Dal Friuli a Roma: tra i dem van bene solo gli anti-renziani

“Spero davvero che questi voti, per cui ringrazio i cittadini, siano un segnale che l’eretico del Pd non ero io. Altri hanno fatto le orecchie da mercante per troppi anni rispetto alle sconfitte che si sono susseguite”. Così Francesco Russo, ex senatore Pd e candidato dem alle Regionali del Friuli, per cui è risultato recordman di preferenze in regione, con 4.355 voti, ha commentato i risultati. Non messo in lista alle Politiche da Renzi, in lite con Ettore Rosato e Debora Serracchiani, ha raccontato: “In campagna elettorale abbiamo registrato il fatto che Renzi è ancora uno dei problemi per cui le persone non votano oggi il Pd”.

Anche da Roma arriva un segnale in tal senso: la sconfitta di entrambi i candidati del Pd alle primarie del centrosinistra per due municipi, il III e l’VIII municipio. Hanno perso contro i rivali, espressione di forze civiche e di sinistra. A spuntarla nella ex circoscrizione del Nomentano, la terza, è stato l’ex assessore della giunta Marino Giovanni Caudo, la cui corsa è partita da un appello di un gruppo di intellettuali. Mentre Amedeo Ciaccheri ha sconfitto il dem Enzo Foschi al municipio VIII di Garbatella.

La multa che fece “sbroccare” il giovane Matteo

Pubblichiamo un estratto del libro dell’ex sindaco di San Miniato, Angelo Frosini (Pd), “Frazioni e Sezioni”, edito da La Conchiglia di Santiago

Nel pomeriggio del primo sabato di febbraio del 2007 ero da solo in Comune a leggere le mail di cittadini che, numerose, erano arrivate negli ultimi giorni. Il mio lavoro fu interrotto da una telefonata di Daniel, responsabile della comunicazione nel gabinetto del sindaco: “È uscita un’agenzia Ansa in cui Renzi, il presidente della Provincia di Firenze, spara a zero contro il Comune di San Miniato perché i nostri vigili continuano a fare multe, a suo dire illegittimamente, sulla Firenze-Pisa-Livorno”.

Sapevo bene che qualche giorno prima era stato sottoscritto un accordo tra la Provincia di Firenze e tutti i Comuni interessati secondo il quale l’amministrazione provinciale prendeva in carico la manutenzione dell’intera strada di grande comunicazione e, insieme, il controllo sulla velocità dei veicoli.

Alla riunione per la firma avevo delegato l’assessora alla polizia municipale e il comandante dei vigili i quali mi avevano fatto notare che quell’accordo sarebbe divenuto attuativo non prima di un mese e informato che a quella riunione, convocata a Palazzo Medici Riccardi, sede della provincia di Firenze, non era presente il suo presidente.

Chiamai subito Matteo Renzi, sul cellulare: “Mi spieghi, Matteo, perché hai fatto questa uscita sulla stampa? Non era il caso di chiamarmi, prima di sparare a zero?”. “Perché state continuando a fare multe e non siete più legittimati a farne”. Era alterato e infastidito. Io continuai a mantenere la calma: “Ti faccio notare che, secondo il protocollo d’intesa sottoscritto, la provincia di Firenze avrebbe installato, non prima di un mese, gli autovelox fissi, ma che fino ad allora sarebbe stato legittimo che i Comuni (vedi comunicato del tuo ufficio stampa del 31 gennaio 2007) continuassero la loro lotta contro l’alta velocità lungo la superstrada”. Renzi, che non era ben informato, non sapeva più come rispondermi.

Dopo una breve pausa, del tutto inusuale per lui, riprese a parlare in modo concitato: “Dovete smetterla di considerare gli automobilisti dei polli da spennare. E comunque, siccome sto andando due giorni fuori per una breve vacanza, non ho tempo da perdere con te e non mi devi rompere…”. Quanto avevo detto a Renzi lo scrissi per i giornali aggiungendo che “la Provincia di Firenze ha verificato che tra il 2000 e il 2006 sulla Fi-Pi-Li si riscontra un trend decrescente nella mortalità e negli incidenti gravi, grazie al forte aumento della sorveglianza stradale che ha indotto gli utenti ad una guida più prudente. Dunque Renzi, invece di cercare facili consensi, dovrebbe elogiare il comune di San Miniato perché contribuisce a perseguire un obiettivo che la sua Provincia ha fatto proprio”.

Chiesi, come facevo solitamente, ai vigili urbani quante multe avessero comminato sabato 2 febbraio. Mi risposero: “Tre, una di queste al presidente della Provincia di Firenze”. A quel punto capii i veri motivi della dichiarazione all’Ansa e della maleducata risposta alla mia telefonata. Pensai anche che l’arroganza di Renzi fosse quella di un ragazzo di 32 anni un po’ “viziato” e che, maturando, si sarebbe attenuata. Mi sbagliavo: quel suo modo di fare, una volta divenuto segretario del Pd e presidente del Consiglio, invece di attenuarsi, si è rafforzato e temo che anche quando non avrà più alcuna responsabilità politica “l’umiltà” non sarà mai una sua dote.

Il reggente Martina chiederà la fiducia alla Direzione Pd

Maurizio Martina giovedì chiederà la fiducia alla direzione del Pd. Probabilmente con un voto. E, dunque, la conta che inizialmente doveva essere sull’accordo tra Pd e Cinque Stelle sarà tutta sul partito. Il giorno dopo l’intervista di Fabio Fazio a Matteo Renzi, il Pd sembra aver subìto un attacco atomico. L’ex segretario ha chiuso la possibilità di governo con i Cinquestelle, bruciando la Direzione; ha delegittimato il reggente Maurizio Martina; si è intestato la proposta di un esecutivo per fare le riforme con tutti, che era una delle exit strategy di Sergio Mattarella, nonché il piano B a cui stava lavorando Dario Franceschini dall’inizio. In una parola, ha fatto fallire ogni tentativo di iniziativa politica messo in piedi dagli altri. Per un ex segretario, non poco.

E così, ieri, gli altri (Maurizio Martina, Dario Franceschini, Gianni Cuperlo, Francesco Boccia, ma anche Nicola Zingaretti, Piero Fassino, Andrea Orlando, Michele Emiliano) hanno reagito duramente. “Furibondi” è la parola che usano per definirsi. Nel primo pomeriggio parla il Reggente: in direzione “servirà una discussione franca e senza equivoci perché è impossibile guidare un partito in queste condizioni e per quanto mi riguarda la collegialità è sempre un valore, non un problema”. Si dimette? In un primo momento pare che l’intenzione sia quella. Poi, invece, il chiarimento: “No assolutamente, non è questo il tema”. Nel frattempo, gli altri si organizzano. Twitta Franceschini: “È arrivato nel Pd il tempo di fare chiarezza. Dalle sue dimissioni Renzi si è trasformato in un Signornò, disertando ogni discussione collegiale e smontando quello che il suo partito stava cercando di costruire. Un vero leader rispetta una comunità anche quando non la guida più”. Rincara Piero Fassino: “Nessun partito ha vita lunga con due strategie concorrenti e due centri di direzione”. Mentre Zingaretti nota: “Se si va in tv, a poche ore dalla Direzione, a fare uno show si genera solo caos e confusione. Questo dopo una lunga serie di sconfitte è molto grave”.

Insomma, è una giornata di scontro totale con i big anti renziani che si organizzano. Nel frattempo, i pontieri cercano ancora una volta di mediare. Renzi manda i suoi sherpa a riproporre il tema delle riforme, di cui ha parlato domenica sera. Twitta Davide Faraone: Renzi ha detto “tre grandi sì: sì al rispetto della volontà degli elettori, sì a rivendicare le tante cose buone fatte al governo e sì a una fase costituente. Il Pd ha ripreso vigore, altro che estinzione”. Gli altri non lo prendono sul serio. Quel che è sicuro è che i numeri non sono certi per nessuna delle parti in gioco: né in direzione, né in Assemblea.

Giovedì, dunque, inizierà un percorso che dovrebbe portare all’estromissione sostanziale di Renzi, oltre che a quella formale. Martina chiederà lì la legittimazione a guidare il Pd. Comunque vada, entro maggio dovrebbe essere convocata l’Assemblea ovvero l’organo che è formalmente deputato a eleggere un nuovo segretario o a dare il via al congresso: finora Renzi ha accuratamente evitato quel passaggio che renderebbe le sue dimissioni del tutto compiute, magari legittimando un successore.

Fonti vicine all’ex segretario raccontano che presumibilmente si indirà il congresso. Si vedrà. Intanto, ieri i fedelissimi dell’ex premier gettavano acqua sul fuoco, continuando a dire che Luigi Di Maio avrebbe chiuso al Pd in ogni modo. In serata, un post su Facebook dello stesso Renzi: “Era mio dovere dire la mia opinione anche per rispetto a chi ci ha votato. Rispetto per tutti, censura per nessuno: davvero tutti possono andare in Tv tranne uno? Non scherziamo, amici”. E poi annuncia che continuerà a parlare ovunque, anche in Direzione.

Nel frattempo, l’ex premier porta avanti il dialogo mai interrotto con Silvio Berlusconi. Dove porterà non è chiaro. Le strade per un governo di minoranza a guida centrodestra sembrano chiuse (per ora). Il sospetto generale anche nel Pd è che voglia farsi il suo partito per prendersi parte dell’eredità di Forza Italia.

Gustavo Zagrebelsky: “Eversivo l’Aventino di Renzi. Nel proporzionale ci si allea”

Professor Gustavo Zagrebelsky, l’ha sentito Renzi da Fabio Fazio?

Lei conosce la teoria generale dei numeri nel diritto costituzionale e nella politica?

No, veramente no. Ma c’entra qualcosa con Renzi che chiude la porta in faccia ai 5Stelle e con lo stallo ormai definitivo della politica italiana?

C’entra, vedrà. Il numero 1 è quello del principato: uno regna, tutti gli altri obbediscono. Il numero 2 è quello della sovversione e della rissa: se le forze in campo sono solo due e si affrontano come si usa nelle democrazie latine, inclusa la nostra, senza la cultura politica del ‘modello Westminster’ che spesso si invoca da noi, l’una tende a sopraffare l’altra. In Italia, il 2 significa la totale occupazione dello Stato, degli enti pubblici, della Rai, della burocrazia, della sanità, della cultura… Si vive in quello che Tucidide, nella Guerra del Peloponneso, chiamava stasis: che non è solo lo stallo, è la quiete apparente che precede la tempesta, lo scontro finale dove uno solo dei due resta in vita. Poi c’è il numero 3.

Che è il caso dell’Italia tripolare nata nel 2013, quando in Parlamento si affacciarono i 5Stelle.

Il 3 è il numero perfetto anche per il pensiero costituzionale: la cifra dell’equilibrio dinamico che garantisce tutti. Se in Parlamento hai tre forze, due potrebbero accordarsi per eliminare la terza, ma poi si piomberebbe nel numero 2: la stasis e lo scontro. Invece conviene a tutti che esista sempre una terza forza, a garanzia delle altre due, contro l’esplodere del conflitto radicale.

Già, ma intanto non si riesce a formare un governo, si torna a votare e, dopo, siamo punto e daccapo. Infatti Renzi ne approfitta per incolpare gli elettori che bocciarono la sua riforma costituzionale e diedero l’assist alla Consulta per silurare anche il ballottaggio dell’Italicum, che la sera delle elezioni ci avrebbe dato un vincitore e un governo sicuro.

Ma non vorrà mica dargli retta, spero. L’Italicum fu bocciato dalla Consulta perché al secondo turno prevedeva un ballottaggio mai visto al mondo fra liste nazionali (non fra singoli candidati in ogni collegio, come in Francia) e assegnava la maggioranza parlamentare a chi rappresentava un’esigua minoranza nel Paese, senza neppure fissare una soglia minima di voti. I premi di maggioranza sono, appunto, di maggioranza, non di minoranza: possono aiutare chi si avvicina alla maggioranza ad averne una più agevole, non a trasformare una piccola minoranza in maggioranza. Il referendum non c’entra nulla: quello riguardava una ‘riforma’ che, insieme a varie aberrazioni, avrebbe voluto fare del Senato un docile strumento in mano all’oligarchia regionale e comunale dei partiti.

Ma come si fa a fare un governo se due su tre non si mettono d’accordo?

Il Pd è la terza forza, dopo il centrodestra e i 5Stelle. Dovrebbe sfruttare questa posizione che lo rende indispensabile alle due forze maggiori e scegliere di coalizzarsi con quella che ritiene più vicina o meno distante: o i 5 Stelle, come io e lei auspichiamo fin dal 4 marzo, oppure il centrodestra. Del resto il Pd non ha avuto problemi, nel 2011 e nel 2013, a fare due governi con Forza Italia e nel 2014, con Renzi, ad accordarsi con pezzi di centrodestra. Renzi invece, anziché far fruttare il 18,7% di voti ottenuto alle elezioni, non vuole proprio giocare la partita: lavora per lo stallo, la stasis. Fa addirittura capire di preferire un governo degli altri due, che farebbe fuori il Pd. Questo significa lavorare contro il suo partito, nell’illusione di farne un altro. Sogna di diventare il Macron italiano. Vedremo se mercoledì in Direzione il suo partito accetterà di estinguersi senza fiatare o deciderà di sedersi a uno dei due tavoli: il più conforme o il meno difforme dalla sua vocazione, se riesce a darsene una.

Renzi finora ha testardamente imposto, e confermato anche domenica sera, l’Aventino. Di lì non si muove.

Mai dire mai, in politica. Il suo aventinismo, dal punto di vista del sistema proporzionale (peraltro voluto da lui col Rosatellum, per diversi aspetti incostituzionale, ma non per l’impianto proporzionale), è una testardaggine vagamente eversiva. Perché sottrae la terza forza politica al gioco democratico. Nei sistemi proporzionali, tutti sono chiamati a mettersi in gioco per ottenere ciò che più desiderano e per impedire ciò che più temono. E solo alla fine, se falliscono, a scegliere l’opposizione. Non dall’inizio, ‘a prescindere’.

Renzi dice che il Pd ha perso e sarebbe assurdo se andasse al governo.

Che abbia perso milioni di voti, non c’è dubbio. Ma che gli elettori l’abbiano destinato all’opposizione è una sciocchezza. Gli elettori non mandano nessuno da nessuna parte. Intanto, perché ‘gli elettori’ non esistono: esiste una molteplicità di elettori, ciascuno dei quali spera che il suo voto venga usato per il meglio. Nel proporzionale, diversamente che nel maggioritario, non esistono vincitori né vinti. Esiste solo chi va bene e chi va male alle elezioni, chi guadagna voti e chi ne perde. Ma nessuno è esentato in partenza dalla responsabilità di contribuire a un governo. Nemmeno chi raggiunge il 50% più uno è ‘il vincitore’: è solo il più alto responsabile del dovere di mettere a frutto i voti ottenuti per agire per il governo del Paese.

Renzi pensa che, lasciando il pallino in mano agli altri e restando sull’Aventino in attesa che passino i cadaveri dei suoi avversari, al prossimo giro recupererà i suoi elettori perduti.

Difficile dirlo. Mi pare più probabile che si illuda. Intanto perché gli elettori non sono né suoi né di nessun altro: sono cittadini liberi di andare dove vogliono. E poi perché è più facile rubare voti agli altri che recuperare i propri fuggiti. Oggi i più arrabbiati col Pd sono proprio gli elettori che votavano Pd e ora votano 5Stelle: lei crede che torneranno perché Renzi boicotta qualunque intesa con i 5Stelle e, nel frattempo, apre la strada del governo alla destra di Salvini? Al contrario, si convinceranno ancor di più di aver fatto bene a fuggire. E alla prima occasione è probabile che lo puniranno un’altra volta.

Che cosa si augura dalla Direzione del Pd?

Che pensi alle esigenze degli italiani, non a quelle del partito. Solo così il Pd può recuperare qualche voto. Altrimenti ne perderà altri a rotta di collo verso i 5Stelle, la Lega e l’astensione. La storia insegna che, quando le forze politiche si muovono in base a previsioni sulle proprie future fortune, queste vengono regolarmente smentite. Pensi al Rosatellum: doveva danneggiare i 5Stelle, tagliare le gambe a Salvini e favorire il governo Renzi-Berlusconi. Invece ha sortito l’effetto diametralmente opposto.

Ma ormai il Pd è il Partito di Renzi e la maggioranza dei parlamentari, scelti personalmente dal capo, seguirà il capo.

Dovrebbero ricordarsi di essere stati eletti in rappresentanza di tutto il popolo e, per una volta, pensare all’interesse generale. Che poi è anche il loro interesse: non rischiare un’altra disfatta elettorale e non distruggere il loro partito. Del resto tutte le simulazioni dicono che, se si tornasse a votare, non esisterebbe comunque un blocco autosufficiente nemmeno se la Lega e i 5Stelle aumentassero i loro voti. Né rivotando col Rosatellum (ipotesi più probabile), né cambiando radicalmente il sistema elettorale (ipotesi, secondo me, improbabile) per adottarne uno qualsiasi fra quelli in circolazione. Quindi il dovere di sedersi al tavolo del più vicino o del meno lontano si riproporrebbe tale e quale fra qualche mese. Che senso ha rinviare la scelta, anziché affrontarla, o almeno tentarla, adesso?

Renzi vuole cambiare le regole sul modello dell’Italicum e della sua riforma costituzionale per raddrizzare le gambe al tripolarismo e schiacciarlo in un bipolarismo forzato.

Quell’ipotesi è già stata bocciata una volta dal 60% degli elettori e dalla Consulta. Ma soprattutto quella del ‘vincitore la sera delle elezioni’ è un’idea malsana e soprattutto incompatibile con l’humus profondo del sistema politico-sociale italiano. Gli illustri miei colleghi comparatisti che vagheggiano sistemi ‘Frankenstein’ o ‘supermarket’, copiati un pezzo dalla Finlandia e un pezzo da San Marino, come se un modello elettorale potesse prescindere dalla realtà materiale della nostra società, hanno sempre pronta una soluzione. Ma non si accorgono che noi italiani non siamo fatti per il bipolarismo brutale, per l’alternanza secca vincitori-vinti, che infatti – negli anni seppur ibridi del Mattarellum e del Porcellum – non ha funzionato. Da noi la troppa semplificazione significa subito conflitto radicale e occupazione totale del potere. Infatti siamo tornati al proporzionale, che è più congeniale al nostro Dna politico e sociale.

Però, due mesi dopo le elezioni, non si vede l’ombra di un governo.

Se è per questo, in Germania – la ‘locomotiva d’Europa’ – di mesi ne hanno impiegati sei prima di farne uno. Lì non cambiano la legge elettorale a proprio uso e consumo. Noi invece crediamo di risolvere i problemi cambiandola in continuazione. Per giunta alla vigilia delle elezioni, quando i partiti credono di conoscere il loro interesse particolare e di poterla ritagliare a propria immagine e somiglianza, salvo poi prendersi cocenti delusioni.

Non è meglio il maggioritario, dove gli elettori scelgono nelle urne chi li governerà, anziché il proporzionale, dove i partiti decidono dopo le urne un’ammucchiata purchessia per andare al potere?

Se non la smettiamo di criminalizzare le coalizioni e di illudere gli elettori, non ne usciremo mai: anche se importassimo in Italia il modello dualistico Westminster – ciò che suppergiù si voleva fare con l’Italicum –, trasferiremmo soltanto le ammucchiate da dopo il voto a prima del voto. Perché uno dei tre poli, per vincere, dovrebbe imbarcare tutto e il contrario di tutto, voto politico e clientelare, voto pulito e di scambio, già prima di votare, per fare numero e arrivare davanti agli altri due. Salvo poi scoprire di essere non una forza politica, ma un calderone. Molto meglio le coalizioni, purché siano fondate su programmi precisi e concordati.

Lei, nonostante tutto, rimane un tifoso del proporzionale.

Mi pare il più adatto all’Italia di oggi, anche se è – per così dire – faticoso. Richiede responsabilità e spirito delle combinazioni. Nella cosiddetta Prima Repubblica, il proporzionale aveva una sorta di pilota automatico. Le coalizioni erano obbligate da fattori esterni. La Guerra fredda aveva diviso il mondo in due blocchi e non si poteva che stare di qua con la Dc o di là con i comunisti: le coalizioni erano fondate sull’‘essere’. Ora è tutto più liquido e fluido, dunque più libero e responsabilizzante nella scelta delle combinazioni. Si tratta di scegliere di volta in volta l’alleato più vicino o meno lontano, in coalizioni basate sul ‘fare’. Cioè partire dai programmi e da quelli giudicare chi è più vicino e più lontano.

Infatti Di Maio propone un contratto di governo alla tedesca.

La prospettiva dei 5Stelle è tutta sul fare: ‘Partire dai programmi e vedere chi ci sta’. E in questo sono stati corretti, interpretando in pieno lo spirito del proporzionale. Anche se poi, secondo me, sono stati troppo disinvolti nel manifestare indifferenza tra il Pd e la Lega, due forze molto diverse. È vero che i problemi non sono né di destra né di sinistra. Ma le soluzioni lo sono, eccome. La sicurezza urbana, la gestione dei flussi migratori, la questione fiscale, il tema del lavoro sono problemi che tutti devono porsi: ma il modo di risolverli non è uguale a seconda che li si guardi da destra o da sinistra. Il fare dipende dall’essere, che non si ricava dalle enunciazioni programmatiche. C’è un ‘non detto’ che viene a galla sedendosi attorno a un tavolo: è lì che emergono le ‘essenze’ più o meno lontane, più o meno compatibili. E si formano le coalizioni. Ecco perché, nella nostra innocenza, sia lei sia io avevamo pensato che la situazione meno assurda fosse una qualche forma di cooperazione tra 5Stelle e Pd. Magari per poco tempo, su pochi punti, con una delle tante soluzioni pratiche di cui il bizantinismo politico italiano è sempre stato maestro.

Invece, per Renzi e molti altri dirigenti del Pd, l’“essere” e anche il “fare” dei 5Stelle sono orripilanti quanto quelli della Lega. Non invece di Berlusconi…

Ci si può chiedere come il Pd, che persino Renzi si ostina a definire ‘sinistra’, possa assumersi la responsabilità di ritirarsi sull’Aventino senza indicare una sola alternativa all’ipotesi di un’intesa con i 5Stelle su un programma sociale, senza approfittare dei tanti temi che Grillo e Di Maio hanno mutuato dal bagaglio del centrosinistra e che il Pd ha abbandonato ormai da anni. E così favorire un governo non solo con Berlusconi, con cui il Pd si è trovato così bene per anni; ma addirittura con la Lega, cioè con quanto di più lontano esista al mondo dai valori della sinistra. Come faranno a spiegarlo ai loro elettori rimasti, quando si tornerà alle urne?

Renzi&C. obiettano che Di Maio e Salvini sono due populisti gemelli. E che oggi, come ai tempi della Guerra fredda, c’è di nuovo una pregiudiziale sull’essere più che sul fare: non più tra comunisti e anticomunisti, ma tra populisti e antipopulisti. Senza contare il deficit di democrazia interna dei 5Stelle.

Sulla democrazia interna, forse dimenticano lo statuto e le prassi ultraventennali di Forza Italia, partito aziendale e padronale per eccellenza, con cui hanno fatto governi e addirittura riforme elettorali e costituzionali. Quanto al cosiddetto ‘populismo’, mi pare una parola magica evocata da chi non vuol entrare nel merito delle cose. ‘Populista’ era Perón, ma anche papa Giovanni XXIII, come ora Bergoglio. Lo era anche Berlusconi, che ora invece – chissà perché – sarebbe anti. I populisti sono sempre gli altri: quelli con cui si vuole litigare senza spiegare perché. Ultimamente si chiamano populisti quelli che propongono misure a favore del popolo e utilizzano metodi costituzionali per migliorare le vita ai propri concittadini, quando non si sa come altrimenti squalificarli. Penso al reddito di cittadinanza, o di dignità, o di inclusione: se è solo una promessa campata in aria per raccattare voti è populismo, ma se è una misura strutturale, con adeguate coperture finanziarie, per ridurre le diseguaglianze e sostenere chi cerca lavoro è una scelta democratica per eccellenza, non populista. Populista invece è chi sostituisce i diritti con i favori e pratica il voto di scambio, come alcuni ultimi governi iperpopulisti. Ma anche chi disprezza le istituzioni e scavalca la loro logica oggettiva per appellarsi direttamente al popolo. La tentazione populista è universale, oltreché vecchia come il mondo: nessuno ne ha l’esclusiva e nessuno ne è immune.

Lei, ora, vede una soluzione?

Gliel’ho detto. Un governo di coalizione su pochi punti, anche di durata limitata, anche con appoggi esterni, sull’asse 5Stelle-Pd (o, se Renzi preferisce, su quello centrodestra-Pd). E un Parlamento che sostituisca il Rosatellum con una legge proporzionale a preferenza unica, senza liste bloccate di nominati né paracadutati con le famigerate multicandidature, che ci restituisca un Parlamento di veri eletti dai cittadini, quindi capaci di autonomia. I quali poi diano vita a coalizioni omogenee e, a fine legislatura, ne rispondano agli elettori. Quella attuale, paradossalmente, è la situazione ideale per questo approdo: la maggior parte delle forze politiche non è in grado di fare previsioni attendibili sul futuro proprio e altrui alle prossime elezioni. I 5Stelle potrebbero logorarsi o crescere ancora. Il Pd potrebbe scomparire, spaccarsi un’altra volta, oppure rigenerarsi (anche se, su questa china, non si vede come). Berlusconi è nell’incertezza più totale. Salvini è l’unico che pare sicuro di sé, ma non è mai detta l’ultima parola. Il filosofo politico John Rawls usava un’espressione felice per dipingere la condizione dei sistemi politici al loro esordio o alla loro rinascita: ‘Il velo dell’ignoranza’. È quella la condizione ideale per la nascita delle Costituzioni o delle leggi costituenti per eccellenza come quelle elettorali.

Cos’è oggi il velo dell’ignoranza?

Il fatto che nessuno sappia esattamente come andranno le prossime elezioni ci consentirebbe di fare una legge elettorale equa e democratica, senza fasulle aspettative per questa o quell’altra bottega. Come nel biennio 1946-48, quello della Costituente: nessun partito sapeva chi avrebbe tratto beneficio da questa o da quell’altra scelta, dunque seppero tutti elevarsi al di sopra dei loro interessi particolari perché nessuno poteva prevedere come favorirli. Mi auguro che, dopo due mesi di veti e Aventini, qualche partito sappia ragionare, se non alla luce dei grandi ideali o del bene comune, almeno del velo dell’ignoranza. E pensare a quel che serve all’Italia. Cercando un’intesa sulle cose da fare per farne bene almeno qualcuna, almeno per un po’. Le pare impossibile?

Silvio e il retro del Raphael

Di quella furente sera davanti all’Hotel Raphael – 30 aprile ‘93 – si sa quasi tutto: Bettino Craxi che cadeva davanti agli occhi delle telecamere come fanno le statue dei dittatori, circondato da una folla iraconda, bersagliato dagli ultimi frammenti del suo stesso potere, stupefatto addirittura, di quell’odio che gli esplodeva di fronte, in forma di insulti, monetine, cartacce, un ombrello, cori di scherno, violando il suo corpo che ancora sembrava sacro alla politica e che goffamente lui stesso aveva provato a proteggere usando la giacca e reclinando la testa, mentre la scorta e il suo fotografo scappavano dentro le Lancia Thema blindate.

Ma in quelle celebri (e celebrate) immagini non si vede l’essenziale. Non si vede precisamente chi se n’è appena andato dall’uscita sul retro del Raphael, protetto dall’oscurità, Silvio B, che un’ora prima era salito nella suite dove Craxi stava asserragliato, dopo che la Camera aveva respinto l’autorizzazione a procedere. Era salito per congratularsi, anzi abbracciarlo, ma senza rivelargli che quella odiosa assoluzione momentanea lo avrebbe condannato per sempre. Silvio B. non gli voleva male, si preparava semplicemente a soffiargli il posto.

Nuovo Cda Rai, da ieri ci si può candidare sui siti delle Camere

Da ieri, sui siti di Camera e Senato, è possibile candidarsi per entrare nel prossimo Cda della Rai, da rinnovare – secondo la legge – entro l’assemblea da tenersi al massimo il trenta giugno. Palazzo Madama e Montecitorio eleggono ciascuno due membri del Cda, altri due spettano al Tesoro, un altro spetta a Viale Mazzini come rappresentante dei dipendenti. Ieri è stato pubblicato il comunicato: “Il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati hanno pubblicato oggi, nei rispettivi siti istituzionali, l’avviso per la presentazione delle candidature al Consiglio di amministrazione della Rai, ai fini dell’elezione di 4 componenti. Coloro che intendono candidarsi a componente del Cda Rai dovranno inviare la propria candidatura esclusivamente tramite posta elettronica certificata, agli indirizzi pubblicati nei siti di Camera e Senato”. Senza maggioranze di governo, è molto difficile capire come i partiti possano distribuire – anche nel rispetto delle minoranze – i sei posti in Cda e scegliere soprattutto il prossimo amministratore delegato. Se non si forma un nuovo governo nei prossimi 40-45 giorni, toccherà al ministro Pier Carlo Padoan scegliere.

Il ritorno di Renzi e il terzo “forno” con B. Ma il Colle prepara il “governo di tregua”

Al Quirinale li chiamano “responsabili renziani”. Cioè un nutrito manipolo di fedelissimi dell’ex segretario del Pd che potrebbe essere tentato dall’appoggio a un esecutivo di centrodestra. Resta solo da capire, particolare non secondario, con quale casacca. Se da legittimi parlamentari del Pd oppure da freschi scissionisti macroniani di un nuovo partito moderato gemello di Forza Italia.

È solo una traccia, un’ipotesi che fa parte delle attuali “riflessioni” del capo dello Stato dopo il ritorno devastante di Matteo Renzi l’altra sera da Fabio Fazio. Il Pd si prepara a una tragica esplosione nella direzione di giovedì 3 maggio ed è per questo che il presidente Sergio Mattarella aspetterà comunque l’esito della riunione, nonostante domenica sera l’ex premier abbia stracciato l’ordine del giorno su una possibile apertura del tavolo con il M5S. Anche perché, secondo una battuta circolata al Colle, “Fazio non è la Cassazione”.

Tutti ragionamenti che potrebbero preludere a quello che viene definito, per usare la metafora del momento, il terzo forno sin qui non esplorato o battuto. Quello tra il centrodestra e il Pd. In ogni caso, come già per gli altri due schemi falliti (Lega-Cinque Stelle e Pd-Cinque Stelle), le incognite sono varie. Due soprattutto: l’idiosincrasia di Matteo Salvini, sempre più leader assoluto del centrodestra, per tutto quello che odora di renzismo; la suggestione troppo politicista di puntare su un nome terzo (Giorgetti) per rendere “potabile” allo stesso Renzi un sostegno del genere.

Ecco perché al Quirinale continua a regnare un realismo cupo e ineluttabile che porta alle elezioni anticipate. Certo, non a giugno, come ha chiesto ieri Luigi Di Maio, per il semplice motivo che la finestra elettorale estiva si è già chiusa. Per sbrogliare ogni divagazione teorica e matematica in merito è sufficiente la normativa per il voto degli italiani all’estero, che comporta un preavviso 60 giorni prima dello scioglimento delle Camere. E da oggi, qualsiasi data porterebbe a luglio. Impensabile. Semmai il presidente Mattarella (che deve anche decidere se tenere o meno un terzo e ultimo giro di consultazioni) vorrebbe costruire un percorso che riesca a scavallare pure l’autunno per consentire la fatidica manovra di bilancio entro il 31 dicembre.

Al contrario, il voto a settembre o all’inizio di ottobre, aprirebbe una nuova fase di stallo (con il Rosatellum gli equilibri fra i tre blocchi non subirebbero grosse variazioni) con l’aggravante di arrivare al poco edificante esercizio provvisorio. Circostanza che il Colle farà di tutto per evitare. Non solo.

La speranza del capo dello Stato è che il governo di tregua, guidato da un premier accademico modello Cassese, possa trasformarsi in un esecutivo di decantazione che magari “accompagni” eventuali evoluzioni del quadro politico a gennaio. In pratica che si scongeli uno dei due blocchi (il nodo renziano nel Pd, quello berlusconiano nel centrodestra) per un’intesa con i Cinquestelle. Sono solo scenari ma che in una fase complessa e delicata come questa vengono esaminati con attenzione al Colle. In queste ore il capo dello Stato ha anche preso atto con amarezza delle circostanze che hanno portato al nuovo “indurimento” delle posizioni grilline. Nelle scorse settimana, infatti, e a differenza del lepenista Salvini, il Quirinale ha molto apprezzato la metamorfosi istituzionale di Di Maio, a partire dalla sua conversione “atlantica”. Invece, prima Berlusconi poi Renzi, cioè i due sconfitti, hanno provocato la forte reazione del candidato premier pentastellato con la richiesta del voto a giugno. Un altro fallimento agli occhi del Quirinale, che a suo modo perseguiva l’obiettivo di una “responsabilità” grillina nel governo di tregua.

Di Maio, nuove urne per salvarsi: “Salvini le chieda con me”

Si aspettavano una sconfitta nelle urne, invece è arrivata una catastrofe. Speravano in un tavolo con il Pd, ma Renzi ha fatto esplodere tutto. Sognavano ancora di costruire un governo con Di Maio premier, però Salvini gli ha sbattuto in faccia un due di picche e il capo che già traballa non può che invocare il voto, già a giugno. Mentre solo ieri nel Movimento si sono ricordati di difendere il loro presidente della Camera, Roberto Fico.

Ecco il fine settimana da calvario dei 5Stelle: una porta che si chiude alle ambizioni, per il M5S e soprattutto per Luigi Di Maio. Che ora vuole nuove elezioni, per salvarsi dalla palude. E per ottenerle chiede aiuto a Salvini, quello con cui voleva davvero fare il governo, altro che Pd. Ma il sogno è finito, almeno per questo giro. E c’entrano anche gli errori di un Movimento ancora privo di una vera struttura, dove il capo che si è preso (quasi) tutti i poteri ascolta e si fida di pochissimi. Gli stessi che non hanno avuto il cuore di dirgli che le Regionali in Friuli Venezia Giulia erano un appuntamento a cui dedicare tempo.

Invece Di Maio da quelle parti non lo hanno praticamente visto, perché non c’erano possibilità di vittoria. E anche per questo ha lasciato che Davide Casaleggio scegliesse come candidato Alessandro Fraleoni Margera: ricercatore, bolognese d’adozione, con un passato in An. “Un nome molto debole” ammettevano giorni fa. Scelto anche perché i big regionali non volevano candidarsi “visto che il terzo classificato non entra in Consiglio regionale”. Così il M5S ha preso poco più del 7 per cento, un soffio in più di Fratelli d’Italia, che come motore in Friuli ha l’ex 5Stelle Walter Rizzetto, e pare una nemesi. Ma soprattutto la metà di quanto il Movimento raccolse nel 2013, e infinitamente meno del 24 per cento nelle Politiche del 4 marzo. I due capigruppo in Parlamento Danilo Toninelli e Giulia Grillo buttano la palla in tribuna: “Questo risultato non va confrontato con quello delle Politiche”.

Ma Fraleoni Margera è sincero: “Non ci aspettavamo un risultato così negativo, ma credo che l’interlocuzione col Pd abbia pesato sul risultato”. E lo ringhiano anche diversi parlamentari: “La gente ce lo diceva di non trattare con i dem, ci insultava ed ecco i risultati”. E i militanti lo scrivono anche a Di Maio, che intanto parla su Facebook. Neanche un sospiro sul Friuli, ma amarezza a chili: “Non avrei mai immaginato che un governo del cambiamento fosse impossibile, i partiti hanno pensato al loro orticello e alle poltrone”. Sente gli spifferi, e già si difende: “Ci hanno criticato per aver provato a firmare un contratto di governo con gli uni o con gli altri. Io quest’azione la rivendico, il M5S è post ideologico, ma il contratto con il Pd è l’ultima cosa che avremmo voluto fare”. E a margine i suoi sussurrano: “Martina ci aveva assicurato che Renzi era ormai superato”. Falso. Però ora il punto politico è un altro, e Di Maio lo scandisce così: “Tutti parlano di inserire un ballottaggio nella legge elettorale, ma il ballottaggio sono le prossime elezioni. Quindi dico a Salvini: chiediamo insieme a di andare a votare e facciamo il secondo turno a giugno”. Nei fatti, un altro appello al leghista: prendiamoci le urne per dare l’assalto ai vecchi partiti e poi magari governare assieme. Ma tanti parlamentari sperano ancora in un accordo last minute con Salvini. E il neo governatore friulano, il leghista Fedriga, assicura: “L’ offerta di dialogo al M5S è ancora aperta”. Ma la via sarebbe una trattativa con tutto il centrodestra. Puntando a un contratto di governo che spinga a Berlusconi a fare un passo di lato. Quasi fantapolitica. Tanto più che Salvini dice altro, a nome della coalizione: “Andiamo a governare”. E nel Movimento già temono l’assalto ai loro eletti. “Da destra ci hanno provato già giorni fa con i nuovi, ma li abbiamo respinti”, dicono. Ma l’allarme resta. Mentre dentro il M5S piovono veleni contro Di Maio “e la sua gestione disastrosa”.

Non a caso Beppe Grillo prova a puntellarlo: “L’entusiasmo di Luigi viene propagandato come fosse bramosia di potere, ma l’accordo sui temi non è un’alleanza, e i partiti sono parassiti”. E si manifesta anche Alessandro Di Battista: “Tutto il Movimento ha il dovere di sostenere Luigi”. Poi c’è Max Bugani, uno dei 4 soci dell’associazione Rousseau, ostile a trattative con il Pd: “Dobbiamo essere grati a Luigi per gli sforzi in questi 50 giorni”. Mentre nel M5S si parla, tanto, anche del tardivo sostegno a Fico dopo il servizio de Le Iene sulla presunta colf in nero. Solo ieri è arrivata una nota dei capigruppo: “Non abbiamo dubbi sulla sua condotta e sulla sua correttezza”. Ma ora l’urgenza è un nuovo voto entro l’anno. Perché se si scivolasse al 2019, per Di Maio sarebbe molto più complicato far passare una deroga alla regola del secondo mandato, ricandidando se stesso e i parlamentari uscenti. La via per salvarsi, dopo il grande nulla.

Stravince la Lega, tiene FI. In Friuli perdono i 5 Stelle

Quel che è successo è semplice e non è una sorpresa: Massimiliano Fedriga, 37enne ex capogruppo della Lega alla Camera, è stato eletto plebiscitariamente presidente del Friuli Venezia Giulia col centrodestra al posto di Debora Serracchiani del Pd. La notizia, invece, è la bastonata presa dal Movimento 5 Stelle e, in subordine, la larga vittoria della Lega e la contemporanea permanenza in vita di Forza Italia e del suo proprietario Silvio Berlusconi, per quanto entrambi ridimensionati. Residuale, pure in quanto a rilievo giornalistico, la performance del centrosinistra. Affermazioni certo apodittiche, ma che trovano una chiara conferma nei numeri di queste Regionali che potrebbero – se ce ne fosse bisogno – “spingere” il Paese a nuove elezioni politiche.

Affluenza. Si è fermata addirittura sotto al 50% (550mila votanti circa), un dato preoccupante ma in linea con quello delle regionali 2013, quando andarono alle urne solo cinquemila friulani più di domenica. La platea è più grande rispetto alle Politiche (1,1 milioni di aventi diritto contro 950mila), quando votò il 75% degli elettori, ma il crollo della partecipazione è comunque evidente dai numeri: sono quasi 165mila in meno i residenti in regione che non si sono recati al voto rispetto al 4 marzo. Per qualunque paragone va tenuto conto di queste due cose: meno votanti rispetto alle Politiche, più o meno gli stessi rispetto alle Regionali di cinque anni fa.

Lega e B. Il Carroccio non ha mai preso tanti voti in Friuli da quando esiste questo sistema elettorale (c’è un precedente in voti assoluti nel lontano 1993) e mai aveva neanche superato il 26%: stavolta arriva al 34,9% con 147mila voti (30mila in meno rispetto al 4 marzo, ma oltre 110mila in più rispetto a cinque anni fa). Basti dire che avrebbe vinto in regione persino presentandosi da sola: ora Matteo Salvini e il Carroccio governano da Milano al confine orientale (senza dimenticare il “mezzo leghista” Toti in Liguria). L’unica brutta notizia per i lumbard è, per così dire, che Forza Italia non è scomparsa dalla mappa elettorale grazie anche alle energie spese da Silvio Berlusconi sul territorio: 50mila voti pari al 12% dei votanti (alle Politiche erano 73mila, ma valevano solo il 10,6% per la maggiore affluenza). In sostanza si conferma anche in una regione in cui la Lega è fortissima che Salvini per avere chance nazionali ha bisogno della coalizione, che domenica s’è guadagnata il 62% dei voti alle liste e complessivamente ha superato persino i voti presi il 4 marzo (307mila contro 296mila): il governo giallo-verde, cioè Salvini-Di Maio, è insomma più lontano. Il “capitano”, come lo chiamano i fan, s’è affidato a Twitter: “Dopo i molisani, anche donne e uomini del Friuli Venezia Giulia ringraziano il Pd per l’egregio lavoro svolto, e salutano Di Maio&Compagni. #andiamoagovernare io sono pronto!”. Notevole l’immagine postata da Salvini a corredo del cinguettio: un “2 di picche” infilato nella sabbia che, ci dice la Treccani, vale “opporre un netto rifiuto a una richiesta”. Quello che gli elettori, secondo Salvini, hanno riservato al tentativo di accordo Pd-M5S.

Cinque Stelle. Hanno perso e senza alcun dubbio: il loro candidato, Alessandro Fraleoni Morgera, ha messo insieme 62mila voti, l’11,6% del totale; la lista M5S la miseria di 29mila consensi (il 7%). Un risultato che rispetto a quello delle Politiche è un vero e proprio tracollo: dalle urne del 4 marzo uscirono fuori 169mila schede “grilline” che portarono il Movimento al 24,5% in Friuli Venezia Giulia. In sostanza la maggior parte dell’astensione in queste regionali ha “punito” Luigi Di Maio e soci. I 5 Stelle non possono nemmeno rifugiarsi nel fatto, vero, che tradizionalmente vanno meglio alle Politiche rispetto alle amministrative (un discreto paradosso per una forza nata inizialmente per lavorare solo nei Comuni): il M5S domenica ha preso meno voti persino delle regionali del 2013, quando – con un’affluenza simile – mise assieme 103mila schede e il 19,2% a livello percentuale per il candidato governatore Saverio Galluccio e quasi 55mila voti col 13,7% per la sua lista. In cinque anni si tratta di un calo di circa il 40% dei consensi. Due mesi di doppio forno e inutili trattative per un governo Di Maio hanno zavorrato l’immagine dei Cinque Stelle.

Centrosinistra. Governava la Regione, ora non più: questo è un fatto che non può essere oscurato nemmeno dalla scoppola grillina. L’ex vicepresidente, candidato da Pd e soci, Sergio Bolzanello si ferma al 26,8% con 144mila voti: circa 15mila in meno della pur pessima prova della sua coalizione alle Politiche e avendo pure un pezzo di LeU (che il 4 marzo era al 3,2% con 22mila voti). È con le Regionali 2013 che il raffronto è impietoso: Serracchiani fu eletta con 211mila consensi e quasi il 39,4%, significano 70mila voti e 13 punti percentuali in meno pur potendo manovrare il potere regionale. Male anche il Pd: sceso al 18,1% con 76mila preferenze domenica dal 18,7% con 129mila del 4 marzo scorso; cinque anni fa i dem viaggiavano poco sotto al 27% con 107mila voti.

Cattivi bidelli

Ieri, forse per il meteo che volge al brutto, forse per il ricordo ancora fresco del bollito alla fiorentina che delira da Fazio, ci siamo svegliati un po’ giù di tono. Ma è stato un attimo. Poi, sul Corriere e su La Stampa, abbiamo trovato due fra i nostri editorialisti preferiti in un colpo solo, che ci hanno subito risollevato l’umore: i professori Angelo Panebianco (“Stereotipi (e bugie) sull’Italia”)e Giovanni Orsina (“Non basta una monetina per cambiare”). Ora, l’idea che i due siano professori, e dunque presumibilmente insegnino all’università, o almeno al liceo o alle medie, ci spinge a un istintivo moto di solidarietà per gli allievi. Partiamo da Panebianco, “politologo”, che ha la barba. La sua ultima tesi, come tutte le altre, è tanto originale quanto demenziale: se i 5Stelle sono arrivati primi alle elezioni è per le loro “evidenti affinità” con “i più potenti del Paese”, del cui “volere” sono “i disciplinati esecutori”. Quindi scordatevi 10 anni di editoriali sul movimento anti-sistema, sfasciatutto, eversivo: i 5 Stelle sono il cane di compagnia degli “unici poteri forti sopravvissuti in Italia”. E cioè – tenetevi forte – “i vertici della magistratura (ordinaria, amministrativa, costituzionale) e la dirigenza amministrativa”: le “tecnostrutture”, da non confondere con le tensostrutture.

Avete presenti i presidenti di Tribunale, Corte d’appello, Cassazione e i procuratori capi? Tutti grillini sfegatati (pure quelli che – per mascherarsi meglio – indagano Raggi, Appendino, Nogarin e gli altri sindaci, assessori, parlamentari, candidati pentastellati). E i giudici costituzionali nominati da Ciampi, da Napolitano, da Mattarella, dalle varie magistrature e dai partiti? Tutti dimaiani di ferro. Una “cosa molto preoccupante”, e te credo. Voi, ingenuamente, domanderete: ma il prof. si sente bene? Benone. Infatti argomenta: le “tecnostrutture giudiziarie e amministrative” e i grillini “hanno in comune due cose: una bestia nera e una vocazione”. La bestia nera è la povera politica che tenta di “risollevare il capino”, e allora quelli zac!, “si compattano e vanno all’attacco” per “distruggere il potenziale uomo forte presentandolo come un novello Mussolini” e mantenere “la posizione dominante acquistata ai tempi di Mani Pulite”. La vocazione è “l’ostilità verso l’economia di mercato”. Infatti “l’amministrazione” (qualunque cosa sia) tiene “in scacco le imprese e lontani gli investitori esteri” (pussa via). I magistrati avviano “avventati procedimenti giudiziari contro aziende, i quali finiscono spesso con assoluzioni” (ecco, fanno processi e poi qualcuno viene assolto: roba da matti, succede solo da noi).

E il M5S completa la tenaglia con la sua “ideologia anti-industriale”(Grillo,Casaleggio e Di Maio,a turno, fanno secche almeno dieci imprese al giorno) e il suo “apprezzamento per la spesa pubblica” (infatti cresce da 40 anni, non a caso da quando Grillo&C. andarono al governo per non mollarlo più). A ciò si aggiunga la “grande bugia” diffusa dalla Triade tecnostruttural-grillina col concorso esterno del “circo mediatico giudiziario” (quei cattivoni di giornalisti che raccontano i processi): che l’Italia “sia il Paese più corrotto d’Europa o giù di lì”, mentre “le sentenze passate in giudicato” dicono che “la corruzione è nella media europea” (e qui Panebianco esagera: condanne alla mano, al netto delle prescrizioni e delle altre mille scappatoie all’italiana, è molto più corrotta la Finlandia). Resta da capire perchè, avendo dalla sua “i più potenti del Paese”, il M5S sia da 5 anni il primo partito d’Italia, ma non riesca a metter piede al governo. Ma questo trascurabile dettaglio il prof. Panebianco lo spiegherà, volendo, nella prossima puntata. Semprechè sia compito di un prof. spiegare le sue tesi. Il prof Orsina, “storico”, pensa di no. Infatti lacrima ancora come una vite tagliata per una scena di 25 anni fa: quando una folla assiepata dinanzi all’hotel Raphael lanciò a Bettino Craxi – plurindagato per corruzione e altri reati gravi – insulti, sputi, monetine e banconote false (altrimenti avrebbe raccolto pure quelle).

Ora il prof trova, senza spiegare perchè, che “quelle monetine non le abbiamo tirate a Craxi, ce le siamo tirate addosso e sono 25 anni che paghiamo il prezzo di quel gesto autolesionista”. Avremmo dovuto lanciare baci e bocciuoli di rosa, invece, al benemerito statista di cui si erano appena scoperti tre conti cifrati in Svizzera con dentro 50 di miliardi di lire (tutta roba nostra);che s’era appena fatto regalare l’immunità-impunità dai suoi complici in Parlamento,col diniego di 4 autorizzazioni a procedere chieste dalla Procura di Milano per poter indagare sulle sue mazzette miliardarie; che proprio al Raphael aveva appena festeggiato lo scampato pericolo coi suoi compari (compreso B., giunto con un bottiglione di champagne); il tutto due mesi dopo che l’amico Amato aveva tentato il colpo di spugna su Tangentopoli. I contestatori autolesionisti non riuscivano a cogliere “i risultati tutt’altro che disprezzabili raggiunti da quel ceto politico” benemerito: tipo il raddoppio del debito pubblico in 10 anni, la spesa pubblica fuori controllo, la corruzione sistematica su ogni appalto e la bancarotta di uno Stato che aveva finito i soldi per gli stipendi e dovette varare una finanziaria da 92mila miliardi e rapinare nottetempo il 6 per mille da ogni conto in banca. Invece di ringraziare, i cretinetti “spazzarono via” tutto quel bendidio, maledicendo i ladri e benedicendo in “piazza” (luogo malfamato quant’altri mai) “le procure” che s’impicciavano di tangenti e altre cose che non le riguardavano. Fortuna che oggi c’è lo storico Orsina, che insegna ad amare i ladri fin dai banchi di scuola. Consiglio per i suoi studenti: provate a scippargli il portafogli, vi ringrazierà.