L’imputata imbarazza l’ex pm: “Voleva sapere dell’indagine”

“Saluti al maresciallo Fontana che ci sta ascoltando”, diceva l’imputata parlando al telefono. Era proprio così. Ma la signora come faceva a saperlo? A Bolzano gli scandali sono trattati con discrezione. Ma stavolta è difficile visti i nomi in gioco. L’ultimo capitolo è un fascicolo su un’auto blu (una modesta Punto) della Procura usata per portare a un pranzo l’ex procuratore Cuno Tarfusser e il sindaco Renzo Caramaschi (a sua insaputa).

Tutto comincia con la gara per realizzare cento alloggi di edilizia pubblica. La Procura apre un fascicolo, si arriva al processo: secondo l’accusa, qualcuno avrebbe fatto rivelazioni sul bando. Finiscono imputati Katia Tenti (all’epoca capo dipartimento all’assessorato Edilizia pubblica Abitativa della Provincia) e il costruttore Antonio Dalle Nogare.

Una storiella come tante. Ma la brillante signora Tenti non è persona come tante. Ha amici che contano, scrive romanzi: il protagonista si chiama Jakob Dekas. Il secondo nome, e il cognome della madre, di Cuno Tarfusser, il magistrato più noto dell’Alto Adige. Procuratore di Bolzano, poi giudice della Corte Penale Internazionale dell’Aia. Un simbolo in città.

E qui nasce il ‘pizza-gate’, raccontato anche da Cristoph Franceschini sul sito bolzanino Salto. Ma lasciamo che siano i protagonisti a raccontare: “Era dicembre, stavo andando in pizzeria con alcuni ex collaboratori. Mi chiama il sindaco, che conosco da trent’anni e mi dice… andiamo a mangiare una pizza”.

Ma siete andati con un’auto della Procura? “Ero a piedi. È passato un maresciallo con un’auto e mi ha preso. Ma accidenti… il sindaco di Bolzano, e neanche io sono l’ultima merda”, sbotta Tarfusser. E su questo punto, anzi, su questa Punto, è stato aperto un fascicolo (senza indagati) ed è stato sentito il primo cittadino.

Ma andiamo avanti: “Poi mi chiama la Tenti e mi dice che passa a salutarmi. È stata un minuto”. Un’improvvisata che Caramaschi pare non abbia gradito: l’imputata che arriva al pranzo con il personale della Procura. Niente di illegale, ma per qualcuno una questione di opportunità. Che finisce sui giornali. Il sindaco, che in questa vicenda ci è capitato per caso, racconta: “Tenti è stata cinque minuti. Ha parlato solo con Tarfusser. Certo, non me l’aspettavo”. E l’auto blu? “Io mi muovo sempre in bus. Mi hanno dato un passaggio, mica potevo sapere di chi era la macchina”. E infatti nessuno muove addebiti a Caramaschi che è stato sentito dai pm sull’uso della Punto.

Ma quella pizza apre il caso sollevato dai Cinque Stelle con due interrogazioni: in Provincia con Paul Kollensperger e in Parlamento con Riccardo Fraccaro. Perché a marzo sui giornali bolzanini appaiono dichiarazioni forti di Tarfusser che sta chiudendo la sua esperienza all’Aja: “Quello che avevo costruito, quando ero Procuratore a Bolzano e che era diventato un modello per tutta Italia è stato smontato”. Un attacco ai suoi ex colleghi.

Cosa succede? Difficile dire. Fatto sta che dopo pochi giorni in aula, al processo che vede imputata Tenti, testimonia Alessandro Fontana, maresciallo che indaga sulla vicenda.

Racconta che gli imputati parlando al telefono tra loro lo salutavano: “Saluti al maresciallo Fontana”. Non solo. Titola l’Alto Adige: “Tenti chiese aiuto a Tarfusser”.

Tra le intercettazioni, riferisce Fontana, ci sarebbe una telefonata in cui la dirigente chiama l’ex procuratore (nessuno dei due risulta indagato per questi episodi) per avere informazioni sul maresciallo. Addirittura, sostengono le cronache, ci sarebbe una conversazione non trascritta in cui Tenti chiede al magistrato di essere chiamata quando “i suoi uomini ti avranno riferito”.

Tarfusser – che non è indagato – taglia corto: “L’inchiesta è cominciata dopo che io avevo lasciato Bolzano. Non ne so niente, né darei informazioni riservate. Tenti mi ha chiamato e mi ha chiesto consigli su come comportarsi. Le ho risposto come faccio con tutti: fatti sentire dai magistrati”.

Ma in città, e soprattutto in Procura, c’è chi storce il naso sui contatti di Tarfusser con i suoi vecchi collaboratori. C’è chi lo definisce ‘un capo ombra’. Così come non era passata inosservata la foto di Tarfusser che brinda con Luis Durnwalder il giorno in cui il padre della SüdTiroler Volkspartei fu assolto. “Passavo di lì per caso”, fu la versione del magistrato. Fraccaro nella sua interrogazione chiede: “I fatti riportati dalle cronache dimostrerebbero una grave fuga di notizie” per non parlare “dell’uso dell’automobile di servizio della procura”.

Il deputato M5S parla di “sospetto di commistioni pericolose in Alto Adige”.

Quella pizza rischia di restare sullo stomaco al potere bolzanino.

 

Tabucchi, un rovescio contro gli scrittori-chef

Èsempre più raro vedere in Tv uno scrittore (ormai scrivono tutti), e questo è il maggior merito di Se di tutto resta un poco – Sulle tracce di Antonio Tabucchi trasmesso da La Effe dopo un breve passaggio in sala. A sei anni dalla morte, il lavoro di Diego Perucci s’interroga su quanto dello scrittore toscano sia rimasto nella memoria del Paese più smemorato del mondo. Non era facile illuminare una personalità così complessa, e non aiuta la strana moda del documentario “in contumacia”, dove parlano in tanti (per la serie “io lo conoscevo bene”), meno il diretto interessato, che appare solo per pochi istanti. Tabucchi è stato un campione assoluto del gioco del rovescio; pisanaccio e cosmopolita, viaggiatore e stanziale, giornalista e docente universitario. Italiano, francese, portoghese. Incazzature e saudade. Borges, Pessoa, Pasolini. Se di tutto resta un poco illumina con efficacia il lato più privato di un autore troppo umano (“lo scrittore non è solo un’antenna trasmittente, ma anche ricevente”), non altrettanto la svolta civile degli anni 90, che gli valse tra l’altro l’inaudita aggressione di Giuliano Ferrara. Da questo punto di vista non è un’opera che gli somiglia, e se ne intuisce il perché. Tabucchi ha avuto lo stesso destino della sua amata Lisbona, ultimo avamposto del Vecchio mondo; è stato l’ultimo scrittore di quando gli scrittori erano eroi, punti di riferimento totali, di quando i bambini sognavano di diventare come loro, invece di diventare chef.

Essere Sgarbi, una condanna anche per lui

In una rubrichetta concessagli dal Giornale con gran misericordia, e che nessuno legge se non l’iracondo autore e Google Alert, quel che resta di Sgarbi ama ricordarci quanto lui sia bravo e gli altri sterco. Alla realtà si è da tempo sostituito un ameno mondo immaginario, quasi che al polemista stanco avesse fatto seguito un “Amelie Sgarbì” con problemi di incontinenza verbale e flatulenza mentale (non solo mentale). La carriera di Sgarbi, ultimamente, sembra un inno all’insuccesso crasso. Va in tivù e le prende da tutti, poi però si bulla in giro dicendo: “Hai visto come l’ho ucciso quello lì?”. Si fa zimbellare perfino da Musumeci, e nel frattempo i siciliani lo odiano per via delle sue intemerate razzistelle. Va in Sardegna e si incarognisce perché in aeroporto gli han fatto togliere la cintura e gli han tolto lo shampoo, che peraltro – a giudicare da quei capelli orgogliosamente unticci – non pare usare granché. Difende Mori e insulta Di Matteo, venendo sbugiardato una volta di più da giudici e storia. Sfotte gli altri per gli ascolti, dimenticandosi che quando gli han dato la prima serata su RaiUno non lo guardarono neanche i parenti e fingendo di ignorare come da ospite affossi chiunque o quasi, da Radio Belva del suo figlioccio debole Cruciani al Telese di Bianco e nero. Più che un opinionista, pare ormai un becchino.

I programmi che ancora lo chiamano son soliti usarlo come il nonnetto che sbraita a caso e per un po’ fa ridere, poi però va riportato in ospizio con dose doppia di goccine. Politicamente coerente come una cortigiana marginale, prima ha detto di voler riportare il Rinascimento con Tremonti (ciao core) e poi si è fatto tritare da Di Maio. Tornato parlamentare grazie ai paracadute del Rosatellum, ha esordito in Aula facendosi cacciare da Giachetti per divenire quindi il berlusconiano più pleonastico della legislatura attuale. Trionfi su trionfi. Darebbe la vita – se fosse ancora vivo – per tornare a Otto e mezzo, solo che non lo chiamano e allora lui scrive piccato che la Gruber non la guarda più perché ci sono sempre (quei grillini di) Padellaro, Travaglio e il sottoscritto. Ti chiama con garbo “rottinculo, finocchio, puttana imperiale, testa di cazzo, fidanzata di Di Maio e vigliacco”, poi però ha il coraggio di querelarti lui (mentre se lo quereli tu gioca a dichiararsi nullatenente). Se lo critichi ti scrive sms di insulti alle tre di notte, tu lo blocchi e allora lui ti fa mandare da amici (o sedicenti tali) dei video in cui si vede quanta fila c’era per ascoltarlo a Firenze. Oppure intervista i passanti per strada, e anche questa non è una battuta, per farsi dire “il più bravo sei tu”: ci tiene proprio a farti sapere che, nei suoi sogni, ce l’ha più lungo di tutti. Circondato da una perenne nonché vagamente interessata corte dei miracoli, quel che resta di Sgarbi sparge bile continua sul mondo. Pare Bufalo Bill a fine corsa, senza però esser mai stato Bufalo Bill. Intriso com’è di livore, verrebbe voglia di criticarlo. Sarebbe un errore e al contempo una mancanza di cuore: a Sgarbi occorre voler bene. Tanto bene, perché quando cala la notte c’è sempre un momento in cui Vittorio resta solo. Stanco. Ferito. È lì che si guarda allo specchio. Ed è lì che ha forse piena contezza di come, di lui, resteranno al massimo quelle immagini rumorose delle Iene in cui sembrava quasi voler espellere se stesso al cesso. Bei momenti. Essere Sgarbi non è mai stato facile, ma ultimamente pare una condanna che nessuno merita. Neanche lui. Un abbraccio, e già che ci siamo una prece, caro Vittorio. Ti sia lieve il crepuscolo.

Il narcisista che non riesce a stare zitto

Eravamo rimasti che voleva “tacere per due anni” dopo il 4 marzo, e infatti rieccolo dopo due mesi in prima serata su Rai1, a regolare conti interni, a mandare avvertimenti, a parlare a nuora (“chi ci guarda da casa”) perché suocera intenda, ma soprattutto a liberare la sua incontinenza narcisistica, il suo bisogno quasi ghiandolare di pubblico.

Si sa che una cosa detta da Renzi è scritta sull’acqua, quando non vuol dire proprio l’esatto contrario, ma si resta abbastanza ammutoliti davanti alla performance tutta psichica di questo ambizioso di provincia che ha scalato un partito (spesso fallimentare, ma tutto sommato prima del suo arrivo rispettabile) polarizzando ogni sentimento attorno alla sua persona, commissariandolo e riducendolo a quel che è oggi: un campo di forze e ambizioni personali confliggenti o coincidenti col suo ego patologico e dunque prive di qualsiasi orizzonte credibile.

In sostanza è andato a dire due cose: che non vuole andare al governo coi 5Stelle; che se non si riesce a fare un governo è perché “dopo il referendum il Paese è bloccato”. Visto che questa è palesemente falsa (sabato abbiamo fatto il fact checking alle parole di Orfini, spedito a Otto e mezzo a diffondere la stessa panzana in qualità di ballon d’essai: il referendum nulla c’entra con la legge elettorale che precedeva il Rosatellum, dichiarata incostituzionale dalla Consulta nelle parti relative al ballottaggio e alle pluricandidature), abbiamo motivo di presumere che anche la prima lo sia. A pensar male si fa peccato, ma noi siamo peccatori e scommettiamo che Renzi darà mandato ai suoi più fedeli sottoposti di votare a favore dell’intesa col M5S, in direzione o in qualunque altro consesso partorito dalla finta democrazia che ha instaurato nel partito, se non proprio al Senato dove il governo dovrà ottenere la fiducia, continuando in pubblico a escludere perentoriamente ogni ipotesi di alleanza “coi populisti” per far contenti i twittatori del #senzadime (e i 5 passanti da lui importunati in piazza della Signoria). “Su 52 senatori del Pd”, è l’excusatio non petita, “almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno”, ma ormai la pulce è nell’orecchio e del resto sfidiamo chiunque a non vederlo nelle vesti di uno che va al governo con Di Maio per poi farlo cadere alla prima fiducia tanto per dimostrare che: 1) i grillini sono incapaci di governare; 2) serve la riforma della Costituzione.

E qui torna lui e tutta la sua amicaglia di miracolati, e siccome siamo già o ancora in campagna elettorale, rieccolo in Tv, a cercare di ricostruire una immagine di sé integra, intoccata dagli scandali Consip, da quelli bancari boschiani e dalle ombre giudiziarie sul babbo e ora pure sulla mamma, tanto da permettersi un moto di indignazione per una presunta colf pagata in nero dalla compagna del presidente della Camera Fico. “Ho iniziato a fare politica contro il partito azienda di Berlusconi”, lo stesso col quale poi ha fatto un patto segreto, una riforma costituzionale e una legge elettorale, questa qui che ci ha destinato all’impasse. “Da quel momento (dal 4 dicembre 2016, ndr) l’Italia non è più in grado di avere un sistema efficiente”, insiste. “Salvini e Di Maio avrebbero avuto interesse a farsi un ballottaggio”, e con ciò dà del deficiente a Gentiloni che ha messo 8 voti di fiducia per far passare il Rosatellum e degli idioti a tutti gli italiani, che non hanno votato contro alcun ballottaggio.

Del resto sta tutto scritto nel “programma dei 100 punti” consegnato al Viminale e firmato dal “Dott. Matteo Renzi”: “La sconfitta referendaria non cancella il ripensamento del sistema istituzionale ma rende questo percorso più difficile”. Difficile, ma non impossibile: basterà aggirare la volontà popolare. Certo, con B. sarebbe stato più facile, ma le vie dell’ambizione sono infinite.

Riforme, il mantra degli incapaci

I bambini quando non riescono in un gioco cambiano le regole: se non ce la fanno a superarla, abbassano l’asta del salto in alto. Succede più o meno questo alla nostra democrazia, che rischia di essere (di nuovo) vittima dell’inadeguatezza di una politica che alla prima difficoltà cerca di propinarci la solita scorciatoia: cambiare le regole. A ben guardare è sempre questione di non essere all’altezza. Domenica sera un senatore (che voleva abolire il Senato), ex premier (si è dimesso dopo che venti milioni di italiani hanno bocciato le sue ineludibili riforme), nonché ex segretario di un partito (si è dimesso dopo l’ennesima, clamorosa, sconfitta elettorale) è tornato a proporre di “cambiare le regole”. Il soi-disant ragionamento sarebbe più o meno questo: “Dal 4 dicembre 2016 questo Paese è bloccato” (sarà contento Gentiloni!). Perché da quel momento “l’Italia non ha la possibilità di avere un sistema efficiente. Macron ha preso il 23 per cento, ha fatto il secondo turno, ha vinto e ora è il punto di riferimento di tutta Europa”. Un’altra attitudine dei bambini è quella di copiare, in effetti (ma allora in Germania ci hanno messo sei mesi a formare un governo). E qui si confondono i sogni (I wanna be Macron) con la realtà: la Francia è una Repubblica semipresidenziale (in cui non è detto che capo dello Stato e premier appartengano allo stesso schieramento), l’Italia è una Repubblica parlamentare, noi non eleggiamo il presidente della Repubblica. Volendo essere Macron, forse Renzi farebbe meglio a espatriare Oltralpe.

“Questa paralisi è la dimostrazione che allora avevamo ragione a dire diamo al cittadino la possibilità di scegliere. Prima di tornare a votare, facciano una proposta per cambiare la legge elettorale e la riforma istituzionale, perché il ballottaggio sta in piedi solo c’è una camera sola. Siamo l’unico Paese con la Romania che vota la fiducia a entrambe le camere”. Al solito, è colpa degli elettori che non hanno capito. A parte il fatto che per fare una leggina costituzionale che attribuisca solo a Montecitorio il legame fiduciario con l’esecutivo non ci vuole molto (è una posizione condivisa da molti, noi compresi), viene spontaneo domandarsi perché non l’abbia fatto Renzi medesimo, invece che impegnare il Parlamento per anni con una riforma monstre che stravolgeva un terzo della Carta. Vergogna, dov’è il tuo rossore?, si domanda Shakespeare nell’Amleto.

C’è qualcosa di inquietante nella volontà di passare sopra alla sovranità del popolo, che per due volte in dieci anni ha bocciato due riforme costituzionali di fila. Ma, obietta il senatore scelto Matteo Renzi, i momenti come questo sono i migliori. “A noi hanno detto che volevamo fare le regole da soli. Scrivetele voi: a meno che non propongano una dittatura, noi ci stiamo”. Facciamo due etti di proporzionale e una spruzzatina di presidenzialismo? Tornando seri, quale mandato ha avuto questa legislatura per modificare le regole, cambiando il sistema istituzionale? Il “sistema” è diventato il capro espiatorio di colpe che stanno altrove, nell’incapacità della cosiddetta classe dirigente a mediare e a tenere insieme le questioni di sostanza politica. Il ritornello, figlio di un conformismo superficiale e pigro, è: c’è bisogno di cambiamenti per governare meglio, con maggiore “efficienza” (una cosa che il Senato ha già in parte fatto, cambiando il proprio regolamento). E comunque le simulazioni con i vari sistemi elettorali ci dicono che non ci sarebbe una maggioranza in ogni caso.

Chi ha governato negli ultimi anni dovrebbe piuttosto chiedere scusa: ci hanno mandati a votare con una legge incostituzionale (il Porcellum), hanno tentato di farne un’altra (l’Italicum) parimenti dichiarata incostituzionale. Perché la governabilità non può “divorare” la volontà degli elettori: “Il legittimo perseguimento dell’obiettivo della stabilità di governo non può giustificare uno sproporzionato sacrificio dei principi costituzionali di rappresentatività e di uguaglianza del voto, trasformando artificialmente una lista che vanta un consenso limitato, e in ipotesi anche esiguo, in maggioranza assoluta”, hanno scritto l’ultima volta i giudici della Consulta.

Tutti i trucchetti escogitati per addomesticare il voto incontrano prima o poi lo scoglio dell’incostituzionalità, e allora bisogna ricominciare da capo. Succederà probabilmente anche con il Rosatellum: sarà il caso di arrendersi e dotare il Paese di una legge elettorale stabile, che sia al servizio dei cittadini e rispetti la Carta, senza tarare i sistemi sull’ultimo sondaggio o sulle proprie convenienze personali. Sarebbe il modo migliore per celebrare i settant’anni della Costituzione, una vecchia signora che in troppi vorrebbero mandare all’ospizio.

Arbitri. Quella volta che li scelse la sorte fu un dramma per il Palazzo della Serie A

Ancora una volta, quando si parla di calcio, si deve inevitabilmente parlare degli arbitri, protagonisti nel bene e (troppo spesso) nel male di quello che succede nei campi di Serie A. Il Var ha forse migliorato le cose, ma la tecnologia non può evitare da sola gli errori.

Le ultime polemiche riguardano Daniele Orsato per gli episodi controversi a San Siro, nella partita decisiva fra Inter e Juventus. Ma chi fa le designazioni arbitrali non dovrebbe tenere conto, nelle sue scelte, di incompatibilità, inesperienze e pregressi degli arbitri, soprattutto per le partite decisive?

Non c’è un modo per evitare a monte i possibili errori, e soprattutto per sgomberare ogni possibile dubbio sulla mala fede dell’arbitro?

Giuseppe Ravetto

 

Caro Giuseppe, l’unica volta in cui la Serie A disputò un campionato con il sorteggio integrale degli arbitri (stagione 1984-85), il responso della classifica fu: Verona campione d’Italia con punti 43, Torino 39, Inter 38, Sampdoria 37, Milan e Juventus 36.

Un dramma per il Palazzo: che senza arbitri designati si era ritrovato con Verona, Torino e Sampdoria – tre club di seconda fascia – al 1°, 2° e 4° posto finale.

Era (sarebbe sempre stata, lo sarebbe ancora) la soluzione più giusta: Calciopoli non sarebbe mai arrivata, di sim svizzere distribuite da Moggi a disegnatori e arbitri non avremmo mai sentito parlare, Ceccarini non avrebbe diretto Juventus-Inter e l’arbitro sorteggiato, magari, avrebbe dato rigore per fallo di Iuliano su Ronaldo, eccetera.

All’indomani dell’eliminazione della Juventus contro il Real Madrid, dopo gli strali di Buffon contro l’arbitro Oliver e di Andrea Agnelli contro il designatore Collina, la Gazzetta dello Sport ha scritto: “Aspettando la Var e considerando il fatto che quanto a poltrone che contano in Europa abbiamo fatto molta strada, sarebbe arrivato il momento di chiedere, magari sussurrandolo, un pizzico di attenzione in più”.

Ecco, appunto. Le poltrone. E i sussurri. Specialità made in Italy.

Paolo Ziliani

Mail box

 

Il bullismo non è un problema che riguarda solo la scuola

In merito ai gravi episodi di bullismo e di violenza nelle scuole italiane, la mia lunga esperienza di docente e di preside mi permette di dire, senza alcun dubbio alcuno, che gli esempi di positiva “bellezza” sono in larghissima maggioranza. Esempi ben rappresentati da bravi docenti, genitori collaborativi, studenti rispettosi.

Tuttavia è evidente che il “sistema scolastico” deve urgentemente intervenire nei confronti di quella minoranza di docenti e genitori che con i loro cattivi esempi finiscono col rovinare i ragazzi più fragili ed emarginati.

Chiunque governerà il nostro Paese dovrà investire sulla scuola, sulla formazione dei docenti e dei genitori, sulla cultura del rispetto. Sono convinto che i genitori devono tornare ad occupare un posto centrale in campo educativo aiutando i propri figli a interiorizzare il valore dell’etica del dialogo e del rispetto della persona umana, primariamente con l’ascolto e con l’esempio.

La questione del bullismo, laddove esiste, non riguarda il singolo alunno, il singolo docente o la singola famiglia, ma riguarda tutti. E allora tutti noi, come società e come comunità educante, dobbiamo farcene carico. Ognuno secondo le proprie responsabilità e ruoli.

Luigi Roselli ex dirigente scolastico

 

Il Giro d’Italia parte da Israele: i ciclisti portino la fascia nera

Sarebbe, non dico bello, ma doveroso, che il Giro d’Italia si aprisse con la fascia nera al braccio dei partecipanti.

Sarà vergognoso lo spettacolo delle firme, i sorrisi e le battute alla partenza, il Giro all’arrivo, mentre a pochi chilometri i cecchini israeliani sparano su manifestanti disarmati “ad altezza uomo”, anche se il mirino inquadra donne e ragazzini.

A scrivervi è un appassionato di ciclismo, pace e giustizia.

Arnaldo Troiani

 

L’utopia di un esecutivo di tutti con il contributo dei partiti

Vi scrivo un mio pensiero utopico che però come tante idee e volontà che parevano folli o impossibili, poi alla fine col tempo si sono almeno in parte realizzate.

Non abbiamo un governo e nessuno sembra più potersi “incollare” con qualcuno. Parrebbe un momento disperante. Colgo invece una enorme possibilità e opportunità. Ogni, ogni, partito partecipi del governo. Porti la sua riforma utile al Paese. Ogni partito faccia spazio agli altri e ognuno partecipi con la propria specifica missione. Sono dell’idea che le utopie si debbano seminare.

Chiara Del Nero

 

Il sostegno dem al centrodestra sarebbe un disastro per l’Italia

Credo di indovinare come sarà composto, purtroppo, il prossimo governo: centrodestra con appoggio esterno del Pd.

Saremo condannati ancora per anni, sarà un disastro per noi, i nostri figli e i nostri nipoti.

Povera Italia!

Piero Pacchiarotti

 

Senza il visto per Toronto dobbiamo ringraziare gli addetti

Lo scorso 27 aprile all’imbarco del volo Alitalia per Toronto gli addetti si sono accorti che io e mia moglie avevamo dimenticato di richiedere il visto elettronico, obbligatorio per quel Paese.

Ormai a pochi minuti dalla chiusura del volo i medesimi addetti ci hanno aiutati concretamente ad avanzare e seguire la richiesta risolvendoci il problema appena in tempo per non perdere il volo.

Grazie al signor David, purtroppo l’unico del quale ricordiamo il nome, e grazie ai suoi colleghi e colleghe rimasti ad aiutarci anche dopo che era scaduto il loro orario di servizio.

Sergio e Barbara Mura

 

Ora serve la legge elettorale prima di tornare al voto

È quasi commovente questa estrema coerenza nel sentire i deputati/senatori del Pd dire: “Il Pd ha perso stia all’opposizione”.

C’è sempre una prima volta per rispettare la volontà degli elettori. Tuttavia, vista l’attuale situazione, qui non si tratta di formare un governo di legislatura, ma un governo “di transizione” che possa approvare almeno la legge elettorale e, quindi, tornare a votare.

Forse ha più “senso istituzionale” sbloccare questa situazione consentendo la nascita di un governo che arroccarsi dietro la scusa di tutelare la volontà degli elettori.

Gianluca Mondì

 

Il potere della sanità lombarda e gli elettori che non cambiano

Concordo totalmente con quanto scritto da Gianni Barbacetto sulla ennesima trovata degli amministratori di centrodestra lombardi, che da 24 anni, ovvero dalla prima Giunta Formigoni, stanno perpetrando un processo di sistematica privatizzazione del sistema sanitario lombardo (scandali a parte).

Tuttavia, considerando che il potere regionale è oltre il 70% “sanitario”, i cittadini lombardi confermando (con schiacciante maggioranza tra l’altro) la Giunta di centro destra ne hanno di fatto certificato la qualità gestionale. Per cui, evitino di lamentarsi (almeno quelli che li hanno votati).

Giuseppe Petrogalli

 

Fra i politici degli anni Novanta solo Berlusconi non si è ritirato

Avete notato che tutti i leader delle formazioni politiche anni 90 sono tutti ritirati o in penombra: Bossi, Bersani, Fini e Grillo. L’unico che continua a imperversare nella vita pubblica italiana, anche se incandidabile, è Berlusconi.

Francesco Degni

Caso Fico: domande giuste, ma alla persona sbagliata

Un paio di mesi fa Le Iene ci regalarono lo scoop – quello sì, imbarazzante – sui rimborsi auto-rimborsati dei deputati 5Stelle. C’era chi annullava il bonifico dopo esserselo fatto, chi correggeva la cifra del bonifico con Photoshop, chi “Boh, è colpa della banca, i soliti poteri forti”. Domenica, strombazzato come se fosse il servizio destinato a far salire Roberto Fico sul primo autobus per Rebibbia, è arrivato lo scoop sulla colf in nero.
Due settimane di appostamenti sotto la casa romana del neopresidente della Camera e alla fine l’inviato Antonino Monteleone è riuscito a inchiodare Fico alle sue responsabilità. Quelle di rispondere alle sue domande, per ora.

Secondo la ricostruzione del programma di Italia1, il presidente della Camera trascorre parte della settimana a Napoli a casa della sua compagna Yvonne e lì avrebbe una colf in nero. Si tratta di tale Imma, una ragazza che vive nell’appartamento vicino a quello di Yvonne. Interrogata sulla questione con le telecamere nascoste, Imma ha dichiarato che fa pulizie, commissioni e babysitting a casa di Yvonne 4 ore e mezzo al giorno dal lunedì al venerdì. Guadagnerebbe 500 euro al mese, con regolare contratto. Roberto Fico ha spiegato all’inviato che questa Imma è una cara amica della compagna, che si conoscono da anni e che non ha alcun contratto di lavoro. Ha aggiunto che lei e la compagna si scambiano favori, che la figlia di Yvonne va spesso a casa di Imma, che Yvonne le ha insegnato a guidare, a fotografare (la compagna di Fico è una fotografa). E ha precisato che comunque quella non è la sua casa: il presidente della Camera vive la maggior parte del suo tempo a Roma, dove la sua colf ha un regolare contratto di lavoro.

Monteleone gli ha poi chiesto se, nella casa di Napoli di Yvonne, ci fosse stato in passato anche un ucraino – tale Roman – che due volte a settimana faceva le pulizie e che sarebbe stato poi mandato via perché privo di permesso di soggiorno. Fico ha risposto che ha conosciuto questo Roman alla fermata dell’autobus e gli ha fatto della beneficenza perché in difficoltà e, se Roman ogni tanto è andato a fargli dei lavoretti in casa, è stato soltanto per sdebitarsi.

Fico – sebbene disponibile e sorridente – è parso a tratti in difficoltà. Come se non potesse rispondere a tutto. Di sicuro, l’incongruenza tra questa Imma che dice di avere un contratto e lui che nega potrebbe essere chiarita. Il problema è da chi. Perché, nel servizio de Le Iene, mancano un paio di passaggi rilevanti. Fico vive 4-5 giorni a settimana nella sua casa romana, dove ha una colf con regolare contratto (inizialmente la pagava a voucher). Possiede anche una casa a Napoli, dove ha la residenza, ma da quando ha una relazione con Yvonne (circa cinque anni) sta spesso da lei.

I rapporti tra Imma e Yvonne erano precedenti l’arrivo di Fico e sono rapporti molto stretti. La stessa Imma nel servizio dice: “Vorrei andare via, ma sono affezionata alla bambina, l’ho vista crescere”. Quindi è vero che nei week- end, quando può, Fico va a stare dalla compagna, ma appunto per questo, se c’era qualcuno a cui chiedere spiegazioni, era proprio Yvonne. Certo, mediaticamente sarebbe stato meno efficace intervistare la compagna del presidente della Camera anzichè il presidente della Camera. Però andava fatto.

Ma c’è un problema che Le Iene hanno taciuto, più per convenienza che per sensibilità: l’anno scorso Yvonne ha scoperto di soffrire di una grave malattia, di quelle che a Le Iene purtroppo conoscono bene, e nell’ultimo periodo ha trascorso molto tempo all’ospedale. C’è una bambina che vive una situazione complicata, una donna che sta subendo cure debilitanti e ha bisogno di evitare lo stress. L’inviato lo sapeva bene. Anche il responsabile del programma, Davide Parenti. Erano stati avvisati. Quindi appostarsi sotto casa sua e incalzarla con domande stringenti, in questa fase, sarebbe stato scomodo. Per Le Iene, soprattutto. Inseguire per strada una donna malata chiedendole “Ma Imma ce l’ha o non ce l’ha il contratto?”, sarebbe risultato cinico. Meno efficace che domandarlo a Fico. Vuoi mettere inchiodare alle sue responsabilità di furbetto il presidente della Camera anziché la signora Yvonne provata dalla chemio? Fico, a sua volta, si è trovato nella difficile posizione di dover proteggere Yvonne, che forse non è neppure nella condizione fisica e psicologica di affrontare i titoli di giornali e le Iene sotto casa. E che in questi mesi ha avuto bisogno di Imma più che mai. Un cinismo furbo, quello de Le Iene. Ora potranno dire “L’abbiamo tenuta fuori per rispetto!”. Come no.

Intanto l’inviato ammicca allo spettatore che guarda da casa, ripetendo “Guardate, ha l’auto blu!” (che poi è la normale auto di scorta) come a dire: “Colf in nero e privilegi a spese nostre!”. Quello che alle Iene fa comodo omettere, oltre alla malattia, è che la fidanzata di Fico è una donna indipendente, che mantiene la casa in cui vive. Ed è a lei, a Yvonne, padrona della sua vita e delle sue spese, che andavano chieste spiegazioni. E adesso che senso ha inseguire anche la nonna di Yvonne, che ha 92 anni e che a Le Iene forse può svelare la ricetta del casatiello, più che qualche particolare sulla colf misteriosa? Lasciate perdere la nonna, lasciate perdere Fico. E abbiate il coraggio di andare a tampinare una donna col cancro, se volete andare avanti con la Colf Story.

Nel frattempo, attendo che l’inviato de Le Iene mi dica se la colf nella sua villetta romana è in regola. Gliel’ho domandato con gentilezza, ma anziché rispondermi mi ha scritto un piccato “Io con te non parlo. Puoi rivolgerti all’ufficio stampa Mediaset”. Insomma, ti inseguono, ti infilano il microfono tra portiere di automobili e porte di casa, ti registrano di nascosto, ma quando una domanda la fai tu a loro, si mettono in modalità Enrico Cuccia. Certo, direte voi: è solo un giornalista, mica il compagno di una carica dello Stato. Ma “trasparenza e onestà” detto con una spruzzata di superiorità morale non è solo lo slogan dei Cinque Stelle, ma anche – e soprattutto – quello de Le Iene.

Il Pd deve discutere col M5S Anche l’Spd ci ha ripensato

Ha fatto bene il reggente del Pd Maurizio Martina a proporre una trattativa con i 5 Stelle impegnandosi a sottoporre i risultati al referendum tra gli elettori del Pd. In un sistema proporzionale nessun partito è collocato automaticamente all’opposizione. La Spd si era presentata agli elettori dicendo “mai più” al governo con la Merkel, ma dopo la sconfitta l’esigenza di dare un governo al Paese ha riaperto la trattativa. I cui risultati hanno ottenuto la maggioranza nel referendum tra gli iscritti socialdemocratici.

Una parte del Pd, invece, vorrebbe stabilire una pregiudiziale assoluta contro i 5Stelle, pur non avendo mai fatto lo stesso verso Forza Italia. I dirigenti che oggi sollecitano la rivolta della base contro l’ipotesi di accordo con Luigi Di Maio sono gli stessi che non hanno mai sentito l’esigenza di ascoltare gli iscritti prima di stipulare con Berlusconi accordi di governo, patti del Nazareno e sostegni informali nelle votazioni critiche al Senato.

Perché tale diversità di trattamento? Il programma di governo dei 5 Stelle non è più distante dal Pd di quanto non lo sia quello della destra. L’affidabilità di Di Maio è un’incognita, ma è un fatto che tutti i leader della sinistra – D’Alema, Veltroni, Bersani e Renzi – abbiano provato a fare accordi col Cavaliere rimanendo sempre col cerino in mano. Infine, il berlusconismo non è stato solo un fenomeno politico: per un quarto di secolo il suo leader, dai vertici delle istituzioni, ha incoraggiato la gente a non rispettare le leggi, a far vincere l’egoismo contro il bene comune, a trattare le donne come una merce. Di questi veleni iniettati nel corpo sociale ancora si sentono le conseguenze.

All’inizio di questo decennio, però, il fenomeno ha perso la sua spinta sotto i colpi della crisi economica. Il Pd ebbe la possibilità di batterlo in campo aperto, ma evitò la competizione elettorale per andarsi a impantanare nel governo Monti, creando le condizioni per il trionfo di Grillo. Il sistema politico è diventato tripolare perché il bipolarismo non ha fornito l’alternativa.

Da quasi dieci anni siamo costretti alle larghe intese perché il Pd non ha assolto il suo compito fondativo: superare il berlusconismo. Ciò non significa che il M5S sia una costola della sinistra; è piuttosto una forza di centro che esprime l’inedita radicalizzazione di questo luogo politico decisivo per l’equilibrio del sistema. Democratici e 5 Stelle sono quindi molto diversi e tuttavia connessi: sono insieme la causa e l’effetto del fallimento del breve bipolarismo italiano.

Questo intreccio rende molto difficile ma anche suggestivo il confronto. In un certo senso, avrebbero bisogno l’uno dell’altro. Il nuovo corso dei 5Stelle, di responsabilità europea e di credibilità di governo, sarebbe corroborato dall’intesa col Pd, il quale di rimando avrebbe l’occasione per ripensare le sue politiche migliori, domandandosi perché non abbiano ottenuto il consenso popolare.

Il reddito di inclusione si poteva approvare due anni prima – nella versione del governo Letta, senza dover ricominciare daccapo in nome dell’ossessione renziana per l’anno zero – e soprattutto sostenendo tutte le persone aventi diritto, utilizzando i soldi che sono stati sprecati per togliere l’Imu ai più ricchi. Il Pd si sarebbe presentato alle elezioni con il risultato storico della lotta alla povertà, e avrebbe svuotato la propaganda 5 Stelle che parlava di reddito di cittadinanza pur avendo scritto un disegno di legge più simile al reddito di inclusione.

Bene ha fatto Renzi a lottare in Europa per ampliare i margini di manovra del bilancio. Peccato che abbia poi speso decine di miliardi per incentivi alle imprese illudendosi che avrebbero creato lavoro stabile, ripetendo lo stesso errore del famoso cuneo fiscale di Prodi. I nuovi posti di lavoro, sempre più precari, sono venuti dalle politiche europee di Draghi. Invece di sprecare soldi per incentivi si potevano rilanciare gli investimenti nell’ambiente, nella scuola, nella ricerca scientifica, nella sanità, nei trasporti. Sarebbe aumentata molto di più l’occupazione e ne avrebbe avuto un grande beneficio la produttività del sistema paese.

Bene ha fatto il governo a mettere molto impegno nella scuola, che però si è tradotto in un’alluvione normativa e burocratica: la legge 107 con i provvedimenti attuativi si avvicina alle centomila parole, mentre la riforma della media unificata che fu la grande novità degli anni Sessanta si fermava a tremila.

Si è messo inutilmente in subbuglio il mondo scolastico, senza neppure toccare i nodi strutturali: la revisione dei cicli, l’educazione per tutta la vita, la rivoluzione della didattica per il nuovo secolo. Bisogna guardare avanti senza rimestare la legge, anche perché gli aspetti più spinosi – la chiamata dei presidi e i premi degli insegnanti – sono già stati corretti dal governo Gentiloni, tramite perfino qualche eccesso di neoconsociativismo sindacale.

Tutto ciò non fa svanire completamente i dubbi sull’effettiva praticabilità di un accordo tra 5 Stelle e Pd, in primo luogo per questioni oggettive di scarsi numeri in Parlamento e dell’impossibilità di un appoggio esterno. C’è però anche il tema dei limiti soggettivi dei due partiti.

Nei momenti difficili ci vorrebbe la grande politica: la Dc di Moro riuscì a contenere l’avanzata comunista imbrigliandola con l’intesa per poi riconquistare la centralità politica. Purtroppo l’attuale gruppo dirigente non solo non è all’altezza di simili compiti, ma non è stato neppure capace di arrestare il cupio dissolvi di Renzi nelle sue tappe dolorose: il referendum costituzionale perso per la pretesa di farne un plebiscito personale, gli ostacoli al governo Gentiloni che poteva offrire una riscossa, la campagna elettorale priva di proposte al Paese e schierata a difesa del Giglio magico, e infine l’aver ostacolato qualsiasi proposta per il dopo voto, lasciando il Pd esposto a una nuovo appuntamento elettorale che potrebbe travolgerlo.

Ritorna la profezia di Nanni Moretti: con questi dirigenti non vinceremo mai. Ma è ancora un partito ricco di risorse inespresse: giovani appassionati, elettori esigenti, amministratori innovatori, competenze disponibili, energie sociali da mobilitare. Di questa linfa si alimenterà la nuova classe dirigente che farà davvero i conti con le sconfitte e rimetterà in cammino il Pd.