La battaglia M5S e Pd al Neoliberismo

Un mistero della politica italiana: come mai, da mesi e in tutti i sondaggi, gli orientamenti favorevoli al Pd non crescono e quelli favorevoli ai 5Stelle non calano. Prendiamo, per tutti, il sondaggio che Mentana divulga ogni lunedì nel suo telegiornale. Il 1º luglio 2019 (28 mesi fa) il Pd era al 22,6%; un anno dopo, il 1º giugno 2021, era al 19,5%; sei mesi dopo, il 18 gennaio 2021, era al 20,1%; lunedì scorso era di nuovo al 20,1%.

Eppure, nel frattempo, è cambiato il segretario del partito, Letta sta provando a rinnovarlo dalle fondamenta, nelle ultime elezioni amministrative ha ottenuto un indiscutibile successo.

Nello stesso arco di tempo e nelle stesse date, anche il Movimento 5 Stelle ha presentato solo oscillazioni minime: il 1º luglio 2019 era al 17,2%; un anno dopo era al 16,0%; sei mesi dopo era al 15,8%; lunedì scorso era al 16,3%. Eppure, nel frattempo, in questo partito è successo di tutto.

A dire il vero, ci sarebbe anche un altro mistero, ma di minore entità: come mai, nonostante il disastro in cui Renzi sta trascinando Italia Viva, nessuno dei suoi 26 deputati, 15 senatori e 2 eurodeputati azzarda a disarcionarlo o lo abbandona al suo destino?

Ma torniamo al Pd e ai 5Stelle, che si auto-collocano entrambi “a sinistra”. Nell’immaginario collettivo, questa collocazione rinvia a una forza organizzata in difesa degli svantaggiati, per realizzare una società in cui lo Stato svolge un ruolo attivo anche nell’economia, le leggi mirano al benessere della collettività più che dell’individuo, il potere è partecipato, le disuguaglianze diminuiscono, le libertà civili sono difese e il welfare, come diceva Beveridge, aiuta a liberare i cittadini da quattro mostri: bisogno, malattia, ignoranza e squallore.

Nella forma rivoluzionaria, la sinistra ha prodotto il grande, tormentato e fallito esperimento del comunismo reale; nella forma riformista, tra il 1945 e il 1975, ha prodotto quelle conquiste del proletariato che in Italia culminarono con lo Statuto dei lavoratori (1970) e con la riforma sanitaria (1978).

Dopo quei trent’anni enfaticamente detti “gloriosi”, il neoliberismo si è ripreso la rivincita e, a partire dagli anni Ottanta di Reagan negli Stati Uniti e della Thatcher in Gran Bretagna, ha imposto ovunque la privatizzazione delle imprese pubbliche e la riduzione delle tasse in modo da affamare la bestia-Stato (“Starve the beast”, diceva Reagan con eleganza texana). Ha messo a punto la sua politica economica centrandola sull’individuo, sul mercato, sulla concorrenza e gestendo qualunque istituzione – una scuola, un tribunale, un ministero – come fosse un’impresa (“There is no alternative” tagliava corto la Thatcher). Infine, ha ridotto al minimo il welfare facendo precipitare nella desolazione fasce crescenti di poveri (“Lo Stato sociale è morto” sentenziava Draghi).

Anche se il neoliberismo ha stravinto su tutti i fronti – sul comunismo, sulla socialdemocrazia, sul keynesianesimo, sulla “terza via” – anche se nel mondo quasi tutti i governatori e i presidenti di banche, i ministri delle Finanze, i professori di Economia, gli imprenditori, i manager, i media economici sono neoliberisti, tuttavia, dopo mezzo secolo di strapotere, mai questa scuola di pensiero è stata così in crisi come oggi, schiacciata dagli effetti perversi del suo stesso trionfo.

Elaborata da ricchi per ricchi, l’economia marginalista, esplicitamente pensata per contrastare l’ascesa del proletariato socialista, è riuscita a proletarizzare il 99 per cento della popolazione rendendo tutti precari, tutti in soprannumero. Il Covid-19 ha fatto il resto, sicché ora in Italia vi sono 5 milioni di poveri assoluti e 7 milioni di poveri relativi: 12 milioni di cani senza collare, di personaggi in cerca d’autore, tutti accomunati dall’insicurezza in cui il neoliberismo li ha intenzionalmente gettati per renderli fragili, mansueti, rassegnati di fronte alla fatale prospettiva di una inarrestabile discesa all’inferno.

Fino al 1984, cioè fino alla scomparsa di Berlinguer, questo esercito di riserva, questi stracci al vento, avevano il Pci come punto di riferimento, portavoce e speranza. Poi, abbandonati da se stessi dai partiti tutti convergenti al centro, hanno cessato di essere classe o almeno embrione di una classe e si sono dispersi in mille rivoli.

Marx seppe subito riconoscere nella fabbrica, appena partorita dalla distruzione creatrice del capitalismo, un’occasione preziosa per l’aggregazione, la lotta e il riscatto degli operai organizzati in classe proletaria. Oggi, mi si perdoni il paragone, i leader della sinistra – penso a Letta, Conte, Fratoianni, Bersani, Provenzano, Barca – hanno un’occasione altrettanto storica per invertire la forbice tra ricchi e poveri e ridistribuire equamente la ricchezza, il lavoro, il potere, il sapere, le opportunità e le tutele contrapponendo al neoliberismo in crisi un modello nuovo di società. È pur vero che, sul piano dell’elaborazione teorica e degli strumenti operativi, la lotta appare impari. Il neoliberismo dispone, al di là e al di qua dell’Atlantico, di una folta élite di premi Nobel e altri cervelli geniali, tutti ben finanziati, di una bibliografia imponente, di una rete capillare di facoltà universitarie e corsi di laurea, di club, fondazioni, partiti e case editrici. Mentre il paradigma neoliberista è stato perfezionato con acute intuizioni e rigore metodologico lungo un arco di 150 anni, non esiste un pensiero neomarxista o neo-socialdemocratico altrettanto compiuti, sicché molti intellettuali e politici di sinistra hanno colmato questo vuoto prendendo sciaguratamente in prestito dal neoliberismo le idee che il neoliberismo aveva concepito proprio contro di loro.

Nel recente libro-dialogo di Fabrizio Barca e Fulvio Lorefice Disuguaglianze Conflitto Sviluppo. La pandemia, la sinistra e il partito che non c’è, si rimettono finalmente in circolo parole come classe, conflitto, ideologia e si invoca la “ricostruzione di un soggetto politico che prenda la guida di un cambiamento radicale”. Ma se questo soggetto politico non può nascere senza una qualche alleanza tra Pd e 5Stelle, occorre tener conto del fatto che la distanza esistente tra la robusta elaborazione teorico-pratica del neoliberismo e quella esile del Pd, è almeno pari alla distanza che si riscontra tra l’esile elaborazione teorico-pratica del Pd e quella quasi inesistente del Movimento 5 Stelle.

Conte ha cercato di conferire al Movimento un minimo di ossatura ideologica tramite la Carta dei principi e dei valori contenuta nello Statuto, ma siamo ancora lontani da un compiuto paradigma capace di confrontarsi con le grandi teorizzazioni socio-politiche. È possibile dilatare all’infinito i tempi della riorganizzazione del neo-Movimento senza che questo si sfaldi? È possibile tollerare che il governo Draghi snaturi sistematicamente i capisaldi dei 5Stelle come, ad esempio, il Reddito di cittadinanza? È possibile farsi sfuggire la bandiera dell’ecologia? Quesiti analoghi si potrebbero rivolgere al Pd tenendo conto di una differenza di fondo: gran parte dei militanti 5Stelle neppure sanno cosa sia il neoliberismo mentre buona parte dei militanti Pd sono neoliberisti. Entrambi avrebbero bisogno di un pensiero e un’azione ben più radicali, di un linguaggio simile più a quello di José Mujica che a quello di Aldo Moro. Prendendo atto – come diceva Don Milani – che la tolleranza non è più una virtù.

 

Pompei&C., gli scoop-dopati tra milioni a pioggia e carriere

Potrete stare certi che tra qualche settimana sarà comunicata al pubblico una nuova scoperta archeologica eccezionale. E poi un’altra, nei giorni intorno al Natale. Seppur pochi tra i non addetti ai lavori se ne siano resi conto, la comunicazione archeologica propagandistico-sensazionalistica è diventata da tempo una cifra del ministero di Dario Franceschini, fatta di “scoperte sensazionali” che, troppo spesso, non lo sono. Ultima in ordine di tempo la cosiddetta “stanza degli schiavi” presentata dall’Ansa sabato scorso come “ambiente intatto”. Peccato che non ci siano evidenze che lo associno proprio a schiavi, e che di intatto ci fosse ben poco: una colata di gesso, usata per riempire i vuoti lasciati nella cenere dai materiali deperibili scomparsi – con una tecnica usata dal 1863 –, dava l’impressione di stuoie e letti ben conservati – in realtà ricostruiti nelle forme dal gesso –, e tanto bastava per far parlare di scoperta eccezionale. Solo l’ultima di una lunga serie di “scoperte” annunciate a mezzo stampa dal ministero della Cultura dal 2014 a oggi, con linguaggio che pesca dal cinema, come “l’ultimo fuggiasco”, “il tesoro della fattucchiera”, l’affresco “a luci rosse”, la “bottega dello street food”, o calchi di gesso presentati come corpi o ambienti intatti, quando non lo sono. Un trend comunicativo che nel 2019 è arrivato a parlare di “iscrizione che cambia la storia” – spostando la data dell’eruzione di Pompei da agosto a ottobre – per un’iscrizione che non faceva che corroborare l’ipotesi di una eruzione autunnale, già fatta propria dagli archeologi da decenni.

Non è un atteggiamento mediatico che riguarda solo Pompei, divenuta vessillo di “successo, rinascita e riscatto”, usando le parole del ministro, ma anche altre realtà: il 15 ottobre Franceschini parlò di “scoperta sensazionale” riguardo il ritrovamento di uno scheletro di un individuo morto per l’eruzione a Ercolano, mentre il giorno successivo toccò a un relitto rinvenuto nel Canale d’Otranto ottenere le luci della ribalta. Si tratta a volte di scoperte – o sarebbe meglio dire “rinvenimenti” – di grande rilievo, a volte meno, ma che inserite in questa centrifuga di comunicazioni roboanti rendono impossibile la comprensione del pubblico, oltre a fare ombra a ciò che eccezionale è davvero: ad esempio il ritrovamento di abitati in legno realmente ben conservato (rarissimo, ma accade occasionalmente nell’arco alpino) o di altri risultati di spessore la cui eco mediatica viene pressoché annullata dalle comunicazioni ministeriali.

Perché tutto questo? Le motivazioni sono molteplici. Il ministero annunciando ripetute scoperte “eccezionali” ottiene un impatto sull’immaginario collettivo, utilizzando l’archeologia come propaganda politica, mentre il funzionario o direttore che le avvalla ottiene benefici e popolarità (l’ex direttore di Pompei Massimo Osanna è stato promosso a direttore generale Musei): un modus operandi usuale in archeologia, dalla Grecia all’Egitto, ma che poco si confà con l’idea di democrazia e educazione che caratterizza la Repubblica.

Ma c’è anche altro: i fondi. Il rinvenimento del relitto del Canale d’Otranto è opera della Soprintendenza per il patrimonio subacqueo, nuovo ufficio dirigenziale istituito da Franceschini nel 2019 e piuttosto contestato dai tecnici – ogni soprintendenza locale, se dotata di fondi e personale, potrebbe occuparsi di ricerche subacquee –; Ercolano ha ricevuto 20 milioni per nuovi scavi, sempre nel 2019. Pompei ha ricevuto, nell’ambito del Fondo europeo di sviluppo regionale, 105 milioni dal 2013 in poi per “conservare, tutelare, restaurare e valorizzare” il sito. Sono stati utilizzati, però, anche per scavare, molto. Nel febbraio 2020 Franceschini annunciava che sarebbero stati stanziati altri 50 milioni perché “a Pompei i lavori non finiranno mai, ci sono 22 ettari ancora da scavare”. Gli scavi a Pompei avevano conosciuto un brutale rallentamento dagli anni 90, perché si sapeva che non sarebbero bastati i fondi per conservare.

Scavare significa esporre nuove aree della città alle intemperie e al tempo, con costi importanti che le entrate del Parco non possono coprire. Ma la manutenzione non fa notizia, le “scoperte” sì. E possono facilmente spingere cittadinanza e Parlamento ad accettare lo stanziamento di fondi ulteriori: con buona pace della corretta informazione.

Per i transgender abbonamenti bus con il nome scelto

ARavenna le persone transgender potranno scegliere di indicare il proprio nome di elezione, invece di quello anagrafico, sull’abbonamento dell’autobus. L’iniziativa è stata portata avanti dalla società del trasporto pubblico locale “Start Romagna” e nasce dalla richiesta di una 15enne, sostenuta dall’associazione fondata dai suoi genitori “Affetti oltre il genere”. Ravenna è la prima città in Italia a prendere una decisione simile.

La giovane da cui è partito tutto è una persona che da circa tre anni ha avviato un percorso di transizione al genere femminile, ma per la burocrazia risulta ancora oggi essere di sesso maschile. L’evento che ha dato il via all’iniziativa risale a un anno fa, quando nel tragitto da casa a scuola la ragazza ha dimenticato l’abbonamento e un controllore ha dovuto pronunciare il nome registrato all’anagrafe per l’identificazione. Da allora la giovane ha così preferito acquistare il biglietto singolo, dove non viene riportato il nome del proprietario.

L’associazione “Affetti oltre il genere”, nella figura della madre della ragazza, ha spiegato al Resto del Carlino che “erogherà gratuitamente una tessera, con la quale le persone transgender potranno recarsi alle biglietterie di Start per ottenere l’abbonamento che, in questo modo, verrà fornito con la foto abbinata al nome d’elezione. Sulla tessera dell’associazione verrà invece applicato un bollino argentato, leggibile dagli strumenti in dotazione ai controllori, che lo renderà a tutti gli effetti un documento di riconoscimento”.

Beha fu “nascosto” dalla Rai: famiglia vince in Cassazione

Adesso lo conferma anche la Cassazione: per anni Oliviero Beha, amatissimo giornalista sportivo che ha collaborato a lungo con il Fatto, è stato “nascosto” ingiustamente dai palinsesti e dall’organizzazione del lavoro della Rai, nonostante la qualifica di caporedattore. La Rai, insomma, preferiva che Beha non lavorasse, riducendo così ai margini una firma scomoda. Quattro anni fa la sentenza d’Appello aveva dato ragione agli eredi di Beha, condannando la Rai a un risarcimento di circa 180mila euro. L’azienda aveva fatto ricorso in Cassazione. Pochi giorni fa la sentenza, che conferma che “la riduzione a soli pochi minuti dell’impegno professionale di Beha” fosse “lesiva” rispetto “all’elevato contenuto” delle sue mansioni. “Oliviero ha sofferto moltissimo per questo contenzioso – dice oggi l’avvocato Giampiero Falasca, legale della famiglia – Come suo solito ne faceva una questione di principio. Questa sentenza è un risarcimento postumo e tardivo, ma mi piace pensare che gli abbia strappato un sorriso, seppure amaro”.

Dazn, stop ai 2 dispositivi per ogni abbonato. Consumatori furiosi. Anche con Mentana

Se davvero come dicono i padroni della Serie A “la pirateria uccide il calcio”, il pallone italiano ha deciso di suicidarsi. Dazn è pronta a eliminare la cosiddetta “concurrency”, la possibilità di guardare le partite sue due tv contemporaneamente: se siete una famiglia a distanza, o anche due amici che “smezzavano” un abbonamento, presto ve ne serviranno due. Un salasso. La notizia, ancora non confermata, è stata rivelata dal Sole 24 Ore (di cui la boss italiana di Dazn, Veronica Diquattro, è consigliera in Cda). I consumatori sono furiosi: il tifoso avrà diritto di recesso, ma se ne farà poco visto che non c’è alternativa al monopolio di Dazn. Poi la beffa: in estate l’abbonamento costava 20, ora il prezzo pieno è 30. Quindi per una famiglia con figlio fuorisede il costo è più che raddoppiato.

La motivazione ufficiosa è la lotta alla pirateria: troppi se ne approfittano. Non solo famiglie e amici, anche un mercato nero di password. Pure Enrico Mentana l’ha presentata su Facebook come “una stretta contro i furbetti del pezzotto”, attirandosi una marea di critiche degli utenti. Infatti è solo questione di soldi. Fin qui Dazn ha fatto appena 1,2 milioni di abbonati. A 20 euro al mese per 12 mesi, l’operazione non sta in piedi: paga 840 milioni alla Serie A e ne incassa molti meno, non basta nemmeno l’aiuto di Tim (che contribuisce con 350 milioni e conta solo 700mila contratti). Costringere quei 300-400mila tifosi che condividevano l’abbonamento a sottoscriverne uno nuovo varrebbe oltre 100 milioni l’anno. E poi c’è il tema della valutazione della Serie A, che i presidenti vogliono tenere alta perché temono di fare la fine delle compagnie telefoniche che si rincorrono a prezzi sempre più bassi. Inoltre, un sistema in cui ad ogni abbonamento corrisponde una testa semplifica gli ascolti, su cui c’è il giallo degli “spettatori fantasma” svelato dal Fatto.

La visione su più device però è tipica degli Ott (da Netflix in giù), cambiare le carte in tavola a campionato in corso significa giocare sporco coi clienti. E segnare un clamoroso autogol: il danno reputazionale sarà irreparabile per un brand già malvisto per i problemi di visione. Mentre il ritorno economico è da dimostrare: non è detto che tutti i tifosi che condividevano un abbonamento ne sottoscriveranno uno nuovo. Qualcuno lo farà, altri si rifugeranno negli streaming illegali. O magari è la volta che smetteranno di vedere il campionato.

Dalla Libia a Minsk, il ricatto dei dittatori sulla pelle degli ultimi

Da chi avrà imparato il bielorusso Lukashenko ad adoperare la disperazione dei migranti per minacciare i suoi vicini di casa? Noi italiani lo sappiamo bene. Il colonnello Gheddafi utilizzò per primo, con astuzia, l’apri-chiudi di quel flusso di vite umane – fomentando la nostra paura d’essere invasi dai pezzenti africani – fino a imporci nel 2008 il trattato “di amicizia” che li mercificava: pagatemi e diventerò il vostro gendarme. Altrimenti ve li rovescio addosso. A seguire, nel 2015, venne il turco Erdogan, altro mercante di carne umana: stavolta profughi mediorientali trattenuti dall’intraprendere la rotta balcanica a suon di miliardi. Modello replicato due anni dopo dal governo italiano, con tanto di spedizione del ministro Minniti fra i capotribù del Fezzan, i trafficanti del deserto, seguita dalla fornitura di motovedette ai clan insediati sulla costa libica.

Cambia lo scenario, ma non la sostanza del ricatto praticato dai dittatori sulla pelle dei poveracci. Dai cinquanta gradi all’ombra del Sahara alle temperature sottozero della grande pianura russa, si alimenta la sindrome da assedio in spregio al senso di umanità.

Ora è il regime dispotico di Minsk, incoraggiato da Putin, a usare la stessa arma, nelle terre che già conobbero nel secolo scorso la più atroce delle carneficine europee. “Tattica ibrida”, la chiamano gli esperti di geopolitica. Dove gli ibridi sarebbero uomini, donne e bambini inermi ma additati come arma letale, in grado di mettere gli uni contro gli altri gli Stati europei malati di egoismo. L’Unione europea balbetta, impietrisce lacerata dai governi sovranisti – Polonia in testa – che per la prima volta vedono persone dalla pelle olivastra premere alle loro frontiere. Stavolta dà loro man forte anche la Germania, orfana della Merkel. È uno spettacolo indecoroso, perso il senso delle proporzioni. Per sbarrare il passo a quattromila, forse diecimila afghani, curdi iracheni, siriani, si mobilitano dodicimila soldati e s’invoca l’intervento della Nato. Lukashenko e Putin gongolano. Fiutata la viltà degli occidentali, son pronti a fare rifornimento per via aerea di altro materiale umano da riversare sul filo spinato di una frontiera infinita. A loro poco importano il freddo e la fame patiti nella trappola della terra di nessuno da famiglie prive di riparo. Le tragedie storiche già vissute fra Brest-Litovsk e Bialystok, l’itinerario verso la salvezza narrato a ritroso da Primo Levi ne La tregua, nulla hanno insegnato. La solidarietà con i fuggiaschi da Kabul, tre mesi dopo, è già finita nel dimenticatoio. Quegli esseri umani sono nient’altro che ibridi da rispedire non si sa bene dove e a chi. La politica tappabuchi pensa solo a “sigillare i confini dell’Ue”, parole testuali del premier polacco Morawiecki. Seguito dai Paesi baltici e dalla Grecia anche nella richiesta di finanziamenti a Bruxelles per erigere nuove barriere. L’unica preoccupazione del momento sembra essere l’inasprirsi delle tensioni con la Russia che muove come una marionetta il suo satellite bielorusso. Il soccorso necessario a quegli innocenti, a quanto pare, verrebbe considerato non una priorità, ma un segno di debolezza. Meglio vederli morire, per poi dare la colpa a chi ce li ha sbattuti a ridosso? È in scelte come questa che si consuma la perdizione morale dell’Europa.

Il dramma in corso tra le foreste e le paludi della Bielorussia non ci rivela soltanto che i flussi migratori sono inarrestabili. Se non programmati e governati, senza piani di ricollocazione, accoglienza e integrazione, troveranno sempre nuovi, imprevedibili tragitti di avvicinamento. Bloccare all’infinito con l’impiego degli idranti e dei lacrimogeni, oltre che incivile è velleitario. Ma c’è di più. Festung Europa, cioè la Fortezza Europa che fu il sogno delirante del Terzo Reich, è sempre un’idea generatrice di tensioni belliche inaspettate. Già in Africa e in Asia le migrazioni sono state pretesto di guerre. Succede, quando la paura prende il sopravvento sulla pietà.

Guerra civile più vicina. Arrestati dirigenti Onu

Si sta ormai chiudendo la finestra aperta dall’Unione africana per portare al tavolo negoziale il governo centrale etiope e i ribelli dell’etnia tigrina e oromo nel tentativo di scongiurare una guerra civile. Che la situazione in Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa – 110 milioni di abitanti, 90 etnie e 80 lingue – stia precipitando lo testimoniano anche due fatti estremamente gravi avvenuti a pochi giorni di distanza nella Capitale federale, Addis Abeba.

Ieri, almeno nove membri dello staff delle Nazioni Unite e i loro familiari sono stati posti in stato di fermo. Un portavoce dell’Onu ha affermato che le Nazioni Unite hanno presentato una richiesta al ministero degli Esteri etiope di rilascio immediato dei membri dello staff. Già lo scorso settembre il governo etiope, che da un anno combatte assieme alle forze alleate della regione Amahra contro i guerriglieri ribelli della regione settentrionale del Tigray, aveva ordinato l’espulsione dal Paese di sette alti funzionari delle Nazioni Unite per “ingerenza” nei propri affari interni. Il secondo indicatore dello stato di panico in cui versa il primo ministro, nonché premio Nobel per la Pace nel 2019, Abiy Ahmed, è l’incursione compiuta cinque giorni fa da forze militari governative in un centro per l’istruzione dei bambini gestito da missionari Salesiani terminata con l’arresto di 17 tra sacerdoti, fratelli e impiegati nel centro, “tutti catturati senza ragione e portati in un luogo sconosciuto”, sottolinea l’agenzia vaticana Fides. Il fermo dello staff Onu è molto probabilmente una ritorsione contro il report diffuso due giorni fa dalla sotto Segretaria generale per la politica delle Nazioni Unite, Rosemary DiCarlo.

La diplomatica ha affermato che “il rischio di una guerra civile è fin troppo reale”, aggiungendo che le ripercussioni politiche di questa escalation andrebbero ad aggravare le numerose crisi che affliggono il Corno d’Africa”. Rivolgendosi al Consiglio di Sicurezza, DiCarlo ha sottolineato che più di sette milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria nella sola Etiopia settentrionale, con circa 400.000 tigrini di fatto ridotti alla fame. Mentre alcune forniture di emergenza sono state consegnate, sono passati già quattro mesi dall’ultima grande spedizione di medicinali e forniture sanitarie nel Tigray, che ospita circa sei milioni di persone. Notizie che arrivano dopo il rapporto dell’Ufficio congiunto dell’Alto Commissario per i diritti umani della scorsa settimana da cui sono emerse brutalità e probabili crimini di guerra. Il rapporto ha concluso che vi sono fondati motivi per ritenere che tutte le parti in conflitto hanno commesso i peggiori crimini. DiCarlo ha affermato che ci deve essere un’immediata cessazione delle ostilità. Il conflitto ha subito un’accelerazione negli ultimi giorni, con lo stato di emergenza nazionale dichiarato la scorsa settimana in seguito alla conquista di città chiave da parte dei ribelli sempre più vicini ad Addis Abeba. Domenica, durante una parata pro Abiy, i residenti della Capitale hanno detto di essere pronti a imbracciare le armi per difendere le aree residenziali. Migliaia di persone intanto sono state uccise e più di due milioni sono fuggite dalle proprie case. Usa e Russia, membri del Consiglio di Sicurezza, hanno due posizioni diverse: il primo cerca di interloquire con i contendenti mentre la Russia sostiene Abiy. Per ora l’incertezza è l’unica certezza che hanno gli etiopi. Nessuno escluso.

Migranti, filo spinato e soldati: “È la vendetta di Lukashenko”

Sul campo verde congelato un prete celebra messa per i soldati in mimetica. Sono gli ultimi arrivati nell’area a ridosso del confine con la Bielorussia. Varsavia ha mandato qui 12 mila militari. I tre chilometri a ridosso della frontiera sono chiusi ai civili. Colonne di mezzi blindati e posti di blocco. Poi il filo spinato e dall’altra parte ci sono i migranti. Dovrebbero essere circa mille accampati accanto alle recinzioni e altri tremila nei boschi. Dietro di loro l’esercito bielorusso. Meno appariscente di quello polacco, ma ugualmente determinato a usare i profughi nel modo più efficace possibile. I giornalisti sono banditi. In Bielorussia le voci della stampa indipendente sono state silenziate con dovizia dal regime. E sembra che la Polonia sia sullo stesso sentiero. Abbiamo provato ad avvicinarci al confine. Dopo aver percorso poche centinaia di metri, siamo stati fermati da una pattuglia della polizia. Nel tempo di una sigaretta le auto delle forze dell’ordine erano tre. “Questa è una zona a uso dell’esercito, non potete stare qui”. La minaccia è una multa salata. Mille euro. Ma il problema sembra più profondo. L’Unione europea ha proposto alla Polonia di inviare gli uomini di Frontex, l’agenzia che si occupa delle frontiere comunitarie.

Il governo polacco ha rifiutato, nemmeno troppo gentilmente. Vogliono fare da soli, mani libere per non mostrare alcuna debolezza nei confronti del vicino bielorusso.

“Questa è una questione politica, io sono un soldato. Sono qui per difendere il confine” a parlare è il colonnello Markel Pietrzak un quarantenne alto, biondo e serio come ci si aspetta che sia il portavoce dell’esercito polacco. “Dietro quelle persone al confine – spiega l’ufficiale – c’è una mente. Abbiamo visto agire i militari bielorussi, sappiamo che sono nei boschi e che hanno aiutato i migranti ad attaccare la recinzione”. Nelle immagini diffuse sui social network si vedono vanghe e cesoie. Se i migranti se le siano portate con loro in aereo, procurate a Minsk o gli siano state fornite dall’esercito bielorusso ci sembra cosa poco importante. Ma nel racconto fatto sui media polacchi questo particolare risulta come l’ennesima prova del piano scellerato del dittatore Alexander Lukashenko.

Andrzej Duda guida la Polonia dal 2015, è stato rieletto lo scorso anno. Negli ultimi mesi ha perso molta popolarità, i sondaggi lo danno sotto il 35%, meno della coalizione dei partiti di centro. I punti controversi sono la nuova legge sull’aborto, la più conservatrice in tutta l’Unione europea, che è stata male accolta dalla popolazione, e le recenti frizioni con Bruxelles. Il presidente vuole agire senza l’appoggio europeo. L’avversario è Alexander Lukashenko. Il dittatore bielorusso che ha tanti nemici e un solo amico: Vladimir Putin. Dopo la sanguinosa repressione delle proteste a seguito della sua rielezione nell’agosto del 2020, e della repressione contro chi manifestava dissenso, l’Ue ha imposto dure sanzioni al regime di Lukashenko. La risposta è arrivata con gli aerei. Da maggio la compagnia di Stato, Belavia, ha aumentato i voli con il Medioriente. Vengono concessi visti turistici da pochi giorni e chi riesce a mettere assieme i soldi per il biglietto parte per Minsk. Sono siriani, iracheni, curdi, afghani, ma anche somali ed eritrei. Con il passare dei mesi i numeri sono cresciuti. Questa settimana entrano in funzione 50 nuovi collegamenti aerei. La Capitale bielorussa non ha strutture in grado di accogliere i migranti. In molti dormono nelle stazioni della metro, girovagano per la città, diversi centri commerciali hanno vietato loro l’accesso. Un flusso di persone bloccate da un confine e impossibilitate a tornare indietro. Lukaschenko potrebbe continuare a farli ammassare sulla frontiera polacca o, come temono in molti, tentare di creare altri fronti. Magari con la vicina Lituania.

Dedicato ai no-Vax fuori dalla storia

Dedicato ai lettori no-vax. In ospedale continuiamo a ricoverare pazienti che non sono vaccinati e sono quelli che versano nelle peggiori condizioni. Non sono solo anziani con malattie croniche, ma anche giovani. Un collega infettivologo mi ha riferito decessi di cinquantenni in apparente buona salute. L’ aspra lotta di questo anno e mezzo viene vanificata da queste morti ingiuste. Come si fa a non ammettere la validità delle vaccinazioni? La prima evidenza ci proviene dalla storia. Della pratica della vaccinazione parla lo storico Tucidide. In occasione della peste che aveva colpito gli Ateniesi (429 a. C.), si era osservato che le persone guarite raramente si ammalavano una seconda volta, e mai in maniera grave. Bisogna arrivare all’anno Mille perché tale osservazione sia messa in pratica con la variolizzazione, cioè innesto nei sani di liquido estratto dalle vescicole dei malati di vaiolo che provocava una forma d’infezione lieve e la protezione dalla malattia. Nel 1700 Edward Jenner sperimenta con successo il metodo, inoculando il fluido dalle pustole di una lattaia ammalatasi di vaiolo bovino in un bambino di 8 anni. Due mesi dopo gli inietta il vaiolo umano e il bambino non si ammala. Luigi Sacco nel 1799 diffonde l’antivaiolosa a Milano, Roma, Firenze. Il 6 luglio 1885 Louis Pasteur ed Emile Roux testano con successo il vaccino contro la rabbia in un ragazzo morso da un cane. Da allora sono state sviluppate decine di vaccini e la storia ci dice che sono state salvate milioni di vite. Anche nel nostro Paese, non tanto tempo fa ci si ammalava e, spesso, si moriva, per poliomielite (10% dei soggetti infetti), difterite (1/10), morbillo (1/3000), tetano, ecc. Il successo dei vaccini è indiscutibile e accettato dal mondo intero. I no-vax oggi sono incomprensibili. Ma chi oggi rifiuta la vaccinazione anti-Covid non è solo il no-vax: esiste anche una fascia di popolazione che è contraria solo al vaccino anti-Covid 19, perché è una tipologia nuova e sviluppata in troppo poco tempo. Se il vaccino anti Covid-19 fosse un “siero malefico” noi medici ci saremmo vaccinati? Vaccinatevi, è un dovere verso se stessi e verso chi ci sta vicino.

 

Cissani & Borghese: ragion di sguattero

Non abbiamo mai capito se Gianfranco Vissani era il cuoco di D’Alema o se era D’Alema il cliente di Vissani. Forse la seconda che ho detto. Se D’Alema, dopo anni di fatiche, ha ripreso a dire qualcosa di sinistra, a Vissani viene facilissimo dire cose di destra: “Il Reddito di cittadinanza è una vergogna. Da quando c’è, non riesco più a trovare personale”. A parte i numeri impressionanti (di quanto personale avrà bisogno Vissani, per incolpare una misura a scala nazionale?), il celebre chef motiva nel dettaglio la sua denuncia, spiegando perché abbiamo la prima disoccupazione giovanile in Europa. I giovani “non vogliono sporcarsi le mani”, pretendono di non lavorare senza limiti di orario, esigono addirittura un giorno di riposo alla settimana. Roba da matti. E magari – diciamo noi – pretenderebbero non essere condannati alla totale precarietà, di avere un minimo di certezze previdenziali. Insomma, una generazione di viziati cronici. Non ci sono più gli sguatteri di una volta, quelli della Londra di Oliver Twist, punito per avere chiesto una porzione in più di zuppa. La conferma arriva da un altro illustre chef, Alessandro Borghese, che non riesce ad aprire il suo ristorante il martedì per le stesse ragioni: “La mia generazione è cresciuta lavorando a ritmi pazzeschi: oggi è cambiata la mentalità, chi si affaccia a questa professione vuole garanzie”. Le incredibili pretese dei ragazzi di oggi. D’altronde i tempi cambiano. Nell’Antica Roma c’era la schiavitù, e Borghese avrebbe potuto aprire ogni martedì fino alle tre di notte. Bisogna portare pazienza: per qualcosa che se ne va, qualcosa di nuovo arriva. La mia generazione, per dire, è cresciuta senza gli chef: c’erano solo dei cuochi che stavano in cucina, non dei Picasso della casseruola con il nome ricamato sul grembiule che spadellano dalla mattina alla sera in tv, pubblicizzano le patatine e l’acqua minerale, firmano i panini con l’hamburger. E nei rari ritagli di tempo lamentano la decadenza dei costumi che li ha resi star.