Farmaci sfusi contro lo spreco

E ogni anno gli italiani sprecano otto miliardi di compresse. Pari al 30 per cento di quelle 24 miliardi di dosi che ospedali e cittadini comprano nell’arco di 12 mesi. Chi non avanza a casa almeno una scatola di antibiotici già aperta e magari già scaduta? Per ridurre gli sprechi ed evitare terapie fai da te, il gruppo che rappresenta Sinistra italiana nel Consiglio regionale della Toscana ha presentato una mozione sulla vendita sfusa dei farmaci che è stata approvata qualche giorno fa. Il medico, in pratica, avrebbe la possibilità di prescrivere dosi personalizzate, quindi un numero esatto di pastiglie. In molti altri Paesi del mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, Germania, Gran Bretagna, funziona da sempre così. La Francia ha già fatto una sperimentazione, che è andata molto bene. La Svizzera presto inizierà un test. Da noi, il massimo che si è fatto è stato consentire con la legge di stabilità 2015 la produzione e la distribuzione negli ospedali di medicinali in forma monodose per un periodo sperimentale di due anni. Le norme attuali vietano alle farmacie lo sconfezionamento dei farmaci. Ma il punto è un altro: Aifa dovrebbe rivedere gli accordi con le industrie.

Torna l’inflazione? Come difendersi tra Btp, libretti postali e il vecchio Tfr

Tre volte nell’arco del Novecento l’inflazione o, per essere più precisi, i rendimenti reali negativi, hanno massacrato in Italia i risparmi investiti titoli di Stato e obbligazioni. Con la Prima Guerra Mondiale, con la Seconda e con gli choc petroliferi degli anni ‘70. Ora c’è l’euro, ma il futuro resta imprevedibile.

Fra l’altro l’attuale situazione ha un che di paradossale: l’inflazione bassissima o addirittura negativa appare deprecabile per lo sviluppo economico. In ogni caso ha senso, volendo essere prudenti, cercare qualcosa di difensivo per l’eventualità che si realizzi anche solo l’obiettivo della Banca Centrale Europea di farla salire vicino al 2% o che addirittura la dinamica dei prezzi sfugga di mano. Il grande vantaggio per i risparmiatori, rispetto ai brutti frangenti passati, è che ora esistono impieghi indicizzati ai prezzi al consumo per contratto o addirittura per legge. Inoltre Btp-i, Btp Italia e gli analoghi titoli tedeschi (Bund-ei) o francesi (Oat-ei) sono accessibili a partire dai mille euro in su. Per ragionare in concreto i Btp Italia 0,35% ottobre 2024 ai prezzi attuali sui 102,5 euro rendono a scadenza circa proprio quanto sarà l’inflazione da adesso all’estate 2024 (c’è un ritardo nelle rilevazioni di un paio di mesi).

Altre proposte invece sono da evitare. Per cominciare fondi comuni e sicav, pur specializzati in titoli reali, perché restano strumenti opachi, che sottraggono ogni controllo sui propri soldi. Discorso analogo, anche se un po’ stemperato, per gli Etf, che ugualmente comportano costi che non merita sobbarcarsi. Ma soprattutto con fondi, sicav, Etf ecc. vanno perse tutte le garanzie di rendimento, che si hanno possedendo direttamente Btp Italia, Bund-ei ecc.

Ancora meglio, per la difesa dalle perdite di potere d’acquisto del denaro, funzionano però due altre cose. La prima sono quelle specie di conti deposito liberi, che rispondono al nome di buoni fruttiferi postali. Peccato che quelli indicizzati all’inflazione, ottimi per chi già li ha, attualmente non vengano più emessi.

L’altra è il Trattamento di fine rapporto (Tfr): il più sicuro di tutto gli impieghi previdenziali col solo limite di essere alquanto rigido. Anzi, diciamolo pure, di essere una forma di risparmio forzoso. Garantisce però al 75% il potere d’acquisto delle somme accantonate, è tetragono ai crolli di Borsa e in più rende l’1,5% annuo, seppure lordo. Nessun fondo pensione o pip contempla tali garanzie, neppure le linee cosiddette garantite.

 

Carte fedeltà, così prendo gratis i tuoi dati e tu non ci guadagni

Chi non ricorda le vecchie schede di cartoncino su cui a mano si incollavano i talloncini della raccolta punti per portare a casa il frullatore, la valigia o la tuta da ginnastica? Ci è praticamente cresciuta un’intera generazione che però, una volta adulta, si è ritrovata tra le mani la versione moderna di quelle schede: la tessera fedeltà. Basta farla strisciare in cassa alla fine della spesa, dal benzinaio o quando si acquistano biglietti aerei, ferroviari e libri per accumulare punti che, raggiunto un certo importo, consentono di riscuotere un premio, un buono acquisto o sconti fedeltà. Insomma, tutto molto familiare. Peccato, che questo fenomeno di fidelizzazione nasconda un’insidia enorme: in cambio di quasi niente (i soldi o i prodotti “vinti” rappresentano una percentuale minima di quanto si è speso complessivamente) i clienti cedono un business dal valore incalcolabile per chi gestisce i dati che vengono scritti sul modulo di richiesta: nome, indirizzo, codice fiscale, telefono, gusti, passioni, disponibilità economiche, stato di salute, orientamenti sessuali o politici.

Un profiling che, infatti, viene utilizzato per schedarci e per rivenderlo sul mercato nero spalancando le porte alle reti del marketing che fanno diventare il consumatore il bersaglio di campagne sempre più invasive e aggressive.

È così che si cominciano a ricevere mail e telefonate a ogni ora del giorno e della notte (ai limiti dello stalking) da aziende che tentano di vendere dei prodotti che, guarda caso, sono quelli che appassionano di più il destinatario, o dai call center che tartassano l’utente per fargli cambiare gestore. Insomma, si parla tanto delle le pressioni in materia di tutela della privacy degli utenti in seguito allo scandalo Cambridge Analytica che ha inchiodato la gestione dei dati sensibili da parte di Facebook, ma non ci si ferma troppo ad analizzare le carte fedeltà. In effetti, la colpa di questa situazione è da attribuire anche al cliente che senza la giusta attenzione presta il consenso a tutto il processo di fedeltà. L’uso delle fidelity card, ognuna con le sue regole e i suoi vantaggi, viene infatti spiegato nella documentazione che si firma e, proprio tra le clausole scritte in piccolo in fondo al foglio, vengono riportati termini e condizioni: i nostri dati sensibili saranno trattati non solo dall’azienda dove effettuiamo l’acquisto, ma anche da società terze.

È quindi bene leggere con calma e attenzione il contratto (assicurandosi, ad esempio, che non ci siano clausole vessatorie come ‘non si assicura la disponibilità dei premi’), non acconsentire a tutte le opzioni presenti (se non si vuole ricevere spamming) e avere ben chiaro che accettare di ricevere le offerte promozionali e far registrare le proprie abitudini per le ricerche di mercato sono solo opzioni e non c’è nessun obbligo. Occorre poi fare attenzione al fatto che alcune carte fedeltà sono anche carte di pagamento trasformandosi in carte revolving che arrivano a superare il 17% di interessi.

Il business è gigantesco. Per il sito americano Colloquy.com, già 6 anni fa i premi legati alle carte fedeltà valevano 12 miliardi di dollari. Gli italiani, poi, detengono il primato assoluto nella classifica delle carte legate agli acquisti: il 74% dei consumatori è iscritto a un programma fedeltà, contro una media Ue e mondiale del 66%. Praticamente dei possessori seriali, secondo la Global Survey di Nielsen che ha svolto l’indagine. Tanto che ben il 44% degli italiani aderisce tra i due e i 5 programmi, mentre uno su 6 (il 17%) è iscritto ad almeno 6 iniziative. Tessere che poi vengono anche utilizzate tanto: il 62% degli intervistati ha, infatti, dichiarato di preferire fare acquisti nei negozi che offrono le carte fedeltà e il 55% è disposto anche a spendere di più presso chi lo fa sentire “speciale”.

Tra le varie catene spiccano Esselunga con 5,5 milioni di carte fedeltà attive, Paybach (a cui aderiscono tra gli altri Carrefour, Esso, Alitalia, 3, Mediaset Premium, American Express e Bnl, Mondadori o Sorgenia) con 11 milioni, Feltrinelli con 4 milioni, Ikea Family con 7 milioni o i 5 milioni di tesserati del programma MilleMiglia di Alitalia.

Numeri alla mano, quanto torna indietro al cliente? Anche se le catene di supermercati riservano sconti dal 10 al 40% ai possessori delle carte ma, questi benifici si applicano – secondo un’indagine di Altroconsumo – solo al 12% dei prodotti. E, calcolando che uno sconto del 30%, si può stimare un misero risparmio del 3,6% all’anno. Tanto che su una spesa di 1.000 euro, equivalgono a 36 euro, nemmeno poi così tanto. Sul fronte dei premi, invece, quelli che si ottengono dalla raccolta punti valgono poco. Per scoprirlo Altroconsumo ha visto quanto costano i prodotti sul mercato per poi stornare la cifra dalla spesa effettuata: generalmente ci si ferma a percentuali molto basse, spesso nell’ordine dello zero-virgola e raramente vicine al 10% (solo con Esselunga avviene più spesso).

Il tramonto a Nord della Scandinavia felix

L’economia ha risalito la china della crisi e i cittadini, delusi dal welfare della vecchia socialdemocrazia, sono sempre più affascinati dalle sirene di destra e preferiscono i conservatori al potere. Lo Stato sociale è andato via via sgretolandosi sotto i colpi dei tagli di bilancio, della privatizzazione del pubblico a favore di speculazioni selvagge, della “non” volontà politica di accogliere e integrare profughi e immigrati, ghettizzati in periferie sempre più pericolose. L’uso di droghe pesanti è aumentato in modo esponenziale, il tenore di vita medio è tra i più alti d’Europa, come pure i numeri dei suicidi. Quando al Pil non corrisponde il Bil, il Benessere interno lordo, ci si toglie la vita con maggiore frequenza.

Ce lo insegna, inaspettatamente, la Scandinavia, dove i giovani più che di overdose e incidenti stradali, muoiono suicidi, secondo le cifre della Global Burden of Disease Study. I dati completi sono del 2016 e vedono in testa la Finlandia, con 33 uomini e 9 donne suicidi ogni 100 mila persone di età compresa tra i 15 e i 49 anni. Circa 5 milioni e mezzo gli abitanti del Paese incoronato dall’ultimo World Happiness Report dell’Onu come il più felice al mondo, secondo i criteri di reddito, salute, istruzione (sono in vetta per numero di laureati ma anche per la lentezza con cui conseguono la corona d’alloro), lavoro, aspettative di vita, stato sociale, corruzione, libertà, generosità, fiducia nelle istituzioni e inclusione, ovvero per la prima volta è stata quantificata anche la felicità degli immigrati.

Curioso: secondo i dati Eurostat marzo 2017, la Finlandia (che nel 2016 ha respinto 20 mila rifugiati), ospita appena 28 mila immigrati e ha grosse lacune nel processo di accoglienza di minori non accompagnati, poco più di 3 mila. La performance economica della Finlandia nell’ultimo decennio è stata tra le più lente dell’UE, ma il 2017 è andato bene: il surplus operativo delle imprese è cresciuto del 17,5% e gli utili in generale sono aumentati del 10%.

I suicidi scendono a 20 uomini e a 7 donne ogni 100 mila abitanti in Svezia. Da sempre incline a trattare con tanta discrezione i propri panni sporchi, il Paese scandivano, nonostante un’economia oggi in buona salute, deve fronteggiare crisi antropologiche senza precedenti, cui si sommano storici punti nevralgici. La settimana scorsa, dopo una lunga agonia mediatica, ha dato le dimissioni Sara Danius, Segretario permanente della prestigiosissima Accademia di Svezia, quella dei Nobel, la cui reputazione è stata travolta dalle macerie dello scandalo sessuale rivelato da #metoo.

Il Paese simbolo e modello del welfare, prototipo istituzionale che annulla le differenze sociali livellando le opportunità, si è così rivelato culla di corruzioni e abusi, di contraddizioni che avvelenano il clima sociale, alimentando la pancia mai sazia di populisti e gruppi di neonazisti in rapida ascesa, e proprio alla vigilia del voto d’autunno.

Il Governo di minoranza rosso-verde guidato da Stefan Löfven ha optato per grossi e impopolari tagli allo Stato sociale pur di rimettere i conti in ordine. Durante il suo mandato, l’attentato terroristico che un anno fa costò la vita a cinque persone, ed una Svezia insolitamente sconfortante. “Rifugiati? Mancano alloggi ed insegnanti di lingue: è meglio cerchino asilo in altri Paesi, con più opportunità”.

Così la sua Ministra delle Finanze Magdalena Andersson (Socialdemocratica) secondo la quale “è necessario fare autocritica ed ammettere che il sistema di integrazione e accoglienza svedese, non ha funzionato”. Nonostante il giro di vite in materia di rifugiati scattato due anni fa, i controlli alle frontiere ed i rimpatri di massa, il numero di permessi di soggiorno concessi si è confermato a livelli record: 50.100 nel 2017.

Il fenomeno si spiega con un’impennata dei ricongiungimenti famigliari, che la Svezia ammette per una politica molto più morbida rispetto a Danimarca, Norvegia, Finlandia. Per questo, euro-egoismi a parte, il Paese non può più negare il degrado dilagante in cui gli immigrati sono sempre più spesso costretti a sopravvivere. Gli alloggi per rifugiati mancano non solo perché i Comuni non hanno più fondi per crearne, ma anche perché molti edifici sono stati rasi al suolo tra il 2016 ed il 2017, da incendi di matrice razzista. S’ingrossano anche le fila dei minori non accompagnati tra i quali aumentano le baby mamme che non possono essere rimpatriate perché dichiarano un’età compresa tra i 13 e i 17 anni, ma hanno già uno o più figli.

Criminalità. Il Governo ha scelto di fare maestosi investimenti sulla Difesa soprattutto per proteggere la strategica isola baltica di Gotland dagli appetiti di Putin, lasciando però le forze di Polizia sotto organico. Pensare che la Svezia nel 2017 si è classifica tra i 30 Paesi al mondo maggiori produttori ed esportatori di armi.

Bande criminali di stranieri clandestini si contendono da anni i traffici illeciti nelle città maggiori, dove non fa più notizia morire per l’esplosione di una granata trovata per strada, rimasta inesplosa a margine di guerriglie tra cosche. L’Ultimo caso il giorno della befana, a Vårby Gård, a sud di Stoccolma, dove un sessantenne è morto per aver raccolto una bomba fuori dall’uscita della Metro. Si tratta di residui bellici provenienti dall’ex Jugoslavia, a buon mercato e di facilissimo reperimento. Colpiti da ordigni anche centrali di Polizia e Tribunali nel 2017, quando si sono contate 320 sparatorie e 43 morti. Sequestrate 22 bombe a mano e 200 armi da fuoco. Esasperato, il ministro della Giustizia Morgan Johansson ha decretato due amnistie temporanee per chi consegnasse spontaneamente gli ordigni.

La carenza di alloggi, esito di politiche abitative anacronistiche, ha portato a 33.250 senzatetto. Sono svedesi, pensionati, divorziati, e soprattutto in continuo aumento. Come i bambini al 41 Bis, detenuti in isolamento anche se minori di 17 o 15 anni, perché qui l’ordinamento giuridico continua a prevedere il carcere duro in isolamento anche per i mini carcerati, nonostante i richiami che si sono susseguiti negli ultimi 25 anni, da parte dell’Onu e dell’UE.

Infanzia dolorosa nell’ex paradiso del welfare secondo il Centro studi del Crimine di Norrköping anche per gli oltre 30 mila bambini con un genitore in galera, completamente ignorati dallo Stato sociale, cui si aggiunge il fatto che, incrociando i dati dei diversi Uffici impegnati nel settore della tutela e della prevenzione, circa il 20% dei minori cresce con almeno un genitori che abusa di alcol.

Terza nella classifica dei suicidi la ricca Norvegia, Paese più felice al mondo 2017, con una media di poco più di 20 uomini e poco meno di 7 donne ogni 100 mila abitanti che decidono di togliersi la vita. Lo scorso settembre è stata riconfermata al potere la premier conservatrice Elsa Solberg, premiata non solo per la gestione delle ricche risorse del Paese primo produttore di greggio in Europa, ma anche per la sua rigorosa conversione alle energie pulite. Più robusta che mai dunque l’economia della Norvegia, da sempre intimamente angosciata dalla prospettiva del dopo-petrolio, e quindi attenta a diversificare gli investimenti e a tener lontani i pericoli. Senza troppo clamore, la Norvegia negli anni ha rifiutato professionisti provenienti da altri Paesi, sotto la pressione dei suoi cittadini più giovani che non volevano perdere forza contrattuale e gli stipendi da favola. Sempre in sordina, ha costruito un muro anti-profughi al valico di Storskog, al confine con la Russia, una barriera lunga 200 metri e alta 3 e mezzo, che si è sommata all’incessante controllo delle frontiere.

Anche qui però, il Pil cozza col Bil. Il fenomeno delle tossicodipendenze è andato crescendo da quando, nel 2012, le analisi delle acque nere hanno dimostrato che Oslo era capitale europea per uso di cocaina. A poco sono servite le cabine riservate ai drogati per le iniezioni e la distribuzione di siringhe pulite, istituite dal welfare per arginare l’Aids. Infine la Danimarca, con circa 18 uomini e cinque donne suicida ogni 100 mila abitanti, un’occupazione così piena da contrarre il Pil a causa della mancanza di manodopera risultato, anche qui, di una politica protezionista del lavoro e delle professioni.

A fare le spese dello smantellamento della cosa pubblica, è in primis la scuola, depauperata degli insegnanti migliori “rubati” dagli istituti privati. Il dato più eclatante del declino sociale qui è il numero crescente dei clochard, cresciuti nel 2017 dell’8%. Chi punta il dito sulla bolla immobiliare per gli effetti distorsivi dei tassi, chi su una ridistribuzione sempre più iniqua della ricchezza, il risultato non cambia: 6.635 persone, nel 2017, vivevano per strada.

Italiani “verboten”: storie di figli proibiti in Svizzera

Apro la finestra che aprì mia madre, da bambina, e che fra poche ore apriranno i miei figli. Entra un vento freddo, memore di ogni foresta oltrepassata nella notte. È l’alba del 31 marzo. Oltre la banda scura delle pinete, la luna blu, epifania di due lune piene nello stesso mese, illumina la neve sul San Gottardo e sul Pizzo Forno. Il fuoco della stufa a legna esige pazienza e quella me la insegnarono mio padre e mio nonno, medico condotto della valle Leventina, che negli Anni 50 acquistò un fienile dove aveva vissuto un eremita, per trasformarlo in questa vecchia casa.

Ci sono case in cui il tempo ristagna come un odore che non va più via, e la Maison des roses, la dimora di montagna che Nicole Christen, protagonista femminile di Chiamami sottovoce, eredita alla morte della madre, è una di queste; è una tipica abitazione valligiana dei primi del Novecento, dal pavimento in pietra e dai soffitti alti, circondata da un giardino di rose ormai scomposto, e affacciata su monumenti di roccia, amici o nemici a seconda dell’umore delle nuvole.

Accendo il telefonino. Sulla mia pagina Facebook una persona mi scrive che il romanzo, ambientato tra Airolo, il Veneto e Milano, racconta anche la sua storia. Mi scrive che quando i suoi genitori andarono a lavorare in Svizzera, lei fu lasciata a balia ad Airolo, presso un padre e una madre adottivi per quel periodo. Mi scrive che, dei suoi veri genitori, stentava a riconoscere l’odore, e che per gli abitanti del suo paese era la bambina con due mamme, quella svizzera e quella italiana.

La bambina proibita, di cui, insieme ad altri mille, si conosceva poco o niente. Sì, perché in Svizzera, fino agli anni Settanta e Ottanta del Novecento, gli emigranti italiani (ma anche spagnoli, greci, portoghesi…) non potevano portare con sé la famiglia. Era Verboten, vietato. Vigeva una legge severa nei confronti dei lavoratori stagionali stranieri. “Braccia morte che pesano” li definì il parlamentare di estrema destra James Schwarzenbach, che per frenare l’“inforestierimento” propose tre referendum. Diverse migliaia di bambini italiani, fatti entrare clandestinamente nella Confederazione elvetica dai genitori emigranti, furono nascosti in soffitte, abbaini, cantine o seminterrati per non essere scoperti. Oppure parcheggiati temporaneamente presso gli orfanotrofi di frontiera. Lì trascorsero gli anni migliori della propria infanzia. “Non piangere, non ridere, non giocare” si diceva loro. E anche da adulti continuarono a parlare sottovoce.

Nicole Christen, illustratrice freelance a Milano, precaria nel lavoro come negli affetti, si è sentita anche lei a suo modo una bambina invisibile, afflitta da un’inguaribile timidezza, seduta sempre sull’orlo di qualcosa, incerta se sporgersi o ritrarsi.

Ha trascorso l’esistenza nel tentativo di trovare la giusta distanza da una madre forse troppo amata, seconda protagonista del racconto, che ne muove i fili proprio in virtù della sua assenza. Ma ora che la distanza è definitiva, le appare insopportabile. Dopo molti anni, Nicole fa ritorno alla Maison des roses, in cui aveva vissuto con la famiglia fino al 1976, quando il padre lavorava come ingegnere al traforo della galleria autostradale del San Gottardo. Il tunnel più lungo del mondo fu scavato sotto l’antica Via delle genti, dove quattro sorgenti hanno origine in corrispondenza dei punti cardinali: il Reno, il Rodano, il Reuss e il Ticino.

In un viaggio a ritroso nel tempo, Nicole disseppellisce il passato intrappolato fra le rocce della montagna e riaffiora a poco a poco l’immagine di Michele, l’amico proibito con cui lei giocava e disegnava da bambina. Nella casa in pietra accanto alla loro, infatti, presso cui alloggiava una famiglia di emigranti italiani, Nicole aveva scoperto la presenza di Michele Moro, nascosto nella soffitta dell’anziana e vedova affittacamere Delia Pizzorno, per i nove mesi in cui il padre del bambino, stagionale, lavorava anche lui alla galleria del San Gottardo.

Nicole aveva promesso a Delia, legata negli anni Trenta all’anarchico Randolfo Pacciardi della Centrale antifascista di Lugano, di non rivelare a nessuno la sua presenza. Fino al giorno in cui gli agenti di polizia avevano fatto irruzione nella casa dell’affittacamere portando via Michele. Ma chi in realtà ha denunciato il bambino nascosto? E cosa ne è stato di lui e della sua famiglia?

Delia è la quarta protagonista del libro e forse è quella che per me riveste il valore autobiografico più profondo perché richiama la figura di mia nonna. Nelle sere trascorse a Lugano, insieme ai nonni, al Parco Ciani, in riva al lago color ardesia dove le fontane illuminate spargevano scintille, mi narravano dei pranzi con l’anarchico Pacciardi, e della tradizione forte di accoglienza del Ticino che aveva ospitato antifascisti, ebrei e anarchici, fatti passare attraverso il confine con l’aiuto dei contrabbandieri. Delia racconta una storia tutta sua, racconta di come da ragazza abbia varcato le montagne per amore, e di come, nell’ospitare Michele, continui a fare l’unica cosa che sa: ospitare e nascondere.

Le analogie con gli ampi movimenti migratori che premono ai confini odierni sorprendono, pur nella differenza di contesto storico e geografico. Un tempo in alcune discoteche si leggeva: “Vietato entrare ai cani e agli italiani”. Oggi le persone che approdano sulle nostre coste vengono chiamate “migranti” e non “emigranti”. La parola “migrante” evoca l’immagine di uno stormo, che si sposta da un territorio all’altro qualora le risorse non garantiscano più la sopravvivenza. Evoca un popolo senza identità, definito solo dal suo “migrare”, dal suo essere in cammino. Forse, anche nelle fini pieghe del linguaggio, si annida la volontà di operare distinzioni fra “noi” e “loro”, di allontanare dalla coscienza, per non assegnare un volto e un nome. Come in passato non l’ebbero i nostri bambini nascosti.

Sua maestà il ragno, star degli incubi

Non è un insetto, guai a chiamarlo così. E non si lascia stanare, tant’è che il proverbio lo vuole tenacemente affezionato al buco da cui è difficile cavarlo. Sua maestà il ragno, la guest star dei miei incubi. Lo Zingarelli mi dice che la paura dei ragni si chiama aracnofobia: sono aracnofobica e non lo sapevo. L’ho scoperto grazie al tronchetto della felicità: una specie di bastone mozzo da cui pendono tre foglie moribonde, l’hanno regalato a papà e pare che vada tanto di moda. Pare anche che sia il rifugio di uno dei ragni più pericolosi dell’ecosistema; la vicina di casa, botanica e gran figlia di botanica, ci ha messo in guardia, basta un mozzichetto del ragnetto ospite nel tronchetto, e addio sogni di gloria, si muore tra atroci dolori.

Così il vaso col piloncino di legno staziona minaccioso come un totem sul terrazzo di casa, e mamma non s’avvicina neanche per dargli l’acqua, un po’ per paura, un po’ per far crepare il ragno di sete. Io nel frattempo non dormo, mi sveglio di soprassalto con la sensazione di essere camminata da otto zampette pelose, sogno di essere morsa da tenaglie velenose, e maledico il famigerato pezzo di legno sfigato. L’altra notte gli ho dato fuoco! Mi sono avvicinata, vestita da neve, con guanti, dopo sci, piumone e occhiali, accendino in una mano e carta moschicida nell’altra, ho bruciato il tronchetto della felicità. Ho condannato al rogo il maledetto ragno, come l’Inquisizione faceva con le streghe durante la caccia. Solo che non c’era nessuna strega, o meglio nessun ragno. O se pure c’era, magari dormiva, poverino, e non ha fatto neanche in tempo a scappare. La mattina dopo, davanti alle braci, mi sono sentita stupida, pensavo di bruciare col fuoco una mia paura, e invece le ho soltanto dato un nome.

 

Macron&Trump e la sorte di alcuni potenti incauti

La settimana scorsa abbiamo scritto del conflitto tra l’impero romano e Zenobia regina Palmira. L’esagerata cordialità esibita dal presidente francese Emmanuel Macron verso quello americano Donald Trump, nel condividere pose minacciose verso l’Iran, a cui abbiamo assistito inevitabilmente richiama un’altra fondamentale pagina di storia, quella del 260 d.C. quando l’imperatore romano Valeriano osò muovere contro Shapur il Grande, il “Re dei re” dell’impero persiano, andando incontro a una tragica disfatta e alla sua umiliante prigionia, terribilmente descritta da Lattanzio: “Costui, dopo essere stato catturato dai Persiani, non solo perse il potere di cui si era servito in modo eccessivo, ma anche la libertà di cui aveva privato gli altri, e visse nella più ignobile schiavitù. Infatti il re di Persia Shapur, ogni volta che voleva montare sul carro o a cavallo, ordinava al Romano di piegarsi e porgere la schiena e, dopo aver poggiato il piede sul suo dorso, gli diceva con un sorriso di biasimo che quella era la realtà, non quella che i Romani dipingevano su tavole o su pareti. […] Alla sua pena si aggiungeva che, pur avendo un figlio imperatore, non trovò nessuno che vendicasse la sua prigionia e la sua durissima schiavitù né venne mai richiesto il suo rilascio. Anzi, dopo aver terminato una vita vergognosa in un tale disonore, venne scuoiato e la pelle, dopo che le furono estratte le viscere, venne tinta di rosso per essere posta in un tempio degli dèi barbari in memoria di quel celeberrimo trionfo” (Le morti dei persecutori 5.2-6). È vero, la Storia ha pessimi allievi, eppure Macron e Trump farebbero bene a ripassare qualche manuale per ricordare la sorte di alcuni potenti assai incauti.

L’architettura di Bruno Zevi per raccontare l’Italia

Nella vastità del Maxxi di Roma (forse il più grande e il più bel museo europeo di arte contemporanea) vi guida la voce di Bruni Zevi. Proviene dalla galleria n. 1, dove è allestita la mostra a lui dedicata, un grande studio di architettura pieno di progetti degli autori che il genio e la forza di Zevi hanno scoperto e sostenuto e portato a un ruolo primario.

È una voce che alcuni non hanno mai dimenticato e altri oggi ascoltano con stupore, sedotti dal ritmo pacato e fermissimo, di qualcuno che è allo stesso tempo entusiasta di ciò che potrebbe avvenire, e impegnato, anche per l’esperienza della sua vita, a sbarrare il passato.

Ma questa è celebrazione e ricordo d’altri tempi o un discorso politico che riguarda noi, ora? Pippo Ciorra e Jean-Louis Cohen sono i curatori intelligenti e geniali della mostra. E sono anche gli autori di un catalogo che da oggi è testo fondamentale per incontrare Bruno Zevi (penso alle persone giovani) e scoprire non solo uno dei punti più alti e più carichi di creatività della cultura italiana e internazionale nel dopoguerra. Ma anche una rivelazione poco diffusa e molto importante: l’architettura è politica.

La politica non può evitare di passare attraverso l’architettura. Il catalogo (Storia e controstoria dell’architettura italiana, 1944 – 2000, Maxxi e Quodlibet Editori) è un manuale di storia italiana. Una vera e propria rivelazione per molti, nel senso del ritorno allo straordinario modello, consapevolezza di ciò che è accaduto e progetto del dopo.

Servirebbe, in questo momento confuso e cieco della vita italiana, la chiarezza intellettuale e la forza creativa con cui figure guida come Zevi e come Olivetti, si sono cercate per lavorare insieme, dando vita e voce agli “architetti di Zevi”, che diventeranno gli architetti di Olivetti, e saranno la spinta e la forza della parte più bella della ricostruzione.

Per un lungo momento felice che la mostra e il libro ci fanno ritrovare, l’Italia è stata un altro Paese. Inventava il futuro.

Giovanni, un figlio nel nome del padre e del coraggio

La distinzione tra la paura e la vigliaccheria fu uno dei suoi più grandi lasciti morali. La tracciò un giorno in un’intervista destinata alla cronaca, e che si scolpì invece nella memoria di tanti. Si chiamava Antonio Montinaro, era il caposcorta di Giovanni Falcone, uno dei tre ragazzi in divisa – lui, Rocco Dicillo e Vito Schifani – che sempre si ricordano quando si rievoca la strage di Capaci. Sua moglie Tina ci lasciò invece un altro lascito. L’invito a non chiamarli sbrigativamente “i ragazzi della scorta”, perché “se tu a un uomo gli togli pure il nome che cosa gli resta?”.

Antonio e Tina, ragazzi innamorati, ebbero due figli: Gaetano, che ora di anni ne ha trenta, e Giovanni che ne ha ventisette. Ed è da proprio dal secondo che arriva ora il nuovo messaggio di una famiglia che rappresenta l’anima pulita e di questo Paese. Giovanni è dipendente della Regione Sicilia grazie a una legge introdotta decenni fa per aiutare i familiari stretti delle vittime innocenti di mafia. Un impiego pubblico, quasi un debito da assolvere, da parte di chi non ha fatto il necessario per difendere i propri cittadini onesti dalla violenza mafiosa. Nell’ultimo processo Giovanni ha avuto un risarcimento in denaro. E ha subito pensato di istituire, con quei soldi, una borsa di studio per giovani laureati. A nome dell’associazione “QuartoSavonaQuindici”, il nome in codice dell’auto su cui il padre fu devastato dal tritolo di Cosa Nostra. Una borsa per tesi di laurea utili alla prevenzione e alla lotta “al fenomeno della criminalità organizzata, in particolare di stampo mafioso”.

“Che cosa dico di questa sua scelta? Dico che come madre sono orgogliosa”, prorompe Tina nel suo accento napoletano, “vuol dire che l’ho cresciuto bene, e che il rispetto verso gli altri predicato dal padre è una dote anche sua. Giovanni ha pensato una cosa: come sono stato aiutato io da tutti gli italiani, è giusto che vengano aiutati anche gli altri ragazzi bisognosi. In fondo suo padre era fatto così. Noi siamo fatti così”. Noi. Quel pronome pronunciato con tanta fierezza spiega una storia senza rese. “Vede, Gaetano, il mio figlio più grande, è molto riservato, vuole vivere i suoi momenti intimamente, solo da due anni partecipa alla commemorazione della strage. Giovanni invece allora aveva un anno e mezzo, non ha ricordi del padre, e così li mette insieme, ricostruisce lui la memoria, andando a parlare ora dall’uno ora dall’altro. E se c’è da fare qualcosa non si tira indietro. Dice ‘mio padre l’avrebbe fatto’, si mette le mani in tasca e fa, e aiuta”.

La borsa di studio ha messo a fuoco la questione più urgente da studiare. “Si affronti”, recita il bando del primo anno, “il tema relativo alle correlazioni esistenti tra mafia ed economia, focalizzando l’attenzione sul dato normativo e/o effettuando un’analisi economica delle aziende colpite dalla normativa antimafia”. Ed è stata dedicata alla memoria di Antonio Manganelli, il questore di Palermo poi diventato capo della Polizia, che fu vicino alla famiglia e che le consegnò per sempre quella “QuartoSavonaQuindici”, testimonianza della terra trasformatasi in onda di pietra, come hanno modo di constatare i visitatori quando la trovano esposta per le contrade d’Italia.

La borsa sarà presentata a Palermo l’8 settembre, “il giorno del compleanno di mio padre”, spiega Giovanni. Ci sarà anche il capo della Polizia. Partirà dal prossimo accademico e vuole attenersi rigorosamente ai principi “di trasparenza, correttezza, democraticità e meritocrazia”.

“Mi aspetto tanto”, confessa Giovanni, “spero possa essere un passo avanti in una certa direzione, fatto con persone sane al fianco. Vede, nasce dalla voglia di fare qualcosa, mio padre era uno che faceva, come il dottor Falcone”. Proprio così, “il dottor Falcone”, lo chiama, come se continuasse il rapporto di deferenza del padre. “Lo faccio con la massima umiltà, io non ho studiato tanto, anche se leggo e non voglio sentirmi ignorante. Ma in questo paese non si crede nella ricerca, non ci si investe, e io l’ho voluto fare. Dall’altra parte investono in ciò che può essere loro utile. Anche noi dobbiamo farlo. Ho avuto tanto dagli altri, e voglio restituirlo in minima parte, mio padre era una persona generosa e buona, anche se il ruolo di caposcorta gli ha dato forse un’immagine un po’ diversa”. Dice “immagine” e per un attimo riappare l’altro ragazzo, quello che aveva paura ma non voleva essere vigliacco. E per questo fu ucciso con il “suo” giudice.

Non solo “incel”, esistono anche quelli che vogliono “potenziare la (loro) specie”

Cara Selvaggia, ti scrivo dopo aver letto il tuo articolo sugli “incel” e gli uomini che odiano le donne. Ho cercato molti articoli sul fenomeno ma la cosa che mi ha più colpito è questa.

Nella serie American Horror Story – Cult di Murphy (ambientata in un Mid West, in piena fase post elettorale dopo la vittoria di Trump) viene affrontato il fenomeno della misoginia estrema, delle sette, del “culto” del maschio che ha bisogno di rivalsa non solo verso le donne, ma anche nei confronti della società che, per otto anni aveva soggiogato gli uomini eterosessuali, favorendo le unioni civili e aumentato i diritti e le opportunità per le minoranze (etniche e di genere) a discapito del “vero americano” descritto come un bifolco retrogrado.

Cito le battute di una scena – un uomo, ammanettato in un supermercato da due donne per averne molestata una durante una manifestazione – viene raggiunto dal leader della setta ad un’ora dalla chiusura dei seggi: “Per otto anni ti hanno fatto passare da anormale perché sei etero, bianco e lavoratore, […] ti piacciono la birra americana e la figa e ti prendono in giro per questo, ti puniscono, ti umiliano, ti chiamano impotente […] quelle puttane della TV ti prendono per il culo. Questa è la tua occasione di fargliela vedere a quelle stronze! Oggi entrerai in quella cabina e con il tuo voto le dirai “andate a farvi fottere!”. “Potrebbe non ricapitare mai più…”.

La serie fa riferimento a diversi personaggi come Charles Manson, e a tutti gli altri presunti santoni, responsabili delle più eclatanti stragi americane.

Ma contiene anche un lungo excursus riguardo la vita di Valerie Solanas, alla vicenda con Andy Warhol e al suo SCUM.

Una serie che mi ha colpita molto e turbata ben oltre quello che, solitamente, una serie televisiva dovrebbe fare. Tralasciando la parte necessariamente romanzata che permette allo spettatore di tollerare o almeno di non soffermarsi eccessivamente sulla violenza psicologica e idealistica, tutto questo mi ha profondamente colpita.

Questo mi ha spinto a d informarmi meglio, e tra diversi articoli trovo molte affermazioni riguardo il “potenziamento della specie”.

In breve, nello scorcio italiano, questi uomini si definiscono brutti, sgradevoli ma culturalmente evoluti e vivono in condizioni economiche più che agiate. Dunque per potersi assicurare di migliorare la propria progenie hanno bisogno di una compagna che abbia un’unica qualità: la bellezza. Ci sono articoli e addirittura guide su come irretire non una donna ma quella che loro definiscono un’”oca”, la maggior parte consigliano donne dell’est Europa poiché più propense (secondo loro) a “vendersi” allo scopo di procreare un individuo consapevole e cosciente della superiorità culturale ereditata dal padre e dotato della bellezza della madre. Non si parla di relazioni, di amore, di affetti, si parla solo di generare una “specie” superiore. E questo mi fa accapponare la pelle.

Giada

Cara Giada sembra la trama di un episodio di Black Mirror. Uomini che selezionano donne in base a caratteristiche genetiche precise. Chissà, a questo punto, che il maschio alfa Salvini non abbia scelto la Isoardi per garantire la sopravvivenza della specie “donna che stira”.

 

Prima ti insultano dagli spalti. Dopo, se li cerchi, scappano via

Ciao Selvaggia, io faccio l’arbitro di rugby in tornei per bambini e capita a volte di sentire commenti poco simpatici ma so che fa parte del “gioco”. E passo oltre.

Ieri pomeriggio però ho arbitrato, degli uomini dagli spalti hanno fatto commenti veramente ignobili. Ho interrotto la partita, sono andata verso di loro, li ho invitati a parlarne con me alla fine della partita. Borbottii e urla varie, fatto sta che indovina un po’? Uscita dallo spogliatoio sono andata a cercarli e non li ho più visti. Puf! Dileguati. La cosa che mi dà speranza però nel genere umano è stato essere fermata da tre mamme alla fine della partita dicendomi che avrebbero voluto volentieri dare dei ceffoni a questi uomini per come mi avevano parlato.

Dopo tutto lo schifo che leggo di donne che non sono solidali con altre donne… è stato un bagno di speranza, forse non tutto è polverizzato dall’ignoranza.

Loredana

 

Gli uomini sugli spalti di uno stadio sono l’equivalente di quelli in macchina o sul web. Quando sentono che c’è “un filtro” tra loro e la donna di turno da insultare, tirano fuori un coraggio da gladiatori. Quando cade quel filtro e si trovano la donna davanti, gli cade l’armatura e ci tocca scoprire che là dove dovrebbero avere gli attributi, sono lisci come Ken Sposo.