Casaleggio jr. lancia lo “scudo della Rete” per gestire i territori

Ieri in Senato c’era anche Davide Casaleggio, figlio del fondatore del Movimento 5 Stelle, Gianroberto, e ora presidente dell’associazione Rousseau, che gestisce l’omonima piattaforma. Assieme a Casaleggio, a Palazzo Madama, c’erano anche il suo braccio destro, Max Bugani e il deputato lombardo Stefano Buffagni, considerato molto vicino al capo politico dei 5Stelle, Luigi Di Maio. Casaleggio era lì per un incontro relativo proprio alla piattaforma che aiuta il Movimento nella sua gestione politica.

“La prossima settimana” ci sarà “un evento molto importante sullo scudo della rete, una delle funzioni di Rousseau”, ha spiegato lo stesso Casaleggio. “Oggi abbiamo fatto una rassegna di tutte le funzioni di Rousseau, un aggiornamento delle attività in corso”. Oltre alla presentazione sullo scudo della rete, una delle funzioni della piattaforma che dà assistenza legale sul territorio ai portavoce del Movimento. “A breve avremo diversi altri annunci, ma li rilasceremo col tempo giusto”, ha precisato Davide Casaleggio.

Sorpresa: a Roma un’altra sinistra è possibile

Potrebbe arrivare a sorpresa da Roma la ripresa del dialogo tra Pd, sinistra e società civile. Nella Capitale, dove i dem da due anni collezionano sonore sconfitte, sta prendendo forma un progetto, slegato dai parlamentari romani (gli ultimi fedelissimi di Matteo Renzi, Matteo Orfini e Walter Veltroni) plasmato da tecnici, attivisti e militanti di base.

Per ora è solo un laboratorio, nato in vista delle primarie per i candidati presidente del centrosinistra alle elezioni nei Municipi III e VIII della Capitale (si voterà il 10 giugno), caduti entrambi per contrasti interni alla maggioranza M5S: sabato scorso circa 6 mila persone hanno partecipato alle votazioni nei gazebo ed entrambi i candidati ufficiali del Pd hanno perso contro i nomi proposti da un raggruppamento di forze composto da eletti dem nelle istituzioni locali, militanti dei movimenti di sinistra e associazioni civiche. Nella zona del Nomentano ha vinto Giovanni Caudo, docente di Urbanistica all’Università Roma Tre ed ex assessore della giunta di Ignazio Marino, mentre alla Garbatella si è imposto il giovane Amedeo Ciaccheri, militante delle formazioni di sinistra legato al vice presidente della Regione Lazio, Massimiliano Smeriglio. Due successi che raccontano una richiesta di discontinuità, non solo a livello cittadino.

In una città martoriata da decenni di sviluppo urbanistico disordinato, gli elettori di centrosinistra hanno scelto Caudo, un professore che si è dimostrato capace di lavorare sul tema del recupero degli spazi: dalla supervisione alla prima versione del progetto dello stadio dell’As Roma, all’idea di recuperare la cittadella militare del Flaminio per trasformarla in un polo museale e didattico delle scienze. A sostegno di Caudo si sono schierati diversi eletti Pd in Comune e Regione che non si riconoscono nell’opposizione timida alla giunta M5S di Virginia Raggi portata avanti dalla segreteria cittadina renziana di Andrea Casu. E poi un autorevole ex assessore cittadino alla Mobilità come Walter Tocci, assieme a esponenti di sinistra e delle associazioni. Insomma, quel centrosinistra largo e civico che il Pd romano a trazione renziana non ha mai contemplato.

Dopo il risultato ai gazebo non sono mancate le voci che invitavano a cogliere l’occasione per ripensare a fondo la natura dei Dem: dal deputato romano Roberto Morassut che parla di una cambio di nome in “Democratici” perché “il partito come è oggi non regge più” al padre del ‘modello Roma’, l’europarlamentare Goffredo Bettini, che chiede “un atto coraggioso e creativo” come quello di “azzerare tutto”. Così la candidatura di Caudo in Municipio III diventa anche un test per una sua possibile futura corsa in Campidoglio, con uno schema che pesca lontano dal Pd renziano e guarda in parte al modello del governatore del Lazio Nicola Zingaretti che, con una coalizione che va da LeU a esponenti di Sant’Egidio, sta portando avanti un dialogo sui temi anche con i 5Stelle. Sabato proprio il governatore lancerà un suo manifesto per la ricostruzione del centrosinistra.

Omissis, misteri e presunti mandanti: la grande caccia alle liste di senzadime.it

Riprendendo una massima dell’indimenticato Groucho Marx, Alberico De Luca dice “citatemi dicendo che sono stato citato male”. E, tra ieri e oggi, di citazioni questo 35enne brindisino ne avrà da conteggiare parecchie.

È lui che, sabato scorso, ha messo in piedi la pagina web senzadime.it. Nell’annunciarla, spiegava: “Visto che non ci ascoltano, proviamo a organizzarci. Sto provando a raccogliere l’orientamento dei componenti della #direzionePd sull’accordo con il M5S. Confido nel vostro aiuto, chiediamogli di prendere posizione. Adesso”. Da quel giorno, ha cominciato a raccogliere e pubblicare le diverse dichiarazioni degli esponenti dem. Su Twitter, già il primo maggio, c’era chi gli segnalava imprecisioni ed errori e lui, puntuale, rispondeva “aggiorno subito”. Poi, ieri, quando i democratici hanno visto online gli elenchi completi di chi era favorevole o contrario al dialogo con i 5Stelle, si è scatenato il caos. Tanto che le liste, già in mattinata, sono state cancellate. La caccia al “mandante”, però, era già cominciata. E tutti si dicevano pronti a scommettere che dietro quell’indirizzo web si nascondesse un renziano doc. Eppure, Alberico De Luca non sembra avere il patentino di fedelissimo di Matteo. Anzi, quando arrivò alla guida del partito, il militante di Fasano, pubblicò un fotomontaggio del segretario con le sembianze di Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano. Alberico De Luca – a dispetto della campagna fatta per il No al referendum costituzionale – non è di certo un simpatizzante del Movimento 5 Stelle. E a Fasano c’è chi lo descrive addirittura come un elettore di LeU. Impossibile saperne di più: ieri, De Luca, non ha voluto dare spiegazioni. Si è limitato a rispondere via Twitter al deputato Ivan Scalfarotto, che attaccava l’operazione di www.senzadime.it: “Sono riportati gli orientamenti dei membri della Direzione che hanno scelto di esprimere PUBBLICAMENTE la loro legittima opinione – ha scritto De Luca – Sui nomi ci sono i riferimenti e i link ai tweet e alle dichiarazioni. Che male c’è a informare gli elettori?”

Salvini chiama, ma Di Maio non risponde: “Basta così”

Il telefono squilla, a lungo. Il leghista che ora vuole il pre-incarico aspetta e insiste. Ma il capo dei 5Stelle non risponde. Ormai ha perso Palazzo Chigi, e allora adesso la parola d’ordine è invocare il voto, prima possibile, e attaccare Matteo Salvini, “quello che ci ha solo preso in giro” come sibilano ai piani alti del M5S.

In una plumbea mattinata romana, Di Maio strappa definitivamente con il segretario del Carroccio, ignorando la sua telefonata e i suoi messaggi. Porta chiusa, a lui e alla sua coalizione, “perché non è possibile nessun governo del cambiamento con Berlusconi e il centrodestra, e Salvini che continua a riproporre questa soluzione prende in giro gli italiani” come ringhia sul blog. Poi in serata l’ormai ex candidato premier è ospite di Porta a Porta, e il ponte levatoio scende del tutto: “Con Salvini la misura è colma, mi proponeva di non fare il premier e avere nel governo sia Berlusconi che Meloni, ma mica ho scritto Joe Condor in fronte”.

Soprattutto, accusa, “ho il dubbio che ci sia un rapporto economico tra Lega e Berlusconi: nei momenti di difficoltà il capo di Forza Italia è intervenuto per aiutare il Carroccio”. È la linea, che si traduce in un attacco di massa sui social al leader della Lega, accusato di essere “prigioniero” forzato del Caimano. E ovviamente Salvini non gradisce. “Se si vuole continuare a fare capricci, a litigare e a fare i bambini arroganti, proviamo a fare tutto da soli” è la prima risposta del leghista. Ma il tema dei possibili legami economici con Berlusconi monta. E allora in serata Salvini fa la faccia feroce: “Chiunque parli di soldi, prestiti, fideiussioni, regali e ricatti inesistenti a me e alla Lega, se finora è stato ignorato, da domani sarà querelato”.

E dire che lui voleva ancora accordarsi con il Movimento, o così facevano capire i suoi luogotenenti, che nelle scorse ore avevano mandato messaggi ai parlamentari del M5S: “Si può ancora fare, tenendo Berlusconi in disparte e con un appoggio esterno di Forza Italia”. Ma non c’è più margine. “Non ci fidiamo più” è il ritornello dentro i 5Stelle. Dove sono convinti che Salvini abbia un accordo sotto banco con i renziani: “Finirà che faranno un patto nel nome delle riforme, e un pezzo di Pd si asterrà in Aula sulla fiducia”. E pazienza se Salvini continua a urlare “mai con i dem”, per poi giurare: “Mi rifiuto di pensare a un governo che dipenda da 30-40 Scilipoti”. Ma nel M5S sorridono amaro. E raccontano che nelle due Camere i forzisti sono attivissimi nel corteggiare i nuovi eletti del Movimento. Mentre da Bruno Vespa Di Maio morde: “In questi 55 giorni i bugiardi Renzi e Berlusconi si sono sempre sentiti ma anche Renzi e Salvini si sentivano. Se l’obiettivo era fare un governo Salvini-Berlusconi-Renzi dovevano dirlo subito”. Frasi con cui il capo dei 5Stelle comincia l’assalto ai partiti del “sistema”, per una campagna elettorale permanente nella quale punterà innanzitutto a recuperare consenso nella base, in molti casi furibonda per la trattativa con il Pd. “Offrire un contratto di governo ai dem mi è costato molto, rispetto la Direzione nazionale, ma con il Pd finisce qui” chiude Di Maio. E visto che c’è la butta lì: “Di fronte al presidente della Camera Fico, non solo Martina ma anche Delrio e Marcucci hanno dato la disponibilità al dialogo. Poi però Renzi va in tv e chiude tutto”. Ergo, quello dell’ex premier “è stato un sabotaggio”.

E ora si deve voltare pagina, “andando a votare alla prima occasione utile, anche a fine giugno”. Mentre “governi tecnici o istituzionali servono solo a tirare a campare, e su questo siamo stati molto chiari con il Quirinale”. Nell’attesa i parlamentari torneranno a girare l’Italia per una serie di iniziative. Con quell’obiettivo primo tra tutti, ricucire il rapporto con attivisti ed elettori storici. Non a caso, un ortodosso come il senatore Nicola Morra ammonisce: “Credo che si debba andare al governo solo se convinti di fare bene. Ogni compromesso al ribasso va evitato”. E la frecciata a Di Maio è evidente. In serata, Salvini interviene in diretta al Tg de La 7. E insiste: “Di Maio è arrivato secondo, ma nonostante gli insulti sono pronto a mettermi al tavolo con lui anche domattina e a parlare di riforme”. Mentre nel M5S si interrogano sulla deroga alla regola del secondo mandato. “Se si votasse entro l’anno sarebbe semplice concederla, Luigi lo ha già fatto capire, ma se si scivolasse al 2019?”. Un altro nodo, per i 5Stelle che non sognano più.

Direzione Pd, la prima volta di Renzi al buio

Evitare la conta a tutti i costi. Anche votando la fiducia a Maurizio Martina, dopo averlo sconfessato e delegittimato in tutti i modi. Anche convocando nella prima data utile un’Assemblea per eleggere un segretario a tempo, senza avere neanche un candidato. Matteo Renzi si prepara alla direzione di oggi pomeriggio con quest’unico obiettivo. Perché quello che si profila per lui è un incubo: il Reggente vuole chiedere un voto sulla sua relazione e se il Pd si dovesse dividere diventerebbe chiaro che da una parte ci sono i renziani, dall’altra tutti gli altri. Con Martina nei due mesi che sono passati dalle elezioni si sono mossi i big dem di minoranza e di maggioranza: Dario Franceschini, Andrea Orlando, Michele Emiliano, Piero Fassino, in alcuni passaggi anche Paolo Gentiloni e Graziano Delrio. E poi Walter Veltroni e gli amministratori locali come Nicola Zingaretti, Leoluca Orlando, Beppe Sala, Valerio Merola, Sergio Chiamparino. Oggi la solitudine di Renzi potrebbe diventare evidente. E per lui insostenibile: il piano B, ovvero l’uscita dal Pd per farsi il suo movimento, non è pronto.

E dunque, Renzi e i suoi minacciano e cercano di ricomporre a momenti alterni. In mattinata, appare il sito Senza di me con l’elenco dei membri della direzione favorevoli all’accordo con i Cinque Stelle e quelli contrari. Una “lista di proscrizione” per i cosiddetti governisti. Martina ne chiede la chiusura. Al posto dei nomi, appaiono gli omissis. Nel frattempo, Lorenzo Guerini prepara un documento, nel tentativo di recuperare l’apparenza perduta di un’unità che non c’è mai stata. Tre i punti chiave: il no alle “conte interne”; l’assunto che “lo stallo sia frutto dell’irresponsabilità del centrodestra e del M5S”; la disponibilità del Pd a “confrontarsi con tutti”, nella contrarietà a “un governo guidato da Salvini o Di Maio”. “Un appello all’unità” lo definisce l’ex sindaco di Lodi. E infatti, il documento viene ribattezzato la “pace di Lodi”, dal patto del 1454 che mise fine alla guerra tra Venezia e Milano. C’è ironia, ma anche rabbia tra i parlamentari. Guerini raccoglie le firme, in molti non sono stati neanche avvertiti. Secondo i numeri da lui forniti a sottoscriverlo sono 79 deputati, 38 senatori, e la “maggioranza” della direzione (120 su 209). Molti fanno sapere di non aver firmato. Prima di tutto, Matteo Richetti: “Vogliono evitare la conta contandosi”.

Renzi si presenta al gruppo dem in Senato, che deve eleggere l’ufficio di presidenza. Esce seguito da un codazzo di parlamentari. Presidia il territorio. Durante la riunione sostiene che dire che lui non ha più i numeri sia “un bluff”. Il tentativo di bloccare l’operazione, però, non va in porto. “L’unità si può costruire partendo da un voto esplicito di fiducia della direzione al segretario reggente. E sono certo che Renzi sarà il primo a votare la fiducia al suo ex vicesegretario”, avverte Franceschini. Oggi, dunque, Martina chiederà alla direzione di legittimarlo, ribadendo che per lui è l’unico modo per andare avanti. Senza affrontare il tema del rapporto coi 5Stelle che “non è più sul tavolo dall’intervista di Renzi di domenica sera e conseguenti reazioni di Di Maio”, come chiarisce il ministro della Cultura.

L’ex segretario medita di votare e di far votare Martina. Dopo averlo privatamente e pubblicamente deligittimato, già una sconfitta. I numeri sono sul filo, anche per i 20 millennials in direzione, nessuno sa davvero come andrebbe a finire: ma per Martina una sconfitta di misura sarebbe comunque il segno che Renzi si è molto ridimensionato e dell’inizio di un percorso di riconquista del partito.

Lui, l’ex premier, non cede. In una e-news ribadisce la sua posizione sul rapporto con il Movimento. Ma chiede unità. Rimandato al mittente: per Martina è una presa in giro, visto che arriva dopo la delegittimazione.

Intanto, i renziani pensano al dopo. L’idea è quella di convocare un’Assemblea già per il 12 o il 13 maggio. Obiettivo, eleggere un segretario di transizione che porti il Pd al congresso, diverso da Martina. Peccato che manchino i candidati: gli unici che potrebbero essere in campo sono Guerini o Rosato.

Comunque vada, il processo è irreversibile: in fondo alla strada già si intravede la scissione numero 2.

Scene da un manicomio

Ormai Renzi sente le voci, come Giovanna d’Arco. Altrimenti non spiegherebbe ogni giorno a chi ancora gli dà retta (se stesso) cosa vogliono gli elettori del Pd i quali fra l’altro, a sentir lui, vogliono ogni giorno una cosa diversa, anzi opposta. Tutto cominciò quando si mise in testa che gli elettori, dopo 10 anni di Porcellum ne volessero una riedizione riveduta e corrotta per continuare a non scegliere i propri parlamentari e seguitare a votare per finta, lasciandoli nominare dai capi-partito: e solo per la Camera, perché i senatori non volevano proprio più votarli, preferendo che i partiti paracadutassero su Palazzo Madama un battaglione di sindaci e consiglieri regionali perlopiù inquisiti, con immunità incorporata. Nacquero così l’Italicum e la “riforma” costituzionale. Poi, purtroppo, si scoprì che la strana credenza era falsa: la “riforma” fu respinta al mittente dagli elettori al referendum del 4 dicembre 2016, mentre all’Italicum provvide subito dopo la Consulta. Ma lui, cadendo dal seggiolone, si consolò col 40%: un formidabile bis del trionfo alle Europee 2014. Peccato che alle Europee il 40% avesse votato Pd facendolo arrivare primo, mentre al referendum il 40% votò Sì a una “riforma” bocciata dal restante 60 e arrivata seconda su due. L’unico significato politico era che 2 italiani su 3 non volevano vederlo mai più, come aveva promesso annunciando il ritiro dalla politica in caso di sconfitta.

Lui però non se ne diede per inteso, si ricandidò a segretario del Pd ed essendone ormai il padrone, per giunta circondato da nullità, fu rieletto. A quel punto scoprì che i suoi elettori erano stufi del maggioritario e, dopo 25 anni, fremevano dalla voglia di tornare al proporzionale. Anzi, ardevano proprio dal desiderio che la nuova legge elettorale la scrivesse Rosato a quattro mani con B. Nacque così il Rosatellum che premiava le coalizioni (cioè il centrodestra), penalizzava i partiti senza alleati (i 5Stelle e pure il Pd, che infatti dovette inventarsi in fretta e furia tre partitini-satellite per pochi intimi) e consentiva ai capipartito di nominarsi i parlamentari con liste bloccate e 5 multicandidature (per le statiste alla Boschi). Anche stavolta l’aruspice aveva letto nel pensiero dei suoi elettori e li aveva sentiti così affezionati al Porcellum e all’Italicum da non volerne proprio sapere di scegliersi i parlamentari da sé. Infatti, per accontentarli, abolì pure le primarie per i candidati e fece tutto da solo. Purtroppo fu di nuovo smentito da quegli incontentabili dei suoi elettori. E il 4 marzo riuscì nell’impresa di trascinare la fu sinistra al minimo storico del 18,7%.

A quel punto si dimise da segretario, nominò reggente il suo vice (tal Martina, per sabotarlo e bypassarlo con riunioni a sua insaputa), giurò “due anni di silenzio” e cominciò a ripetere, tramite i suoi numerosi ventriloqui, che gli elettori volevano il Pd all’opposizione: subito, a prescindere, senza neppure sapere quanti voti avrebbe preso, chi avrebbe governato e a chi bisognasse opporsi. In pratica, secondo il druido di Rignano, il Pd poteva allearsi solo col Pd. Nessuno capiva come l’avesse saputo, chi gliel’avesse detto, come facesse a desumerlo dalle schede dei 6.153.081 elettori che stoicamente s’erano trascinati alle urne per barrare il simbolo del Pd, senza lasciare scritto null’altro (e per fortuna: altrimenti avrebbero annullato tutte le schede e il Pd sarebbe a zero). Ma il nostro Tiresia, per trovare conferma alla sua bizzarra teoria, si aggirava per Firenze in bicicletta a importunare i passanti e a domandare loro se volessero un governo con Di Maio (dando fra l’altro per scontato ciò che non lo era affatto: e cioè che fossero tutti elettori del Pd). E tutti rispondevano di No, abituati come sono a dire No istintivamente, appena lo vedono, senza neppure starlo a sentire (avesse domandato “Siamo in primavera?”, avrebbe ottenuto la stessa risposta: No). Nel frattempo, fuori dall’Asilo Renzuccia, cioè nel mondo reale, accadeva di tutto. Le tipiche cose che accadono nelle democrazie parlamentari con leggi elettorali di impianto proporzionale: il presidente della Repubblica tentava di fare un governo e i partiti di coalizzarsi per fare una maggioranza. E il reggente Martina si diceva disponibile quantomeno a incontrare i 5Stelle, visto che glielo chiedevano gentilmente sia il presidente della Camera per conto del capo dello Stato, sia il leader dei 5Stelle, rimettendosi però al voto della Direzione e, in caso di intesa, a quello degli iscritti. A quel punto Renzi, nottetempo, ha sentito altre voci: se il Pd parla coi 5Stelle, i suoi elettori magari scoprono che Di Maio vuole quello che vogliono loro da 25 anni (lotta alla povertà, ai conflitti d’interessi, alla corruzione, alla prescrizione, alle mafie, alle caste, alle lobby, alle grandi opere inutili e ad alcuni odiosi trattati Ue) e magari ci prendono gusto, all’idea di un partito di sinistra costretto a fare cose di sinistra. Non sia mai. Renzi si precipita in tv da Fabio Fazio a riferire che gli elettori del Pd non vogliono un governo 5Stelle-Pd, ma in compenso si arraperebbero senz’altro per un bel Di Maio-Salvini-B., o in subordine per un Salvini-B.-Pd che rifaccia l’Italicum bocciato dalla Consulta e la riforma costituzionale bocciata dagli elettori. Quindi l’hashtag renziano #senzadime vale solo per un governo col M5S, mentre per Lega&FI diventa #con me: i famosi elettori Pd non stanno più nella pelle. Intanto “senzadime” non è più un hashtag, ma un programma di vita per quasi tutti gli italiani. Che, dal Molise al Friuli, si stanno abituando a fare a meno del Pd. Presto l’ultimo elettore del Pd, cioè Renzi, si guarderà allo specchio e si dirà: “Senza di me!”, trovando immediata conferma dalla sua immagine riflessa. Poi si manderà a fare in culo. E si ricambierà.

I conti di Sergio che non tornano

Quattordici anni di regno. La tentazione di fare un primo bilancio dell’era Marchionne in Fca è forte, sempre che alla fine decida davvero di mollare nel 2019. Il 1° giugno 2014 il manager italo-canadese sale sul ponte di comando di un’azienda che affonda e la lascia quasi senza debiti, oggi. Nel mezzo l’acquisizione del gruppo Chrysler e relativo spessore internazionale conquistato. Numeri, per lui che li ama, di tutto rispetto ma che lo hanno anche tradito. Perché se ci si allontana dai risultati finanziari e si pensa al prodotto, quelle cifre non sono mai tornate.

I vari piani che si sono succeduti a intervalli più o meno regolari, tra cui Fabbrica Italia del 2010, sono stati per la gran parte disattesi. Come si avviano ad esserlo le previsioni di quelle stesse carte per il 2018, a meno di exploit particolari: le vendite totali del gruppo sarebbero dovute essere intorno ai 7 milioni di unità, ma nel primo trimestre dell’anno si sono fermate a 1,2 milioni. “Non daremo mai più obiettivi di volume, non voglio che il mio successore soffra quel che ho sofferto io con la stampa”. Tra un mese si correggerà il tiro, probabilmente. Sempre che il successore evocato da Marchionne, il cui nome resta avvolto nella nebbia, sia d’accordo. La ricetta è semplice: costruendo (e vendendo) tante buone auto, più che con alchimie finanziarie, si risolvono i problemi occupazionali delle fabbriche italiane. E sarebbe interessante sapere quanti nuovi progetti ci sono nei cassetti degli ingegneri Fca. Pochi, temiamo.

Bosch promette la rivoluzione del diesel pulito

Requiem per il diesel? Casomai rinascita. La prevede, a sorpresa, il colosso Bosch (in prima linea anche nello sviluppo dell’elettromobilità), annunciando un pacchetto di tecnologie sufficienti a risolvere definitivamente il problema delle emissioni NOx (ossidi di azoto) sui propulsori ad accensione spontanea. E in misura sostanziosa: sotto i 13 milligrammi per chilometro, a fronte di un limite fissato in 168 mg/km dalla nuova regolamentazione dei test di consumo Rde (Real Drive Emission; test condotti su strada reale mediante apparecchi portatili, in vigore in Europa dal prossimo settembre) che successivamente scenderà a 120 mg/km dal 2020. Dunque meno di un decimo rispetto al limite richiesto, ed il tutto senza rinunciare alla proverbiale parsimonia del gasolio per quanto attiene l’emissione di anidride carbonica. A rendere possibile il raggiungimento dei valori menzionati è la ri-combinazione di tecnologie esistenti, senza aggiunta di componenti aggiuntivi: evoluzione dell’iniezione, afflusso di aria di alimentazione di nuova generazione e inedito sistema di gestione della temperatura permettono di mantenere le emissioni di ossidi di NOx ben al di sotto dei valori limite in qualsiasi condizione di marcia, indipendentemente dallo stile di guida, dalle condizioni atmosferiche e dalle situazioni di traffico. Il pacchetto è già a disposizione dei costruttori. Intanto, un test nel traffico urbano di Stoccarda, riservato alla stampa internazionale, ha già fatto registrare sul campo i valori “prodigiosi” in linea con le aspettative del colosso tedesco. Staremo a vedere.

Nella testa di Marchionne. Il futuro Fca: no debiti e poca Fiat

L’abito non fa il monaco ma, il 1° giugno, quello di Sergio Marchionne farà notizia: quel giorno l’ad presenterà il nuovo piano industriale quadriennale di Fca, l’ultimo del manager italocanadese, pronto a cedere il timone a fine anno. In tale occasione Marchionne, che ha sdoganato il suo celebre maglione blu persino alla Casa Bianca, potrebbe addirittura indossare la cravatta: “La metterò se sarò riuscito ad azzerare l’indebitamento industriale di Fca (sceso a 1,3 miliardi di euro, ndr) entro metà 2018”.

A un mese esatto dall’appuntamento in programma a Balocco, sono poche le certezze e tanti i dubbi. Fra le prime sembra esserci il pensionamento del marchio Lancia: un’eutanasia iniziata nel 2014 col ridimensionamento della gamma alla sola Ypsilon (dopo un grezzo e fallimentare tentativo di convertire modelli Chrysler nelle “nuove” Thema e Flavia), e completata un anno fa, col ritiro dell’utilitaria glamour dal mercato europeo.

Incerto pure il destino di Fiat, che “sarà meno importante in Europa”. Resteranno soltanto la famiglia 500 e la Panda, come ha detto Marchionne: “Abbiamo bisogno di fare spazio ai marchi più potenti. Non sto uccidendo Fiat, credo che abbia un grande futuro in America Latina, e che in Europa possa contare sulla forza della 500. Ma non dobbiamo essere emotivi: la rilevanza di Fiat per il pubblico è diminuita”.

Fra le sicurezze, invece, ci sono gli sport utility e Fca ne ha parecchi in programma: non solo perché Jeep è il marchio più lanciato della multinazionale ma, soprattutto, perché i suv faranno bene al business di Alfa Romeo e Maserati. Sotto le insegne di Jeep arriveranno le lussuose e mastodontiche Wagoneer e Grand Wagoneer, l’inedita Wrangler pick-up, la Grand Cherokee pronta nel 2020 e, probabilmente, una entry-level più piccola della Renegade. Similmente, le marche del Biscione (alla ricerca dell’utile) e del Tridente potranno contare su “la sorella maggiore della Stelvio e la sorella minore della Levante”, come confermato da Marchionne: “Avranno la priorità su tutto il resto”.

Pure Ferrari – scorporata da Fca nel 2016 – avrà il suo suv, ma non prima della prossima decade. Da fine 2019 le auto di Maranello cominceranno a ricevere la tecnologia hybrid, mentre “non ci sarà una Rossa 100% elettrica prima del 2022”. La strategia della Scuderia verrà ufficializzata a settembre.

Infine nel futuro del gruppo ci sarà meno diesel, più ibrido (mild e plug-in) e guida autonoma: per svilupparla Fca, a detta di Marchionne, starebbe collaborando con Google e alcune tecnologie potrebbero diventare di massa già nel 2021. Ma per viaggiare senza volante e pedali ci vorranno ancora parecchi anni.

Skavhellen, il norvegese con gusto americano

Cantante e compositore norvegese, Jarle Skavhellen fa il suo ingresso nel mondo cantautorale con The Ghost in Your Smile, un album composto da dieci brani folk, caratterizzati da una diversità nei testi che si accompagna alla compattezza della sezione musicale. Certo, va detto che tutto nella musica di Skavhellen mantiene un certo approccio naïf, quasi pionieristico, ma senza dubbio intenso: il suo voler cantare imitando l’accento sudista americano, e poi il solerte fingerpicking e l’ardito sguardo metaforico sulla realtà che lo circonda… Tutto molto bello, ma non si può evitare una zelante verifica sull’originalità di questo lavoro senza riscontrare l’enorme debito verso celebri menestrelli (Guthrie e Dylan), che sottolinea peraltro le difficoltà che hanno in generale gli artisti scandinavi nel trovare un’identità peculiare. Ulteriore inciso: è in pezzi come Coming Home, Paper Mache e Pilots, per metà malinconici, per l’altra vitali, che si apprezza il chiarore limpido di questo album, oltreché del mondo di Jarle.