Il girl power non è mai stato così affascinante

Ha stregato i critici con i suoi primi due album The ArchAndroid e The Electric Lady. Ha conquistato Hollywood con Moonlight e Il diritto di contare. La cantante di Kansas City è circondata da un vero alone di fascino, complice anche la sua bellezza solare e il suo indiscutibile talento. La sua voce incanta e si circonda dei migliori collaboratori e musicisti in circolazione. Il suo terzo album appena pubblicato, Dirty Computer, è un vero concept: racconta la frustrazione di una donna di colore nel mondo del lavoro, nelle relazioni umane, soprattutto mette in risalto la difficoltà di perdonare a una donna i suoi eventuali sbagli rispetto a un maschio. Ecco allora il riscatto, messo a fuoco nell’iperbolica “Pynky”: è la stessa regista del videoclip – Emma Westenberg – a definire il brano ”una celebrazione della sessualità e del pussy power”. Chiaro, no?

Una rielaborazione odierna delle Sisters tanto care ad Aretha Franklin. Su quasi tutte le tracce echeggia il fantasma di Prince, presente negli arrangiamenti; Janelle è stata l’ultima artista a collaborare con il folletto di Minneapolis. Il suo riverbero è presente in “Crazy, Classic, Life”, originale e innovativa: inizia con un beat ipnotico e sfocia in un classico canovaccio anni ottanta, molto vicina alla “Gold” di Prince. “Make Me Feel” è spudoratamente riferita a “Kiss” ed è una hit perfino irritante. “Screwed” ospita Zoë Kravitz (figlia di Lanny) e riprende “Buffalo Stance” di Neneh Cherry e “Open Your Heart” di Madonna. Poi c’è la parte noiosa e banale, da “Take A Byte” a “Django Jane” (Rihanna in “Lemon” è più tosta) sino alla ripetitiva “I Got The Juice” con l’inutile apporto di Pharrell. Tre le perle dell’album: “I Like That”, con un sample bloccato da una chitarra acustica, “Don’t Judge Me”, con tanto di arrangiamento d’archi e “So Afraid”, con un finale gospel e un po’ psichedelico, davvero intrigante. “Americans” cita la classica canzone da classifica anni ottanta Usa in puro stile Pat Benatar (“Love Is A Battlefield”). Il Tour americano parte da Seattle l’11 giugno e arriverà presto in Europa.

Non solo musica, a Taranto (anche) per chiudere l’Ilva

A Taranto si torna a suonare. Il palco è pronto, gli artisti anche. Dopo un anno di pausa, oggi Unomaggiotaranto riaccende i riflettori e in grande per celebrare la Festa dei lavoratori in una città che ancora combatte tra diritto alla vita e diritto al lavoro. E se l’Ilva con i suoi impianti non smette di inquinare, i cittadini di Taranto non smettono di lottare. Si combatte, dunque, anche con la musica. Tanti gli ospiti importanti, a partire da Modena City Ramblers, Colapesce, Irene Grandi, Meganoidi, Levante, Emma Marrone, Noemi, Brunori Sas, Mama Marjas, Piotta, Vinicio Capossela, Lacuna Coil e tanti altri.

Il Primo Maggio però non è solo musica. Come ogni anno, anche questa edizione sarà ricca di racconti e di testimonianze importanti. Come le storie delle mamme di Brescia che lottano contro l’inquinamento che sta facendo ammalare i loro figli, o i rappresentanti dei movimenti No Tav e No Tap che da nord a sud cercano di difendere il territorio. O ancora gli amici di Federico Aldrovandi morto a soli 18 anni dopo essere stato picchiato dalla polizia. Il femminicidio sarà uno dei temi trattati sul palco. A farlo i genitori di Federica De Luca, barbaramente uccisa da suo marito insieme a suo figlio di soli tre anni e mezzo. Sul palco, poi, ci sarà anche il direttore del Fatto, Marco Travaglio, che racconterà tutti i dettagli della trattativa Stato-mafia alla luce delle recenti condanne. Quello del lavoro, però, sarà uno dei temi più importanti della giornata. Ne parlerà lo scrittore Leonardo Palmisano, autore di Mafia Caporale, che racconterà lo sfruttamento nell’Italia di oggi. Così come testimonierà Michela Piccione, che racconterà come si lavora in un call center a soli 33 centesimi l’ora. Alla squadra già rodata dei presentatori, Valentina Petrini, Valentina Correani e Michele Riondino, che insieme ad Antonio Diodato e Roy Paci è anche direttore artistico della manifestazione, si è aggiunta la comica Martina Dell’Ombra. E poi una novità: il Collettivo di Lercio e la sua satira pungente su attualità e politica.

Anche quest’anno il comitato dei Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti, promotore dell’evento, chiederà a gran voce la chiusura del siderurgico e il reimpiego degli operai nelle operazioni di bonifica. Unica soluzione, secondo il Comitato, per salvare la città e i lavoratori. “Questo primo maggio comincerà con un importante convegno – spiega il direttore artistico Michele Riondino – in cui si parlerà della possibilità concreta di chiudere lo stabilimento. Lo scorso anno ci siamo fermati perché la campagna elettorale delle amministrative avrebbe inquinato il nostro progetto. Ma eravamo pronti così come lo siamo quest’anno. Ci sarà tanta musica: dalle band emergenti che abbiamo selezionato in vari contest ai grandi artisti. A tutti loro va il mio grazie, non solo perché partecipano gratuitamente a questo concerto, ma perché sposano e sostengono concretamente il nostro documento politico”.

Una spy story (francese) dietro lo scandalo Nobel

Stop all’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura? In Svezia si è aperto ufficialmente il dibattito sulla gestione del più grande scandalo a cui il Paese “di ghiaccio” abbia mai assistito e che ha travolto – come in una spy story degna dei migliori gialli scandinavi – una delle istituzioni con maggiore credibilità all’estero: l’Accademia che assegna il Nobel per la Letteratura, appunto.

Un caso da #metoo. Ma anche una storia di appropriazione indebita di fondi pubblici, di rivelazione di segreto professionale, nonché di assegnazione di Premi per la Letteratura in cambio di “favori”. Reati tra quelli di cui ogni svedese avrebbe da vergognarsi pubblicamente a vita.

Il molestatore seriale, impegnato a dare di mano in festini evidentemente travestiti da salotti letterari però, va detto, è straniero. Si chiama Jean Claude Arnault, è un fotografo francese, nonché marito della poetessa Karima Frostenson, uno dei membri (ora dimissionari) dell’Accademia Svedese. Accusato da 18 donne di abusi sessuali, il francese trascina nello scandalo la consorte e con lei, si capisce, la l’Accademia in piedi dal 1786 e l’intero Paese. Lei, l’autrice di Tankarna, lascia il consesso dei cervelli. Prima e dopo di lei altri cinque abbandonano il palazzo della Borsa, ora allo sbando. Di 18 membri, per norma eletti a vita, ne restano in carica 12, di cui attivi 10. “Come si può continuare in queste condizioni?” si chiede e chiede a lettori e intellettuali Svenska Dagblade, il giornale che ha svelato il coinvolgimento della corona svedese nella spy story accademica: il fotografo, infatti, avrebbe molestato anche la principessa Vittoria di Svezia. La casa reale non conferma né smentisce. Quel che è certo è che a dirimere le beghe accademiche non potrà più intervenire re Carlo XVI Gustavo, che aveva fatto sapere di essere disposto a cambiare le regole di elezione degli accademici pur di salvare il quorum.

E allora le ombre si allungano sulla poetessa Frostenson, più giovane membro mai eletto all’Accademia Svedese. Rampolla di una delle famiglie più in vista del Paese, nel 1992, allora trentanovenne e senza grandi allori quali quelli dei suoi pari, Frostenson si siede sullo scranno numero 18, quello che fu di Artur Lundkvist, scomparso l’anno prima, uno dei più grandi poeti d’avanguardia del suo Paese, per intenderci. Nessuno in Svezia inneggia al giovanilismo, e nessuno è completamente indifferente alla sua elezione. Ma si va avanti come sempre, compiti e uniti davanti al mondo. Eppure il nodo dello scandalo odierno, secondo fonti svedesi vicine all’Accademia sarebbe da ricercare proprio qui. Quello delle molestie – scandalo reale (sic) anche ineluttabile con tutte le sue conseguenze – sarebbe venuto fuori ora anche per ristabilire gli equilibri di potere all’interno dell’Accademia. Contro i personalismi della Fronstenson – il cui marito a quanto scrivono le cronache sarebbe stato destinatario anche di finanziamenti per la sua associazione culturale di stanza a Parigi – c’è chi avrebbe voluto dare la spallata definitiva al “nuovo corso”. Quello francese, per chiarire.

Quello contro cui già nel ’93, sullo scranno che fu di Per Olof Sundman, il numero 6, venne fatta accomodare una delle più grandi poetesse scandinave, Birgitta Trotzig, classe 1929 convertita al cattolicesimo in una Paese orgogliosamente protestante (nella sua prima intervista, c’è chi le rivolse domande sul “papismo”). Tutto pur di ristabilire l’ordine. Anche lei legata alla Francia, dove visse dagli Anni 50 agli Anni 70, ma anche alla Spagna, nonché all’Italia. Sarà lei a volere il Nobel per Dario Fo nel 1997, “perché, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi”. Ma venuta a mancare la Trotzig, nel 2011, la spy story parigina continua. La Francia, secondo quanto circola nell’entourage accademico, continua a premere per veder riconosciuto un Nobel ai suoi versi. Ne ottiene ben due: il primo, a Jean-Marie Gustave Le Clézio (2008), e il secondo, a Jean Patrick Modiano (2014).

Secondo qualcuno, uno di troppo. Soprattutto se si fa guarda all’ultimo con un occhio alla permanenza in suolo francese di Katarina Frostenson in un appartamento spesato dal Paese ospitante. Ma queste sono solo voci che si inseguono già da un po’. Resta il dato di fatto che se oggi l’Accademia dovesse votare il Nobel non avrebbe neanche i due terzi del quorum per farlo.

In un Paese in cui “la deontologia professionale conta moltissimo”, spiega al Fatto la professoressa Daniela Marcheschi, docente, studiosa e critica, autrice di diversi saggi sulla poesia e la narrativa italiana e scandinava e di Alloro di Svezia: “Evidentemente quella della molestie era una situazione che aveva raggiunto il livello di tollerabilità massimo per una nazione in cui ‘il comportamento dell’uomo’ ha un grande peso e che si specchia molto nelle grandi questioni internazionali, come il movimento #MeToo”, continua Marcheschi. “Pensi che quando da noi ci fu Mani Pulite, per fare un esempio, in Svezia si dimise immediatamente un ministro per aver speso con la carta di credito del ministero circa 25 milioni di lire. Questo dell’Accademia è davvero un caso importantissimo. C’è un inchiesta in corso e quello che dice è che per la prima volta si è rotto qualcosa anche tra i cittadini, che vedono la loro più importante organizzazione anche a livello internazionale sconvolta da questo scandalo”.

Una storia da Nobel.

“Uomini in strada a battersi, l’ironia era al femminile”

Erano i ragazzi a lanciare i blocchi di pavé usando i coperchi dei cassonetti dell’immondizia come scudi. Le ragazze battevano a macchina i volantini. Eravamo solo due-tre nei Comité de grève degli studenti e a parlare nelle assemblee generali. Ma è lì che è nata la volontà di rimettere in discussione il monopolio maschile della parola”. Martine Storti aveva 22 anni nel maggio ’68 ed era studentessa di Filosofia alla Sorbona. Già da un paio d’anni era militante gauchista. Oggi, ex giornalista, a Libération, femminista nell’anima, nel 2006 ha raccontato il suo ’68 nel libro 32 jours de mai.

In testa alle contestazioni si ricordano soprattutto tre giovani uomini, Daniel Cohn Bendit, Jacques Sauvageot e Alain Geismar. Una leader donna era impensabile?

I movimenti gauchisti erano il riflesso della società. I leader erano uomini ed erano loro a decidere la linea politica. C’erano tante donne nelle AG e le operaie occupavano le fabbriche. Marciavamo nei cortei ma non fabbricavamo molotov.

Avreste voluto essere come quei giovani leader?

Conobbi soprattutto Cohn Bendit. Avevamo la stessa età, diverse affinità politiche e condividevo la sua libertà d’espressione. Ma, almeno per quanto mi riguarda… no, non ho mai voluto essere come loro. Però non volevo neanche tacere e farmi da parte. Avevo la risposta pronta, parlavo con una certa ironia, ma non pretendevo di possedere la verità. I ragazzi erano pieni di dogmatismi e si prendevano molto sul serio.

Come viveva la contestazione in famiglia?

Nel mio caso non c’erano scontri in famiglia. Mio padre, immigrato ligure, era operaio in una fabbrica nella periferia di Parigi. Per la prima volta nella sua vita faceva sciopero. Mia mamma lavorava la maglia a casa. Sapevo che avevano fatto sacrifici per farmi studiare e capivano la contestazione, anche se si preoccupavano per me.

Qual è stato il momento più agitato?

La manifestazione del 24 maggio. In giornata De Gaulle aveva tenuto un discorso sulla contestazione. La notte fu dato fuoco al Palazzo della Borsa. Assistetti a scene di violenza anche gratuita e su entrambi i fronti, dei manifestanti e della polizia. Alle 3 di notte chiamai i miei per rassicurarli. Mia madre mi disse che seguivano l’evoluzione del corteo alla radio e con la cartina di Parigi sotto gli occhi. Le radio private svolsero il ruolo che oggi sarebbe dei social. La tv invece era considerata la voce del governo.

La causa femminista però era assente dalle rivendicazioni.

Per i gruppi gauchisti la priorità era la rivoluzione proletaria. Nelle assemblee i discorsi femministi erano rari. Poche ragazze avevano letto Simone de Beauvoir. Ma l’eredità delle femministe che avevano fatto la battaglia per il divorzio non era trasmessa nelle scuole.

Si può dire che il maggio 68 delle donne è arrivato dopo?

Fu il fiammifero che accese l’incendio. Nel 1968-69 circolavano ancora slogan come ‘Le pouvoir au bout du phallus’. Ma le ragazze militanti cominciarono a dire basta a queste formule grottesche. Il 26 agosto ’70 un gruppo di femministe andò sotto l’Arco di Trionfo a Parigi per deporre dei fiori sulla tomba del milite ignoto. La dedica era: ‘A colei che è ancora più ignota del milite ignoto: sua moglie’. La rivoluzione femminista era iniziata.

Cosa resta oggi del maggio 68?

Fu un momento di vita unico. Non ci furono solo le barricate. Il tempo era come sospeso, le persone si parlavano di più, c’era una gioia collettiva che non abbiamo più ritrovato in Francia. Resta il sentimento di rifiuto delle ingiustizie e delle diseguaglianze. Ma il movimento ha fallito, soprattutto con l’ultraliberalismo degli anni 80.

E nelle proteste odierne come #MeToo?

Ci sono le tracce dei movimenti di liberazione della donna degli anni 70. Purtroppo 40 anni dopo bisogna ricominciare perché questa è una lotta interminabile. Ma è bene che la società resti vigile e che il problema non venga più minimizzato.

“I flic entrarono d’improvviso. Poi furono barricate”

Era già da alcuni giorni che occupavamo la Sorbona. Nel cortile erano attaccati i manifesti di Mao, Lenin, Stalin e Che Guevara. Gli studenti strillavano nelle assemblee. C’era chi ci viveva accampato giorno e notte. Tutte le sere si andava al meeting della piazza Denfert-Rochereau con Daniel Cohn Bendit che saliva sulla statua e nel megafono gridava ‘Occupate, occupate!’. Quando il 3 maggio, fra le 3 e le 4 del pomeriggio, i flic sono entrati nella Sorbona, non ce lo aspettavamo. Non s’era mai visto prima. Sono passati da una porta laterale e ci hanno portati via, più di 500, caricandoci sui pulmini mentre decine di studenti strappavano i blocchi di pavé da terra e gridavano ‘Liberate i nostri compagni!’”. Incontriamo Alain Krivine nei locali del Nouveau Parti Anticapitaliste, figlio della dissolta Lega comunista rivoluzionaria, a Montreuil, alle porte di Parigi, uno dei rari bastioni comunisti che resistono in Francia. Krivine aveva 27 anni ne ’68. Il giovane militante trotskista aveva finito gli studi e si preparava a sbattere la porta dell’editore Hachette che lo aveva assunto come segretario di redazione. Da due anni dirigeva il movimento della Jeunesse communiste révolutionnaire. Appena nel mese di marzo, Le Monde aveva pubblicato un editoriale dal titolo “La Francia si annoia”: “Non solo i giornali, ma nessuno aveva capito cosa si stava preparando. Il ’68 non lo ha previsto nessuno, neanche i sindacati”, osserva Krivine. Eppure le fabbriche scioperavano a ripetizione. Nell’ovest era nato il movimento dei Paysans travailleurs. Gli studenti di Nanterre contestavano. Nelle strade si protestava contro la guerra nel Vietnam. L’evacuazione della Sorbona accese la miccia. “E poi arrivò il 10 maggio, la ‘notte delle barricate’. La polizia caricò solo alle tre. Ci aveva lasciato il tempo di alzare le barricate. Ci furono molti feriti. Io mi rifugiai all’École Normale Supérieure, dove stavano i maoisti. Tornai nel Quartiere Latino alle 6. Era deserto, silenzioso. Nelle strade c’erano ancora i grossi rami degli alberi segati e le auto che fumavano. Per settimane vissi tra un seminterrato della rue Gay-Lussac e le barricate”. Il 13 i sindacati organizzarono un giorno di sciopero per protestare contro la repressione poliziesca. E invece lo sciopero continuò e divenne generale. “Maggio ’68 non è stata una rivoluzione ma la più grande esplosione popolare mai vista. Un tale clima sociale in cui, come diceva Trotski ‘le persone sono quotidianamente irriconoscibili’, non si è mai ripetuto”. Secondo Krivine la contestazione ha fallito perché “non c’è stato un potere operaio credibile. Il 68 – dice – fu una vittoria sul piano sociale ma un fallimento sul piano elettorale. Non credo nelle elezioni. Credo nella spontaneità delle mobilitazioni e che solo con gli scioperi si può ottenere qualcosa. Non so se ci potrà essere un nuovo 68, ma la prossima volta la vittoria deve essere completa”.

Da alcune settimane, a 50 anni di distanza, in Francia le facoltà sono di nuovo occupate. I dipendenti pubblici protestano. I ferrovieri bloccano i treni due giorni su 5. Oggi diverse migliaia di persone sono attese nei cortei. “C’è un risveglio. Le persone ne hanno abbastanza di Emmanuel Macron. Hanno capito che il suo discorso “né di destra, né di sinistra” era una finta e che invece è di destra. Ma oggi manca un’alternativa anticapitalistica credibile. E le persone sono perse, non sanno più dove sta la destra e dove la sinistra. I soli a vincere in questa situazione sono i nazionalisti e i movimenti anti-immigrazione”. Krivine è critico nei confronti di chi tempo fa era con lui sulle barricate: “Con Cohn Bendit, non siamo mai stati amici, ma era un buon oratore. Oggi è cambiato. È diventato liberale e si è messo a sostenere Macron. Altri scrivono libri sul ’68 ma poi non fanno più niente di concreto. Non credo neanche nelle commemorazioni – aggiunge –. Per molti festeggiare il ’68 vuol dire sotterrarlo. Credo però che bisogna parlarne per le nuove generazioni. E poi è sempre meglio parlare di una rivoluzione che di una controrivoluzione”.

Il diritto è morto nella Turchia della dittatura

Vostro Onore, il misero surrogato di atto d’accusa presentato contro di me, privo non solo di intelligenza ma anche di rispetto per la legge, è troppo debole per sostenere il peso immenso della sentenza di ergastolo con applicazione delle relative aggravanti richiesta dal pubblico ministero, e non merita una difesa seria.

Tuttavia, leggere le bugie sul mio conto riportate nell’atto d’accusa mi ha aiutato a comprendere meglio a quale massacro della legalità siano state sottoposte le migliaia di persone imprigionate a partire dal 15 luglio 2016. Dato che di certo non sono l’unico bersaglio di simili bugie, si può tranquillamente ipotizzare che tali falsi capi d’accusa abbiano cominciato a propagarsi come edera velenosa, strangolando l’intero potere giudiziario.

Analizzando passo dopo passo il documento vi mostrerò la terribile malattia contratta dalla giustizia. Non lo farò in base all’ingenua convinzione che oggi in Turchia esista un sistema giudiziario sensato e indipendente. Sono ben consapevole che viviamo in un’era di vergogna e tirannia, in cui i detenuti rilasciati dal tribunale vengono arrestati di nuovo non appena mettono piede fuori dall’aula, e sono altrettanto ben consapevole che io stesso, proprio mentre assisto al dispiegarsi dei suoi effetti, vengo messo sotto accusa da quella stessa tirannia che per mano degli avvocati ha intrapreso un massacro della legalità.

Eppure credo nel proverbio latino secondo cui le leggi talvolta dormono, ma non muoiono mai. So che lo Stato di diritto è stato preso a fucilate, è ferito, sanguinante e ridotto in coma, ma alla fine guarirà e farà ritorno.

I politici e gli avvocati attualmente al potere in Turchia forse pensano solo al presente e sono convinti, proprio come i generali del colpo di Stato del 28 febbraio 1997, che questo giorno durerà “mille anni”. Ma io so che il domani sta arrivando; arriva sempre.

Perciò farò a pezzi quel cosiddetto atto d’accusa, quel testo privo di basi e fondamento, allo scopo di lasciare una testimonianza per i giorni in cui l’oppressione finirà e la legge farà ritorno.

E ora veniamo a questa anomalia legale, questo cosiddetto atto d’accusa. Che cosa contiene il documento? A parte qualche mio articolo e un’unica apparizione in tv, l’imputazione di “golpismo” nei nostri riguardi si basa sulla seguente asserzione: si ritiene che noi conoscessimo gli uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato. Sono convinto che un simile riassunto sembri ridicolo anche a voi, ma a eccezione dei miei articoli e dell’apparizione televisiva l’intera accusa poggia su questa bizzarra e comica affermazione. Si dice che alcuni individui avrebbero orchestrato il golpe… si dice che altri individui li conoscessero… e si dice che noi conoscessimo questi ultimi. Permettetemi di porvi una domanda: come può il fatto di “conoscere” qualcuno essere accettabile come prova di un crimine? Se conoscete un criminale, questo fa anche di voi dei criminali?

Se il vostro vicino viene processato con l’accusa di essere un falsario, allora verrete processati anche voi, perché lo conoscevate? Non dovreste aver commesso voi stessi l’atto, o avervi partecipato, per poterne essere accusati, o ritenuti responsabili? Non è necessario produrre prove della vostra partecipazione a tale atto? Certo che lo è. Ebbene, esistono prove simili contro di noi? Naturalmente no. Questa è solo demagogia, basata su menzogne. Perfino l’assunto di partenza, che, se anche fosse vero, non rappresenterebbe la prova di un crimine, in realtà è falso.

Vostro Onore, non c’è libertà di pensiero in questo Paese. Il fatto stesso che io mi trovi sotto processo in quest’aula ne è prova sufficiente. Oltre 160 giornalisti di ogni orientamento politico, di sinistra, curdi, liberal, kemalisti, nazionalisti, conservatori, oggi sono in prigione. Qual è la caratteristica che accomuna queste persone dalle idee così diverse? Sono tutti oppositori dell’Akp (il partito del presidente Erdogan, ndr). Questo semplice fatto è sufficiente a dimostrare in quali condizioni versino oggi nel nostro Paese la libertà d’espressione e lo Stato di diritto. Il pubblico ministero che sostiene che oggi in Turchia c’è libertà di pensiero ha inserito tre miei articoli all’interno del suo atto d’accusa per incolparmi di golpismo. C’è libertà di pensiero, ma gli articoli di giornale vengono equiparati ad atti di golpismo. È davvero splendida questa versione della libertà di pensiero!

In un articolo dal titolo Paura assoluta ho affermato che Erdogan ha violato la Costituzione e ogni tipo di legge. Che è un dittatore che ha assunto il controllo del potere legislativo, esecutivo e giudiziario, e che la sua vita politica si sta avvicinando alla fine. Ecco ciò che ho scritto: “Credo che stiamo assistendo all’ultimo atto di un pessimo dramma. Abbiamo pagato un prezzo pesante ma è comunque bello sapere che presto sarà finita”. Sono pienamente d’accordo con me stesso. Erdogan ha violato la Costituzione dichiarandosi presidente de facto (con tutti i poteri conferiti a questa carica all’interno di un sistema presidenziale) e affermando di non riconoscere le sentenze della corte costituzionale. Ha anche parlato di riunire tutti i poteri in una sola mano. Un politico che riunisce tutti i poteri in una sola mano si chiama “dittatore”.

Il pubblico ministero sostiene che “criticare Erdogan è golpismo”. E a questo io rispondo: “No”. Criticare un politico non è golpismo. Erdogan è un politico: un politico che ha compiuto di gran lunga troppi errori negli ultimi cinque anni. È ovvio che venga criticato. A causa dei suoi errori politici il Paese sta crollando sotto i nostri occhi. Se non critichiamo questo, allora cosa dovremmo criticare? Il pubblico ministero non si sta comportando come tale. Si sta comportando come portavoce della censura. L’unico obiettivo di questo menzognero atto d’accusa, che non riesce a presentare uno straccio di prova, è spaventare il popolo e ridurlo al silenzio. In nessuna democrazia matura è possibile sbattere qualcuno in galera e processarlo in base ad accuse come queste.

Vostro Onore, non ho fiducia nel nostro attuale sistema giudiziario, un sistema che arresta la gente senza motivo e la processa in base ad accuse menzognere. Perciò non ho neppure richieste da presentare. La sua sentenza non avrà niente a che fare con me. In un suo romanzo, John Fowles dice che tutti i giudici del mondo vengono giudicati in base alle loro decisioni. Ed è vero. Tutti i giudici vengono giudicati in base alle loro decisioni. Anche lei verrà giudicato in base alle sue. Pensi a come vorrà essere giudicato, a quale tipo di verdetto si augurerebbe di ricevere, a come vorrà essere ricordato, e poi giudichi di conseguenza. Perché è lei che verrà giudicato.

Questo testo è stato letto il 17 giugno 2017 a Siliviri (Istanbul). Ahmet Altan è stato condannato all’ergastolo il 16 febbraio 2018

Doppio kamikaze per uccidere di più: strage di reporter a Kabul e di bimbi a Kandahar

Decine di vittimeper gli attentati in Afghanistan. Prima un doppio attacco kamikaze, rivendicato dall’Isis, ha ucciso a Kabul almeno 25 persone: tra loro almeno 8 giornalisti e fotoreporter; la seconda delle due esplosioni ha preso di mira proprio i reporter che erano accorsi sul posto dopo il primo attacco. Poco più tardi un altro attentato suicida è avvenuto nel sud, vicino all’aeroporto di Kandahar, dove un kamikaze si è lanciato contro un convoglio della Nato uccidendo 11 bambini che si trovavano vicino. Nel rivendicare l’attentato di Kabul, lo Stato islamico si è scagliato contro “apostati di forze di sicurezza e media”. Trenta minuti dopo la prima esplosione infatti, avvenuta vicino alla sede dei servizi di intelligence afghani Nds, la seconda ha preso di mira i giornalisti che si erano raccolti sul posto: secondo una fonte della sicurezza, il kamikaze si è intrufolato in mezzo alla stampa “munito di una telecamera”.

Ieri sera infine un 29enne giornalista afghano della Bbc è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco nella provincia di Khost.

I diritti negati dei migranti dell’Impero: l’Inghilterra si scopre matrigna

Per ora è costato il posto ad Amber Rudd, europeista e leale alleata di Theresa May, di cui aveva raccolto la difficile eredità al ministero degli Interni. Ma è difficile che lo scandalo Windrush si fermi qui, e a vacillare per le ripercussioni di questa brutta storia di machiavellica gestione delle politiche migratorie – intrisa di xenofobia – ora è proprio il primo ministro.

Con il nome di “generazione Windrush” – da Empire Windrush, il nome della nave su cui viaggiavano i primissimi a sbarcare – si indicano le prime ondate di immigrati afro-caraibici che, fra il 1948 e il 1971, approdarono in una Gran Bretagna affamata di forza lavoro a basso costo, necessario alla ricostruzione ripartire post-bellica.

Ma le convenienze politiche cambiano: in particolare dal 2010, quando il governo conservatore di David Cameron capisce di dover contenere le spinte anti-immigrazione dell’Ukip, che erode consensi fra gli elettori Tory.

Con la May agli Interni, inaugura il cosiddetto hostile environment, un insieme di leggi, pratiche e requisiti che rendono la vita difficile agli immigrati illegali, o quelli più vulnerabili. Nelle maglie dell’Home office finiscono anche alcuni figli della Windrush generation, a cui viene chiesto di provare il proprio diritto a risiedere nel Regno Unito, pena la deportazione nei paesi di provenienza. Come per Paulette Wilson, arrivata a 10 anni, nel 1968, dalla Giamaica. Dopo 50 anni a Londra, per il ministero è un’immigrata illegale e deve tornare in Giamaica. Vicenda intercettata dal Guardian, che dal novembre 2017 pubblica regolarmente le storie dei figli traditi della Windrush generation: uomini e donne minacciati o costretti al rimpatrio forzato dopo una vita da britannici.

Si scopre anche che il governo ha fissato quote precise, obbiettivi di rimpatri annuali: 12.800 per il 2017-18. È per averlo negato davanti a una commissione parlamentare, ed essere poi stata sconfessata, che la Rudd ha perso il posto. Ma l’architetto del meccanismo è la May, che degli Interni è stata responsabile dal 2010 al 2017, e oggi è chiamata a darne conto sia dall’opinione pubblica che dal Labour. Finora ha rintuzzato gli attacchi, difendendo la determinazione ad agire contro l’immigrazione illegale e prendendo le distanze dalle ripercussioni del caso.

Ha già nominato un sostituto della Rudd: è Sajid Javid, ex ministro dell’Edilizia e delle comunità locali – opportunamente figlio di padre pachistano e primo membro di minoranza etnica ad arrivare così in alto – che ha subito assicurato che la soluzione del caso Windrush è la sua priorità.

Ma la vicenda indebolisce il primo ministro, sia per le ulteriori possibili rivelazioni sulla gestione del dossier immigrazione sia perché la Rudd, nel governo, era una sponda fedele contro gli eccessi dei Brexiters, e le dimissioni arrivano proprio nella settimana di riapertura dei negoziati con Bruxelles. Ai residenti europei nel Regno Unito resta il dubbio: dopo l’uscita dall’Ue rischiano il trattamento Windrush?

L’idolo Salah nella rete del marketing di regime

Mohamed ‘Momo’ Salah, stella egiziana del calcio mondiale e del Liverpool, è concentrato sulla partita di domani sera all’Olimpico, valida per il ritorno della semifinale di Champions League contro la Roma. Per tutto il resto ci sono il suo agente, Rami Abbas Issa, e altri collaboratori. Forse un occhio sui ‘dettagli’ – ad esempio i diritti di immagine di quello che rischia di diventare il secondo Pallone d’Oro africano della storia del calcio, dopo George Weah nel 1995, e tutti i contratti stipulati con una raffica di zeri –, dovrebbe buttarcelo pure lui.

Magari senza fare telefonate, visto che di mezzo, guarda caso, ci sono proprio due colossi della telefonia mobile: il primo, Vodafone (la società in Egitto ha lanciato un’offerta, partita il 20 marzo scorso fino al termine della stagione, che regala agli utenti 11 minuti di chiamate gratuite a ogni gol del Faraone), di cui Salah è l’uomo-immagine tra Nord Africa e Medio Oriente; l’altro, We (noi), sponsor della Nazionale egiziana ai prossimi Mondiali di Russia 2018.

Il Cairo non è più così distante da Liverpool, le immagini viaggiano alla velocità della luce, eppure Mohamed Salah e il suo entourage si sono accorti forse in colpevole ritardo di cosa stava accadendo nel suo Paese d’origine, abituato alle grandi misure. Da settimane la Capitale è tappezzata di enormi cartelloni pubblicitari, grandi come facciate di palazzi e con cromature e luci in stile Las Vegas, su cui campeggia il volto e la sagoma in rosso del calciatore.

Attorno al suo faccione i simboli pubblicitari della compagnia scelta dalla Federcalcio egiziana e non da quella che gli fornisce un profumato stipendio accessorio. Una battaglia tutt’altro che banale, con la Federazione nordafricana abile a fornire un assist vincente allo stesso governo del Cairo.

Un incidente diplomatico che presto potrebbe essere risolto: “Ci è stata promessa una soluzione e Dio vuole che il problema sia in via di risoluzione”, ha twittato ieri lo stesso attaccante ex giallorosso dopo che nei giorni scorsi si era lamentato affermando: “Sfortunatamente il modo in cui viene affrontato tutto questo è molto offensivo. Mi aspettavo di meglio”.

Ottimisti i vertici del calcio egiziano e il ministro dello Sport, Khaled Abdel Aziz, certi di risolvere il qui pro quo. ‘Momo’ Salah è il personaggio più amato d’Egitto, un’icona capace di far dimenticare, almeno per i prossimi due mesi, i problemi domestici con cui il presidente Abdel Fattah al-Sisi deve convivere.

Il regime si sta servendo dell’immagine della stella calcistica planetaria. Salah, dal canto suo, non si è mai esposto in prima persona, a parte alcuni doveri istituzionali, per dimostrare forte attaccamento all’attuale guida politica.

Diverso il discorso sul suo Paese e sugli affetti. Nei giorni scorsi, proprio lui ha firmato un contratto-donazione per quasi mezzo milione di dollari a favore del suo villaggio natale, Nagrig, a metà strada tra il Cairo e Alessandria. Soldi che serviranno per comprare cinque acri di terreni e realizzare opere per il trattamento delle acque reflue da trasformare in acqua potabile.

Le parole di Bartali per accendere il Giro

“Preferisco la parola Giusto piuttosto che quella di eroe”, affermerà uno schivo ma schietto Gino Bartali domani sera al Museo della Scienza di Gerusalemme, dopo che lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto, nel corso di una solenne cerimonia, gli avrà conferito la cittadinanza israeliana alla memoria per aver salvato 800 ebrei, fornendogli documenti falsi che nascondeva nel telaio della sua bicicletta. Una vicenda che non ha mai pubblicizzato: “Certe cose si fanno, non si dicono”.

Ma è grato per essere ricordato come uomo Giusto: “Questa vostra iniziativa mi tiene vivo”. Basta che non si ecceda. Non gli garbava quella sorta di beatificazione che lo ha accompagnato per tutta la carriera, quelle invocazioni (“sia lodato Bartali”) della campagna elettorale del 1948 urlate da parroci e beghine, quando i democristiani inneggiavano al “magnifico atleta cristiano”, il corridore devoto a santa Teresa (era un terziario carmelitano) e alla Madonna: “Non ho fatto politica. Ho corso soltanto in bicicletta. Ringrazio il Cielo per il dono che mi ha dato”.

Svelerà un segreto, domani. Lui a Gerusalemme c’è già stato. Una volta. Con la moglie Adriana. Voleva visitare i luoghi della Passione. I cammini di Gesù. Il Santo Sepolcro. Lo ricorderà al pubblico: “Fu il più bel viaggio della mia vita”.

La Gerusalemme condivisa delle fedi. Il suo nome è scolpito su un muretto del Giardino dei Giusti: ne sono orgoglioso, aggiungerà, ma non voglio che questo mi trasformi in un santo: “La mia è una fede semplice, terragna”. Sebbene sia stato ricevuto da quattro papi, si è sempre mosso con molta cautela nei confronti del potere ecclesiastico e comunque verso ogni potere.

Eroe? “Macché. Ho fatto cioè che avrebbe dovuto fare ogni persona, opporsi cioè alle ingiustizie”, spiegherà Ginettaccio nella città più contesa della storia, dove venerdì partirà la prima tappa del 101° Giro d’Italia. Racconterà in modo asciutto che durante l’occupazione nazista e il regime repubblichino, per allenarsi faceva decine di volte avanti e indietro da Firenze ad Assisi.

L’itinerario gliel’aveva suggerito il cardinale Elio Dalla Costa, amico e guida spirituale: “Aveva messo in piedi una rete di soccorso clandestina per favorire l’espatrio degli antifascisti e per mascherare l’identità degli ebrei perseguitati dai nazifascisti rintanati nei conventi dell’Umbria e della Toscana. Io portavo i documenti falsi dentro i tubolari del telaio”. Pedalava le strade del coraggio. Come quelle che il Giro percorrerà nelle 3 tappe previste in Israele, dal 4 al 6 maggio: la prima, una breve crono attorno alla Città Vecchia di Gerusalemme.

La seconda, da Haifa a Tel Aviv. La terza, da Be’er Sheva ad Eilat, nell’insidioso e rovente deserto del Negev.

È un evento straordinario in un contesto geopolitico drammatico. Il Giro è business: si parla di 10 milioni di dollari per questa Grande Partenza, alla vigilia delle celebrazioni per i 70 anni d’Israele (14 maggio). Si presenta come “corsa della pace”, ma in gara c’è un solo corridore israeliano e nessun palestinese… con la sicurezza garantita da un esercito di 6mila poliziotti e un’allerta costante. Su tutto aleggia il fantasma (buono) di Bartali: teatralmente interpretato dall’attore Ubaldo Pantani (nel nome un destino, “sarebbe stato peggio se mi fossi chiamato Coppi”), 35 minuti di monologo intitolato “Bartali il campione e l’eroe”. Con Ubaldo che calcherà sul volto la maschera di Gino. E ne imiterà la voce roca indimenticabile: “Soprattutto, non voglio farne un santino”. Il protettore del Giro.