“Oggi finisce un ciclo” sussurra Antonio Di Pietro entrando nell’aula magna del Palazzo di giustizia milanese. Affollata per il saluto a Francesco Greco, che lascia l’ufficio di procuratore della Repubblica e sabato va in pensione, dopo 43 anni passati nella Procura considerata la più avanzata d’Italia. La Procura di Mani Pulite, che ha visto ieri riuniti tre dei magistrati del pool: Di Pietro, Greco e Gherardo Colombo. “Io sono venuto apposta dal Molise, interrompendo la raccolta delle olive”, spiega Di Pietro, mentre su tre grandi schermi scorrono le immagini di Greco, con la toga, con l’immancabile sigaretta tra le dita, in aula, in ufficio, con i suoi predecessori Francesco Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio, con i colleghi Ilda Boccassini, Raffaele Cantone, Henry Woodcock e tanti altri. Nell’aula magna ci sono il presidente della Corte d’appello, il presidente del Tribunale, il procuratore generale, avvocati, giudici, ufficiali di polizia giudiziaria che con Greco hanno macinato centinaia d’inchieste. Prendono la parola per un saluto, tra gli altri, Armando Spataro ed Edmondo Bruti Liberati, ex procuratori a Milano e Torino. Ma sono le assenze che pesano, in questo momento di divisioni interne alla Procura, dopo la vicenda dei verbali segreti sulla loggia Ungheria. Mancano alcuni sostituti procuratori e alcuni aggiunti, in polemica con Greco. Manca Paolo Storari, manca l’altro componente del pool Mani pulite, Piercamillo Davigo. “Avrebbe dovuto venire qui anche lui, oggi”, dice Di Pietro che, chiamato di forza al microfono, tenta una conciliazione impossibile. “Abbiamo sempre fatto il nostro dovere, pagandone anche le conseguenze, mai per motivazioni politiche ma con coscienza, per assicurare alla giustizia i delinquenti. Io all’inizio ci azzeccavo poco con Greco, ma lui ci ha dato spirito di squadra”. Greco, al termine, ringrazia e saluta. “Non è la prima e non sarà l’ultima tempesta che l’Ufficio si trova ad affrontare”, dice. “Ma le regole devono essere rispettate in primis dai magistrati”. Poi ricorda di essere arrivato alla Procura di Milano il 29 gennaio 1979: il giorno in cui viene ucciso dai terroristi di Prima linea il pm Emilio Alessandrini. In 43 anni, Greco avvia indagini sulla corruzione quando ancora il termine Tangentopoli non era stato inventato: è il pm del processo Icomec, in cui fu arrestato Antonio Natali, padre politico di Bettino Craxi. Era il 1985. Il crollo del sistema arrivò soltanto dopo il 1992: Greco nel 1994 prende il posto di Di Pietro come pm nel processo Enimont. Poi arrivano il crac Parmalat, le scalate dei “furbetti del quartierino”. Sul Sole 24 Ore scrive: “Il mercato finanziario italiano è il Far West dell’Occidente”. Poi si occupa dei conflittuali rapporti con il fisco di Prada, Armani, Dolce & Gabbana e di multinazionali come Apple, Google, Amazon. Dello scandalo dei dossier Pirelli-Telecom. Del sequestro dell’Ilva. Della sanità lombarda e delle belle vacanze di Roberto Formigoni. Diventato procuratore, la narrazione si sdoppia. Gli avversari interni sostengono che dopo essere stato inflessibile con i Fiorani, i Ricucci e i Consorte, pochi anni dopo sia diventato morbido con Unipol e Mediobanca. I sostenitori mettono in guardia dalle invidie ed enumerano i risultati: l’abbattimento dei processi giacenti (da 130 a 80 mila); le centinaia di milioni di euro recuperati ai grandi evasori; le indagini innovative come quelle sui diritti dei rider. Ma come dice Di Pietro, “oggi finisce un ciclo”. La Procura è divisa, il successore incerto. La continuità del migliore “rito ambrosiano” sarebbe garantita dalla nomina da parte del Csm di Maurizio Romanelli, aggiunto a Milano, esperienza antimafia e antiterrorismo. Ma molti tifano per il papa nero, per l’arrivo a Milano di “esterni” come il procuratore generale di Firenze Marcello Viola, il procuratore di La Spezia Antonio Patrono o di Bologna Giuseppe Amato.
B., le sue bugie sui processi e l’ingiustizia che assolve
Guardia di Finanza. Erano state acquisite (dal pool Mani Pulite nell’estate del ’94, poco dopo la nascita del Berlusconi-1,ndr) le seguenti risultanze: il gruppo Fininvest, in persona di Sciascia (Salvatore, capo dei servizi fiscali, ndr), aveva pagato in almeno tre occasioni militari della Guardia di finanza; la decisione era stata presa, a dire di Sciascia, dai vertici del gruppo; l’indicazione di Paolo Berlusconi quale soggetto che aveva disposto il pagamento appariva in contrasto con altri elementi.
Mercoledì 8 giugno 1994 alle ore 20.45 Berruti si recò a Palazzo Chigi per conferire con Silvio Berlusconi; quella sera vi era il Consiglio dei ministri che si concluse alle 21; alle 21.28 (quando verosimilmente si trovava a colloquio col presidente del Consiglio) dal cellulare di Berruti partì una chiamata al servizio abbonati Sip e in rapida sequenza, alle 21.29, fu effettuata una chiamata all’abitazione di Corrado (maresciallo della Gdf, suo ex commilitone e amico, ndr); secondo quanto riferito da Corrado, rispose la moglie dicendo che era fuori; l’indomani, 9 giugno 1994, Berruti chiamò l’utenza di Corrado alle 15.11, dandogli appuntamento alle 18.30; il giorno successivo Corrado si recò alla Dia e disse a Tanca (colonnello della Gdf, coinvolto in molte tangenti, ndr) che se avesse taciuto sulla vicenda Mondadori gliene sarebbero stati grati. La sequenza indiziaria rendeva ragionevole ritenere che la necessità di contattare Corrado per mandare un messaggio a Tanca fosse sorta mentre Berruti era a colloquio con Berlusconi (…). Era necessario interrogare presto Silvio Berlusconi e Berruti contemporaneamente: gli arresti di Corrado e Berruti non potevano che aver creato allarme ed era da evitare che vi fossero contatti fra i due.
Vi erano però le elezioni regionali e saremmo stati accusati di interferire nella campagna elettorale se ci fossimo mossi prima. Attendemmo quindi la chiusura dei seggi e inviammo un invito a presentarsi a Silvio Berlusconi, contestandogli il concorso in tre episodi di corruzione. Quotidiani e televisioni di Silvio Berlusconi per anni ci hanno accusato di aver deliberatamente compiuto un atto volto a delegittimare il presidente del Consiglio inviando un’informazione di garanzia a Napoli mentre presiedeva il G7.
̀È un esempio di straordinarie capacità di mentire. Si trattava di tre falsità l’atto inviato non era una informazione di garanzia (atto a tutela dell’indagato) ma un invito a presentarsi con la contestazione di tre specifici reati; la notifica non venne effettuata a Napoli ma a Roma; Berlusconi non presiedeva il G7 ma una conferenza contro la corruzione (…).
Il 21 novembre 1994, dopo aver iscritto Silvio Berlusconi nel registro generale delle notizie di reato dal mio computer (con l’assistenza di un ingegnere perché non era abilitato, ma usai tale cautela per evitare che troppe persone vedessero il provvedimento di iscrizione e la notizia potesse trapelare), firmai con i colleghi l’invito a presentarsi (…). Il tenente colonnello Emanuele Garelli e il maggiore Paolo La Forgia partirono per Roma (…). Ma a Palazzo Chigi appresero che, contrariamente a quanto previsto nel programma, Berlusconi era rimasto a Napoli. Dissi loro di contattare il destinatario, tramite un funzionario della Presidenza del Consiglio, per concordare un appuntamento al suo rientro a Roma (…). Finalmente Berlusconi chiamò ̀Garelli: chiese perché lo stavano cercando e, saputo che dovevano notificargli un atto, chiese anche di cosa si trattasse; alla risposta che era in busta chiusa, disse di aprirla. Dalla relazione di servizio di Garelli risulta che gli furono lette le prime due imputazioni, ma non la terza perché Berlusconi aveva detto di aver capito.
Per quanto mi fu dato di comprendere, Berlusconi si mise in contatto anche con altre persone. Nel frattempo, i giornalisti del Corriere della Sera erano in allarme e telefonarono sia al procuratore Borrelli sia a me, senza ottenere conferme di alcunché. La sera, dopo le 22, il Corriere della Sera, che evidentemente solo poco prima aveva avuto la conferma che i suoi giornalisti cercavano, cambiò la prima pagina e diede notizia che il presidente del Consiglio era indagato per corruzione, con riferimento a due episodi (quelli letti da Garelli a Berlusconi).
L’indomani mattina, Berlusconi presiedette (fuori programma) la conferenza internazionale sulla corruzione a Napoli e solo nel pomeriggio rientrò a Roma dove finalmente fu possibile notificargli l’invito a presentarsi.
Il 13 dicembre 1994 (…) Berlusconi fu interrogato dal procuratore Borrelli, da Gherardo Colombo e da me, nell’anticamera del procuratore. È una sala ampia con un tavolo a ferro di cavallo, dove si tengono le riunioni dell’ufficio. Alle pareti vi sono scaffali con porte a vetri che contengono libri, tranne una in cui sono esposte le coppe vinte dalla squadra di calcio della Procura nel torneo del palazzo di giustizia. Quando Berlusconi entrò, guardò le coppe e disse che lui ne aveva vinte di più (era presidente di una squadra di Serie A: il Milan). Colombo e io ci guardammo sconcertati. Nell’interrogatorio sostenne di non sapere nulla dei fatti a lui contestati, ma che si trattava di concussione. Quanto all’incontro con Berruti, disse di averlo ricevuto, ma perché questi voleva chiedergli di andare a chiudere la campagna elettorale in Sicilia. La versione era scarsamente credibile poiché la campagna elettorale si sarebbe chiusa venerdì 10 giugno e (…) appariva singolare che Berruti potesse chiedergli di andare a concluderla l’indomani (giovedì) o il giorno successivo (venerdì).
Contemporaneamente, Francesco Greco interrogò Berruti, il quale ammise di essersi recato a Palazzo Chigi ma sostenne che Berlusconi non lo aveva ricevuto. Il contrasto fra le due versioni era stridente. Il giorno successivo Berlusconi mi telefonò (dopo aver cercato il procuratore senza trovarlo) e mi disse di essersi sbagliato nell’interrogatorio: non aveva visto Berruti mercoledì 8 giugno 1994, si era confuso con un’altra visita. La nuova versione era all’evidenza falsa: avevamo acquisito il registro dei “passi” e non c’era mai stato un altro accesso di Berruti a Palazzo Chigi. Aggiunse poi che non era vero quello che sostenevamo e cioè che il Consiglio dei ministri quella sera si era concluso alle 21, ma era proseguito fino alle 22.
Lo invitai a scrivere una lettera con cui rettificava le sue dichiarazioni e a inviare copia del verbale della riunione del Consiglio dei ministri (…) Ci mandò un comunicato stampa in cui si affermava che la riunione era finita alle 22. Acquisimmo il verbale della seduta in cui la conclusione dei lavori era indicata alle 21.
Su questa base fu richiesto il rinvio a giudizio anche di Silvio Berlusconi per le tangenti alla Guardia di finanza. In primo grado fu condannato a 2 anni e 9 mesi (il fratello Paolo fu assolto). In appello fu dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione. La Corte di cassazione annullò senza rinvio la sentenza di appello per non aver commesso il fatto: “Nessun rilievo a fini probatori nei confronti di Berlusconi è stato attribuito dalla Corte di merito alla vicenda del ‘passi’ per Palazzo Chigi sequestrato al Berruti e al connesso incontro da quest’ultimo con Berlusconi nel giugno del 1994”.
La giurisprudenza consolidata della Corte di cassazione era invece nel senso che, “allorché le sentenze di primo e secondo grado concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente per formare un unico complesso corpo argomentativo”. Habent sua sidera lites.
Lodo Mondadori. Il copione si ripete nei processi Mondadori (Berlusconi prosciolto, i suoi avvocati Previti, Pacifico, Acampora e il giudice Metta condannati) e Mills (Mills condannato in primo e secondo grado e prescritto in Cassazione, Berlusconi assolto, ndr). A fronte dell’esistenza di prove documentali quali i movimenti bancari, il proscioglimento per la vicenda Lodo Mondadori in sede di udienza preliminare e poi nel primo giudizio d’appello mi parve sorprendente. Ricordo una frase del generale Carlo Alberto dalla Chiesa che, a proposito di certe decisioni, parlò di “ingiustizia che assolve”.
Sme-Ariosto. (Stesso copione nel caso Previti e Squillante condannati in primo e secondo grado e poi prescritti, Berlusconi prescritto in primo grado e assolto in appello, ndr). La cosa che più mi ha sorpreso nelle vicende riguardanti Silvio Berlusconi e i suoi coimputati è stata la continua lamentazione di una persecuzione giudiziaria.
I fatti inoppugnabili sono che le accuse erano sorte a seguito di dichiarazioni di soggetti quali il vicebrigadiere Di Giovanni e Stefania Ariosto, ampiamente riscontrati e integrati da prove documentali indiscutibili.
L’atteggiamento dei giudici, all’esito dei vari gradi di giudizio, alla luce delle prove raccolte, del riconoscimento delle attenuanti generiche pur a fronte delle condotte volte a impedire o rallentare i processi e della straordinaria gravità dei fatti, non può che essere definito di grande benevolenza.
Ma su questo si pronunzieranno gli storici quando le passioni saranno spente.
Certamente, vi è stato un sistematico ricorso ai mezzi di informazione televisivi e non di cui il gruppo Fininvest dispone con effetti sull’orientamento della pubblica opinione, ed è curioso sentire provenire proprio da quelle parti la critica ai processi mediatici.
Silvio Berlusconi riuscì nell’impresa di far credere di essere vittima di accanimento giudiziario contro l’evidenza dei fatti.
Riforma sanità: si scrive Fontana, ma si legge Maroni
Una valanga di emendamenti (1900), un oceano di ordini del giorno (4000) e la promessa di parlare per giorni, sfruttando ogni minuto concesso dai regolamenti. Sono le armi che le opposizioni nel Consiglio regionale lombardo useranno per dare battaglia alla legge di riforma del Sistema sanitario lombardo, figlia dell’ex presidente Roberto Maroni, che l’attuale assessore al Welfare, Letizia Moratti, ha fatto propria. Riscrivendola e peggiorandola. Un testo sul quale Attilio Fontana ha già posto la fiducia (e niente voto segreto), rendendo di fatto impossibile ogni cambiamento. Così come inascoltata è stata ogni proposta delle opposizioni in commissione Sanità, dove la maggioranza si è rifiutata anche di presentare il testo, rendendolo pubblico solo il 1° agosto, giorno di chiusura del Consiglio. E così alle opposizioni non resta che l’ostruzionismo e la denuncia di una riforma che afferma di cambiare tutto, per non cambiare nulla. Un fronte unico, compatto, un antipasto della prossima campagna elettorale per la poltrona di Fontana.
Dal rapporto assolutamente paritario tra sanità pubblica e privata, al metodo di selezione dei direttori generali, fino dalla gestione del Fondo sanitario (19,3 miliardi di euro l’anno dirottati sotto il diretto controllo dell’assessorato al Welfare), sono decine gli aspetti criticati della riforma. Ma, forse, quello che ha spinto tre giorni fa tutti i sindaci del centrosinistra della Lombardia (e anche qualcuno del centrodestra) ad alzare la voce, è la carenza nel testo di ogni forma di medicina territoriale. La riforma colloca le Case e gli Ospedali di Comunità – fulcro della medicina di prossimità, nonché elemento necessario per accedere ai fondi del Pnrr – all’interno degli ospedali esistenti. L’epidemia di Covid ha insegnato ben poco.
Chiudere la Lombardia? L’Oms lo disse a febbraio
Il 5 gennaio 2020, dopo l’allarme per l’epidemia in Cina, l’Organizzazione mondiale della sanità suggeriva agli Stati membri di applicare le “misure di sanità pubblica e sulla sorveglianza dell’influenza e delle infezioni respiratorie acute gravi”. Il 4 febbraio lo ribadiva dopo la dichiarazione di emergenza internazionale (30 gennaio) che aveva indotto il governo Conte 2 a dichiarare l’emergenza in Italia (il 31). E il 24 febbraio, dopo una missione in Cina, l’Oms indirizzava specifiche “raccomandazioni” ai “Paesi con casi importati e/o focolai di Covid-19”. L’Italia rientrava in entrambe le categorie perché, dopo i due cinesi trovati positivi a Roma (30 gennaio), erano stati scoperti i casi di Codogno (Lodi) e Vo’ Euganeo (Padova) e la rapida diffusione del virus indusse il 22 febbraio a dichiarare “zone rosse” dieci Comuni del Lodigiano e quello veneto.
Il 24 febbraio gli esperti dell’Oms rientrati dalla Cina sollecitavano, tra l’altro, “misure ancora più stringenti per interrompere le catene di trasmissione secondo necessità (es. la sospensione dei grandi raduni e la chiusura delle scuole e ambienti di lavoro)”. Il lockdown, che arriverà il 9 marzo. Ulteriori raccomandazioni erano giunte il 7 marzo dagli esperti Oms che avevano visitato il nostro Paese con i i colleghi dell’Ecdc di Stoccolma, il Centro europeo per la prevenzione delle malattie.
Sono documenti depositati in Tribunale dal Gruppo dei familiari #sereni che riunisce oltre 600 famiglie bergamasche, bresciane di altre province lombarde assistite dagli avvocati coordinati da Consuelo Locati, che hanno intentato la causa civile in corso a Roma contro il governo e la Regione Lombardia. Con ogni probabilità li aveva letti l’allora direttore della Sanità lombarda Luigi Cajazzo che, il 7 marzo 2020, chiese all’Oms di attivarsi nei confronti del governo affinché adottasse in Lombardia “misure immediate e più restrittive e chiusura confini ”, come si legge in una mail interna all’Oms. Lo ha rilevato lunedì Report. Il resto della storia è noto. Quello del 27/28 febbraio fu il weekend degli aperitivi “contro la paura” a Milano, dove andò anche l’allora segretario Pd Nicola Zingaretti e tornò con il Covid. “Milano non si ferma” proclamava il sindaco Beppe Sala che poi riconoscerà l’errore, mentre gli industriali bergamaschi diffondevano lo spot “Bergamo is running”. Ai primi di marzo il governo decise la chiusura di Alzano Lombardo e Nembro (Bergamo), il Viminale mandò i carabinieri ma poi Giuseppe Conte non firmò il decreto, i carabinieri tornarono in caserma e il 9 si arrivò al lockdown in tutta Italia. In realtà la Regione Lombardia e i sindaci, a norma della legge 883/1978 sul servizio sanitario nazionale, potevano chiudere in autonomia, ma preferirono chiedere aiuto all’Oms che non si immischiò negli affari italiani.
La vicenda confina con quella della mancata applicazione del piano pandemico mai aggiornato dal 2006 e dei ritardi accumulati tra gennaio e febbraio nella sorveglianza, nell’approvvigionamento di mascherine e tamponi, nella ricognizione della situazione degli ospedali. Su tutto questo indaga la Procura di Bergamo e ieri il ministro Roberto Speranza è tornato a rispondere alla Camera a Fratelli d’Italia: “Il piano pandemico del 2006 non è stato aggiornato per 180 mesi durante i quali si sono alternati 7 governi. In pochi mesi è stato approvato durante il mio mandato e in questa legge di bilancio ci sono risorse importanti per la sua realizzazione. Chiunque ha avuto responsabilità dovrà rispondere delle proprie azioni, ma su questi temi non dobbiamo dividerci”.
Bavaglio alle piazze: un colpo ai no-vax e uno anche ai diritti
La preoccupazione per l’ordine pubblico è forte. Per le manifestazioni contro il green pass e i vaccini che coinvolgono gruppi e soggetti violenti non sempre inquadrati in organizzazioni monitorabili dalle forze di polizia, che peraltro hanno anche commesso errori in mancanza dei quali sarebbe stato meno facile assaltare la Cgil a Roma il 9 ottobre scorso, senza contare le occasioni di contagio tra chi rifiuta le mascherine. Per le tensioni sociali che crescono ben al di là del green pass e di chi rischia la sospensione del lavoro per mancanza di vaccino e deve pagarsi i tamponi. E anche per il timore che, specie se qualche Regione dovesse passare in zona gialla per l’aumento dei pazienti Covid negli ospedali (come è probabile tra due settimane o forse prima), in qualche occasione siano i vaccinati a prendersela con i non vaccinati, che certo non ostacolano granché la circolazione del virus. Ieri l’altro era intervenuto anche il presidente Sergio Mattarella per dire che “violenze” e “vandalismi” alle manifestazioni no pass mettono in pericolo la “convivenza civile”.
A quest’aria pesante e ai cortei che ogni sabato attraversano molte città, rallentando il traffico e scatenando l’ira dei commercianti a poche settimane da un Natale che nonostante i vaccini non si annuncia di piena libertà, il Viminale risponde con una circolare che invita prefetti e questori a limitare significativamente la libertà di manifestare. Significa, almeno in via preferenziale, evitare i cortei a vantaggio di sit-in e manifestazioni stanziali. Evitare le zone più centrali delle città, dove ci sono gli obiettivi più sensibili e le strade dello shopping. Un elenco pubblicato giorni fa dal Corriere della Sera vieterebbe l’esercizio della libertà di riunione, tutelata dall’articolo 17 della Costituzione, nella zona del Duomo e di Brera e in piazza Fontana a Milano, piazza del Popolo a Roma, Santa Croce e Santa Maria Novella a Firenze, il lungomare, piazza Dante e piazza del Plebiscito a Napoli, piazza Maggiore a Bologna e le zone centrali di Bari, Lecce, Cagliari e Palermo.
La circolare era attesa da giorni, la ministra Luciana Lamorgese ne ha confermato ieri l’emanazione all’Assemblea dei sindaci dell’Anci, spiegando che “il diritto a manifestare va garantito, ma va anche bilanciato con regole che proteggano anche altri diritti come quelli al lavoro, allo studio e alla salute che sono altrettanto fondamentali”. Fino alla chiusura dell’edizione odierna del Fatto, però, non siamo riusciti a farcela mandare dal Viminale: la firma il prefetto Bruno Frattasi, capo di gabinetto di Lamorgese, e la stesura ha richiesto tempo. Il provvedimento, ci spiegano, richiama e ricalca la direttiva del 2009, firmata dal leghista Roberto Maroni che era agli Interni nell’ultimo governo Berlusconi: prevede anche la possibilità di chiedere garanzie agli organizzatori per eventuali danni materiali e quella di vietare le manifestazioni promosse da soggetti già protagonisti di turbative. Naturalmente non sono concepibili divieti assoluti, la responsabilità dell’ordine pubblico ricade su prefetti e questori e saranno i Comitati provinciali per l’ordine pubblico a declinare localmente regole e limitazioni.
Qualche assaggio c’è già stato. A Milano si tratta ogni sabato sul percorso dei no pass che la questura cerca di allontanare il più possibile dal centro. A Roma, due sabati fa, nella città blindata per il G20 degli impegni mancati sul clima, il conto degli scontri e dell’assalto alla Cgil guidati dai neofascisti di Forza Nuova l’hanno pagato gli oltre cinquemila manifestanti ultra-pacifici portati in piazza dai sindacati di base (Cobas, Usb) e dai giovanissimi dei Fridays for future che si muovono nel solco di Greta Thunberg, costretti a un tragitto insolito da piazzale Ostiense alla Bocca della Verità, sul lungotevere Aventino dove non c’era letteralmente nessuno. È chiaro che i divieti non saranno presi bene nei magmatici ambienti no-vax. C’è già chi annuncia violazioni.
Terze dosi ai 40enni, si parte a dicembre. Cnr: “Picco a Natale”
Per molti ma (non ancora) per tutti. Ieri, durante il question time alla Camera, il ministro della Salute Roberto Speranza ha annunciato (come il Fatto aveva anticipato qualche giorno fa) l’estensione della platea per la terza dose di vaccino anti-Covid: “Dal 1º dicembre – ha detto Speranza – saranno chiamate a fare la terza dose anche le persone tra i 40 e i 60 anni”. Non solo, il ministro ha proposto alla Cabina di regia di estendere alla terza dose l’obbligo vaccinale previsto, al momento, per il solo personale sanitario e quello delle Rsa. “La terza dose – ha detto Speranza – è assolutamente strategica per la campagna vaccinale. Siamo all’83,7% di persone che hanno completato il ciclo e il richiamo a oggi è stato fatto a 2,4 milioni di cittadini”. Numeri importanti, anche se Speranza dimentica di specificare che la percentuale di completamente vaccinati è riferita alla popolazione sopra i 12 anni e che – fino a oggi – la campagna per la terza dose è andata a singhiozzo: la dose addizionale (il richiamo dopo 28 giorni per gli immunocompromessi) è stata fatta dal 44,6% degli aventi diritto, il booster (quello dopo sei mesi per le fasce di età già autorizzate) dal 40,65%.
Quanti aderiranno tra i 40 e i 60 anni dipenderà dall’andamento dell’epidemia, che secondo analisti del Cnr toccherà un nuovo picco intorno a Natale: se così fosse i ricoveri continuerebbero a crescere fino ad allora e anche dopo, durante la prima fase di discesa dei contagi. Con le norme attuali avremmo Regioni in giallo se non in arancione.
I numeri di ieri (7.891 nuovi casi, tasso di positività al’1,6% su 487.618 tamponi e 60 morti) riflettono una situazione ancora sotto controllo seppur in un contesto di rialzo dell’incidenza ogni 100 mila abitanti, superiore a 50 in 35 province su 51 con picchi a Trieste e Bolzano e in generale nel Nordest, numeri, secondo il fisico Giovanni Sebastiani del Cnr “molto probabilmente influenzati dai flussi in entrata di persone proveniente dall’Est europeo a bassa copertura vaccinale”.
Bassa copertura vaccinale che – in misura minore – riguarda anche la Germania, dove ieri si sono sfiorati i 40 mila nuovi contagi e 236 vittime. E Berlino fa autocritica: “La quota dei vaccinati in Germania – ha detto il portavoce di Angela Merkel, Steffen Seibert – non è sufficiente a contrastare l’impeto del contagio del Covid. Se avessimo un 10-15% di vaccinati in più avremmo un’incidenza del virus inferiore e i dati di Spagna, Portogallo e Italia lo dimostrano”. A Berlino, intanto, da lunedì solo chi è stato vaccinato o è guarito potrà avere accesso a ristoranti, cinema, musei, terme o sale giochi.Non basterà un tampone negativo. Il ministro della Salute Speranza ha parlato anche del green pass e di eventuali modifiche: “La durata per i guariti è di sei mesi e per i vaccinati è di 12. Il governo intende verificare se vi siano le condizioni per valutare diversamente il pass dei guariti. L’estensione fino a 12 mesi per i vaccinati – ha proseguito – potrà essere rivista in futuro se emergeranno nuovi dati”.
L’apertura alla terza dose per gli over 40, tuttavia, potrebbe causare qualche grattacapo proprio in tema di durata del green pass. La terza dose la prolungherà per altri 12 mesi. Ma cosa succederà a coloro che si sono vaccinati nei primi mesi del 2021, in primo luogo il personale della scuola e quello delle forze dell’ordine e delle forze armate? Per gli over 40 la terza dose potrebbe arrivare, per motivi logistici e la priorità ai più anziani, dopo la scadenza dei dodici mesi. Per gli under 40 mai. Avranno meno diritti?
È stata infine confermata la fiducia, chiesta dal governo, sull’ultimo decreto green pass, approvato dal Senato con 199 voti favorevoli e 38 contrari, nessuna astensione. Il provvedimento che disciplina le modalità per estendere l’obbligo pass nei luoghi di lavoro del settore pubblico e privato sarà ora trasmesso alla Camera per la conversione definitiva in legge.
Matteo il Russo
Ne La maledizione dello scorpione di giada, Woody Allen interpreta un detective che indaga su una serie di rapine e alla fine scopre di averle fatte lui. Gli psichiatri, quando uno accusa gli altri di ciò che fa lui, parlano di proiezione, ma escludono che la sindrome sia contagiosa. Fa eccezione l’Innominabile, che la propaga a ritmi da far impallidire la variante Delta, specialmente tra i giornalisti. Chi non ricorda le sue cheerleader pennute che prendevano sul serio le sue filippiche sulla Spectre Putin-Casaleggio-Grillo (ma anche un po’ Trump) intenta a spostare milioni di voti verso i 5Stelle a suon di fake news, troll, account falsi e cyberpropaganda dalla Russia con furore? E la Mata Hari dei social che si faceva chiamare Beatrice Di Maio per stornare i sospetti di simpatie grilline, smascherata sulla Stampa dal commissario Iacoboni come agente segreta della Casaleggio & Cremlino Associati, poi rivelatasi essere la moglie di Brunetta? E le commissioni anti-fake news, composte da maestri del ramo tipo Riotta e Fubini? E la caccia dei giornaloni alle cellule più o meno dormienti della Social-Piovra che da Mosca e San Pietroburgo allungava i tentacoli ad Afragola, Frascati e Terni, dove operava in incognito il famigerato Leonardo Piastrella, alias Ermes Maiolica o Vincenzo Ceramica, noto mago dei travestimenti? Pagine indimenticabili di giornalismo investigativo, come quelle sulla congiura russo-grillina per rovesciare il capo dello Stato a colpi di hashtag #Mattarelladimettiti, con indagini di: Procura di Roma, Digos, Antiterrorismo, Polizia Postale, Aise e Copasir. Chissà che fine han fatto.
Ora si scopre che il senatore a tassametro, quand’era premier e segretario Pd, oltre a controllare Rai e Mediaset, aveva messo su una Bestiola pagata da Open (nota fondazione culturale indipendente) con software israeliani per fare ciò che rimproverava agli avversari: magheggi social, “amicizie” pilotate, account farlocchi e fake news contro un solo nemico: i 5Stelle. “Ci avevano chiesto di creare almeno 10 profili social non veri”, dichiara ai pm uno degli smanettoni incaricati di dirottare i commenti negativi. “Non perdete tempo, partite, i nomi li sappiamo. Altro che privacy!”, li aizzava lo Statista di Rignano. Ora che escono cose vere su di lui, alla privacy s’è riaffezionato. Ed è probabile che, senza la gigliosa macchinetta da guerra, pure il suo 1,7% sia sovrastimato. Deve aver fatto tesoro delle lezioni del guru Fabrizio Rondolino, noto sfollagente, che 4 anni fa gli scriveva: “Non dobbiamo perdere tempo a riconquistare l’elettorato: dobbiamo spingerlo a non votare più”. Missione compiuta. Quod non fecerunt Cremlini, fecerunt Rondolini.
“Suono da quando avevo 12 anni: il pianoforte mi ha salvato la vita”
Se sono gli stessi artisti – teoricamente concorrenti – a decretare la gloria di un compositore, c’è da crederci. Primo indizio: per Paul McCartney God Only Knows è “la miglior canzone della storia della musica”. Secondo indizio; George Martin, storico produttore dei Beatles, ha dichiarato: “Se dovessi eleggere un genio vivente del pop sceglierei Brian”. In tempi più riavvicinati è stato il Duca bianco David Bowie a osannare Pet Sound quale capolavoro della musica pop, mentre i Daft Punk nei crediti di Homework hanno onorato il genio di Wilson riportando la sua celebre frase “la musica è il linguaggio di Dio”.
Brian Wilson è autodidatta e ha iniziato prestissimo a suonare il pianoforte come lui stesso ha tenuto a ricordare per il lancio del suo nuovo album At My Piano, in cui rielabora le sue principali composizioni scarnificate all’osso, scevre di niente altro che la melodia originale, quasi in chiave ambient. Il tutto senza perdere l’energia contenuta in Good Vibrations e Wouldn’t It Be Nice. “Avevamo un pianoforte verticale nel nostro soggiorno: da quando avevo 12 anni lo suonavo ogni giorno. Non riesco a esprimere quanto questo strumento abbia giocato un ruolo così importante nella mia vita. Mi ha procurato conforto, gioia e sicurezza. Ha alimentato la mia creatività e la mia natura competitiva. Lo suono quando sono felice o mi sento triste, indistintamente. Amo suonare per le persone e amo suonare da solo quando nessuno sta ascoltando”.
Tra le composizioni mancano all’appello alcune perle quali Our Sweet Love, I Was Made To Love Her, All I Wanna Do, The Trader e altre canzoni da Holland, molto amato dai musicisti, in particolare da Elvis Costello.
Dalla session di Smile, l’album che avrebbe dovuto sfidare Sgt. Pepper’s dei Beatles viene riproposta la gemma Surf’s Up, forse il suo brano più malinconico e riflessivo, fonte di ispirazioni di molti epigoni del pop, il più evidente dei quali è Robbie Williams. Ci sono tutti i classici di Pet Sound, quelli nati dopo l’ascolto di Rubber Soul dei Beatles, considerato da Brian un vero capolavoro. La sua storia si è complicata sino a cadere nella depressione e nell’abuso di sostanze per la volontà di eguagliare il livello delle composizioni e per il declino del rapporto con i fratelli e il cugino nella band. Il resto è ben raccontato dal film Love & Mercy del regista Bill Pohlad. E il 19 novembre uscirà un nuovo documentario diretto da Brent Wilson – nessuna parentela – intitolato Long Promised Road, con un lungo dialogo con l’artista e le sue riflessioni sulla sua carriera: “Onestamente, il pianoforte e la musica che creo su di esso probabilmente mi hanno salvato la vita”.
Cosa c’è dietro Guido Rossa, l’operaio che ha sfidato le Br
Era diventato operaio perché sua mamma, Maria Rossa, separatasi per bisogno dal bimbo che aveva da poco messo al mondo, lasciò le montagne venete della Val Belluna per andare nella lontana, sconosciuta Torino a fare la “balia bagnata”, cioè ad allattare la neonata di una famiglia di imprenditori. Lei seppe farsi benvolere, tanto che nella fabbrica del suo datore di lavoro vennero assunti in sequenza il marito, il figlio primogenito e infine, a quindici anni, pure lui: Guido Rossa. Che il trauma di quel distacco precoce contribuì a indurire, forgiandone il lato oscuro, fino alla ricerca nelle imprese alpinistiche di un riscatto da superuomo.
Sergio Luzzatto ha deciso di addentrarsi nella tragedia operaia che ha trasformato Guido Rossa in martire della lotta contro il terrorismo brigatista per raccontarcene i non detti imbarazzanti, rifuggendo l’agiografia.
Indaga il contesto in cui maturò la sua scelta di denunciare, il 25 ottobre 1978, un altro operaio dell’Italsider di Genova, Francesco Berardi, sorpreso a distribuire volantini delle Br nello stabilimento. Anche Berardi l’anno dopo si toglierà la vita nel supercarcere di Cuneo. Pesava sulla sua coscienza l’atrocità del delitto perpetrato per vendicarlo? Non è di questo che si occupa Luzzatto.
Da storico e da valente narratore non ci risparmia la denuncia della solitudine patita da Guido Rossa, lasciato senza protezione dal Pci e dal sindacato, benché sicuro che la sua vita fosse giunta al capolinea. Ma, prima ancora, il filo conduttore di questa scomoda biografia è la personalità complessa dell’operaio addestrato alle sfide estreme della montagna, che a un certo punto riversa tale coraggio anche nell’impegno della militanza.
Lo stesso uomo che corredava gli album fotografici delle scalate con citazioni di Nietzsche, imprime nel 1970 una svolta alla sua esistenza e scrive a un amico alpinista: “Dobbiamo finalmente scendere giù in mezzo agli uomini a lottare con loro”. Si era iscritto nel 1967 al partito di Berlinguer, diventa delegato sindacale. E quando la lotta armata cerca di reclutare proseliti in fabbrica accetta di diventare informatore fiduciario della federazione del Pci per l’Italsider. Nella massima riservatezza.
Per la verità la colonna genovese delle Br non riuscì mai a insediarsi nelle fabbriche. Lo stesso Berardi era solo un fiancheggiatore esterno. Tanto meno potremmo ridurre la figura complessa di Guido Rossa, con la sua vena di manualità artistica, la passione per la fotografia, il richiamo delle vette, al mero ruolo di “delatore” assegnatogli dai sicari. Che, nel comunicato di rivendicazione, precisarono di averlo voluto “solo” gambizzare, e di averlo ucciso in seguito alla sua “ottusa reazione”. Niente di più facile: lo sprezzo del pericolo che animava Rossa, dice chi l’ha conosciuto bene, potrebbe averlo indotto a prenderli a male parole.
Solo pochi mesi prima, nell’estate del 1978 – l’Italia era ancora sotto choc per il sequestro Moro – Guido Rossa si era annotato considerazioni lungimiranti sulla natura del proprio impegno: “Non c’è vigilanza che tenga. La vera posta in gioco, oggi, è la trasformazione dello Stato. È nello spazio che separa la classe operaia dallo Stato che il terrorismo si insinua. Dobbiamo riempire questo spazio. Ed è questa in ultima analisi la forma più valida di vigilanza”.
Oggi che il terrorismo è sconfitto, ma quello spazio vuoto fra gli sfruttati e le istituzioni lascia presagire una minaccia ancor più grave alla democrazia, le parole di Guido Rossa suscitano ammirazione e rimpianto.
Gli storici giustamente sostengono che spezzando la vita dell’operaio Guido Rossa le Brigate rosse si sono scavate la fossa.
Ma il libro di Sergio Luzzatto ci sollecita ad andare oltre. Non a caso promette di scrivere anche il racconto della vita e della morte dei suoi assassini. Attendo il prossimo libro con l’ansia di chi ha seguito i funerali di Guido Rossa sul palco di piazza De Ferrari, al fianco di Walter Tobagi. E che ebbe modo di conoscere diversi protagonisti di questa tragedia operaia.
Caro Elio, c’è posta per te
C’era una volta Il Politecnico di Elio Vittorini, “un giornale baldanzoso e giovanile, che si può definire ‘garibaldino’, riprendendo uno spunto di Franco Fortini”. Gian Carlo Ferretti, docente universitario, critico letterario e studioso dell’editoria, compendia in questo modo la non lunga ma intensa avventura del settimanale, e quindi mensile, di cultura. Si consumò tra il 29 settembre 1945 e il dicembre del 1947 tra la generosa e significativa azione di rinnovamento, le troppe illusioni e l’incapacità di gettare un ponte tra gli intellettuali e le masse operaie, contadine, della piccola borghesia. I contrasti con il Partito comunista di Palmiro Togliatti e Mario Alicata fecero il resto, mettendo fine all’esperienza della rivista.
Se il giornale “dell’altra Italia”, come si definiva, è stato indagato più volte a livello critico e storico, nessuno lo aveva raccontato tramite le sue lettrici e i suoi lettori, che ne furono una componente rilevante. Al compito si è dedicato Ferretti, che con il saggio L’Altra Italia del “Politecnico” di Vittorini attraverso la posta dei lettori (Interlinea), ha rintracciato ciò che è sopravvissuto di quelle lettere. A scriverle furono “studenti, lavoratori autodidatti, quadri politico-sindacali, insegnanti, professionisti di varie discipline, in gran parte giovani: le nuove élite intellettuali e operaie, insomma, che appartengono a un vasto arco della sinistra, e che spesso hanno alle spalle una storia di guerra e di Resistenza più o meno direttamente vissuta, di scuole interrotte o mai frequentate”.
Nella “posta dei lettori e in altre rubriche”, osserva Ferretti, “si ritrovano anche i giovanili interessi e nomi di futuri scrittori, giornalisti, professionisti, scienziati, politici, soprattutto di Milano, Torino e altre città del Nord”: da Enzo Bettiza a Gianni Brera, Guido Ceronetti, Edoarda Masi, Angelo Maria Ripellino, Leonardo Sciascia, Marcello Venturi e molti altri. Sciascia, ad esempio, debuttò nel febbraio 1946, in una pagina sui problemi della Sicilia. Il futuro autore di A ciascuno il suo apriva la rubrica scrivendo dalla sua Racalmuto, “paese indicibilmente triste cui son legato per lavoro e anche un po’ per affetto”. E aggiungeva: “Vorrei richiamare di più l’attenzione su quello che è l’isola: un verminaio di reazione affannata a raccogliere nomenclatura nuova che mascheri i vecchi vizi”. Venturi, invece, da lettore presto divenne “autore sulle pagine del Politecnico attraverso un rapporto personale con Vittorini”.
Dall’esame delle “domande e le proposte dei lettori”, scrive Ferretti, “si delinea uno spaccato storico di grande ricchezza dei problemi politici, sociali, culturali e anche personali che caratterizzano l’Italia di quegli anni”. E i “contenuti delle lettere presentano un grande interesse, perché nonostante i loro limiti sono quasi sempre animate da passione civile, desiderio di imparare, impegno democratico e antifascista”.
Esemplari sono soprattutto le corrispondenze delle donne. Ecco quella di un’operaia di Firenze, Tina Bongi, che raccomanda: “Scrivete anche per noi donne… Considerate la situazione di noi donne operaie, di tutte le donne che lavorano e hanno la casa e i bambini da tirare avanti. Non abbiamo tempo di leggere ma lo troveremo se ci sentiremo aiutate e guidate”. E Angela Barontini, di Prato: “Forse che gli interessi culturali di noi donne sono meno vivi di quegli degli uomini? Forse che i nostri problemi sono meno scottanti? Non dimenticateci, allora”.
Il Politecnico, però, nota Ferretti, non colse quell’occasione, anche per l’incapacità del giornale, “e perciò di Vittorini stesso”, di “capire quanto di individuale, privato, segreto rimanga irrisolto nell’esperienza collettiva della militanza politica e dell’educazione culturale, mentre è proprio questo il terreno prioritario su cui fa leva la società e la cultura di massa”.
La trasformazione “del settimanale in mensile e l’impostazione del mensile stesso” fu dovuta a ragioni economiche ed editoriali, ma ebbe “un significato difensivo anche nei confronti del Pci, con il maturare di una crisi e di una polemica che si espliciterà presto”. Le “critiche del partito alla ‘corrente Politecnico’ partiranno proprio dal fallito rapporto intellettuali-masse (con il corsivo di Alicata del maggio-giugno 1946, posteriore di poco al primo numero del Politecnico mensile) e rifletteranno attriti e discussioni precedenti alla nota autocritica dell’ultimo numero settimanale e alla scelta relativa”.