”, un protagonista assoluto dell’audiovisivo, televisivo e cinematografico?

Ho fatto dei tentativi, ho cercato di essere il meno estetizzante possibile – quello che per molti è un mio difetto. Non era necessario estetizzare un qualcosa che, nella migliore delle ipotesi, è amorale e discutibile; poi ho deciso di mantenere uno stile non contiguo alle televisioni berlusconiane: quelle sono tv mentre noi tentiamo faticosamente la strada del cinema.

Nel secondo capitolo, Berlusconi specifica: “Mi raccomando niente droga…”.

Credo ci sia anche nelle intercettazioni…

Quante ne ha studiate?

Molte le ho trovate su youtube, altre le ho lette, poi ho visto dei brogliacci; nel Divo ho approfondito di più.

Mentre, questa volta…

La documentazione non è stata necessariamente esaustiva, volevo mantenere un tasso di inventività, e alcune scene sono basate su delle ipotesi, sempre attento a non essere offensivo e diffamatorio.

Altrimenti…

Sarei entrato in un territorio pericoloso.

Lo schema è…

La verosimiglianza.

Nel film la volontà di Berlusconi è quella di essere desiderato.

È l’ego ipertrofico di un grande narratore di se stesso: è uno impegnato in un lunghissimo monologo esteriore, quello che manca è l’interiore.

Cosa ha scoperto di B.?

Il film non voleva portare rivelazioni. Ho messo a fuoco in maniera più lucida delle situazioni, ho evidenziato il suo carisma naturale.

Avvertito da sempre?

Non solo io, da tutti: lui è stato protagonista di ogni conversazione, e per anni.

Un tempo si domandava: meglio una cena con Bersani o con Berlusconi?

Esatto, e quasi tutti rispondevano Berlusconi.

Torniamo al carisma naturale.

Ho riletto i suoi discorsi politici e devo dire che sono ripetitivi, sempre gli stessi temi, a volte datati come l’anticomunismo; nonostante questo affascinava perché utilizza il repertorio, dalle canzoni alle barzellette, fino alle battute e alla politica.

C’è un però…

A me piace di più quando improvvisa.

Elena Sofia Ricci nella parte di Veronica Lario rinfaccia a B.: “Sei stato graziato dalla sinistra per vent’anni”.

Premessa: è un litigio tra marito e moglie, e in certi casi si esagera per esternare rabbia e violenza.

Detto questo…

In quella scena Veronica esprime un’idea della sinistra, il sospetto è che l’anticomunismo di B. ha sottovalutato una questione: la comunista era dentro casa.

Si ritrova in quella frase?

Non penso, credo ci sia stata una sottovalutazione. All’inizio hanno puntato sul suo essere naif e ridicolo, mentre erano quelle peculiarità a colpire gli italiani; piuttosto la sinistra è stata presa in contropiede (ci pensa)… non so quante colpe dare alla sinistra, è complicato, lui ha sfruttato al massimo il mezzo d’informazione principe dell’epoca, come oggi i 5Stelle hanno anticipato tutti con Internet e i social, e in un certo momento storico la sinistra era avanti perché sapeva utilizzare la “parola”, quando la parola contava.

B. nel film non è contrastato da alcuno, non c’è un antagonista: non sono ostacoli banali per un film.

Loro indaga poco la dimensione politica, e il vero antagonista di B. è se stesso, la difficoltà di essere lui a 360 gradi giorno per giorno. L’aspetto interessante è che non teme le conseguenze delle sue azioni, è convinto di poter deciderle.

Al Festival di Cannes ha portato in concorso tutti i suoi film, tranne il primo, “L’uomo in più”, e questo. Dittico, uscita anticipata, pressioni di B., rappresentazione femminile in tempi di #metoo: qual è stato il problema

Non è detto che uno ci debba andare sempre e comunque. La questione, l’ha spiegata il direttore Fremaux, sono i due film: mi hanno chiesto di desumerne uno, ma non ho fatto in tempo a perfezionarlo, sulla Croisette hanno continuato a vederlo quale dittico. Ci sto ancora lavorando al singolo, lo vogliono all’estero.

Renzi ha imitato in qualcosa Berlusconi?

Non sono in grado di dirlo, a me le cose interessano quando smettono di coinvolgere gli altri.

La scheda: il dittico

Il 24 aprile scorso è uscito nelle sale “Loro”, la prima parte del film dedicato a Silvio Berlusconi; e per i dati è secondo al botteghino (dopo “Avengers”): in appena 6 giorni rastrella 1,7 milioni di euro (poco più di 1 milione solo nel weekend).

Nell’atto I Berlusconi arriva dopo circa un’ora di pellicola, prima è solo sullo sfondo; al centro c’è il faccendiere interpretato da Scamarcio, la moglie, e la loro voglia di scalare la società attraverso di rapporti con personaggi vicini a Berlusconi stesso (a partire da Kira, il ruolo affidato a Kasia Smutniak). Dal 10 maggio il secondo atto.

“Loro 2”: la sera elegante in cui B. scoprì di avere l’alito da vecchio

Si inizia in sottrazione, con la Tamara di Euridice Axen che si depila l’inguine bordo vasca e fronte bambini. Poi, il sorrentinismo e il servillismo (due l) s’elevano a potenza: Toni raddoppia e fa – letteralmente – Loro, ovvero Silvio Berlusconi e Ennio Doris, il banchiere di Mediolanum. È un riflesso spurio, nondimeno Sorrentino ci mette il carico e cala la battuta: “L’altruismo è il modo migliore per essere egoisti”. Con Servillo di due uno quasi una didascalia. Sopra tutto, è massaggio all’ego di B., quello che per salvaguardare il valore di Milano 2 fece cambiare rotta agli aerei, quello che ha perso le elezioni (le Politiche del 2006) per soli 25 mila voti ma potrebbe invertire la rotta facendo cambiare bandiera a sei senatori.

Ennio Doris è il Grillo parlante, ma di edificante c’è solo cemento armato e revanscismo. Silvio ci crede, e si rimbocca le maniche: non solo fa la spesa a Palazzo Madama, bensì s’apparecchia il ritorno alle origini, alle predilette vendite immobiliari per telefono. Nome in codice Augusto Pallotta, “vendo sogni” e circuisce vecchietta, coetanea.

Il resto è ordinaria amministrazione ed esazione di fedeltà: la disallineata Cupa Caiafa (Anna Bonaiuto) deve capitolare, quantomeno ravvedersi, giacché “siamo legati da lunga amicizia e dallo stesso chirurgo plastico”. Loro 2 inizia così, e arriverà in sala il 10 maggio: il poster veste di rosso, ha per claim “Tutto non è abbastanza”, potrebbe realisticamente esibirne un “Sono tornato”.

Nel primo capitolo B. si vedeva poco, qui conquista la scena, lasciando le briciole del caso: da oggetto di valore a soggetto di visione, e anche Sorrentino lo prende in parola.

Del bunga bunga, delle cene eleganti e altre amenità vediamo quel che Silvio stesso ha asserito aver visto: sintomaticamente, a contrastare il copione è solo il dato olfattivo, quell’alito di vecchio che una vergine restia al drago, Stella (Alice Pagani), gli addebiterà.

Altri debiti, palesi, sono di Paolo nei confronti di Nanni, di cui dal papa a B. sta calcando i soggetti, se non le orme: Moretti gli diede alloggio nel Caimano, Sorrentino copia conforme i b-movies di quel Bruno Bonomo (Silvio Orlando) – e un tot de “Gli occhi del cuore” di Boris – con la fantomatica Congo Diana, in cui la Kira di Kasia Smutniak incarna Lady D. Passare qui dal riferimento, s’intende puramente causale, a Sabina Began a quello, s’intende puramente casuale, a Dragomira Bonev, già regista e protagonista di Goodbye Mama, è altrettanto casuale.

Tutto il resto è fiction, con Giovanna d’Arco, Mata Hari, Rita Levi Montalcini e Santa Teresa d’Avila alla mercé della chiunque, compresa la starlette che ha studiato tecnica del fischio a Dubai: Meno male che Silvio c’è, e infatti lo cantano e ballano per compiacere.

Cortesie delle ospiti, a patto che non siano a pagamento e che non circoli droga, ed eterno predellino per l’anfitrione: “La differenza tra cristianesimo e comunismo? Il primo predica la povertà, il secondo la realizza”.

Intorno si affastellano macerie, ancor prima che il terremoto squassi L’Aquila: per Sergio Morra, il non Gianpi Tarantini di Riccardo Scamarcio, “abbiamo sbagliato, pensando di essere più furbi di loro”; per Veronica, la Lario di Elena Sofia Ricci, “sei un uomo malato e hai bisogno di aiuto psichiatrico”, “non ti è mai interessato degli italiani” e, rima baciata, “potevi essere uno statista, sei rimasto un piazzista”.

Loro 2 è più riuscito, di sicuro meno inappetente, di Loro 1, ed è la buona notizia; la cattiva è che farne un unico film, agevolmente contenibile in meno di tre ore, sarebbe stato preferibile.

Ineludibile pregio, Sorrentino dirige gli attori ai loro massimi: Scamarcio, Bentivoglio e Ricci sugli scudi, meno il feticcio Servillo, più bravo quale Doris che B.

Individuata la tenerezza quale grimaldello emotivo per approcciare l’universo Silvio, il dittico Loro patisce però alcune difficoltà: l’antropologia (tele)visiva del tycoon è subita o quantomeno non avversata, la prospettiva poetica non è rivoluzionaria come nel Caimano, il mistero Silvio inevaso.

Ospedale San Camillo: “Napolitano sta bene, al via la riabilitazione”

Il presidente emerito Giorgio Napolitano è stato trasferito, lunedì 30 aprile, dalla terapia intensiva cardiochirurgica al reparto di degenza della cardiochirurgia diretto da Francesco Musumeci. Lo ha reso noto ieri l’Ospedale San Camillo di Roma. Il senatore a vita Napolitano, 92 anni, già ministro dell’Interno, presidente della Camera e due volte presidente della Repubblica, ha iniziato il programma di riabilitazione cardio-respiratoria e motoria, in seguito all’intervento chirurgico all’aorta superiore cui è stato sottoposto il 24 aprile. È “autonomo nell’alimentazione e in ottime condizioni neuro-cognitive e psicologiche”. Il decorso post operatorio di Napolitano, si sottolinea nel bollettino medico del San Camillo, “procede regolarmente in relazione alla complessità dell’intervento e all’età del paziente”. Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è stato proprio ieri mattina in visita al presidente emerito. Il premier si è fermato a parlare anche con l’equipe medica guidata dal professor Francesco Musumeci.

I Renzi e quei dipendenti “in nero” ignorati

Dell’affaire della colf della compagna di Roberto Fico si sono occupati tutti i giornali e le tv. I quotidiani, giustamente, hanno dato ampio risalto al servizio de Le Iene e hanno chiesto spiegazioni al presidente della Camera (“È un’amica della mia compagna Yvonne. E la mia colf ha un regolare contratto”). Poi Renzi gli ha fatto la morale in tv (a lui, non alla compagna: “Spieghi in senato, vicenda grave. Invece di criticare il Jobs Act, paghi i contributi!”).

Eppure la stessa stampa e lo stesso Renzi erano stati meno attenti nel 2015, quando venne fuori la storia di un nigeriano che per qualche mese aveva lavorato senza contratto in una società della famiglia Renzi. Quando chiese di essere regolarizzato, ottenne come risposta il licenziamento. A rivelare questa storia, ormai tre anni fa, è stato Panorama. Il settimanale ha raccontato di Evans Omoigui, dal 1996 in Italia, per qualche mese dipendente della società di Tiziano Renzi, Arturo Srl.

Il 9 febbraio 2013, se ne occupa la stampa locale, quando l’uomo sale su una gru del porto, minacciando di lanciarsi nel vuoto proprio per la perdita di quel lavoro. L’uomo intenta una causa contro il padre dell’ex premier. Il 20 gennaio 2009, Omoigui viene interrogato dal giudice del lavoro di Genova Margherita Bossi: “Il giorno dopo la nostra protesta, il 13 aprile 2007 – è il verbale riportato da Panorama – ho trovato i cancelli chiusi. Sono comunque riuscito a entrare e ho parlato con il nostro supervisore capo, Adeniji. Mi disse che non poteva più farmi lavorare. E che per chiarimenti dovevo rivolgermi al signor Tiziano Renzi, di Firenze”. Il 22 settembre 2009 anche la compagna, Mercy Omorodion, racconta: “Il mio fidanzato ha chiesto la regolarizzazione del rapporto. Ma un responsabile ha chiamato la Polizia. Evans allora è stato portato in Questura: lì ha reso delle dichiarazioni. Il giorno dopo non l’hanno fatto entrare: il cancello era chiuso”.

La causa va avanti per anni e la sentenza arriva a settembre del 2011, quando la società, nel frattempo cancellata, viene condannata a pagare circa 90 mila euro al nigeriano.

Il giudice Bossi parla di un licenziamento illegittimo “privo della forma scritta, intimato oralmente, comporta l’assoluta inefficacia dello stesso”, scrive Panorama. “Arturo srl– continua la sentenza – rimanendo contumace, è rimasta inadempiente al proprio onere probatorio”. Quei 90 mila euro non finiranno mai nelle tasche di Omoigui, che dopo aver aspettato due anni tenta il suicidio. Qualche anno dopo, la storia sua e del datore di lavoro finirà sui giornali. Ma solo alcuni.

Ma l’Ilva si può chiudere? Emiliano e i costi del piano b

Si può spegnere l’Ilva? Al primo maggio di Taranto, il governatore pugliese Michele Emiliano non ha chiuso alla prospettiva, anche se la Regione non si schiera. È intervenuto al dibattito sull’accordo di programma per la riconversione totale dell’impianto di Taranto che associazioni e movimenti vogliono presentare al governo. C’erano anche deputati e senatori 5Stelle del territorio, da sempre favorevoli. “Da una Repubblica fondata sul lavoro a una fondata sui redditi inventati”, ha replicato furente il ministro Carlo Calenda. “La strada di una totale riconversione – ha detto Emiliano – non è impossibile e chi dice che non ci sono alternative all’acciaio non dice il vero”. È così?

La situazione. Dal 2012, quando i pm sequestrarono l’Ilva per l’inquinamento perpetrato dai Riva, i governi – a colpi di decreti – hanno tenuto in vita l’acciaieria. Taranto ha subito un disastro ambientale e sanitario, ha una delle più alte incidenze di tumori maligni d’Italia. L’inquinamento più forte deriva dalle polveri ultrasottili che si alzano non solo dai parchi minerari, ma dagli impianti che bruciano carbone.

Il “Piano” punta a “liberarsi dalla monocultura dell’acciaio – dicono i promotori – usando un accordo di programma. Lo strumento normativo che portò nel 2005 alla chiusura dell’area fusoria dell’Ilva di Genova Cornigliano”. I dettagli, però, non si conoscono. Anche M5S è per la riconversione con un “piano incentrato sul blocco dell’attività inquinante e sulla produzione uso delle energie rinnovabili”, Ma non l’ha presentato. Luigi di Maio a Taranto ha spiegato che l’Ilva “è una realtà che deve continuare a esistere”. Il sindaco Rinaldo Melucci non concorda con Emiliano. Idem i sindacati.

Si può fare? È auspicabile sul piano ambientale, ma spegnere l’Ilva avrebbe un impatto rilevante sull’intera economia italiana, al netto dei 20mila posti garantiti dal gruppo, tra diretti e indotto. Ha sempre avuto la funzione fondamentale di calmierare il prezzo dei prodotti “piani” destinati alla produzione di auto, elettrodomestici e componentistica della meccanica. I concorrenti sull’ambito mercato italiano l’hanno sempre vista come una spina nel fianco. Con il suo enorme vantaggio logistico, grazie a un porto ottimale, l’Ilva ha costi molto inferiori rispetto ai concorrenti sul bacino del Reno e del Danubio. Se fosse chiusa, i prezzi potrebbero salire del 15% – calcola Carlo Mapelli, ordinario di Siderurgia al Politecnico di Milano, tra i massimi esperti del settore -. Il comparto metalmeccanico italiano perderebbe competitività, con contraccolpi rilevanti sul piano occupazionale.

Cosa si può fare? Estendere a Taranto il contratto di programma di Genova, dove sono stati spenti gli altiforni, è difficile sul piano industriale perché la prima lavora solo i laminati a caldo prodotti dalla seconda. Una produzione che ha pochi margini per stare in piedi da sola, ma serve a presidiare il mercato. “Produrre energie rinnovabili è utile, ma le centrali impiegano una forza lavoro molto più bassa. L’obiettivo – spiega Mapelli – è produrre acciaio rispettando l’ambiente”. L’ipotesi più discussa è quella della decarbonizzazione, con l’uso di materiale preridotto che consente di colare acciaio senza bruciare carbone, ma gas con i forni elettrici.

Le prospettive. La Puglia aveva presentato un piano per la decarbonizzazione totale in pochi anni, troppo rapido per consentire all’impianto di stare sul mercato. Nel 2012 il commissario Enrico Bondi presentò al Mise un piano per portare a gas il 30% della produzione, lasciando accesi gli altiforni 2 e 3, mantenendo così intatta la capacità produttiva, pari a 9 milioni di tonnellate. Un piano simile è stato presentato dagli indiani di Jindal, i concorrenti che a marzo 2017 hanno perso la gara per l’acquisto dell’Ilva con il colosso Arcelor Mittal, che punta a 1,2 miliardi di investimenti ambientali con la vecchia produzione a carbone. Ma la trattativa è in stallo perché punta a ottenere costi bassissimi, a spese dei lavoratori. Si rischia la rottura.

Pell rinviato a giudizio per pedofilia spera di tornare in Vaticano

I legali del cardinale australiano George Pell, rinviato a giudizio in Australia per accuse di pedofilia, ora chiedono che il processo si svolga il più presto possibile. Il cardinale era presente a una prima udienza amministrativa nel Tribunale distrettuale dello Stato di Victoria. Il suo avvocato Robert Richter ha motivato oggi la sua richiesta di accelerare i tempi: “Numero uno, il mio cliente ha 76 anni e numero due tutti devono andare avanti con le loro vite”. Richter ha anche fatto notare che uno dei testimoni ha 80 anni. Pell ha ottenuto un congedo dal suo ruolo in Vaticano, quello di “ministro” dell’Economia, e progetta – secondo quanto riferito – di tornare alle sue funzioni una volta che è stato prosciolto. I processi dovrebbero essere due distinti e la prossima audizione amministrativa dovrebbe tenersi il 16 maggio.

Da martedì, giorno del rinvio a giudizio, il cardinale non può lasciare l’Australia, non può avere contatti con i testimoni che lo accusano e deve dare alla polizia un preavviso di 24 ore per qualsiasi spostamento.

Con il voto in Friuli è iniziato il “destra-centro”: ben oltre B.

In una botta di pessimismo l’autore di questo diario ha segnato intorno alla data di domenica 29 aprile 2018 un doppio cerchio nero. A futura memoria. È stato infatti il giorno nel quale – soprattutto per il suicidio assistito del Pd per mano di Matteo Renzi – la coalizione di destra-centro a trazione Matteo Salvini si è trovata un bel tratto di strada spianata verso Palazzo Chigi. Forse già a partire da quel governo provvisorio che, malgrado la matassa di complicazioni, Sergio Mattarella intenderebbe comunque varare. Per giungere perlomeno a una legge elettorale utile che consenta di non replicare elezioni anticipate inservibili quando sarà. Ma anche in una prospettiva più lunga il destra-centro sembra viaggiare con il vento nelle vele, aiutato graziosamente dagli errori altrui. E qui torniamo a quanto accaduto domenica scorsa.

 

Il trionfo di Fedriga (e non finisce qui)

Nella campagna elettorale permanente quello che Salvini ha trasformato da movimento padano in una Lega nazionale capitalizza consenso un po’ dappertutto giocando una partita doppia. Dove è forte di suo stravince con i propri candidati: il 57% di Massimiliano Fedriga in Friuli Venezia Giulia. Dove ancora non sfonda si giova del peso della coalizione: in Molise, e prima ancora in Sicilia, dove concorre al successo del centro-destra là dove non può essere ancora destra-centro. Ma il voto continuo non può che rafforzare il peso del salvinismo. Non tanto nelle Regionali della Valle d’Aosta (20 maggio), del Trentino Alto Adige e della Basilicata (in autunno) dove prevalgono le spinte locali. Quanto alle Amministrative del 10 giugno dove andranno al voto 793 Comuni e 21 tra importanti capoluoghi di Regione (Ancona) e di Provincia (tra cui Vicenza, Brescia, Catania, Pisa, Siena). Per un totale significativo di oltre sette milioni di elettori. Poiché i sondaggi danno la Lega in crescita perfino oltre il 22%, a livello nazionale non è azzardato prevedere un consolidamento della supremazia del Carroccio all’interno della coalizione. Del resto, il trasporto dimostrato qualche giorno fa da Silvio Berlusconi corso ad abbracciare Salvini in un bar di Trieste (frenando la voglia di strozzarlo) ci dice che all’ex Cavaliere non resta che fare buon viso a cattivo gioco.

 

Il naufragar m’è dolce in questo mare dem

Forse visto il caos in cui si dibatte al Pd meglio si addice un altro verso dell’Infinito di Giacomo Leopardi: “Così tra questa immensità s’annega il pensier mio”. Perché davvero non si riesce a comprendere, nel generale marasma di voci e congiure intestine, a cosa diavolo possa aggrapparsi un qualunque progetto politico in grado di salvare ciò che resta del fu partito del centro-sinistra a vocazione maggioritaria. Una cosa però è apparsa di evidenza solare nel monologo televisivo dell’ex statista di Rignano. Tra il M5S e il centrodestra il partito antipartito renziano sceglierebbe sempre e comunque Berlusconi-Salvini. E tra Di Maio e Salvini, tutta la vita Salvini. Anche a costo di un appoggio esterno in Parlamento nell’ipotesi di un incarico al candidato premier sovranista. Pur di non concedere neppure un’unghia al nemico mortale che considera l’origine dei suoi mali (perché lui ovviamente nulla ha sbagliato) Renzi sembra disposto a baciare la mano dell’amico di Putin, di Orbán e del lepenismo estremista. È la linea, qualcuno dice, del tanto peggio tanto meglio. No: del tanto peggio tanto peggio.

 

I forni chiusi dei Cinque Stelle

Non sappiamo davvero dire se Luigi Di Maio poteva fare di meglio che lasciarsi sbattere la porta in faccia dai due fornai. Forse l’impasse in cui si trova il M5S proviene dalla natura stessa di un movimento che ha scelto il bunker della solitudine politica da difendere costi quel che costi con il fuoco dell’opposizione ad alzo zero. Quando per cinque lunghi anni decidi, legittimamente, di tagliarti i ponti soprattutto a sinistra, poi non è per niente facile ricucire un dialogo, figurarsi un’alleanza. Oppure farsi dire di no in entrambi i casi era voluto per impostare il nuovo round della campagna elettorale permanente sulla linea: con questi non c’è niente da fare. O come dice Paola Taverna: “Abbiamo portato il Movimento al suo limite pur di dare al Paese le risposte che aspetta da anni”. Dunque, oltre quel “limite” basta. La scommessa sembra ora quella di puntare alla maggioranza assoluta (annettendosi magari un’altra fetta di base Pd) che è molto di più del 32,6 % del 4 marzo. La botta presa in Friuli dice che non sarà per niente facile.

 

La variabile immigrazione

Nella storia della Seconda Repubblica il centrodestra è (quasi) sempre stato maggioranza nel Paese. Anche quando il centrosinistra ha prevalso elettoralmente, sia pure di poco, in genere per effetto delle crisi ricorrenti del berlusconismo. In questi vent’anni, tuttavia, nella coalizione, sia pure dominata dal partito degli affari, ha prevalso la componente per così dire moderata in politica estera (filo-Europa, filo-Usa, filo-Nato) e intollerante sul versante interno dell’immigrazione (la malfamata legge Bossi-Fini). L’affermazione del destra-centro rischierebbe perciò di modificare la nostra collocazione internazionale. Più vicina al gruppo di Visegràd (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia) definito non a caso il “cuore di tenebra” dell’Europa, per il mancato rispetto dello Stato di diritto e per le politiche migratorie ad alto tasso di xenofobia. Un’insofferenza verso i migranti che la Lega di Salvini non smette di alimentare, con successo alla luce dei voti che crescono. Il sonno della ragione genera mostri. Ma anche il rancore autolesionista della ex sinistra. Speriamo naturalmente di sbagliarci.

Iva Zanicchi può salvare Matteo

Il partito della nazione, anche se non si vede, esiste. E chi può incarnarlo meglio di Iva Zanicchi? Cantante, attrice, conduttrice televisiva, ex parlamentare europea di Forza Italia. L’Iva nazionale – l’unica Iva che non spaventa gli italiani – aumenta la nostalgia per quel rapporto ormai sospeso fra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Ai microfoni di Radio 1 di Un giorno da pecora, la Zanicchi suggerisce all’ex segretario del Pd di far visita all’anziano Silvio: “Dovrebbe tornare ad Arcore, parlare con Berlusconi e diventare lui il leader di Forza Italia, così almeno scappa da quel 10 per cento che ha”. Iva è addolorata per l’involuzione politica di Renzi, ma l’ultima volta ha votato Pd per una serie di ragioni: “Per chi altro dovevo votare? Io sono una mamma, una nonna, e vado sempre coi più deboli. Come l’ha presa Silvio? Non glielo ho detto, non me ne frega”. Da buona renziana, Iva critica il Movimento 5 Stelle, a differenza di Renzi medesimo, però, spera ancora in un accordo di governo con i pentastellati per avere finalmente un esecutivo più a sinistra. E dunque ci si chiede sommessamente: adesso come può Renzi dire di no pure a Iva Zanicchi?