Lo show di Netanyahu: “L’Iran lavora all’atomica”

Spirano venti di guerra in Israele. Soffiano verso la Siria e sono diretti fino in Iran, la più grave minaccia che lo Stato ebraico vede profilarsi oltre i suoi confini. Israele è determinato a confrontarsi con l’Iran se la minaccia nucleare degli ayatollah non verrà resa rapidamente inefficace, perché l’accordo del 2015 sul nucleare iraniano – sostenuto dall’allora presidente Usa Obama e garantito dall’Aiea – “è basato sulle bugie”. Lo ha annunciato al mondo ieri sera il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Parlando dal quartier generale della Difesa di Kirya a Tel Aviv, il premier ha mostrato in tv il risultato di una straordinaria operazione di spionaggio. Dietro di lui, sul palco della sala conferenze, le copie dell’archivio segreto iraniano sullo sviluppo nucleare. Mezza tonnellata di materiale che dimostra come l’Iran ha mentito al mondo.

Senza naturalmente spiegare come, Netanyahu ha annunciato che i servizi segreti sono riusciti a ottenere “55 mila documenti relativi di progetti nucleari che includono fotografie, video, animazioni che li incriminano, progetti già realizzati e altri documenti”. Fra il materiale finito nella mani degli 007 israeliani anche 183 cd pieni di documenti originali in farsi che dimostrano, ha spiegato Netanyahu, che l’Iran progetta di dotarsi di almeno cinque ordigni nucleari analoghi a quelli di Hiroshima. Con i suoi missili, alcuni dei quali raggiungono i 2.000 chilometri, il nucleare iraniano minaccia le principali città israeliane e altre capitali mediorientali, ha avvertito il premier israeliano.

“Teheran ha mentito e mente sfacciatamente” sulle sue armi nucleari e l’accordo nucleare è basato sulla menzogna, sulla menzogna iraniana”, ha detto il premier. “Vi mostrerò – ha aggiunto – solo una frazione del materiale, ma anche solo da questo giungerete a quattro conclusioni: l’Iran ha mentito sul non aver mai avuto un programma di sviluppo bellico nucleare, anche dopo l’accordo ha continuato a estendere il know-how, nel 2015 ha mentito ancora all’Aiea”. Sono state mostrate foto del sito supersegreto di Fordow per l’arricchimento dell’uranio, i suoi laboratori. E altri impianti che risultavano inattivi e che invece hanno proseguito lo sviluppo in barba agli ispettori dell’Aiea.

Gli Stati Uniti hanno garantito l’autenticità dell’archivio segreto, ha proseguito Netanyahu, annunciando che i documenti verranno mostrati all’agenzia Onu per l’energia atomica e ad altri Paesi. Lo sbalorditivo annuncio di Netanyahu arriva a meno di due settimane dalla decisione di Trump sull’abbandono dell’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano in cambio di sgravi economici sulle sanzioni raggiunto nel 2015. Il presidente Usa ha commentato a caldo: “Dimostra che ho ragione al 100%”. Teheran ha risposto definendo Netanyahu “il ragazzo che gridava al lupo”.

Per Israele il confronto con gli ayatollah è doppio. Perché lo Stato ebraico non permetterà all’Iran di trincerarsi in Siria e ha compiuto dozzine di attacchi negli ultimi anni contro le spedizioni di armi iraniane attraverso la Siria dirette a Hezbollah, la milizia sciita in Libano.

La notte di domenica, almeno 40 persone sono state uccise in un misterioso doppio attacco missilistico contro le posizioni militari iraniane e siriane in Siria che hanno scatenato enormi esplosioni: nell’area i sismografi hanno registrato scosse di scala 2.6 Richter. Israele ha risposto con l’abituale “no comment”. Ma i dubbi sono davvero pochi.

Giudica i candidati ma non ha i titoli: il Tar boccia l’Asn

Una sentenza del tardel Lazio ha evidenziato una falla che potrebbe avere conseguenze sui concorsi per l’Abilitazione scientifica nazionale (Asn). Intanto a essere finito sotto la lente del tribunale amministrativo è un caso specifico: il ricorso contro il ministero dell’Istruzione di alcuni aspiranti professori di Storia medievale, giudicati da un commissario senza i titoli scientifici per farlo.

Una legge del 2010 prevede che gli aspiranti professori universitari – di prima o seconda fascia (ordinari o associati) – prima di poter partecipare ai concorsi delle università, debbano ottenere l’abilitazione scientifica nel loro settore disciplinare. A giudicarli sono dei commissari: professori universitari, scelti per i loro titoli scientifici. Ed è questo l’aspetto contestato ora dal Tar, che ha dato ragione ai ricorrenti per un concorso per l’Asn in storia medievale. Un commissario aveva sì sufficienti pubblicazioni scientifiche, ma non erano tutte della materia per cui era chiamato a giudicare gli aspiranti colleghi. La verifica dei commissari è effettuata in maniera automatizzata, senza valutare la coerenza nella materia delle pubblicazioni: un errore che potrebbe portare ora ad altri ricorsi.

Sacchetti bio da casa: c’è l’ok, ma è inapplicabile

I sacchetti biodegrabili per l’acquisto di frutta e verdura si possono portare da casa, purché siano compostabili, nuovi, monouso (non riutilizzabili), integri e conformi a tutti i principi di igiene e sicurezza. Dopo mesi di polemiche, innumerevoli scaricabarile tra i ministeri dell’Ambiente, dell’Economia e della Salute e una sentenza del Consiglio di Stato, ora a chiarire che non esiste l’obbligo d’acquisto da parte dei clienti è una circolare del ministero della Salute, secondo cui “deve ammettersi la possibilità di utilizzare – in luogo delle borse ultraleggere messe a disposizione, a pagamento, nell’esercizio commerciale – contenitori autonomamente reperiti dal consumatore”. Un via libera che non fa altro che ribadire quanto aveva già precisato a gennaio il dicastero di Beatrice Lorenzin, quando il governo Gentiloni – recependo una direttiva Ue – ha reso obbligatorio l’acquisto dei sacchetti (i prezzi variano da 1 a 3 centesimi a bustina, pari a un esborso annuo tra i 4 e 10 euro) per disincentivare l’uso delle buste in plastica. Di certo un percorso virtuoso per l’economia e per l’ambiente che, tuttavia, ha innescato una polemica feroce tra consumatori, distributori e ambientalisti.

Quindi, caso chiuso? “La circolare del ministero della Salute è totalmente avulsa dalla realtà e non risolve nulla”, commenta Pierpaolo Masciocchi, responsabile settore Ambiente e Qualità di Confcommercio. Che spiega: “Se domani un cliente volesse utilizzare la sua bustina bio, incontrerebbe due ostacoli: reperire allo stesso prezzo applicato dalla grande distribuzione dei sacchetti che abbiano le caratteristiche di quelli forniti a pagamento dai supermercati e riuscire a completare l’operazione di pesatura sulla bilancia senza incappare nel pericolo di pagare due volte la sportina. Insomma, il principio sacrosanto di libertà di scelta del consumatore si va a far benedire”.

Il motivo è evidente: il cliente non ha il potere contrattuale di spuntare un prezzo migliore sull’acquisto dei sacchetti di quello applicato al supermercato che ne compra a milioni. Inoltre, come si legge nella circolare, “non si può sottacere la presenza di possibili criticità connesse alla diversità di peso”. In pratica, le bilance dei supermercati sono già tarate con il peso della busta, che varia dai 4 ai 6 grammi e viene sottratto dal peso di frutta e verdura. Così, chi se lo porta da casa, rischia di pagare di più, visto che non si può applicare il calcolo corretto della tara. Allora che fare? La patata bollente è stata nuovamente scaricata e stavolta è finita al ministero dello Sviluppo economico che ora dovrà fare le sue valutazioni per risolvere il problema.

Nel frattempo, ai cassieri – “sceriffi della legalità”, come li chiama Masciocchi – spetta un triplo compito: annusare le buste in cassa per verificare che siano nuove e conformi, stornare dallo scontrino l’eventuale addebito delle buste e, soprattutto, tenere a bada gli altri clienti in fila alla cassa, soprattutto nelle ore di punta.

Vince il concorso ma in commissione c’è la “sua” prof

Criteri poco chiari, incongruenze ma soprattutto la scelta di una candidata con un assegno di ricerca di cui era responsabile uno di membri della commissione giudicatrice. Università di Firenze: il concorso è per la copertura di un posto di ricercatore a tempo determinato di Filologia classica e tardoantica, nell’omonimo dipartimento. La segnalazione arriva dall’Osservatorio Indipendente Concorsi dell’Università. “La procedura – si legge – ha visto vincitrice una giovane studiosa (classe 1983), assegnista di ricerca in Filologia Classica proprio all’Università di Firenze, e proprio presso il Dilef (il dipartimento di Lettere e filosofia, ndr), con un progetto dal titolo ‘Studio ed edizione critica di papiri letterari adespoti di carattere filosofico dai Papiri della Società Italiana e da altre collezioni’, di cui è responsabile la professoressa Daniela Manetti, membro della commissione giudicatrice del concorso”. A firmare la segnalazione sono 35 tra docenti, ricercatori e aspiranti ricercatori, italiani e internazionali. Sul sito dell’Università di Firenze, la vincitrice risulta effettivamente tra i destinatari dell’assegno di ricerca di cui è responsabile il membro della commissione.

Le annotazioni. L’osservatorio cita una delibera dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) che raccomanda “l’astensione laddove emergano indizi concreti di un rapporto personale di tale intensità da far sorgere il sospetto che il giudizio possa non essere improntato al rispetto del principio di imparzialità”. Rileva diverse incongruenze, dal numero dei partecipanti alle motivazioni di esclusione dei non ammessi (“Alcuni sono in possesso di un alto profilo scientifico e di specifiche abilitazioni per il posto”), sottolinea che al tempo del concorso la vincitrice non aveva ancora l’abilitazione scientifica (anche se non è un requisito per partecipare e lo ha conseguito lo scorso 4 aprile, ndr) e solleva altre questioni: “Una candidata, autrice di 81 pubblicazioni… ha totalizzato 47 punti mentre un’altra, autrice in totale di “una monografia (…) un commento online (…) 12 articoli in rivista o contributi in volume (…), un paio di curatele, 5 recensioni e report ne ha ottenuti addirittura 48,5”. Ci sono osservazioni sull’intensità dei giudizi: “L’asetticità per i candidati più maturi (e più titolati), non aiuta a capire i criteri in base ai quali sono stati attribuiti i punteggi” oppure “la partecipazione a 18 conferenze e 13 seminari vale alla candidata vincitrice 6 punti (ma che cosa sono le “conferenze” a cui si allude? Convegni? Lezioni? Seminari? Altro?)”. Si fa notare che della vincitrice sono valorizzate esperienze come la revisione autoptica di papiri. “Per altri candidati, autori di edizioni critiche – scrivono – non si menziona però lo studio per la revisione autoptica di manoscritti. Ma ci risulta che il controllo autoptico dei testimoni sia piuttosto scontato per filologi e papirologi”.

Il sistema. “Nei concorsi, l’arbitrarietà di giudizio può ribaltare completamente una valutazione preliminare – spiega Marco Federici, uno dei fondatori dell’Osservatorio – A Firenze, alcuni partecipanti avevano l’abilitazione scientifica nazionale a professore di prima o seconda fascia: come è possibile che non siano stati ammessi all’orale per un posto da ricercatore nonostante siano idonei per fare i professori associati e ordinari?”. Le commissioni giudicatrici, poi, sono locali. “Noi chiediamo che siano nazionali, così non ci sarebbe probabilmente stato il membro interno all’ateneo”. Non è messo in dubbio il merito della vincitrice bensì la difficoltà per chi è altrettanto valido di entrare in un circuito universitario.

La replica. Abbiamo chiesto conto della segnalazione all’Università di Firenze. “Sugli aspetti di merito – rispondono – la Commissione si assume la responsabilità in quanto costituita da esperti del settore scientifico-disciplinare. Del contenuto delle sue valutazioni è eventualmente chiamata a rispondere nelle sedi appropriate, come il Tar, per l’annullamento della procedura concorsuale qualora, legittimamente, si ritenga che l’esito del concorso sia stato pregiudicato”. E la connessione candidata-commissione? “Sull’applicazione della delibera Anac – spiegano – l’aspetto complesso è il fatto che, in mancanza di una previsione di legge, necessita di una chiara esplicitazione non discrezionale sugli elementi quantificabili in modo univoco che rendano gli ‘indizi concreti’ prove certe, nette e inoppugnabili, al pari della parentela. A oggi esiste solo un sentenza del Consiglio di Stato che quantifica questi indizi in una produzione scientifica co-autorale superiore al 92%. Definire e marcare questi rapporti personali è facile a dirsi, più complesso a realizzarsi senza produrre discriminazioni”.

Fascisti per Ramelli in piazzale Loreto. L’Anpi: “È un reato”

L’Anpi chiede processi e condanne per apologia di fascismo. Dopo che due giorni fa un centinaio di persone hanno portato fiori nel punto di piazzale Loreto dove fu esposto il cadavere di Benito Mussolini a Milano. E dopo che in diverse centinaia hanno fatto il saluto romano davanti al murale in ricordo di Sergio Ramelli, il diciannovenne dell’Msi ucciso dall’estrema sinistra nel 1975. Le proteste non riguardano solo Milano. L’Anpi ha chiesto al sindaco di Genova, Marco Bucci, di dissociarsi dopo che il consigliere delegato Sergio Antonino Gambino (Fdi) ha partecipato con la fascia tricolore a una cerimonia per i morti dell’Rsi al cimitero di Staglieno. A Milano per evitare che si ripetesse il saluto romano andato in scena il 29 aprile dello scorso anno al campo X del cimitero Monumentale, dove sono sepolti gerarchi fascisti e morti dell’Rsi, due delle cinque porte di ingresso erano state chiuse. La “commemorazione” è avvenuta invece dopo la messa per Sergio Ramelli, il consigliere provinciale Enrico Pedenovi assassinato nel 1976 e Carlo Borsani, ucciso dai partigiani il 29 aprile del 1945. Poi un’ottantina di esponenti di destra si è diretta in piazzale Loreto. La Digos sta identificando i presenti.

Detenuto in coma, i legali: “Pieno di lividi, forse picchiato”

Un detenuto del padiglione Roma di Poggioreale, un tossicodipendente di 50 anni, è intubato in coma farmacologico nel reparto di terapia intensiva dell’ospedale San Paolo di Napoli dopo essere stato ricoverato per una frattura al naso e lividi in varie parti del corpo. C’è il sospetto che l’uomo sia stato malmenato in carcere e che le sue attuali condizioni possano essere una conseguenza delle percosse ricevute. È questo il succo di un esposto dell’avvocato Raffaele Minieri dei Radicali Italiani, depositato ieri mattina in Procura. Il detenuto si chiama Roberto Leva ed è stato arrestato il 20 aprile per scontare un residuo di pena di 6 mesi per reati di criminalità comune. Secondo la ricostruzione del suo legale, la sera del 26 aprile Leva è stato portato presso l’ospedale Cardarelli per la frattura al naso ed è stato dimesso il giorno successivo per poi essere trasferito in gravi condizioni presso l’ospedale San Giovanni Bosco e poi al San Paolo.

L’avvocato Minieri ora chiede accertamenti sulla gestione medica dell’uomo e sulle cause delle lesioni. La direzione del carcere ha spiegato che subito dopo l’incarcerazione, Leva sarebbe stato “assalito da forti malesseri e da crisi epilettiche”, che avrebbero determinato la rottura del setto nasale e i lividi. Minieri è uno dei legali del pool che assiste le parti civili del processo ‘Cella Zero’, che vede imputati 12 ex secondini di Poggioreale accusati di diversi episodi di pestaggi ai danni di detenuti, compiuti – secondo i pm – in maniera seriale in una stanza vuota e senza numero. I sindacati della polizia penitenziaria hanno diffuso un comunicato per difendere i colleghi “da insulti e offese infamanti: non condividiamo la facilità con cui si infanga sulla stampa l’operato di uomini che agiscono al servizio dello Stato”.

Radio Deejay alla guerra delle antenne: vince la piccola emittente, tocca ai pm

Dopo l’incredibile figuraccia dei ripetitori abusivi trovati nell’intercapedine di uno dei suoi impianti, Radio Deejay perde un’altra battaglia nella pluriennale “guerra delle antenne” contro la piccola Radio Sportiva Roma. Il Consiglio di Stato infatti ha rigettato il ricorso della radio del gruppo Gedi (editore, tra gli altri, anche di Repubblica, la Stampa e l’Espresso) e ha anzi trasmesso la sua sentenza alle Procure di Roma e Rieti, che stanno indagando sulle eventuali conseguenze penali del “trucchetto” dei ripetitori di Radio Deejay.

Da anni la piccola emittente locale e il gigante radiofonico – la seconda stazione più ascoltata del Paese – si accusano a vicenda di interferire sulle frequenze nella provincia laziale (quella di Radio Deejay è 90.100 Mhz, quella di Radio Sportiva è 90.0). La svolta è arrivata la scorsa estate, quando gli ispettori del ministero dello Sviluppo economico hanno trovato una sorpresa clamorosa nell’impianto di Radio Deejay di Monte Cosce (Rieti). Come raccontato sul Fatto a novembre, durante un controllo era stato scoperto un angusto stanzino ricavato tra le pareti del locale, all’interno del quale era nascosto un doppio impianto di trasmissione non autorizzato (collegato a un sistema di antenne a sua volta irregolare). In sostanza, Radio Deejay aveva piazzato in un’intercapedine degli strumenti che le permettevano di aumentare esponenzialmente il proprio segnale: l’unico impianto di trasmissione dichiarato (e autorizzato) aveva una potenza di 250 watt, i due trasmettitori nascosti nell’intercapedine ne avevano una, rispettivamente, di 1.000 e 2.000 watt.

Radio Deejay si era giustificata così: “Il Consiglio di Stato in sentenze precedenti aveva sancito il nostro diritto di non essere interferiti sull’impianto di Monte Cosce dall’impianto della società Mediaradio (quella che edita Radio Sportiva, ndr)”.

Ma ora sono proprio i giudici amministrativi – con una sentenza emessa il 27 aprile – a mettere la parola fine alla battaglia delle antenne e a dar torto ai giganti del Gruppo Gedi. Le interferenze lamentate da Radio Deejay – si legge nelle argomentazioni del Consiglio di Stato – non ci sono più, erano state eliminate già nel 2016: “Il richiamo a nuove situazioni interferenziali è del tutto inconferente”, scrivono i giudici. Resta invece viva la questione delle antenne non autorizzate nascoste nell’impianto di Radio Deejay di Monte Cosce. Il Consiglio di Stato, come si legge, “stima opportuno disporre la trasmissione della presente sentenza” alle Procure di Roma e di Rieti. Dopo aver stabilito che la piccola emittente capitolina non sta producendo alcun danno agli ingombranti vicini di frequenza – che vorrebbero “sfrattarli” dai 90.0, denuncia Radio Sportiva – rimane da stabilire l’eventuale profilo penale di quanto scoperto nell’impianto reatino di Radio Deejay.

Altro che 1° maggio, in 4 mesi già 450 morti

Nei primi quattro mesi del 2018, lavorare è costato la vita a 450 persone. Tra queste, 220 sono quelle morte per un infortunio subìto in servizio, altre 230 invece sono vittime di incidenti stradali avvenuti nel tragitto tra la propria abitazione e il luogo di lavoro.

Seppur non ufficiali, questi dati appaiono attendibili e rendono un’ardua impresa riuscire festeggiare il Primo Maggio. A diffonderli è l’Osservatorio indipendente di Bologna, nato dieci anni fa – dopo la tragedia della Thyssenkrupp a Torino – proprio con l’obiettivo di monitorare in tempo reale i decessi nelle fabbriche, nei cantieri e nell’agricoltura.

Se confrontiamo queste tabelle con quelle dell’Inail, i numeri risultano sostanzialmente in linea. L’istituto pubblico, per il momento, ha comunicato le statistiche aggiornate al 31 marzo 2018: entro quella data, le denunce di morti causate da incidenti sul lavoro sono state 145 (nello stesso periodo dello scorso anno erano due in più, ma bisogna considerare l’influenza degli episodi di Rigopiano e Campo Felice). Sempre restando al primo trimestre 2018, l’Osservatorio indipendente non si discosta di tanto e calcola 159 casi. Insomma, i conti tornano, anche perché bisogna ricordare che i dati Inail sono per definizione sottostimati a causa di due fattori: non considerano né i lavoratori in nero né quelli non assicurati presso l’ente. L’associazione bolognese, invece, li conta tutti e fa notare come i 220 morti sul lavoro del 2018 siano un numero superiore sia rispetto ai 198 registrati nel 2017 sia ai 174 del 2008, anno in cui – tra l’altro – è stata approvata l’attuale legge sulla sicurezza. Tra i settori più pericolosi, come è ampiamente prevedibile, spicca l’edilizia: qui l’aumento stimato rispetto al primo quadrimestre del 2017 è del 22%.

I sindacati degli edili hanno da tempo lanciato l’allarme, ricordando le ragioni di questi numeri drammatici. Innanzitutto, una peculiarità del mondo delle costruzioni: la ripresa economica non sta aumentando il numero di occupati nei cantieri ma il numero di ore lavorate. Si passa più tempo all’opera e questo aumenta la stanchezza e i conseguenti rischi. C’è poi il problema del dumping contrattuale: diverse imprese impiegano lavoratori in nero o comunque non li inquadrano come edili. Non applicando il corretto contratto nazionale, si aggira l’obbligo di assicurare la formazione sulla sicurezza e le conseguenze le leggiamo nelle statistiche.

L’invecchiamento della forza-lavoro ha un suo peso, dato che una morte su due di quelle avvenute tra gennaio e marzo coinvolge persone tra i 50 e i 64 anni, con aumento del 35% in questa fascia di età (in questo caso si tratta di dati Inail). Essere locomotiva d’Italia per la Lombardia ha un prezzo molto salato: la Regione guida la classifica delle morti. L’Osservatorio indipendente di Bologna ne segnala 27; seguono i 24 del Veneto e i 18 del Piemonte.

Dove è più alta l’occupazione accadono il maggior numero di tragedie. A questi, come detto, bisogna aggiungere tutti i decessi che avvengono nel tragitto tra casa e lavoro. Una distinzione che diventa più fluida per chi svolge i nuovi mestieri della gig economy, molti dei quali non hanno una sede fisica.

Un esempio perfetto sono i rider che consegnano in bicicletta o in motorino il cibo per aziende come Foodora, JustEat, Moovenda e Deliveroo. Per loro non c’è differenza tra infortunarsi in strada o sul lavoro: è semplicemente la stessa cosa. Anche per questo oggi molti di loro sciopereranno, in testa ai cortei, in diverse città italiane, dopo i 15 euro di bonus promessi dalle aziende di deliver come “straordinario festivo”. Alla mobilitazione si è associato il partito Possibile, che per l’occasione ha presentato un ironico menù del Primo maggio, che contiene – oltre a diritti e giusta paga – la richiesta di assicurazione per malattia e infortuni. E ricorda: la consegna non è gratuita.

Quattro alpinisti morti di freddo, altri sono gravissimi

Quattro alpinisti (secondo i primi dati comunicati) sono morti dopo aver passato, per il peggioramento delle condizioni meteo, la notte all’aperto in alta montagna nella regione di Arolla, in Svizzera. Altri 5 lottano fra la vita e la morte. Facevano parte di un gruppo di 14, di cui facevano parte anche alcuni italiani. Il gruppo è rimasto bloccato da una tempesta, comunica la polizia cantonale. Una vasta operazione di salvataggio è stata condotta ieri mattina presto dopo un allarme lanciato dal responsabile della capanna Vignettes. I soccorritori hanno trovato 14 persone che avevano trascorso la notte all’aperto. Diversi alpinisti soffrivano di ipotermia. Uno era già morto, presumibilmente vittima di una caduta. Verso le 12:30 tutti erano stati trasportati in diversi ospedali. Tre di loro sono morti dopo l’arrivo in ospedale, mentre cinque sono in condizioni critiche. Gli altri soffrono di leggera ipotermia e la loro vita non è in pericolo. Gli alpinisti sono di nazionalità italiana, francese e tedesca, precisa la polizia vallesana. L’identificazione formale non è però terminata. Un altro dramma è poi avvenuto ieri sull’Himalaya: durante la scalata di una delle vette è morto un italiano.

Il capo dei salviniani di Calabria ospitò un killer nell’hotel del suocero

L’albergo ai killer della ’ndrangheta? Lo ha pagato l’onorevole Domenico Furgiuele, neodeputato e coordinatore della Lega in Calabria. L’esponente del partito di Salvini non è mai stato indagato. Compare, però, nelle carte del processo “Gringia” istruito dalla Dda di Catanzaro sulla faida che, qualche anno fa, ha insanguinato il Vibonese. Tra gli omicidi risolti c’è quello di Davide Fortuna, ucciso il 6 luglio 2012 mentre si trovava in spiaggia a Vibo Marina con moglie e figli.

A sparare, su ordine della cosca Patania, è stato il sicario macedone Vasvi Beluli che, dopo l’arresto, si è pentito fornendo i riscontri agli investigatori che già avevano individuato i suoi due complici, Sebastiano Malavenda di Reggio Calabria e Salvatore Callea di Oppido Mamertina. Il primo è stato condannato in via definitiva a 30 anni di carcere con il rito abbreviato. Il secondo sta aspettando che la Cassazione confermi l’ergastolo rimediato in appello.

“Dopo il fatto – racconta il pentito Beluli – siamo andati a dormire all’hotel di fronte alla stazione di Lamezia Terme. Non abbiamo pagato l’albergo, anzi la persona che lavorava lì ci ha detto che eravamo ospiti preferiti. Parliamo dell’albergo Phelipe”. Tutto normale se non fosse che a prenotare la stanza è stato proprio il futuro deputato della Lega Domenico Furgiuele, genero dell’imprenditore Salvatore Mazzei, proprietario dell’albergo e in carcere da alcuni mesi per reati di mafia. “In ordine al pagamento delle stanze – scrivono i pm nell’ordinanza di arresto dei killer –, l’incaricato alla reception riferiva che lo stesso non era stato effettuato da alcuno dei tre, poiché ospiti del signor Furgiuele Domenico”.

Cinque mesi più tardi, il politico (che formalmente all’epoca era dipendente del suocero) è stato convocato dalla Squadra mobile. E ha riferito di aver fatto una cortesia a un capo-cantiere di un’impresa edile con la quale aveva rapporti di lavoro: “In effetti, nel mese di luglio scorso, sono stato contattato – dice – dal dipendente della società Poliedil il quale mi chiedeva se potevo occuparmi di far ospitare presso l’albergo Phelipe un suo zio proveniente da Roma per una sola sera”. Lo zio esisteva ma era uno dei tre killer. Anche se non li ha mai incontrati, per i sicari Furgiuele è stato certamente utile.

“Ho ritenuto giusto – sono le parole del deputato – favorire il dipendente (della Poliedil, ndr) Antonio Verduci di cui vi fornisco anche il numero. Ho provveduto a comunicare alla reception dell’albergo di riservare una stanza a chi si fosse presentato a nome mio e che avrei provveduto a saldare successivamente”.

Furgiuele non ha voluto commentare ma, attraverso l’ufficio stampa della Lega, ci ha fatto sapere di aver prenotato la stanza ma di non aver mai pagato il conto. Eppure aveva detto alla polizia che avrebbe “provveduto a saldare”, confermando quanto già scoperto dai pm e cioè che i tre killer erano “ospiti del signor Furgiuele Domenico”. Avremmo voluto domandargli perché fosse così disponibile con Verduci che, dopotutto, era solo un dipendente delle ditte in affari con quelle di suo suocero.